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Tributaria

Il contribuente che rinuncia all’eredità ha diritto all’annullamento della cartella esattoriale (Cass. n. 27093/2013)

Redazione

Ordinanza

Osserva:
La CTR di Milano ha respinto l’appeilo dell’Agenzia -appello proposto contro la sentenza n. 19/05/2006 della CTP di Bergamo che aveva accolto il ricorso di **** – ed ha perciò annullato la cartella di pagamento concernente sanzione per omesso versamento di IVA (accertata con avviso divenuto definitivo per mancanza di impugnazione e non versata) relativa all’anno l998. L’avviso in questione era stato notificato alla Z. quale esercente la potestà di genitore su G.D. che era ritenuto responsabile per l’obbligazione di imposta siccome erede di G.S.
La CTR ha motivato la propria decisione sul rilievo che la cartella, per quanto inequivocabilmente diretta alla Z., non ne specificava la qualità di coobligata, ciò che sarebbe stato elemento essenziale per l’individuazione del soggetto contro cui si agisce. La Z. infatti non era mai stata soggetto dell’obblìgazione tributaria ma aveva acquistato la qualità di coobligato “poiché genitore convivente” del G.D. il quale ultimo neppure era mai stato obbligato, siccome mai era divenuto crede dell’originario debitore.
L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
La parte intimata si è difesa con controricorso.
Il ricorso ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 cpc può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc.
Infatti, con il secondo motivo di censura (improntato alla violazione dell’art. 60 comma 1 del DPR n. 633/l972; dell’art. 13 commi 1 e 2 del D.Lgs. 47l/1997; dell’art. 11 del D.Lgs. 472/1997) la parte ricorrente -dopo avere dato atto che la questione controversa attiene a sanzione per tardato o omesso pagamento dell’imposta derivante dalla definitività del provvedimento di accertamento non impugnato destinato a G.D. evidenziava che la cartella era stata notificata alla Z. alla luce della previsione dell’art. 11 del D.Lgs. 472/l997, il quale prevede l’autonoma responsabilità del rappresentante legale della persona fisica che non assolva all’obbligo connesso con il suo ufficio, sebbene anche la persona nell’interesse della quale la violazione è stata commessa è tenuta al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata. La sanzione era stata dunque correttamente irrogata alla Z. e la cartella era stata del tutto legittimamente destinata a quest’ultima in proprio quale autrice materiale della violazione, sicchè il giudicante aveva errato a ritenere che la cartella dovesse contenere l’indicazione della qualità di coobligata.
Il motivo appare fondato e va accolto, essendo le premesse in fatto della questione di diritto pacifiche tra le parti, ed in specie per ciò che concerne la qualità della Z. di legale rappresentante della persona legalmente obbligata all’adempimento dell’obbìigo di imposta, qualita alla cui stregua la stessa Z. è stata destinataria della sanzione connessa con l’omesso tempestivo versamento dell’imposta accertata con provvedimento ormai definitivo (senza possibilità, perciò, di riesame della questione circa la qualità di erede del G.).
Sul punto controverso, con indirizzo ormai costante questa Corte ha ritenuto (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. l3998 del 12/11/2001) che:”L’art. 12 della legge 7 gennaio 1929. n. 4, in tema di repressione delle violazioni delle leggi finanziarie, con riguardo alle infrazioni che comportano soprattassa o pena pecuniaria, commesse da persone fisiche che abbiano la rappresentanza di enti privati forniti di personalita giuridica.
prevede la responsabilità solidale dell’ente, in aggiunta a quella dell’autore dell’illecito, mentre non contempla l’ipotesi inversa, con la conseguenza che, alla stregua della predetta disposizione, in caso di infrazioni direttamente imputabili all’ente quale soggetto passivo del rapporto tributario, sia pure in forza di atti o comportamenti del suo organo, resta esclusa la possibilità di affermare la responsabilità del rappresentante in solido con quella del rappresentato. ll principio della identificazione del trasgressore, soggetto passivo della sanzione, con l’autore materiale della violazione risulta, invece, accolto più di recente dal legislatore con il D.Lgs n. 472 del 1997, abrogativo, tra l’altro, della descritta normativa, che, all’art. 2, comma secondo, considera la persona fisica che ha posto in essere il compoitamento trasgressivo come unico centro d’imputazione della sanzione, e, all’art. 11, ha poi esteso la responsabilità dell’autore della violazione, in via solidale, al contribuente, che ben può essere un ente, con o senza personalità giuridica”.
La pronuncia impugnata, che non si e attenuta agli anzidetti principi va dunque cassata nella parte in cui ha ritenuto viziata di nullità la cartella per un inesistente vizio suo proprio sicchè la Corte potrà anche decidere nel merito la lite -respingendo l’impugnazione della contribuente- non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza.
Roma, 20 gennaio 2013
che la predetta relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notiticata agli avvocati delle parti;
che la sola parte controricorrente ha depositato memoria illustrativa nella quale ha insistito per il rigetto del ricorso avversario ed ha contestato la proposta di decisione contenuta nella relazione;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, non condividendo gli argomenti proposti dal relatore a sostegno della proposta di accoglimento del ricorso, osserva:
il nucleo argomentativo su cui si fondano le determinazioni del giudice di appello consiste nel rilievo che in capo al G.D. (in relazione al quale la Z. aveva acquisito la qualità di “coobligata”, siccome “genitore convivente”) non era “mai sorta l’obbligazione tributaria, poiche questi non è mai divenuto erede dell’originario debitore”, sicchè la cartella doveva ritenersi viziata per essere rivolta ad un soggetto -la Z.A., che nella cartella era erroneamente indicata come soggetto d’imposta- che non poteva ritenersi obbligato.
A fronte di questo accertamento di fatto, il primo motivo di impugnazione proposto dall’Agenzia (centrato sulla violazione dell’art. 19 comma 3 del D.Lgs. 546/l992, siccome la cartella non era stata impugnata per vizio proprio ma per contestare le premesse dell’avviso di accertamento ormai definitivo) appare in primo luogo privo del carattere di autosufficienza (poiché nulla di specifico vi si riferisce in ordine al contenuto clell’avviso di accertamento come atto presupposto di siffatta cartella) ed in secondo luogo infondato, perché il giudice del merito ha esplicitamente dato atto che il difetto di correlazione tra il provvedimento di accertamento e la conseguente cartella esattoriale era da addebitarsi ad un fatto sopravvenuto rispetto all’adozione dell’avviso di accertamento (e cioè la rinuncia all`eredita da parte del G.D. in data 8.6.2007 e con le modalita esplicate nella parte narrativa della sentenza impugnata che la ricorrente non ha in alcun modo contestato), sicchè non vi è ragione di escludere che il giudicante avesse il potere di annullare la cartella di pagamento, per un vizio suo proprio, indipendentemente dalla detinitivita dell’avviso di accertamento, la cui efficacia (nei confronti del G.D.) è stata dal giudicante ritenuta soggetta alla condizione risolutiva della menzionata rinuncia all’eredità da parte di quest’ultimo, -con conseguente vizio di “erronea individuazione del soggetto titolare di imposta”- determinazione che non ha ricevuto nessuna specifica censura da parte della odierna ricorrente.
Venendo perciò al secondo motivo di ricorso (che si è detto essere improntato alla violazione dell’art. 60 comma 1 del DPR n. 633/l972; dell’art. l3 commi l e 2 del D.Lgs. 471/1997; dell’art. 11 del D.Lgs. 472/1997) l’assunto di parte ricorrente èfondato sul fatto che l’ufficio abbia “correttamente irrogato, nei confronti della signora Z., la sanzione del trenta per cento accertata e divenuta definitiva”, sicchè “erroneamente” la CTR ha ritenuto che la cartella di pagamento dovesse indicare la qualità di coobligata, anzicchè considerarla come diretta responsabile dell’omesso pagamento per essere stata autrice della violazione, sia pure nella qualita di rappresentante legale dell’effettivo obbligato al pagamento dell’imposta (e cioè il figlie minore G.D.).
Orbene, da parte il dubbio se un siffatte “errere” imputate alla CTR debba costituire oggetto di una censura centrata sulla violazione di legge ovvero sul vizio di motivazione, ciò che conta concretamente mettere in rilievo è che la ricostruzione della vicenda di fatto prospettata dalla parte ricorrente come premessa della richiamata censura appare del tutte difforme da quella che può ricavarsi (nen senza difficoltà) dalla sentenza impugnata e che non è stata oggetto di esplicita censura da parte dell’Agenzia ricorrente, se non -appunto- come divergente ricostruzione delle premesse di fatto.
Risulta invece dalla narrativa dei fatti di causa contenuta nella pronuncia qui impugnata (che costituiscono la premessa logica delle determinazioni conclusive adottate dalla CTR) che l’accertamento e la cartella di cui qui si tratta si ri ferisceno ad IVA non versata relativa all’anno l998, epoca nella quale è da escludersi che la Z. potesse considerarsi “persenalmente” obbligata al versamento omesso, sia pure nella veste di legale rappresentante del minore, proprio atteso che e sempre la sentenza qui impugnata a riferire che nell’accertamento presupposto della cartella sia la Z. che il G.D. erano stati attìnti come soggetti di imposta nella sola qualità di “erede di G.S.”.
Non vi è dunque emergenza alcuna (che sia stata debitamente delucidata dalla parte ricorrente, in ossequio al canone dell’autosufficienza) che consenta di supporre che la Z. sia stata attinta dall’accertamento prima e dalla cartella poi per ragione di una violazione commessa in prima persona, con la inevitabile conseguenza della impossibilità di tare applicazione alla fattispecie di causa delle norme che sono richiamate dalla parte ricorrente a sostegno del secondo motivo di impugnazione, che è da considerarsi perciò infondato.
Alla declaratoria di rigetto conseguenza condanna alla rifusione delle spese di questo grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo grado, liquidate in € 3.000,00 oltre € 100,00 per esborsi ed accessori di legge.
Così deciso in Roma il 26 settembre 2013.

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Cartella di pagamento, emissione, previa comunicazione dell’esito del controllo al contribuente (Cass. n. 26482/2013)

Redazione

Ordinanza

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La Corte, ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

Il relatore cons. *******************, letti gli atti depositati.

Osserva:

La CTR di Palermo ha respinto l’appello dell’Agenzia – appello proposto contro la sentenza n. 24/04/2008 della CTP di Caltanissetta che aveva accolto il ricorso della società contribuente “Gluttony Veneto sas” – ed ha così annullato la cartella di pagamento per IVA- IRPEF relativa all’anno d’imposta 2003 per le somme iscritte a ruolo a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis.

La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo (per quanto qui ancora interessa) che la omessa previa comunicazione al contribuente dell’esito della rettifica operata, in presenza di incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione – come previsto dalla L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5, nonchè dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3 – costituisce ragione di nullità della cartella esattoriale.

L’Agenzia ha interposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

La parte contribuente non ha svolto attività difensiva.

Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., assegnato allo scrivente relatore – può essere definito ai sensi dell’art. 375 c.p.c..

Infatti, con il secondo ed il terzo motivo di impugnazione (il terzo improntato alla violazione L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 6, comma 5; il secondo alla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, entrambi in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; motivi che devono essere esaminati a preferenza del primo perchè più liquidi e di pronta soluzione) la ricorrente si duole del fatto che il giudice di appello abbia condizionato l’esito del controllo automatizzato sulla dichiarazione ad una previa comunicazione al contribuente, attribuendo a tale comunicazione il carattere sostanziale di condizione di procedibilità, per quanto si fosse trattato di mera omissione o ritardo di versamento di quanto autoliquidato in dichiarazione (di che la parte ricorrente ha dato conto con modalità idoneamente autosufficienti che la parte controricorrente non ha debitamente contestato nel proprio atto difensivo).

La doglianza appare manifestamente fondata, alla luce della pregressa giurisprudenza di questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 17396 del 23/07/2010) secondo la quale: “L’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3, (in materia di tributi diretti) e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, comma 3, (in materia di IVA) non è condizionata dalla preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente, salvo che il controllo medesimo non riveli l’esistenza di errori essendovi, solo in tale ipotesi di irregolarità riscontrata nella dichiarazione, l’obbligo di comunicazione per la liquidazione d’imposta, contributi, premi e rimborsi. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva considerato legittimamente emessa la cartella di pagamento, in assenza di comunicazione al contribuente, per l’importo riferito ad un’istanza di condono L. n. 289 del 2002, ex art. 9 bis, non seguita dal versamento di quanto dovuto)”.

Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza, sicchè poi la Corte potrà anche risolvere la controversia nel merito (respingendo l’impugnazione della società contribuente) non ravvisandosi necessità di ulteriori accertamenti di fatto.

Roma, 10 marzo 2012.

che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;

che non sono state depositate conclusioni scritte, nè memorie;

che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;

che le spese di lite possono essere regolate secondo il criterio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso del contribuente avverso il provvedimento impositivo. Condanna la parte contribuente a rifondere le spese di lite di questo grado, liquidate in Euro 4.000,00 oltre spese prenotate a debito e compensa tra le parti le spese dei gradi di merito.

Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2013.

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Errore sostanziale sull’accertamento: la Ctp oltre ad annullare l’atto impositivo deve ricalcolare il reddito (Cass. n. 26157/2013)

Redazione

La Corte,
ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
Il relatore cons. *******************,
letti gli atti depositati

Osserva:

La CTR di Milano ha respinto l’appello dell’Agenzia ed accolto quello della parte contribuente “Circolo Arci G. ” -appelli proposti contro la sentenza n. 112/02/2007 della CTP di Sondrio che aveva solo parzialmente accolto il ricorso della parte contribuente medesima- ed ha cosi integralmente annullato l’avviso di accertamento per IVA-IRPEG 2002 con cui l’Agenzia, sulla scorta di un PVC della GdF, aveva acclarato la natura commerciale dell’attività svolta dal predetto Circolo ed aveva poi determinato un reddito di importo pari ad € 44.727,00 accertando pure (nel medesimo importo imponibile) il volume d’affari da assoggettarsi ad IVA.
La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo -per quanto qui ancora rileva- che fosse fondata la doglianza di parte contribuente di assoggettamento a tassazione dei ricavi e non già del reddito: operando in sede di accertamento induttivo, infatti, l’Amministrazione deve procedere alla ricostruzione della situazione reddituale anche comprensiva dei costi (da determinare pure induttivamente ove non sia possibile applicare altro metodo) pena la lesione del principio costituzionale di capacità contributiva che vuole sia sottoposto a tassazione il profitto netto dai costi e non quello lordo. La CTR, inoltre (dopo avere evidenziato che per mero lapsus calami la CTP aveva determinato il reddito commerciale nella percentuale del 40% dei ricavi dichiarati anzicchè di quelli accertati), ha rigettato l’appello con cui l`Agenzia si era doluta del capo della sentenza di primo grado con cui erano stati quantificati i costi nella misura del 60% dei ricavi senza alcuna specificazione dei criteri utilizzati per raggiungere tale convincimento, e ciò perché la quantificazione dei costi in ragione percentuale è frutto di un giudizio estimativo e non già dell’utilizzo del potere di equità sostitutiva, ciò che “attribuisce al giudice il potere di prescindere nella tattispecie dal diritto positivo”.
L’Agenzia delle Entrate ha interposto ricorso per cassazione affidato a sette motivi.
La parte contribuente non ha svolto attività difensiva.
Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc.
Infatti, con il primo motivo di impugnazione (rubricato come:”violazione e falsa applicazione dell’art. 39 del DPR 600/1973 e 75 del DPR 917/1986, in combinato disposto, in relazione all’art. 360 n. 3 cpc”) e con il secondo motivo di impugnazione (centrato sul vizio di motivazione) la ricorrente si duole in sostanza del fatto che il giudice del merito -dopo avere erroneamente qualiticato di genere induttivo un accertamento operato con metodologia analitica ed anzicchè provvedere direttamente all’accertamento dei costi che si reputava di dover sottrarre ai ricavi, ai tini di determinare il reddito imponibile- aveva del tutto annullato l’accertamento, così mandando totalmente esente da imposizione il reddito maturato nel periodo a favore della parte contribuente.
I motivi, esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione, sono fondati e da accogliersi.
Da un canto il giudicante ha qualificato come “induttivo” (senza fornire di questa qualificazione la minima giustificazione argomentativa) l’accertamento che invece – secondo quanto analiticamente ricostruito dall`Agenzia nel ricorso introduttivo di questo grado- appare (per ciò che concerne le imposte sui redditi e diversamente da quanto espressamente riferito -invece- alla ricostruzione del volume d’affari ai fini IVA) incardinato sia su elementi positivi di reddito registrati sia su ricavi non dichiarati ricostruiti a mezzo di un “procedìmento di carico e scarico a quantità di tutti gli articoli rappresentativi dell’attività svolta nei periodi di imposta 2001 e 2002”.
D’altro canto, il giudicante ha dato atto nella sentenza impugnata che l’Agenzia avrebbe avuto l’onere di provvedere alla ricostruzione della situazione reddituale complessiva del contribuente, ivi considerando anche gli aspetti dei costi effettivamente 0 presuntivamente sostenuti, e sulla questione si è limitato a laconicamente concludere che l`omissione di siffatto onere doveva considerarsi causa di annullamento del provvedimento di accertamento. Da ciò non ha tratto però le debite conseguenze circa la necessità di sostituire la propria valutazione a quella dell’Amministrazione in ordine alla soluzione della questione liquidatoria, e perciò espressamente provvedendo sull’implicita domanda della parte pubblica volta ad ottenere un positivo accertamento dell’ammontare dell`imposta dovuta, ciò che è oggetto dei poteri del giudice tributario oltre che suo preciso dovere istituzionale.
In termini giova richiamare l’insegnamento di questa Corte altre volte espresso (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. 15825 del 12/07/2006) in fattispecie consimili:” Dalla natura del processo tributario – il quale non e annoverabile tra quelli di “impugnazione-annullamento”, ma tra i processi di “impugnazìone-merito”, in quanto non è diretto alla sola eliminazione giuridica dell’atto impugnato, ma alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente che dell’accertamento dell’ufficio – discende che ove il giudice tributario ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi ad annullare Patto impositivo, ma deve esaminare nel merito la pretesa tributaria e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte. (Nella specie, la sentenza impugnata – a fronte dell’avvenuta rideterminazione dell’imponibile da parte dell’ufficio, in occasione della costituzione in giudizio, in somma minore di quella già determinata in sede di accertamento sintetico del reddito – si era limitata ad annullare l’avviso di accertamento impugnato, sul rilievo che non fosse compito dei giudici tributari procedere “alla liquidazione delle imposte e delle relative penalita”.
Enunciando il principio in massima, la S.C. ha cassato con rinvio la decisione, osservando come la rideterminazione dell’imponibile operata dall’ufficio costituisse una semplice diminuzione della maggiore pretesa tributaria contenuta nell’atto impugnato e, dunque, una mera riduzione del “quantum” oggetto del contendere tra le parti, sul quale il giudice avrebbe dovuto comunque giudicare)”.
Dunque, non è chi non veda che (per un verso e per l’altro) l’intiero procedimento logico di ricostruzione della base imponibile effettuata dal giudicante sia da rinnovare (rinnovo nel quale resta coinvolto anche Vapprezzamento della base imponibile ai fini IVA, con conseguente assorbimento del quinto motivo di impugnazione, espressamente intitolato ad omessa pronuncia sulla censura a cio relativa) ai quali fini necessita senz’altro cassare la decisione e restituire la controversia al giudice di appello, in funzione di giudice del rinvio.
Restano invece infondati e da dìsattendersi i motivi terzo e quarto di impugnazione (il primo centrato sulla nullità della sentenza per inosservanza dell’art. 7 del D.Lgs. 546/1992 e dell’art. 112 cpc; il secondo centrato sul vizio di motivazione) con i quali la parte ricorrente si duoìe di omessa pronuncia ovvero di motivazione insufficiente sulla censura proposta da essa Agenzia e concernente la determinazione percentuale dei costi effettuata dalla Commissione di primo grado: per quanto sia sinteticamente espresso il convincimento della CTR (circa la natura di giudizio estimativo di un tale apprezzamento) non è possibile assumere che un convincimento manchi o che ne sia inìntellìgibile il fondamento logico.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza del primo e secondo motivo (con assorbimento del quinto), onde appare poi necessario il rinvio del processo al giudice del merito per il rinnovo dell’indagine ad esso demandata
Roma, 25 marzo 2013
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
che le spese di lite possono essere regolate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Lombardia che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.
Così deciso in Roma il 24 ottobre 2013.

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Contribuente si rifiuta di rispondere al questionario sulla contabilità: confermato l’accertamento sulla base degli studi di settore

Redazione

ORDINANZA

La Corte,
ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in
cancelleria la seguente relazione:
Il relatore cons. *******************,
letti gli atti depositati
Osserva:
La CTR di Napoli ha respinto l’appello dell’Agenzia delle Entrate -appello proposto contro la sentenza n. 271/06/2008 della CTP di Avellino che aveva accolto il ricorso della parte contribuente M. S. ed ha così annullato l`avviso di accertamento per IVA-RPEF-IRAP relativo agli anni 1998 e 1999 nella parte in cui venivano ripresi a tassazione ricavi non dichiarati, mediante ricostruzione induttiva del reddito di impresa ed applicazione dei “parametri” quale strumento presuntivo di detti maggiori ricavi, atteso che il contribuente (convocato in ufficio per l’esibizione della documentazione contabile con questionari) non aveva ottemperato a tale richiesta.
La predetta CTR ha motivato la decisione nel senso che l’art. 39 del DPR n. 600/1973 non giustifica la rettifica del reddito dichiarato in forza della sola omessa risposta al questionario ma in presenza di gravi inadempienze. D`altronde l’Agenzia non aveva in alcun modo contestato la regolarità della contabilità aziendale sicchè l’accertamento dei maggiori ricavi non poteva essere affidato alla considerazione dei valori medi del settore economico di appartenenza, inidonei a configurare presunzione grave e precisa.
L`Agenzia ha interposto ricorso per cassazione affidato a unico motivo.
La parte contribuente non si è costituita.
Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 cpc- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc. infatti, con il motivo unico di impugnazione (centrato sulla violazione dell’art. 39 comma 2 lett. d e dell’art. 41 DPR n. 600/1973, dell’art. 55 del DPR 633/1972 nonché degli art. 2697 cod. civ. e 116 cpc) la ricorrente Agenzia -dopo avere premesso che, per eftetto della omessa presentazione delle menzionate documentazioni contabili, aveva provveduto alla ricostruzione induttiva dell’imponibile, prescindendo da eventuali scritture contabili ed avvalendosi di presunzioni semplici, quali appunto l’applicazione del metodo parametrico- evidenziava l’erroneità della pronuncia impugnata alla luce della lettera dell’art. 39 dianzi citato, nella parte in cui legittima appunto un siffatto metodo di accertamento “quando il contribuente non ha dato seguito agli inviti disposti dagli uffici ai sensi dell’art.32 primo comma n. 3 e 4 …. “.
Il motivo appare fondato e da accogliersi.
Ed invero, è giurisprudenza pacifica della Suprema Corte che: “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, il comportamento del contribuente che ometta di rispondere ai questionari previsti dall’art. 32, n. 4, del d.P.R. n. 600 del 1973 e non nttemperi alla richiesta di esibizione di documenti e libri contabili relativi all’impresa esercitata, impedendo in tal modo, o comunque ostacolando, la verifica dei redditi prodotti da parte dell’Ufficio, vale di per sé solo ad ingenerare un sospetto sull’attendibilità di dette scritture, rendendo “grave” la presunzione di attività non
dichiarate desumibile dal raffronto tra le percentuali di ricarico applicate e quelle medie del settore, e, conseguentemente, legittimo l’accertamento induttivo emesso su quella base dall’Ufficio ex art. 39, primo comma, lett. d), del d.P.R. n. 600 del 1973″ (per tutte, Sez. 5, Sentenza n. 19014 del 28/09/2005).
Non vi è dubbio perciò che sussistessero i presupposti per la rideterminazione induttiva del reddito d’impresa, in termini tali che sarebbe spettato poi al giudice del merito acclarare non già se la determinazione dell`imponibi1e fosse stata effettuata con modalità analitiche e con riferimento alla contabilità d’impresa ma se -a fronte delle induzioni semplici sulle quali l’accertamento appariva fondato- la parte contribuente aveva addotto le opportune prove contrarie ai tini della dimostrazione della produzione di un reddito inferiore a quello induttivamente acclarato.
Non essendosi attenuto il giudice del merito al principio di diritto sopra enunciato, non resta che cassare la decisione impugnata e restituire la controversia al giudice del merito per un nuovo esame delle censure di appello, alla luce della corretta regula iuris.
Si ritiene -perciò- che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza-
Roma 30 marzo 2013
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
che le spese di lite possono essere regolate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Campania che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.
Così deciso in Roma il 24 ottobre 2013.

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Accertamento fiscale: i dati forniti in risposta al questionario relativi all’acquisto ed al consumo di farina non corrispondono (Cass. n. 25986/2013)

Redazione

Svolgimento del processo

A.F. e M.M., in proprio e nella qualità di soci legali rappresentanti della cessata snc Panificio da A. di F.A. & C., propongono ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, nei confronti della sentenza che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimità dell’avviso di accertamento, notificato il 2 agosto 2003, emesso ai fini dell’IRPEF e dell’ILOR per l’anno 1998 all’esito del riscontro al questionario inviato alla contribuente ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.
Secondo il giudice d’appello l’atto impositivo era basato sui dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e su quelli del questionario, in relazione ai quali era stato ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il privo motivo del ricorso i contribuenti, premesso che i dati relativi all’acquisto ed al consumo di farina da essi stessi indicati nel questionario erano erronei, come sarebbe risultato dalle fatture, prodotte poi in sede contenziosa, attestanti l’acquisto della farina, denunciano vizio di motivazione per la mancata considerazione di fatti decisivi che avrebbero condotto ad una diversa soluzione della controversia.
Con il secondo motivo, denunciando vizio di motivazione e violazione degli artt. 32 e 39, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973, assumono, per un verso, di aver fornito “la prova ai fini della ricostruzione reddituale e del volume d’affari”, dimostrando così che i dati forniti in risposta al questionario erano erronei, e si dolgono che non siano stati assunti “i diversi dati provati in luogo dei dati forniti nel questionario”; per altro verso, che i valori percentuali medi del settore, “privi di riscontri oggettivi”, non potrebbero giustificare presunzioni gravi e precise, in quanto “non confortati da altre risultanze”.
Il ricorso, i cui due motivi vanno esaminati congiuntamente perché strettamente legati, è infondato.
Nell’accertamento delle imposte sui redditi, infatti, con riferimento al regime (applicabile ratione temporis, successivo all’entrata in vigore della legge 18 febbraio 1999, n. 28) di cui al quarto comma dell’art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973, “le notizie e i dati non addotti, e gli atti, i documenti e i registri non esibiti e non trasmessi in risposta agli inviti dell’uffici non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa”.
Nella specie, tanto con il primo che con il secondo motivo i ricorrenti muovono dall’assunto che gli elementi, i dati e le notizie da essi stessi forniti in risposta all’invio del questionario di cui al precedente primo comma, n. 4, erano erronei, e dalla doglianza che i documenti successivamente prodotti in giudizio non siano stati adeguatamente considerati dal giudice d’appello.
La censura in tali termini formulata non disvela alcuna violazione delle disposizioni in rubrica, atteso che l’ufficio è abilitato a procedere all’accertamento induttivo – nella specie, a ben vedere, analitico-induttivo-, “se l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall’ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all’art. 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza della veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall’ufficio nei modi previsti dall’art. 32″, e quindi anche mediante questionario: l’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate é desumibile anche sulla base di presunzioni semplici purché queste siano gravi, precise e concordanti.
La Commissione regionale, nel caso in esame, esaminati “tutti i documenti allegati al ricorso, in particolare tutte le fatture” – del cui mancato esame i ricorrenti, al contrario, si dolgono – “incluse le pezze giustificative dello Sri Lanka; tutti i conteggi dell’ufficio; tutte le motivazioni ed eccezioni proposte dalle parti”, ha ritenuto corretto l’accertamento, osservando che “sulla base dei dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e di quelli contenuti nella risposta del questionario ricevuto”, l’ufficio aveva ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
In tale quadra non può, in particolare, dirsi che l’impiego della percentuale media di settore, relativa alla resa della farina, fosse un valore assoluto “privo di riscontri oggettivi” e “non confortato da altre risultanze”.
Il secondo motivo si rivela così diretto ad operare una diversa ricostruzione dei fatti, inammissibile nella presente sede, tanto più che la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata non sembra censurabile in modo adeguato muovendo dall’assunto che i dati forniti dagli stessi contribuenti all’amministrazione con il questionario erano erronei.
Il ricorso va pertanto rigettato.
La particolarità della fattispecie giustifica la compensazione delle spese fra le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dichiara interamente compensate fra le parti le spese del giudizio.

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Vendita-donazione, carattere reale dell’operazione di vendita, effettiva percezione del prezzo, scopo elusivo (Cass. n. 25671/2013)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. L.B. propone ricorso per cassazione, articolato in nove motivi, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Veneto indicata in epigrafe, con la quale, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, è stata affermata la legittimità dell’avviso di accertamento emesso nei confronti della contribuente per IRPEF relativa all’anno 1998, con cui, ai sensi degli artt. 37 e 37 bis del d.P.R. n. 600 del 1973, era stata recuperata a tassazione la plusvalenza prevista dall’art. 81, comma, 1, lett. b), del TUIR conseguente alla vendita di un terreno edificabile, avendo l’Ufficio attribuito carattere elusivo alla donazione del terreno, da parte della B. ai figli, pochi giorni prima della vendita, poi effettuata da questi ultimi, ritenuti soggetti fittiziamente interposti.
Il giudice d’appello ha affermato che era pacifico che un rappresentante dell’acquirente finale dell’immobile aveva richiesto il certificato di destinazione urbanistica del terreno qualche tempo prima che la B. lo donasse ai figli, il che dimostrava che erano già in corso trattative tra la B. e l’acquirente; che i figli lo vendettero pochi giorni dopo averlo ricevuto; che l’operazione ha condotto ad un notevolissimo risparmio d’imposta rispetto al caso in cui la B. avesse direttamente venduto l’immobile, avendo consentito l’attribuzione al terreno di un valore prossimo a quello di vendita. II giudice ha, quindi, ritenuto che nella fattispecie, ricorrendo presunzioni gravi, precise e concordanti nel senso di ritenere che la contribuente non voleva donare il terreno di sua proprietà, ma voleva realizzare il valore di mercato ed evitare la correlativa imposizione fiscale attraverso il ricorso artificioso all’atto di donazione, fosse applicabile la norma di cui all’art. 1344 cod. civ., il quale contempla il contratto in frode alla legge, applicabile anche in materia tributaria.
2. L’Agenzia delle entrate ha depositato mero atto di costituzione.
3. La ricorrente ha depositato memoria.

Considerato in diritto

1.1. Seguendo l’ordine logico-giuridico delle questioni proposte, vanno esaminati per primi i motivi che pongono censure di ordine processuale.
In particolare, con il secondo motivo si denuncia la violazione dei poteri delle commissioni tributarie, per avere il giudice a quo rinnovato la motivazione dell’atto di accertamento, confermandolo sulla base di un fondamento giuridico nuovo e diverso da quello espresso in quell’atto.
Con il terzo motivo, si ribadisce tale doglianza sotto il profilo della violazione dell’art. 57 del d.lgs. n. 546 del 1992, nonché degli artt. 24, 97 e 111 Cost., avendo nella fattispecie il giudice d’appello dichiarato legittima la pretesa tributaria, basata sulla interposizione fittizia, o sulla simulazione negoziale, fondandola sulla nullità del negozio per frode alla legge.
Con il quarto motivo, la medesima censura è riproposta sotto il profilo della violazione del principio del contraddittorio (art. 111 Cost.).
Con la quinta censura è denunciata, per le stesse ragioni già dette, il vizio di extrapetizione (art. 112 cod. proc. civ.).
1.2. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.
Costituisce, infatti, principio consolidato quello in virtù del quale la regola secondo cui le ragioni poste a base dell’atto impositivo segnano i confini del processo tributario, il cui carattere impugnatorio comporta che l’ufficio finanziario non può porre a base della propria pretesa ragioni diverse da quelle fatte valere con l’atto impugnato, non esclude il potere del giudice di qualificare autonomamente la fattispecie a prescindere dalle allegazioni delle parti in causa, né l’esercizio di poteri istruttori d’ufficio, nei casi previsti dalla legge, non potendo ritenersi che i poteri del giudice tributario siano più limitati di quelli esercitabili in qualunque processo d’impugnazione di atti autoritativi, quale quello amministrativo di legittimità (tra le recenti, Cass. nn. 21221 del 2006, 10585 del 2011, 7393 del 2012).
Ciò, peraltro, senza tener conto che la diretta derivazione comunitaria, quanto ai tributi armonizzati, e, comunque, costituzionale (art. 53) per quelli non armonizzati, del principio di divieto di abuso del diritto – secondo il quale il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall’utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale – comporta la sua applicazione d’ufficio da parte del giudice tributario, a prescindere da un qualsiasi richiamo da parte del l’amministrazione, sulla base dei fatti acquisiti al processo (Cass. n. 17949 del 2012).
Infine, non è configurabile alcuna violazione del principio del contraddittorio o del diritto di difesa, poiché, a differenza di quanto rilevato nel caso deciso con la sentenza da ultimo citata, in quello in esame il dibattito processuale si è sempre svolto sulla configurabilità di una fattispecie negoziale di carattere elusivo, per cui non si è certo in presenza di una sentenza c.d. “della terza via” o “a sorpresa”.
2.1. Venendo al merito della questione, la ricorrente, con il primo motivo, denuncia “omessa considerazione di essenziali circostanze di fatto” e “omessa pronuncia sull’oggetto del contendere”, censurando la sentenza per avere il giudice a quo mancato di prendere in considerazione il fatto – dalla contribuente asseritamente dimostrato – che il prezzo della vendita era stato incassato dai figli della B., così omettendo di pronunciarsi su tale questione (si chiede, in conclusione, se sia “vero che, vertendo il giudizio sul soggetto cui riferire il possesso del reddito da vendita immobiliare, è violato l’art. 112 c.p.c. se il giudice di appello omette di considerare fatti documentati da parte resistente relativamente al soggetto che ha incassato il prezzo di vendita ed omette altresì di rapportare della documentazione al giudizio sulla titolarità effettiva del del reddito e, quindi, omette di pronunciarsi sul fatto decisivo, essenziale, dedotto in giudizio da entrambe le parti, attinente all’individuazione del soggetto del reddito derivante dalla vendita immobiliare”).
Il giudice avrebbe poi, e comunque, violato gli artt. 37, comma 3, del d.P.R. n. 600 del 1973 e 2729 cod. civ., nonché motivato in modo insufficiente ed illogico, sulla circostanza dianzi citata: si formula il quesito se sia “vero che il requisito di gravità, precisione e concordanza delle presunzioni richiesto dall’art. 37, comma 3, DPR 1973, n. 600 e dall’art. 2729 c.c. non è soddisfatto qualora il contribuente documenti fatti che dimostrano la ragionevole incompatibilità con quelli presunti dall’A.F.”.
Con il sesto motivo, è denunciata l’illogicità e la contraddittorietà della sentenza, là dove da un lato imputa alla contribuente un’asserita simulazione di volontà e dall’altro conclude con la tesi del negozio in frode alla legge.
Con il settimo motivo, la ricorrente deduce violazione di legge in relazione agli artt. 1344 cod. civ. e 53 Cost. Sono formulati i seguenti quesiti: a) “vero che non può essere affermato il carattere fraudolento di un negozio o di una sequenza negoziale ex art. 1344 c.c. senza nel contempo indicare quale sia la norma imperativa elusa”; b) “vero che la norma imperativa di cui all’art. 1344 c.c. deve essere ravvisata in una norma ordinaria, non già nel principio di capacità contributiva (dì cui all’art. 53 Cost.) e nel connesso principio di eguaglianza tributaria, principi che devono essere concretizzati ed incarnati in norme concrete di legge ordinaria”; c) “vero che la sequenza negoziale – donazione di area fabbricabile dai genitori ai figli e successiva vendita da parte dei figli – rientra in una libera esplicazione della libertà negoziale, non contrastata da alcuna norma imperativa”; d) “vero che il cittadino non è obbligato a scegliere la sequenza negoziale maggiormente tassata”.
Con l’ottava censura, si denuncia “salto logico tra la premessa della nullità della donazione e la riferibilità alla signora B. di un reddito che richiede la prova della percezione del prezzo”.
Infine, con il nono motivo si chiede se sia “vero che viola l’art. 82, comma 1, DPR 1986, n. 917, l’imputazione della plusvalenza derivante dalla vendita del terreno edificabile a soggetto estraneo documentalmente alla percezione della stessa”.
2.2.1 motivi sono in parte inammissibili e in parte infondati.
In particolare, si rivelano inammissibili per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (applicabile ratione temporis) il primo, il sesto, l’ottavo ed il nono motivo. Essi, infatti, non rispondono ai requisiti stabiliti, per la loro formulazione, dalla norma citata, la quale, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, richiede che: a) per i vizi di violazione di legge, il quesito di diritto deve essere formulato in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, cosi da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula iuris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata, al fine, quindi, del miglior esercizio della funzione nomofilattica: ne consegue che è inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito inidoneo a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie (tra le tante, Cass., Sez. un., nn. 26020 del 2008, 19444 del 2009); b) quanto ai vizi di motivazione, occorre una chiara e sintetica indicazione del fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (ex plurimis, Cass. nn. 2652 e 8897 del 2008, 27680 del 2009).
Il primo motivo è, in ogni caso, infondato, così come il settimo.
In una recente pronuncia relativa ad analoga fattispecie, questa Corte ha avuto modo di affermare, in materia di operazioni elusive e imposte sui redditi, la possibilità di dichiarare inopponibili all’amministrazione finanziaria – in applicazione di un principio generale antielusivo desumibile dall’art. 53 Cost., ma anche dai principi comunitari – i benefici fiscali derivanti dalla combinazione di operazioni a ciò volte. La disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dall’art. 37, comma 3, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale che costituisce il presupposto d’imposta: ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito della quale può ricomprendersi l’interposizione fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali. Da quanto esposto consegue che il carattere reale, e non simulato, dell’operazione di vendita e l’effettiva percezione del prezzo da parte dei venditori-donatari, non sono sufficienti ad escludere lo scopo elusivo dell’intera operazione negoziale posta in essere, nella sequenza donazione-vendita (Cass. n. 449 del 2013, e precedenti ivi richiamati).
Nella fattispecie, il giudice di merito ha, in modo esauriente e privo di vizi logico-giuridici, accertato la sussistenza di “copiosi elementi di fatto” (quali, essenzialmente, le trattative intervenute tra la B. e la società acquirente per la vendita del terreno già prima della donazione e la vicinanza temporale dei due atti, donazione e vendita) indubbiamente idonei a costituire presunzioni dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, tali da far ritenere provata la finalità elusiva del complessivo, artificioso, meccanismo negoziale adottato.
3. In conclusione, il ricorso (anche ove occorra, con correzione della motivazione in diritto) deve essere rigettato.
4. La peculiarità della fattispecie induce a disporre la compensazione delle spese di giudizio per cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese.

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Non beneficia delle agevolazioni prima casa il contribuente se al momento della registrazione dell’atto non è stata stipulata la convenzione col comune per il mutuo a tasso agevolato (Cass. n. 25473/2013)

Redazione

Fatto

Con l’impugnata sentenza n. 67/06/07, depositata il 22 ottobre 2007, la Commissione Tributaria Regionale dell’Umbria, rigettato l’appello dell’Ufficio, confermava la decisione n. 125/04/05 della Commissione Tributaria Provinciale di Terni che aveva accolto il ricorso del contribuente L.F. avverso il provvedimento n. Reg. 163201N739IV REGISTRO col quale l’Amministrazione aveva ritenuto non dovuta l’agevolazione di cui all’art. 5, comma 1, l. 22 aprile 1982, n. 168, norma che prevede che “Nell’ambito dei piani di recupero di iniziativa pubblica, o di iniziativa privata purché convenzionati, di cui agli articoli 27 e seguenti della legge 5 agosto 1978, n. 457, ai trasferimenti di immobili nei confronti dei soggetti che attuano il recupero, si applicano le imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa”.
La CTR, diversamente dall’Amministrazione, riteneva che il diritto all’agevolazione dovesse esser riconosciuto pur se, al momento della registrazione dell’atto, il contribuente non l’aveva richiesto e non era ancora stata stipulata la convenzione col Comune: secondo la CTR, difatti, in mancanza di espressa previsione, l’art. 5, comma 1, l. n. 168 del 1982, doveva esser interpretato nel senso che la disposizione non subordina il diritto al beneficio a nessuna delle due vedute condizioni.
Contro la sentenza della CTR, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Il contribuente resisteva con controricorso.

Diritto

1. Col secondo motivo di ricorso, da esaminarsi per primo per il suo più liquido carattere, l’Agenzia delle Entrate censurava la sentenza ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. per “Violazione e falsa applicazione dell’art. 5 l. 1962/168, nonché degli artt. 12 e 14 prel.”, deducendo che l’agevolazione, giusto il tenore letterale dell’art. 5, comma 1, l. n. 168 del 1982, cit., richiedeva, quale elemento costitutivo del diritto, che al momento della registrazione dell’atto fosse in essere la Convenzione col Comune, pena un’estendersi del beneficio che, in quanto eccezione alla regola generale, era da considerarsi di stretta interpretazione e quindi non applicabile fuori dei casi previsti dalla legge in ragione del divieto di analogia di cui all’art. 14 prel.
Il quesito era: “se, in materia di agevolazione dell’imposta di registro ai sensi dell’art. 5 l. 168/1982, nel caso in cui al momento della registrazione la Convenzione col comune non era ancora stata stipulata, essendo questa intervenuta dopo sei mesi dalla registrazione, violi l’art. 5 l. 1982/l68, nonché gli artt. 12 e 14 prel. la sentenza della CTR che riconosce il diritto all’agevolazione, mentre le norme anzidette (correttamente intese alla luce del divieto di interpretazione analogica delle norme eccezionali quali sono quelle che concedono benefici fiscali) avrebbero imposto di considerare non utile ai fini del riconoscimento dell’agevolazione la predetta
Convenzione con il comune, in quanto intervenuta solo dopo la registrazione dell’atto”.
Il motivo è fondato giacché, come questa Corte ha già avuto occasione di chiarire, l’art. 5 1. n. 168 del 1982 riconosce l’agevolazione esclusivamente quando sia già stata stipulata la Convenzione ed atteso che questa e indispensabile all’attuazione del recupero, cosicché in mancanza vien meno la causa dell’agevolazione e per di qui la conseguenza che la Convenzione deve esser necessariamente intesa come elemento costitutivo del beneficio; e non potendo ovviamente avere alcun rilievo le sopravvenute vicende, magari a distanza di molti anni (Cass. sez. trib. n. 17061 del 2010; Cass. sez. trib. n. 8480 del 2009; Cass. sez. trib. n. 14478 del 2003).
2. Assorbito il primo motivo.
3. Non essendo necessario accertare ulteriori fatti, la controversia può essere decisa col rigetto del ricorso introduttivo della lite fiscale.
4. Nella particolarità della lite, debbono farsi consistere le ragioni che inducono la Corte a compensare integralmente le spese di ogni fase e grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, respinge il ricorso del contribuente avverso l’avviso di liquidazione n. Reg.
163201N739IV REGISTRO; compensa integralmente le spese processuali di ogni fase e grado.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 3 ottobre 2013

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E’ impugnabile la cartella di pagamento Irap emessa sulla base della dichiarazione presentata dal professionista (Cass. n. 25358/2013)

Redazione

ORDINANZA

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Oggetto: Irap

RICORRENTE: A. G.
INTIMATO: AGENZIA ENTRATE

E’ stata depositata la seguente relazione:

1. Il prof. A.G. ricorre per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio 187/28/10 del 10 dicembre 2010 che rigettava l’appello del contribuente affermando che il ricorso con cui prof. A.G. aveva sostenuto il non assoggettamento ad IRAP dei suoi redditi professionali relativi all’attività svolta nell’anno 2004, doveva essere respinto; e ciò in quanto rivolto contro la cartella di pagamento emessa a seguito della denuncia dei redditi presentata dal contribuente stesso.
2. L’Agenzia non si è costituita in giudizio.
3. Il ricorso deve essere accolto in quanto è pacifico che il contribuente può contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purchè ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente. E non è affatto necessario che il contribuenti versi quanto chiesto in cartella e quindi presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto. Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella. Ed in difetto di impugnazione della cartella risulta precluso il rimborso previsto dall’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n.602.
Il Collegio ha condiviso la proposta del relatore.

P.Q.M.

La Corto accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la controversia ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio, che deciderà anche per le spese di questo giudizio di legittimità. Così deciso nella camera di consiglio della sesta sezione civile il giorno 9 ottobre 2013

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Irrilevante la mancata presentazione del modello VR, il rimborso Iva in caso di chiusura/fallimento della società è comunque legittimo (Cass. n. 35353/2013)

Redazione

ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo

La controversia promossa da AT s.n.c. contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Novara n. 38/1/2009 che aveva accolto il in ricorso avverso il silenzio dell’Ufficio sull’istanza di rimborso IVA 2003 formulata dalla società F. nel 2006, a seguito di cessazione dell’attività avvenuta nel 2001.
Il ricorso proposto si articola in due motivi Nessuna attività difensiva ha svolto l’intimata.
Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 10/10/2013 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

Motivi della decisione

Assume la ricorrente la violazione dell’art. 30 c. 2 e 38 bis del dpr 633/72 laddove la CTR ha ritenuto spettante il rimborso nonostante la mancata presentazione del modello VR.
Con secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 21 del d.lgs. 546/92 laddove la CTR ha escluso l’applicabilità del termine decadenziale di cui all’art. 21. Le censure sono infondate. Secondo l’orientamento maggioritario di questa Corte, in tema di IVA, cui si intende in questo giudizio dare continuità, “la richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, essendo regolata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 2. è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale e non a quello biennale di cui al D.lgs. n. 546 del 1992, art. 21 applicabile in via sussidiaria e residuale, in mancanza di disposizione specifiche; proprio perché l’attività non prosegue, non sarebbe infatti possibile portare l’eccedenza in detrazione l’anno successivo” (Cass. Trib. 9794/2010; Cass. 25318/10 e 13920/11; Cass. 27948/09 e, di recente, Cass. Trib. 14070/2012 e Cass. Trib. 7684, 7685, 23580/2012). Si è chiarito che l’art. 30 cit., “laddove dispone che i contribuenti, che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito IVA si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d’imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti ed importazioni nel corso delle future operazioni imponibili” (Cass. 5486/2003). Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso
Così deciso in Roma, 10/10/2013

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Accertamento induttivo sui conti bancari del collaboratore con funzioni di amministratore (Cass. n. 25120/2013)

Redazione

Ordinanza

Svolgimento del processo

La controversia promossa da G.S. contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Pesaro n. ll0/3/2008 che aveva accolto il ricorso avverso l’avviso di accertamento n. (omissis) per iva irpef e irap 2002.
Il ricorso proposto si articola in unico motivo. Nessuna attività difensiva ha svolto l’intimato. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 10/10/20l3 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

Motivi della decisione

Assume la ricorrente la violazione e falsa applicazione dell’art. 32 del dpr 600/73 laddove la CTR ha ritenuto che l’attività svolta dal G – dj – non consentisse un collegamento proporzionale tra l’ammontare dei ricavi ed il totale dei costi.
La censura è fondata alla luce dei principi affermati da questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 19692 del 27/9/2011) secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari assumono sempre rilievo ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, se il titolare di detti conti – nella specie, svolgente attività di collaborazione coordinata e continuativa come amministratore di società a responsabilità limitata – non fornisca adeguata giustificazione, ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre l973, n. 600, poiché questa previsione e quella di cui all’art. 38 del medesimo d.P.R. hanno portata generale, riguardando la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività svolta e dalla quale quei redditi provengano.
Consegue da quanto sopra la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto ed il rinvio, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche
Così deciso in Roma, 10/10/2013

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