Tributaria Archivi - Pagina 4 di 25

Tributaria

Nullo l’avviso di accertamento firmato da un funzionario illegittimo (CTP di Lecce, 21/05/2015, n. 1789/02/2015)

Redazione

La Coop C.S.S. R. – ******à Cooperativa a r.l. – propone ricorso contro l’avviso di accertamento – n.(omissis) – con il quale l’Agenzia delle Entrate notificava di aver proceduto alla rettifica della dichiarazione dei redditi attribuibili alla stessa per l’anno d’imposta 2009; risulta dall’avviso opposto che tale rettifica trae la sua origine da una verifica, sulle attività sociali di alcune unità operativa della stessa Coop, posta in essere da parte della Guardia di Finanza, dell’Arma dei Carabinieri, dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Azienda Sanitaria Locale, nel periodo 17/11/2010-26/10/2011; il verbale redatto il 26/10/2011, a conclusione della verifica aveva evidenziato la sussistenza di alcune irregolarità per gli anni dal 2006 al 2010, che costituivano indice di costituzione fittizia di società cooperativa, con carattere commerciale dell’attività, con distribuzione indiretta di utili ai soci, con la conseguente perdita del diritto alle agevolazioni previste per le Coop, ed il recupero a tassazione dei ricavi.
In particolare, per l’anno 2009, veniva accertato un reddito imponibile di €. 343.960,13 a fini Irpef un maggior valore della produzione di €. 283.108,13 a fini Irap, una maggiore imposta dovuta di iva in €. 26.744,37, nonché recuperata l’*** non detraibile in €. 6.530,23; venivano irrogate sanzioni in conseguenza.
La ricorrente eccepisce l’illegittimità dell’avviso suddetto, per violazioni delle norme riguardanti lo svolgimento della verifica nelle sedi dell’azienda, nonché per difetto di motivazione e di sottoscrizione dell’atto e per la carenza di prova dei fatti contestati; nel merito lamenta l’infondatezza delle contestazioni, e conseguentemente l’illegittimità delle sanzioni; chiede l’annullamento dell’atti.
Si è costituita l’Agenzia, la quale ha sostenuto la regolarità e legittimità della condotta degli agenti nell’esecuzione delle operazioni di verifica; ha confermato la sufficienza della motivazione dell’avviso, dato che fa riferimento ad atti conosciuti dalla contribuente; nel merito ha sostenuto la fondatezza dei rilievi con precisione e chiarezza contestati, e la conseguente legittimità della sanzioni irrogate.
Con successive memorie (in data 14/10/2013, in data 22/11/2013 ed in data 17/11/2014) la ricorrente si è riportata al ricorso ed ha insistito sulla regolarità del suo comportamento fiscale, neanche sulla sussistenza del carattere di mutualità e dell’azienda, allegando copia dell’atto di verifica effettuata con esito favorevole dal Ministero delle Attività Produttive – Direzione Generale Ente Cooperative – ente cui è delegata la vigilanza sulle Coop.
Con ulteriore memoria, qui pervenuta in data 13/4/2015, la ricorrente ha ulteriormente insistito nella richiesta di annullamento dell’avviso contestato per illegittimità della sua sottoscrizione, invocando a tal fine la Sentenza della Corte Costituzionale 17/3/2015, n. 7.
Nell’odierna seduta di trattazione del ricorso il difensore di parte ricorrente, nel riportarsi ai propri scritti di causa, preliminarmente chiede che sia disposto l’annullamento dell’atto impugnato per il motivo, riguardante la mancanza di legittimità della sottoscrizione dello stesso, a seguito della sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale del marzo 2015; il funzionario dell’agenzia si è riportata alle controdeduzioni ed ha contestato l’eccezione pregiudiziale riguardante la mancanza di legittimità relativa alla sottoscrizione dell’avviso opposto. Al termine dell’udienza il Collegio, riunito in camera di consiglio ha così deciso.

Motivi della decisione

La Commissione ritiene preliminarmente necessario decidere sulla pregiudiziale posta dalla ricorrente, riguardante la contestata legittimità dell’avviso di accertamento che ha dato origine alla vertenza di che trattasi.
Occorre premettere che l’art. 42 del D.P.R. 29/9/1973, n. 600, al comma 1 dispone che:
“Gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza del contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato.
Ciò posto, si osserva, in buona sostanza, che l’Agenzia delle Entrate, allo scopo di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutte e, contemporaneamente, la legittimità degli atti dalle stesse poste in essere, ha provveduto, nelle more dell’espletamento di procedure concorsuali per la copertura di funzioni dirigenziali vacanti, all’attribuzione di incarichi dirigenziali a propri funzionari, individuati con prova selettiva, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata era fissata in relazione al tempo necessario per la copertura dei posti vacanti tramite concorso; ad operare con tale modalità di attribuzione delle funzioni dirigenziali l’Agenzia era autorizzata dall’art.8, comma 24, del D.L. 2 marzo 2012, n.16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della L. 26/4/2012, n. 44.
Con la Sentenza cui si appella la contribuente, emessa in data 17/3/2015, n.37, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della suddetta norma autorizzativa, insieme con le disposizioni che consentivano la proroga dei termini previsti nella stessa (D.L. n.150/2013, convertito in L. n. 12/2014, ed al D.L. 31/12/2014, n. 192).
La Corte ha anche precisato, nelle motivazioni, che “”Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordina al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia dirigenziale superiore comporta “l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regala del pubblico concorso” (sentenza n. 194 del 2002; ex plurimis, inoltre, sentenze n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010, n. 293 del 2009).””.
Ha ulteriormente riconosciuto all’amministrazione la possibilità di “ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale – come affermato dalla giurisprudenza tributaria di legittimità sulla provenienza dell’atto e sulla sua idoneità ad esprimerne all’esterno la volontà (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione tributaria civile, sentenza 9 gennaio 2014, n. 220; 10 luglio 2013, n. 17044; 10 agosto 2010, n. 18515; sezione sesta civile – T. 11 ottobre 2012, n.17400) – la funzionalità dell’Agenzia non è condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla disposizione censurata.
Da quanto sopra discende, in estrema sintesi, che: a)- il conferimento di incarichi dirigenziali deve avvenire previo espletamento di concorso pubblico, e ciò anche nel caso di affidamento di tali incarichi anche a dipendenti già in servizio, e b)- è legittimo l’affidamento, anche a funzionari, di incarichi per l’adozione di atti a competenza dirigenziale.
Ulteriore necessaria conclusione è che deve ritenersi illegittimo il conferimento dell’incarico – ex art.42, c. 1, dpr. 600/73 – a soggetto che non sia risultato vincitori di concorso pubblico per il posto nella carriera direttiva, con la conseguente nullità, per difetto assoluto di attribuzione, degli atti a competenza dirigenziale dallo stesso adottati (L. n. 241/1990, art. 21 septies).
Con riferimento al caso di specie, si osserva che la ricorrente ha eccepito la nullità dell’avviso di accertamento, contestando il difetto di attribuzione della funzione dirigenziale del delegante, e la conseguente nullità dell’avviso di accertamento perché sottoscritto in assenza di delega validamente attribuita; sui punto la rappresentante dell’Amministrazione finanziaria ha genericamente contestato la suddetta eccezione, senza, peraltro, motivare tale linea di difesa: trattandosi di difendere la legittimità dell’atto contestato, sarebbe stato necessario che l’Amministrazione finanziaria avesse confermato, fornendone adeguata dimostrazione, il possesso dei requisiti voluti dall’art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 per la sottoscrizione dell’avviso di accertamento, ossia la sussistenza del potere di delega in capo al delegante direttore dell’ufficio, nonché il possesso della qualifica di funzionario direttivo da parte del delegato; l’ufficio non poteva esimersi dal dare le dette dimostrazioni, necessarie in presenza di eccezione da parte del contribuente, eccezioni dallo stesso poste già con le memorie depositate in data 13 aprile 2015 – ossia dieci giorni prima dell’odierna seduta di trattazione – e poi ribadite in udienza. La immotivata mancanza di dimostrazione della legittimità della sottoscrizione dell’atto ne fa ritenere la mancanza; consegue la nullità dell’avviso di accertamento impugnato.
I restanti motivi di ricorso rimangono assorbiti.
Per i suesposti motivi il ricorso merita di trovare accoglimento.
La spese di giudizio vanno interamente compensate, attesa la novella portata dalla indicata Sentenza della Corte Costituzionale.

P.Q.M.

La Commissione accoglie il ricorso. Spese compensate.
Lecce, 23 aprile 2015.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La notifica della cartella esattoriale effettuata nella sede sociale e non nella sede effettiva della società è comunque valida (Cass. n. 27677/2013)

Redazione

PREMESSO IN FATTO.

1. Con sentenza n. 236/22/06, depositata il 27.2.07, la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna rigettava l’appello proposto dalla F.P. s.r.l. in liquidazione avverso la decisione di primo grado, con la quale era stato rigettato il ricorso proposto dalla contribuente nei confronti della cartella di pagamento, emessa dall’ Amministrazione finanziaria ai fini IVA per l’anno 1997.
2. La CTR – confermando la decisione di prime cure – riteneva, invero, che la notifica dell’avviso di rettifica, a monte della cartella esattoriale impugnata, fosse stata correttamente effettuata alla contribuente, ai sensi dell’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, non essendo stata reperita l’azienda della medesima, presso la sede legale nota all’Amministrazione finanziaria.
3. Per la cassazione della sentenza n. 236/22/06 ha proposto ricorso la F.P. s.r.l. in liquidazione affidato ad otto motivi. L’Agenzia delle Entrate non ha svolto attività difensiva. La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

OSSERVA IN DIRITTO.

1. La F.P. s.r.l. impugnava dinanzi alla CTP di Parma la cartella di pagamento, emessa dall’Amministrazione finanziaria ai fini IVA per l’anno 1997, sostenendo che l’avviso di rettifica a monte – per omessa integrazione dell’IVA relativamente a fatture di acquisto emesse da operatori intracomunitari – non le era stato notificato. La notifica dell’atto impositivo sarebbe stata, invero, effettuata – a detta della contribuente – con il rito degli irreperibili, ai sensi dell’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, nella sede legale della società, ancorchè fosse stata comunicata all’Agenzìa delle Entrate la sede effettiva dell’ente, sita in località diversa da quella legale.
1.1. La F.P. deduceva, inoltre, che la raccomandata, che notiziava dell’avvenuto compimento delle formalità di notifica, sarebbe stata ricevuta, presso la sede legale della società, da persona ignota e comunque non abilitata a ricevere la corrispondenza.
Per tali ragioni, la società chiedeva, dunque, l’annullamento dell’iscrizione a ruolo del tributo e della conseguente cartella di pagamento.
1.2. La pretesa veniva disattesa, sia dalla edita CTP, che, in appello, dalla CTR del1’Emi1ìa Romagna, con sentenza 236/22/06, che la contribuente ha gravato con ricorso per cassazione, sulla base di otto censure.
2. Con il primo, secondo, sesto, settimo e ottavo motivo di ricorso – che, per la loro intima connessione, vanno esaminati congiuntamente – la F.P. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 138, 139, 140, 145 c.p.c., 60, lett. e) del d.P.R. 600/73, 56 d.P.R. 633/72, 46 c.c., 6 e 10 l. 212/00, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché la contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
2.1. Sarebbe, invero, contraddittoria e comunque erronea – a parere della ricorrente – l’impugnata sentenza, nella parte in cui, da atto della validità della notifica effettuata presso la sede legale della società, benchè essa fosse stata effettuata con il rito degli irreperibili, e cioè ai sensi dell’art. 60, lett. e d.P.R. 600/23, proprio perche la sede sociale, presso la quale la notifica sarebbe stata effettuata, non era stata reperita dal messo notificatore.
2.2. Ad ogni buon conto, secondo la contribuente, il ricorso alla disposizione suindicata, e non a quella di cui all’art. 140 c.p.c., ritenuto corretto dalla CTR, sarebbe da considerarsi, per contro, illegittimo, atteso che, presso la sede sociale – dichiarata irreperibile nella relata di notifica – era stata, di contro, ricevuta la raccomandata che notiziava la F.P. del deposito dell’atto impositivo presso la casa comunale. Il che, ad avviso della ricorrente, dimostrerebbe – contrariamente a quanto contenuto nella relata di notifica – l’esistenza e la reperibilità della sede sociale della contribuente.
2.3. Di più, la necessita di fare ricorso al procedimento di cui all’art. 140 c.p.c., e non a quello previsto dalla disposizione speciale di cui all’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, sarebbe ulteriormente evidenziata, a parere della F.P., dal fatto che l’Amministrazione sarebbe stata – a suo dire – a conoscenza della sede effettiva della contribuente, sita in località diversa da quella della sede legale, per esserle stata comunicata con l’avviso di “variazione dati” del 19.12.01. Sicché, la pronuncia del giudice di appello, sul punto, sarebbe, altresì affetta dal vizio di omessa o insufficiente motivazione, per non avere tenuto conto di tale risultanze, definitiva ai fini del decidere.
3. Le censure suesposte sono infondate.
3.1. Va – per vero – osservato, al riguardo, che – secondo l’insegnamento costante di questa Corte – la notificazione degli avvisi e degli atti tributari impositivi, nel sistema delineato dall’art. 60 del d.P.R. n. 600/73, va effettuata secondo il rito previsto dall’art. 140 c.p.c. soltanto nelle ipotesi in cui siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario, ma non si sia potuto eseguire la consegna perche questi (o ogni altro possibile consegnatario} non è stato rinvenuto in detto indirizzo, per essere ivi temporaneamente irreperibile.
Per contro, tale notifica va effettuata secondo la disciplina di cui all’art. 60 cit., lett. e) quando il messo notificatore non reperisca il contribuente perchè risulta trasferito in luogo sconosciuto; accertamento, questo, cui il messo deve pervenire dopo aver effettuato ricerche nel comune dov’è situato il domicilio fiscale del contribuente, per verificare che il suddetto trasferimento non si sia risolto in un mero mutamento di indirizzo nell’ambito dello stesso comune (cfr., ex plurimis, Cass. 7268/02, 20425/07, 14030/11).
3.2. Ebbene, nel caso di specie, dalla relata di notifica dell’avviso di rettifica – trascritta nel ricorso per cassazione – si evince che il messo notificatore dava atto “dell’impossibilita ad eseguire la notifica del presente atto al sig. F.P. s.r.l., in Parma, via X n. 48-A, ai sensi degli artt. 133 e 139 c.p.c., in quanto all’indirizzo dichiarato non è stata reperita l’abitazione, ovvero l’ufficio o l’azienda del destinatario della notifica. Il messo notificatore comunicava, inoltre, di avere eseguito il deposito dell’atto presso la casa comunale, ove sarebbe stato affisso per otto giorni consecutivi, “ai sensi dell’art. 60, lett. e) del d.P.R. 600/73”.
Ne discende che l’irreperibilità dell’azienda del destinatario della notifica, tentata presso la sede sociale non reperita, legittima la notifica del1’atto impositivo operata nelle forme di cui all’art. 60 cit., lett. e). Va tenuto conto, invero, del fatto che la stessa contribuente, con la dichiarazione di “variazione dati” del 19.12.01, come accertato dal giudice di appello, aveva confermato l’indirizzo della sede sociale in Parma, alla via X n. 48-A.
3.3. A fronte di siffatta, reiterata, indicazione della sede legale della F.P. srl, pertanto, nessun rilievo può essere ascritto alla contestuale indicazione, nella medesima nota di variazione, anche di uno “stabilimento”, sito in un comune diverso da quello della predetta sede locale (ossia in Collecchio, via Nazionale Est n. 71. Di contro, tale indicazione di una sede secondaria in altro comune conferma ulteriormente la validità della notifica effettuata, stante il tenore letterale della prima parte dell’art. 60 cit., lett. e), che presuppone l’assenza dell’azienda o dell’ufficio nel comune in cui deve essere eseguita la notificazione. Nessun altro accertamento avrebbe, di conseguenza, dovuto espletare l’Amministrazione al riguardo, posto che, ai sensi della norma succitata, incombe sul contribuente l’onere di comunicare all’Ufficio le variazioni e le modificazione del proprio indirizzo fiscale.
3.4. Né conseguenza alcuna puo trarsi – dipoi – dal fatto che la raccomandata, che notiziava la destinataria dell’avvenuto deposito del1’atto nell’albo del comune,
sia stata ricevuta da un preteso rappresentante dell’ente, presso la sede sociale. Il che, ad avviso della contribuente, confermerebbe l’esistenza e la reperibilità della sede legale della società, contrariamente a quanto affermato nella relata di notifica dal messo notificatore. Ed invero, non e possibile desumere con certezza dagli atti, non avendo provveduto la ricorrente ad una compiuta indicazione e specificazione delle modalità di spedizione e di ricezione di detta raccomandata, se la stessa – peraltro, come si dirà in prosieguo, del tutto irrilevante, ai fini della validità del procedimento notificatorio – sia stata spedita effettivamente all’indirizzo della sede legale, o piuttosto presso altra sede secondaria o stabilimento della società.
3.5. E’ appena il caso di rilevare, infine, che nessun contrasto di motivazione può riscontrarsi nell’avere ritenuto la CTR validamente operata la notifica presso la sede legale, nello stesso tempo dichiara irreperibile. E’ di tutta evidenza, infatti, che il presupposto essenziale per il ricorso alla notifica nelle forme di cui all’art. 60, cit., lett. el è rappresentato proprio dal fatto che la notifica tentata presso la sede legale della società era stata impossibile, per irreperibilità della sede stessa. Sicché, la motivazione della CTR, sul punto in questione, appare del tutto logica e coerente, oltre che giuridicamente corretta.
4. Con il terzo, quarto e quinto motivo di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – la F.P. s.r.l. denuncia la violazione degli artt. 112 c.p.c. e 7 l. 890/82, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché l’omessa motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
4.1. La CTR avrebbe, invero, omesso di pronunciarsi sulla questione, introdotta dalla F.P. s.r.l. con specifico motivo di appello, del difetto di legittimazione del soggetto che aveva ricevuto la raccomandata, che notiziava la destinataria dell’avvenuto deposito dell’atto nell’albo del comune.
D’altro canto, la CTR non avrebbe tenuto conto, al riguardo, del fatto che la comunicazione di tale raccomandata era da considerarsi affetta da nullità, poiché l’avviso di ricevimento mancava dell’indicazione della identità e della qualità della persona del consegnatario della raccomandata, nonché del suo rapporto con il destinatario della stessa, in violazione dell’art. 7 della l. n. 89/82.
4.2. Per il che del tutto apodittica, a parere della ricorrente, si paleserebbe la motivazione dell’impugnata sentenza, laddove la CTR ha ritenuto valida la notifica dell’atto, senza prendere in considerazione alcuna la suddetta risultanza processuale, allegata agli atti del giudizio di primo e secondo grado.
5. I motivi di ricorso suesposti sono infondati.
5.1. Nessun vizio di omessa pronuncia può, per vero, essere ravvisato nell’impugnata sentenza, avendo la CTR, sulla base dell’esame delle risultanze documentali in atti, concluso, motivatamente, per la validità del procedimento notificatorio, ritenendo – del tutto correttamente, per le ragioni suesposte – che la notifica andasse effettuata nelle forme di cui all’art. 60, lett. e) del d.P.R. 600/73. Del resto, va rilevato che il procedimento notificatorio seguito nel caso concreto, non richiede affatto per la sua validità, a differenza di quello di cui all’art. 140 c.p.c., oltre al deposito dell’atto nella casa comunale e la sua affissione per otto giorni consecutivi, anche la spedizione della raccomandata che avvisi il destinatario dell’avvenuta affissione dell’atto (Cass. 7120/03). Sicchè che alcun obbligo incombeva alla CTR di prendere in considerazione, ai fini del riscontro di validità della notifica dell’avviso di rettifica, le modalità di esecuzione della spedizione e gli eventuali vizi della comunicazione della raccomandata in parola.
5.2. Ad ogni buon conto, va osservato che, qualora tale raccomandata fosse stata effettivamente inviata presso la sede effettiva della societa (ossia nello stabilimento in Collecchio), il fatto che la stessa sia stata ivi ricevuta da una persona che si trovava nei locali, lascia presumere che tale persona fosse addetta alla ricezione degli atti diretti alla persona giuridica destinataria, senza che il notificatore sia tenuto a compiere accertamenti. al riguardo, incombendo sulla società l’onere di provare, per vincere la suddetta presunzione, la mancanza dei presupposti per la valida effettuazione del procedimento notificatorio (Cass. 3516/12).
6. Per tutte le raqioni che precedono, pertanto, il ricorso della F.P. s.r.l. in liquidazione non può che essere rigettato. Nulla per le spese attesa la mancata costituzione dell’Agenzia delle Entrate nel presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione;
rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, l’8.4.2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non deve versare l’Irap il professionista che sostiene molte spese per spostamenti (Cass. n. 27213/2013)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 108/32/2006 del 21/06/2006, depositata in data 12/01/2007, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sez. 32, accoglieva, con compensazione delle spese di lite, l’appello proposto, in data 6/10/2005, dall’Agenzia delle Entrate Ufficio Milano 1, avverso la decisione n. 105/25/2004 della Commissione Tributaria Provinciale di Milano, che aveva accolto i ricorsi, riuniti, di P. M. C. contro il silenzio-rifiuto formatosi sulle istanze di rimborso dell’IRAP versata per gli anni di imposta 1999,2000 e 2001.
La Commissione Tributaria Regionale accoglieva il gravame dell’Agenzia delle Entrate, in quanto, ritenuto, preliminarmente, ammissibile l’appello, a fronte della specificità delle censure sollevate alla decisione impugnata, e pur non condividendo l’assunto dell’Agenzia appellante, secondo il quale “l’organizzazione – autonoma – dovrebbe riscontrarsi automaticamente ogniqualvolta si fosse in presenza di una attività svolta in maniera abituale, stabile ed autonoma”, riteneva non provata, dalla contribuente, istante per il rimborso dell’IRAP indebitamente versata, l’inesistenza di un’attività professionale autonoma, organizzata, non emergendo, dai dati acquisiti, “soprattutto per il livello dei compensi”, una attività professionale “sostanzialmente semplificata, esercitata in forma individuale, priva di organizzazione e di significativi supporti strutturali”. I giudici tributari, in particolare, evidenziavano che, a fronte di un’attività professionale “svolta senza l’ausilio di dipendenti stabili” e di relativi costi, ad eccezione dell’anno 1999 (“per la somma di £ 1.100.000”), “priva di spese per prestazioni di collaborazioni coordinate e continuative…svolta negli stesi locali della propria abitazione (al 50% destinati all’attività professionale)”, emergeva “un livello reddituale di notevole rilievo (compensi per £ 353.834.000 per l’anno 1999; £ 523.177.000 per il 2000; £ 229.139,000 per i primi due mesi dell’anno 2001), accompagnato da un livello, ugualmente notevole di spese (£ 48.308.000 per il 1999; £ 51.107.000 per il 2000; £ 26.846.000 per i primi due mesi del 2001), tra l’altro con vari spostamenti e viaggi anche all’estero (con treno, aereo e soggiorni alberghieri)”.
Avverso tale sentenza ha promosso ricorso per cassazione la contribuente, deducendo due motivi, per insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un fatto controverso e decisivo, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c. (Motivo 1, per avere i giudici tributari, pur avendo la contribuente dimostrato l’effettuazione dell’attività senza l’ausilio di lavoro altrui, in locali condotti in locazione, sino al novembre 2000, e, successivamente, all’interno della stessa abitazione, con utilizzo di pochi beni strumentali, ritenuto sussistente il requisito dell’autonoma organizzazione, costituente il presupposto impositivo del tributo, sulla base di poche, generiche e contraddittorie asserzioni, essenzialmente in considerazioni della sussistenza di compensi e di spese definitivi notevoli, ma correlate anzi proprio all’esercizio in forma individuale dell’attività professionale), e per violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto, ai sensi dell’art.360 n. 3 c.p.c. (Motivo 2, in relazione all’art.2 d.lgs. 446/1997, avendo i giudici tributari negato il diritto della contribuente al rimborso dell’imposta versata, indipendentemente dal fatto che la contribuente non si fosse avvalsa dell’ausilio del lavoro altrui e avesse esercitato l’attività negli stessi locali, anche, adibiti ad abitazione, essenzialmente solo in considerazione dell’entità del reddito personale di lavoro autonomo prodotto e delle spese sostenute per l’esercizio dell’attività).
Ha resistito l’Agenzia delle Entrate con controricorso.

Motivi della decisione

Il primo motivo, implicante vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione, è fondato, con assorbimento del secondo.
In generale, va ribadito il principio che è soggetto passivo dell’IRAP colui che si avvalga, nell’esercizio dell’attività di lavoro autonomo, di una struttura organizzata in un complesso di fattori che,per numero, importanza e valore economico,sono suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al suo know-how, potendosi escludere il presupposto di imposta quando il risultato economico trovi ragione esclusivamente nella autoorganizzazione del professionista o, comunque, quando l’organizzazione da lui predisposta abbia un’ incidenza marginale e non richieda necessità di coordinamento. Nel giudizio instaurato per il rimborso dell’imposta, che si assume indebitamente pagata, grava sul contribuente l’onere dimostrativo del fatto costitutivo della sua pretesa, e cioè dalla mancanza del presupposto alla base del prelievo fiscale, spettando al giudice del merito ricercare gli opposti dati di riscontro (del presupposto impositivo) attraverso l’esame della dichiarazione del contribuente, in particolare, soffermandosi sul dettaglio riportato nelle pertinenti sezioni del quadro RE (riguardante la determinazione del reddito di lavoro autonomo ai fini Irpef), che specifica la composizione dei costi. Si tratta – come già da questa Corte affermato (v. Cass. n. 13810/2007; Cass.30753/2011) dì una regola empirica che facilita l’onere probatorio in un processo caratterizzato da limitazioni istruttorie, quale quello tributario, sostanzialmente incentrato su produzioni documentali.
In definitiva, il requisito dell’autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente, che eserciti un’attività di lavoro autonomo: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l'”id quod plerumque accidie”, costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.
Nella specie, la motivazione della sentenza risulta, ad un tempo, insufficiente e contraddittoria, avendo i giudici tributari, pur accertata l’assenza, nello svolgimento dell’attività da parte del professionista, dell’ausilio di dipendenti o di collaboratori (salvo che per l’anno 1999, per l’importo di £ 1.100.000, dato, peraltro, questo, frutto, secondo la ricorrente, di un mero errore materiale), attribuito rilievo decisivo ai compensi percepiti dall’avvocato negli anni d’imposta ed alle spese dalla medesima contribuente sostenute, non per l’acquisto beni strumentali (così descritti dalla ricorrente, nel presente ricorso: “un autovettura, mobili, arredi ed attrezzature necessarie per l’espletamento dell’attività professionale”), ma essenzialmente per “spostamenti ei viaggi, anche al l’estero”,elementi questi inidonei ad individuare il presupposto impositivo, ai fini IRAP, dell’autonoma organizzazione, quale sopra descritta, potendo essi anche ricollegarsi all’esercizio dell’attività professionale senza alcuna effettiva organizzazione di capitali e lavoro altrui.
Accolto il ricorso, la sentenza impugnata va cassata con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata, con rinvio, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Studi di settore: non si possono applicare all’impresa in difficoltà finanziaria (Cass. n. 27166/2013)

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

R.M. e M.G. proponevano ricorso dinanzi alla CTP di Lecco avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate di Lecco, sulla base dei parametri di cui al DPCM 29-1-1996 (come modificato dal DPCM 27-3-1997, ai sensi dell’art. 3, commi 181 e 183, L. 549/1995), aveva rilevato per l’anno 1996 uno scostamento di euro 11.208,14 tra quanto dichiarato e quanto risultante dai detti parametri, rideterminando di conseguenza il reddito da lavoro autonomo dei detti contribuenti.
A sostegno del ricorso adducevano, tra l’altro, lo scarso rendimento deil’impresa, costituita da due esercizi commerciali di ristorazione.
L’adita CTP rigettava il ricorso.
Con sentenza depositata il 27-7-2006 la CTR Lombardia, in accoglimento dell’appello dei contribuenti, riformava l’impugnata decisione; in particolare la CTR evidenziava che quest’ultimi, sin dal primo grado, avevano fornito elementi indiziari di indubbia gravità e concordanza, idonei come tali a contrastare l’applicazione dei parametri; nello specifico, riteneva chiaro indice di difficoltà finanziaria la documentata circostanza che le unità immobiliari destinate agli esercizi commerciali in questione, ed altre unità immobiliari, fossero state oggetto di esecuzione forzata, evidentemente a causa del mancato pagamento di alcune rate di mutuo; riteneva, invece, non significativi al riguardo, in senso contrario, né il constatato aumento (da un anno all’altro) del costo del venduto né il fatto che i due locali fossero aperti da diversi anni.
Avverso detta sentenza proponevano ricorso per Cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate, affidato a due motivi; i contribuenti non svolgevano attività difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti, deducendo -ex art. 360 n. 3 cpc- violazione e falsa applicazione dell’art. 3, comma 181, L. 549/95, rilevava che detta norma spostava sul contribuente l’onere probatorio di dimostrare che il reddito effettivamente perseguito era inferiore a quello risultante dall’applicazione dei parametri; nel caso di specie, invece, nulla in senso contrario ai parametri era stato dimostrato dai contribuenti ed il Giudice aveva sostituito le risultanze dell’accertamento con proprie valutazioni di fatto (inerenti l’aumento da un anno all’altro- del costo del venduto ed il fatto che i due locali fossero aperti da diversi anni).
Il motivo è infondato.
Siffatto motivo, invero, in primo luogo non coglie la ratio decidendi dell’impugnata statuizione, che, come sopra evidenziato, ha ritenuto valida la giustificazione addotta dai contribuenti (scarso rendimento dell’impresa nel periodo considerato, a causa di difficoltà finanziarie) non per le su esposte “valutazioni di fatto”, ma perché ha riscontrato la effettiva sussistenza delle denunciate “difficoltà finanziaria” attraverso la prodotta documentazione attestante che le unità immobiliari destinate agli esercizi commerciaii ove si svolgeva l’attività in questione (ed altre unità immobiliari) erano state “oggetto di esecuzione forzata portata a termine con decreti di trasferimento e precetti per rilascio, a seguito di pignoramento promosso dal Credito Fondiario C.”.
Il motivo è, comunque, infondato anche nel merito.
Per costante e condiviso principio di questa S.C., invero, “la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la speciñca realtà dell’attività economica nei periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente. L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità delfaccertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli “standards” al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito” (Cass. Sez. Unite 26635/2009; conf., tra le tante altre successive, Cass. 12558/2010 e Cass. 13594/2010).
Nel caso di specie la CTR ha fatto, nel complessop corretto uso di tali principi, esaminando (come su precisato) in concreto la specifica situazione del contribuente sulla base delle giustificazioni dallo stesso presentate, e ritenendo che la stessa fosse idonea a contrastare l’applicazione dei parametri.
ll secondo motivo, con il quale i ricorrenti deducevano -ex art. 360 n. 5 cpc- motivazione insufficiente e, in particolare, rilevavano che l’onere motivazionale era stato assolto solo in apparenza, è inammissibile, e, comunque, infondato.
La complessiva doglianza è, infatti, materialmente priva del “momento di sintesi”, richiesto in tutte le ipotesi di vizio sussumibile nel n. 5 dell’art. 360 c.p.c.; ed invero, per costante e condiviso principio di questa Corte, nel caso previsto dall’articolo 360, primo comma, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo del ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, sia la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, sia le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione, sia un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), e cioè un’indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo e che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; ciò anche quando l’indicazione del fatto decisivo controverso sia rilevabile dal complesso della formulata censura, attesa la “ratio” che sottende la disposizione indicata, associata alle esigenze dellattive del filtro di accesso alla S.C., la quale deve essere posta in condizione di comprendere, dalla lettura del solo quesito, quale sia l’errore commesso dal giudice di merito.
Il motivo è, comunque, infondato, atteso che, come sopra già evidenziato, la CTR ha ben motivato il suo convincimento in ordine alla sussistenza ed alla validità delle giustificazioni addotte dai contribuenti al fine di superare il dato risultante dalla mera applicazione dei parametri.
Alla stregua di quanto sopra, pertanto, il ricorso va rigettato.
Nulla per le spese, non avendo i contribuenti svolto in questa sede attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma in data 27-6-2013 nella Camera di Consiglio della quinta sez. civile.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ritardo nella presentazione della dichiarazione dei redditi: legittimo l’accertamento induttivo a carico del contribuente, che risulta responsabile in prima persona, anche se si è avvalso di un intermediario (Cass. n. 27282/2013)

Redazione

Fatto

A S.F. fu notificato un avviso di accertamento scaturito dall’omessa presentazione del modello unico per la dichiarazione dei redditi del 1999, che aveva indotto l’Agenzia delle entrate a procedere ad accertamento induttivo, determinando reddito d’impresa e volume d’affari ex articolo 39, 2° comma, del decreto del Presidente della Repubblica numero 600/73 e 55 del decreto del Presidente della Repubblica numero 633/72.
La contribuente impugnò l’avviso, esponendo di avere presentato la dichiarazione, avvalendosi della facoltà di farlo attraverso un intermediario a tanto abilitato e sostenendo che la responsabilità dell’omissione dovesse essere ascritta all’intermediario.
Il ricorso fu respinto in primo grado, ma la Commissione tributaria regionale ha ribaltato la sentenza, reputando che non possa esser fatto carico al contribuente delle conseguenze dell’omissione o del ritardo nella presentazione della dichiarazione da parte dell’intermediarìo, di guisa che <<il deposito presso l’intermediario tiene luogo, a tutti gli effetti, del deposito presso l’ufficio>>.
Ricorre l’Agenzia delle entrate per ottenere la cassazione della sentenza, affidando il ricorso ad un unico motivo.
La contribuente resiste con controricorso.

Diritto

1.- Con l’unico motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, l° comma, numero 3, c.p.c., l’Agenzia delle entrate lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica numero 322 del 1998, nel testo modificato dal decreto del Presidente della Repubblica numero 542 del 1999, sostenendo che la sola dichiarazione dell’intermediario professionale contenente l’impegno di trasmettere in via telematica all’amministrazione finanziaria i dati delle dichiarazioni fiscali contemplate dal 6° comma dell’articolo 3, non abbia valore di prova dell’avvenuta presentazione delle dichiarazioni fiscali, e ciò in quanto tale documento non rientra tra quelli previsti, come prova della presentazione, dal l0° comma dell’articolo 3 in questione.
2. – Il motivo è fondato e va in conseguenza accolto.
Va anzitutto rimarcato che l’obbligo di presentare le dichiarazioni fiscali incombe sui soggetti a tanto tenuti.
Ciò posto, a norma del 2° comma dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, nel testo risultante dalle interpolazioni operate dall’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 14 ottobre 1999, n. 542 (applicabile all’epoca dei fatti, trattandosi di dichiarazione da presentare nell’anno 2000, in relazione al periodo di imposta 1999), <<la dichiarazione è presentata in via telematica all’amministrazione finanziaria, direttamente o tramite un incaricato indicato al comma 3, dalle società di cui all’articolo 87, comma 1, lettera a), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, con capitale sociale superiore a 5 miliardi di lire al termine del periodo di imposta conclusosi nell’anno solare precedente a quello in cui deve essere effettuata la trasmissione telematica, dagli enti di cui al comma 1, lettera b), dello stesso articolo 87, con patrimonio netto superiore a 5 miliardi di lire al termine del menzionato periodo di imposta. I soggetti incaricati di cui al comma 3 trasmettono in via telematica le dichiarazioni. La disposizione di cui al primo periodo si applica anche ai soggetti con un numero di dipendenti non inferiore a 50. Il collegamento telematico con l’amministrazione finanziaria è gratuito>>; aggiunge il comma 2-ter che < <la dichiarazione puo essere presentata in via telematica direttamente da contribuenti diversi da quelli indicati nei commi 2 e 2-bis (norma, quest’ultima, secondo cui <<nell’ambito dei gruppi in cui almeno una società o ente possiede i requisiti di cui al comma precedente, la trasmissione telematica delle dichiarazioni di soggetti appartenenti al gruppo puo essere effettuata da uno o più soggetti dello stesso gruppo, anche non in possesso dei menzionati requisiti .. . > >).
2.1. – In ogni caso, anche nelle ipotesi contemplate dai commi 2 e 2bis dell’art. 3, gli incaricati adempiono gli obblighi dei soggetti tenuti alla presentazione delle dichiarazioni, in nome e per conto di questi: quindi, adempiono obblighi altrui, in seno ad un rapporto che, sebbene dotato di rilevanza esterna, rimane interno, confinato entro il perimetro dell’incarico conferito.
D’altronde, ha soggiunto la Corte, sia pure in relazione al testo successivamente modificato dell’art. 3, la rilevanza dei compiti svolti dall’intermediario nei confronti del Fisco non vale ad escludere la natura privatistica del rapporto tra l’intermediatore ed il contribuente (Cass. 30 maggio 2012, n. 8630).
3. – Ciò posto, va chiarito che il 6° comma dell’articolo 3 del d.p.r. 322/98, nel testo ratione temporis applicabile, prescrive che <<i soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 rilasciano al contribuente o al sostituto di imposta ricevuta di presentazione della dichiarazione nonché copia della dichiarazione contenente l’impegno a trasmettere in via telematica all’amministrazione finanziaria i dati in essa contenuti>>, là dove l’8° comma della norma aggiunge che <<la dichiarazione si considera presentata nel giorno in cui è consegnata dal contribuente alla banca, all’ufficio postale o a uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 ovvero è trasmessa direttamente all’amministrazione finanziaria mediante procedure telematiche>> e il l0° comma della norma specifica che <<la prova della presentazione della dichiarazione è data dalla ricevuto della banca, dell’ufficio postale o di uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 o dalla ricevuta di invio della raccomandata di cui ai comma 5, ovvero dalla comunicazione dell’amministrazione finanziaria attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione presentata direttamente in via telematica>>.
3.1. – Il legislatore, dunque, nel regime normativo applicabile al caso in esame, richiede, come prova della presentazione della dichiarazione, nelle ipotesi disciplinate dai commi 2 e 2bis dell’art. 3, la <<ricevuta di uno dei soggetti di cui ai commi 2 bis e 3>>; ricevuta, che non soltanto prova ********* consegna da parte del contribuente, ma è necessaria al fine di verificare la tempestività di tale consegna, al ñne di propiziare il controllo sul regolare adempimento degli obblighi di presentazione della dichiarazione, pur sempre sul contribuente gravanti.
4. – Va dunque rimarcato che la sentenza non dà conto della presentazione della ricevuta richiesta dal 10° comma (come, peraltro, non dà conto della sussistenza dei presupposti contemplati dai commi 2 e 2 bis dell`art. 3 del d.p.r. 322/98); il che, a fronte della contestazione dell’ufficio, che insiste anche sulla tardività dell'<<impegno alla trosmissione>> da parte dell’intermediario rispetto alla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione IVA (così si legge a pagina 6, secondo capoverso del ricorso), non consente di reputare provato che la contribuente abbia provveduto ad una tempestiva presentazione della dichiarazione.
4.1. – Sul punto, difatti, la sentenza si limita ad affermare che <<…effettivamente la Sigma F. si avvalse della facoltà di presentare la dichiarazione de qua attraverso un soggetto intermediario abilitato. Emerge altresì che la contribuente, tramite lo stesso intermediario, esibi tempestivamente (ossia prima che l’Ufficio emettesse l’avviso di accertamento) la copia cartacea della dichiarazione>>; là dove la successiva affermazione secondo cui <<…a lui -ossia al contribuente- non può essere fatto carico dell’eventuaie omissione o dell’eventuale ritardo nella presentazione, solo che dimostri, attraverso l’esibizione della ricevuta rilasciata dall’intermediario, di aver tempestivamente ottemperato al sito dovere>> ha con ogni evidenza portata generale relativa alla ricostruzione giuridica dell’istituto, non già di un accertamento di fatto nel caso concreto.
4.2. – D’altronde, la stessa contribuente, in controricorso, si limita a far leva sulla circostanza di fatto del <<deposito della dichiarazione presso l’intermediario>>, del quale non precisa la data.
5. – Ne discende inevitabilmente l’accoglimento del ricorso.
La sentenza impugnata va cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, il giudizio va deciso nel merito, col rigetto dell’impugnazione originariamente proposta dalla contribuente.
5.1. – Le spese inerenti alla fasi di merito vanno compensate, in considerazione dell’andamento alterno della lite.
Quelle concernenti questa fase seguono, invece, la socoombenza.

per questi motivi

La Corte:
– accoglie il ricorso;
– cassa la sentenza impugnata;
– decidendo nel merito, respinge l’impugnazione originariamente proposta dalla contribuente;
compensa le spese inerenti alle fasi di merito;
condanna la contribuente alla rifusione delle spese inerenti a questa fase, che liquida in €uro 8000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione quinta civile, il 15 ottobre 2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il contribuente che rinuncia all’eredità ha diritto all’annullamento della cartella esattoriale (Cass. n. 27093/2013)

Redazione

Ordinanza

Osserva:
La CTR di Milano ha respinto l’appeilo dell’Agenzia -appello proposto contro la sentenza n. 19/05/2006 della CTP di Bergamo che aveva accolto il ricorso di **** – ed ha perciò annullato la cartella di pagamento concernente sanzione per omesso versamento di IVA (accertata con avviso divenuto definitivo per mancanza di impugnazione e non versata) relativa all’anno l998. L’avviso in questione era stato notificato alla Z. quale esercente la potestà di genitore su G.D. che era ritenuto responsabile per l’obbligazione di imposta siccome erede di G.S.
La CTR ha motivato la propria decisione sul rilievo che la cartella, per quanto inequivocabilmente diretta alla Z., non ne specificava la qualità di coobligata, ciò che sarebbe stato elemento essenziale per l’individuazione del soggetto contro cui si agisce. La Z. infatti non era mai stata soggetto dell’obblìgazione tributaria ma aveva acquistato la qualità di coobligato “poiché genitore convivente” del G.D. il quale ultimo neppure era mai stato obbligato, siccome mai era divenuto crede dell’originario debitore.
L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
La parte intimata si è difesa con controricorso.
Il ricorso ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 cpc può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc.
Infatti, con il secondo motivo di censura (improntato alla violazione dell’art. 60 comma 1 del DPR n. 633/l972; dell’art. 13 commi 1 e 2 del D.Lgs. 47l/1997; dell’art. 11 del D.Lgs. 472/1997) la parte ricorrente -dopo avere dato atto che la questione controversa attiene a sanzione per tardato o omesso pagamento dell’imposta derivante dalla definitività del provvedimento di accertamento non impugnato destinato a G.D. evidenziava che la cartella era stata notificata alla Z. alla luce della previsione dell’art. 11 del D.Lgs. 472/l997, il quale prevede l’autonoma responsabilità del rappresentante legale della persona fisica che non assolva all’obbligo connesso con il suo ufficio, sebbene anche la persona nell’interesse della quale la violazione è stata commessa è tenuta al pagamento di una somma pari alla sanzione irrogata. La sanzione era stata dunque correttamente irrogata alla Z. e la cartella era stata del tutto legittimamente destinata a quest’ultima in proprio quale autrice materiale della violazione, sicchè il giudicante aveva errato a ritenere che la cartella dovesse contenere l’indicazione della qualità di coobligata.
Il motivo appare fondato e va accolto, essendo le premesse in fatto della questione di diritto pacifiche tra le parti, ed in specie per ciò che concerne la qualità della Z. di legale rappresentante della persona legalmente obbligata all’adempimento dell’obbìigo di imposta, qualita alla cui stregua la stessa Z. è stata destinataria della sanzione connessa con l’omesso tempestivo versamento dell’imposta accertata con provvedimento ormai definitivo (senza possibilità, perciò, di riesame della questione circa la qualità di erede del G.).
Sul punto controverso, con indirizzo ormai costante questa Corte ha ritenuto (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. l3998 del 12/11/2001) che:”L’art. 12 della legge 7 gennaio 1929. n. 4, in tema di repressione delle violazioni delle leggi finanziarie, con riguardo alle infrazioni che comportano soprattassa o pena pecuniaria, commesse da persone fisiche che abbiano la rappresentanza di enti privati forniti di personalita giuridica.
prevede la responsabilità solidale dell’ente, in aggiunta a quella dell’autore dell’illecito, mentre non contempla l’ipotesi inversa, con la conseguenza che, alla stregua della predetta disposizione, in caso di infrazioni direttamente imputabili all’ente quale soggetto passivo del rapporto tributario, sia pure in forza di atti o comportamenti del suo organo, resta esclusa la possibilità di affermare la responsabilità del rappresentante in solido con quella del rappresentato. ll principio della identificazione del trasgressore, soggetto passivo della sanzione, con l’autore materiale della violazione risulta, invece, accolto più di recente dal legislatore con il D.Lgs n. 472 del 1997, abrogativo, tra l’altro, della descritta normativa, che, all’art. 2, comma secondo, considera la persona fisica che ha posto in essere il compoitamento trasgressivo come unico centro d’imputazione della sanzione, e, all’art. 11, ha poi esteso la responsabilità dell’autore della violazione, in via solidale, al contribuente, che ben può essere un ente, con o senza personalità giuridica”.
La pronuncia impugnata, che non si e attenuta agli anzidetti principi va dunque cassata nella parte in cui ha ritenuto viziata di nullità la cartella per un inesistente vizio suo proprio sicchè la Corte potrà anche decidere nel merito la lite -respingendo l’impugnazione della contribuente- non apparendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza.
Roma, 20 gennaio 2013
che la predetta relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notiticata agli avvocati delle parti;
che la sola parte controricorrente ha depositato memoria illustrativa nella quale ha insistito per il rigetto del ricorso avversario ed ha contestato la proposta di decisione contenuta nella relazione;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, non condividendo gli argomenti proposti dal relatore a sostegno della proposta di accoglimento del ricorso, osserva:
il nucleo argomentativo su cui si fondano le determinazioni del giudice di appello consiste nel rilievo che in capo al G.D. (in relazione al quale la Z. aveva acquisito la qualità di “coobligata”, siccome “genitore convivente”) non era “mai sorta l’obbligazione tributaria, poiche questi non è mai divenuto erede dell’originario debitore”, sicchè la cartella doveva ritenersi viziata per essere rivolta ad un soggetto -la Z.A., che nella cartella era erroneamente indicata come soggetto d’imposta- che non poteva ritenersi obbligato.
A fronte di questo accertamento di fatto, il primo motivo di impugnazione proposto dall’Agenzia (centrato sulla violazione dell’art. 19 comma 3 del D.Lgs. 546/l992, siccome la cartella non era stata impugnata per vizio proprio ma per contestare le premesse dell’avviso di accertamento ormai definitivo) appare in primo luogo privo del carattere di autosufficienza (poiché nulla di specifico vi si riferisce in ordine al contenuto clell’avviso di accertamento come atto presupposto di siffatta cartella) ed in secondo luogo infondato, perché il giudice del merito ha esplicitamente dato atto che il difetto di correlazione tra il provvedimento di accertamento e la conseguente cartella esattoriale era da addebitarsi ad un fatto sopravvenuto rispetto all’adozione dell’avviso di accertamento (e cioè la rinuncia all`eredita da parte del G.D. in data 8.6.2007 e con le modalita esplicate nella parte narrativa della sentenza impugnata che la ricorrente non ha in alcun modo contestato), sicchè non vi è ragione di escludere che il giudicante avesse il potere di annullare la cartella di pagamento, per un vizio suo proprio, indipendentemente dalla detinitivita dell’avviso di accertamento, la cui efficacia (nei confronti del G.D.) è stata dal giudicante ritenuta soggetta alla condizione risolutiva della menzionata rinuncia all’eredità da parte di quest’ultimo, -con conseguente vizio di “erronea individuazione del soggetto titolare di imposta”- determinazione che non ha ricevuto nessuna specifica censura da parte della odierna ricorrente.
Venendo perciò al secondo motivo di ricorso (che si è detto essere improntato alla violazione dell’art. 60 comma 1 del DPR n. 633/l972; dell’art. l3 commi l e 2 del D.Lgs. 471/1997; dell’art. 11 del D.Lgs. 472/1997) l’assunto di parte ricorrente èfondato sul fatto che l’ufficio abbia “correttamente irrogato, nei confronti della signora Z., la sanzione del trenta per cento accertata e divenuta definitiva”, sicchè “erroneamente” la CTR ha ritenuto che la cartella di pagamento dovesse indicare la qualità di coobligata, anzicchè considerarla come diretta responsabile dell’omesso pagamento per essere stata autrice della violazione, sia pure nella qualita di rappresentante legale dell’effettivo obbligato al pagamento dell’imposta (e cioè il figlie minore G.D.).
Orbene, da parte il dubbio se un siffatte “errere” imputate alla CTR debba costituire oggetto di una censura centrata sulla violazione di legge ovvero sul vizio di motivazione, ciò che conta concretamente mettere in rilievo è che la ricostruzione della vicenda di fatto prospettata dalla parte ricorrente come premessa della richiamata censura appare del tutte difforme da quella che può ricavarsi (nen senza difficoltà) dalla sentenza impugnata e che non è stata oggetto di esplicita censura da parte dell’Agenzia ricorrente, se non -appunto- come divergente ricostruzione delle premesse di fatto.
Risulta invece dalla narrativa dei fatti di causa contenuta nella pronuncia qui impugnata (che costituiscono la premessa logica delle determinazioni conclusive adottate dalla CTR) che l’accertamento e la cartella di cui qui si tratta si ri ferisceno ad IVA non versata relativa all’anno l998, epoca nella quale è da escludersi che la Z. potesse considerarsi “persenalmente” obbligata al versamento omesso, sia pure nella veste di legale rappresentante del minore, proprio atteso che e sempre la sentenza qui impugnata a riferire che nell’accertamento presupposto della cartella sia la Z. che il G.D. erano stati attìnti come soggetti di imposta nella sola qualità di “erede di G.S.”.
Non vi è dunque emergenza alcuna (che sia stata debitamente delucidata dalla parte ricorrente, in ossequio al canone dell’autosufficienza) che consenta di supporre che la Z. sia stata attinta dall’accertamento prima e dalla cartella poi per ragione di una violazione commessa in prima persona, con la inevitabile conseguenza della impossibilità di tare applicazione alla fattispecie di causa delle norme che sono richiamate dalla parte ricorrente a sostegno del secondo motivo di impugnazione, che è da considerarsi perciò infondato.
Alla declaratoria di rigetto conseguenza condanna alla rifusione delle spese di questo grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo grado, liquidate in € 3.000,00 oltre € 100,00 per esborsi ed accessori di legge.
Così deciso in Roma il 26 settembre 2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Cartella di pagamento, emissione, previa comunicazione dell’esito del controllo al contribuente (Cass. n. 26482/2013)

Redazione

Ordinanza

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La Corte, ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:

Il relatore cons. *******************, letti gli atti depositati.

Osserva:

La CTR di Palermo ha respinto l’appello dell’Agenzia – appello proposto contro la sentenza n. 24/04/2008 della CTP di Caltanissetta che aveva accolto il ricorso della società contribuente “Gluttony Veneto sas” – ed ha così annullato la cartella di pagamento per IVA- IRPEF relativa all’anno d’imposta 2003 per le somme iscritte a ruolo a seguito di controllo automatizzato della dichiarazione D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36 bis.

La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo (per quanto qui ancora interessa) che la omessa previa comunicazione al contribuente dell’esito della rettifica operata, in presenza di incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione – come previsto dalla L. n. 212 del 2000, art. 6, comma 5, nonchè dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3 – costituisce ragione di nullità della cartella esattoriale.

L’Agenzia ha interposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

La parte contribuente non ha svolto attività difensiva.

Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., assegnato allo scrivente relatore – può essere definito ai sensi dell’art. 375 c.p.c..

Infatti, con il secondo ed il terzo motivo di impugnazione (il terzo improntato alla violazione L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 6, comma 5; il secondo alla violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, entrambi in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; motivi che devono essere esaminati a preferenza del primo perchè più liquidi e di pronta soluzione) la ricorrente si duole del fatto che il giudice di appello abbia condizionato l’esito del controllo automatizzato sulla dichiarazione ad una previa comunicazione al contribuente, attribuendo a tale comunicazione il carattere sostanziale di condizione di procedibilità, per quanto si fosse trattato di mera omissione o ritardo di versamento di quanto autoliquidato in dichiarazione (di che la parte ricorrente ha dato conto con modalità idoneamente autosufficienti che la parte controricorrente non ha debitamente contestato nel proprio atto difensivo).

La doglianza appare manifestamente fondata, alla luce della pregressa giurisprudenza di questa Corte (Sez. 5, Sentenza n. 17396 del 23/07/2010) secondo la quale: “L’emissione della cartella di pagamento con le modalità previste dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis, comma 3, (in materia di tributi diretti) e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, comma 3, (in materia di IVA) non è condizionata dalla preventiva comunicazione dell’esito del controllo al contribuente, salvo che il controllo medesimo non riveli l’esistenza di errori essendovi, solo in tale ipotesi di irregolarità riscontrata nella dichiarazione, l’obbligo di comunicazione per la liquidazione d’imposta, contributi, premi e rimborsi. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva considerato legittimamente emessa la cartella di pagamento, in assenza di comunicazione al contribuente, per l’importo riferito ad un’istanza di condono L. n. 289 del 2002, ex art. 9 bis, non seguita dal versamento di quanto dovuto)”.

Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza, sicchè poi la Corte potrà anche risolvere la controversia nel merito (respingendo l’impugnazione della società contribuente) non ravvisandosi necessità di ulteriori accertamenti di fatto.

Roma, 10 marzo 2012.

che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;

che non sono state depositate conclusioni scritte, nè memorie;

che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;

che le spese di lite possono essere regolate secondo il criterio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso del contribuente avverso il provvedimento impositivo. Condanna la parte contribuente a rifondere le spese di lite di questo grado, liquidate in Euro 4.000,00 oltre spese prenotate a debito e compensa tra le parti le spese dei gradi di merito.

Così deciso in Roma, il 23 ottobre 2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Errore sostanziale sull’accertamento: la Ctp oltre ad annullare l’atto impositivo deve ricalcolare il reddito (Cass. n. 26157/2013)

Redazione

La Corte,
ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la seguente relazione:
Il relatore cons. *******************,
letti gli atti depositati

Osserva:

La CTR di Milano ha respinto l’appello dell’Agenzia ed accolto quello della parte contribuente “Circolo Arci G. ” -appelli proposti contro la sentenza n. 112/02/2007 della CTP di Sondrio che aveva solo parzialmente accolto il ricorso della parte contribuente medesima- ed ha cosi integralmente annullato l’avviso di accertamento per IVA-IRPEG 2002 con cui l’Agenzia, sulla scorta di un PVC della GdF, aveva acclarato la natura commerciale dell’attività svolta dal predetto Circolo ed aveva poi determinato un reddito di importo pari ad € 44.727,00 accertando pure (nel medesimo importo imponibile) il volume d’affari da assoggettarsi ad IVA.
La predetta CTR ha motivato la decisione ritenendo -per quanto qui ancora rileva- che fosse fondata la doglianza di parte contribuente di assoggettamento a tassazione dei ricavi e non già del reddito: operando in sede di accertamento induttivo, infatti, l’Amministrazione deve procedere alla ricostruzione della situazione reddituale anche comprensiva dei costi (da determinare pure induttivamente ove non sia possibile applicare altro metodo) pena la lesione del principio costituzionale di capacità contributiva che vuole sia sottoposto a tassazione il profitto netto dai costi e non quello lordo. La CTR, inoltre (dopo avere evidenziato che per mero lapsus calami la CTP aveva determinato il reddito commerciale nella percentuale del 40% dei ricavi dichiarati anzicchè di quelli accertati), ha rigettato l’appello con cui l`Agenzia si era doluta del capo della sentenza di primo grado con cui erano stati quantificati i costi nella misura del 60% dei ricavi senza alcuna specificazione dei criteri utilizzati per raggiungere tale convincimento, e ciò perché la quantificazione dei costi in ragione percentuale è frutto di un giudizio estimativo e non già dell’utilizzo del potere di equità sostitutiva, ciò che “attribuisce al giudice il potere di prescindere nella tattispecie dal diritto positivo”.
L’Agenzia delle Entrate ha interposto ricorso per cassazione affidato a sette motivi.
La parte contribuente non ha svolto attività difensiva.
Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc.
Infatti, con il primo motivo di impugnazione (rubricato come:”violazione e falsa applicazione dell’art. 39 del DPR 600/1973 e 75 del DPR 917/1986, in combinato disposto, in relazione all’art. 360 n. 3 cpc”) e con il secondo motivo di impugnazione (centrato sul vizio di motivazione) la ricorrente si duole in sostanza del fatto che il giudice del merito -dopo avere erroneamente qualiticato di genere induttivo un accertamento operato con metodologia analitica ed anzicchè provvedere direttamente all’accertamento dei costi che si reputava di dover sottrarre ai ricavi, ai tini di determinare il reddito imponibile- aveva del tutto annullato l’accertamento, così mandando totalmente esente da imposizione il reddito maturato nel periodo a favore della parte contribuente.
I motivi, esaminati congiuntamente per la loro stretta connessione, sono fondati e da accogliersi.
Da un canto il giudicante ha qualificato come “induttivo” (senza fornire di questa qualificazione la minima giustificazione argomentativa) l’accertamento che invece – secondo quanto analiticamente ricostruito dall`Agenzia nel ricorso introduttivo di questo grado- appare (per ciò che concerne le imposte sui redditi e diversamente da quanto espressamente riferito -invece- alla ricostruzione del volume d’affari ai fini IVA) incardinato sia su elementi positivi di reddito registrati sia su ricavi non dichiarati ricostruiti a mezzo di un “procedìmento di carico e scarico a quantità di tutti gli articoli rappresentativi dell’attività svolta nei periodi di imposta 2001 e 2002”.
D’altro canto, il giudicante ha dato atto nella sentenza impugnata che l’Agenzia avrebbe avuto l’onere di provvedere alla ricostruzione della situazione reddituale complessiva del contribuente, ivi considerando anche gli aspetti dei costi effettivamente 0 presuntivamente sostenuti, e sulla questione si è limitato a laconicamente concludere che l`omissione di siffatto onere doveva considerarsi causa di annullamento del provvedimento di accertamento. Da ciò non ha tratto però le debite conseguenze circa la necessità di sostituire la propria valutazione a quella dell’Amministrazione in ordine alla soluzione della questione liquidatoria, e perciò espressamente provvedendo sull’implicita domanda della parte pubblica volta ad ottenere un positivo accertamento dell’ammontare dell`imposta dovuta, ciò che è oggetto dei poteri del giudice tributario oltre che suo preciso dovere istituzionale.
In termini giova richiamare l’insegnamento di questa Corte altre volte espresso (per tutte Cass. Sez. 5, Sentenza n. 15825 del 12/07/2006) in fattispecie consimili:” Dalla natura del processo tributario – il quale non e annoverabile tra quelli di “impugnazione-annullamento”, ma tra i processi di “impugnazìone-merito”, in quanto non è diretto alla sola eliminazione giuridica dell’atto impugnato, ma alla pronuncia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente che dell’accertamento dell’ufficio – discende che ove il giudice tributario ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi ad annullare Patto impositivo, ma deve esaminare nel merito la pretesa tributaria e, operando una motivata valutazione sostitutiva, eventualmente ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte. (Nella specie, la sentenza impugnata – a fronte dell’avvenuta rideterminazione dell’imponibile da parte dell’ufficio, in occasione della costituzione in giudizio, in somma minore di quella già determinata in sede di accertamento sintetico del reddito – si era limitata ad annullare l’avviso di accertamento impugnato, sul rilievo che non fosse compito dei giudici tributari procedere “alla liquidazione delle imposte e delle relative penalita”.
Enunciando il principio in massima, la S.C. ha cassato con rinvio la decisione, osservando come la rideterminazione dell’imponibile operata dall’ufficio costituisse una semplice diminuzione della maggiore pretesa tributaria contenuta nell’atto impugnato e, dunque, una mera riduzione del “quantum” oggetto del contendere tra le parti, sul quale il giudice avrebbe dovuto comunque giudicare)”.
Dunque, non è chi non veda che (per un verso e per l’altro) l’intiero procedimento logico di ricostruzione della base imponibile effettuata dal giudicante sia da rinnovare (rinnovo nel quale resta coinvolto anche Vapprezzamento della base imponibile ai fini IVA, con conseguente assorbimento del quinto motivo di impugnazione, espressamente intitolato ad omessa pronuncia sulla censura a cio relativa) ai quali fini necessita senz’altro cassare la decisione e restituire la controversia al giudice di appello, in funzione di giudice del rinvio.
Restano invece infondati e da dìsattendersi i motivi terzo e quarto di impugnazione (il primo centrato sulla nullità della sentenza per inosservanza dell’art. 7 del D.Lgs. 546/1992 e dell’art. 112 cpc; il secondo centrato sul vizio di motivazione) con i quali la parte ricorrente si duoìe di omessa pronuncia ovvero di motivazione insufficiente sulla censura proposta da essa Agenzia e concernente la determinazione percentuale dei costi effettuata dalla Commissione di primo grado: per quanto sia sinteticamente espresso il convincimento della CTR (circa la natura di giudizio estimativo di un tale apprezzamento) non è possibile assumere che un convincimento manchi o che ne sia inìntellìgibile il fondamento logico.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza del primo e secondo motivo (con assorbimento del quinto), onde appare poi necessario il rinvio del processo al giudice del merito per il rinnovo dell’indagine ad esso demandata
Roma, 25 marzo 2013
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
che le spese di lite possono essere regolate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Lombardia che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.
Così deciso in Roma il 24 ottobre 2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Contribuente si rifiuta di rispondere al questionario sulla contabilità: confermato l’accertamento sulla base degli studi di settore

Redazione

ORDINANZA

La Corte,
ritenuto che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in
cancelleria la seguente relazione:
Il relatore cons. *******************,
letti gli atti depositati
Osserva:
La CTR di Napoli ha respinto l’appello dell’Agenzia delle Entrate -appello proposto contro la sentenza n. 271/06/2008 della CTP di Avellino che aveva accolto il ricorso della parte contribuente M. S. ed ha così annullato l`avviso di accertamento per IVA-RPEF-IRAP relativo agli anni 1998 e 1999 nella parte in cui venivano ripresi a tassazione ricavi non dichiarati, mediante ricostruzione induttiva del reddito di impresa ed applicazione dei “parametri” quale strumento presuntivo di detti maggiori ricavi, atteso che il contribuente (convocato in ufficio per l’esibizione della documentazione contabile con questionari) non aveva ottemperato a tale richiesta.
La predetta CTR ha motivato la decisione nel senso che l’art. 39 del DPR n. 600/1973 non giustifica la rettifica del reddito dichiarato in forza della sola omessa risposta al questionario ma in presenza di gravi inadempienze. D`altronde l’Agenzia non aveva in alcun modo contestato la regolarità della contabilità aziendale sicchè l’accertamento dei maggiori ricavi non poteva essere affidato alla considerazione dei valori medi del settore economico di appartenenza, inidonei a configurare presunzione grave e precisa.
L`Agenzia ha interposto ricorso per cassazione affidato a unico motivo.
La parte contribuente non si è costituita.
Il ricorso – ai sensi dell’art. 380 bis cpc assegnato allo scrivente relatore, componente della sezione di cui all’art. 376 cpc- può essere definito ai sensi dell’art. 375 cpc. infatti, con il motivo unico di impugnazione (centrato sulla violazione dell’art. 39 comma 2 lett. d e dell’art. 41 DPR n. 600/1973, dell’art. 55 del DPR 633/1972 nonché degli art. 2697 cod. civ. e 116 cpc) la ricorrente Agenzia -dopo avere premesso che, per eftetto della omessa presentazione delle menzionate documentazioni contabili, aveva provveduto alla ricostruzione induttiva dell’imponibile, prescindendo da eventuali scritture contabili ed avvalendosi di presunzioni semplici, quali appunto l’applicazione del metodo parametrico- evidenziava l’erroneità della pronuncia impugnata alla luce della lettera dell’art. 39 dianzi citato, nella parte in cui legittima appunto un siffatto metodo di accertamento “quando il contribuente non ha dato seguito agli inviti disposti dagli uffici ai sensi dell’art.32 primo comma n. 3 e 4 …. “.
Il motivo appare fondato e da accogliersi.
Ed invero, è giurisprudenza pacifica della Suprema Corte che: “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, il comportamento del contribuente che ometta di rispondere ai questionari previsti dall’art. 32, n. 4, del d.P.R. n. 600 del 1973 e non nttemperi alla richiesta di esibizione di documenti e libri contabili relativi all’impresa esercitata, impedendo in tal modo, o comunque ostacolando, la verifica dei redditi prodotti da parte dell’Ufficio, vale di per sé solo ad ingenerare un sospetto sull’attendibilità di dette scritture, rendendo “grave” la presunzione di attività non
dichiarate desumibile dal raffronto tra le percentuali di ricarico applicate e quelle medie del settore, e, conseguentemente, legittimo l’accertamento induttivo emesso su quella base dall’Ufficio ex art. 39, primo comma, lett. d), del d.P.R. n. 600 del 1973″ (per tutte, Sez. 5, Sentenza n. 19014 del 28/09/2005).
Non vi è dubbio perciò che sussistessero i presupposti per la rideterminazione induttiva del reddito d’impresa, in termini tali che sarebbe spettato poi al giudice del merito acclarare non già se la determinazione dell`imponibi1e fosse stata effettuata con modalità analitiche e con riferimento alla contabilità d’impresa ma se -a fronte delle induzioni semplici sulle quali l’accertamento appariva fondato- la parte contribuente aveva addotto le opportune prove contrarie ai tini della dimostrazione della produzione di un reddito inferiore a quello induttivamente acclarato.
Non essendosi attenuto il giudice del merito al principio di diritto sopra enunciato, non resta che cassare la decisione impugnata e restituire la controversia al giudice del merito per un nuovo esame delle censure di appello, alla luce della corretta regula iuris.
Si ritiene -perciò- che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta fondatezza-
Roma 30 marzo 2013
che la relazione è stata comunicata al pubblico ministero e notificata agli avvocati delle parti;
che non sono state depositate conclusioni scritte, né memorie;
che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va accolto;
che le spese di lite possono essere regolate dal giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa la decisione impugnata e rinvia alla CTR Campania che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di lite del presente grado.
Così deciso in Roma il 24 ottobre 2013.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 2 3 4 5 6 25


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!