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Avvisi di accertamento: annullati gli accertamenti illegittimamente firmati (CTP Lecce, 5/6/2015, n. 2044/02/15)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

P. G., residente in Veglie (Le), rappresentata e difesa dall’Avv.
****************, ricorre contro l’Agenzia delle Entrate/Direz.Prov.le di Lecce in relazione all’avviso di accertamento n. omissis per l’importo di € 33.007,00, notificato in data il 03/03/2014 ed emesso per l’anno d’imposta 2009:
l’avviso di accertamento risulta firmato dalla Dr.ssa Angela M.Ayroldi, su delega del Direttore Provinciale Dr. Adolfo Del Giacco.
Avverso l’avviso di accertamento P. G. ha presentato tempestivo ricorso, eccependo:
– la nullità dell’avviso di accertamento per evidente difetto di sottoscrizione, ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, anche alla luce della recente sentenza n. 37 del 25/02/2015 della Corte Costituzionale, come più volte ribadito in sede di discussione orale;
– la nullità dell’avviso di accertamento per difetto di motivazione;
– la nullità dell’avviso di accertamento per violazione dell’art. 41 Bis DPR. n. 600/73;
– la nullità dell’avviso di accertamento perché fondato unicamente sulla ristretta base societaria;
– nel merito, richiama le ragioni esposte in sede di ricorso avverso l’accertamento emesso nei confronti della società “Omissis SRL” n. omissis per il medesimo anno d’imposta 2009, il cui maggior reddito accertato è stato imputato pro-quota ai due soci P. G. (51%) e L. C. (49%).
– infine, la totale illegittimità delle sanzioni.
L’Agenzia delle Entrate si è costituita in giudizio con controdeduzioni prot. n. 2014/42046, ribadendo le ragioni della propria pretesa impositiva, ritenuta pienamente provata.
Alla pubblica udienza del 19/05/2015 le parti, dopo ampia ed approfondita discussione orale, si sono riportate ai rispettivi scritti difensivi ed alle rispettive eccezioni di diritto e di merito.
La Commissione decide come da dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, del DPR. n. 600/73, già nella premessa citato, alla luce di quanto disposto dal Corte Costituzionale con la sentenza n. 37 del 25/02/2015.
Infatti, con la succitata sentenza, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale:
4) dell’art. 8, comma 24, del D.L. n. 16 del 02/03/2012, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 44 del 26/04/2012;
5) dell’art. 1, comma 14, del D.L. n. 150 del 30/12/2013, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma l, della Legge n. 15 del 27/02/2014;
6) dell’art. 1, comma 8, del D.L. n. l92 del 31/12/2014.

Tutte le succitate norme sono state dichiarate incostituzionali in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione.
Infatti, secondo la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale “nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale comporta l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso” (sentenze della Corte Costituzionale n. 194 del 2002, n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n. 150 del 2010 e 11.293 del 2009).
Di conseguenza, alla luce della suddetta sentenza, sono decaduti, con effetto retroattivo, dagli incarichi dirigenziali tutti coloro che erano stati nominati in base alle succitate norme dichiarate incostituzionali e, di conseguenza, devono ritenersi illegittimi tutti gli avvisi di accertamento firmati da dirigenti nominati in base alle leggi dichiarate incostituzionali.
Occorre precisare, infatti, che, in base allo Statuto dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 6 del 13/12/2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 11 del 21/03/2011) ed in base al Regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 4 del 30/11/2000, aggiornato tino alla delibera del Comitato di gestione n. 57 del 27/12/2012), le Direzioni Provinciali dell’Agenzia delle Entrate sono sempre uffici di livello dirigenziale ed i relativi dirigenti, legittimamente nominati, devono sottoscrivere gli avvisi di accertamento o delegare altri dirigenti, a seconda della rilevanza e complessità degli atti.
Infatti, in base all’art. 42 citato:
– “gli accertamenti sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” (primo comma);
– “l’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione…” (terzo ed ultimo comma).
Il “capo dell’Ufficio” è sempre il dirigente, anche perché nel 1973, quando fu approvato il DPR. n. 600, non era prevista né disciplinata la figura del “dirigente”, come invece è avvenuto dal 2000 in poi con lo Statuto ed il Regolamento in precedenza citati.
Di conseguenza, se l’avviso di accertamento è firmato da un non-dirigente, l’atto discrezionale e non vincolato è viziato da nullità assoluta, ai sensi dell’art. 21 septies della Legge n. 241 del 07 agosto 1990, che testualmente dispone:
“E’ nullo il provvedimento amministrativo che manca degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione del giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge”, come, appunto, prevede il citato art. 42, terzo comma.
La Corte di Cassazione, sulla questione, ha stabilito i seguenti principi:
– la figura del capo dell’Ufficio deve sempre coincidere con quella del dirigente titolare;
– la figura del personale appartenente alla nona qualifica professionale soltanto in casi eccezionali può sostituire il dirigente in caso di assenza o impedimento o può tenere la reggenza dell’ufficio, in attesa della destinazione del dirigente titolare;
– è onere sempre dell’Amministrazione Finanziaria dimostrare e documentare tutto.
In tal senso, si citano le sentenze della Corte di Cassazione n. 18515/2010, n. 17400/2012, n. 8166/2002, n. 17044/2013.
Di conseguenza, se un non-dirigente firma un avviso di accertamento, lo stesso è nullo e non vale il riferimento all’ufficio di appartenenza, che si applica nella diversa ipotesi di firma illeggibile, ipotesi totalmente diversa da quella oggetto del presente giudizio (in tal senso, Cassaz. Sentenze n. 874/09, n. 9673/04, n. l0773/06, n. 12768/06 e n. 9600/07), né è ammessa la conservazione dell’atto illegittimo.
Nel caso in questione, inoltre, non si può invocare la figura del c.d. “funzionario di fatto”, che, invece, è applicabile quando gli atti adottati dal funzionario sono favorevoli ai terzi destinatari (come, per esempio, i rimborsi fiscali) ma non certo quando, come nella fattispecie in esame, gli atti sono sfavorevoli al contribuente, come lo sono gli avvisi di accertamento (sentenze del Consiglio di Stato n. 6/1993, n. 853 del 20 maggio 1999).
In ogni caso, quando il contribuente eccepisce la violazione del più volte citato art. 42, l’onere della prova spetta sempre all’Agenzia delle Entrate, che deve contrastare le eccezioni di parte con prove documentali valide ed appropriate (Cassazione, sent. n. 17400/12, n. 14626/00, n. 14l95/00, n. 14942 del 21/12/2012 depositata in cancelleria il 14 giugno 2013).
A fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onerato, il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufficio le prove, in forza dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 7 D.Lgs. n. 546/92, perché tali poteri sono meramente integrativi e non esonerativi dell’onere probatorio principale (Cassazione, sentenza n. 10513/2008).
Nella presente controversia, a seguito di precise eccezioni da parte dell’Avv. ****************, alla luce della sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale, ribadite e precisate durante la discussione orale all’udienza del 19/05/2015, l’Agenzia delle Entrate non ha opposto alcuna valida documentazione, limitandosi a confermare che era “notorio” che il Dr. ***************** era dirigente a seguito di concorso, ed il c.d. “notorio” non può essere certo preso in considerazione da questa Commissione, perché non di pubblico dominio.
Quindi, mancando la prova documentale e certificata che il Dr. ***************** era un legittimo dirigente, titolare della Direzione Provinciale di Lecce, a seguito di regolare concorso pubblico, l’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato, ai sensi e per gli effetti dell’art.42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, perché atto discrezionale e non vincolato.
Oltretutto, l’Ufficio non ha neppure provato in sede contenziosa che il delegato alla firma era, a sua volta, dirigente per concorso pubblico della nona qualifica direttiva, ai sensi dell’art. 42, primo comma, DPR. n. 600/73 (Cass. Sent. n. 17400/2012 e n. 14942/2013).
Tenuto conto della particolarità della questione trattata, soprattutto alla luce della recente sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale, appare equo compensare le spese.

P.Q.M.

La Commissione, in accoglimento del ricorso, annulla l’avviso di accertamento impugnato per inosservanza dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73.
Spese compensate.

Lecce, li 19/05/2015

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Multe illegittime se prodotte da autovelox non sottoposti a verifiche periodiche (Corte Costituzionale, 18/6/2015, n. 113)

Redazione

Le multe prodotte dagli autovelox che non vengono controllati periodicamente sono illegittime. A dirlo è la Corte costituzionale, che nella sentenza 113/2015 ha bocciato le regole del Codice della strada nella parte in cui non prevedono che tutti gli apparecchi siano sottoposti a verifiche periodiche di funzionalità e taratura.

 

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: ********************; Giudici : **************, ************, ****************, ***********, ***************, *********************, ******************, Giuliano AMATO, ****************, ***************, *****ò *****,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), promosso dalla Corte di cassazione nel procedimento vertente tra T. M. e la Prefettura di Cuneo con ordinanza del 7 agosto 2014, iscritta al n. 206 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 48, prima serie speciale, dell’anno 2014.
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 29 aprile 2015 il Giudice relatore ***********.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 7 agosto 2014, iscritta al r.o. n. 206 del 2014, la Corte di cassazione, sezione seconda civile, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
La Corte rimettente riferisce che la conduttrice ed il proprietario di un’autovettura adivano il Giudice di pace di Mondovì, opponendosi al provvedimento del Prefetto di Cuneo con il quale era stato respinto il loro ricorso avverso il verbale della Polizia stradale di Cuneo per violazione dell’art. 142, comma 8, del d.lgs. n. 285 del 1992.
I ricorrenti impugnavano il citato provvedimento dinnanzi al giudice di prime cure. Si costituiva in giudizio la Prefettura, contestando l’avversa opposizione.
Il Giudice di pace di Mondovì rigettava con sentenza il ricorso, confermando il verbale e l’ordinanza del Prefetto di Cuneo.
Successivamente i citati ricorrenti proponevano appello al Tribunale ordinario di Torino e la Prefettura resisteva, chiedendo il rigetto per infondatezza.
Il Tribunale di Torino confermava l’impugnata sentenza.
In entrambi i gradi di giudizio è rimasto controverso il corretto funzionamento dell’autovelox, in relazione al quale non è stato concesso alcun accertamento.
Avverso detta decisione di appello i ricorrenti proponevano ricorso in Cassazione. Resisteva con controricorso la Prefettura di Cuneo.
In punto di rilevanza, la Corte di cassazione riferisce che, nell’ambito degli otto quesiti formulati ai sensi dell’art. 366-bis del codice di procedura civile, la soluzione del terzo e quarto motivo di ricorso imporrebbe di affrontare la problematica della necessità della verifica periodica delle apparecchiature predisposte per l’accertamento e misurazione della velocità.
A giudizio del giudice rimettente, quindi, occorre vagliare la legittimità costituzionale dell’esenzione per tali strumenti da una procedura di verifica periodica del loro funzionamento.
In particolare con il terzo motivo di ricorso si censura la «violazione o, comunque, falsa applicazione di norme di diritto, ovvero della legge 11.08.1991 n. 273, dell’art. 4 del decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Dipartimento per i Trasporti Terrestri, Direttore Generale Motorizzazione n. 1123 del 16.05.2005 ed ancora delle norme internazionali UNI 30012, UNI EN 10012 e delle raccomandazioni OIML D19 e D20, [nelle quali è prevista] la taratura periodica per le apparecchiature di rilevazione della velocità – art. 360 n. 3 c.p.c.». Con il quarto motivo di ricorso, collegato al precedente, le parti ricorrenti lamentano una carenza motivazionale della impugnata sentenza in relazione ad un «fatto controverso e decisivo per il giudizio ovvero il regolare funzionamento dell’autovelox». Inoltre anche il primo ed il secondo motivo di ricorso sarebbero in via mediata coinvolti dalla soluzione della questione di legittimità costituzionale sollevata, poiché attengono alla motivazione ed all’eventuale violazione o falsa applicazione dell’art. 2697 del codice civile in relazione all’art. 23 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale) e all’art. 205 del d.lgs. n. 285 del 1992, quanto alla «avvenuta o meno dimostrazione» della regolarità del detto rilevatore di velocità.
Quanto alla non manifesta infondatezza della questione, la Corte di cassazione prende le mosse dal proprio consolidato orientamento secondo il quale le apparecchiature elettroniche per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità di cui all’art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, non devono essere sottoposte alla procedura di verifica periodica. Secondo detto orientamento possono evitarsi i «controlli previsti dalla legge n. 273 del 1991 istitutiva del sistema nazionale relativo alla verifica della taratura poiché esso attiene alla materia c.d. metrologica, che è diversa rispetto a quella della misurazione elettronica della velocità» (si cita la sentenza della Corte di cassazione, seconda sezione civile, 19 novembre 2007, n. 23978). La Corte di cassazione si sarebbe espressa in più pronunce nel senso della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 45, comma 6, e 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992, 4, comma 3, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121 (Disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 168 e 345 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada), in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 Cost. (si citano le sentenze della Corte di cassazione, seconda sezione civile, 15 dicembre 2008, n. 29333 e n. 29334).
Il giudice rimettente ricorda come la Corte costituzionale con la sentenza n. 277 del 2007 abbia già esaminato e deciso la questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., ritenendo non fondata la questione per erronea individuazione da parte del giudice rimettente del termine di comparazione nel decreto del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato 28 marzo 2000, n. 182 (Regolamento recante modifica ed integrazione della disciplina della verificazione periodica degli strumenti metrici in materia di commercio e di camere di commercio), anziché nell’art. 2, comma 1, della legge 11 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura). In quella sede tuttavia la Corte costituzionale avrebbe svolto affermazioni, che indurrebbero ad una riconsiderazione della questione. In particolare, la Corte costituzionale avrebbe rilevato che il rimettente non avrebbe sperimentato l’applicazione della normativa generale del 1991 alla luce del sistema internazionale delle unità di misura SI.
Ritenuta pertanto la perdurante rilevanza della questione, e reputando ormai consolidato il diritto vivente a seguito degli uniformi e costanti indirizzi ermeneutici della Corte di cassazione, della cui legittimità costituzionale egli dubita, il rimettente assume che la norma impugnata consentirebbe, in modo del tutto irragionevole, che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità possano essere utilizzate nello svolgimento di accertamenti irripetibili sulla base di una presunzione di corretto funzionamento «anche a distanza di lustri» basata sulla «sola conformità al modello omologato».
A tal fine egli prospetta il dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost. sotto i seguenti profili: a) «per l’assoluta irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata»; b) «con riguardo, come tertium comparationis, alla normativa di cui alla legge 1 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), che prevede anche la velocità quale unità di misura derivata»; c) «con riferimento […] alla normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento»; d) per la palese irragionevolezza di un sistema che consente di dare certezza giuridica e inoppugnabilità ad accertamenti irripetibili – fonti di potenziali gravi conseguenze per chi vi è sottoposto – svolti da complesse apparecchiature senza che la loro efficienza e buon funzionamento siano soggette a verifica «anche a distanza di lustri».
2.– Con atto di intervento depositato il 9 dicembre 2014 si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale chiede che la questione di legittimità sollevata sia dichiarata inammissibile ovvero infondata.
L’Avvocatura generale dello Stato osserva che in base alla normativa europea di riferimento, concernente il sistema UNI EN 30012 di cui alla direttiva 28 marzo 1983, n. 83/189/CEE (Direttiva del Consiglio che prevede una procedura d’informazione nel settore delle norme e delle regolamentazioni tecniche), recepita nel nostro ordinamento con la legge 21 giugno 1986, n. 317 (Procedura d’informazione nel settore delle norme e regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell’informazione in attuazione della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 giugno 1998, modificata dalla direttiva 98/48/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 luglio 1998), tutti gli strumenti di misurazione dovrebbero essere sottoposti a taratura. Inoltre la legge n. 273 del 1991 individua gli istituti metrologici primari (IMP), i quali insieme ai centri di taratura costituirebbero il relativo sistema nazionale. Detti centri provvederebbero ad eseguire tutti i controlli richiesti ai fini dell’emissione del “certificato di taratura”, non essendo consentito lo svolgimento di questa funzione né alla ditta produttrice, né a quella distributrice dell’autovelox. La citata sentenza della Corte costituzionale n. 277 del 2007 avrebbe rafforzato l’orientamento interpretativo della giurisprudenza di merito nel senso della necessità della taratura per le apparecchiature di rilevazione della velocità ai fini della validità dell’accertamento, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte di cassazione anche successivamente. Da quanto rilevato, a giudizio dell’Avvocatura generale dello Stato, discenderebbe l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale sollevata. Difatti, secondo il consolidato orientamento della Corte costituzionale, allorché più opzioni interpretative siano in astratto adottabili, il giudice dovrebbe scegliere l’interpretazione conforme a Costituzione (si citano le sentenze n. 192 del 2007, n. 356 del 1996 e le ordinanze n. 451 e n. 121 del 1994). Inoltre la questione proposta non dovrebbe risolversi nella prospettazione di meri dubbi ermeneutici e alla Corte costituzionale non spetterebbe il ruolo di giudice delle interpretazioni della Corte di cassazione (si citano le ordinanze n. 98 del 2006 e n. 3 del 2002).
L’inammissibilità potrebbe desumersi altresì dalla considerazione che, sulla base della stessa giurisprudenza costituzionale, l’autonomia ermeneutica del giudice delle leggi non avrebbe natura illimitata, ma dovrebbe necessariamente arrestarsi di fronte ad un orientamento interpretativo adeguatamente consolidato delle Corti superiori e tale da assumere valenza di significato obiettivo della normativa, così da concretizzare la nozione di “diritto vivente” (si cita la sentenza n. 350 del 1997).
Nel caso in esame l’orientamento secondo il quale le apparecchiature elettroniche di rilevamento della velocità non necessiterebbero ai sensi dell’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 di sottoposizione alla verifica periodica sarebbe stato ribadito in varie occasioni dalle sezioni semplici della Corte di cassazione (si citano l’ordinanza 17 settembre 2012, n. 15597 e le sentenze n. 29334 e 29333 del 2008, n. 23978 del 2007), ma contrasterebbe con il consistente orientamento di segno opposto dei giudici di merito.
La questione sarebbe inoltre manifestamente infondata, in quanto la materia dell’impiego e della manutenzione dei misuratori di velocità avrebbe una propria disciplina – specifica rispetto alle norme che regolamentano gli altri apparecchi di misura – contenuta nel decreto del Ministero dei lavori pubblici (ora Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) del 29 ottobre 1997 (Approvazione di prototipi di apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità e loro modalità di impiego). L’art. 4 del citato decreto ministeriale stabilendo che «Gli organi di Polizia stradale interessati all’uso delle apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità sono tenuti a […] rispettare le modalità di installazione e di impiego previste nei manuali d’uso», escluderebbe la necessità di un controllo periodico finalizzato alla taratura dello strumento di misura se non espressamente richiesto dal costruttore nel manuale d’uso depositato presso il Ministero dei trasporti al momento della richiesta di approvazione ovvero nel decreto di approvazione. Inoltre la verifica della corretta funzionalità e la vigilanza su eventuali anomalie e malfunzionamenti delle apparecchiature approvate dal Ministero dei trasporti impiegate esclusivamente in presenza e sotto il costante controllo di un operatore di polizia stradale sarebbe effettuata dagli stessi operatori durante tutto il servizio secondo le indicazioni fornite dal costruttore. Solo i misuratori di velocità utilizzati in modalità completamente automatica dovrebbero essere sottoposti ad una verifica metrologica presso la casa costruttrice, abilitata dalla certificazione di qualità secondo le norme ISO 9001 e seguenti, ovvero presso uno dei soggetti accreditati dal Sistema nazionale di taratura ai sensi della legge n. 273 del 1991, con cadenza almeno annuale ovvero conformemente alle indicazioni contenute nel certificato di approvazione e dalle istruzioni di funzionamento fornite dal costruttore.

Considerato in diritto

1.— Con l’ordinanza indicata in epigrafe la Corte di cassazione, seconda sezione civile, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 45 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura, in riferimento all’art. 3 della Costituzione.
1.1.– Questione analoga a quella in esame era stata sollevata dal Giudice di pace di Dolo (ordinanza iscritta al n. 210 del registro delle ordinanze del 2007) nei confronti della stessa disposizione in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost. in ragione della diversa disciplina dettata dal decreto ministeriale 28 marzo 2000, n. 182 (Regolamento recante modifica ed integrazione della disciplina della verificazione periodica degli strumenti metrici in materia di commercio e di camere di commercio), in tema di verifica degli strumenti di misura utilizzati per la determinazione della quantità o del prezzo nelle transazioni commerciali.
Nella citata occasione questa Corte ha rilevato l’erronea individuazione di tale tertium comparationis, non attinente alla misurazione della velocità ai fini dell’accertamento delle violazioni del codice della strada, dichiarando non fondata la questione come proposta dal rimettente (sentenza n. 277 del 2007).
Nel censurare la ricostruzione del quadro normativo e nel ritenere errata l’individuazione della norma rispetto alla quale veniva lamentata un’irragionevole disuguaglianza – poiché il richiamato decreto ministeriale n. 182 del 2000 costituisce disciplina secondaria afferente agli strumenti di misura utilizzati nei rapporti commerciali – questa Corte ha affermato in quella sede che il giudice a quo non aveva «sperimentato l’applicazione della normativa generale del 1991 alla luce del sistema internazionale delle unità di misura SI, che comprende la velocità come unità derivata».
Con l’ordinanza in epigrafe il giudice a quo sostiene che la Corte costituzionale, non ritenendo fondata la questione solo per erronea individuazione da parte del giudice rimettente del termine di comparazione, avrebbe svolto affermazioni suscettibili di migliore considerazione da parte della Corte di cassazione. Quest’ultima avrebbe invece confermato il precedente orientamento interpretativo circa l’impugnato art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992.
Ritenuta pertanto la perdurante rilevanza della questione e reputando ormai consolidato il diritto vivente a seguito degli uniformi e costanti indirizzi ermeneutici della Corte di cassazione, della cui legittimità costituzionale il rimettente dubita, questi assume che la norma impugnata consentirebbe, in modo del tutto irragionevole, che le apparecchiature destinate all’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità possano essere utilizzate nello svolgimento di accertamenti irripetibili sulla base di una presunzione di corretto funzionamento, fondata sulla «sola conformità al modello omologato» «anche a distanza di lustri».
A tal fine egli prospetta il dubbio di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost. sotto i seguenti profili: a) «per l’assoluta irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata»; b) «con riguardo, come tertium comparationis, alla normativa di cui alla legge 1 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), che prevede anche la velocità quale unità di misura derivata»; c) «con riferimento […] alla normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento»; d) per la palese irragionevolezza di un sistema che consente di dare certezza giuridica e inoppugnabilità ad accertamenti irripetibili – fonti di potenziali gravi conseguenze per chi vi è sottoposto – svolti da complesse apparecchiature senza che la loro efficienza e buon funzionamento siano soggette a verifica «anche a distanza di lustri».
1.2.– È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o, comunque, infondata.
Secondo l’Avvocatura le censure del giudice rimettente sarebbero inammissibili in quanto costituenti meri dubbi ermeneutici o quesiti di ordine interpretativo, la cui risoluzione spetterebbe a lui stesso e non a questa Corte. Egli non avrebbe, in sostanza, sperimentato un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione, idonea a sottrarla al dubbio di costituzionalità.
Altro motivo d’inammissibilità deriverebbe dai limiti dell’autonomia interpretativa di questa Corte, che dovrebbe comunque arrestarsi di fronte all’orientamento ermeneutico della Corte di cassazione, ormai consolidato e, pertanto, assurto a rango di diritto vivente.
In ogni caso la questione posta in riferimento all’art. 3 Cost. sarebbe manifestamente infondata, in quanto l’art. 4 del decreto del Ministero dei lavori pubblici del 29 ottobre 1997 (Approvazione di prototipi di apparecchiature per l’accertamento dell’osservanza dei limiti di velocità e loro modalità di impiego) escluderebbe la necessità di controlli periodici di taratura e funzionamento degli strumenti di misura impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale, essendo riservata la procedura di verifica solo alle apparecchiature utilizzate con modalità completamente automatiche.
2.– In via preliminare va precisato che dalla parte motivazionale della ordinanza di rimessione si deduce come le censure formalmente rivolte all’intero art. 45 del codice della strada debbano intendersi riferite solo al comma 6 (in senso conforme, ex multis, sentenza n. 121 del 2010), il quale – nel regolare l’uniformità della segnaletica, dei mezzi di controllo e delle omologazioni – si riferisce, tra l’altro, alle apparecchiature in questione, prescrivendo che «Nel regolamento sono precisati i segnali, i dispositivi, le apparecchiature e gli altri mezzi tecnici di controllo e regolazione del traffico, nonché quelli atti all’accertamento e al rilevamento automatico delle violazioni alle norme di circolazione, ed i materiali che, per la loro fabbricazione e diffusione, sono soggetti all’approvazione od omologazione da parte del Ministero dei lavori pubblici, previo accertamento delle caratteristiche geometriche, fotometriche, funzionali, di idoneità e di quanto altro necessario. Nello stesso regolamento sono precisate altresì le modalità di omologazione e di approvazione». È questa la disposizione dalla quale deriva il costante orientamento ermeneutico della Corte di cassazione, della cui legittimità dubita il giudice rimettente.
3.– I profili di censura precedentemente indicati sub a), b) e c) sono inammissibili.
Quanto alla pretesa «irragionevolezza e conseguente disuguaglianza, che [consentirebbe l’esclusione] dall’applicazione della […] normativa generale, anche internazionale, in tema di misura ricomprendente pure la velocità come unità derivata», è evidente la genericità della motivazione della ordinanza di rimessione in ordine alla violazione dell’art. 3 Cost. Invero il rimettente si è limitato ad enunciare la violazione dei principi di uguaglianza e di ragionevolezza della disposizione censurata con un riferimento generico alla disciplina nazionale ed internazionale senza un’adeguata individuazione di dette normative. Ciò impedisce di comprendere quali siano i profili di disparità dedotti.
Quanto al richiamo, come tertium comparationis, della legge 11 agosto 1991, n. 273 (Istituzione del sistema nazionale di taratura), lo stesso rimettente non considera che la normativa in questione non contiene alcun precetto del tipo di quello reclamato in antitesi all’orientamento della Corte di cassazione. In modo significativo, egli omette di individuare la norma specifica che prevederebbe l’obbligo di revisione periodica della taratura e del funzionamento degli strumenti di misura, individuazione peraltro impossibile poiché nessuna disposizione di tale legge – afferente all’organizzazione istituzionale della taratura in sé e non alle modalità di controllo delle diverse apparecchiature interessate alla taratura – contiene un precetto di tal genere.
Per quel che riguarda, infine, l’individuazione come parametro della «normativa comunitaria (Norme UNI EN 30012 – parte 1 come integrate da UNI EN 10012), che [prevederebbe] il dovuto e relativo adeguamento del nostro ordinamento», questa Corte condivide l’orientamento della Corte di cassazione, secondo cui «non è vincolante la normativa UNI EN 30012 (Sistema di Conferma Metrologica di Apparecchi per Misurazioni) che, in assenza di leggi o regolamenti di recepimento, rappresenta unicamente un insieme di regole di buona tecnica, impropriamente definite “norme”, alle quali, in assenza di obblighi giuridici, i costruttori decidono autonomamente di conformarsi» (Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 15 dicembre 2008, n. 29333).
4.– La questione di legittimità direttamente sollevata in riferimento all’art. 3 Cost. sotto il profilo della palese irragionevolezza della norma impugnata supera invece il vaglio di ammissibilità.
Non è condivisibile a tal proposito l’eccezione formulata dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo cui il giudice a quo non avrebbe sperimentato un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione. È vero che l’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 non esonera espressamente le apparecchiature destinate all’accertamento dei limiti di velocità dalle operazioni di verifica periodica inerenti alla taratura ed al funzionamento e che ben si potrebbe nel caso in esame ricavare dal testo della disposizione un’interpretazione opposta a quella della Corte di cassazione nel senso di un’implicita prescrizione di verifica periodica di tali sofisticate apparecchiature, la quale sarebbe coerente con l’assunto di base dello stesso giudice rimettente.
Tuttavia, lo stesso giudice a quo richiama come ostativa a detta soluzione ermeneutica l’esistenza di un diritto vivente orientato in senso diametralmente opposto, il quale ribadisce costantemente che «non si ravvisano ragioni per ritenere che la mancata previsione di controlli periodici della funzionalità delle apparecchiature in questione nella disciplina dell’accertamento delle violazioni ai limiti di velocità comporti vizi di legittimità costituzionale della pertinente normativa in relazione agli artt. 3, 24 e 97 della Carta fondamentale» (Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 15 dicembre 2008, n. 29333; in senso conforme, Corte di cassazione, seconda sezione civile, sentenza 22 dicembre 2008, n. 29905, sentenza 5 giugno 2009, n. 13062, sentenza 23 luglio 2010, n. 17292, nonché, da ultimo, Corte di cassazione, sesta sezione civile, sentenza 6 ottobre 2014, n. 20975).
Dalle espresse considerazioni si ricava che – malgrado l’incontrovertibile orientamento di questa Corte secondo cui «In linea di principio, le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali» (ex multis, sentenza n. 356 del 1996) e conseguentemente, di fronte ad alternative ermeneutiche di questo tipo, debba essere privilegiata quella che il giudice ritiene conforme a Costituzione – nel caso di specie occorre considerare che l’interpretazione, della cui legittimità dubita il rimettente, corrisponde al consolidato orientamento della Corte di cassazione, già in essere prima del precedente scrutinio di costituzionalità avvenuto con la sentenza n. 277 del 2007 (ex plurimis, Corte di cassazione, prima sezione civile, sentenze 5 giugno 1999, n. 5542 e 22 giugno 2001, n. 8515) e successivamente ribadito più volte dalle citate sentenze del giudice nomofilattico anche dopo il pronunciamento di questa Corte.
Ne deriva che «Pur essendo indubbio che nel vigente sistema non sussiste un obbligo […] di conformarsi agli orientamenti della Corte di cassazione (salvo che nel giudizio di rinvio), è altrettanto vero che quando questi orientamenti sono stabilmente consolidati nella giurisprudenza – al punto da acquisire i connotati del “diritto vivente” – è ben possibile che la norma, come interpretata dalla Corte di legittimità e dai giudici di merito, venga sottoposta a scrutinio di costituzionalità, poiché la norma vive ormai nell’ordinamento in modo così radicato che è difficilmente ipotizzabile una modifica del sistema senza l’intervento del legislatore o di questa Corte. In altre parole, in presenza di un diritto vivente non condiviso dal giudice a quo perché ritenuto costituzionalmente illegittimo, questi ha la facoltà di optare tra l’adozione, sempre consentita, di una diversa interpretazione, oppure – adeguandosi al diritto vivente – la proposizione della questione davanti a questa Corte; mentre è in assenza di un contrario diritto vivente che il giudice rimettente ha il dovere di seguire l’interpretazione ritenuta più adeguata ai principi costituzionali (cfr. ex plurimis sentenze n. 226 del 1994, n. 296 del 1995 e n. 307 del 1996)» (sentenza n. 350 del 1997).
Non può essere neppure condiviso l’argomento dell’Avvocatura generale dello Stato, la quale valorizza il preteso dissenso giurisprudenziale costituito «dal consistente orientamento dei giudici di merito che […] affermano la necessità delle operazioni di taratura periodica anche per tale genere di apparecchiature». In presenza di un diritto vivente così consolidato, eccepire l’esistenza di eterogenei ed isolati pronunciamenti dei giudici di merito non risulta dirimente, anche in considerazione del fatto che la stessa Avvocatura, in altri punti nella sua memoria difensiva, mostra di condividere il richiamato orientamento della Corte di legittimità piuttosto che proporre la ricerca di diversa interpretazione conforme a Costituzione.
5.– Ai fini della definizione del presente giudizio, occorre ulteriormente osservare come non vi sia dubbio che il consolidato orientamento della Corte di cassazione sia nel senso che il censurato art. 45 esoneri i soggetti utilizzatori dall’obbligo di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura delle apparecchiature impiegate nella rilevazione della velocità. Ne consegue che l’argomento addotto dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo cui le norme regolamentari attuative del suddetto art. 45 del d.l.gs. n. 285 del 1992 limiterebbero l’obbligo di verifica periodica alle apparecchiature di rilevazione automatica, non è utile ai fini del presente giudizio di costituzionalità, posto che oggetto dello stesso è il diritto vivente consolidatosi sulla predetta norma di rango primario, il quale non fa distinzione tra le rilevazioni automatiche e quelle realizzate attraverso operatori.
Fermo restando il rilievo che nella giurisprudenza della Corte di cassazione, come detto, non v’è traccia di tale distinzione, appare del tutto irragionevole la prospettata discriminazione, poiché l’assenza di verifiche periodiche di funzionamento e di taratura è suscettibile di pregiudicare – secondo la prospettazione del rimettente – l’affidabilità metrologica a prescindere dalle modalità di impiego delle apparecchiature destinate a rilevare la velocità. Non risolutivo appare in proposito quanto è previsto nella direttiva del Ministero dell’interno 14 agosto 2009, laddove si afferma che la rilevazione della cattiva funzionalità sarebbe garantita dalle apparecchiature «dotate di un sistema di autodiagnosi dei guasti che avvisano l’operatore del loro cattivo funzionamento». È evidente che il mantenimento nel tempo dell’affidabilità metrologica delle apparecchiature è un profilo che interessa – secondo la richiamata prospettazione del giudice a quo – anche i meccanismi di autodiagnosi che appaiono suscettibili, come le altre parti delle apparecchiature, di obsolescenza e di deterioramento.
6.– Alla luce di dette precisazioni, la questione sollevata dal rimettente direttamente in riferimento al canone di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. è fondata.
Così come interpretato dalla Corte di cassazione, l’art. 45 del d.lgs. n. 285 del 1992 collide con il «principio di razionalità, sia nel senso di razionalità formale, cioè del principio logico di non contraddizione, sia nel senso di razionalità pratica, ovvero di ragionevolezza» (sentenza n. 172 del 1996).
6.1.– Quanto al canone di razionalità pratica, appare evidente che qualsiasi strumento di misura, specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione. Si tratta di una tendenza disfunzionale naturale direttamente proporzionata all’elemento temporale. L’esonero da verifiche periodiche, o successive ad eventi di manutenzione, appare per i suddetti motivi intrinsecamente irragionevole.
I fenomeni di obsolescenza e deterioramento possono pregiudicare non solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale.
Un controllo di conformità alle prescrizioni tecniche ha senso solo se esteso all’intero arco temporale di utilizzazione degli strumenti di misura, poiché la finalità dello stesso è strettamente diretta a garantire che il funzionamento e la precisione nelle misurazioni siano contestuali al momento in cui la velocità viene rilevata, momento che potrebbe essere distanziato in modo significativo dalla data di omologazione e di taratura.
6.2.– Sotto il profilo della coerenza interna della norma, come interpretata dalla Corte di cassazione, si appalesano altresì evidenti aporie. Occorre a tal proposito considerare che nelle richiamate disposizioni l’uso delle apparecchiature di misurazione è strettamente collegato al valore probatorio delle loro risultanze nei procedimenti sanzionatori inerenti alle trasgressioni dei limiti di velocità.
L’art. 142, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 prevede infatti che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Detta soluzione normativa si giustifica per la peculiarità della fattispecie concreta che – allo stato attuale della tecnologia – rende impossibile o sproporzionatamente oneroso riprodurre l’accertamento dell’eccesso di velocità in caso di sua contestazione.
È evidente che, al fine di dare effettività ai meccanismi repressivi delle infrazioni ai limiti di velocità, la disposizione realizza in modo non implausibile e non irragionevole un bilanciamento tra la tutela della sicurezza stradale e quella delle situazioni soggettive dei sottoposti alle verifiche. È vero infatti che la tutela di questi ultimi viene in qualche modo compressa per effetto della parziale inversione dell’onere della prova, dal momento che è il ricorrente contro l’applicazione della sanzione a dover eventualmente dimostrare – onere di difficile assolvimento a causa della irripetibilità dell’accertamento – il cattivo funzionamento dell’apparecchiatura. Tuttavia, detta limitazione trova una ragionevole spiegazione nel carattere di affidabilità che l’omologazione e la taratura dell’autovelox conferiscono alle prestazioni di quest’ultimo.
In definitiva il bilanciamento realizzato dall’art. 142 del codice della strada ha per oggetto, da un lato, interessi pubblici e privati estremamente rilevanti quali la sicurezza della circolazione, la garanzia dell’ordine pubblico, la preservazione dell’integrità fisica degli individui, la conservazione dei beni e, dall’altro, valori altrettanto importanti quali la certezza dei rapporti giuridici ed il diritto di difesa del sanzionato. Detto bilanciamento si concreta attraverso una sorta di presunzione, fondata sull’affidabilità dell’omologazione e della taratura dell’autovelox, che consente di non ritenere pregiudicata oltre un limite ragionevole la certezza della rilevazione e dei sottesi rapporti giuridici. Proprio la custodia e la conservazione di tale affidabilità costituisce il punto di estrema tensione entro il quale la certezza dei rapporti giuridici e il diritto di difesa del sanzionato non perdono la loro ineliminabile ragion d’essere.
Il ragionevole affidamento che deriva dalla custodia e dalla permanenza della funzionalità delle apparecchiature, garantita quest’ultima da verifiche periodiche conformi alle relative specifiche tecniche, degrada tuttavia in assoluta incertezza quando queste ultime non vengono effettuate.
In definitiva, se «il giudizio di ragionevolezza [di questa Corte], lungi dal comportare il ricorso a criteri di valutazione assoluti e astrattamente prefissati, si svolge attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti» (sentenza n. 1130 del 1988) e se la prescrizione dell’art. 142, comma 6, del codice della strada nella sua astratta formulazione risulta immune dai richiamati vizi di proporzionalità, la prescrizione dell’art. 45 del medesimo codice, come costantemente interpretata dalla Corte di cassazione, si colloca al di fuori del perimetro della ragionevolezza, finendo per comprimere in modo assolutamente ingiustificato la tutela dei soggetti sottoposti ad accertamento.
Il bilanciamento dei valori in gioco realizzato in modo non implausibile nel vigente art. 142, comma 6, del codice della strada trasmoda così nella irragionevolezza, nel momento in cui il diritto vivente formatosi sull’art. 45, comma 6, del medesimo codice consente alle amministrazioni preposte agli accertamenti di evitare ogni successiva taratura e verifica.
7.– Dunque, l’art. 45, comma 6, del d.lgs. n. 285 del 1992 – come interpretato dalla consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione – deve essere dichiarato incostituzionale in riferimento all’art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 29 aprile 2015.

 

F.to:
********************, Presidente
***********, Redattore
***********************, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 18 giugno 2015.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: ************************ 

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Volo cancellato, passeggero rimane senza assistenza a terra per 24 ore: risarcimento ‘mini’, perchè non è stata provata la ‘sofferenza’ subita. (Corte di Cassazione, 10/6/2015, n. 12088)

Redazione

Il Caso: cittadino italiano passa un giorno e una notte a Parigi, perchè il volo di ritorno a casa viene cancellato. L’uomo chiede che la compagnia aerea venga condannata al risarcimento dei danni subiti (da lui quantificati nella misura di euro 1.202,95) per la cancellazione di un volo, il ritardo nel far ritorno alla sua destinazione e la violazione da parte della compagnia aerea degli obblighi di assistenza a terra in caso di ritardi e cancellazioni.

Il Tribunale di Verona condannava la compagnia aerea a corrispondere a N. la sola somma di euro 52,95 titolo di risarcimento per le spese vive sostenute a terra durante l’attesa del nuovo volo, e compensava integralmente le spese di entrambi i gradi di giudizio.

I giudici della Suprema Corte confermano il risarcimento ‘minimal’ di neanche 60 euro: il danno patrimoniale non è risarcibile perché è “mancata la prova di una sofferenza“, soprattutto tenendo presente che “il passeggero avrebbe ben potuto attivarsi per evitare o contenere il danno, reperendo una soluzione alloggiativa in albergo, evitando così di dormire in aeroporto”.
Non discutibile il diritto del passeggero all’assistenza a terra, ma, in questo caso, ad avviso dei giudici, l’uomo non ha ‘certificato’ l’esistenza di “una sofferenza di gravità tale da far sorgere un diritto risarcitorio”.

 

 

Corte di Cassazione, sez. III Civile, 10 giugno, n. 12088


Il Fatto
 

N.G. nel 2005 conveniva in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Verona la Air France s.a., per sentirla condannare al risarcimento dei danni subiti (da lui quantificati nella misura di euro 1.202,95) per la cancellazione di un volo, il ritardo nel far ritorno alla sua destinazione e la violazione da parte della compagnia aerea degli obblighi di assistenza a terra in caso di ritardi e cancellazioni.
Esponeva che, in transito all’aeroporto di ********** di ritorno da *********, il N. veniva informato della cancellazione del suo volo con destinazione finale Verona e della necessità di mettersi in lista d’attesa sul volo successivo. Il N. provvedeva a inserirsi nella lista d’attesa, trascorreva tutta la giornata in aeroporto ma alla chiamata del volo indicatogli non poteva salire a bordo benché munito di regolare documento di volo perché tutti i posti erano occupati. La compagnia aerea non si preoccupava di procurargli i pasti né gli trovava una sistemazione in albergo, quindi il passeggero trascorreva tutta la notte in aeroporto per poi prendere la mattina dopo lo stesso volo 2060 da lui originariamente acquistato, riuscendo a tornare a casa il giorno successivo rispetto a quanto originariamente previsto.
Egli chiedeva quindi il risarcimento del danno comprensivo delle spese sostenute per i consumi durante la permanenza in aeroporto, del danno per la perdita di una mattinata di lavoro e del danno non patrimoniale per violazione degli obblighi di assistenza. La domanda del N. veniva rigettata in primo grado.
Egli proponeva appello, evidenziando che la sua domanda risarcitoria era legata alla mancata assistenza a terra di Air France, dopo la cancellazione del suo volo dovuta ad uno sciopero del quale la compagnia aerea era già a conoscenza.
Il Tribunale di Verona, in parziale accoglimento dell’appello, condannava la Air France a corrispondere al N. la sola somma di euro 52,95 titolo di risarcimento per le spese vive sostenute a terra durante l’attesa del nuovo volo, e compensava integralmente le spese di entrambi i gradi di giudizio.
Z.E., quale tutrice del figlio N.G. propone tre motivi di ricorso illustrati da memoria avverso la sentenza n. 2777 del 2010 del Tribunale di Verona in funzione di giudice d’appello nei confronti di Air France s.a., che resiste con controricorso.

 

Le ragioni delle decisioni
 

Con il primo motivo di ricorso, si denuncia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex art. 360, c.p.c. il laddove il Tribunale di Verona, pur riconoscendo l’applicabilità alla fattispecie dell’art. 9 del Reg.CE 2612004, ha poi escluso la risarcibilità del danno non patrimoniale nel caso concreto in quanto la violazione degli obblighi di assistenza da parte della convenuta in mancanza di specifiche allegazioni dell’attore non poteva ritenersi fonte di una sofferenza di gravità tale da far sorgere un diritto risarcitorio.
Il ricorrente sostiene di aver allegato una serie di circostanze idonee a fondare il suo diritto al risarcimento del danno : che il volo è stato cancellato a causa di uno sciopero nazionale del quale la compagnia aerea era già a conoscenza da quindici giorni; che la compagnia non hli ha dato alcuna assistenza sotto il profilo di fornire un minimo di vettovagliamento, che la stessa non gli ha trovato ( e pagato) una sistemazione per la notte, che è stato costretto a trascorrere tutta la notte in aeroporto di ritorno da un volo di 12 ore, per poter essere certo di imbarcarsi sul volo successivo.
Con il secondo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 9 del reg. CE n. 261 del 2004 in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. per non aver riconosciuto il giudice di merito il diritto alla sistemazione in albergo a carico della compagnia aerea previsto da tale norma qualora si rendano necessari uno o più pernottamenti prima di poter fruire del volo; sostiene che il regolamento non prevede un diritto al rimborso, ma il diritto di pretendere dalla compagnia la prestazione, ed anche l’organizzazione della prestazione, ovvero il reperimento dell’alloggio e il trasporto
ivi del passeggero, e in difetto, il diritto del trasportato al risarcimento del danno.
Infine, con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. , 1227 secondo comma c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. laddove il giudice di merito ha affermato che il disagio più gravoso percepito dal danneggiato, correlato al pernottamento in aeroporto, sia stato causato dal danneggiato stesso, in quanto, se egli avesse realmente percepito il pernottamento in aeroporto come una sofferenza, avrebbe potuto reperire autonomamente una struttura alberghiera e chiederne poi il rimborso alla compagnia aerea. Sottolinea che l’eccezione di cui all’art. 1227 secondo comma c.c. è eccezione in senso stretto, proposta in primo grado dalla compagnia aerea e non riproposta in appello e quindi da ritenersi abbandonata e non recuperabile in motivazione dal giudice d’appello per fondare il suo preponderante rigetto dell’appello. Nel merito afferma che non sia pertinente il richiamo all’ars 1227 secondo comma c.c., in quanto il comportamento richiesto al trasportato dal giudice doveva ritenersi esuberante rispetto all’obbligo di ordinaria diligenza di cui all’art. 1227 secondo comma, che non può comportare sacrifici, esborsi o assunzione di rischi. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente in quanto connessi. Essi vanno rigettati.
La domanda del N., accertato che la cancellazione del volo acquistato è stata dovuta a circostanza non imputabile alla compagnia aerea, ovvero ad uno sciopero nazionale dei controllori di volo, si è concentrata sul risarcimento del danno contrattuale per violazione degli obblighi di assistenza a terra da parte della compagnia aerea, previsti dall’ art. 9 del reg CE n. 261 del 2004.
Egli ha richiesto di essere risarcito del: 1) danno patrimoniale consistente nelle spese sostenute in aeroporto per l’acquisto di vettovagliamento, che gli è stato risarcito dal tribunale di Verona; 2) danno patrimoniale per perdita di una giornata lavorativa, che non gli è stato riconosciuto per mancanza di prova e perché il titolo dei risarcimento era diverso da quello allegato, in quanto consisteva nell’annullamento stesso del volo e non nella violazione degli obblighi di assistenza a terra. Su questo punto non c’è motivo di ricorso; 3) danno non patrimoniale derivante dalla carente assistenza a terra e in particolare dalla necessità di dormire in aeroporto.
Questo danno non è stato risarcito, perché il Tribunale ha ritenuto che mancasse la prova di una sofferenza tale da far sorgere il diritto risarcitorio, aggiungendo che il passeggero avrebbe ben potuto attivarsi, ex art. 1227 secondo comma, per evitare o contenere il danno reperendo una soluzione alloggiativa in albergo ed evitando in tal modo di dormire in aeroporto.
Il ricorrente invoca la tutela apprestata ai passeggeri del trasporto aereo dal regolamento CE n. 261 del 2004 (che istituisce regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato e ché abroga il regolamento (CEE) n. 295/91ed in particolare dall’articolo 9 di esso.
L’art 9 del reg. CE n. 261 2004 così prevede
Diritto ad assistenza
1. Quando è fatto riferimento al presente articolo, il passeggero ha diritto a titolo gratuito:
a) a pasti e bevande in congrua relazione alla durata dell’attesa;
b) alla sistemazione in albergo:
– o qualora siano necessari uno o più pernottamenti, o
-.o qualora sia necessario un ulteriore soggiorno, oltre a quello previsto dal passeggero;
c) al trasporto tra l’aergporto e il luogo di sistemazione bergo o altro).
2. Inoltre, ïi passeggero ha diritto ad effettuate a titolo gratuito due chiamate tëléfoniche o messaggi via telex, fax o posta elettronica.
3. Nell’applicare il presente articolo il vettore aereo operativo presta particolare attenzione ai bisogni delle persone con mobilità ridotta e dei loro acconïpagnatori, nonché, ai bisogni dei bambini non accompagnati.
Il Regolamento ha dettagliato il comportamento esigibile dal vettore qualora si sia verificata una situazione di inadempimento o anche qualora per cause a lui non imputabili (es. sciopero, calamità naturali) la sua esecuzione della prestazione sia stata dilazionata nel tempo. In tutte queste situazioni, cioè sia quando il vettore sia responsabile del volo cancellato o ritardato (in questo caso, l’obbligo di assistenza si aggiunge al diritto alla compensazione pecuniaria prevista dall’art. 7), sia quando non ne sia responsabile ( come nel caso di specie, in cui l’annullamento del volo era dovuto ad uno sciopero nazionale ) in ragione del fatto che il passeggero si trova in una situazione di disagio che prescinde in ogni caso dá ogni sua responsabilità, il passeggero ha diritto a pretendere un contenuto minimo di assistenza dal vettore aereo, che anche se per ragioni non a lui imputabili non può portare a termine il trasporto nei tempi promessi e previsti.
Come correttamente osservato nella sentenza impugnata, l’obbligo di assistenza a terra in favore del passeggero, in caso di significativi ritardi o di cancellazione del volo, sussiste anche nel caso in cui il ritardo o la cancellazione siano dovuti ad eventi eccezionali non imputabili al vettore, diversamente dal diritto del passeggero alla compensazione pecuniaria prevista dall’art. 7 del regolamento. La validità di tale affermazione esce confermata dal recente arresto della Corte di Giustizia, che con sentenza del 31.1.2013 (resa nel procedimento C-1211 relativo alla situazione di alterazione del trasporto aereo internazionale causata dall’evento naturale del tutto eccezionale della eruzione del vulcano islandese ***********öku11) ha correttamente evidenziato come nel regolamento 2612004 non vi è alcuna disposizione che riconosca, al di là delle «circostanze eccezionali» menzionate all’art. 5, § 3, una distinta categoria di eventi «particolarmente eccezionalv>, tali da liberare il vettore da tutti i suoi obblighi. La ricorrenza di «circostanze eccezionali», come uno sciopero nazionale è idonea unicamente ad esonerare il vettore dall’obbligo di corrispondere la compensazione pecuniaria, non anche a liberarlo dall’obbligo di prestare assistenza ai passeggeri ai sensi dell’art. 9 del regolamento.
Nella sentenza impugnata, affermato il diritto all’assistenza a terra del passeggero, si dà per pacifica tra le parti la violazione degli obblighi connessi da parte della compagnia aerea, che non si è preoccupata, nel caos derivante dall’annullamento di numerosi voli in seguito allo sciopero nazionale, di proporre al passeggero una sistemazione alberghiera, né di organizzargli il trasporto in maniera tale da garantirgli di poter essere presente in aeroporto per imbarcarsi sul volo successivo; ( e d’altro canto il ricorrente non contesta di non aver a sua volta cercato tale sistemazione , in quanto dichiara che in ogni caso non ne avrebbe usufruito, preferendo non allontanarsi dall’aeroporto sobbarcandosi una notte di attesa allo scopo di essere sicuro di non perdere la possibilità di imbarcarsi) .
La questione sottoposta all’attenzione della Corte è quindi quella di verificare se, in caso di violazione degli obblighi di assistenza a terra previsti dall’ars. 9 del reg. CE n. 2612004 da parte della compagnia aerea, il passeggero abbia diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, e se l’eventuale fondamento di tale diritto risarcitorio possa essere reperito nella stessa normativa di origine comunitaria o se occorra far riferimento alle regole e ai limiti risarcitoci del diritto interno.
Alla stregua del quadro normativo attuale, e degli attuali arresti interpretativi della Corte di Giustizia e di questa Corte in merito, la conclusione cui è pervenuta la sentenza impugnata ( la violazione degli obblighi di assistenza da parte della convenuta, in mancanza di specifiche allegazioni dell’attore, non può ritenersi idonea a giustificare una sofferenza di gravità tale da far sorgere un diritto risarcitorio)appare corretta. Soccorre in questo senso la sentenza n. 83 del 13.10 2011 della Corte di Giustizia UE, III sezione, resa nel procedimento C-8310, la quale esclude che la fonte dell’obbligo risarcitorio del danno non patrimoniale possa essere considerata in questo caso la stessa fonte sovranazionale (interpretata nel senso che, a fronte della violazione di quegli obblighi, attribuisca la dignità di danno risarcibile al disagio ed allo stress che il passeggero deve subire in conseguenza di tali inadempimenti contrattuali). Con questa sentenza i Giudici di Lussemburgo sono stati chiamati a pronunciarsi in via pregiudiziale, in merito all’interpretazione degli artt. 2, letti} e 12 del Regolamento (CE) n. 261/2004 concernente regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato. Con la seconda questione, che è quella che ci interessa, viene domandato alla Corte se, a titolo di « risarcimento supplementare » di cui all’art. 12 del menzionato Regolamento, il giudice nazionale, conformemente alle norme nazionali, possa condannare il vettore aereo a risarcire qualunque tipo di danno, incluso quello di natura morale, risultante da un inadempimento del contratto di trasporto aereo; si domanda, inoltre, se tale risarcimento possa comprendere le spese che i passeggeri hanno dovuto sostenere a causa dell’inadempimento da parte del vettore aereo dell’obbligo di) offrire sostegno e assistenza a norma degli artt. 8 e 9 del Regolamento (CE) n.261/2004.
La Corte risolve la seconda questione dichiarando che la nozione di «risarcimento supplementare», di cui all’art. 12 del regolamento n. 261/2004, deve essere interpretata nel senso che consente al giudice nazionale, alle condizioni previste dalla convenzione di Montreal o dal diritto nazionale, di concedere il risarcimento del danno, incluso quello di natura morale, occasionato dall’inadempimento del contratto di trasporto aereo. Per contro, il giudice nazionale non può utilizzare la nozione di «risarcimento supplementare» quale fondamento giuridico per condannare il vettore aereo a rimborsare ai passeggeri, il cui volo ha subito un ritardo oppure é stato cancellato, le spese che gli stessi hanno dovuto sostenere a causa dell’inadempimento da parte del citato vettore degli obblighi di sostegno e assistenza di cui agli arti 8 e 9 di tale regolamento. Dalle affermazioni contenute nella sentenza citata si ricava che il fondamento normativo per il risarcimento del danno non patrimoniale , derivante da violazione degli obblighi di assistenza , a terra dei passeggeri non possa reperirsi direttamente nella fonte sovranazionale, ed in particolare né nell’art. 9 né nell’art. 12, ma debba farsi riferimento alla Convenzione di Montreal dei 1999 se applicabile o comunque alle norme dell’ordinamento interno e ai limiti da questo fissati al risarcimento stesso. E quindi, laddove come nella specie, il passeggero con volo cancellato o lungamente ritardato, soggetto ad una prolungata permanenza in aeroporto durante la quale la compagnia aerea non gli abbia prestato l’assistenza prescritta dall’art. 9 del Reg. CE n. 261 del 2004, la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivante dal disagio subito a causa della mancata assistenza va incontro ai limiti interni alla risarcibilità del danno non patrimoniale, fissati da Cass. S.U. n. 26972 del 2008; di conseguenza essa deve escludersi , non essendo neppure ipotizzata né ipotizzabile una ipotesi di reato, non rientrando in una ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile espressamente prevista dalla legge (interna o sovranazionale) e non essendo riconducibile alla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Il rigetto del primo e secondo motivo di ricorso rende superfluo l’esame del terzo motivo, in quanto il richiamo all’art. 1227 secondo comma c.c. contenuto nella sentenza
nel contesto della motivazione non era essenziale in quanto la sentenza si fonda su due autonome rationes decidendi : rigettato il ricorso sui primi due motivi, che attaccano la prima e principale ratio decidendi, la censura sul terzo motivo non sarebbe idonea rima complessivo del ricorso.
Il ricorso va pertanto rigettato.
Le spese di giudizio sono state già compensate nei gradi di merito e, non essendo state mosse contestazioni in ordine alle ragioni della compensazione allegate dai giudici di merito, possono essere compensate anche in questa sede sulla base di analoghe considerazioni di opportunità oltre che per la novità della questione.

 

P.Q.M.
 

La Corte rigetta il ricorso. Spese compensate.

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Le parole offensive ‘postate’ sulla ‘pagina Facebook’ di una persona, magari un ex amico, o un’ex fidanzata, o un’ex moglie, sono valutabili come diffamazione aggravata (Corte di Cassazione, 8/6/2015, n. 24431)

Redazione

Il Caso: fulcro della questione è la competenza su una vicenda diffamatoria nata nel contesto del noto social network. Per il Giudice di pace ci si trova di fronte a una diffamazione aggravata dall’impiego di un mezzo di pubblicità; per i giudici del Tribunale, invece, non è configurabile tale aggravante, per la semplice ragione che postare un commento negativo sulla ‘bacheca Facebook’ di una persona non implica pubblicazione né diffusione del relativo contenuto offensivo, possibile, se non attivati, dalla parte offesa specifici meccanismi di protezione della privacy.

I giudici della Cassazione sanciscono la competenza del Tribunale di Roma.

Alla luce della velocissima evoluzione del web, la S.C. ricorda che i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet.
I Giudici affermano che un messaggio pubblicato su Facebook ha “potenzialmente la capacità di raggiungere un determinato numero di persone, sia perché, per comune esperienza, ‘bacheche’ di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la ‘bacheca Facebook’ non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di ‘Facebook’ integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando, in primo luogo, il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

 

Corte di Cassazione, sez. I Penale, 8 giugno 2015, n. 24431
 

La Corte, ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. Il 18 luglio 2013 il Giudice di pace di Roma, chiamato a giudicare una fattispecie diffamatoria, dichiarava la sua incompetenza per materia a decidere in ordine al reato di cui all’art. 595 c.p., co. 3, precisando che, ancorchè non contestata, quella al suo esame integrava fattispecie aggravata ai sensi del terzo comma della norma incriminatrice.
Il Tribunale di Roma, monocraticamente composto, non ritenendo configurabile l’aggravante viceversa considerata dal giudice di pace sul rilievo che postare un commento sulla bacheca facebook della p.o. non implica pubblicazione né diffusione del relativo contenuto offensivo, possibile soltanto se non attivati, dalla stessa p.o., meccanismi di protezione della privacy, declinava anch’esso la propria competenza a giudicare della fattispecie dedotta in favore del Giudice di pace di Roma e rimetteva pertanto gli atti alla Corte di Cassazione per la risoluzione del conflitto.
Con memoria ritualmente depositata la difesa di ufficio dell’imputato sosteneva la competenza del Giudice di pace ripercorrendo le ragioni già articolate dal tribunale.
2. Il conflitto sussiste, in quanto due giudici ordinari, contemporaneamente, ricusano di giudicare in ordine alla medesima vicenda giurisdizionale, dando così luogo a quella situazione di stallo processuale prevista dall’art. 28 c.p.p., la cui risoluzione è demandata a questa Corte dalla norme successive.
Tanto premesso ritiene il Collegio che competente a conoscere del fatto dedotto in giudizio è il Tribunale di Roma, in composizione monocratica.
A siffatte conclusioni la Corte perviene richiamando, innanzitutto, la lezione di legittimità secondo cui i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi a mezzo di internet, (cfr. a partire dalla fondamentale ed esaustiva Cass., Sez. 5, 17 novembre 2000, n. 4741 e poi 4 aprile 2008 n. 16262, 16 luglio 2010 n. 35511 e, da ultimo, 28 ottobre 2011 n. 44126) e che tale ipotesi integran l’ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice (cfr. altresì sul punto, Cass., Sez. 5, n. 44980 del 16/10/2012, Rv. 254044).
E’ pur vero che la fattispecie dedotta si appalesa sotto più profili diversa da quelle delibate dalla Corte con i citati arresti, giacchè diverso l’utilizzo di internet, di cui si è occupato il giudice di legittimità, da quello relativo ad una bacheca facebook, ma v’è tra esse, e non solo perché in entrambi i casi v’è l’applicazione di risorse informatiche, un decisivo fondamento comune.
Ed infatti, il reato tipizzato al terzo comma dell’art. 595 c.p.p. quale ipotesi aggravata del delitto di diffamazione trova il suo fondamento nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone, ancorchè non individuate nello specifico ed apprezzabili soltanto in via potenziale, con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa. D’altra parte lo strumento principe della fattispecie criminosa in esame è quello della stampa, al quale il codificatore ha giustapposto “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, giacchè anche in questo caso, per definizione, si determina una diffusione dell’offesa ed in tale tipologia, quella appunto del mezzo di pubblicità, ha fatto rientrare la lezione ermeneutica della corte, ad esempio, un pubblico comizio (Sez. 5, n. 9384 del 28/05/1998, *******, Rv. 211471) ovvero (Sez. 5, 6/4/11, n. 29221, rv. 250459) l’utilizzo, al fine di inviare un messaggio, della posta elettronica secondo le modalità del “farward” e cioè verso una pluralità di destinatari. Detti arresti risultano infatti argomentati con il rilievo che, sia un comizio che la posta elettronica, vanno considerati mezzi di pubblicità, giacchè idonei a provocare una ampia e indiscriminata diffusione della notizia tra un numero indeterminato di persone.
Tornando ora , come di necessità, alla fattispecie dedotta, osserva il Collegio che anche la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall’utilizzo per questo di una bacheca facebook, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca facebook non avrebbe senso), sia perché l’utilizzo di facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione.
Identificata nei termini detti, la condotta di postare un commento sulla bacheca facebook realizza, pertanto, la pubblicizzazione e la diffusione di esso, per la idoneità del mezzo utilizzato a determinare la circolazione del commento tra un gruppo di persone comunque apprezzabile per composizione numerica, di guisa che, se offensivo tale commento, la relativa condotta rientra nella tipizzazione codicistica descritta dal terzo comma dell’art. 595 c.p.p..
Appare inoltre opportuno sottolineare, ai fini della risoluzione del proposto conflitto, che, come da insegnamento di Cass, Sez. 1, Sentenza n.18888 del 26/04/2007, Rv. 237368, il conflitto di competenza, quando vi è incertezza sul titolo del reato o sulla sussistenza di circostanze aggravanti, deve essere risolto con la dichiarazione di competenza del giudice superiore, il quale é in grado di decidere definitivamente sulla esatta qualificazione giuridica del fatto, in base a ulteriori elementi acquisiti, pronunciandosi anche sul reato meno grave.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale di Roma, cui dispone trasmettersi gli atti.

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La CTP di Lecce annulla parzialmente una cartella esattoriale ad un’azienda in difficoltà (CTP Lecce, 5/6/2015, n. 2042/02/15)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

Equitalia sud Spa, in data 25/07/2014, notificava all’Istituto (Omissis) SRL la cartella esattoriale di pagamento n. (omissis) di € 33.129,66, relativamente all’anno d’imposta 2009.
Nello specifico, tale cartella di pagamento fa riferimento a somme dovute a seguito del controllo automatizzato effettuato ai sensi dell’art. 36 bis DPR. n. 600/73 e dell’art. 54 bis DPR. n. 633/72, in relazione al controllo della dichiarazione Mod. Unico 2010, presentata per il periodo d’imposta 2009.
La Società, tramite l’Avv. **************** che la rappresenta e difende, ha presentato tempestivo ricorso a questa Commissione Tributaria, notificato anche all’Agenzia delle Entrate di Lecce, con le seguenti eccezioni di diritto e di merito:
– nullità della cartella di pagamento per difetto di motivazione;
– nullità della cartella di pagamento per difetto di sottoscrizione;
– nullità della cartella di pagamento per mancata notificazione della comunicazione dell’esito del procedimento ex art. 36 bis DPR. n. 600/73 ed art. 54 bis DPR. n. 633/72.
– infondatezza della pretesa tributaria nel merito;
– in subordine, illegittimità dell’irrogazione delle sanzioni perché non si è tenuto conto della forza maggiore (art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472 del 18/12/1997), come documentato negli allegati nn. 12, 13, 14, 15, 16 del ricorso introduttivo.
Equitalia Sud Spa si è costituita in giudizio, depositando la relativa documentazione.
Anche l’Agenzia delie Entrate di Lecce si è costituita in giudizio, contestando le eccezioni di parte e depositando la relativa documentazione.
La Commissione, all’udienza del 09/12/2014, ha accolto l’istanza di sospensione.
Alla pubblica udienza del 19/05/2015 tutte le parti del processo, dopo ampia ed approfondita discussione orale, si sono riportate ai rispettivi scritti difensivi ed hanno
chiesto l’accoglimento delle proprie tesi difensive.
La Commissione decide come da dispositivo.

MOTIVI DELLA SENTENZA

Il ricorso deve essere parzialmente accolto e devono essere annullate le sanzioni amministrative di € 868,05 e di € 26.999,98, ai sensi e per gli effetti dell’art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472/97.
Il ricorso non merita accoglimento per il difetto di motivazione perché, anche se nella cartella esattoriale è indicato genericamente l’omesso o carente versamento, la ******à era stata messa nelle condizioni di conoscere esattamente il debito d’imposta con la raccomandata dell’avviso di irregolarità, in all. n. 3 delle controdeduzioni dell’Agenzia delle Entrate di Lecce dell’01/12/2014.
Anche l’eccezione del difetto di sottoscrizione deve essere respinta perché la cartella esattoriaie, come tassativamente previsto dalla legge, indica il responsabile del procedimento di iscrizione a ruolo nella persona del Dr. *****************.
Invece, deve essere accolta l’eccezione dell’illegittimità dell’irrogazione della sanzioni amministrative, in base all’art. 6, comma 5, citato.
Il suddetto articolo dispone:
“Non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore”.
La giurisprudenza di merito e di legittimità, citata ed allegata dal difensore della società ricorrente, ha più volte chiarito che l’esimente della forza maggiore deve dipendere da fatti estranei alla volontà del contribuente.
Nella fattispecie, la ******à ha dimostrato e documentato, con allegati mai contestati dagli Uffici fiscali, che nel corso degli ultimi anni dell’attuaie crisi congiunturale molti clienti hanno deciso di rinunciare ad alcuni servizi ritenuti non indispensabili o a richiedere servizi diversi, magari con qualità inferiore e ad un costo inferiore, con contestuale venir meno dei clienti stessi e conseguente aumento dei crediti non riscossi.
Di conseguenza, nessun dolo, né tanto meno nessuna colpa, può essere addebitabile in capo alla ******à ricorrente, tanto è vero che:
– moltissimi clienti non hanno effettuato i dovuti pagamenti per i servizi resi con riferimento agli anni 2007, 2008 e 2009, come da elenco in allegato n. 12 del ricorso introduttivo;
– moltissimi clienti non hanno mantenuto l’impegno di pagamento per l’anno 2009, come risulta dai relativi decreti ingiuntivi cui la ******à è dovuta ricorrere, essendo risultato vano ogni tentativo di recuperare il credito in via bonaria, come documentato con l’allegato n. 13 del ricorso introduttivo;
— nell’anno 2009, la ******à, con molti sacrifici e nonostante la crisi, ha provveduto ad effettuare qualche versamento IVA relativo agli anni 2008 e 2009, come documentato con l’allegato n. 14 del ricorso introduttivo, per cui non si può certo parlare di colpa del contribuente che, dove è stato possibile, ha cercato di fare il proprio dovere;
– così come, nell’anno 2010, la ******à ha effettuato qualche versamento IVA riferito all’anno 2009, come documentato con l’allegato n. 15 del ricorso introduttivo;
– Infine, allo scopo di attestare le difficoltà economiche in cui versava, la ******à ha depositato tutte le fatture relative agli anni 2007, 2008 e 2009 non pagate, come documentato con l’allegato n. 16 del ricorso introduttivo.
Di conseguenza, nella fattispecie, è applicabile l’art. 6, comma 5, D.Lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997.
L’accoglimento parziale del ricorso giustifica la compensazione delle spese.

P.Q.M.

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, dichiara non dovute le sanzioni amministrative di € 868,05 e di € 26.999,98; rigetta nel resto.
Spese compensate.

Lecce, li 19/05/2015

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Avvisi di accertamento: annullati perchè firmati da un funzionario non abilitato (CTP Lecce, 5/6/2015, n. 2043/02/2015)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

L. C., residente in Veglie (Le), rappresentato e difeso dall’Avv. ****************, ricorre contro l’Agenzia delle Entrate/Direz.Prov.le di Lecce in relazione all’avviso di accertamento n. (omissis) per l’importo di € 31.681,00, notificato in data il 04/03/2014 ed emesso per l’anno d’imposta 2009: l’avviso di accertamento risulta firmato dalla Dr.ssa Angela M. Ayroldi, su delega del Direttore Provinciale Dr. Adolfo Del Giacco.
Avverso l’avviso di accertamento il ********** ha presentato tempestivo ricorso, eccependo:
– la nullità dell’avviso di accertamento per evidente difetto di sottoscrizione, ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, anche alla luce della recente sentenza n. 37 del 25/02/2015 della Corte Costituzionale, come più volte ribadito in sede di discussione orale;
– la nullità del1’avviso di accertamento per difetto di motivazione;
— la nullità deil’avviso di accertamento per violazione dell’art. 41 Bis DPR. n. 600/73;
— la nullità dell’avviso di accertamento perché fondato unicamente sulla ristretta base societaria;
— nel merito, richiama le ragioni esposte in sede di ricorso avverso l’accertamento emesso nei confronti della società (Omissis) SRL n. (omissis) per il medesimo anno d’imposta 2009, il cui maggior reddito accertato è stato imputato pro-quota ai due soci P. G. (51%) e L. C. (49%).
– infine, la totale illegittimità delle sanzioni.
L’Agenzia delle Entrate si è costituita in giudizio con controdeduzioni prot. n. 20 14/42046, ribadendo le ragioni della propria pretesa impositiva, ritenuta pienamente provata.
Alla pubblica udienza del 19/05/2015 le parti, dopo ampia ed approfondita discussione orale, si sono riportate ai rispettivi scritti difensivi ed alie rispettive eccezioni di diritto e di merito.
La Commissione decide come da dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato ai sensi dell’art. 42, primo e terzo comma, dei DPR. n. 600/73, già nella premessa citato, alla luce di quanto disposto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 37 del 25/02/2015.
Infatti, con la succitata sentenza, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale:
4) dell’art. 8, comma 24, del D.L. n. 16 del 02/03/2012, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 44 del 26/04/2012;
5) dell’art. 1, comma 14, del D.L. n. 150 del 30/12/2013, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della Legge n. 15 del 27/02/2014;
6) dell’art. 1, comma 8, del D.L. n. 192 del 31/12/2014.
Tutte le succitate norme sono state dichiarate incostituzìonali in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione.
Infatti, secondo la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale “nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di un’amministrazione pubblica debba avvenire previo esperimento di un pubblico concorso e che il concorso sia necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio. Anche il passaggio ad una fascia funzionale comporta l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di reclutamento, alla regola del pubblico concorso” (sentenze della Corte Costituzionale n. l94 del 2002, n. 217 del 2012, n. 7 del 2011, n.150 del 2010 e n. 293 del 2009).
Di conseguenza, alla luce della suddetta sentenza, sono decaduti, con effetto retroattivo, dagli incarichi dirigenziali tutti coloro che erano stati nominati in base alle succitato norme dichiarate incostitnzionali e, di conseguenza, devono ritenersi illegittimi tutti gli avvisi di accertamento firmati da dirigenti nominati in base alle leggi dichiarate incostituzionali.
Occorre precisare, infatti, che, in base allo Statuto dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 6 del 13/12/2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 11 del 21/03/2011) ed in base al Regolamento di amministrazione dell’Agenzia delle Entrate (approvato con delibera del Comitato direttivo n. 4 del 30/11/2000, aggiornato fino alla delibera del Comitato di gestione n. 57 del 27/12/2012), le Direzioni Provinciali dell’Agenzia delle Entrate sono sempre uffici di livello dirigenziale ed i relativi dirigenti, legittimamente nominati, devono sottoscrivere gli avvisi di accertamento o delegare altri dirigenti, a seconda della rilevanza e complessità degli atti.
Infatti, in base all’art. 42 citato:
— “gli accertamenti sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’Ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” (primo comma);
– “l’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione…” (terzo ed ultimo comma).
Il “capo dell’Ufficio” è sempre il dirigente, anche perché nel 1973, quando fu approvato il DPR. n. 600, non era prevista né disciplinata la figura del “dirigente”, come invece è avvenuto dal 2000 in poi con lo Statuto ed il Regolamento in precedenza citati.
Di conseguenza, se l’avviso di accertamento è firmato da un non-dirigente, l’atto discrezionale e non vincolato è viziato da nullità assoluta, ai sensi dell’art. 21 septies della Legge n. 24l del 07 agosto 1990, che testualmente dispone:
“E’ nullo il provvedimento amministrativo che manca degli elementi essenziali, che è viziato da difetto assoluto di attribuzione, che è stato adottato in violazione o elusione dei giudicato, nonché negli altri casi espressamente previsti dalla legge, come, appunto, prevede il citato art. 42, terzo comma.
La Corte di Cassazione, sulla questione, ha stabilito i seguenti principi:
– la figura del capo dell’Ufficio deve sempre coincidere con quella del dirigente titolare;
— la figura del personale appartenente alla nona qualifica professionale soltanto in casi eccezionali può sostituire il dirigente in caso di assenza o impedimento o può tenere la reggenza dell’ufficio, in attesa della destinazione del dirigente titolare;
– è onere sempre dell’Amministrazione Finanziaria dimostrare e documentare tutto.
In tal senso, si citano le sentenze della Corte di Cassazione n. 18515/2010, n. 17400/2012, n. 8166/2002, n. 17044/2013.
Di conseguenza, se un non-dirigente firma un avviso di accertamento, lo stesso è nullo e non vale il riferimento all’ufficio di appartenenza, che si applica nella diversa ipotesi di firma illeggibile, ipotesi totalmente diversa da quella oggetto del presente giudizio (in tal senso, Cassaz. Sentenze n. 874/09, n. 9673/04, n. 10773/06, n. 12768/06 e n. 9600/07), né è ammessa la conservazione dell’atto illegittimo.
Nel caso in questione, inoltre, non si può invocare la figura del c.d. “funzionario di fatto”, che, invece, è applicabile quando gli atti adottati dal funzionario sono favorevoli ai terzi destinatari (come, per esempio, i rimborsi tiscali) ma non certo quando, come nella fattispecie in esame, gli atti sono sfavorevoli al contribuente, come lo sono gli avvisi di accertamento (sentenze del Consiglio di Stato n. 6/1993, n. 853 del 20 maggio 1999).
In ogni caso, quando il contribuente eccepisce la violazione del più volte citato art. 42, l’onere della prova spetta sempre all’Agenzia delle Entrate, che deve contrastare le eccezioni di parte con prove documentali valide ed appropriate (Cassazione, sent. n.17400/12, n. 14626/00, n. 14195/00, n. 14942 del 21/12/2012 depositata in cancelleria il 14 giugno 2013).
A fronte del mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte del soggetto onorato, il giudice tributario non è tenuto ad acquisire d’ufiicio le prove, in forza dei poteri istruttori attribuitigli dall’art. 7 D.Lgs. n. 546/92, perché tali poteri sono meramente integrativi e non esonerativi dell’onere probatorio principale (Cassazione, sentenza n. 10513/2008).
Nella presente controversia, a seguito di precise eccezioni da parte dell’Avv. ****************, alla luce delta sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale, ribadite e precisate durante la discussione orale all’udienza del 19/05/2015, l’Agenzia delle Entrate non ha opposto alcuna valida documentazione, limitandosi a confermare che era “notorio” che il ***************** era dirigente a seguito di concorso, ed il c.d. “notorio” non può essere certo preso in considerazione da questa Commissione, perché non di pubblico dominio.
Quindi, mancando la prova documentale e certificata che il Dr. ***************** era un legittimo dirigente, titolare della Direzione Provinciale di Lecce, a seguito di regolare concorso pubblico, l’avviso di accertamento in contestazione deve essere annullato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73, perché atto discrezionale e non vincolato.
Oltretutto, l’Ufficio non ha neppure provato in sede contenziosa che il delegato alla lirma era, a sua volta, dirigente per concorso pubblico o funzionario della nona qualifica direttiva, ai sensi dell’art. 42, primo comma, DPR. n. 600/73 (Cass. Sent.n. 17400/2012 e n. 14942/2013).
Tenuto conto della particolarità della questione trattata, soprattutto alla luce della recente sentenza n 37/2015 della Corte Costituzionale, appare equo compensare le spese.

P.Q.M.

La Commissione, in accoglimento del ricorso, annulla l’avviso di accertamento impugnato per inosservanza dell’art. 42, primo e terzo comma, DPR. n. 600/73.
Spese compensate.

Lecce, li 19/05/2015

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