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Tributaria

Accertamento fiscale: i dati forniti in risposta al questionario relativi all’acquisto ed al consumo di farina non corrispondono (Cass. n. 25986/2013)

Redazione

Svolgimento del processo

A.F. e M.M., in proprio e nella qualità di soci legali rappresentanti della cessata snc Panificio da A. di F.A. & C., propongono ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, nei confronti della sentenza che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimità dell’avviso di accertamento, notificato il 2 agosto 2003, emesso ai fini dell’IRPEF e dell’ILOR per l’anno 1998 all’esito del riscontro al questionario inviato alla contribuente ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.
Secondo il giudice d’appello l’atto impositivo era basato sui dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e su quelli del questionario, in relazione ai quali era stato ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il privo motivo del ricorso i contribuenti, premesso che i dati relativi all’acquisto ed al consumo di farina da essi stessi indicati nel questionario erano erronei, come sarebbe risultato dalle fatture, prodotte poi in sede contenziosa, attestanti l’acquisto della farina, denunciano vizio di motivazione per la mancata considerazione di fatti decisivi che avrebbero condotto ad una diversa soluzione della controversia.
Con il secondo motivo, denunciando vizio di motivazione e violazione degli artt. 32 e 39, primo comma, lettera d), del d.P.R. n. 600 del 1973, assumono, per un verso, di aver fornito “la prova ai fini della ricostruzione reddituale e del volume d’affari”, dimostrando così che i dati forniti in risposta al questionario erano erronei, e si dolgono che non siano stati assunti “i diversi dati provati in luogo dei dati forniti nel questionario”; per altro verso, che i valori percentuali medi del settore, “privi di riscontri oggettivi”, non potrebbero giustificare presunzioni gravi e precise, in quanto “non confortati da altre risultanze”.
Il ricorso, i cui due motivi vanno esaminati congiuntamente perché strettamente legati, è infondato.
Nell’accertamento delle imposte sui redditi, infatti, con riferimento al regime (applicabile ratione temporis, successivo all’entrata in vigore della legge 18 febbraio 1999, n. 28) di cui al quarto comma dell’art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973, “le notizie e i dati non addotti, e gli atti, i documenti e i registri non esibiti e non trasmessi in risposta agli inviti dell’uffici non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa”.
Nella specie, tanto con il primo che con il secondo motivo i ricorrenti muovono dall’assunto che gli elementi, i dati e le notizie da essi stessi forniti in risposta all’invio del questionario di cui al precedente primo comma, n. 4, erano erronei, e dalla doglianza che i documenti successivamente prodotti in giudizio non siano stati adeguatamente considerati dal giudice d’appello.
La censura in tali termini formulata non disvela alcuna violazione delle disposizioni in rubrica, atteso che l’ufficio è abilitato a procedere all’accertamento induttivo – nella specie, a ben vedere, analitico-induttivo-, “se l’incompletezza, la falsità o l’inesattezza degli elementi indicati nella dichiarazione e nei relativi allegati risulta dall’ispezione delle scritture contabili e dalle altre verifiche di cui all’art. 33 ovvero dal controllo della completezza, esattezza della veridicità delle registrazioni contabili sulla scorta delle fatture e degli altri atti e documenti relativi all’impresa nonché dei dati e delle notizie raccolti dall’ufficio nei modi previsti dall’art. 32″, e quindi anche mediante questionario: l’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate é desumibile anche sulla base di presunzioni semplici purché queste siano gravi, precise e concordanti.
La Commissione regionale, nel caso in esame, esaminati “tutti i documenti allegati al ricorso, in particolare tutte le fatture” – del cui mancato esame i ricorrenti, al contrario, si dolgono – “incluse le pezze giustificative dello Sri Lanka; tutti i conteggi dell’ufficio; tutte le motivazioni ed eccezioni proposte dalle parti”, ha ritenuto corretto l’accertamento, osservando che “sulla base dei dati presentati nel bilancio della società allegati alla dichiarazione dei redditi 1998 e di quelli contenuti nella risposta del questionario ricevuto”, l’ufficio aveva ricalcolato il volume d’affari della società, “attenendosi alla check list ministeriale utilizzando anche i dati forniti dal panificio nel questionario”.
In tale quadra non può, in particolare, dirsi che l’impiego della percentuale media di settore, relativa alla resa della farina, fosse un valore assoluto “privo di riscontri oggettivi” e “non confortato da altre risultanze”.
Il secondo motivo si rivela così diretto ad operare una diversa ricostruzione dei fatti, inammissibile nella presente sede, tanto più che la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata non sembra censurabile in modo adeguato muovendo dall’assunto che i dati forniti dagli stessi contribuenti all’amministrazione con il questionario erano erronei.
Il ricorso va pertanto rigettato.
La particolarità della fattispecie giustifica la compensazione delle spese fra le parti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dichiara interamente compensate fra le parti le spese del giudizio.

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Vendita-donazione, carattere reale dell’operazione di vendita, effettiva percezione del prezzo, scopo elusivo (Cass. n. 25671/2013)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. L.B. propone ricorso per cassazione, articolato in nove motivi, avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Veneto indicata in epigrafe, con la quale, in accoglimento dell’appello dell’Ufficio, è stata affermata la legittimità dell’avviso di accertamento emesso nei confronti della contribuente per IRPEF relativa all’anno 1998, con cui, ai sensi degli artt. 37 e 37 bis del d.P.R. n. 600 del 1973, era stata recuperata a tassazione la plusvalenza prevista dall’art. 81, comma, 1, lett. b), del TUIR conseguente alla vendita di un terreno edificabile, avendo l’Ufficio attribuito carattere elusivo alla donazione del terreno, da parte della B. ai figli, pochi giorni prima della vendita, poi effettuata da questi ultimi, ritenuti soggetti fittiziamente interposti.
Il giudice d’appello ha affermato che era pacifico che un rappresentante dell’acquirente finale dell’immobile aveva richiesto il certificato di destinazione urbanistica del terreno qualche tempo prima che la B. lo donasse ai figli, il che dimostrava che erano già in corso trattative tra la B. e l’acquirente; che i figli lo vendettero pochi giorni dopo averlo ricevuto; che l’operazione ha condotto ad un notevolissimo risparmio d’imposta rispetto al caso in cui la B. avesse direttamente venduto l’immobile, avendo consentito l’attribuzione al terreno di un valore prossimo a quello di vendita. II giudice ha, quindi, ritenuto che nella fattispecie, ricorrendo presunzioni gravi, precise e concordanti nel senso di ritenere che la contribuente non voleva donare il terreno di sua proprietà, ma voleva realizzare il valore di mercato ed evitare la correlativa imposizione fiscale attraverso il ricorso artificioso all’atto di donazione, fosse applicabile la norma di cui all’art. 1344 cod. civ., il quale contempla il contratto in frode alla legge, applicabile anche in materia tributaria.
2. L’Agenzia delle entrate ha depositato mero atto di costituzione.
3. La ricorrente ha depositato memoria.

Considerato in diritto

1.1. Seguendo l’ordine logico-giuridico delle questioni proposte, vanno esaminati per primi i motivi che pongono censure di ordine processuale.
In particolare, con il secondo motivo si denuncia la violazione dei poteri delle commissioni tributarie, per avere il giudice a quo rinnovato la motivazione dell’atto di accertamento, confermandolo sulla base di un fondamento giuridico nuovo e diverso da quello espresso in quell’atto.
Con il terzo motivo, si ribadisce tale doglianza sotto il profilo della violazione dell’art. 57 del d.lgs. n. 546 del 1992, nonché degli artt. 24, 97 e 111 Cost., avendo nella fattispecie il giudice d’appello dichiarato legittima la pretesa tributaria, basata sulla interposizione fittizia, o sulla simulazione negoziale, fondandola sulla nullità del negozio per frode alla legge.
Con il quarto motivo, la medesima censura è riproposta sotto il profilo della violazione del principio del contraddittorio (art. 111 Cost.).
Con la quinta censura è denunciata, per le stesse ragioni già dette, il vizio di extrapetizione (art. 112 cod. proc. civ.).
1.2. I motivi, da esaminare congiuntamente, sono infondati.
Costituisce, infatti, principio consolidato quello in virtù del quale la regola secondo cui le ragioni poste a base dell’atto impositivo segnano i confini del processo tributario, il cui carattere impugnatorio comporta che l’ufficio finanziario non può porre a base della propria pretesa ragioni diverse da quelle fatte valere con l’atto impugnato, non esclude il potere del giudice di qualificare autonomamente la fattispecie a prescindere dalle allegazioni delle parti in causa, né l’esercizio di poteri istruttori d’ufficio, nei casi previsti dalla legge, non potendo ritenersi che i poteri del giudice tributario siano più limitati di quelli esercitabili in qualunque processo d’impugnazione di atti autoritativi, quale quello amministrativo di legittimità (tra le recenti, Cass. nn. 21221 del 2006, 10585 del 2011, 7393 del 2012).
Ciò, peraltro, senza tener conto che la diretta derivazione comunitaria, quanto ai tributi armonizzati, e, comunque, costituzionale (art. 53) per quelli non armonizzati, del principio di divieto di abuso del diritto – secondo il quale il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall’utilizzo distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un risparmio fiscale, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quel risparmio fiscale – comporta la sua applicazione d’ufficio da parte del giudice tributario, a prescindere da un qualsiasi richiamo da parte del l’amministrazione, sulla base dei fatti acquisiti al processo (Cass. n. 17949 del 2012).
Infine, non è configurabile alcuna violazione del principio del contraddittorio o del diritto di difesa, poiché, a differenza di quanto rilevato nel caso deciso con la sentenza da ultimo citata, in quello in esame il dibattito processuale si è sempre svolto sulla configurabilità di una fattispecie negoziale di carattere elusivo, per cui non si è certo in presenza di una sentenza c.d. “della terza via” o “a sorpresa”.
2.1. Venendo al merito della questione, la ricorrente, con il primo motivo, denuncia “omessa considerazione di essenziali circostanze di fatto” e “omessa pronuncia sull’oggetto del contendere”, censurando la sentenza per avere il giudice a quo mancato di prendere in considerazione il fatto – dalla contribuente asseritamente dimostrato – che il prezzo della vendita era stato incassato dai figli della B., così omettendo di pronunciarsi su tale questione (si chiede, in conclusione, se sia “vero che, vertendo il giudizio sul soggetto cui riferire il possesso del reddito da vendita immobiliare, è violato l’art. 112 c.p.c. se il giudice di appello omette di considerare fatti documentati da parte resistente relativamente al soggetto che ha incassato il prezzo di vendita ed omette altresì di rapportare della documentazione al giudizio sulla titolarità effettiva del del reddito e, quindi, omette di pronunciarsi sul fatto decisivo, essenziale, dedotto in giudizio da entrambe le parti, attinente all’individuazione del soggetto del reddito derivante dalla vendita immobiliare”).
Il giudice avrebbe poi, e comunque, violato gli artt. 37, comma 3, del d.P.R. n. 600 del 1973 e 2729 cod. civ., nonché motivato in modo insufficiente ed illogico, sulla circostanza dianzi citata: si formula il quesito se sia “vero che il requisito di gravità, precisione e concordanza delle presunzioni richiesto dall’art. 37, comma 3, DPR 1973, n. 600 e dall’art. 2729 c.c. non è soddisfatto qualora il contribuente documenti fatti che dimostrano la ragionevole incompatibilità con quelli presunti dall’A.F.”.
Con il sesto motivo, è denunciata l’illogicità e la contraddittorietà della sentenza, là dove da un lato imputa alla contribuente un’asserita simulazione di volontà e dall’altro conclude con la tesi del negozio in frode alla legge.
Con il settimo motivo, la ricorrente deduce violazione di legge in relazione agli artt. 1344 cod. civ. e 53 Cost. Sono formulati i seguenti quesiti: a) “vero che non può essere affermato il carattere fraudolento di un negozio o di una sequenza negoziale ex art. 1344 c.c. senza nel contempo indicare quale sia la norma imperativa elusa”; b) “vero che la norma imperativa di cui all’art. 1344 c.c. deve essere ravvisata in una norma ordinaria, non già nel principio di capacità contributiva (dì cui all’art. 53 Cost.) e nel connesso principio di eguaglianza tributaria, principi che devono essere concretizzati ed incarnati in norme concrete di legge ordinaria”; c) “vero che la sequenza negoziale – donazione di area fabbricabile dai genitori ai figli e successiva vendita da parte dei figli – rientra in una libera esplicazione della libertà negoziale, non contrastata da alcuna norma imperativa”; d) “vero che il cittadino non è obbligato a scegliere la sequenza negoziale maggiormente tassata”.
Con l’ottava censura, si denuncia “salto logico tra la premessa della nullità della donazione e la riferibilità alla signora B. di un reddito che richiede la prova della percezione del prezzo”.
Infine, con il nono motivo si chiede se sia “vero che viola l’art. 82, comma 1, DPR 1986, n. 917, l’imputazione della plusvalenza derivante dalla vendita del terreno edificabile a soggetto estraneo documentalmente alla percezione della stessa”.
2.2.1 motivi sono in parte inammissibili e in parte infondati.
In particolare, si rivelano inammissibili per violazione dell’art. 366 bis cod. proc. civ. (applicabile ratione temporis) il primo, il sesto, l’ottavo ed il nono motivo. Essi, infatti, non rispondono ai requisiti stabiliti, per la loro formulazione, dalla norma citata, la quale, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, richiede che: a) per i vizi di violazione di legge, il quesito di diritto deve essere formulato in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica della questione, cosi da consentire al giudice di legittimità di enunciare una regula iuris suscettibile di ricevere applicazione anche in casi ulteriori rispetto a quello deciso dalla sentenza impugnata, al fine, quindi, del miglior esercizio della funzione nomofilattica: ne consegue che è inammissibile il motivo di ricorso sorretto da quesito inidoneo a chiarire l’errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in riferimento alla concreta fattispecie (tra le tante, Cass., Sez. un., nn. 26020 del 2008, 19444 del 2009); b) quanto ai vizi di motivazione, occorre una chiara e sintetica indicazione del fatto controverso in riferimento al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, o delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione (ex plurimis, Cass. nn. 2652 e 8897 del 2008, 27680 del 2009).
Il primo motivo è, in ogni caso, infondato, così come il settimo.
In una recente pronuncia relativa ad analoga fattispecie, questa Corte ha avuto modo di affermare, in materia di operazioni elusive e imposte sui redditi, la possibilità di dichiarare inopponibili all’amministrazione finanziaria – in applicazione di un principio generale antielusivo desumibile dall’art. 53 Cost., ma anche dai principi comunitari – i benefici fiscali derivanti dalla combinazione di operazioni a ciò volte. La disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dall’art. 37, comma 3, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale che costituisce il presupposto d’imposta: ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito della quale può ricomprendersi l’interposizione fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali. Da quanto esposto consegue che il carattere reale, e non simulato, dell’operazione di vendita e l’effettiva percezione del prezzo da parte dei venditori-donatari, non sono sufficienti ad escludere lo scopo elusivo dell’intera operazione negoziale posta in essere, nella sequenza donazione-vendita (Cass. n. 449 del 2013, e precedenti ivi richiamati).
Nella fattispecie, il giudice di merito ha, in modo esauriente e privo di vizi logico-giuridici, accertato la sussistenza di “copiosi elementi di fatto” (quali, essenzialmente, le trattative intervenute tra la B. e la società acquirente per la vendita del terreno già prima della donazione e la vicinanza temporale dei due atti, donazione e vendita) indubbiamente idonei a costituire presunzioni dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, tali da far ritenere provata la finalità elusiva del complessivo, artificioso, meccanismo negoziale adottato.
3. In conclusione, il ricorso (anche ove occorra, con correzione della motivazione in diritto) deve essere rigettato.
4. La peculiarità della fattispecie induce a disporre la compensazione delle spese di giudizio per cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese.

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Non beneficia delle agevolazioni prima casa il contribuente se al momento della registrazione dell’atto non è stata stipulata la convenzione col comune per il mutuo a tasso agevolato (Cass. n. 25473/2013)

Redazione

Fatto

Con l’impugnata sentenza n. 67/06/07, depositata il 22 ottobre 2007, la Commissione Tributaria Regionale dell’Umbria, rigettato l’appello dell’Ufficio, confermava la decisione n. 125/04/05 della Commissione Tributaria Provinciale di Terni che aveva accolto il ricorso del contribuente L.F. avverso il provvedimento n. Reg. 163201N739IV REGISTRO col quale l’Amministrazione aveva ritenuto non dovuta l’agevolazione di cui all’art. 5, comma 1, l. 22 aprile 1982, n. 168, norma che prevede che “Nell’ambito dei piani di recupero di iniziativa pubblica, o di iniziativa privata purché convenzionati, di cui agli articoli 27 e seguenti della legge 5 agosto 1978, n. 457, ai trasferimenti di immobili nei confronti dei soggetti che attuano il recupero, si applicano le imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa”.
La CTR, diversamente dall’Amministrazione, riteneva che il diritto all’agevolazione dovesse esser riconosciuto pur se, al momento della registrazione dell’atto, il contribuente non l’aveva richiesto e non era ancora stata stipulata la convenzione col Comune: secondo la CTR, difatti, in mancanza di espressa previsione, l’art. 5, comma 1, l. n. 168 del 1982, doveva esser interpretato nel senso che la disposizione non subordina il diritto al beneficio a nessuna delle due vedute condizioni.
Contro la sentenza della CTR, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Il contribuente resisteva con controricorso.

Diritto

1. Col secondo motivo di ricorso, da esaminarsi per primo per il suo più liquido carattere, l’Agenzia delle Entrate censurava la sentenza ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. per “Violazione e falsa applicazione dell’art. 5 l. 1962/168, nonché degli artt. 12 e 14 prel.”, deducendo che l’agevolazione, giusto il tenore letterale dell’art. 5, comma 1, l. n. 168 del 1982, cit., richiedeva, quale elemento costitutivo del diritto, che al momento della registrazione dell’atto fosse in essere la Convenzione col Comune, pena un’estendersi del beneficio che, in quanto eccezione alla regola generale, era da considerarsi di stretta interpretazione e quindi non applicabile fuori dei casi previsti dalla legge in ragione del divieto di analogia di cui all’art. 14 prel.
Il quesito era: “se, in materia di agevolazione dell’imposta di registro ai sensi dell’art. 5 l. 168/1982, nel caso in cui al momento della registrazione la Convenzione col comune non era ancora stata stipulata, essendo questa intervenuta dopo sei mesi dalla registrazione, violi l’art. 5 l. 1982/l68, nonché gli artt. 12 e 14 prel. la sentenza della CTR che riconosce il diritto all’agevolazione, mentre le norme anzidette (correttamente intese alla luce del divieto di interpretazione analogica delle norme eccezionali quali sono quelle che concedono benefici fiscali) avrebbero imposto di considerare non utile ai fini del riconoscimento dell’agevolazione la predetta
Convenzione con il comune, in quanto intervenuta solo dopo la registrazione dell’atto”.
Il motivo è fondato giacché, come questa Corte ha già avuto occasione di chiarire, l’art. 5 1. n. 168 del 1982 riconosce l’agevolazione esclusivamente quando sia già stata stipulata la Convenzione ed atteso che questa e indispensabile all’attuazione del recupero, cosicché in mancanza vien meno la causa dell’agevolazione e per di qui la conseguenza che la Convenzione deve esser necessariamente intesa come elemento costitutivo del beneficio; e non potendo ovviamente avere alcun rilievo le sopravvenute vicende, magari a distanza di molti anni (Cass. sez. trib. n. 17061 del 2010; Cass. sez. trib. n. 8480 del 2009; Cass. sez. trib. n. 14478 del 2003).
2. Assorbito il primo motivo.
3. Non essendo necessario accertare ulteriori fatti, la controversia può essere decisa col rigetto del ricorso introduttivo della lite fiscale.
4. Nella particolarità della lite, debbono farsi consistere le ragioni che inducono la Corte a compensare integralmente le spese di ogni fase e grado.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, respinge il ricorso del contribuente avverso l’avviso di liquidazione n. Reg.
163201N739IV REGISTRO; compensa integralmente le spese processuali di ogni fase e grado.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 3 ottobre 2013

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E’ impugnabile la cartella di pagamento Irap emessa sulla base della dichiarazione presentata dal professionista (Cass. n. 25358/2013)

Redazione

ORDINANZA

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Oggetto: Irap

RICORRENTE: A. G.
INTIMATO: AGENZIA ENTRATE

E’ stata depositata la seguente relazione:

1. Il prof. A.G. ricorre per cassazione avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio 187/28/10 del 10 dicembre 2010 che rigettava l’appello del contribuente affermando che il ricorso con cui prof. A.G. aveva sostenuto il non assoggettamento ad IRAP dei suoi redditi professionali relativi all’attività svolta nell’anno 2004, doveva essere respinto; e ciò in quanto rivolto contro la cartella di pagamento emessa a seguito della denuncia dei redditi presentata dal contribuente stesso.
2. L’Agenzia non si è costituita in giudizio.
3. Il ricorso deve essere accolto in quanto è pacifico che il contribuente può contestare una pretesa tributaria anche in sede di impugnazione della cartella emessa sulla base delle sue dichiarazioni; purchè ovviamente tale cartella costituisca il primo atto con cui la pretesa viene portata a conoscenza del contribuente. E non è affatto necessario che il contribuenti versi quanto chiesto in cartella e quindi presenti domanda di rimborso, impugnando il silenzio-rigetto. Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 9872 del 5 maggio 2011, ha affermato che il contribuente può contestare, anche emendando le dichiarazioni presentate all’Amministrazione finanziaria, l’atto impositivo che lo assoggetti ad oneri diversi e più gravosi di quelli che, per legge, devono restare a suo carico; e tale contestazione deve farla proprio impugnando la cartella esattoriale, non essendogli consentito di esercitare l’azione di rimborso dopo il pagamento della cartella. Ed in difetto di impugnazione della cartella risulta precluso il rimborso previsto dall’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n.602.
Il Collegio ha condiviso la proposta del relatore.

P.Q.M.

La Corto accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e rinvia la controversia ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale del Lazio, che deciderà anche per le spese di questo giudizio di legittimità. Così deciso nella camera di consiglio della sesta sezione civile il giorno 9 ottobre 2013

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Irrilevante la mancata presentazione del modello VR, il rimborso Iva in caso di chiusura/fallimento della società è comunque legittimo (Cass. n. 35353/2013)

Redazione

ORDINANZA

(omissis)

Svolgimento del processo

La controversia promossa da AT s.n.c. contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Novara n. 38/1/2009 che aveva accolto il in ricorso avverso il silenzio dell’Ufficio sull’istanza di rimborso IVA 2003 formulata dalla società F. nel 2006, a seguito di cessazione dell’attività avvenuta nel 2001.
Il ricorso proposto si articola in due motivi Nessuna attività difensiva ha svolto l’intimata.
Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 10/10/2013 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

Motivi della decisione

Assume la ricorrente la violazione dell’art. 30 c. 2 e 38 bis del dpr 633/72 laddove la CTR ha ritenuto spettante il rimborso nonostante la mancata presentazione del modello VR.
Con secondo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 21 del d.lgs. 546/92 laddove la CTR ha escluso l’applicabilità del termine decadenziale di cui all’art. 21. Le censure sono infondate. Secondo l’orientamento maggioritario di questa Corte, in tema di IVA, cui si intende in questo giudizio dare continuità, “la richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, essendo regolata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, comma 2. è soggetta al termine di prescrizione ordinario decennale e non a quello biennale di cui al D.lgs. n. 546 del 1992, art. 21 applicabile in via sussidiaria e residuale, in mancanza di disposizione specifiche; proprio perché l’attività non prosegue, non sarebbe infatti possibile portare l’eccedenza in detrazione l’anno successivo” (Cass. Trib. 9794/2010; Cass. 25318/10 e 13920/11; Cass. 27948/09 e, di recente, Cass. Trib. 14070/2012 e Cass. Trib. 7684, 7685, 23580/2012). Si è chiarito che l’art. 30 cit., “laddove dispone che i contribuenti, che non hanno effettuato operazioni imponibili nell’anno cui il credito IVA si riferisce, non possono optare per il rimborso, ma devono necessariamente computare il credito in detrazione nell’anno successivo, riguarda esclusivamente le imprese in piena attività e non esclude quindi il diritto di quelle, che hanno cessato l’attività o che sono fallite, di ricorrere all’istituto del rimborso per il recupero dei loro crediti d’imposta, non avendo esse la possibilità di recuperare l’imposta assolta su acquisti ed importazioni nel corso delle future operazioni imponibili” (Cass. 5486/2003). Nulla per le spese in assenza di attività difensiva.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso
Così deciso in Roma, 10/10/2013

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Accertamento induttivo sui conti bancari del collaboratore con funzioni di amministratore (Cass. n. 25120/2013)

Redazione

Ordinanza

Svolgimento del processo

La controversia promossa da G.S. contro l’Agenzia delle Entrate è stata definita con la decisione in epigrafe, recante il rigetto dell’appello proposto dalla Agenzia contro la sentenza della CTP di Pesaro n. ll0/3/2008 che aveva accolto il ricorso avverso l’avviso di accertamento n. (omissis) per iva irpef e irap 2002.
Il ricorso proposto si articola in unico motivo. Nessuna attività difensiva ha svolto l’intimato. Il relatore ha depositato relazione ex art. 380 bis c.p.c. chiedendo l’accoglimento del ricorso. Il presidente ha fissato l’udienza del 10/10/20l3 per l’adunanza della Corte in Camera di Consiglio. Il P.G. ha concluso aderendo alla relazione.

Motivi della decisione

Assume la ricorrente la violazione e falsa applicazione dell’art. 32 del dpr 600/73 laddove la CTR ha ritenuto che l’attività svolta dal G – dj – non consentisse un collegamento proporzionale tra l’ammontare dei ricavi ed il totale dei costi.
La censura è fondata alla luce dei principi affermati da questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 19692 del 27/9/2011) secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari assumono sempre rilievo ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, se il titolare di detti conti – nella specie, svolgente attività di collaborazione coordinata e continuativa come amministratore di società a responsabilità limitata – non fornisca adeguata giustificazione, ai sensi dell’art. 32 del d.P.R. 29 settembre l973, n. 600, poiché questa previsione e quella di cui all’art. 38 del medesimo d.P.R. hanno portata generale, riguardando la rettifica delle dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività svolta e dalla quale quei redditi provengano.
Consegue da quanto sopra la cassazione della sentenza impugnata in relazione al motivo accolto ed il rinvio, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese di questo grado, ad altra sezione della CTR delle Marche
Così deciso in Roma, 10/10/2013

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Accertamento nullo per il professionista se la CTR ha invalidato l’atto impositivo contente la rettifica del reddito dello studio associato (Cass. n. 24901/2013)

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, sulla base di due motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio che, rigettandone l’appello, ha confermato l’annullamento degli avvisi di accertamento, notificati a C.S., con i quali era stata rettificata la dichiarazione dei redditi della contribuente per gli anni 1988, 1989, 1990 e 1991, in relazione alla partecipazione nello Studio medico associato ********
Il giudice d’appello, rilevato infatti che la contribuente aveva documentato l’annullamento, ad opera della CTR in sede di rinvio con la sentenza n. 68/05/02 del 1° gennaio 2002, degli avvisi di accertamento a carico dell’aseociazione professionale Studio P. osservava come la quota di partecipazione a carico della S. ai fini dell’IRPEF, oggetto della presente controversia, discendeva automaticamente dalla detta sentenza, ed era pertanto pari all’imponibile dichiarato, essendo stati annullati i vari avvisi di accertamento emessi dall’ufficio.
La contribuente resisteva con controricorso, illustrato con successiva memoria.
La causa, già fissata per l’adunanza nella camera di consiglio del 5 maggio 2009, era rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione sull’impugnazione in sede di legittimità (rgn. 6807/05) della decisione relativa all’accertamento del reddito dello Studio associato.
In prossimità dell’udienza pubblica la S. depositava memoria cui allegava la sentenza di questa corte n. 14961 del 2010 con la quale si rendeva definitivo l’annullamento degli avvisi di accertamento del reddito dello Sudio medico associato ******** per gli anni dal 1998 al 1991.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 2909 ood. civ. e 324 cod. proc. civ., l’amministrazione ricorrente assume che l’annullamento dell’avviso di accertamento emesso nei confronti dell’associazione professionale non potrebbe esplicare effetti nel giudizio avverso l’avviso di accertamento, ai fini dell’IRPEF, del reddito di partecipazione dell’associato qualora, come nella specie, non si sia formato il giudicato sul detto primo annullamento, per essere stata impugnata in cessazione la relativa sentenza della CTR.
Con il secondo motivo denuncia vizio di motivazione.
Il ricorso va disatteso.
Il Collegio non ha infatti motivo di discostarsi delle considerazioni che seguono, svolte da questa Corte con la sentenza n. 23063 del 2012 in una controversia del tutto analoga.
Del definitivo annullamento degli avvisi di accertamento del rediito per gli anni 1988, 1989, 1990 e 1991 messi nei confronti dello Studio associato Prof. V.P., dai quali, ai sensi dell’art. 5 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, erano originati “per trasparenza” gli avvisi nei confronti di C.S. oggetto del presente giudizio, si deve altresì far derivare l’annullamento di questi ultimi atteso il rapporto di stretta dipendenza pregiudiziale tra gli uni e gli altri atti impostivì, e quindi anche indipendentemente dalla circostanza che nei rispettivi giudizi le parti siano state ovviamente differenti
(Cass. n, 17368 del 2009, n. 14014 del 2007, n. 14696 del 2006).
Il giudicato esterno, è appena il caso di ricordare, deve esser rilevato d’ufficio anche quando si sia formato successivamente alla pronuncia impugnata: e nel caso consegua a una sentenza della Corte di cassazione, come avvenuto nella specie, alla sua ricerca questo giudice deve provvedere anche autonomamente, sulla scorta ad esempio della raccolta ufficiale di massime e pronunce, per evitare il contrasto di giudicati ed al fine di attuare la funzione nomofilattica che le è propria (Cass. n. 30780 del 2011}.
Alla produzione di un giudicato suocessivarremte formatosi, del resto, non è comunque di ostacolo il divieto dell’art. 372 cod. proc. civ., nome che è soltanto riferibile a docunenti che potevano esser prodotti nelle fasi di merito (Cass. n. 26041 del 2010, n. 5360 del 2009).
Il ricorso deve pertanto essere rigettato.
Nella natura della controversia e nella specificità della fattispecie vanno ravvisati i giusti motivi che inducono a compensare le spese del giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Dichiara compensate fra la parti le spese dal giudizio.
Così deciso in Roma il 20 febbraio 2013.

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Legittimo l’accertamento induttivo all’associazione senza fini di lucro al cui interno invece si svolgevano attività come palestra, bar ecc. (Cass. n. 24898/2013)

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’Associazione Polisportiva M. con sede in Pordenone, propone ricorso per cessazione, sulla base di sei motivi, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Friuli Venezia Giulia che, rigettandone l’appello, ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento con il quale per l’anno 1998, veniva ricostruito in via induttiva il reddito e determinata una maggiore IRPEG, una maggiore IRAP ed una maggiore IVA, con l’irrogazione di sanzioni, essendo stato riconosciuto lo svolgimento di attività comerciale, in difetto delle prescritte scritture contabili, e non quello di attività associativa senza fini di lucro per la gestione di impianti sportivi, in particolare palestre, con servizi annessi, compreso quello di bar.
L’Agenzia delle entrate resiste con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo rrotivo la ricorrente, denunciando violazione di legge, si duole di non essere stato convocato pur avendo M. richiesto, dopo la notificazione del verbale di constatazione e prima dell’emissione dell’avviso di accertamento, l’instaurazione del contraddittorio ai fini dell’accertanoento con adesione, e si duole che non sia stato emesso un provvedimento di diniego della “istanza di archiviazione” del processo verbale di constatazione presentata prima dell’emissione dell’atto impositivo poi impugnato.
Il rilievo e privo di pregio, atteso che, come chiarito dalle sezioni unite di questa Corte (Cass. 17 febbraio 2010, n. 3676) “in tema di accertamento con adesione, la mancata convocazione del contribuente, a seguito della presentazione dell’istanza ex art. 6 del d.lgs. 16 giugno 1997, n. 218, non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli Uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge”.
“Nessuna norma impone in via generale l’obbligo di previa convocazione prima dell’accertamento, sia perché non subisce pregiudizi il diritto di difesa del contribuente, che può essere esercitato non solo nella fase contenziosa, ma anche subito dopo l’accertamento, mediante la procedura di definizione con adesione, durante la quale sono sospesi il termine per l’impugnazione dell’avviso di accertamento, il temine per eseguire il pagamento dell’imposta e la stessa iscrizione a ruolo delle somme liquidate, così da consentire al contribuente di fornire dati ed informazioni al fine di sollecitare l’attivazione dei poteri di autotutela della P.A.” (Cass. n. 14026 del 2012).
Quanto alla irrituale istanza di revoca (o di “archiviazione”, secondo la contribuente) del verbale di constatazione, il quale è atto, di natura istruttoria, interno al procedimento che si conclude con l’emissione dell’atto impositivo, e perciò autonomamente non irrpugnabile, ad essa l’ufficio ha nella specie dato riscontro con la notifica dell’avviso di accertamento.
Con il secondo ed il terzo motivo assume, denunciando, rispettivamente, violazione di legge e vizio di motivazione, che l’art. 86 del tuir imporrebbe la regola generale della qualificazione dell’ente come commerciale o non sulla base dell’atto costitutivo ovvero dello statuto, con onere a carico dell’ufficio di fornire la prova contraria.
Il secondo motivo e infondato, mentre il terzo è inammissibile perché non corredato del “momento di sintesi”, come prescritto dall’art. 366 bis cod. proc. civ.
Gli enti di tipo associativo possono infatti godere del trattamento agevolato previsto dagli art. 111 del d.P.R. n. 917 del 1986 (in materia di IRPEG) e 4 del d.P.R. n. 633 del 1972 (in materia di IVA) – come modificati, con evidente finalità antielusiva, dall’art. 5 del d.lgs. n. 460 del 1997 – a condizione non solo dell’inserimento, negli loro atti costitutivi e negli statuti, di tutte le clausole dettagliatamente indicate nell’art. 5 del d.lgs. n. 460 cit., “ma anche dell’accertamento – effettuato dal giudice di merito con congrua motivazione – che la loro attivitá si svolga, in concreto, nel pieno rispetto delle prescrizioni contenute nelle clausole stesse: in applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza appellata che aveva riconosciuto il trattamento agevolato ad un associazione sportiva dilettantistica, sulla sola scorta dell’accertata appartenenza ad una delle categorie previste dalle citate disposizioni e della conformita dello statuto alle norme stabilite per il riconoscimento della relativa qualifica” (Cass. n. 11456 del 2010).
Questa Corte ha in passato ripetutamente affermato che con riguardo all’IRPEG, “gli enti di tipo associativo non godono di uno “status” di “extrafiscalita”, che li esenta, per definizione, da ogni prelievo fiscale, potendo anche le associazioni senza fini di lucro – come si evince dall’art. 111, comma secondo, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (nel testo applicabile nella specie, “ratione terrporis”) – svolgere, di fatto, attività a carattere commerciale. Il disposto dell’art. 111, comma primo, del citato testo unico – in forza del quale le attivita svolte dagli enti associativi a favore degli associati non sono considerate oonrrerciali e le quote associative non concorrono a fomare il reddito complessivo – costituisce d’altro canto una deroga alla disciplina generale, fissata dagli artt. 86 e 87 del testo unico, secondo la quale l’IRPEG si applica a tutti i redditi, in denaro o in natura, posseduti da soggetti diversi dalle persone fisiche:
con la conseguenza che l’onere di provare la sussistenza dei presupposti di fatto che giustificano l’esenzicne e a carico del
Soggetto che la invoca, secondo gli ordinari criteri stabiliti dall’art. 2697 cod. civ.: sulla base degli enunciati principi, la S.C. ha ritenuto imnune da censura la sentenza iupugnata, che aveva considerato recuperabili a tassazione, come redditi di impresa, i proventi conseguiti da una associazione sportiva, rilevando corre, di fronte all’affemazione – contenuta nella sentenza stessa – secondo cui, alla stregua delle risultanze dell’accesso diretto dei verbalizzanti, i “soci” della palestra da essa gestita venivano di fatto trattati come semplici clienti di un imprenditore, sarebbe spettato all’associazione ricorrente fornire la prova contraria della natura non commerciale dell’attivita svolta, prova che non poteva essere desunta dal solo statuto sociale, attestante l’assenza del fine di lucro” (Cass. n. 22598 e n. 16032 del 2005, n. 8623 del 2012).
Di tali principi il giudice d’appello ha fatto buon governo, sottolineando, quanto alla prova offerta dalla contribuente, che “gli elementi richiamati dal ricorrente a sostegno della tesi della non assoggettabilità al tributo, non essendo lo stesso societa cdrmerciale, siano stati assolutamente insufficienti allo scopo, estrinsecandosi, in ultima analisi, al richiamo allo statuto, ignorando i principi chiaramente richiesti dalla Cassazione sull'”onere della prova”.
Con il quarto motivo sostiene che i parametri potrebbero, ai sensi dell’art. 3, conrna 181, della legge n. 549 del 1995, essere utilizzati solamente nell’ambito dell’accerta1rento previsto dall’art. 39, comma 1, del d.P.R. n. 600 del 1973, e che per la legittimità della loro applicazione l’ufficio dovrebbe provare, anche in via presuntiva, il presupposto della rettifica, ovvero la alrreno teorica esistenza di ricavi non documentati, prima e a prescindere dalla loro quantificazione.
Il motivo è infondato, in quanto l’ufficio, ravvisato nella associazione lo svolgimento di attività commerciale, rilevata la mancata tenuta delle scritture contabili obbligatorie per le società con fine di lucro, ha proceduto al1’accertamento induttivo ai sensi dell’art. 39, secondo ocrrma, lettera c), del d.P.R. 29 setterrbre 1973, n. 600, che abilita a determinare “il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facolta di prescindere del tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi di presunzioni prive dei requisiti di cui alla lettera d) del precedente comma”.
Con il quinto ed il sesto motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione.
I motivi sono inanmissibili, in quanto la loro illustrazione non è seguita dal “momento si sintesi” prescritto per la denuncia del vizio di motivazione dall’art. 366 bis cod. proc. civ.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.
le spese di lite seguono la socconroenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna le contribuente el pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 8.000, oltre alle spese prenotate e debito.
Così deciso in Roma il 13 febbraio 2013.

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Anche se il contribuente ha chiesto l’accertamento con adesione la cartella esattoriale non può essere impugnata (Cass. n. 24435/2013)

Redazione

Fatto

La società contribuente impugnò una cartella di pagamento che era seguita ad un avviso di accertamento, in relazione al quale la società aveva proposto istanza di accertamento con adesione, che non aveva avuto seguito.
La commissione tributaria provinciale accolse il ricorso, rimarcando l’inosservanza dell’obbligo dell’ufficio di ascoltare la contribuente nel corso del procedimento di accertamento con adesione.
A seguito di appello dell’agenzia, la commissione tributaria regionale ha confermato la sentenza di primo grado, sempre in base alla affermata violazione dell’ufñcio dell’obbligo di rispettare il rigoroso iter contemplato dal legislatore a regolamentazione del procedimento di accertamento con adesione, giusta l’articolo 6 (sia pure erroneamente indicato come articolo 5) del decreto legislativo n. 218 del 1997.
Ricorre l’agenzia delle entrate per ottenere la cassazione della sentenza, affidando il ricorso a due motivi.
La società non ha spiegato difese.

Diritto

1.- Con i due motivi di ricorso, rispettivamente proposti ex articolo 360, 1° comma, n. 4 ed ex articolo 360, l° comma, numero 3, del codice di procedura civile, da esaminare congiuntamente, perché logicamente avvinti, l’Agenzia delle entrate denuncia:
– la violazione e falsa applicazione dell’articolo 112 del codice di procedura civile, in quanto la cormnissione tributaria regionale ha deciso nel merito la controversia, senza esaminare la preliminare eccezione d’inammissibilità del ricorso, proposta sin dalla costituzione in primo grado primo motivo;
-la violazione e falsa applicazione dell’articolo 6, 3° comma del decreto legislativo 218 del 1997, perché la commissione tributaria non ha considerato che l’avviso di accertamento oggetto dell’istanza di adesione era divenuto definitivo -secondo motivo.
2. – I due motivi sono fondati.
Va preliminarmente rilevato che, sebbene la stessa sentenza impugnata riferisca in narrativa che con l’appello <<…viene ribadita anzitutto -l’inammissibilità dell’emissione della cartella di pagamento per mancata impugnazione dell’avviso di accertamento>>, essa non spende argomento alcuno in ordine a quest’eccezione, che trascura di affrontare.
2.1. – L’eccezione non delibata dalla sentenza è fondata.
È difatti orientamento consolidato di questa Corte che la cartella esattoriale di pagamento, quando faccia seguito ad un avviso di accertamento divenuto definitivo, si esaurisce in urfintimazione di pagamento della somma dovuta in base all’avviso e non integra un nuovo ed autonomo atto impositivo: ne discende che, in base all’art. 19, 3° comma, del decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546, essa resta sindacabile in giudizio solo per vizi propri e non per questioni attinenti all’atto di accertamento da cui è sorto il debito. Dunque, i vizi afferenti all’avviso di accertamento non possono essere fatti valere con Pimpugnazione della cartella (orientamento consolidato. Vedi, ex multis, Cass. 29 luglio 2011, n. 16641; Cass. 30 luglio 2009, n. 17726; Cass. 6 aprile 2001, n. 5105).
2.2. – Nel nostro caso, l’avviso di accertamento che ha preceduto la cartella era senz’a1tro divenuto definitivo prima dell’emissione di questa, in ragione del mancato perfezionamento del procedimento di accertamento con adesione: anche sul punto, è compatto l’orientamento della Corte secondo cui, in tema di accertamento con adesione, la presentazione dell’istanza di definizione, così come il protrarsi nel tempo della relativa procedura, non comportano l’inefficacia dell’avviso di accertamento, ma ne sospendono soltanto il termine di impugnazione per novanta giorni, decorsi i quali, senza che sia stata perfezionata la definizione consensuale, quest’ultimo, in assenza di tempestiva impugnazione, diviene definitivo, poiché, a norma degli art. 6 e 12 del decreto legislativo 19 giugno 1997 n. 218, soltanto all’atto del perfezionamento della definizione l’avviso perde efficacia (vedi, da ultimo, Cass., ordinanza 2 marzo 2012, n. 3368).
2.3. – Né incide sul prodursi della definitività dell’accertamento la circostanza lamentata dalla contribuente concernente la sua omessa convocazione in seno al procedimento: la convocazione del contribuente è mera facoltà dall’ufficio, oggetto di valutazione discrezionale (Cass. 30 dicembre 2009, n. 28051), di guisa che la sua omissione non comporta la nullità del procedimento di accertamento adottato dagli uffici, non essendo tale sanzione prevista dalla legge (Cass. civ., sez. un., 17 febbraio 2010, n. 3676).
3. – Il ricorso va in conseguenza accolto, la sentenza va cassata e, non occoirendo ulteriori accertamenti in fatto, la causa va decisa nel merito con la declaratoria dell’inammissibilità del ricorso introduttivo proposto dalla società contribuente.
4. – L’andamento processuale della lite comporta la sussistenza di giusti motivi per compensare le spese inerenti alle fasi di merito.
Le spese inerenti a questa fase seguono, invece, la soccombenza, giusta la liquidazione in dispositivo.

PER QUESTI MOTIVI
La Corte:
– accoglie il ricorso;
– decidendo nel merito, dichiara Vinammissibilità del ricorso introduttivo proposto dalla società contribuente;
– compensa le spese inerenti alle fasi di merito;
– condanna la contribuente alla rifusione delle spese inerenti a questa fase, che liquida in €uro 9000,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.
Così deciso nella camera di consiglio del 17 dicembre 2012.

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Studi di settore: applicabili anche al commerciante che esercita in zona periferica (Cass. n. 24364/2013)

Redazione

Ordinanza

Svolgimento del processo

1. M.B. propone ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo, avverso la sentenza della commissione tributaria regionale della Puglia n. 44/06/10, depositata il 26 marzo 2010, con la quale, accolto l’appello dell’agenzia delle entrate contro la decisione di quella provinciale, l’opposizione del medesimo, relativa a due avvisi di accertamento concernenti Irpef, Irap ed *** per gli anni 2001 e 2002, veniva respinta. In particolare il giudice di secondo grado osservava che gli atti impositivi si basavano sugli studi di settore, che costituivano prova presuntiva, senza che il contribuente, che si era discostato parecchio da essi, avesse fornito elementi di prova sul suo assunto, se non in modo generico, ed inoltre aveva omesso di instaurare il preventivo contraddittorio, nonostante l’invito trasmessogli. Tuttavia il moltiplicatore gli veniva applicato nel minimo previsto, tenuto conto delle deduzioni ed osservazioni addotte in sede contenziosa.
L’agenzia delle entrate resiste con controricorso, mentre il ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

2. Col motivo addotto a sostegno del ricorso il ric rr nte deduce violazione di norme di legge e vizi di motivazione, in guanto la CTR non considerava che i parametri applicati dall’ufficio sono astratti, e dovevano essere contemperati dalle effettive condizioni in cui l’attività di commerciante di orologi, gioielli ed articoli di argenteria veniva svolta, e precisamente in un quartiere periferico e di persone non abbienti, trattandosi solo di presunzioni semplici, per le quali invece l’agenzia doveva fornire la prova della sua pretesa.
Il motivo è infondato, in quanto, com’è noto, in tema di accertamento induttivo dei redditi, l’Amministrazione finanziaria può ai sensi dell’art. 39 del d.P,R. n. 600 del 1973 – fondare il proprio accertamento sia sull’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili <<dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio dell’attività svolta>>, sia sugli studi di settore, come nella specie, nel quale ultimo caso l’Ufficio non è tenuto a verificare tutti i dati richiesti per uno studio generale del comparto merceologico, potendosi basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricgstruzione del reddito del contribuente (Cfr. anche Cass. Sentenza n. 16430 del 21/07/2011). Del resto in tema di accertamento tributario, la necessità che lo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli studi di settore testimoni una “grave incongruenza”, espressamente prevista dall’art. 62-sexies del d.l. 30 agosto 1993, n. 331, aggiunto dalla legge di conversione 29 ottobre 1993, n. 427, ai fini dell’avvio della procedura finalizzata all’accertamento, deve ritenersi implicitamente confermata, nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva, dall’art. 10, comma 1, della legge B maggio 1998, n. 146, il quale, pur richiamando direttamente l’art. 62-sexies cit., non contempla espressamente il requisito della gravità dello scostamento, come nel caso in esame, in cui comunque il divario con quanto indicate in dichiarazione era abbastanza rilevante (V. pure Sez. UU, sentenza n. 26635 del 18/12/2009).
Dunque sul punto la sentenza impugnata ulta a in modo giuridicamente corretto ed adeguato.
3. Ne deriva che il ricorso va rigettato.
4. Quanto alle spese del giudizio, esse seguono la soccombenza, e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.
La Corte

Rigetta il ricorso, e condanna il ricorrente 4 rimborso delle spese a favore delle controricorrente, e che liquida in € 4.000,00(quattromila/00) per onorario, oltre a quelle prenotate a debito.
Così deciso in Roma, il 10 ottobre 2013.

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