inserito in Diritto&Diritti nel maggio 2002

T.A.R. Lazio, Sez. I ter n. 9425 del 15 novembre 2001 : la corrispondenza trasmessa per via informatica e telematica, c.d. posta elettronica, deve essere tutelata alla stregua della corrispondenza epistolare o telefonica ed è quindi caratterizzata dalla segretezza.

 

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DIRITTO. I tre ricorsi devono essere riuniti e decisi contestualmente poiché sono collegati da un evidente nesso di consequenzialità. Il punto di diritto che appare rilevante nel contesto dell'intera vicenda è rappresentato dalla qualificazione del comportamento tenuto dall'Amministrazione nell'acquisire cognizione delle affermazioni del ricorrente, espresse nell'ambito di una "mailing list", nonché dalla valutazione dei limiti di utilizzabilità delle notizie acquisite. In fatto, riferisce il ricorrente che nel primo semestre del 1998, in relazione ad un argomento di grande interesse fra i diplomatici, rappresentato dallo status degli Uffici ICE all'estero, lo stesso esprimeva a titolo personale nel circuito privato "Diplomazia", alcune valutazioni critiche che traevano spunto da perplessità, a sua volta espresse a livello ufficiale dall'Ambasciatore a Varsavia nei riguardi delle soluzioni proposte dal Ministero. Venuto a conoscenza del messaggio tramite un funzionario appartenente a tale circuito, il direttore generale del personale ha deplorato il comportamento del ricorrente con la nota, oggetto del primo ricorso. In particolare l'atto di deplorazione, adottato in quanto il ricorrente avrebbe violato i doveri di lealtà e di fedeltà ai sensi dell'art. 11 del D.P.R. n. 3/57 ed il dovere di assidua e solerte collaborazione previsto dal successivo art. 13, farebbe riferimento: - alla violazione delle regole della riservatezza (art. 142 del D.P.R. n. 18/67), in relazione all'intervento del ricorrente su una questione d'ufficio ed alla divulgazione con strumento informatico di una comunicazione d'ambasciata; - al linguaggio usato, ritenuto "di basso ed inaccettabile livello" e con "forme gratuitamente sarcastica", con conseguente "grossolano tentativo si screditare l'amministrazione"; - ad un episodio precedente di qualche mese, consistito nell'aver criticato "pubblicamente ed aspramente" la SACE, fatto che avrebbe procurato non poco imbarazzo al Ministero per la superficialità delle asserzioni e per "l'indecorosità di un'aperta pronuncia fatta da un diplomatico in servizio all'estero contro un Ente pubblico del proprio paese". Ad avviso del ricorrente, l'amministrazione, divulgando e strumentalizzando il contenuto riservato del messaggio, avrebbe violato le norme anche di livello costituzionale poste a garanzia delle comunicazioni di pensiero a carattere intersoggettivo. L'amministrazione obietta che la rete di posta elettronica "Diplomazia" non potrebbe essere assimilata alla corrispondenza privata, poichè sarebbe aperta a tutti i funzionari diplomatici, in qualsiasi momento gli stessi intendessero iscriversi, che l'amministrazione non avrebbe intercettato la comunicazione del ricorrente, ma sarebbe stata edotta del contenuto delle considerazioni da questi espresse tramite un funzionario appartenente al circuito, circostanza che avrebbe reso le dichiarazioni assimilabili ad una "comunicazione cartacea liberamente circolante", divenuta di pubblico dominio; che, inoltre, attesa la gravità delle affermazioni contenute nella comunicazione, l'amministrazione avrebbe avuto il dovere di intervenire. In merito alla natura giuridica del circuito ed alla natura della corrispondenza ivi circolante è sufficiente fare riferimento all'art. 5 della legge 23/12/1993 n. 547 ed all'art. 3 del D.P.R. 10 novembre 1997 n. 513. In conformità a tali norme, la corrispondenza trasmessa per via informatica e telematica, c.d. posta elettronica, deve essere tutelata alla stregua della corrispondenza epistolare o telefonica ed è quindi caratterizzata dalla segretezza. La Rete "Diplomazia", secondo quanto chiarito dal Garante per la protezione dei dati personali (cfr. nota 16/6/1999), è un servizio di indirizzario automatico che consente la trasmissione a più persone di comunicazioni su determinati argomenti di interesse comune. Per far parte della mailing list, costituita su iniziativa personale di alcuni diplomatici, è necessario essere un diplomatico ed ottenere, su questa base, l'apposita password prevista per accedervi. I messaggi che vi circolano devono essere quindi considerati alla stregua della corrispondenza privata e ciò "sia che si tratti, come sembra di una vera e propria "mailing list", sia che si trattasse, in ipotesi di una newsgroup ad accesso condizionato dalla disponibilità di una password, fornita ad una pluralità di soggetti determinati". Il numero degli iscritti, potenzialmente molto numeroso, ma sempre definito e non indifferenziato, è dunque irrilevante ai fini dell'equiparabilità o no della comunicazione telematica a quella epistolare, contrariamente a quanto sostenuto dall'amministrazione, posto che la tipologia della comunicazione resta comunque a carattere intersoggettivo e non diffuso. Né rileva, ai fini della qualificazione, la potenziale permeabilità dall'esterno del circuito informatico, poiché tale rischio è proprio di tutte le altre forme comuni di comunicazione e non ne altera le caratteristiche od il livello di garanzia. Quanto ai destinatari di messaggi, di corrispondenza o di una comunicazione, si conviene che l'ordinamento non impone agli stessi vincoli espressi di riservatezza, salvo il caso di specifici obblighi o cautele disciplinati da particolari norme. Nella specie, è comunque irrilevante, ai fini della decisione, ricercare se tali vincoli sussistessero in relazione al comportamento dei funzionari che hanno diffuso la comunicazione del ricorrente, né giova alla soluzione della controversia accertare se gli stessi abbiano o no agito per fini esclusivamente personali. Il loro comportamento rileva solo per escludere che il modo in cui l'amministrazione ha avuto conoscenza dei fatti, ritenuti disciplinarmente rilevanti, possa configurare un'abusiva e quindi illecita intercettazione di un messaggio informatico tutelato come corrispondenza privata. L'amministrazione, tuttavia, una volta resa edotta dell'oggetto della corrispondenza, non avrebbe dovuto utilizzarlo a fondamento di un formale atto di deplorazione gravemente lesivo della carriera del ricorrente, poichè si trovava alla presenza di una comunicazione, contenente l'espressione di un libero pensiero, destinata originariamente a soggetti definiti, il cui autore non avendo operato alcuna scelta consapevole volta a diffonderne il contenuto in modo indifferenziato, non si era comportato in modo contrario alle regole della riservatezza. Pur essendo occasionale e non intenzionale il modo di conoscenza di tali comunicazioni, le opinioni ivi espresse non erano perciò suscettibili di censura da parte dell'amministrazione alla stessa stregua di notizie scientemente diffusa alla generalità, dovendo invece essere apprezzato nella giusta misura il fatto che l'autore, nella specie, si era servito di un mezzo di diffusione garantito dalla segretezza. Non si ravvisano in altri termini nella fattispecie i presupposti per l'applicazione dell'art. 142, secondo il quale il personale dell'amministrazione degli Affari esteri è tenuto a comportarsi con particolare discrezione e riservatezza. La sindacabilità da parte dell'Amministrazione del comportamento in privato degli appartenenti alla carriera diplomatica incontra infatti il limite del diritto alla tutela della loro sfera personale, sicché le opinioni espresse in tale ambito dal ricorrente non potevano divenire oggetto di sindacato disciplinare. Una volta definito l'ambito entro il quale sono maturate le espressioni ed i giudizi ritenuti lesivi e denigratori, si stempera anche la possibilità di attribuire valore negativo al linguaggio usato nella comunicazione censurata. Per la minima parte in cui il messaggio contiene osservazioni personali, infatti, le stesse sono formulate con il tipico linguaggio per iperbole e con espressioni informali e dirette, quasi da conversazione verbale, che caratterizzano in genere tale tipo di comunicazione riservata. Né la violazione della riservatezza, od un comportamento non improntato a lealtà o fedeltà possono essere identificati nella presunta illegittima diffusione del contenuto di atti, già resi pubblici e per di più non coperti da segreto, od in episodi pregressi a suo tempo giudicati irrilevanti a fini disciplinari. Emerge pertanto dall'atto impugnato nel suo complesso una erronea valutazione dei fatti ed alcuni profili di sviamento, accentuati dalla considerazione che non sia stata scelta la via del procedimento disciplinare, pur in presenza di fatti giudicati di assoluta gravità, precludendo al ricorrente la possibilità di difendersi, ma incidendo nel contempo sulla sua carriera attraverso l'evidenziazione di episodi negativi addebitabili allo stesso. Il primo ricorso deve essere dunque accolto. Con gli altri due ricorsi si chiede l'annullamento degli atti della Commissione di avanzamento relativi alla procedura di promozione al grado di consigliere di ambasciata del novembre 1998 e dei provvedimenti recanti l'elenco dei consiglieri di legazione promossi. Il ricorrente sostiene in sintesi che la ragione della sua mancata promozione sarebbe da ricercare nei fatti maturati durante l'anno 1998, sfociati nella nota di deplorazione e che, in caso contrario, la scelta dell'amministrazione sarebbe illogica, in quanto contraddetta da giudizi assolutamente positivi espressi a suo favore e dall'attribuzione recente di incarichi di grande prestigio. L'amministrazione osserva invece che il giudizio sul ricorrente non sarebbe stato influenzato dalla nota di deplorazione; l'organo collegiale era infatti tenuto a prendere in considerazione l'intero arco della carriera del ricorrente sino alla data del 30/6/1998, essendo le promozioni conferite con decorrenza semestrale 1/1/1998, 1/7/1998, mentre la deplorazione sarebbe stata adottata il 20 novembre 1998. Ha inoltre rilevato che i funzionari promossi, che seguivano in ruolo il ricorrente, sarebbero caratterizzati da un profilo di maggior valore, avendo tra l'altro riportato pressoché costantemente nel corso della carriera il massimo punteggio attribuibile in sede di giudizio complessivo, mentre il ricorrente stesso avrebbe ottenuto punteggi spesso inferiori al massimo livello attribuibile. Ad avviso del collegio la tesi prospettata dall'amministrazione seppure fondata su dati formalmente corretti non può essere condivisa. Emerge infatti con assoluta evidenza che l'episodio conclusosi con la nota di deplorazione ha influito in modo determinante sul giudizio peggiorativo, che è stato, tra l'altro formulato da parte dello stesso soggetto destinatario delle critiche espresse in via riservata dal ricorrente. Il richiamo, meramente formale, alla data della nota di deplorazione, in effetti successiva a quella fissata come termine per valutare i precedenti di carriera dei concorrenti, non è infatti sufficiente ad escludere con assoluta certezza che non si sia tenuto alcun conto dell'episodio addebitato al funzionario nell'esprimere un giudizio, dai toni dimessi, in contrasto con apprezzamenti al contrario estremamente positivi formulati a suo favore poco prima del verificarsi dei fatti contestati e nei rapporti informativi relativi agli anni immediatamente precedenti. L' esame degli atti depositati in giudizio, relativi ai precedenti di carriera del ricorrente ed ai fatti che hanno determinato il contrasto tra il ricorrente ed il direttore del personale nel corso del 1998, hanno confermato l'esistenza dei profili sintomatici del vizio di eccesso di potere dedotti nei motivi. Nell'arco di un solo anno, il giudizio espresso nei confronti del ricorrente da parte dello stesso funzionario è passato da note di apprezzamento e stima formulate ai massimi livelli ad un giudizio che considera meritevole di "qualche apprezzamento" il profilo complessivo messo in luce nell'arco dell'intera carriera e reputa che il funzionario non possieda "in modo eminente - avuto riguardo alle caratteristiche professionali - i requisiti richiesti" dalle norme. Appare pertanto obiettivamente dimostrato che il giudizio sul funzionario, fortemente difforme da quello espresso appena un anno prima, non è contenuto nei limiti, pure ammissibili, di un'ipotizzabile e parziale differenziazione tra un'anno e l'altro sicché il suo contenuto fortemente negativo appare condizionato in misura determinante, anche se non esclusiva, dalla situazione di forte contrapposizione personale verificatasi nel corso dell'anno poi sfociata nella deplorazione. In conclusione, lo scarto tra i precedenti giudizi tutti comunque nel complesso positivi e quello espresso nel 1998 è tanto rilevante da potersi giustificare, per non apparire illogico, solo ritenendo determinante l'episodio in precedenza illustrato. La circostanza rende intrinsecamente viziata la valutazione, sicché perde rilievo anche il giudizio comparativo con la posizione degli altri funzionari, poiché lo stesso è stato condotto prendendo a base parametri non omogenei. Per queste ragioni, i due ricorsi, aventi ad oggetto lo stesso procedimento di promozione, devono essere accolti. Le spese di giudizio possono essere compensate.