Tributaria

Le parole offensive ‘postate’ sulla ‘pagina Facebook’ di una persona, magari un ex amico, o un’ex fidanzata, o un’ex moglie, sono valutabili come diffamazione aggravata (Corte di Cassazione, 8/6/2015, n. 24431)

Redazione

Il Caso: fulcro della questione è la competenza su una vicenda diffamatoria nata nel contesto del noto social network. Per il Giudice di pace ci si trova di fronte a una diffamazione aggravata dall’impiego di un mezzo di pubblicità; per i giudici del Tribunale, invece, non è configurabile tale aggravante, per la semplice ragione che postare un commento negativo sulla ‘bacheca Facebook’ di una persona non implica pubblicazione né diffusione del relativo contenuto offensivo, possibile, se non attivati, dalla parte offesa specifici meccanismi di protezione della privacy.

I giudici della Cassazione sanciscono la competenza del Tribunale di Roma.

Alla luce della velocissima evoluzione del web, la S.C. ricorda che i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet.
I Giudici affermano che un messaggio pubblicato su Facebook ha “potenzialmente la capacità di raggiungere un determinato numero di persone, sia perché, per comune esperienza, ‘bacheche’ di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la ‘bacheca Facebook’ non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di ‘Facebook’ integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando, in primo luogo, il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

 

Corte di Cassazione, sez. I Penale, 8 giugno 2015, n. 24431
 

La Corte, ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Il 18 luglio 2013 il Giudice di pace di Roma, chiamato a giudicare una fattispecie diffamatoria, dichiarava la sua incompetenza per materia a decidere in ordine al reato di cui all’art. 595 c.p., co. 3, precisando che, ancorchè non contestata, quella al suo esame integrava fattispecie aggravata ai sensi del terzo comma della norma incriminatrice.
Il Tribunale di Roma, monocraticamente composto, non ritenendo configurabile l’aggravante viceversa considerata dal giudice di pace sul rilievo che postare un commento sulla bacheca facebook della p.o. non implica pubblicazione né diffusione del relativo contenuto offensivo, possibile soltanto se non attivati, dalla stessa p.o., meccanismi di protezione della privacy, declinava anch’esso la propria competenza a giudicare della fattispecie dedotta in favore del Giudice di pace di Roma e rimetteva pertanto gli atti alla Corte di Cassazione per la risoluzione del conflitto.
Con memoria ritualmente depositata la difesa di ufficio dell’imputato sosteneva la competenza del Giudice di pace ripercorrendo le ragioni già articolate dal tribunale.
2. Il conflitto sussiste, in quanto due giudici ordinari, contemporaneamente, ricusano di giudicare in ordine alla medesima vicenda giurisdizionale, dando così luogo a quella situazione di stallo processuale prevista dall’art. 28 c.p.p., la cui risoluzione è demandata a questa Corte dalla norme successive.
Tanto premesso ritiene il Collegio che competente a conoscere del fatto dedotto in giudizio è il Tribunale di Roma, in composizione monocratica.
A siffatte conclusioni la Corte perviene richiamando, innanzitutto, la lezione di legittimità secondo cui i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet, (cfr. a partire dalla fondamentale ed esaustiva Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741 e poi 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126) e che tale ipotesi integran l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sul punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044).
E’ pur vero che la fattispecie dedotta si appalesa sotto più profili diversa da quelle delibate dalla Corte con i citati arresti, giacchè diverso l’utilizzo di internet, di cui si è occupato il giudice di legittimità, da quello relativo ad una bacheca facebook, ma v’è tra esse, e non solo perché in entrambi i casi v’è l’applicazione di risorse informatiche, un decisivo fondamento comune.
Ed infatti, il reato tipizzato al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. D’altra parte lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa, al quale il codificatore ha giustapposto “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, giacchè anche in questo caso, per definizione, si determina una diffusione dell’offesa ed in tale tipologia, quella appunto del mezzo di pubblicità, ha fatto rientrare la lezione ermeneutica della corte, ad esempio, un pubblico comizio (Sez. 5, n. 9384 del 28/05/1998, *******, Rv. 211471) ovvero (Sez. 5, 6/4/11, n. 29221, rv. 250459) l’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del “farward” e cioè verso una pluralità di destinatari. Detti arresti risultano infatti argomentati con il rilievo che, sia un comizio che la posta elettronica, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacchè idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone.
Tornando ora , come di necessità, alla fattispecie dedotta, osserva il Collegio che anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione.
Identificata nei termini detti, la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza, pertanto, la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone comunque apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dal terzo comma dell’art. 595 c.p.p..
Appare inoltre opportuno sottolineare, ai fini della risoluzione del proposto conflitto, che, come da insegnamento di Cass, Sez. 1, Sentenza n.18888 del 26/04/2007, Rv. 237368, il conflitto di competenza, quando vi è incertezza sul titolo del reato o sulla sussistenza di circostanze aggravanti, deve essere risolto con la dichiarazione di competenza del giudice superiore, il quale é in grado di decidere definitivamente sulla esatta qualificazione giuridica del fatto, in base a ulteriori elementi acquisiti, pronunciandosi anche sul reato meno grave.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale di Roma, cui dispone trasmettersi gli atti.

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La CTP di Lecce annulla parzialmente una cartella esattoriale ad un’azienda in difficoltà (CTP Lecce, 5/6/2015, n. 2042/02/15)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

Equitalia sud Spa, in data 25/07/2014, notificava all’Istituto (Omissis) SRL la cartella esattoriale di pagamento n. (omissis) di € 33.129,66, relativamente all’anno d’imposta 2009.
Nello specifico, tale cartella di pagamento fa riferimento a somme dovute a seguito del controllo automatizzato effettuato ai sensi dell’art. 36 bis DPR. n. 600/73 e dell’art. 54 bis DPR. n. 633/72, in relazione al controllo della dichiarazione Mod. Unico 2010, presentata per il periodo d’imposta 2009.
La Società, tramite l’Avv. **************** che la rappresenta e difende, ha presentato tempestivo ricorso a questa Commissione Tributaria, notificato anche all’Agenzia delle Entrate di Lecce, con le seguenti eccezioni di diritto e di merito:
– nullità della cartella di pagamento per difetto di motivazione;
– nullità della cartella di pagamento per difetto di sottoscrizione;
– nullità della cartella di pagamento per mancata notificazione della comunicazione dell’esito del procedimento ex art. 36 bis DPR. n. 600/73 ed art. 54 bis DPR. n. 633/72.
– infondatezza della pretesa tributaria nel merito;
– in subordine, illegittimità dell’irrogazione delle sanzioni perché non si è tenuto conto della forza maggiore (art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472 del 18/12/1997), come documentato negli allegati nn. 12, 13, 14, 15, 16 del ricorso introduttivo.
Equitalia Sud Spa si è costituita in giudizio, depositando la relativa documentazione.
Anche l’Agenzia delie Entrate di Lecce si è costituita in giudizio, contestando le eccezioni di parte e depositando la relativa documentazione.
La Commissione, all’udienza del 09/12/2014, ha accolto l’istanza di sospensione.
Alla pubblica udienza del 19/05/2015 tutte le parti del processo, dopo ampia ed approfondita discussione orale, si sono riportate ai rispettivi scritti difensivi ed hanno
chiesto l’accoglimento delle proprie tesi difensive.
La Commissione decide come da dispositivo.

MOTIVI DELLA SENTENZA

Il ricorso deve essere parzialmente accolto e devono essere annullate le sanzioni amministrative di € 868,05 e di € 26.999,98, ai sensi e per gli effetti dell’art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472/97.
Il ricorso non merita accoglimento per il difetto di motivazione perché, anche se nella cartella esattoriale è indicato genericamente l’omesso o carente versamento, la ******à era stata messa nelle condizioni di conoscere esattamente il debito d’imposta con la raccomandata dell’avviso di irregolarità, in all. n. 3 delle controdeduzioni dell’Agenzia delle Entrate di Lecce dell’01/12/2014.
Anche l’eccezione del difetto di sottoscrizione deve essere respinta perché la cartella esattoriaie, come tassativamente previsto dalla legge, indica il responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo nella persona del Dr. *****************.
Invece, deve essere accolta l’eccezione dell’illegittimità dell’irrogazione della sanzioni amministrative, in base all’art. 6, comma 5, citato.
Il suddetto articolo dispone:
“Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore”.
La giurisprudenza di merito e di legittimità, citata ed allegata dal difensore della società ricorrente, ha più volte chiarito che l’esimente della forza maggiore deve dipendere da fatti estranei alla volontà del contribuente.
Nella fattispecie, la ******à ha dimostrato e documentato, con allegati mai contestati dagli Uffici fiscali, che nel corso degli ultimi anni dell’attuaie crisi congiunturale molti clienti hanno deciso di rinunciare ad alcuni servizi ritenuti non indispensabili o a richiedere servizi diversi, magari con qualità inferiore e ad un costo inferiore, con contestuale venir meno dei clienti stessi e conseguente aumento dei crediti non riscossi.
Di conseguenza, nessun dolo, né tanto meno nessuna colpa, può essere addebitabile in capo alla ******à ricorrente, tanto è vero che:
– moltissimi clienti non hanno effettuato i dovuti pagamenti per i servizi resi con riferimento agli anni 2007, 2008 e 2009, come da elenco in allegato n. 12 del ricorso introduttivo;
– moltissimi clienti non hanno mantenuto l’impegno di pagamento per l’anno 2009, come risulta dai relativi decreti ingiuntivi cui la ******à è dovuta ricorrere, essendo risultato vano ogni tentativo di recuperare il credito in via bonaria, come documentato con l’allegato n. 13 del ricorso introduttivo;
— nell’anno 2009, la ******à, con molti sacrifici e nonostante la crisi, ha provveduto ad effettuare qualche versamento IVA relativo agli anni 2008 e 2009, come documentato con l’allegato n. 14 del ricorso introduttivo, per cui non si può certo parlare di colpa del contribuente che, dove è stato possibile, ha cercato di fare il proprio dovere;
– così come, nell’anno 2010, la ******à ha effettuato qualche versamento IVA riferito all’anno 2009, come documentato con l’allegato n. 15 del ricorso introduttivo;
– Infine, allo scopo di attestare le difficoltà economiche in cui versava, la ******à ha depositato tutte le fatture relative agli anni 2007, 2008 e 2009 non pagate, come documentato con l’allegato n. 16 del ricorso introduttivo.
Di conseguenza, nella fattispecie, è applicabile l’art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997.
L’accoglimento parziale del ricorso giustifica la compensazione delle spese.

P.Q.M.

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, dichiara non dovute le sanzioni amministrative di € 868,05 e di € 26.999,98; rigetta nel resto.
Spese compensate.

Lecce, li 19/05/2015

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Avvisi di accertamento: annullati perchè firmati da un funzionario non abilitato (CTP Lecce, 5/6/2015, n. 2043/02/2015)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

L. C., residente in Veglie (Le), rappresentato e difeso dall’Avv. ****************, ricorre contro l’Agenzia delle Entrate/Direz.Prov.le di Lecce in relazione all’avviso di accertamento n. (omissis) per l’importo di € 31.681,00, notificato in data il 04/03/2014 ed emesso per l’anno d’imposta 2009: l’avviso di accertamento risulta firmato dalla Dr.ssa Angela M. Ayroldi, su delega del Direttore Provinciale Dr. Adolfo Del Giacco.
Avverso l’avviso di accertamento il ********** ha presentato tempestivo ricorso, eccependo:
– la nullità dell’avviso di accertamento per evidente difetto di sottoscrizione, ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, anche alla luce della recente sentenza n. 37 del 25/02/2015 della Corte Costituzionale, come più volte ribadito in sede di discussione orale;
– la nullità del1’avviso di accertamento per difetto di motivazione;
— la nullità deil’avviso di accertamento per violazione dell’art. 41 Bis DPR. n. 600/73;
— la nullità dell’avviso di accertamento perché fondato unicamente sulla ristretta base societaria;
— nel merito, richiama le ragioni esposte in sede di ricorso avverso l’accertamento emesso nei confronti della società (Omissis) SRL n. (omissis) per il medesimo anno d’imposta 2009, il cui maggior reddito accertato è stato imputato pro-quota ai due soci P. G. (51%) e L. C. (49%).
– infine, la totale illegittimità delle sanzioni.
L’Agenzia delle Entrate si è costituita in giudizio con controdeduzioni prot. n. 20 14/42046, ribadendo le ragioni della propria pretesa impositiva, ritenuta pienamente provata.
Alla pubblica udienza del 19/05/2015 le parti, dopo ampia ed approfondita discussione orale, si sono riportate ai rispettivi scritti difensivi ed alie rispettive eccezioni di diritto e di merito.
La Commissione decide come da dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, dei DPR. n. 600/73, già nella premessa citato, alla luce di quanto disposto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 37 del 25/02/2015.
Infatti, con la succitata sentenza, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale:
4) dell’art. 8, comma 24, del D.L. n. 16 del 02/03/2012, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 44 del 26/04/2012;
5) dell’art. 1, comma 14, del D.L. n. 150 del 30/12/2013, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 15 del 27/02/2014;
6) dell’art. 1, comma 8, del D.L. n. 192 del 31/12/2014.
Tutte le succitate norme sono state dichiarate incostituzìonali in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione.
Infatti, secondo la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale “nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale comporta l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso” (sentenze della Corte Costituzionale n. l94 del 2002, n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n.150 del 2010 e n. 293 del 2009).
Di conseguenza, alla luce della suddetta sentenza, sono decaduti, con effetto retroattivo, dagli incarichi dirigenziali tutti coloro che erano stati nominati in base alle succitato norme dichiarate incostitnzionali e, di conseguenza, devono ritenersi illegittimi tutti gli avvisi di accertamento firmati da dirigenti nominati in base alle leggi dichiarate incostituzionali.
Occorre precisare, infatti, che, in base allo Statuto dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 6 del 13/12/2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 11 del 21/03/2011) ed in base al Regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 4 del 30/11/2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 57 del 27/12/2012), le Direzioni Provinciali dell’Agenzia delle Entrate sono sempre uffici di livello dirigenziale ed i relativi dirigenti, legittimamente nominati, devono sottoscrivere gli avvisi di accertamento o delegare altri dirigenti, a seconda della rilevanza e complessità degli atti.
Infatti, in base all’art. 42 citato:
— “gli accertamenti sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” (primo comma);
– “l’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione…” (terzo ed ultimo comma).
Il “capo dell’Ufficio” è sempre il dirigente, anche perché nel 1973, quando fu approvato il DPR. n. 600, non era prevista né disciplinata la figura del “dirigente”, come invece è avvenuto dal 2000 in poi con lo Statuto ed il Regolamento in precedenza citati.
Di conseguenza, se l’avviso di accertamento è firmato da un non-dirigente, l’atto discrezionale e non vincolato è viziato da nullità assoluta, ai sensi dell’art. 21 septies della Legge n. 24l del 07 agosto 1990, che testualmente dispone:
“E’ nullo il provvedimento amministrativo che manca degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione dei giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge, come, appunto, prevede il citato art. 42, terzo comma.
La Corte di Cassazione, sulla questione, ha stabilito i seguenti principi:
– la figura del capo dell’Ufficio deve sempre coincidere con quella del dirigente titolare;
— la figura del personale appartenente alla nona qualifica professionale soltanto in casi eccezionali può sostituire il dirigente in caso di assenza o impedimento o può tenere la reggenza dell’ufficio, in attesa della destinazione del dirigente titolare;
– è onere sempre dell’Amministrazione Finanziaria dimostrare e documentare tutto.
In tal senso, si citano le sentenze della Corte di Cassazione n. 18515/2010, n. 17400/2012, n. 8166/2002, n. 17044/2013.
Di conseguenza, se un non-dirigente firma un avviso di accertamento, lo stesso è nullo e non vale il riferimento all’ufficio di appartenenza, che si applica nella diversa ipotesi di firma illeggibile, ipotesi totalmente diversa da quella oggetto del presente giudizio (in tal senso, Cassaz. Sentenze n. 874/09, n. 9673/04, n. 10773/06, n. 12768/06 e n. 9600/07), né è ammessa la conservazione dell’atto illegittimo.
Nel caso in questione, inoltre, non si può invocare la figura del c.d. “funzionario di fatto”, che, invece, è applicabile quando gli atti adottati dal funzionario sono favorevoli ai terzi destinatari (come, per esempio, i rimborsi tiscali) ma non certo quando, come nella fattispecie in esame, gli atti sono sfavorevoli al contribuente, come lo sono gli avvisi di accertamento (sentenze del Consiglio di Stato n. 6/1993, n. 853 del 20 maggio 1999).
In ogni caso, quando il contribuente eccepisce la violazione del più volte citato art. 42, l’onere della prova spetta sempre all’Agenzia delle Entrate, che deve contrastare le eccezioni di parte con prove documentali valide ed appropriate (Cassazione, sent. n.17400/12, n. 14626/00, n. 14195/00, n. 14942 del 21/12/2012 depositata in cancelleria il 14 giugno 2013).
A fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onorato, il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufiicio le prove, in forza dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 7 D.Lgs. n. 546/92, perché tali poteri sono meramente integrativi e non esonerativi dell’onere probatorio principale (Cassazione, sentenza n. 10513/2008).
Nella presente controversia, a seguito di precise eccezioni da parte dell’Avv. ****************, alla luce delta sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale, ribadite e precisate durante la discussione orale all’udienza del 19/05/2015, l’Agenzia delle Entrate non ha opposto alcuna valida documentazione, limitandosi a confermare che era “notorio” che il ***************** era dirigente a seguito di concorso, ed il c.d. “notorio” non può essere certo preso in considerazione da questa Commissione, perché non di pubblico dominio.
Quindi, mancando la prova documentale e certificata che il Dr. ***************** era un legittimo dirigente, titolare della Direzione Provinciale di Lecce, a seguito di regolare concorso pubblico, l’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, perché atto discrezionale e non vincolato.
Oltretutto, l’Ufficio non ha neppure provato in sede contenziosa che il delegato alla lirma era, a sua volta, dirigente per concorso pubblico o funzionario della nona qualifica direttiva, ai sensi dell’art. 42, primo comma, DPR. n. 600/73 (Cass. Sent.n. 17400/2012 e n. 14942/2013).
Tenuto conto della particolarità della questione trattata, soprattutto alla luce della recente sentenza n 37/2015 della Corte Costituzionale, appare equo compensare le spese.

P.Q.M.

La Commissione, in accoglimento del ricorso, annulla l’avviso di accertamento impugnato per inosservanza dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73.
Spese compensate.

Lecce, li 19/05/2015

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Nullo l’avviso di accertamento firmato da un funzionario illegittimo (CTP di Lecce, 21/05/2015, n. 1789/02/2015)

Redazione

La Coop C.S.S. R. – ******à Cooperativa a r.l. – propone ricorso contro l’avviso di accertamento – n.(omissis) – con il quale l’Agenzia delle Entrate notificava di aver proceduto alla rettifica della dichiarazione dei redditi attribuibili alla stessa per l’anno d’imposta 2009; risulta dall’avviso opposto che tale rettifica trae la sua origine da una verifica, sulle attività sociali di alcune unità operativa della stessa Coop, posta in essere da parte della Guardia di Finanza, dell’Arma dei Carabinieri, dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Azienda Sanitaria Locale, nel periodo 17/11/2010-26/10/2011; il verbale redatto il 26/10/2011, a conclusione della verifica aveva evidenziato la sussistenza di alcune irregolarità per gli anni dal 2006 al 2010, che costituivano indice di costituzione fittizia di società cooperativa, con carattere commerciale dell’attività, con distribuzione indiretta di utili ai soci, con la conseguente perdita del diritto alle agevolazioni previste per le Coop, ed il recupero a tassazione dei ricavi.
In particolare, per l’anno 2009, veniva accertato un reddito imponibile di €. 343.960,13 a fini Irpef un maggior valore della produzione di €. 283.108,13 a fini Irap, una maggiore imposta dovuta di iva in €. 26.744,37, nonché recuperata l’*** non detraibile in €. 6.530,23; venivano irrogate sanzioni in conseguenza.
La ricorrente eccepisce l’illegittimità dell’avviso suddetto, per violazioni delle norme riguardanti lo svolgimento della verifica nelle sedi dell’azienda, nonché per difetto di motivazione e di sottoscrizione dell’atto e per la carenza di prova dei fatti contestati; nel merito lamenta l’infondatezza delle contestazioni, e conseguentemente l’illegittimità delle sanzioni; chiede l’annullamento dell’atti.
Si è costituita l’Agenzia, la quale ha sostenuto la regolarità e legittimità della condotta degli agenti nell’esecuzione delle operazioni di verifica; ha confermato la sufficienza della motivazione dell’avviso, dato che fa riferimento ad atti conosciuti dalla contribuente; nel merito ha sostenuto la fondatezza dei rilievi con precisione e chiarezza contestati, e la conseguente legittimità della sanzioni irrogate.
Con successive memorie (in data 14/10/2013, in data 22/11/2013 ed in data 17/11/2014) la ricorrente si è riportata al ricorso ed ha insistito sulla regolarità del suo comportamento fiscale, neanche sulla sussistenza del carattere di mutualità e dell’azienda, allegando copia dell’atto di verifica effettuata con esito favorevole dal Ministero delle Attività Produttive – Direzione Generale Ente Cooperative – ente cui è delegata la vigilanza sulle Coop.
Con ulteriore memoria, qui pervenuta in data 13/4/2015, la ricorrente ha ulteriormente insistito nella richiesta di annullamento dell’avviso contestato per illegittimità della sua sottoscrizione, invocando a tal fine la Sentenza della Corte Costituzionale 17/3/2015, n. 7.
Nell’odierna seduta di trattazione del ricorso il difensore di parte ricorrente, nel riportarsi ai propri scritti di causa, preliminarmente chiede che sia disposto l’annullamento dell’atto impugnato per il motivo, riguardante la mancanza di legittimità della sottoscrizione dello stesso, a seguito della sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale del marzo 2015; il funzionario dell’agenzia si è riportata alle controdeduzioni ed ha contestato l’eccezione pregiudiziale riguardante la mancanza di legittimità relativa alla sottoscrizione dell’avviso opposto. Al termine dell’udienza il Collegio, riunito in camera di consiglio ha così deciso.

Motivi della decisione

La Commissione ritiene preliminarmente necessario decidere sulla pregiudiziale posta dalla ricorrente, riguardante la contestata legittimità dell’avviso di accertamento che ha dato origine alla vertenza di che trattasi.
Occorre premettere che l’art. 42 del D.P.R. 29/9/1973, n. 600, al comma 1 dispone che:
“Gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza del contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato.
Ciò posto, si osserva, in buona sostanza, che l’Agenzia delle Entrate, allo scopo di assicurare la funzionalità operativa delle proprie strutte e, contemporaneamente, la legittimità degli atti dalle stesse poste in essere, ha provveduto, nelle more dell’espletamento di procedure concorsuali per la copertura di funzioni dirigenziali vacanti, all’attribuzione di incarichi dirigenziali a propri funzionari, individuati con prova selettiva, con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato, la cui durata era fissata in relazione al tempo necessario per la copertura dei posti vacanti tramite concorso; ad operare con tale modalità di attribuzione delle funzioni dirigenziali l’Agenzia era autorizzata dall’art.8, comma 24, del D.L. 2 marzo 2012, n.16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della L. 26/4/2012, n. 44.
Con la Sentenza cui si appella la contribuente, emessa in data 17/3/2015, n.37, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della suddetta norma autorizzativa, insieme con le disposizioni che consentivano la proroga dei termini previsti nella stessa (D.L. n.150/2013, convertito in L. n. 12/2014, ed al D.L. 31/12/2014, n. 192).
La Corte ha anche precisato, nelle motivazioni, che “”Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nessun dubbio può nutrirsi in ordina al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso, e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia dirigenziale superiore comporta “l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regala del pubblico concorso” (sentenza n. 194 del 2002; ex plurimis, inoltre, sentenze n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010, n. 293 del 2009).””.
Ha ulteriormente riconosciuto all’amministrazione la possibilità di “ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale – come affermato dalla giurisprudenza tributaria di legittimità sulla provenienza dell’atto e sulla sua idoneità ad esprimerne all’esterno la volontà (ex plurimis, Corte di cassazione, sezione tributaria civile, sentenza 9 gennaio 2014, n. 220; 10 luglio 2013, n. 17044; 10 agosto 2010, n. 18515; sezione sesta civile – T. 11 ottobre 2012, n.17400) – la funzionalità dell’Agenzia non è condizionata dalla validità degli incarichi dirigenziali previsti dalla disposizione censurata.
Da quanto sopra discende, in estrema sintesi, che: a)- il conferimento di incarichi dirigenziali deve avvenire previo espletamento di concorso pubblico, e ciò anche nel caso di affidamento di tali incarichi anche a dipendenti già in servizio, e b)- è legittimo l’affidamento, anche a funzionari, di incarichi per l’adozione di atti a competenza dirigenziale.
Ulteriore necessaria conclusione è che deve ritenersi illegittimo il conferimento dell’incarico – ex art.42, c. 1, dpr. 600/73 – a soggetto che non sia risultato vincitori di concorso pubblico per il posto nella carriera direttiva, con la conseguente nullità, per difetto assoluto di attribuzione, degli atti a competenza dirigenziale dallo stesso adottati (L. n. 241/1990, art. 21 septies).
Con riferimento al caso di specie, si osserva che la ricorrente ha eccepito la nullità dell’avviso di accertamento, contestando il difetto di attribuzione della funzione dirigenziale del delegante, e la conseguente nullità dell’avviso di accertamento perché sottoscritto in assenza di delega validamente attribuita; sui punto la rappresentante dell’Amministrazione finanziaria ha genericamente contestato la suddetta eccezione, senza, peraltro, motivare tale linea di difesa: trattandosi di difendere la legittimità dell’atto contestato, sarebbe stato necessario che l’Amministrazione finanziaria avesse confermato, fornendone adeguata dimostrazione, il possesso dei requisiti voluti dall’art. 42 del D.P.R. n. 600 del 1973 per la sottoscrizione dell’avviso di accertamento, ossia la sussistenza del potere di delega in capo al delegante direttore dell’ufficio, nonché il possesso della qualifica di funzionario direttivo da parte del delegato; l’ufficio non poteva esimersi dal dare le dette dimostrazioni, necessarie in presenza di eccezione da parte del contribuente, eccezioni dallo stesso poste già con le memorie depositate in data 13 aprile 2015 – ossia dieci giorni prima dell’odierna seduta di trattazione – e poi ribadite in udienza. La immotivata mancanza di dimostrazione della legittimità della sottoscrizione dell’atto ne fa ritenere la mancanza; consegue la nullità dell’avviso di accertamento impugnato.
I restanti motivi di ricorso rimangono assorbiti.
Per i suesposti motivi il ricorso merita di trovare accoglimento.
La spese di giudizio vanno interamente compensate, attesa la novella portata dalla indicata Sentenza della Corte Costituzionale.

P.Q.M.

La Commissione accoglie il ricorso. Spese compensate.
Lecce, 23 aprile 2015.

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La notifica della cartella esattoriale effettuata nella sede sociale e non nella sede effettiva della società è comunque valida (Cass. n. 27677/2013)

Redazione

PREMESSO IN FATTO.

1. Con sentenza n. 236/22/06, depositata il 27.2.07, la Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna rigettava l’appello proposto dalla F.P. s.r.l. in liquidazione avverso la decisione di primo grado, con la quale era stato rigettato il ricorso proposto dalla contribuente nei confronti della cartella di pagamento, emessa dall’ Amministrazione finanziaria ai fini IVA per l’anno 1997.
2. La CTR – confermando la decisione di prime cure – riteneva, invero, che la notifica dell’avviso di rettifica, a monte della cartella esattoriale impugnata, fosse stata correttamente effettuata alla contribuente, ai sensi dell’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, non essendo stata reperita l’azienda della medesima, presso la sede legale nota all’Amministrazione finanziaria.
3. Per la cassazione della sentenza n. 236/22/06 ha proposto ricorso la F.P. s.r.l. in liquidazione affidato ad otto motivi. L’Agenzia delle Entrate non ha svolto attività difensiva. La ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

OSSERVA IN DIRITTO.

1. La F.P. s.r.l. impugnava dinanzi alla CTP di Parma la cartella di pagamento, emessa dall’Amministrazione finanziaria ai fini IVA per l’anno 1997, sostenendo che l’avviso di rettifica a monte – per omessa integrazione dell’IVA relativamente a fatture di acquisto emesse da operatori intracomunitari – non le era stato notificato. La notifica dell’atto impositivo sarebbe stata, invero, effettuata – a detta della contribuente – con il rito degli irreperibili, ai sensi dell’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, nella sede legale della società, ancorchè fosse stata comunicata all’Agenzìa delle Entrate la sede effettiva dell’ente, sita in località diversa da quella legale.
1.1. La F.P. deduceva, inoltre, che la raccomandata, che notiziava dell’avvenuto compimento delle formalità di notifica, sarebbe stata ricevuta, presso la sede legale della società, da persona ignota e comunque non abilitata a ricevere la corrispondenza.
Per tali ragioni, la società chiedeva, dunque, l’annullamento dell’iscrizione a ruolo del tributo e della conseguente cartella di pagamento.
1.2. La pretesa veniva disattesa, sia dalla edita CTP, che, in appello, dalla CTR del1’Emi1ìa Romagna, con sentenza 236/22/06, che la contribuente ha gravato con ricorso per cassazione, sulla base di otto censure.
2. Con il primo, secondo, sesto, settimo e ottavo motivo di ricorso – che, per la loro intima connessione, vanno esaminati congiuntamente – la F.P. denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 138, 139, 140, 145 c.p.c., 60, lett. e) del d.P.R. 600/73, 56 d.P.R. 633/72, 46 c.c., 6 e 10 l. 212/00, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché la contraddittoria motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
2.1. Sarebbe, invero, contraddittoria e comunque erronea – a parere della ricorrente – l’impugnata sentenza, nella parte in cui, da atto della validità della notifica effettuata presso la sede legale della società, benchè essa fosse stata effettuata con il rito degli irreperibili, e cioè ai sensi dell’art. 60, lett. e d.P.R. 600/23, proprio perche la sede sociale, presso la quale la notifica sarebbe stata effettuata, non era stata reperita dal messo notificatore.
2.2. Ad ogni buon conto, secondo la contribuente, il ricorso alla disposizione suindicata, e non a quella di cui all’art. 140 c.p.c., ritenuto corretto dalla CTR, sarebbe da considerarsi, per contro, illegittimo, atteso che, presso la sede sociale – dichiarata irreperibile nella relata di notifica – era stata, di contro, ricevuta la raccomandata che notiziava la F.P. del deposito dell’atto impositivo presso la casa comunale. Il che, ad avviso della ricorrente, dimostrerebbe – contrariamente a quanto contenuto nella relata di notifica – l’esistenza e la reperibilità della sede sociale della contribuente.
2.3. Di più, la necessita di fare ricorso al procedimento di cui all’art. 140 c.p.c., e non a quello previsto dalla disposizione speciale di cui all’art. 60, lett. e) d.P.R. 600/73, sarebbe ulteriormente evidenziata, a parere della F.P., dal fatto che l’Amministrazione sarebbe stata – a suo dire – a conoscenza della sede effettiva della contribuente, sita in località diversa da quella della sede legale, per esserle stata comunicata con l’avviso di “variazione dati” del 19.12.01. Sicché, la pronuncia del giudice di appello, sul punto, sarebbe, altresì affetta dal vizio di omessa o insufficiente motivazione, per non avere tenuto conto di tale risultanze, definitiva ai fini del decidere.
3. Le censure suesposte sono infondate.
3.1. Va – per vero – osservato, al riguardo, che – secondo l’insegnamento costante di questa Corte – la notificazione degli avvisi e degli atti tributari impositivi, nel sistema delineato dall’art. 60 del d.P.R. n. 600/73, va effettuata secondo il rito previsto dall’art. 140 c.p.c. soltanto nelle ipotesi in cui siano conosciuti la residenza e l’indirizzo del destinatario, ma non si sia potuto eseguire la consegna perche questi (o ogni altro possibile consegnatario} non è stato rinvenuto in detto indirizzo, per essere ivi temporaneamente irreperibile.
Per contro, tale notifica va effettuata secondo la disciplina di cui all’art. 60 cit., lett. e) quando il messo notificatore non reperisca il contribuente perchè risulta trasferito in luogo sconosciuto; accertamento, questo, cui il messo deve pervenire dopo aver effettuato ricerche nel comune dov’è situato il domicilio fiscale del contribuente, per verificare che il suddetto trasferimento non si sia risolto in un mero mutamento di indirizzo nell’ambito dello stesso comune (cfr., ex plurimis, Cass. 7268/02, 20425/07, 14030/11).
3.2. Ebbene, nel caso di specie, dalla relata di notifica dell’avviso di rettifica – trascritta nel ricorso per cassazione – si evince che il messo notificatore dava atto “dell’impossibilita ad eseguire la notifica del presente atto al sig. F.P. s.r.l., in Parma, via X n. 48-A, ai sensi degli artt. 133 e 139 c.p.c., in quanto all’indirizzo dichiarato non è stata reperita l’abitazione, ovvero l’ufficio o l’azienda del destinatario della notifica. Il messo notificatore comunicava, inoltre, di avere eseguito il deposito dell’atto presso la casa comunale, ove sarebbe stato affisso per otto giorni consecutivi, “ai sensi dell’art. 60, lett. e) del d.P.R. 600/73”.
Ne discende che l’irreperibilità dell’azienda del destinatario della notifica, tentata presso la sede sociale non reperita, legittima la notifica del1’atto impositivo operata nelle forme di cui all’art. 60 cit., lett. e). Va tenuto conto, invero, del fatto che la stessa contribuente, con la dichiarazione di “variazione dati” del 19.12.01, come accertato dal giudice di appello, aveva confermato l’indirizzo della sede sociale in Parma, alla via X n. 48-A.
3.3. A fronte di siffatta, reiterata, indicazione della sede legale della F.P. srl, pertanto, nessun rilievo può essere ascritto alla contestuale indicazione, nella medesima nota di variazione, anche di uno “stabilimento”, sito in un comune diverso da quello della predetta sede locale (ossia in Collecchio, via Nazionale Est n. 71. Di contro, tale indicazione di una sede secondaria in altro comune conferma ulteriormente la validità della notifica effettuata, stante il tenore letterale della prima parte dell’art. 60 cit., lett. e), che presuppone l’assenza dell’azienda o dell’ufficio nel comune in cui deve essere eseguita la notificazione. Nessun altro accertamento avrebbe, di conseguenza, dovuto espletare l’Amministrazione al riguardo, posto che, ai sensi della norma succitata, incombe sul contribuente l’onere di comunicare all’Ufficio le variazioni e le modificazione del proprio indirizzo fiscale.
3.4. Né conseguenza alcuna puo trarsi – dipoi – dal fatto che la raccomandata, che notiziava la destinataria dell’avvenuto deposito del1’atto nell’albo del comune,
sia stata ricevuta da un preteso rappresentante dell’ente, presso la sede sociale. Il che, ad avviso della contribuente, confermerebbe l’esistenza e la reperibilità della sede legale della società, contrariamente a quanto affermato nella relata di notifica dal messo notificatore. Ed invero, non e possibile desumere con certezza dagli atti, non avendo provveduto la ricorrente ad una compiuta indicazione e specificazione delle modalità di spedizione e di ricezione di detta raccomandata, se la stessa – peraltro, come si dirà in prosieguo, del tutto irrilevante, ai fini della validità del procedimento notificatorio – sia stata spedita effettivamente all’indirizzo della sede legale, o piuttosto presso altra sede secondaria o stabilimento della società.
3.5. E’ appena il caso di rilevare, infine, che nessun contrasto di motivazione può riscontrarsi nell’avere ritenuto la CTR validamente operata la notifica presso la sede legale, nello stesso tempo dichiara irreperibile. E’ di tutta evidenza, infatti, che il presupposto essenziale per il ricorso alla notifica nelle forme di cui all’art. 60, cit., lett. el è rappresentato proprio dal fatto che la notifica tentata presso la sede legale della società era stata impossibile, per irreperibilità della sede stessa. Sicché, la motivazione della CTR, sul punto in questione, appare del tutto logica e coerente, oltre che giuridicamente corretta.
4. Con il terzo, quarto e quinto motivo di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – la F.P. s.r.l. denuncia la violazione degli artt. 112 c.p.c. e 7 l. 890/82, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c., nonché l’omessa motivazione su un fatto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.
4.1. La CTR avrebbe, invero, omesso di pronunciarsi sulla questione, introdotta dalla F.P. s.r.l. con specifico motivo di appello, del difetto di legittimazione del soggetto che aveva ricevuto la raccomandata, che notiziava la destinataria dell’avvenuto deposito dell’atto nell’albo del comune.
D’altro canto, la CTR non avrebbe tenuto conto, al riguardo, del fatto che la comunicazione di tale raccomandata era da considerarsi affetta da nullità, poiché l’avviso di ricevimento mancava dell’indicazione della identità e della qualità della persona del consegnatario della raccomandata, nonché del suo rapporto con il destinatario della stessa, in violazione dell’art. 7 della l. n. 89/82.
4.2. Per il che del tutto apodittica, a parere della ricorrente, si paleserebbe la motivazione dell’impugnata sentenza, laddove la CTR ha ritenuto valida la notifica dell’atto, senza prendere in considerazione alcuna la suddetta risultanza processuale, allegata agli atti del giudizio di primo e secondo grado.
5. I motivi di ricorso suesposti sono infondati.
5.1. Nessun vizio di omessa pronuncia può, per vero, essere ravvisato nell’impugnata sentenza, avendo la CTR, sulla base dell’esame delle risultanze documentali in atti, concluso, motivatamente, per la validità del procedimento notificatorio, ritenendo – del tutto correttamente, per le ragioni suesposte – che la notifica andasse effettuata nelle forme di cui all’art. 60, lett. e) del d.P.R. 600/73. Del resto, va rilevato che il procedimento notificatorio seguito nel caso concreto, non richiede affatto per la sua validità, a differenza di quello di cui all’art. 140 c.p.c., oltre al deposito dell’atto nella casa comunale e la sua affissione per otto giorni consecutivi, anche la spedizione della raccomandata che avvisi il destinatario dell’avvenuta affissione dell’atto (Cass. 7120/03). Sicchè che alcun obbligo incombeva alla CTR di prendere in considerazione, ai fini del riscontro di validità della notifica dell’avviso di rettifica, le modalità di esecuzione della spedizione e gli eventuali vizi della comunicazione della raccomandata in parola.
5.2. Ad ogni buon conto, va osservato che, qualora tale raccomandata fosse stata effettivamente inviata presso la sede effettiva della societa (ossia nello stabilimento in Collecchio), il fatto che la stessa sia stata ivi ricevuta da una persona che si trovava nei locali, lascia presumere che tale persona fosse addetta alla ricezione degli atti diretti alla persona giuridica destinataria, senza che il notificatore sia tenuto a compiere accertamenti. al riguardo, incombendo sulla società l’onere di provare, per vincere la suddetta presunzione, la mancanza dei presupposti per la valida effettuazione del procedimento notificatorio (Cass. 3516/12).
6. Per tutte le raqioni che precedono, pertanto, il ricorso della F.P. s.r.l. in liquidazione non può che essere rigettato. Nulla per le spese attesa la mancata costituzione dell’Agenzia delle Entrate nel presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione;
rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Tributaria, l’8.4.2013.

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Studi di settore: non si possono applicare all’impresa in difficoltà finanziaria (Cass. n. 27166/2013)

Redazione

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

R.M. e M.G. proponevano ricorso dinanzi alla CTP di Lecco avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate di Lecco, sulla base dei parametri di cui al DPCM 29-1-1996 (come modificato dal DPCM 27-3-1997, ai sensi dell’art. 3, commi 181 e 183, L. 549/1995), aveva rilevato per l’anno 1996 uno scostamento di euro 11.208,14 tra quanto dichiarato e quanto risultante dai detti parametri, rideterminando di conseguenza il reddito da lavoro autonomo dei detti contribuenti.
A sostegno del ricorso adducevano, tra l’altro, lo scarso rendimento deil’impresa, costituita da due esercizi commerciali di ristorazione.
L’adita CTP rigettava il ricorso.
Con sentenza depositata il 27-7-2006 la CTR Lombardia, in accoglimento dell’appello dei contribuenti, riformava l’impugnata decisione; in particolare la CTR evidenziava che quest’ultimi, sin dal primo grado, avevano fornito elementi indiziari di indubbia gravità e concordanza, idonei come tali a contrastare l’applicazione dei parametri; nello specifico, riteneva chiaro indice di difficoltà finanziaria la documentata circostanza che le unità immobiliari destinate agli esercizi commerciali in questione, ed altre unità immobiliari, fossero state oggetto di esecuzione forzata, evidentemente a causa del mancato pagamento di alcune rate di mutuo; riteneva, invece, non significativi al riguardo, in senso contrario, né il constatato aumento (da un anno all’altro) del costo del venduto né il fatto che i due locali fossero aperti da diversi anni.
Avverso detta sentenza proponevano ricorso per Cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate, affidato a due motivi; i contribuenti non svolgevano attività difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti, deducendo -ex art. 360 n. 3 cpc- violazione e falsa applicazione dell’art. 3, comma 181, L. 549/95, rilevava che detta norma spostava sul contribuente l’onere probatorio di dimostrare che il reddito effettivamente perseguito era inferiore a quello risultante dall’applicazione dei parametri; nel caso di specie, invece, nulla in senso contrario ai parametri era stato dimostrato dai contribuenti ed il Giudice aveva sostituito le risultanze dell’accertamento con proprie valutazioni di fatto (inerenti l’aumento da un anno all’altro- del costo del venduto ed il fatto che i due locali fossero aperti da diversi anni).
Il motivo è infondato.
Siffatto motivo, invero, in primo luogo non coglie la ratio decidendi dell’impugnata statuizione, che, come sopra evidenziato, ha ritenuto valida la giustificazione addotta dai contribuenti (scarso rendimento dell’impresa nel periodo considerato, a causa di difficoltà finanziarie) non per le su esposte “valutazioni di fatto”, ma perché ha riscontrato la effettiva sussistenza delle denunciate “difficoltà finanziaria” attraverso la prodotta documentazione attestante che le unità immobiliari destinate agli esercizi commerciaii ove si svolgeva l’attività in questione (ed altre unità immobiliari) erano state “oggetto di esecuzione forzata portata a termine con decreti di trasferimento e precetti per rilascio, a seguito di pignoramento promosso dal Credito Fondiario C.”.
Il motivo è, comunque, infondato anche nel merito.
Per costante e condiviso principio di questa S.C., invero, “la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. In tale sede, quest’ultimo ha l’onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possono essere applicati gli “standards” o la speciñca realtà dell’attività economica nei periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell’atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente. L’esito del contraddittorio, tuttavia, non condiziona l’impugnabilità delfaccertamento, potendo il giudice tributario liberamente valutare tanto l’applicabilità degli “standards” al caso concreto, da dimostrarsi dall’ente impositore, quanto la controprova offerta dal contribuente che, al riguardo, non è vincolato alle eccezioni sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà, incluso il ricorso a presunzioni semplici, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa, restando inerte. In tal caso, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito, ed il giudice può valutare, nel quadro probatorio, la mancata risposta all’invito” (Cass. Sez. Unite 26635/2009; conf., tra le tante altre successive, Cass. 12558/2010 e Cass. 13594/2010).
Nel caso di specie la CTR ha fatto, nel complessop corretto uso di tali principi, esaminando (come su precisato) in concreto la specifica situazione del contribuente sulla base delle giustificazioni dallo stesso presentate, e ritenendo che la stessa fosse idonea a contrastare l’applicazione dei parametri.
ll secondo motivo, con il quale i ricorrenti deducevano -ex art. 360 n. 5 cpc- motivazione insufficiente e, in particolare, rilevavano che l’onere motivazionale era stato assolto solo in apparenza, è inammissibile, e, comunque, infondato.
La complessiva doglianza è, infatti, materialmente priva del “momento di sintesi”, richiesto in tutte le ipotesi di vizio sussumibile nel n. 5 dell’art. 360 c.p.c.; ed invero, per costante e condiviso principio di questa Corte, nel caso previsto dall’articolo 360, primo comma, n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo del ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, sia la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, sia le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione, sia un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), e cioè un’indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo e che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; ciò anche quando l’indicazione del fatto decisivo controverso sia rilevabile dal complesso della formulata censura, attesa la “ratio” che sottende la disposizione indicata, associata alle esigenze dellattive del filtro di accesso alla S.C., la quale deve essere posta in condizione di comprendere, dalla lettura del solo quesito, quale sia l’errore commesso dal giudice di merito.
Il motivo è, comunque, infondato, atteso che, come sopra già evidenziato, la CTR ha ben motivato il suo convincimento in ordine alla sussistenza ed alla validità delle giustificazioni addotte dai contribuenti al fine di superare il dato risultante dalla mera applicazione dei parametri.
Alla stregua di quanto sopra, pertanto, il ricorso va rigettato.
Nulla per le spese, non avendo i contribuenti svolto in questa sede attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma in data 27-6-2013 nella Camera di Consiglio della quinta sez. civile.

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Ritardo nella presentazione della dichiarazione dei redditi: legittimo l’accertamento induttivo a carico del contribuente, che risulta responsabile in prima persona, anche se si è avvalso di un intermediario (Cass. n. 27282/2013)

Redazione

Fatto

A S.F. fu notificato un avviso di accertamento scaturito dall’omessa presentazione del modello unico per la dichiarazione dei redditi del 1999, che aveva indotto l’Agenzia delle entrate a procedere ad accertamento induttivo, determinando reddito d’impresa e volume d’affari ex articolo 39, 2° comma, del decreto del Presidente della Repubblica numero 600/73 e 55 del decreto del Presidente della Repubblica numero 633/72.
La contribuente impugnò l’avviso, esponendo di avere presentato la dichiarazione, avvalendosi della facoltà di farlo attraverso un intermediario a tanto abilitato e sostenendo che la responsabilità dell’omissione dovesse essere ascritta all’intermediario.
Il ricorso fu respinto in primo grado, ma la Commissione tributaria regionale ha ribaltato la sentenza, reputando che non possa esser fatto carico al contribuente delle conseguenze dell’omissione o del ritardo nella presentazione della dichiarazione da parte dell’intermediarìo, di guisa che <<il deposito presso l’intermediario tiene luogo, a tutti gli effetti, del deposito presso l’ufficio>>.
Ricorre l’Agenzia delle entrate per ottenere la cassazione della sentenza, affidando il ricorso ad un unico motivo.
La contribuente resiste con controricorso.

Diritto

1.- Con l’unico motivo di ricorso, proposto ex articolo 360, l° comma, numero 3, c.p.c., l’Agenzia delle entrate lamenta la violazione e falsa applicazione dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica numero 322 del 1998, nel testo modificato dal decreto del Presidente della Repubblica numero 542 del 1999, sostenendo che la sola dichiarazione dell’intermediario professionale contenente l’impegno di trasmettere in via telematica all’amministrazione finanziaria i dati delle dichiarazioni fiscali contemplate dal 6° comma dell’articolo 3, non abbia valore di prova dell’avvenuta presentazione delle dichiarazioni fiscali, e ciò in quanto tale documento non rientra tra quelli previsti, come prova della presentazione, dal l0° comma dell’articolo 3 in questione.
2. – Il motivo è fondato e va in conseguenza accolto.
Va anzitutto rimarcato che l’obbligo di presentare le dichiarazioni fiscali incombe sui soggetti a tanto tenuti.
Ciò posto, a norma del 2° comma dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, nel testo risultante dalle interpolazioni operate dall’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 14 ottobre 1999, n. 542 (applicabile all’epoca dei fatti, trattandosi di dichiarazione da presentare nell’anno 2000, in relazione al periodo di imposta 1999), <<la dichiarazione è presentata in via telematica all’amministrazione finanziaria, direttamente o tramite un incaricato indicato al comma 3, dalle società di cui all’articolo 87, comma 1, lettera a), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, con capitale sociale superiore a 5 miliardi di lire al termine del periodo di imposta conclusosi nell’anno solare precedente a quello in cui deve essere effettuata la trasmissione telematica, dagli enti di cui al comma 1, lettera b), dello stesso articolo 87, con patrimonio netto superiore a 5 miliardi di lire al termine del menzionato periodo di imposta. I soggetti incaricati di cui al comma 3 trasmettono in via telematica le dichiarazioni. La disposizione di cui al primo periodo si applica anche ai soggetti con un numero di dipendenti non inferiore a 50. Il collegamento telematico con l’amministrazione finanziaria è gratuito>>; aggiunge il comma 2-ter che < <la dichiarazione puo essere presentata in via telematica direttamente da contribuenti diversi da quelli indicati nei commi 2 e 2-bis (norma, quest’ultima, secondo cui <<nell’ambito dei gruppi in cui almeno una società o ente possiede i requisiti di cui al comma precedente, la trasmissione telematica delle dichiarazioni di soggetti appartenenti al gruppo puo essere effettuata da uno o più soggetti dello stesso gruppo, anche non in possesso dei menzionati requisiti .. . > >).
2.1. – In ogni caso, anche nelle ipotesi contemplate dai commi 2 e 2bis dell’art. 3, gli incaricati adempiono gli obblighi dei soggetti tenuti alla presentazione delle dichiarazioni, in nome e per conto di questi: quindi, adempiono obblighi altrui, in seno ad un rapporto che, sebbene dotato di rilevanza esterna, rimane interno, confinato entro il perimetro dell’incarico conferito.
D’altronde, ha soggiunto la Corte, sia pure in relazione al testo successivamente modificato dell’art. 3, la rilevanza dei compiti svolti dall’intermediario nei confronti del Fisco non vale ad escludere la natura privatistica del rapporto tra l’intermediatore ed il contribuente (Cass. 30 maggio 2012, n. 8630).
3. – Ciò posto, va chiarito che il 6° comma dell’articolo 3 del d.p.r. 322/98, nel testo ratione temporis applicabile, prescrive che <<i soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 rilasciano al contribuente o al sostituto di imposta ricevuta di presentazione della dichiarazione nonché copia della dichiarazione contenente l’impegno a trasmettere in via telematica all’amministrazione finanziaria i dati in essa contenuti>>, là dove l’8° comma della norma aggiunge che <<la dichiarazione si considera presentata nel giorno in cui è consegnata dal contribuente alla banca, all’ufficio postale o a uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 ovvero è trasmessa direttamente all’amministrazione finanziaria mediante procedure telematiche>> e il l0° comma della norma specifica che <<la prova della presentazione della dichiarazione è data dalla ricevuto della banca, dell’ufficio postale o di uno dei soggetti di cui ai commi 2-bis e 3 o dalla ricevuta di invio della raccomandata di cui ai comma 5, ovvero dalla comunicazione dell’amministrazione finanziaria attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione presentata direttamente in via telematica>>.
3.1. – Il legislatore, dunque, nel regime normativo applicabile al caso in esame, richiede, come prova della presentazione della dichiarazione, nelle ipotesi disciplinate dai commi 2 e 2bis dell’art. 3, la <<ricevuta di uno dei soggetti di cui ai commi 2 bis e 3>>; ricevuta, che non soltanto prova ********* consegna da parte del contribuente, ma è necessaria al fine di verificare la tempestività di tale consegna, al ñne di propiziare il controllo sul regolare adempimento degli obblighi di presentazione della dichiarazione, pur sempre sul contribuente gravanti.
4. – Va dunque rimarcato che la sentenza non dà conto della presentazione della ricevuta richiesta dal 10° comma (come, peraltro, non dà conto della sussistenza dei presupposti contemplati dai commi 2 e 2 bis dell`art. 3 del d.p.r. 322/98); il che, a fronte della contestazione dell’ufficio, che insiste anche sulla tardività dell'<<impegno alla trosmissione>> da parte dell’intermediario rispetto alla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione IVA (così si legge a pagina 6, secondo capoverso del ricorso), non consente di reputare provato che la contribuente abbia provveduto ad una tempestiva presentazione della dichiarazione.
4.1. – Sul punto, difatti, la sentenza si limita ad affermare che <<…effettivamente la Sigma F. si avvalse della facoltà di presentare la dichiarazione de qua attraverso un soggetto intermediario abilitato. Emerge altresì che la contribuente, tramite lo stesso intermediario, esibi tempestivamente (ossia prima che l’Ufficio emettesse l’avviso di accertamento) la copia cartacea della dichiarazione>>; là dove la successiva affermazione secondo cui <<…a lui -ossia al contribuente- non può essere fatto carico dell’eventuaie omissione o dell’eventuale ritardo nella presentazione, solo che dimostri, attraverso l’esibizione della ricevuta rilasciata dall’intermediario, di aver tempestivamente ottemperato al sito dovere>> ha con ogni evidenza portata generale relativa alla ricostruzione giuridica dell’istituto, non già di un accertamento di fatto nel caso concreto.
4.2. – D’altronde, la stessa contribuente, in controricorso, si limita a far leva sulla circostanza di fatto del <<deposito della dichiarazione presso l’intermediario>>, del quale non precisa la data.
5. – Ne discende inevitabilmente l’accoglimento del ricorso.
La sentenza impugnata va cassata e, non occorrendo ulteriori accertamenti di fatto, il giudizio va deciso nel merito, col rigetto dell’impugnazione originariamente proposta dalla contribuente.
5.1. – Le spese inerenti alla fasi di merito vanno compensate, in considerazione dell’andamento alterno della lite.
Quelle concernenti questa fase seguono, invece, la socoombenza.

per questi motivi

La Corte:
– accoglie il ricorso;
– cassa la sentenza impugnata;
– decidendo nel merito, respinge l’impugnazione originariamente proposta dalla contribuente;
compensa le spese inerenti alle fasi di merito;
condanna la contribuente alla rifusione delle spese inerenti a questa fase, che liquida in €uro 8000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione quinta civile, il 15 ottobre 2013.

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