inserito in Diritto&Diritti nel ottobre 2001

CTR della Puglia, sez. stacc. di Lecce - Brindisi del 27/8/2001 con la quale è stata concessa la sospensione dell'atto di imposta impugnato in sede di appello ai sensi degli artt. 47 e 61 del D. lgs. 546/1992 e 19 del D. lgs. 472/1997.

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                                 Commissione Tributaria Regionale - sezione di Lecce

 

                                 Ordinanza

 

                                  La Commissione

 

 

Sciogliendo la riserva di cui all’udienza del 20/6/2001; dispone, anzitutto, ex art. 29, comma 1° del D.lgs 31/12/1992 n° 546, la riunione tra i processi n° 826/01 e  n° 827/01, essendo tra loro connessi ed, in buona parte, aventi lo stesso oggetto, e, quindi, OSSERVA   

 

                                                                       FATTO

 

*** *** e *** ***, con atto del 30/3/2001, proponevano appello avverso le sentenze della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, sez. 1,  rispettivamente n° 18/01/00, pronunciata il 07/02/00, depositata il 15/02/00 (R.G.R. 781/98), e n° 19/01/00, pronunciata il 07/02/00, depositata il 15/02/00 (R.G.R. 782/98), chiedendo, in totale riforma delle sentenze impugnate, il totale annullamento dell’avviso di accertamento loro notificato, comprensivo di maggior imposta accertata e dovuta, nonché delle relative sanzioni; e, contestualmente, la sospensione dell’esecuzione della sentenza con particolare riferimento all’art. 1 del D. lgs. 546/92, secondo cui “i giudici tributari applicano le norme del presente decreto e, per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del c.p.c.”. Sostenevano, quindi, i ricorrenti, che non vi è incompatibilità tra le disposizioni del D. lgs. 546/92 e l’art. 283 c.p.c. (e 373 c.p.c.) nella parte in cui prevede la sospensione dell’esecuzione della sentenza, ove ricorrano gravi motivi. Aggiungevano che , “se l’art. 49 del D. lgs 546/92, nel richiamare le disposizioni del Titolo III, Capo I, Libro II del c.p.c., esclude l’art. 337 c.p.c.,  ciò non vuol dire che abbia voluto escludere anche gli artt. 283, 373 e 401 per il solo fatto che da esso siano richiamati”. Invero, secondo gli appellanti: “l’istituto della sospensione della sentenza impugnata non può dirsi estraneo al sistema del processo tributario, dato che l’inapplicabilità dell’art. 337 - c.p.c., comporta semplicemente l’impossibilità di trasferire in tale ambito processuale la regola che attribuisce alle sentenze civili immediata e diretta efficacia esecutiva”, ma non vale ad escludere le norme sulla sospensione; che, al contrario, presuppongono l’efficacia esecutiva”. I suddetti contribuenti aggiungevano che: “se si considera che il rinvio operato dall’art. 49 del D: lgs. 546/92 all’art. 337 c.p.c., è l’unico argomento cui si rifà chi è per la tesi opposta a quella da essi sostenuta, “potevano affermare che:” non vi è alcuna norma del processo tributario che espressamente neghi la sospensione della sentenza di primo grado (o di appello)”. Inoltre, “doveva considerarsi il D. lgs. n° 472/1997, contenente Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, che,  con due articoli, e precisamente, 18, comma 4 e 19, comma 2, ha stabilito che: Le decisioni delle Commissioni Tributarie e della autorità giudiziaria sono immediatamente esecutive nei limiti previsti dall’art. 19” e “la Commissione Tributaria Regionale può sospendere l’esecuzione, applicando, in quanto compatibili, le previsioni dell’art. 47 del D. lgs. 546/1992”; diventando, detti articoli, emblematici per la tesi di essi appellanti e costituenti “chiave di lettura del procedimento tributario”. Insistevano, infine, nella loro richiesta, affermando che: “la sospensione dell’esecuzione della sentenza non deve limitarsi alla sanzione, come da rubrica dell’art. 19 D. lgs. 472/97”. Evidenziavano, poi, che: “la sanzione, se differisce teoricamente dall’imposta, consistendo nella repressione di un illecito e nella restaurazione dell’ordine giuridico da esso turbato, non è diversa nel suo contenuto sostanziale perché deriva dalla legge, anche se irrogata con un provvedimento giurisdizionale o amministrativo, e per la sua nascita non concorre la volontà dell’obbligato; determina, inoltre, un arricchimento dello Stato ed un impoverimento del condannato, e può dar luogo ad obbligazioni da commisurarsi alla maggiore o minore agiatezza di quest’ultimo”. I medesimi appellanti chiedevano, pertanto: “la sospensione dell’esecuzione delle sentenze di primo grado e, qualora non dovesse essere accolta detta istanza, che si dichiarasse non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 47 D. lgs. 546/92 e 19 del D. lgs. 472/97, relativamente agli artt. 3 e 24 della Carta Costituzionale, per l’evidente contrasto tra i primi ed i secondi, ove il loro combinato disposto venga interpretato nel senso di negare la sospensione dell’esecuzione delle sentenze di primo grado (o di appello); sospendendo, conseguentemente il processo e rimettendo gli atti alla Corte Costituzionale. In subordine, chiedevano la sospensione del processo e la rimessione degli atti alla Corte di Giustizia UE in quanto era stato riconosciuto il principio della preminenza del diritto comunitario sul diritto interno degli Stati membri al fine di assicurare la piena cautelare anche quando la norma processuale interna lo escluda”.

Gli stessi contribuenti, nelle conclusioni di merito della loro istanza di sospensione, evidenziavano l’esistenza del  fumus: “in considerazione dei motivi di appello e della decisione di primo grado, nonché del pericolo di  danno grave ed irreparabile (periculum in mora). “Gravità del danno dimostrata, oltre che dal notevole stato di crisi finanziaria” che essi richiedenti  attraversavano, “anche per l’entità del pagamento richiesto che va ad aggiungersi alle somme di altri procedimenti”, dei quali, in questa sede, chiedevano la riunione;  “irreparabilità del danno per le ragioni di cui sopra” e,  poiché, allo stato, “si trovavano nell’assoluta impossibilità di poter pagare, presentando un’esposizione bancaria presso la Banca Popolare Pugliese (copia estratto conto prodotta) oltreché l’eventualità di subire un pignoramento e, conseguentemente l’ignominia che da esso deriva (danno morale, biologico ed alla vita di relazione)”.

 

A)    Ammissibilità o meno dell’applicazione in appello dell’art. 47 D. lgs. 546/1992

 

1) Orbene, a parere di questa Commissione, è preliminare e pregiudiziale stabilire se le norme indicate dagli appellanti - sopra riportate - per le ragioni evidenziate nella loro richiesta di sospensione, siano o meno applicabili nel giudizio di appello dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale per quanto riguarda l’imposta dovuta. Invece, per ciò che concerne le sanzioni irrogate e indicate nell’avviso di accertamento, la richiesta è proponibile per quanto disposto dagli artt. 18 e 19 del D. lgs. 472/1997, con le indicazioni e i riferimenti ivi previsti e di cui si preciserà in seguito.

 

 Si ritiene necessario iniziare la disamina tenendo presente, anzitutto, quanto disposto dalla Legge 30 Dicembre 1991, n. 413 (Riforma del contenzioso tributario; art. 30 Disposizioni per la revisione del contenzioso tributario; comma I ”Delega al Governo della Repubblica ad emanare, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più Decreti legislativi recanti disposizione per la revisione della disciplina e l’organizzazione del contenzioso tributario, con l’osservanza dei seguenti principi e criteri direttivi: g) adeguamento delle norme del processo tributario a quelle del processo civile; in particolare dovrà essere altresì stabilito quanto segue”…).

Leggesi nella Relazione Ministeriale al D.lgs. n. 546/92, “Il presente schema di decreto legislativo attua la legge delega nella parte riguardante la disciplina del processo dinanzi agli organi specifici di giurisdizione in materia tributaria secondo i principi e i criteri direttivi indicati nell’art. 30 della Legge 30 dicembre 1991, n° 413, al comma 1, lett. a), b), c), d), g), i), l), m), t), v), z):  ….  “Nell’attuare la delega si sono seguiti questi tre criteri : in primo luogo, si è evitato di prendere posizione normativa sulla questione, tipicamente dottrinale, della natura del processo tributario, se cioè tale processo debba considerarsi un giudizio di annullamento di atti ovvero un giudizio di rapporti o, ancora, un giudizio misto, talvolta avente ad oggetto rapporti giuridici e talvolta veri e propri  provvedimenti;….in secondo luogo, nel dettare la nuova disciplina, si è fatto costante riferimento al processo regolato dal codice di procedura civile, tenendo ovviamente conto dalle innovazioni apportate dalla legge 26 novembre 1990, n. 353.  Ma si è, al contempo, avuto riguardo anche della precedente normativa contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, numero 636 e successive modificazioni e integrazioni. L’utilizzazione di questo doppio riferimento si è sviluppata nel senso di conservare quanto di meglio era previsto nella normativa speciale adeguandola per il resto alla normativa generale dettata dal codice di procedura civile, così da soddisfare pienamente le indicazioni in tal senso complessivamente fornite dal legislatore delegante; in terzo luogo, tenuto conto dell’ampiezza della delega e delle novità rispetto alla precedente normativa, si è voluto evitare il comodo rifugio in una legislazione di tipo novellistico, che avrebbe provocato non poche difficoltà a carico degli operatore pratici, e  si è invece seguita la via, sicuramente meno facile, ma più proficua, di una disciplina tendenzialmente compiuta e sistematicamente organizzata, che dovrebbe essere in grado di  ridurre, e non di alimentare, l’inevitabile problematica interpretativa sul dato legislativo . Nella stessa relazione, con riferimento all’art. 1 del D.lgs. 546/92, nel comma II, si legge: “…..la disciplina dettata dal codice di procedura civile, della quale ovviamente fanno parte anche le disposizioni di attuazione, si pone quale fonte immediatamente secondaria e generalizzata…rispetto alla normativa dettata nel Decreto. Il passaggio dall’una all’altra è dato, ovviamente, del doppio criterio dell’esistenza di una lacuna nella normativa speciale e della compatibilità della disciplina generale del codice di procedura civile con quella specialmente prevista dal decreto, in modo da realizzare compiutamente il principio di integrazione imposto dalla Legge Delega”.

 

2) Pur nel rispetto della suddetta relazione e delle sue affermazioni che possono desumersi con evidenza dal testo riportato, - specie in ordine alla  mancata “legislazione di tipo novellistico, che avrebbe creato non poche difficoltà a carico degli operatori pratici, seguendo, invece, una via sicuramente meno facile, ma più proficua, con una disciplina tendenzialmente compiuta e sistematicamente organizzata, che dovrebbe essere in grado di ridurre e non di alimentare, l’inevitabile problematica interpretativa sul dato legislativo” - si osserva quanto segue1.

 

 

Questa Commissione, pur rendendosi conto, comunque, della fisiologica attività dell’interprete giudiziario, al cospetto di notevoli difficoltà di applicazione di normative innovative e di specifica valenza, come quella in esame, ritiene  di poter condividere quanto chiaramente espresso dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria di cui si è detto ed è anche dell’avviso che i complessi contrasti giurisprudenziali, nonché i dubbi e le incertezze, possano derivare da alcune impostazioni della legge delegata (D.lgs. 1992), nonostante quanto si desume dalla legge delegante (30 Dicembre 1991, n. 413).

In particolare, si nota molto spesso, nella medesima normativa, l’uso dei termini “adeguamento al codice di procedura civile  ed integrazione della legge speciale”, il cui significato non appare ben preciso, specie tenendo conto di quanto affermato nella relazione sopra riportata testualmente ( non a caso).

Naturalmente, non potendosi ignorare il contenuto dei termini suddetti, non si può certamente opinare che adeguare significhi, senz’altro, far traslare tout court il codice di procedura civile nella normativa speciale, eliminando così, completamente la stessa. Ma, neppure può adagiarsi su un supino accoglimento delle intenzioni del legislatore, così come espresse nella richiamata relazione, che, peraltro nella lettera e nello spirito della legge delegata, non risultano, a parere di questa Commisione, realizzate esaustivamente per le ragioni di cui si dirà.

 Intanto, non può certamente obliterarsi l’univoca espressione del termine “adeguamento” usato dalla legge delega e le riserve contenute nella legge delegata . Invero, mentre nella legge delegante, art. 30 lett. g) 30 dicembre 1991, n. 413, leggesi:”Adeguamento delle norme del processo tributario a quelle del processo civile; in particolare…”, come già si è detto, nell’art. 1 comma II del D.Lgs. 546/92,  leggesi:”I giudici tributari applicano le norme del presente Decreto e, per quanto da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del codice di procedura civile”.

 

3) Comunque, a parere di questa Commissione e di parte della dottrina e della giurisprudenza specifica, con una operazione così delicata d’ingegneria legislativa -in una materia  peculiare e molto complessa – sarebbe stato, forse, opportuno, non, riversare ampiamente sull’attività ermeneutica dei giudici tributari un continuo dibattersi sulla parte non disposta dal D.Lgs. e quella , sulla compatibilità delle norme del c.p.c. con quelle del D.Lgs..

Ciò, avveniva nel modo che segue, anche per quanto concerne, più specificamente, il problema in esame (art. 47 D.Lgs.546/92 nei giudizi di appello). Anzitutto, non precisando, secondo le intenzioni del legislatore, quale natura avesse il procedimento tributario - oltre la sua ormai pacifica  giurisdizionalità - rinviando alla dottrina il compito di risolvere il problema; se cioè tale procedimento debba considerarsi un giudizio di annullamento di atti, ovvero un giudizio di rapporti o, ancora, un giudizio misto, talvolta avente in oggetto rapporti giuridici e talvolta veri e propri provvedimenti……concludendo, peraltro, che  “l’impiego eventualmente fatto di parole o espressioni anche astrattamente suscettibili di avallare la qualificazione del processo nell’uno o nell’altro senso è stato puramente casuale e deve imputarsi solo a esigenze lessicali” (relaz. citata).

Questo, a parere della Commissione giudicante, ha comportato la formulazione: dell’art. 47 del D.lgs. (30 lett. g della Legge delega) con riferimento alla impugnazione dell’atto; dell’art. 49 dello stesso Decreto riferentesi alle impugnazioni con esplicito richiamo alle impugnazioni delle sentenze delle Commissioni tributarie disponendo l’applicazione delle disposizioni nel titolo III, capo I del libro II, del codice di procedura civile con esclusione dell’art. 337 di detto codice senza alcuna specificazione più adeguata delle norme richiamate ed inoltre fatto salvo quanto disposto nel presente Decreto. Ancora, dell’art. 61 del Decreto, in tema di norme applicabili in appello:”Nel procedimento di appello si osservano in quanto applicabili le norme dettate per il procedimento di I grado, se non sono incompatibili con le disposizioni della presente sezione (il giudizio di appello davanti alla Commissione tributaria regionale); dell’art. 68 L’ esecuzione delle sentenze delle Commissioni tributarie; pagamento del tributo in pendenza del processo” (Nella relazione al Decreto, sul punto, leggesi: “il capo IV, nei tre articoli che lo compongono, detta la disciplina della riscossione forzata in pendenza del processo tributario e, dei modi di esecuzione della sentenza. Quanto alla riscossione forzata, tenuto conto della prevista sospensione dell’esecuzione degli atti impugnati, sarebbe stato preferibile abolirla, non avendo senso ritardare o frazionare la piena esecuzione degli atti per i quali non sia stata concessa la sospensione cautelare. In relazione, tuttavia alla prudente direttiva contenuta nell’art. 30 lettera z della Legge Delega si è previsto che il tributo oggetto di giudizio davanti alle Commissioni tributarie debba essere pagato……nel modo previsto da detto articolo); infine degli artt. 18 e 19 del D.lgs. 472/97 relativi alle violazioni tributarie secondo cui (“Tutela giurisdizionale e ricorsi amministrativi”): Contro il provvedimento di irrogazione (dell’atto) è ammesso il ricorso alle Commissioni tributarie………le decisioni delle Commissioni tributarie e dell’autorità giudiziaria sono immediatamente esecutive nei limiti previsti dall’art.19: Esecuzione delle sanzioni in caso di ricorso alle Commissioni tributarie…si applicano le disposizioni dell’art. 68 comma I e II del D.Lgs 546/92, recante disposizioni nel processo tributario. La Commissione tributaria Regionale può sospendere l’esecuzione (della sanzione) applicando, in quanto compatibili, le previsioni dell’art. 47 del D.Lgs. 546/92. La sospensione deve essere concessa se viene prestata idonea garanzia anche a mezzo di fideiussione bancaria o assicurativa” .

 

4) Inoltre, una precisazione dell’oggetto del procedimento tributario, -anche con riferimento delle misure cautelari- oltrechè  della sua natura, sarebbe stato indispensabile da parte del legislatore delegato in ossequio anche alla legge delega, onde evitare quanto verificatosi nell’elaborazione dottrinaria e giurisprudenziale sull’argomento in ordine all’applicazione in appello dell’art. 47 D.Lgs. 546/92.

 

 All’uopo, sul tema specifico, si è osservato da alcuni autori che: “l’opinione corrente è fondata sul presupposto che, nel corso del processo di appello, il fisco porta ad esecuzione la sentenza appellata, sicchè occorrerebbe verificare se la Commissione tributaria regionale abbia il potere di sospendere l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado. Perciò, la discussione ha investito l’applicabilità nel processo tributario dell’art. 283 c.p.c. (e delle parallele disposizioni relative alla sospensione delle sentenze impugnate con ricorso per Cassazione o per revocazione)”.

A parere di detti autori, “non sarebbe pertinente discutere dell’applicabilità di tali norme, dato che la sospensione delle sentenze sottoposte a gravame presuppone che le stesse siano esecutorie. E le sentenze dei processi tributari di impugnazione non lo sarebbero, né quando accolgono la domanda del contribuente, né quando sono negative. Pertanto, l’impostazione del problema della tutela cautelare nell’appello tributario dovrebbe essere completamente cambiata, in quanto la riscossione (tributaria) non ha come titolo la sentenza sottoposta a gravame, ma l’atto di imposizione impugnato; si dovrebbe discutere, dunque, di sospensione  (dell’esecuzione) dell’atto impugnato e non di sospensione (dell’esecuzione) della sentenza”.

 Si aggiunge dai medesimi autori che: “come è noto, (non esaudendo, a parere di questa Commissione, quanto osservato in tema nella relazione ministeriale sopra richiamata)  si discute se il ricorso con cui viene impugnato un atto impositivo dà vita ad un processo costitutivo o ad un processo dichiarativo. Con riguardo alle sentenze di accoglimento del ricorso, si dibatte se la sentenza delle commissioni tributarie contenga l’annullamento dell’atto impugnato o l’accertamento negativo del debito di imposta.  Il problema specifico però, non concerne le sentenze di accoglimento, ma quelle a contenuto negativo (che dichiarano infondato o inammissibile il ricorso con rigetto totale o parziale). Nelle ipotesi che interessano, ossia in caso di rigetto del ricorso contro un provvedimento dell’amministrazione finanziaria (ad. es. avviso di accertamento o iscrizione a ruolo), la sentenza non “condanna” in senso tecnico il contribuente al pagamento del tributo, ma si limita a dichiarare l’infondatezza del ricorso. Nel processo avanti i giudici tributari speciali, si aggiunge ancora, che è processo di impugnazione dell’imposizione illegale, la decisione che respinge l’impugnazione pone in chiaro che non esiste il diritto del reclamante all’annullamento dell’imposizione. Il processo tributario, come quello amministrativo, è processo di impugnazione di provvedimenti amministrativi, perciò, è pertinente ricordare che con riguardo al processo amministrativo si ritiene che “la decisione che respinge il ricorso ha carattere puramente dichiarativo….essa lascia inalterato lo stato precedente di fatto e di diritto e l’amministrazione conserva, nei riguardi del proprio provvedimento, tutti i poteri che le derivano dai principi generali e dalle disposizioni speciali che lo riguardano”.

Questa parte della dottrina è, anche, dell’avviso che: “l’art. 68 del D. lgs. 546/92 non attribuisce alcuna efficacia esecutiva alle sentenze che respingono o dichiarano inammissibile il ricorso: l’esecuzione riguarda sempre l’atto impugnato (se si tratta dell’avviso di accertamento, la sua esecuzione è data dall’iscrizione a ruolo). L’atto da eseguire è dunque l’avviso di accertamento, in quanto atto costitutivo del debito di imposta: la sua esecutività, mediante l’iscrizione a ruolo, è sospensivamente condizionata, in primo luogo, dal comportamento del contribuente: se non viene presentato ricorso, l’atto di imposizione è eseguibile integralmente; se viene presentato ricorso, l’esecutività è parziale. Identica funzione di condicio iuris (dell’esecutività del provvedimento di imposizione) è da attribuire: a)alla sentenza di primo grado; b) al fatto che questa venga o non venga appellata dal contribuente; c) alla sentenza di secondo grado. E’ dunque sempre l’atto di imposizione il titolo che legittima l’iscrizione a ruolo, e, quindi, nei processi tributari di impugnazione di avvisi di accertamento, la tutela cautelare concerne l’atto impugnato.

In definitiva, secondo tale parte della dottrina: “così stando le cose, dovrebbe essere abbandonata la discussione sulla applicabilità delle norme del codice di procedura civile in tema di sospensione delle sentenze e dovrebbe essere, invece, esaminato se il giudice di appello è dotato del potere di sospendere l’esecuzione dell’atto impugnato”.

Si è rilevato, ancora, nell’intervento dell’Avvocatura Generale dello Stato, nel procedimento dinanzi alla Corte Costituzionale già richiamata - pur con richiesta di declaratoria di inammissibilità e infondatezza delle questioni prospettate alla stessa Corte - che, “anzitutto, l’eccezione di illegittimità costituzionale avrebbe dovuto eventualmente essere rivolta alla norma delegante (art. 30 Legge n. 413 1991), dalla quale discende la previsione contenuta nel D.Lgs 546/92” . Nel merito, però, l’Avvocatura osservava: “quanto alla dedotta violazione dell’art. 24 della Costituzione, che, nel processo tributario, diversamente che nel processo civile, l’esecutività è un attributo non della sentenza ma dell’atto impugnato, al quale soltanto può perciò essere riferita, - come appunto dispone l’art. 47 del D.Lgs 546/92 - la sospensione dell’esecuzione i cui effetti sono destinati a cessare con la pubblicazione della sentenza di I° grado. Il successivo art. 68 del medesimo decreto legislativo, prevede, poi, in pendenza del giudizio tributario, un articolato sistema di pagamento frazionato del tributo accertato dall’amministrazione, in funzione del grado e del contenuto delle sentenze emesse nel corso del giudizio. Tale peculiare sistema esprime la coerente e ragionevole scelta del legislatore nel contemperamento tra il diritto di difesa del contribuente e la preminente esigenza pubblica di assicurare il tempestivo flusso delle entrate tributarie e non sarebbe perciò lesivo del precetto di cui all’art. 24 della Costituzione….Il giudice civile, infatti, - diversamente da quanto la Commissione rimettente mostra di ritenere- non avrebbe affatto il potere di sospendere la riscossione dei tributi, né a tale fine potrebbe avvalersi delle norme ( artt. 283-373 del c.p.c.) che consentono la sospensione della esecutività delle sentenze di I e II grado, proprio in quanto il titolo esecutivo, in materia tributaria è costituito, non già dalla sentenza di rigetto del ricorso, bensì dall’atto impugnato” ( la Corte, con la decisione di cui si è fatto cenno, non ebbe ad esprimersi su quanto, in tal senso, esposto dall’Avvocatura dello Stato).

 

Si è aggiunto da altra parte della dottrina, ( al cospetto di alcune decisioni di Commissioni tributarie regionali ,secondo cui “Mentre il giudice tributario può sospendere l’esecuzione degli atti di imposizione allorchè questi siano stati impugnati avanti alla Commissione provinciale, nessun potere gli compete nei confronti delle sentenze di  I e II grado sulla base dell’art. 49 del D.Lgs. 546/92”, come sopra descritto), che l’esecuzione erariale riguarda l’atto e non la sentenza e la norma chiave è l’art. 47 del D.Lgs.. Dato che questa norma, escluderebbe che l’esecuzione dell’atto impugnato possa essere sospesa dopo la sentenza, l’efficacia esecutoria del medesimo risulta ritmata dall’art. 68 sopra menzionato. Ma resta da vedere se un sistema processuale che nega qualsiasi tutela cautelare dopo le decisioni delle Commissioni tributarie possa ritenersi esente da critiche soltanto perché garante degli interessi erariali. Nessuno, infatti, dubita che l’interesse dello Stato a riscuotere le imposte sia un interesse pubblico; ma questo non significa che le esigenze di cassa dell’erario possano soffocare l’interesse del singolo volto a far si che il fondamento della pretesa erariale sia esente da censure. Non significa, pertanto, che il contribuente possa essere costretto a pagare una imposta anche quando questa non sia correlata alla sua capacità contributiva, ovvero, quando, esiste il rischio di danno grave ed irreparabile. Orbene, anche se il legislatore delegato non avesse previsto che il giudice tributario possa sospendere l’esecuzione del provvedimento impugnato in pendenza di appello o di ricorso per Cassazione, è altrettanto vero che da questa enunciazione non può derivarsi, a  mo’ di sillogismo giuridico, che alle decisioni delle Commissioni provinciali e regionali, non possano residuare elementi di positiva valutazione di “fumus boni iuris” e del pericolo attuale di un danno grave ed irreparabile. Infatti, nemmeno il precedente Decreto n. 636 del 1972 prevedeva la tutela cautelare; eppure la tenacia di alcuni Pretori e di alcuni Tribunali Amministrativi, nell’affermare che la potestà cautelare costituisce una componente essenziale della tutela giurisdizionale, ha indotto i supremi ordini di giustizia a rivedere le iniziali posizioni di chiusura. E dopo avere affermato il contrario, la Corte Costituzionale ha infatti riconosciuto che, ogni qualvolta sia lecito dedurre che il diritto assistito dal fumus boni iuris sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile a motivo della lunghezza dei tempi processuali per farlo valere, il giudice deve poter emanare tutti quei provvedimenti che risultino più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito ( Corte Cost. : N. 336/99, 326/97, 249/96, 190/95).

 L’enunciato della Consulta, è stato poi, espresso con la già richiamata sentenza  n. 165/2000 con la quale si  è ribadito quanto segue: “questa Corte ha più volte affermato che la disponibilità di misure cautelari costituisce componente essenziale della tutela giurisdizionale garantita dall’art. 24 della Costituzione ( sent. n. 336/98; n. 326/97; n. 249/96; n. 293/94; n. 190/95). Enunciazione questa, sicuramente riferibile, per la sua generalità , anche al processo tributario, e che si spiega con l’esigenza di evitare che la durata del processo vada a danno di chi ha ragione e che, durante il tempo occorrente per l’accertamento in via ordinaria del suo diritto, è esposto a rischio di subire un danno irreparabile”  (anche se la  stessa Corte ha poi affermato che la garanzia costituzionale della tutela cautelare debba ritenersi imposta soltanto fino al momento in cui non intervenga, nel processo, una pronuncia di merito che accolga – con efficacia esecutiva - la domanda)….

Pertanto, si è detto; “non è azzardato sostenere che, nei limiti in cui la potestà cautelare è diretta ad evitare il periculum in mora, essa continua ad essere una componente essenziale ed ineliminabile della tutela giurisdizionale. Tra l’altro, questo che si afferma, non è principio estraneo al nostro ordinamento giuridico, visto che di esso si trova compiuta regolamentazione sia nel processo civile che in quello amministrativo, e, sotto questo aspetto l’esclusione di una tale opportunità del processo tributario non è altrimenti giustificata”.

 

5) Si è, poi, specificamente affermato, sulla base delle premesse ora esposte, che: “la disciplina dell’art. 47 del D.lgs 546/92, è costituita dal I comma di tale articolo, che indica la Commissione tributaria provinciale quale organo al quale il ricorrente può chiedere la sospensione dell’atto impugnato e dal VII comma, il quale dispone che la sospensione cessa con la pubblicazione della sentenza di I grado. Tali dati normativi, che si riferiscono al procedimento di I grado, non escluderebbero però che  dello stesso potere sia dotato il giudice di appello. Infatti questi non ha poteri menomati rispetto a quelli del giudice di I grado, dato che, a norma dell’art. 61 del citato D.Lgs., nel procedimento di appello si osservano le medesime norme che, nello stesso Decreto, sono dettate per il procedimento di I grado. L’art. 61, invero, non richiama specificamente le norme nel Capo I del Titolo II del medesimo decreto ( artt. da 18 a 46), ma, in generale, tutte le norme - dettate per il procedimento di I grado -. E tale dizione, contrariamente a chi sostiene che siano richiamate soltanto  le norme contenute nel  Capo I ,  comprende indubbiamente anche quelle dettate, per il I grado, nel Capo II. Né vale opporre, secondo tale dottrina, contro tale conclusione, che l’art. 47 considera solo il procedimento cautelare dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, e ciò perché, come si evince dalla “Relazione Ministeriale allo schema di Decreto Legislativo,” il Capo II è composto da due soli articoli, riguardanti, rispettivamente, i procedimenti cautelari e preventivo, prevedendo espressamente nell’art. 48 che la conciliazione giudiziale può aver luogo solo davanti alla Commissione provinciale; senza alcuna limitazione in tal senso per quanto concerne, invece, la sospensione”.

Inoltre, si è sostenuto che: “l’estensione del medesimo procedimento dinanzi alla Commissione tributaria regionale ha come fondamento, non la lettera dell’art. 47, ma la norma di rinvio (art. 61). Se non fosse così, le norme di rinvio sarebbero sempre inutili. Infatti, delle due l’una: se le norme richiamate sono formulate in modo da essere già applicabili ai casi ai quali si riferisce la norma rinviante, il rinvio sarebbe inutile; se invece – come nel caso in esame - la disposizione richiamata non si applica, secondo la sua formulazione, al caso in cui si riferisce la norma di rinvio, quest’ultima sarebbe, seguendo la tesi contraria, senza effetto. Ed, invece, la norma di rinvio è utile per raggiungere il suo scopo precisamente quando ha l’effetto di estendere la sfera di applicazione della norma richiamata ad un’area alla quale, secondo la sua formulazione letterale, essa non si applicherebbe”.

Si conclude, da parte di questa dottrina, che: “le norme in tema di tutela cautelare  sono dunque applicabili anche in appello, con riferimento alla sospensione dell’atto impugnato. Naturalmente i riferimenti contenuti nell’art. 47 alla Commissione tributaria provinciale e alla pubblicazione della sentenza di I grado sono da intendere, applicando tale normativa al II grado, come riferimenti alla Commissione tributaria regionale e alla pubblicazione della sentenza di appello. Del resto, l’oggetto del giudizio di appello non è dato dalla sentenza di I grado ( che non assorbe e non sostituisce l’atto amministrativo), ma è lo stesso oggetto del giudizio di I grado; il giudice di appello non si pronuncia sulla sentenza di I grado ( che perde rilevanza, quando è validamente proposto atto di appello), ma sul provvedimento amministrativo”.

 Infine, si è rilevato che: “in questa ottica, l’art. 19 comma II del D.Lgs 18 Dicembre 1997 n. 472, che riconosce alla Commissione tributaria regionale il potere di sospendere l’esecuzione della sanzione( rectius: l’esecuzione del provvedimento di irrogazione della sanzione amministrativa ex art. 18 della stessa legge), non è norma innovativa, ma disposizione che rende manifesto per le sanzioni, un dato normativo, non rilevato dagli interpreti, ma già insito nel sistema”.

 

6) Orbene, a parere di questa Commissione, non può non aderirsi alle argomentazioni di  questa parte della  dottrina perché esaustive, con un’analisi profonda, coerente e più idonea per l’applicazione equa dei principi del nostro Ordinamento.

Non  si può, peraltro, escludere che l’ottica dell’attuale interprete nell’ambito delle norme tributarie, anche processuali, sia pure orientata in tal senso, specie alla stregua di una sorprendente e convincente normativa desumibile dalla Legge 27 Luglio 2000, n.212, Disposizioni in materia di Statuto dei Diritti del contribuente, secondo cui: art. 1”Le disposizioni della presente legge, in attuazione degli artt. 3, 23, 53 e 97 della Costituzione, costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario e possono essere derogate e modificate solo espressamente e mai da leggi speciali; art. 2 comma II: le leggi e gli altri atti aventi forza di legge che contengono disposizioni tributarie debbono menzionarne l’oggetto nel titolo; la rubrica delle partizioni interne e dei singoli articoli deve menzionare l’oggetto delle disposizioni ivi contenuti ( ciò in relazione a quanto si è osservato in premessa con riferimento alla natura ed all’oggetto delle norme in esame sulla base di quanto osservato dalla relazione ministeriale al D.Lgs. 546/92).

Non può non richiamarsi, altresì, quanto previsto dall’art. 111 della Costituzione novellato ed entrato in vigore il 7 Gennaio 2000, secondo cui “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo ed imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. E,  come si è esattamente osservato: “a questi principi deve uniformarsi anche il processo tributario, per evitare possibili, anche future, eccezioni di incostituzionalità. L’esigenza del giusto processo e dell’effettivo esercizio del diritto di difesa (art. 24 della Cost.) deve conciliarsi con l’esigenza dello Stato di riscuotere le imposte (art. 53 della Cost.); e per trovare l’equilibrio senza penalizzare le parti in causa, è necessario rispettare alcuni principi fondamentali”.

D’altronde, che anche il pensiero del legislatore sia in tal senso, può desumersi, anzitutto, da quanto espresso nella stessa Relazione Ministeriale al Decreto Legislativo all’art. 47, in cui si legge, pure, che detta norma “in stretta osservanza a quanto disposto dall’art. 30 lettera h della Legge delega, disciplina la sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato. Trattasi, come è chiaro, di uno dei punti più significativi della nuova normativa sul processo tributario che risolve, nel modo migliore, forse la più travagliata delle problematiche mai riscontrate in materia…”e all’uopo, si è affermato che la meditata giurisdizionalizzazione del contenzioso tributario, in un momento di riflessione che ha condotto all’integrale revisione degli strumenti cautelari nello stesso processo di cognizione ordinaria dinanzi al giudice civile ( si veda la Legge 26 novembre 1990 N. 353) ha determinato una innovazione la cui necessità era stata segnalata dalla dottrina e dalla pratica”.

In secondo luogo, non può non tenersi presente quanto si desume dal Disegno di Legge governativo, presentato dal Ministro delle Finanze, di concerto con il Ministro della Giustizia e col Ministro del Tesoro del Bilancio, e della programmazione economica comunicato alla Presidenza del Senato il 7 ottobre 1999 e relativo a Modifiche ed integrazioni ai Decreti Legislativi 31 Dicembre 1992, n. 545 e n. 546, concernenti il riordino del contenzioso tributario.

Leggesi nella presentazione di detto disegno – per quanto possa valere, essendo rimasto sospeso per fine legislatura- tra l’altro:”Sul piano del potenziamento della tutela del contribuente e della efficienza dello svolgimento del processo, si segnalano le disposizioni che disciplinano la tutela cautelare in secondo grado, modellandola sulla procedura di cui all’art. 47, così come previsto dal D.Lgs 18 Dicembre 1997 n. 472 in tema di sanzioni…con riferimento specifico all’art. 61 del D.Lgs. 546/92, di cui si è già detto.

Orbene, a parere di questa Commissione, l’aggiunta all’art. 61 del D.Lgs. 546/92: “La Commissione tributaria regionale può sospendere l’esecuzione applicando, in quanto compatibili, le disposizioni dell’art. 47”, non può ritenersi, in rapporto alla vigente disciplina, nel senso di “ubi non dixit non voluit”, ma può considerarsi  meramente confermativa di quanto già desumibile dalle argomentazioni sopra riportate; quasi una  “interpretazione autentica”, sulla base dei contrasti notevoli di interpretazione di detta norma. Così come, per quanto risulta in ordine alla lettera d) dell’art. 2 del Disegno di Legge, con il quale si stabilisce che: “ tra i poteri delle Commissione tributarie, di cui all’art. 7 del D.Lgs 546/92, vi è la facoltà di disporre la comparizione delle parti al fine di interrogare liberamente sui fatti di causa e possono ordinare ad esse il deposito di documenti ritenuti necessari per la decisione della controversia”[2].

 

7) Per compiutezza di indagine, stante la oggettiva complessità del problema, questa Commissione non può omettere un’ulteriore argomentazione che si ritiene notevolmente rilevante perché riferentesi anche ai Principi del diritto comunitario europeo.

Invero, parte della poca dottrina rinvenuta dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 165 del 31/5/2000, di cui si è fatto già cenno, ha osservato, a proposito di tale sentenza, che: “con riguardo all’art. 24 della Costituzione, il Giudice delle leggi, dopo aver ribadito quanto in precedente giurisprudenza della stessa Corte affermato sulla disponibilità di misure cautelari come componente essenziale della tutela giurisdizionale anche nel processo tributario, ha statuito  che la garanzia costituzionale della tutela cautelare deve ritenersi imposta dalla Costituzione solo fino al giudizio di merito che accolga con efficacia esecutiva la domanda, rendendo superflua l’adozione di ulteriori misure cautelari, ovvero la respinga; negando in tal modo la sussistenza del diritto e, dunque, il presupposto della pronuncia della tutela cautelare; per concludere, poi, che la previsione di mezzi di tutela cautelare nelle fasi di giudizio successive alla decisione nel merito “deve ritenersi rimessa alla discrezionalità del legislatore”. Mentre, a parere della stessa dottrina: “se la garanzia costituzionale della tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive esige che quella tutela sia piena ed effettiva, non v’è dubbio che debba essere tale, per tutta la durata del processo, per evitare che chi ha ragione non subisca un irrimediabile pregiudizio nel tempo occorrente a procurarsi la tutela in via ordinaria, così come affermato da un illustre processualista italiano”.

Inoltre, si è aggiunto, dalla stessa dottrina, che: “a differenza di quanto affermato dalla  Corte, il requisito della irragionevolezza delle scelte legislative può essere preso in considerazione ai fini della decisione anche se non espressamente richiestoLe dai giudici emittenti, così come si era verificato nel caso sottoposto al vaglio della medesima Corte e comunque,  si è concluso che: “da parte della suddetta dottrina, che la ragionevolezza non può essere scelta tale da provocare un vuoto di tutela”.

 

8) La medesima dottrina, comunque, dopo aver analizzato le regioni di perplessità suscitata dalla sentenza della Corte - in quanto la problematica dell’applicabilità dei rimedi inibitori al processo tributario poteva restare immutata – ha comunque ritenuto di poter analizzare brevemente gli orientamenti comunitari in tema “di effettività della tutela come principio dell’ordinamento comunitario”.

Si osservato, quindi, in proposito, che: “dopo un quarantennio di esperienza comunitaria, il principio della preminenza del diritto comunitario sul diritto interno degli Stati membri, già affermato da una non recentissima giurisprudenza ( Corte di Giustizia della Comunità europea 5/2/1963 e  15/7/1964 – Van Gend e Loos) può dirsi principio consolidato, e da esso discende l’obbligo, da parte dei giudici interni, di applicare la normativa comunitaria qualora le norme nazionali siano incompatibili o contrastanti con la stessa. Le pronunce successive della Corte di Giustizia (19/6/1990 - Factortame - 21/12/1991 - Zuckerfabrik -) sono state finalizzate a costruire un modello processuale con rimedi giuridici armonizzati tra i vari stati membri e, comunque, tali da assicurare un minimo di garanzia. Nelle stesse sentenze, si rinviene il principio che la tutela cautelare deve essere assicurata anche allorquando la norma processuale interna lo escluda, in applicazione di quel principio di completezza ed effettività della tutela giurisdizionale che costituisce il cardine dell’ordinamento comunitario, così proseguendo le varie previsioni costituzionali interne (Cost. it. art. 24) le quali prevedono più o meno specificamente il medesimo principio che i singoli organi giudicanti sono chiamati ad applicare, sia con riferimento ai precetti costituzionali interni, che ai principi comunitari, anche con riguardo all’esigenza che sia concessa una piena tutela cautelare”.

 

9) In linea generale,  per quanto osservato in proposito dalla dottrina testè richiamata, è doveroso, da parte di questa Commissione, riportare quanto ormai è chiaramente espresso in tema  nelle sedi più qualificate della Comunità Europea e degli organi di giustizia di detta Comunità[3].

Comunque, tra le sentenze più significative che applicano chiaramente quanto espresso nelle sedi qualificate, testè richiamate, è opportuno ricordare la sentenza della Corte di Giustizia 9/3/1978 (causa 106/77)  Min. Finanze italiano vs Simmenthal, secondo cui: “il giudice nazionale, incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le disposizioni di diritto comunitario, ha l’obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando, all’occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della legislazione nazionale, anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale”; inoltre, la sentenza 19/6/1990 (causa 213/1989) – Due, Pres. ; Tesauro, Avv. Gen. – rinvio pregiudiziale della House of Lords, Segretario di Stato per i trasporti del Regno Unito /società Factortame, secondo cui: “il giudice nazionale deve disapplicare le leggi nazionali che gli impediscano di emettere provvedimenti provvisori di indole cautelare a tutela di diritti fondati sulle norme comunitarie, quando ciò sia necessario al fine di garantire la piena efficacia satisfattiva della finale decisione di merito e di assicurare una applicazione uguale ed uniforme delle norme comunitarie nei confronti di tutti i destinatari dei vari Stati” [4].

 

La sentenza della Corte di Giustizia testè richiamata - in particolare e, correlativamente,  ad altre più generiche - è stata considerata come “l’emergere –lento ma efficace - di una serie di principi che può dirsi di “diritto processuale comunitario; nell’ambito dei quali, è stato detto: non poteva che spettare un ruolo preminente alla problematica vivissima, non solo in Italia, della tutela cautelare urgente. E chi pure non sia incline all’enfasi, difficilmente potrà negare alla stessa sentenza il rango di pronunciamento giurisprudenziale di portata storica o non ravvedervi una tappa attesa ed importante nella costruzione del nuovo diritto europeo, che tocca  infine, a pieno, la dimensione processuale.

In relazione alla medesima sentenza, infine, si è anche rilevato, nel contesto di un commento a due ordinanze pretorili emesse ex art. 700 nei confronti dell’amministrazione finanziaria,  che, alla stregua delle statuizioni della sentenza Factortame, dovrebbe riconoscersi al giudice tributario ( per ciò che riguarda, ovviamente, il relativo contenzioso) il potere di disapplicare tutte le norme di diritto interno che gli precludano la possibilità di concedere misure cautelari.

Comunque, sembra ormai pacifico che la Corte di Giustizia, più in generale, abbia una giurisprudenza particolarmente abbondante sviluppatasi sull’art. 6 della Convenzione Europea, a stregua del quale chiunque ha diritto a che la sua causa sia giudicata equamente da un giudice indipendente ed imparziale.

 

10) Per quanto sopra evidenziato, ritiene, questa Commissione, che, in base agli artt. 30 lett. h) della L. 30/12/1991 n. 413 e 47 del D. lgs. n. 546/1992 – più volte richiamati – con un’adeguata interpretazione letterale, logica e sistematica, il potere di sospensione non debba con certezza considerarsi  normativamente limitato al giudizio di primo grado. In quanto -  come, tra l’altro si è già detto, nell’esame di quest’ultima norma - anzitutto, non possono essere decisive in tal senso, né l’indicazione della commissione tributaria di primo grado alla quale per tale sospensiva non poteva non rivolgersi il contribuente in quel grado del giudizio; né la cessazione degli effetti della sospensione dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado, riferendosi ciò, ovviamente, alla procedura cautelare nei limiti di quel grado del giudizio. Aggiungasi,inoltre, sia quanto disposto dall’art. 61 del D. lgs. 546/1992, così come interpretato da parte della dottrina e della giurisprudenza tributaria, con riferimento al rinvio delle norme del giudizio di primo grado applicabili anche in appello; sia quanto enucleabile da tutta la disciplina del nuovo processo tributario, tendenzialmente protesa all’adeguamento e all’integrazione di tale rito, rispetto a quello previsto dal c.p.c.. Senza poter trascurare, infine, la sottesa ratio desumibile da un’adeguata lettura della Legge delegante del 30/12/1991, n. 413, art. 30 lett. g) (Adeguamento delle norme del processo tributario con quelle del processo civile) e art. 1, comma 2° del D. lgs. 546/1992 (I giudici tributari  applicano le norme del presente decreto e, per quante da esse non disposto e con esse compatibili, le norme del c.p.c.); ed, inoltre, con particolare attenzione, i principi dell’ordinamento costituzionale italiano e di quello comunitario (senza, peraltro, sia ben chiaro, pronunciarsi in questa Sede sull’ancor dibattuto problema, in dottrina ed in giurisprudenza, sulla generalizzata preminenza del secondo sul primo).

Tale soluzione del problema non incide negativamente, a parere di questa Commissione, sulla interpretazione di quella parte della dottrina e della giurisprudenza, già riportata, circa il collegamento degli artt.47, 49 e 68 del D.lgs. 546/92, in ordine alla esecuzione delle sentenze emesse dal giudice tributario; in quanto, il combinato disposto di dette norme può considerarsi immune da rilievi, nei casi in cui non ricorrano, comunque, gli estremi della eccezionale urgenza, del fumus e del periculum in mora, che comportano, invece, la valutazione del caso per caso, in relazione alle richieste del contribuente ed alle ragioni del Fisco, dinanzi al giudice tributario.

 

Si precisa, tuttavia, che, a parere di questa Commissione, la misura cautelare in appello con richiesta di sospensione dell’atto impugnato ha come presupposto, anzitutto, che debba essere precisato l’oggetto della richiesta motivata adeguatamente per il fumus e per il periculum in mora, in coerenza con le norme citate e con riferimento ad alcuni tra agli atti impugnabili indicati dall’art. 19 ( in particolare: l’avviso di accertamento dei tributi, nelle sue varie forme di rettifica delle dichiarazioni di accertamento d’ufficio e di accertamento valori; l’avviso di liquidazione del tributo; il provvedimento che irroga la sanzione;  il ruolo e la cartella di pagamento e l’avviso di mora: Circ. Min. n. 98E); inoltre, che debba, ovviamente, trattarsi di richiesta contestuale all’atto di appello o con atto separato, ma con situazioni riferentesi ad epoca corrispondente o successiva alla sentenza impugnata, sia per quanto riguarda il fumus, sia per ciò che concerne, soprattutto, il periculum in mora. Tenendo conto, in proposito, che, comunque, l’ordinanza motivata del Collegio di I grado non è impugnabile, ma, eventualmente revocabile o modificabile, prima della sentenza, così come espressamente disposto dall’art. 47 comma IV e VIII del D.Lgs. più volte citato (anche se, sulla non impugnabilità di un’ordinanza motivata sono state espresse molte perplessità in dottrina).

E’ ovvio, che qualsiasi preoccupazione paventata da parte della dottrina caratterizzata da differenti interpretazioni delle norme citate, abbia un limite insuperabile nel delicatissimo e fondamentale compito del giudice tributario di valutare adeguatamente i due elementi del fumus e del periculum in mora, onde evitare che possa verificarsi, da un lato, un tentativo di eludere o dilazionare quanto dovuto dal contribuente, e, dall’altro, di impedire che quest’ultimo possa subire, a sua volta, un pregiudizio del suo diritto-dovere  di difendersi adeguatamente in un contraddittorio caratterizzato - ormai, anche nel processo tributario - dal rispetto di quanto stabilito nelle ultime disposizioni già citate, con particolare riferimento alla Legge 27 Luglio 2000, n. 212; e, soprattutto, dal novellato art. 111 della Costituzione (Disposizioni in materia di Statuto dei diritti del contribuente e Principio del Giusto Processo).

 

11) Ritiene questa Commissione che, con la soluzione sopra adottata – supportata necessariamente, in modo inconsueto, così diffuso – possa superarsi, anzitutto, il problema di una eventuale dissonanza con quanto stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale n°165/2000, più volte richiamata. Ciò perché la questione è stata affrontata in questa sede in modo diverso (consentito, però, trattandosi di sentenza di non fondatezza della questione proposta), specie con riferimento – sia pure non esclusivo – alla valutazione dell’atto impugnato (e non della sentenza)[5].

Si è d’avviso, quindi, che con le conclusioni sopra riportate da parte di questa Commissione, si possa far riferimento ad  interpretazioni orientate, non solo col nostro sistema costituzionale nel suo complesso, ma anche con i principi consolidati del diritto comunitario in tema, come sopra precisati.

 

 

B) Questione di costituzionalità proposta ex artt. 47 del D lgs. 546/1992 e 19 del D lgs. 472/1997

 

12) Occorre ora pronunciarsi in ordine alla prospettata questione di costituzionalità degli artt. 47 e 19 da parte del difensore dei richiedenti - così come specificata nella narrativa -  ed, all’uopo, ritiene questa Commissione che, avendo accolto la tesi della possibilità di proporre dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale la richiesta di sospensione dell’esecuzione dell’atto, ex artt. 47 e 61 del D lgs. 546/1992, per le ragioni esposte, non dovrebbe avere alcuna fondatezza e rilevanza il dubbio di costituzionalità circa una disparità di trattamento da ravvisare tra le due discipline. Comunque, per compiutezza di indagine, è opportuno richiamare quanto già evidenziato da parte della dottrina alla quale si è aderito, per quanto concerne il riferimento della sospensione dell’atto e non della sentenza. E cioè: “In questa ottica, l’art. 19, comma 2 del D lgs. 18/12/1997, n°472, che riconosce alla Commissione Tributaria Regionale il potere di sospendere l’esecuzione della sanzione (rectius: l’esecuzione del provvedimento di  irrogazione della sanzione amministrativa) non è norma innovativa, ma disposizione che rende manifesto, per le sanzioni, un dato normativo non rilevato dagli interpreti, ma già insito nel sistema”.

 

Sul punto, comunque, si è osservato che: “anteriormente alla riforma, attuata dal D. lgs. 472/1997, in materia di sanzioni amministrative tributarie, le disposizioni di legge sul processo tributario prevedevano, come regola generale, quella della riscuotibilità delle sanzioni pecuniarie, a seguito dell’impugnazione della sentenza di primo grado, solo dopo l’esaurimento del giudizio di appello (l’art. 68, terzo comma D. lgs. 546/1992, prima delle modifiche apportate dal D. lgs. 472/1997 stabiliva che …le sanzioni pecuniarie debbono essere corrisposte dopo l’ultima sentenza non impugnata o impugnabile solo con ricorso in Cassazione). L’intendimento del legislatore (escludere la riscossione delle sanzioni quando vi è stata solo la pronunzia del giudice di primo grado, in quanto tale caratterizzata ancora da un elevato grado di opinabilità) si uniformava a quanto stabilito in precedenti disposizioni contenute in singole leggi di imposta, che prevedevano detta riscossione solo dopo la definitività della decisione della controversia…Diversa è la soluzione accolta dal D lgs. 472/1997, perché, infatti, alle decisioni delle Commissioni tributarie in materia sanzionatoria viene, espressamente,  attribuita efficacia esecutiva nei limiti previsti dall’art. 19; quest’ultima norma, rendendo applicabile il disposto dell’art. 68 del D lgs. 546/1992, anche nei casi in cui non è prevista riscossione frazionata, determina un sistema in base al quale le sanzioni sono riscosse…Come contraltare di tale disciplina maggiormente gravosa per il contribuente, il citato art. 19, secondo comma, ha attribuito alla Commissione Regionale un potere di sospensione della sentenza pronunciata in primo grado, nella parte in cui stabilisce sulle (o comunque è riferibile alle) sanzioni, applicando la normativa contenuta nell’art. 47 sulla sospensione cautelare dell’atto impugnato, in quanto compatibile (con obbligo di esercizio di detto potere, nel caso di prestazione di idonea garanzia)”.

 

13) Orbene, pur prendendo atto dell’analisi della normativa dettata dal D. lgs. 472/1997, così come esposta da parte della dottrina, questa Commissione rileva che gli stessi Autori, partono da un presupposto diverso da quello ritenuto da questo stesso Giudice e sopra riportato; e cioè, in estrema sintesi, il riferimento alla sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato e non della sentenza (ex artt. 47, 61, 68 del D. lgs. 546/1992 e 89 del D. lgs. 472/1997).

Trattasi di una diversa ottica dell’impianto legislativo, da parte dei medesimi Autori e di alcune decisioni della giurisprudenza, e cioè quello della non sospendibilità dell’esecuzione delle sentenze di primo grado da parte della Commissione Tributaria Regionale sulla base degli artt. 49 e 68 del D. lgs. suddetto e del richiamato (ed escluso con molte incertezze e contraddizioni) art. 337 c.p.c.; ed anche degli artt. 283, 373 e 401 dello stesso codice di rito civile, riferentesi alla sospensione dell’esecuzione delle sentenze per i motivi suindicati da queste ultime norme (non tenendo, invece, adeguatamente conto di quanto espressamente e letteralmente previsto dagli artt. 47, 61 e 68 del medesimo D. lgs. e dalla legge Delega del 1991, ampliamente richiamata in questa ordinanza).

Conseguentemente, detti Autori, si pongono - in modo, peraltro, palesemente contrastante – il problema degli effetti della più recente normativa ex art.  19 del D. lgs. 472/1997 sulla disciplina relativa alla misura cautelare di cui all’art. 47 del D. lgs. 546/1992.

 

Pertanto, secondo alcuni: “la nuova normativa contenuta nel secondo comma dell’art. 19 del D. lgs. 472/1997 non fornisce elementi a sostegno della tesi che ritiene ammissibile, in via generale, la sospensione delle sentenze pronunciate in primo grado dalle Commissioni Tributarie. Anzi viene piuttosto avvalorata la tesi contraria. Può inoltre affermarsi che non emergono ulteriori elementi di incostituzionalità delle disposizioni contenute nel D. lgs. 546/1992, che, come osservato, escludendo tale sospensione, determinerebbero un’ingiustificata disparità di trattamento, in termini di minor tutela, tra tributo e sanzione. La previsione espressa della sospensione in esame esclusivamente in materia sanzionatoria risponde ad una serie di motivazioni di cui il legislatore ha certamente tenuto conto. Ciò induce ad escludere che detta sospensione sussista al di fuori del suo specifico campo di applicazione, poiché vi sono, come già considerato, rilevanti ostacoli normativi in tal senso. Le successive considerazioni inducono pure a negare che una differenziazione di disciplina tra tributo e sanzione, in termini di maggiori garanzie previste a favore del contribuente in relazione a quest’ultima, origini una irrazionale disparità di trattamento. Infatti: a) il legislatore ha sempre dotato la riscossione delle sanzioni di una maggior tutela a favore del contribuente rispetto alla riscossione delle imposte, stabilendo una riscossione “posticipata” delle prime rispetto alle seconde. La previsione di una possibilità di tutela cautelare in secondo grado limitata alle sanzioni appare quindi in sintonia con il sistema, rispondendo ad una scelta di fondo del legislatore stesso, non configurandosi la pretesa ipotesi di “anomalia sistematica; b) il legislatore, accordando, con il potere di sospensione del giudice di appello, questa maggior tutela pur limitata rispetto alla precedente riscossione “posticipata”, ha tenuto in debito conto sia la circostanza che spesso le sanzioni possono raggiungere importi elevati e comunque superiori allo stesso tributo, sia il fatto che possono – in particolare dopo la attuale riforma del sistema sanzionatorio amministrativo – verificarsi ipotesi in cui, pur essendo dovuto il tributo, non sono viceversa dovute le sanzioni, o queste sono state irrogate dall’Ufficio in misura “eccessiva”. Al riguardo si pensi alla mancanza dell’elemento soggettivo – ovvero alla mancata considerazione dello stesso, da parte dell’Ufficio, nella commisurazione della sanzione – con particolare riferimento alle cause di non punibilità di cui all’art. 6 del D. lgs. 472/1997. Inoltre non si può omettere di considerare che, nell’attuale sistema sanzionatorio, possono realizzarsi ipotesi di divergenza tra il soggetto che ha realizzato il presupposto del tributo, e il soggetto chiamato a rispondere a titolo di sanzione. E’ il caso del consulente il quale, nell’ipotesi di violazioni commesse nell’esercizio di attività di consulenza tributaria relativa a problemi di particolare complessità, potrà evitare l’applicazione di sanzioni provando la mancanza di dolo o colpa grave ex art.5 D. lgs. 472/1997; c) la diversa funzione che svolgono, anche a livello di normativa costituzionale, il tributo da un lato e la sanzione dall’altro, giustifica un trattamento differenziato delle due figure e la previsione di un regime maggiormente garantista nel secondo caso. Ciò detto, ribadiamo che le considerazioni sopra esposte prescindono dalla valutazione circa la validità di un sistema che esclude una piena tutela cautelare in secondo grado in relazione alla riscossione del tributo. Né possono dimenticarsi le perplessità avanzate in dottrina in relazione alla scelta del legislatore di “anticipare” la riscossione, sia pure parziale, delle sanzioni rispetto al sistema precedente.

Secondo altri: l’effetto della disposizione di cui all’art. 19, secondo comma, del D. lgs. 472/1997 è stato tale, nell’impianto del sistema processuale tributario, da intervenire si sulla disciplina positiva dell’esercizio della potestà cautelare in grado di appello in materia di sanzioni, ma anche da provocare una diversa lettura delle norme processuali per quanto riguarda l’esercizio della medesima potestà con riferimento alle imposte, qualora – come sembra – tale diversa lettura debba condurre a riconoscere il potere di sospensione del giudice di appello anche della parte di sentenza di primo grado che statuisce sul tributo.

A parere di altri ancora:”l’art. 19 del D. lgs. 472/1997 ha messo un punto fermo, riconoscendo, quanto alle sanzioni, che le Commissioni Tributarie Regionali possono sospendere l’esecuzione della sentenza resa in primo grado. Questo punto fermo, però, sembra potersi calare armonicamente nel vigente tessuto normativo soltanto a condizione che il potere sospensivo venga riconosciuto ai giudici d’appello anche in relazione ai tributi ed agli interessi iscritti a ruolo. Diversamente, infatti, si dovrebbe ipotizzare che, pur sussistendo il fumus boni iuris nell’appello e il periculum in mora, tali presupposti possano esplicare effetti per le sole sanzioni, ed è appena il caso di rilevare che difficilmente siffatta ipotesi riuscirebbe ad uscire indenne dal vaglio della Consulta, nel caso in cui venga eccepita la violazione dell’art. 3 Cost. sotto il profilo della ragionevolezza”.

C’è poi chi sostiene che: “occorre considerare che, proprio perché le sanzioni di regola possono avere esecuzione solo dopo la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale, rispetto ad essa, il giudizio davanti alla Commissione Tributaria Regionale costituisce in effetti il primo grado di giudizio e risulta, dunque, del tutto naturale e perfettamente ragionevole che alla Commissione Tributaria Regionale sia riconosciuto il potere di sospensione cautelare sulle sanzioni che generalmente spetta alla Commissione Tributaria Provinciale per i giudizi riguardanti le imposte e gli interessi;  senza che questo potere anche per le imposte e per gli interessi debba essere generalmente esteso alla Commissione Tributaria Regionale, quando già è riconosciuto alla Commissione Tributaria Provinciale in primo grado”.

Ed ancora: “occorre osservare come la questione relativa alla sospensione o meno delle sentenze del giudice tributario nei vari gradi di giudizio assume oggi un’importanza particolare considerato che la legge di riforma delle sanzioni tributarie, di cui al D. lgs. 18/12/1997, n° 472 ha previsto che la Commissione Tributaria Regionale può sospendere l’esecuzione della sentenza di primo grado, limitatamente alle sanzioni, dopo un sommario esame della fondatezza dell’atto di appello e della sussistenza di un danno grave e irreparabile del contribuente. La sospensione, peraltro, deve essere in ogni caso concessa quando viene prestata idonea garanzia a mezzo di fideiussione bancaria e assicurativa (art. 19 D. lgs. 472/1997). La nuova disciplina generale in materia di sanzioni tributarie ha infatti introdotto il sistema di riscossione frazionata delle sanzioni in pendenza di giudizio, ricalcando le regole che l’art. 68 del D. lgs. 546/1992 prevede in ordine al pagamento del tributo. La parziale esecutività della sentenza relativamente alla riscossione provvisoria delle sanzioni, nel limite massimo di due terzi, ove il ricorso venga respinto, o nella diversa misura stabilita dalla Commissione Tributaria Provinciale, ha indotto il legislatore ad attribuire al giudice di appello un potere cautelare che lo stesso non ha in ordine al tributo controverso. Forse una spiegazione di tale diverso atteggiamento normativo potrebbe essere rinvenuta nelle maggiori esigenze di tutela che il legislatore ha voluto riconoscere al Fisco per la riscossione di somme ( i tributi) che sono comunque dovute ab origine dal contribuente, rispetto invece ad altre (le sanzioni) che sono soltanto “aggiuntive” e che vengono richieste soltanto per “punire” il comportamento trasgressivo del contribuente. La circostanza che il legislatore abbia ora espressamente previsto la possibilità di ottenere innanzi al giudice di appello una tutela cautelare limitatamente al profilo sanzionatorio, avallerebbe, peraltro,a nostro avviso, la tesi che, nell’ambito del processo tributario, non possano trovare applicazione le disposizioni processual-civilistiche che consentono la sospensione delle sentenze di primo e di secondo grado. Certo è che appare comunque singolare che, nell’ambito di un sistema processuale, vi siano due regimi differenti e che il giudice di appello, mentre potrà concedere la sospensione della riscossione delle sanzioni, avrà precluso l’analogo potere per ciò che concerne il tributo controverso”.

Infine, si è anche rilevato che: “su questa via si è correttamente posta, del resto, la Commissione fiorentina (Commissione Tributaria Regionale di Firenze, Ord. 19/3/1998), tuttavia rispolverando, per negare l’ammissibilità della tutela inibitoria, risalenti argomenti – in passato patrimonio anche del giudice delle leggi e di quello di legittimità – secondo cui nella riscossione frazionata andrebbe ravvisata una sorta di protezione cautelare predeterminata dalla legge e tale da escludere, quindi, la sospensione ope iudicis. Discorso, codesto, privo di fondamento, posto che il frazionamento della riscossione nulla ha a che vedere con la tutela cautelare, la quale esige un apprezzamento concreto del fumus boni iuris e del periculum in mora e non può essere affidata ad astratti parametri normativi, i quali riguardano solo il quantum del tributo e sono correlati all’ammontare dello stesso, sicchè non escludono affatto la possibilità di un pregiudizio grave ed irreparabile derivante dall’esecuzione della sentenza; ciò che è ictu oculi dimostrato proprio dalla vicenda oggetto dell’ordinanza in esame, concernente un carico tributario di alcuni miliardi. Una volta riconosciuto che anche nel processo tributario l’attribuzione di rimedi inibitori è essenziale ai fini dell’effettività della tutela giurisdizionale, non sembra si possa sfuggire all’alternativa o di ritenere applicabile al processo tributario l’art. 283 e, per il caso di ricorso per cassazione, l’art. 373 del c.p.c., ovvero di sollevare la questione di legittimità costituzionale degli artt. 47 e 49 del D. lgs. n. 546/1992, in quanto limitano la sospensione dell’atto impositivo al giudizio di primo grado e non consentono di sospendere, negli ulteriori gradi del giudizio, l’efficacia immediata della sentenza impugnata. Col quadro normativo innanzi considerato, in cui prevalgono elementi sistematici negativi che si ricavano, per un verso, dall’inapplicabilità della disciplina dell’esecutività delle sentenze civili e, per un altro verso, dalla limitazione del rimedio della sospensione all’atto impugnato, è arduo seguire la via dell’interpretazione adeguatrice basata sul generale richiamo delle norme del c.p.c. E ciò a maggio ragione ove si consideri che l’art. 283 del c.p.c. individua il presupposto della sospensione nell’esistenza di “gravi motivi”, che è formula più ampia e diversa rispetto alla dicitura usata nell’art. 47 del D. lgs. 546/1992, ed altresì che, non potendo essere utilizzato il procedimento delineato nel giudizio civile, occorrerebbe applicare analogicamente la procedura di cui a tale disposizione. Al riguardo, quindi, sembra preferibile la conclusione negativa cui è pervenuta la Commissione fiorentina; la quale, tuttavia, ad avviso di chi scrive, non poteva respingere l’istanza di sospensione, bensì, secondo l’alternativa innanzi delineata, avrebbe dovuto sollevare la questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 24 della Costituzione. In proposito va altresì osservato che il sospetto di incostituzionalità – verosimilmente anche in relazione al diverso parametro di cui all’art. 3 della Costituzione – è ora alimentato pure dagli artt. 18, comma 4, e 19, comma 2, del D. lgs. 18 dicembre 1997, n. 472 (contenente disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie): la prima disposizione stabilisce che le decisioni in materia delle commissioni tributarie sono immediatamente esecutive (chiarendo a livello normativo quanto già si evince dalla disciplina del D. lgs. 546/1992); la seconda disposizione, nel recepire per le sanzioni pecuniarie lo stesso sistema di esecuzione provvisoria disciplinato dall’art. 68 del D. lgs. 546/1992, attribuisce alla commissione tributaria regionale il potere di sospendere l’esecuzione della sentenza impugnata secondo le previsioni dell’art. 47. E non si configurano valide ragioni giustificative della diversità di trattamento tra le statuizioni concernenti il tributo e quelle concernenti le sanzioni, che possono rinvenirsi nella stessa sentenza e sono accomunate nelle stesse medesime modalità di riscossione”.  

 

14) Non ritiene questa Commissione, comunque, che le considerazioni sin qui esposte dai medesimi autori, con alcuni riferimenti testuali alla normativa che disciplina la materia delle misure cautelari in primo grado e in grado di appello – possano incidere  sulla tesi prospettata e che, ancora una volta, si ritiene di ribadire e cioè che: l’art. 19 , comma 2°, del D. lgs. 18/12/1997 n° 472, che riconosce alla Commissione Tributaria Regionale il potere di sospendere l’esecuzione della sanzione (rectius: l’esecuzione del provvedimento di irrogazione della sanzione amministrativa = atto) non è norma innovativa, ma disposizione che rende manifesto, per le sanzioni, un dato normativo non rilevato dagli interpreti, ma già insito nel sistema.

Per sviluppare ulteriormente questa tesi, si ritiene, ormai, indispensabile – anche per motivi di chiarezza argomentativa da parte di questa Commissione – richiamare quanto disposto testualmente dalle norme oggetto di disamina specifica.

Orbene, a prescindere dalla prospettata tesi di questa stessa Commissione, il dettato legislativo – anche ex art. 12 delle preleggi – è espresso nel modo che segue: art. 18, D. lgs  472/1997 (Tutela giurisdizionale e ricorsi amministrativi) comma 1°: “contro il provvedimento di irrogazione è ammesso ricorso alle Commissioni Tributarie”; comma 4°: “le decisioni delle Commissioni tributarie e dell’autorità giudiziaria sono immediatamente esecutive nei limiti previsti  dall’art. 19”; art. 19 (esecuzione delle sanzioni) comma 1°, del D. lgs. 472/1997: “in caso di ricorso alle commissioni tributarie, anche nei casi in cui non è prevista riscossione frazionata, si applicano le disposizioni dettate dall’art. 68, commi 1 e 2, del D lgs. 31/12/1992, n° 546, recante disposizioni sul processo tributario”; comma 2°: “la commissione tributaria regionale può sospendere l’esecuzione applicando, in quanto compatibili, le previsioni dell’art. 47 del D. lgs. 31 dicembre 1992, n. 546”; comma 3: “la sospensione deve essere concessa se viene

prestata idonea garanzia anche a mezzo di fideiussione bancaria o assicurativa”; art. 47, D. lgs 546/1992, (sospensione dell’atto impugnato): “il ricorrente, se dall’atto impugnato può derivargli un danno grave ed irreparabile può chiedere alla commissione provinciale competente, la sospensione dell’esecuzione dell’atto stesso con istanza motivata proposta nel ricorso o con atto separato notificata alle altre parti e depositato in segreteria….”; 3° comma: “in caso di eccezionale urgenza il Presidente, previa delibazione del merito, con lo stesso decreto, può motivatamente disporre la provvisoria sospensione dell’esecuzione fino alla pronuncia del Collegio”; 4° comma: “il Collegio, sentite le parti, in camera di consiglio e delibato il merito provvede con ordinanza motivata non impugnabile”; 7° comma: “gli effetti della sospensione cessano dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado”; 8° comma: “in caso di mutamento delle circostanze la commissione su istanza motivata di parte può revocare o modificare il provvedimento cautelare prima della sentenza; art. 68, D. lgs. 546/1992 (pagamento del tributo in pendenza del processo): sono stabiliti i tributi con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali con riferimento alle sentenze delle commissioni tributarie provinciali e di quelle regionali laddove venga respinto il ricorso. Laddove il ricorso venga accolto, il tributo corrisposto in eccedenza rispetto a quanto stabilito dalla sentenza della commissione tributaria provinciale, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali deve essere rimborsato d’ufficio entro 90 gg. dalla notificazione della sentenza”.

Come si evince da quanto ora evidenziato, l’art. 19 del D. lgs. 472/1997, richiama, sia l’art. 68, 1° e 2° comma del D lgs. 546/1992, sia, in quanto compatibili, le previsioni dell’art. 47 del D. lgs. 546/1992.

Orbene, a prescindere dalla compatibilità o meno delle previsioni di cui all’art. 47, senza alcuna precisazione da parte del legislatore del 1997, rileva questa Commissione, che possano prospettarsi, tra gli altri, due tipi di richiesta di sospensione della esecuzione dell’atto impugnato in appello.

Anzitutto – ma molto più raramente, per quanto si è potuto constatare – trattasi di richiesta - come rilevato da parte della dottrina sopra richiamata – che, pur riconoscendo dovuto il tributo, tende, ex art.19 legge 472/97, alla sospensione dell’esecuzione della sanzione perché non dovuta, o perché irrogata in misura eccessiva; oppure alla dimostrazione della mancanza di elementi previsti dalle nuove norme in materia, e cioè l’elemento soggettivo e la sua considerazione da parte dell’ufficio nella commisurazione delle sanzioni, con particolare riferimento alle cause di non punibilità di cui all’art.6 del D.Lgs 472/97; o, ancora la non convergenza tra il soggetto che ha realizzato il tributo e il soggetto chiamato a rispondere al tipo di sanzione (consulente) il quale, nelle ipotesi di violazioni connesse nell’esercizio di consulenza tributaria relativa a problemi di particolare complessità, potrebbe  evitare l’applicazione delle sanzioni provando la mancanza di dolo o colpa grave ex art.5 D.Lgs. 472/1997.

Orbene in casi del genere la “delibazione del merito” di cui all’art. 47 del D.Lgs. 546/92, richiamato per l’applicazione dell’art.19 D.Lgs.472/97 … potrebbe riferirsi in prevalenza alle sanzioni e così il fumus ed il periculum in mora ; anche se non  si ritiene da escludere, in modo categorico, un sia pur limitato esame dell’eventuale nesso eziologico con l’imposta, riferendosi, comunque, ad ogni singolo caso.

Ma, è qui, a parere di questa Commissione, la novità degli artt.18 e 19 con i quali, in definitiva, il legislatore del 1997 ha tra l’altro traslato, in parte, per ragioni sistematiche e politiche, di cui già è stato detto, la disciplina prevista dall’art.68, prima della modifica ( pagamento del tributo e delle sanzioni in pendenza del processo), attribuendo alla Commissione Tributaria Regionale per le ragioni sopra evidenziate, lo specifico potere di sospendere,già il questa sede, a differenza del passato,  l’esecutorietà dell’atto impugnato (sanzioni).

La seconda ipotesi può manifestarsi – come nel caso in esame (vedi istanza  dei ricorrenti) e in quasi la maggioranza degli altri - con la richiesta congiunta di sospensione della esecutorietà dell’imposta impugnata e delle sanzioni ex artt.47, 61, D.Lgs.546/92 e 19 D.Lgs.472/97 sopra riportato.

Orbene, in questa ipotesi, se si aderisse alla, già evidenziata , tesi della non sospendibilità della misura cautelare del tributo in appello e della esclusività della misura stessa alle sanzioni, dovendo, come previsto dall’art.19 D.Lgs.472/97, applicarsi l’art.47 D.Lgs. 546/92 (se compatibile con la prima di queste due norme, ma non si vede l’incompatibilità), al Giudice tributario d’appello non rimarrebbe che di dichiarare pregiudizialmente inammissibile la richiesta di sospensione dell’esecutorietà del tributo senza poter delibare nel merito (fumus e periculum in mora ) relativo a tale richiesta e, quindi, delibare esclusivamente sul merito (fumus e periculum in mora) della sanzione conseguenziale allo stesso tributo, anche nei casi in cui non si formulassero richieste relative soltanto alla sanzione, come sopra indicati.

 

 Comunque, a parere di questa Commissione, seguendo la tesi della non sospendibilità, non sembra molto agevole comprendere, in concreto, come,  perché e con quali effetti, il Giudice tributario potrebbe, in casi del genere, delibare soltanto sulla sanzione (ed in tal caso non si riuscirebbe neppure a comprendere il richiamo legislativo dell’ art.47 D.Lgs. 546/92, che si riferisce ormai, sicuramente, in primo grado, all’atto impugnato (tributo e, non alle sanzioni), senza delibare sul tributo (fumus e periculum in mora relativo allo stesso); che costituisce, senza dubbio il presupposto della sanzione (come, in generale,  per il precetto violato, è la sanzione).

Né si riesce a  rendersi conto come si potrebbe accogliere o respingere la richiesta della sospensione della sanzione per motivi collegati ad entrambi (tributo e sanzione) senza alcuna delibazione o decisione sul tributo. Col possibile rischio per il contribuente e per l’ufficio sentir  sospendere o non una sanzione (a volte, come si è osservato, di notevolissima entità, superiore, addirittura, all’imposta); risultando poi, nell’udienza di trattazione (che dovrebbe essere fissata, ex art.47 6° comma, non oltre il 90° giorno dall’ordinanza di sospensione; ma che, per le note difficoltà operative e l’imponente numero di richieste di sospensive, verificatosi con l’introduzione degli art. 47 D.Lgs.546/92 e 19 del D.lgs. 472/1997 -  per la prima volta nel nostro ordinamento -  può essere fissata necessariamente oltre i 90 giorni ritenendosi tale termine, non perentorio ma ordinatorio),   non dovuta o dovuta completamente o parzialmente l’imposta.

Né si può obbiettare che ciò è insito nelle caratteristiche generali delle misure cautelari, perché ciò avviene con ben altra coerenza e chiarezza (ad es., art. 669 bis e seg. 700 C.P.C., ed, in tema, 283 C.P.C., 373 C.P.C. e lo stesso 47 del D.Lgs.546/92 nel giudizio di I grado dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale).

 

15) Cionondimeno questa Commissione ritiene, che non trattasi di situazioni oggettivamente anomale del sistema legislativo in tema - come rilevato da alcuni autori - e di sospetto di costituzionalità ex art.3 della Costituzione, come affermato da altri; suscettibile di disamina – quasi certamente favorevole - si aggiunge, del Giudice delle leggi. E’, invece di avviso che, per affrontarle, si debba insistere, pregiudizialmente, a livello ermeneutico, sulla valutazione della ratio legis delle disposizioni  in esame, oltre che della  lettera con una interpretazione delle stesse anche in senso costituzionalmente orientato e rispettoso dei principi comunitari in tema, di cui si è ampiamente detto in altra parte di questa ordinanza. E ciò, sembra essere stato realizzato con la tesi cui questa commissione ha aderito (Impugnazione della esecuzione dell’atto  e non della sentenza, per le ragioni già  esposte).

Pertanto, in considerazione di tale orientamento, e di quanto testualmente stabilito dal legislatore del 1991, da quello del 1992,  e da quello del 1997, nonchè dalle rispettive ratio legis, non può affermarsi che gli stessi legislatori abbiano voluto escludere espressamente, con certezza, o tacitamente (ubi non dixit non voluit),  la possibilità in appello  della misura cautelare ex art.47 D.Lgs. 546/92 nei confronti dell’atto impugnato; pur al cospetto, specialmente, del  periculum in mora” eventualmente residuale o verificatosi, beninteso, nella contestualità o successivamente alla sentenza di I grado (come ritiene questa Commissione) e di quanto precisato con l’art.61 dello stesso D.Lgs.(con le osservazioni  di quella parte della dottrina cui si è aderito); certamente tenendo conto dei principi comunitari in tema, cui si è necessariamente e diffusamente parlato. Né si ritiene che il legislatore del 1997 abbia operato – nonostante il Suo intendimento già precisato - con una lettera e con una ratio legis (artt.18 e 19 e richiami, pure indicati) in palese contrasto con il principio di effettività e di coerenza, specie  nella prospettata ipotesi di richiesta contestuale di misura cautelare in appello, sia  per quanto riguarda il tributo, sia per ciò che concerne la sanzione di cui si è fatto cenno, non trascurando gli effetti dannosi o per il contribuente o per il fisco, cui pure si è fatto cenno.

Ne consegue la declaratoria di infondatezza della prospettata questione di costituzionalità degli artt. 47 D.Lgs. 546/92 e 19 D.Lgs. 472/97, per le ragioni evidenziate.

 

 

C) Richiesta di rinvio degli atti alla Corte di Giustizia della UE

 

16) Per quanto riguarda, poi, la richiesta formulata in via subordinata dal difensore dei ricorrenti e relativa alla sospensione del processo ed alla remissione degl’atti alla Corte di Giustizia della C.E., questa Commissione non può non richiamare quanto diffusamente esposto nella prima parte di questa ordinanza.Rilevando, però, che avendo accolto la tesi sopra evidenziata e non quella opposta – seguita da parte della dottrina e da alcune decisioni giurisprudenziali - non può, conseguentemente, accogliere tale richiesta.

Ciò perché, soltanto nel caso di adesione alla tesi della non applicabilità in appello della misura cautelare, poteva ben ravvisarsi un verosimile contrasto tra le norme del nostro ordinamento (artt.47, 49, 68), ed il principio consolidato in quello Comunitario, espresso chiaramente, più volte, con decisioni di notevole rilievo, dalla Corte di Giustizia C.E., ampiamente sopra riportato.

In tal caso questa Commissione avrebbe potuto, o rinviare a detta Corte gli atti ex art.177 del Trattato di Roma per l’interpretazione della normativa richiamata, o, addirittura, secondo l’opinione della stessa Corte e di alcuni autori, disapplicare le medesime norme interne, se impedissero di emettere provvedimenti provvisori di tutela cautelare a tutela di diritti fondati sulle norme o su principi consolidati dell’ordinamento Comunitario, quando ciò sia necessario al fine di garantire la piena efficacia satisfattiva della finale decisione di merito e di assicurare un’applicazione uguale ed uniforme delle norme Comunitarie nei confronti di tutti i destinatari dei vari Stati membri (sent. 19/6/1990, causa 213/1989, Factortame, già citata).

 

           

D) Fumus e Periculum in mora (Dottrina e Giurisprudenza)

 

17) Pertanto, dovendo valutare i requisiti relativi al merito delle imposte di cui si richiede la sospensione dell’esecuzione, questa Commissione ritiene di soffermarsi su quanto rilevato dalla dottrina e dalla giurisprudenza sul punto (in verità molto cospicuamente ma con differenti impostazioni, tenuti presenti i termini usati dal legislatore nell’art. 47 del D. lgs. 546/1992: fumus e danno grave ed irreparabile; periculum in mora).

 

In relazione ad un’ordinanza della Commissione Tributaria Provinciale di Modena del 12 Aprile 1999, si è osservato, in proposito, quanto segue: “L’ordinanza che si annota interessa sotto una pluralità di profili. Le massime di detto provvedimento (“per la applicazione della sospensione dell’atto impugnato, ai sensi dell’art. 47 D. lgs. 546/1992, la gravità del danno deve essere valutata in relazione alle condizioni soggettive della parte rispetto alla pretesa dell’amministrazione finanziaria, mentre la irreparabilità del danno va valutata in termini oggettivi, tale essendo quel pregiudizio insuscettibile di reintegrazione per equivalente. Il periculum sussiste ove la parte sia costretta a ricorrere all’improvviso smobilizzo di beni patrimoniali senza la possibilità di fissare condizioni di vendita adeguate; stante l’autonomia del giudizio cautelare rispetto a quello di merito, ai fini della valutazione del fumus boni iuris è sufficiente la valutazione della non manifesta infondatezza del ricorso senza indagini approfondite sul merito, essendo queste riservate al giudizio principale”) indicano, infatti, come il giudice abbia emesso il provvedimento preoccupandosi di motivare puntualmente ogni elemento su cui ha fondato il proprio giudizio di accoglimento dell’istanza prodotta dal contribuente. Nell’ordinanza, quindi, si affrontano con completezza tanto gli elementi costitutivi del periculum quanto del fumus. Nella prima massima i giudici modenesi affrontano il problema della graduazione del “danno”. L’art. 47 del D. lgs. 546/1992 subordina infatti la sospensione cautelare dell’atto alla sussistenza di un danno “grave ed irreparabile” derivante dalla sua esecuzione. Così, come in ogni altra forma cautelare, si rileva che la disciplina più o meno rigorosa del rimedio opera soprattutto a mezzo della definizione della gravità del danno richiesto come presupposto. In particolare, quanto al codice di procedura civile, viene a mente il disposto dell’art. 624 (sospensione per opposizione all’esecuzione) che fa riferimento a “gravi motivi”; la stessa formula è utilizzata dall’art. 283 (provvedimenti sull’esecuzione provvisoria in appello). E’ invece richiesta la minaccia di un “pregiudizio imminente ed irreparabile” per l’ottenimento di un provvedimento ex art. 700 c.p.c.. Formula pressoché identica a quella dell’art. 47 è invece utilizzata tanto dall’art. 373 c.p.c. (sospensione della esecuzione delle sentenze di appello) e dall’art. 21 della Legge 6 dicembre 1971, n. 1034 (Legge istitutiva dei TAR). Quali osservazioni possono farsi sulla base di questi spunti comparativi? Certamente, come si è rilevato in dottrina, le disposizioni della Legge sui Tar vanno lette tenendo conto del fatto che buona parte degli atti amministrativi oggetto di sospensione non riguardano certamente un obbligo di pagamento di somme, ma, più facilmente, atti a fronte dei quali può verificarsi un danno qualificato, non di tipo patrimoniale; l’art. 700 c.p.c.,  per contro, va differenziato nettamente a ragione del fatto che – almeno in origine – questa tutela cautelare è stata prevalentemente utilizzata, non per tutelare posizioni creditorie e pecuniarie ma, più specificatamente, diritti quali la proprietà o altri diritti assoluti e, comunque, nell’ottica di frenare attività normalmente lecite. Se poi si volge attenzione all’art. 373 c.p.c. la cui formulazione accoglie anch’essa il danno qualificato da “gravità e irreparabilità” non può farsi a meno di rilevare l’eccessiva severità dell’art. 47, poiché tale identità di formulazione pone sullo stesso piano una disposizione (l’art. 47) con cui si dispone la tutela contro un  atto dell’amministrazione finanziaria, non ancora sottoposto ad alcun sindacato amministrativo o giurisdizionale,ed una disposizione (l’art. 373 c.p.c.) che opera nei confronti di un atto giurisdizionale risultante da due successivi esami a cognizione piena, conclusisi in modo sfavorevole al richiedente il provvedimento cautelare. Il legislatore ha quindi esagerato e ben avrebbe potuto optare per il più coerente (sul piano sistematico) e proporzionato parametro dei gravi motivi (si auspica, infatti, sul punto, una diretta modifica legislativa al fine di non rendere la misura cautelare un semplice miraggio).  Ciò premesso, tornando alla letteralità della norma, è quindi facile individuare negli elementi della gravità e della irreparabilità gli elementi qualificanti del periculum. Quanto alla gravità si tratta, a ben vedere, di un parametro piuttosto “elastico” che si presta a valutazioni fortemente soggettive, giacché, trattandosi di danni esclusivamente patrimoniali, la gravità non potrà – ovviamente – costituire un concetto assoluto ma dovrà necessariamente rapportarsi al soggetto colpito dal provvedimento impugnato. In questo senso si esprime con chiarezza l’ordinanza qui annotata.  Nello studio del concetto di irreparabilità, la dottrina si è mossa tra l’estremo di considerare inesistente l’irreparabilità ove fosse ravvisabile la “risarcibilità” del diritto o la possibile lesione di diritti di rango costituzionale. Ad un altro estremo, peraltro, si è giunti a ritenere qualunque ritardo mai pienamente risarcibile. Riteniamo, tuttavia, che il primo passo verso la soluzione del problema, risieda – come rilevato dalla dottrina più attenta – nel riferire la valutazione dell’irreparabilità del pregiudizio non tanto alla situazione giuridica “statica”, ove rileva solamente il diritto fatto valere in giudizio ma, piuttosto, al diritto nel suo aspetto “dinamico”, in relazione al quale assume rilevanza preponderante la posizione soggettiva del soggetto tutelando. Sono peraltro da respingersi  traduzioni del concetto di gravità ed irreparabilità in termini di “danno non facilmente o non integralmente risarcibile” o di “serio pregiudizio” o, comunque, con altre espressioni palesemente tautologiche; tali descrizioni risultano dimentiche della lettera della norma. L’irreparabilità andrà quindi intesa nel senso della irreversibilità, ma ciò non con riferimento all’oggetto del diritto tutelato in giudizio, bensì con riferimento alla posizione soggettiva del contribuente ed in considerazione delle conseguenze sfavorevoli che questi potrebbe subire dall’esecuzione dell’atto impugnato nelle more del giudizio. In questi termini, pertanto, si può comprendere l’art. 47 come posto a prevalente garanzia della effettività della tutela giurisdizionale, quindi nei termini della più classica funzione della tutela cautelare, strumento attraverso il quale si deve evitare che nelle more di un giudizio – dai tempi plausibilmente lunghi – nella sfera patrimoniale e non patrimoniale del contribuente si vengano a determinare modifiche che tale giudizio non potrà riparare. A livello, poi di approfondimento del merito richiesto ai fini della delibazione nel giudizio cautelare , la dottrina ha utilizzato le più diverse definizioni e si è così parlato di “probabilità della fondatezza del merito del ricorso” oppure di “non manifesta infondatezza” o, ancora, di domanda “più facilmente accoglibile che respingibile”. Ci pare che un’eccessiva attenzione a dispute meramente terminologiche sarebbe senz’altro oziosa e non utile al fine di comprendere quali linee guida debbano effettivamente essere seguite dal giudice. E’ quindi opportuno svolgere le nostre ulteriori considerazioni muovendoci fra le due vie, per così dire, “estreme”; la prima che individua l’attività del giudice come volta alla sola ricerca di eventuali manifeste ragioni di inammissibilità per infondatezza del ricorso, la seconda incentrata su un’effettiva prognosi circa il giudizio definitivo, una anticipazione fondata su una valutazione sommaria anticipata di tutti gli elementi posti a fondamento del ricorso. Il riferimento alla “delibazione del merito” contenuto nell’art. 47, farebbe senz’altro propendere per la seconda delle ipotesi su riportate. Tuttavia, non può nascondersi qualche perplessità di ordine pragmatico connessa con tale interpretazione e consistente nel timore che un giudizio sommario mirante alla “probabile fondatezza”, con molta probabilità, porterebbe i provvedimenti definitivi ad “appiattirsi” sulle linee già tracciate da quelli anticipatori (peraltro, l’elevato tecnicismo delle controversi tributarie, rende estremamente ardua per il giudice – comunque più che nel processo civile o penale – la prognosi di “plausibilità” o di verosimiglianza, sulla base di accertamenti sommari). Fatta questa considerazione,  è necessario rammentare quanto da autorevole dottrina processualistica fu affermato, e cioè che “tra il far presto e male e il far bene ma tardi, i provvedimenti cautelari mirano soprattutto a far presto”. Proseguendo e concludendo sul problema del fumus, lo stesso autore sostiene che: affinchè sia garantito un effettivo funzionamento del giudizio cautelare nel processo tributario, l’accertamento del fumus debba essere inteso come valutazione volta essenzialmente a respingere istanze ancorate su ricorsi motivati pretestuosamente o manifestamente infondati, lasciando quindi all’accertamento del periculum il ruolo di requisito fondamentale su cui il giudice cautelare dovrà indirizzare la propria attenzione. Nel caso di specie, evidentemente, il giudice ha aderito a quest’ultima impostazione ritenendo che il giudizio di delibazione sia solamente volto ad accertare la non manifesta infondatezza del ricorso.

 

Queste osservazioni, in verità, sono state espresse, da questa Commissione in un caso analogo (Ord. Sosp. Convalidata il 25/07/2001, in seguito a decreto Presidenziale dell’11/07/2001; ricorr. Falco Ambra).

In quella occasione si evidenziò che non può non tenersi  presente, anzitutto quanto sia indispensabile la sollecitudine nell’emettere qualsiasi tipo di provvedimento cautelate, onde evitare che possa vanificarsi lo scopo della procedura stessa, e cioè quello corrispondente al principio per il quale la durata del processo non debba andare a danno di chi abbia ragione, come si è più volte e da più parti rammentato, senza, però, un risultato, specie con la riforma del 1992, essendo stato introdotto, per la prima volta, opportunamente, nel processo tributario, il procedimento incidentale ai fini della sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato. Probabilmente, detto legislatore, non poteva prevedere i persistenti  notevoli inconvenienti che, invece, si sono via via evidenziati, con incolpevoli ritardi, pregiudizievoli, comunque, sia per il contribuente, sia per il fisco. Né si possono obliterare le conseguenze derivate dalla assurda circostanza e cioè che, al fine di istituire le sezioni staccate delle Commissioni Tributarie Regionali, sono stati necessari circa sette anni, con un numero notevolissimo di processi pendenti “in parcheggio” per mancanza di strutture operative; pur se già decisi in primo grado e non in appello. E, tra l’altro, con moltissime istituite Sezioni Staccate delle Commissioni Regionali, oggi non ancora operative; aggiungendosi il numero elevatissimo e crescente dei procedimenti tributari nonostante le misure deflattive previste dalle nuove norme tributarie; e di ciò non può non tenersi conto sia per quanto riguarda il fumus che per il periculum in mora.

Comunque , le stesse osservazioni  meritano di essere condivise nella parte in cui appaiono aderenti alla lettera ed allo spirito delle norme in esame, ripercuotendosi sulla fattispecie da decidere, pur con la dovuta rilevante precisazione, già espressa in questa e nella richiamata ordinanza, in ordine alla necessaria residualità o sopravvenienza del periculum in mora, rispetto alla pubblicazione della sentenza di 1° grado. Tenendo presente all’uopo, che gli effetti della sospensione, eventualmente concessa in tale stato del giudizio, cessano, ex art. 47, comma 6, del D. Lgs. 546/92, con detta pubblicazione e si provvede motivatamente con ordinanza non impugnabile, ex comma 4 dello stesso D. Lgs.; per cui non potrebbe riproporsi in appello la richiesta di sospensione dell’esecuzione dell’atto impugnato, in mancanza di residualità o sopravvenienza del periculum in mora, come sopra precisato.

 

 

E) Caso in esame (Fumus e Periculum in mora)

 

18) Alla luce di tali premesse, questa Commissione, con riferimento specifico alla istanza di sospensione proposta da *** *** e *** ***, ritiene di dover, anzitutto, dichiarare ammissibile, non soltanto la richiesta relativa alle sanzioni agli stessi irrogate ed indicate negli avvisi di accertamento loro notificati, ma, anche, quella concernente l’imposta maggiore dall’Ufficio indicata per le ragioni sopra esposte. (ex artt. 47, 61 D. Lgs. 546/92, e 19 D.Lgs. 472/97).

Sul punto, è utile precisare che questa stessa Commissione, rispetto alle indicazioni della normativa richiamata dai ricorrenti ai fini della sospensione – da cui si evince, comunque, l’intendimento di ottenere, “previa delibazione del merito”, con richiamo dell’art. 47 D. Lgs. 546/92, comma 2°, la sospensione della sentenza di 1° grado – ha ritenuto motivatamente di configurare giuridicamente il fatto e la normativa specifica in modo più adeguato e più compiuto; senza, però, raggiungere i limiti della ultrapetizione.

Passando, poi, alla valutazione del fumus richiesto, è d’avviso questa stessa Commissione, che – sulla base di quanto sopra precisato in tema, in modo più generalizzato – le ragioni asposte dai ricorrenti non possono ritenersi – nei limiti della delibazione del merito in questa sede, né pretestuose, né manifestamente infondate (come precisato nella richiamata Ord. Falco del 25./07/2001).

Ciò, in rapporto agli accertamenti compiuti dall’Ufficio e alla sentenza di 1° grado, per quanto concerne la motivazione richiesta dalla normativa, per niente esaustiva, anzitutto alla misura del ricarico (30%), ritenuto eccessivo e non sufficientemente provato, anche alla luce del comportamento dell’Ufficio stesso in sede di fase conciliativa, laddove aveva accettato facilmente il minore ricarico del 25%. (Vedasi, in tal preciso senso, la stessa decisione di 1° grado). Analogamente può dirsi per la congruità non precisata del ricarico del 20%, ritenuto tale dalla Commissione medesima; ed, ancora, in ordine alla mancata considerazione degli elementi di diritto proposto dalle parti con eventuale soluzione giuridica alternativa che potesse giustificare motivatamente gli assunti dell’Ufficio. Così pure, per quanto concerne le contestazioni relative alla indicazione, del libro IVA, degli acquisti e delle rimanenze iniziali e finali soltanto per valore e non anche per quantità; che, secondo l’Ufficio accertatore, costituirebbe violazione dell’art. 59 del D.P.R. n. 917 del 1986, ed, inoltre, irregolarità di tale gravità a “far venir meno l’attendibilità delle scritture contabili per mancanza di garanzia di una contabilità sistematica, legittimando, di conseguenza il ricorso all’accertamento del reddito d’impresa in via presuntiva a norma dell’art. 39 del D.P.R. 600/73”; mentre i ricorrenti sostengono che, trattandosi di contabilità semplificata delle imprese minori, come nel loro caso, l’art. 18, comma 2°, del D.P.R. 29.9.1973 n. 600 prevede la semplice indicazione del valore e non della quantità di dette rimanenze; e quindi, il comportamento di essi stessi ricorrenti dovrebbe considerarsi legittimo, mentre illegittimo sarebbe quello dell’Ufficio che aveva rettificato la dichiarazione dei redditi ai sensi dell’art. 39, comma 2°, D. Lgs. 546/92, ed aveva operato l’accertamento sulla base dell’art. 62 sexies del D.L. 30.8.1993 n. 331; secondo cui gli accertamenti di cui all’art. 39, comma 1° del D.P.R. 600/73 possono essere fondati sulla esistenza di incongruenze tra i ricavi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni dell’attività svolta. Ed ancora, per quanto riguarda l’applicabilità di detto art. 62 sexies, introdotto con D.L. 30.08.1993 n. 331, convertito nella legge 29.101993 n. 427, che, all’art. 10, stabilisce, come data di entrata in vigore, il giorno stesso della sua pubblicazione senza prevederne la retroattività (problema, in verità, ampiamente discusso in dottrina ed in giurisprudenza); e se anche, per assurdo, dovesse ritenersi retroattivo il disposto dell’art. 62 sexies cit., i ricavi contabilizzati potrebbero essere disattesi soltanto in presenza di gravi incongruenze con i ricavi desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta dal contribuente che debbono, all’uopo essere obbiettivamente riscontrate; ma ciò non sarebbe accaduto, nel caso de quo, mancando gli elementi espressamenti richiesti dalla legge (vedasi, all’uopo: Cass. 27.08.1998, n. 8535; C.T.C. 18.11.1997, n. 556; C.M. 4.5.1994 E II); invece, con l’accertamento impugnato l’Ufficio si era limitato ad effettuare un controllo indiretto dei ricavi sulla base della semplice affermazione dell’esistenza della infedele dichiarazione, ex artt. 38 e 39 del D.P.R. 600/73,  dal momento che la maggiorazione di utile lordo (ricarico) dichiarata nella misura del 15,58% si presenta sensibilmente inferiore a quella del gruppo omogeneo di appartenenza ed a quella prevista dalla legge Visentini ter, pari a circa 30% (percentuale che sarebbe errata, in quanto la tabella prevista dalla legge n. 17 del 17.02.1985, per il commercio al minuto di prodotti alimentari e bevande ai fini IRPEF, prevede un ricarico pari al 25 e non al 30% come sostenuto dall’Ufficio. Ancora, in ordine alla mancanza di indicazione di motivi e dei presupposti dell’incongruità tra i ricavi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche e condizioni dell’attività svolta (analisi richiesta proprio dall’art. 62 sexies cit.) secondo gli appellanti,  mentre l’Ufficio riterrebbe dimostrata l’infedeltà della dichiarazione, soltanto sulla base della circostanza che il ricarico dichiarato risulta inferiore a quello del gruppo omogeneo di appartenenza ed a quello previsto dalla legge Visentini ter. Inoltre, secondo i contribuenti medesimi, non è dato sapere quale sia il ricarico che l’Ufficio definisce applicato dal gruppo omogeneo di appartenenza; e l’Ufficio stesso non poteva poi limitarsi a sostenere che l’attività dei ricorrenti veniva svolta nel Comune di Lecce; dovendo, invece, specificare che il magazzino del *** si trovava in una zona che, considerate le caratteristiche redditueli della clientela, potrebbe definirsi “quartiere popolare” con una percentuale di ricarico ben diversa da quella che può applicare il commerciante di generi alimentari di altra grande città italiana oppure  del centro di Lecce. L’Ufficio medesimo avrebbe dovuto poi specificare il significato di “generi alimentari”  (vendita di specialità tipiche alimentari, o, invece, vendita essenzialmente di pasta, biscotti, latte ed affini) e tener conto che quasi tutti i piccoli imprenditori di generi alimentari avrebbero, notoriamente, attraversato e continuano a trovarsi in profonda crisi, che ha portato molti a cessare l’attività, come nel caso di specie, dato il sempre crescente numero di ipermercati e supermercati con cui è difficile, se non impossibile, competere; pertanto, la presenza di diversi supermercati nelle vicinanze dell’attività del ***, la crisi economica, l’ubicazione del suo negozio, dovrebbero essere tutti elementi che confermerebbero che la percentuale di ricarico dichiarata, corrispondesse a quella realmente applicata e non sarebbe stato possibile applicarne una maggiore; anche perché l’Ufficio II.DD. di lecce, in situazioni analoghe, aveva, notoriamente, applicato una percentuale di ricarico del 10%.

Di tutto ciò non vi è cenno o richiamo adeguato nella motivazione della sentenze appellate, e, pertanto, non può che confermarsi la sussistenza del fumus, nel senso sopra precisato.

Per ciò che riguarda, poi, l’indispensabile periculum in mora nel caso di specie, questa Commissione non può non richiamare tutto quanto esposto, più in generale, dalla dottrina e dalla giurisprudenza sul punto - sia pure con riferimento necessario ad ogni singolo caso - e, possibilmente, senza categoriche e generalizzate affermazioni relative alla gravità ed irreparabilità del pericolo del danno, che potrebbero subire i ricorrenti nelle lunghe more del procedimento se non si procedesse alla sospensione dell’atto impugnato, relativamente all’imposta dovuta ed alle sanzioni irrogate.

Sembra ovvio, comunque, che la delibazione del merito del tributo con la valutazione del fumus, come sopra precisato, non possa non esser correlato, sia con il periculum in mora dello stesso tributo, sia con i due elementi questa volta riferiti alle sanzioni irrogate. Ciò, naturalmente, in coerenza con la tesi di fondo accolta da questa Commissione e più volte, non a caso, precisata.

In ogni modo, però, deve evidenziarsi la sussistenza dei seguenti specifici elementi per ciò che riguarda i ricorrenti appellanti *** – ***.

Innanzitutto, la possibilità di impugnare l’atto di avviso di accertamento loro notificato, contenente la indicazione della maggiore imposta dovuta e delle relative sanzioni ai fini della sospensione dell’esecutività dell’atto impugnato; essendo ciò desumibile chiaramente da quanto sopra precisato con riferimento agli artt. 47 e 19 D. Lgs. 546/92 e 19 D. Lgs. 472/97.

Inoltre, può ravvisarsi, nel caso di specie, una situazione residuale e dinamicamente aggravatasi nel corso del giudizio e successivamente alla pubblicazione della sentenza della Commissione Tributaria Provinciale.

Ancora, questa Commissione rileva che detta situazione è caratterizzata e desumibile dalla esposizione bancaria negativa presso la Banca Popolare Pugliese, come da estratto del 3.02.2001, e, quasi certamente - per i motivi sopra indicati - conseguenziale alla crisi aziendale ed alla cessazione di ogni attività imprenditoriale od altra, da parte del *** sin dal 1999.

Pertanto, la corresponsione dell’imposta stabilita dall’Ufficio e, più riduttivamente, dalla Commissione di 1° grado, oltrechè delle sanzioni, così come specificate  negli avvisi di accertamento, non può non comportare il pericolo di danno sia patrimoniale (in relazione anche ad altri procedimenti di cui è stata chiesta la riunione dinanzi a questa Commissione Tributaria Regionale, con ammontare, tra tributi e sanzioni, di somme  notevoli), sia morale, biologico e riferentesi alla vita di relazione privata e professionale dei ricorrenti nell’ipotesi di un ulteriore atto esecutivo da parte dell’Ufficio procedente. Pericolo di danno irreparabile nelle condizioni attuali dei ricorrenti, come precisate, pur se non irreversibili, ovviamente, per il futuro.

Anche per queste conclusioni non possono non richiamarsi espressamente le osservazioni in tema sulla base della terminologia usata dal legislatore nell’art. 47 del D.Lgs. n. 546/92.

 

 

 

P. Q. M.

 

 

In accoglimento dell’istanza proposta da *** *** e *** ***, dispone la sospensione dell’esecuzione degli avvisi di accertamento nn. 3371010450 e 3371010452.

 

 

Manda la segreteria perché provveda alla notificazione della presente ordinanza alle parti.

 

 Lecce, 27/08/2001

 

                                                                     IL PRESIDENTE RELATORE

                                                                           Dott. Prof. Angelo SODO

 

 

 

 

 


1 Oltre alla constatazione di Questa e di altre Commissioni Tributarie, il Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria, nella seduta del 24/04/2001, si è  così espresso:”Incontro di studi sul tema. Questioni attuali sul processo tributario; nota illustrativa: Le norme che disciplinano il processo tributario, contenute nel D.lgs.n. 546/92, sono state oggetto di contrastanti interpretazioni da parte della dottrina e della giurisprudenza delle Commissioni tributarie e hanno dato origine a dubbi e incertezze. Da qui l’esigenza di dedicare tale incontro di studi alla sola materia processuale, per esaminare in un quadro di completezza, le specifiche problematiche. Nella prospettiva di concretezza operativa e di individuazione delle prassi e criteri interpretativi, si è preferito, quanto ai contenuti, trattare, omissis con particolare attenzione, nella sessione pomeridiana, dedicandola  alla applicazione residuale delle norme del codice di procedura civile, “per quanto non disposto” dal D.lgs. n. 546/92 e “previo giudizio di compatibilità” ( art. 1, comma II, D.lgs. n. 546/92).

2 Tale possibilità, secondo parte della dottrina: “può, infatti, già evincersi dal combinato disposto di cui agli artt. 61 del D. lgs. n. 546/1992, relativo alle norme applicabili nel procedimento di appello; 49 dello stesso decreto in ordine alla applicabilità delle disposizioni del Titolo III, Capo I del libro II del c.p.c., escluso  l’art. 337 e fatto salvo quanto disposto nello stesso decreto; ancora,  359 c.p.c., in ordine al rinvio, nei procedimenti di appello, “in quanto applicabili, alle norme dettate per il procedimento di primo grado davanti al Tribunale se non sono incompatibili con le disposizioni dello stesso Capo”. Con conclusivo effetto dell’applicabilità degli artt. 116 e 117 c.p.c., anche al procedimento tributario in ossequio al disposto dell’art. 1, comma 2° del D. lgs. 546/1992, in base al quale: “i giudici tributari applicano le norme del presente decreto e, per quanto da esso non disposto (è il caso degli artt. 116 –117 cit.)  e con esse compatibili, le norme del c.p.c.”.

 

[3] In tempo relativamente recente, nel corso della Conferenza Internazionale “Droits de l’homme et Communautè europèenne: vers 1992 et au – delà” svoltasi a Strasburgo il 20-21/11/1989, il Ministro di Grazia e Giustizia italiano dichiarava che la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, pur avendo ritenuto di non avere competenza in ordine all’esame della compatibilità con la Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo di una legislazione nazionale non rilevante per il diritto comunitario, ha tuttavia costantemente affermato di avere tra i propri compiti quello di garantire il rispetto dei diritti fondamentali “in quanto facenti parte integrante dei principi generali di diritto”. E anche queste pronunce della Corte di Giustizia sono ricordate nel preambolo della Dichiarazione Comune del Parlamento Europeo, del Consiglio e della Commissione sottoscritta a Lussemburgo il 5/4/1977, nella quale, i tre organismi del Parlamento stesso, del Consiglio e della Commissione, congiuntamente, sottolineavano l’importanza essenziale da essi attribuita al rispetto dei diritti fondamentali, quali essi risultano in particolare dalle Costituzioni degli Stati membri nonché dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4/11/1950, con l’impegno a continuare a rispettare tali diritti nel perseguimento degli obiettivi delle Comunità Europee.

Qualche anno dopo (1992), a Lussemburgo, nel Quarantesimo Anniversario della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, l’allora Presidente della Stessa Corte (Ole Due) dichiarava che “nell’ambito delle sue competenze, la Corte ha operato per attribuire a tali diritti la tutela giurisdizionale più efficace possibile. Nei suoi sforzi, essa ha avuto un appoggio esemplare dei giudici degli Stati membri che non hanno minimamente esitato a porre alla Corte questioni sulla compatibilità, col Trattato, delle normative nazionali che restringono l’accesso al giudice nei settori riguardati dal diritto comunitario”.

 

[4] In proposito, sono state richiamate le conclusioni dell’Avvocato Generale Tesauro, seguite dalla Corte, con l’affermazione che “in sintonia con il principio di collaborazione sancito dall’art. 5 del Trattato, le modalità ed i meccanismi di tutela dei diritti attribuiti ai singoli da norme comunitarie restano quelli predisposti dagli ordinamenti interni degli Stati membri, in assenza di un sistema processuale armonizzato; e tuttavia le procedure nazionali non devono essere meno favorevoli di quelle relative ad azioni fondate su norme interne, né tali da rendere oltremodo impervio l’esercizio dei diritti desunti da norme comunitarie (arg. ex art. 5, comma 2°, Tratt.; e, fra molte, le sentenze: 27/2/1980, caso Hans Just, n.68/79.25; 9/11/1983, caso S. Giorgio, n.199/82).

Si è osservato, che le conclusioni dell’Avvocato Generale contengono, con specifico riguardo alla concessione di misure cautelari interne nel tempo occorrente per stabilire il contrasto tra norme municipali e norme interne (anche avvalendosi del rinvio pregiudiziale solo interpretativo ex art. 177), un’istruttiva rassegna di precedenti con riguardo agli ordinamenti di vari Stati membri; non di rado, si è trattato proprio di misure cautelari, volte, nella sostanza, a disapplicare cautelarmente la disciplina interna sospetta di violazioni delle norme comunitarie.

Conclusivamente, si è affermato che, nella prospettiva comunitaria, l’accento cade, piuttosto sul prius della prevalenza della norma comunitaria su quelle nazionali incompatibili – e così sul primato della legislazione comunitaria e, conseguentemente, sull’uniformità e costanza della sua applicazione in tutta la Comunità – che sul posterius della pienezza temporale del godimento dei diritti e delle altre posizioni giuridiche soggettive ascrivibili in capo ai cittadini ed agli enti per effetto della vigenza delle stesse norme comunitarie. Peraltro, il primo profilo, implica il secondo e così la garanzia della tutela cautelare riveste, oltre ad una funzione per così dire oggettivo – istituzionale, anche in quest’ambito pur peculiare, la consueta funzione di strumento di immediata e piena tutela dei diritti (e ciò anche se i Trattati non contengono un’esplicita e generale previsione in tema di tutela giurisdizionale dei diritti dei cittadini e di sua pienezza).

 

 

[5]Come ribadito pure dall’Avvocatura dello Stato nello stesso procedimento dinanzi alla Corte, conclusosi con la sentenza suddetta, oltre la prospettazione in tal senso di parte della dottrina; e tenendosi conto, anche, delle specifiche questioni prospettate in quella sede e risolte, come si è rilevato, con una motivazione contenente “affermazioni scarne ma secche”; comunque, non tali, a parere di questa Commissione, di escludere, non soltanto diverse eventualità, ma “tali da non far ritrovare neppure indicazioni atte a dare una sorta di interpretazione adeguatrice”.