Tributaria Archivi - Pagina 25 di 26

Tributaria

Conciliazione non perfezionata (Sent. N° 322/03/12)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE

DI ENNA SEZIONE TERZA

SENTENZA

N° 322/03/12

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: il 25-1-12

Dott. ************à Presidente relatore

Dott. *****************************************

Dott. *********************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente 28-6-2012

SENTENZA

Il Segretario

M.C. ****

sul ricorso n. 117/10 R.G.R. introdotto da

***

Contro***

Avverso l’avviso di accertamento n. RJC03T100142/2009 per IVA, IRPEG ed IRAP, anno d’imposta 2001, notificato in data 12 giugno 2009.

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso contro l’avviso di accertamento, ritenuto legittimo e non del tutto fondato, non essendosi perfezionata la conciliazione nei modi e termini di cui all’art. 48 del D.Lgs. 546/92, va accolto parzialmente perché le riprese fiscali, ritenute per attività illecite e per le fatture relative ad operazioni inesistenti, sono riconducibili, al reddito di impresa accertato.

La Commissione, preliminarmente, osserva che la conciliazione di cui alla proposta dell’Agenzia delle Entrate portante il n. 800032/2010 del 2 dicembre 2010 e al verbale di convalida del 13 dicembre 2010, redatto su richiesta delle parti, pur costituendo titolo ai fini del credito erariale, non si è perfezionata e, pur avendo la parte ricorrente versato delle rate, non produce effetti estintivi per omessa prestazione di idonea garanzia mediante polizza fideiussoria o fideiussione bancaria e neanche può essere ordinata l’iscrizione a ruolo delle imposte ed accessori quantificati per omessa previsione della norma in materia di conciliazione giudiziale con pagamento rateale non osservato nei modi e termini tassativi previsti dall’art. 48 del D.Lgs. 546/92. Nel caso in esame, non possono essere applicate le disposizioni di cui all’art. 23, 17° co., del D.L. 6 luglio 2011 n. 98 – convertito in legge n. 111 del 2011- sul mancato versamento delle somme conciliate senza idonea garanzia fideiussoria perché le norme in materia, senza effetti retroattivi, sono state emanate in epoca successiva alla conciliazione n. 800032/2010 del 2 dicembre 2010 convalidata il 13 dicembre 2010.

Per l’omesso perfezionamento della citata conciliazione, questo Collegio giudicante deve necessariamente decidere il ricorso sul merito della controversia tenendo conto delle legittime aspettative, ragioni e diritti delle parti. La Suprema Corte di Cassazione con varie sentenze ha disposto che, nel caso di omesso versamento integrale delle somme conciliate e/o nel caso di omessa produzione della garanzia, la conciliazione non produce effetti perché “non ha natura negoziale, e in particolare non ha natura novativa, ma costituisce una fattispecie a formazione progressiva caratterizzata dall’identità temporale della sua perfezione e della sua efficacia e che solo nel momento in cui la conciliazione raggiunge la perfezione/ efficacia si estingue il rapporto giuridico tributario sostanziale e, pendente una controversia giudiziale, si produce la cessazione della materia del contendere (v. Cass. n. 3560 del 2009)”.

Sempre la S.C. di Cassazione con sentenza n. 24931 del 2011 ha stabilito il seguente principio di diritto: “la conciliazione giudiziale rateale, prevista dal D. Lgs. n. 546 del 1992, art. 48, si perfeziona solo con il versamento, entro il termine di venti giorni dalla data di redazione del processo verbale, dell’imposto della prima rata concordata, e con la prestazione della garanzia prevista sull’importo delle rate successive; in caso di mancato adempimento degli obblighi suindicati, non può, di conseguenza, verificarsi l’estinzione del processo tributario per cessazione della materia del contendere, ai sensi del D. Lgs. n. 546 del 1992, art. 46, e la causa dovrà, pertanto, essere decisa nel merito”.

Ne consegue che questa Commissione , previo riesame degli atti, decide il ricorso sul merito considerando che il procedimento penale e il procedimento tributario per il principio del “doppio binario” non influiscono l’uno sull’altro poiché il contenzioso fiscale è disciplinato da “presunzioni tributarie”, mentre il processo penale dal “ libero convincimento del giudice”; tutto ciò perché l’art. 20 del D. Lgs. 10 marzo 2000 n. 74 stabilisce che l’accertamento fiscale ed il contenzioso avanti le Commissioni tributarie non possono essere sospesi per la contemporanea pendenza di un processo penale, mentre l’art. 654 del c.p.p. – secondo l’attuale giurisprudenza della S.C. di Cassazione- dispone che le sentenze penali di condanna o di accertamento non vincolano il giudice fiscale. Infatti le finalità dei due procedimenti sono diverse perchè lo Stato, penalmente, reprime o previene determinati comportamenti umani considerati contrari ai fini che esso Stato si è prefissato; mentre, fiscalmente, lo Stato chiama le persone fisiche e giuridiche a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva (art. 53 Cost.).

La Commissione, pertanto, non tiene conto della sentenza penale del Tribunale di Nicosia del 4 maggio 2011 che, ai sensi dell’art. 530 del C.P.P., assolve ***, titolari e/o legali rappresentanti di rispette imprese, dal reato loro in concorso ascritto perché il fatto non sussiste, ma dei fatti e gli atti accertati e documentati ai fini della sussistenza o meno della truffa e della veridicità delle operazioni ritenute inesistenti e/o fittizie per le quali sono state emesse le fatture.

Bisogna considerare che in materia di acquisti e / di costi che il presupposto oggettivo non è la fattura – che ha mera funzione documentale – ma l’effettivo compimento di una operazione imponibile consistente in una cessione di beni o in una prestazione di servizi nel territorio dello Stato, eseguita nell’esercizio di imprese o di arti o professioni nel suo giusto valore sia ai fini civili ex art. 2426 del C.C. e sia ai fini tributari ex artt. 109 e 110 del T.U.I.R.

La presunzione sulla sussistenza del valore delle operazioni non può essere convalidata solo quando la parte prova il contrario, poichè la verifica va eseguita sull’oggettività del dato in relazione all’atto ed al fatto e non sussiste solo quando la parte prova l’insussistenza della fittizietà mettendo in evidenza dati economici in determinati momenti.

Nel caso in esame, il giudice penale ha accertato l’insussistenza della truffa e/o l’indebito arricchimento con atti illeciti per cui il contributo percepito dalla società ** s.r.l. risulta legittimo e fondato, anche perché le opere, che hanno dato origine all’intervento ex legge 488/92,sono state effettivamente realizzate, verificate e collaudate. La sussistenza oggettiva e soggettiva delle opere realizzate in base al progetto, predisposto con i benefici della legge n. 488//92, è stata rilevata dai verificatori, dagli organi di polizia giudiziaria e dal giudice penale, mentre l’Ente impositore ha solo fatto un controllo degli atti senza ulteriori accertamenti e verifiche di riscontro con la situazione contabile per poi convalidare e sindacare con presunzioni gli aspetti patrimoniali, economici e finanziari. L’indagine dei verificatori risulta frettolosa e del tutto presuntiva perché la Guardia di Finanza in una ditta rileva la “doppia fatturazione” soggettiva senza alcuna verifica oggettiva sulla descrizione delle fatture esaminate e nell’altra ditta, pur rilevando la regolare assunzione di quattro lavoratori ( pag. 4 di 16 dell’avviso di accertamento) conclude la verifica, eseguita dopo ben sette anni, dichiarando che “la ditta è sprovvista di operai”.

Tale assunto, illogico e basato solo sulla fantasia della presunzione, secondo questo Collegio giudicante non tiene conto della personalità giuridica e fisica dei soggetti, dell’autonomia dei soggetti, delle libere scelte operative – non condizionate da alcuna norma giuridica e legislativa e/o da vincoli contrattuali – delle libere scelte finanziarie, delle libere scelte economiche, quest’ultime diverse da quelle finanziarie e/o primarie e/o numerarie perché sono sempre operazioni derivate da un fatto, che può non esistere dando origine alle insussistenze attive e/o passive, oppure nei casi imprevedibili e non alle sopravvenienze attive e/o passive.

Oltre a quanto esposto, nonostante il rappresentante dell’Agenzia delle Entrate in udienza abbia affermato l’ininfluenza del processo penale in quello tributario, questa Commissione rileva che l’accertamento è stato posto in essere sul libero convincimento della truffa e/o dell’indebito arricchimento, oggetto dell’aspetto penale tanto da dichiarare (pagina 5 di 16 dell’avviso)

  • l’art. 14 – comma 4- della legge 24 dicembre 1993 n. 537 ha disposto che nelle categorie di reddito di cui all’art. 6 –comma 1- del TUIR, approvato con D.P.R. n. 917/86, devono intendersi ricompresi, se in esse classificabili, i proventi derivanti da fatti, atti o attività quantificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale. I relativi redditi sono determinati secondo le disposizioni riguardanti ciascuna categoria;

  • L’imponibilità di proventi in questione, peraltro prevista solo se detti introiti non siano già stati sottoposti a sequestro o confisca penale, non è limitata alle sole imposte dirette, ma si estende, ricorrendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, anche altre imposte.

Inoltre, pur di tassare con tutte le imposte dirette, indirette e locali, in ogni modo, la quota di contributo -ex legge 488/92- pari a € 247.656,58 l’Agenzia delle Entrate considera le sentenze della S.C. di Cassazione n. 12918 del 1° giugno 2007, n. 8990 del 16 aprile 2007, n. 24471/2006, n. 3550/2002 ed il D.L. 223 del 4 luglio 2006 in relazione alla denuncia presentata ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale, non spiega (pag. 8 Irpeg – 9 irap – 10 iva di 16 dell’avviso) con cognizioni di causa e con logicità la determinazione dei componenti positivi di reddito di €479.531,00 e dei costi a fronte di operazioni insistenti di €201.866,00 perché a pagina 6 e 7 di 16 dell’avviso dichiara di accertare quanto segue:

  1. ai sensi degli artt. 40 e 41 bis del D.P.R. 600/73 un maggior reddito d’impresa di cui all’ar. 55, co.1 del D.P.R. 917/86 pari a € 247.656,58 a titolo di componente positivo di reddito derivante da attività illecita, e di € 104.255,44 a titolo di componenti negativi di reddito riconducibili a operazioni inesistenti (somme diverse per sommatoria da quelle tassate di € 479.531,00 e di € 201.866,00);

  2. ai sensi dell’art. 19,21,23 e 25 del D.P.R. 633/72, a carico della società “** s.r.l.” per l’anno d’imposta 2001, una maggiore iva a debito pari a € 49.531,32 ( 20% su 247.656,58) e una indebita detrazione d’imposta pari a € 20.851,59 ( 20% su € 104.255,44);

  3. ai sensi dell’art. 1 del D. Lgs. n. 446/97 istitutivo dell’imposta regionale sulle attività produttive …………… un valore della produzione netta di cui all’art. 8 del D. Lgs. 446/97 pari a € 351.912,02;

Quanto accertato risulta errato ed incompleto perché l’accertamento riprende a tassazione per irpeg, iva e irap la quota di contributo di € 247.656,58 classificandolo derivante da attività illecita, poi rivelatasi insussistente, e l’ammontare delle fatture emesse da ** e ** di € 104.255,44 classificandolo reddito riconducibile a operazioni inesistenti a fronte di opere realizzate, mentre in effetti si tratta di costi incerti, senza minimamente spiegare l’ammontare dei componenti positivi di reddito di €479.531,00 e dei costi a fronte di operazioni insistenti di €201.866,00 indicati a pagina 6 e 7 di 16 dell’avviso.

Ne consegue che , indipendentemente dalle conclusioni del processo penale, non sussiste né la truffa a fronte di un’opera realizzata e né un illecito arricchimento, ma contributi in conto capitale e/o misti tassabili ai soli fini irpeg ( ex art. 55 del TUIR 917/86 nel testo ante 31 dicembre 2003) ed incertezza di costi supportati da fatture non regolari riconducibili alla irregolare emissione, alla inesistente annotazione nei libri contabili ai fini dell’efficacia probatoria ex artt. 2709 e 2710 del codice civile e principalmente alla omessa indicazione nelle dichiarazione fiscali annuali, atti e fatti non approfonditi dall’Ente impositore.

Il contributo non può essere tassato ai fini IVA sia per l’insussistente truffa e/illecito arricchimento da atti illeciti e sia perché sui contributi in conto capitale e/o misti non é applicabile l’IVA in quanto, tecnicamente, il valore aggiunto è in effetti la differenza tra le vendite e gli acquisti aventi i requisiti della certezza e della precisione.

Inoltre sulle quote di contributo percepite e incassate nel periodo di imposta, previste dall’art. 55 del TUIR D.P.R. 917/86 (nel testo ante 31 dicembre 2003), non é applicabile l’IVA, non potendosi neanche applicare il principio di detrazione di “imposta da imposta” poiché gli stessi contributi in conto capitale non sono vendite e/o prestazioni certe e di acquisti certi, ma sopravvenienze attive derivanti da agevolazioni finanziarie previste dalla legge 488/92.

In conclusione, tutte le altre eccezioni sono assorbite e la ripresa fiscale di € 247.656,58 quale componente positivo di reddito derivante da sopravvenienza attiva (quota contributo legge 488/92), va tassata solo ai fini IRPEG e IRAP, escludendo l’IVA, mentre va confermata la ripresa di € 104,55,04 riconducibile ad incertezza di costi, ma non a operazioni inesistenti e/o fittizie. Ne consegue che

1) ai fini IRPEG il reddito di impresa tassabile risulta € 324.014,02

Omissis

2) ai fini IVA vanno esclusi dagli acquisti per incertezza, e quindi confermati per ripresa fiscale, i costi di € 104.255,44 e l’IVA di € 20851,59;

3) ai fini IRAP nel valore della produzione lorda dichiarata va aggiunta la somma di € 351.912,02;

Ne consegue che, considerando il comportamento irregolare della società ** s.r.l., il ricorso va parzialmente accolto e l’Agenzia delle Entrate dovrà riliquidare le imposte applicando le sanzioni al minimo e sul residuo della somme dovute risultanti al netto di quelle versate per la conciliazione non perfezionata.

Per la peculiarità degli atti e fatti inerenti l’accertamento il cui ricorso è accolto in parte, le spese di giudizio vanno compensate tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, dichiara tassabile ai soli fini IRPEG il reddito di impresa determinato di € 324.014,02 con esclusione dell’IVA; conferma la ripresa fiscale per costi incerti di € 104.255,14 e l’IVA di € 20.851,59 e dichiara tassabile ai fini IRAP, unitamente al valore della produzione dichiarato, la somma di € 351.912,02; manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte applicando le sanzioni al minimo sulle somme residue risultanti al netto di quelle versate per la conciliazione non perfezionata.

Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Enna il 25 gennaio 2012

IL PRESIDENTE      RELATORE

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Reddito imponibile (Sent. N° 749-08-11)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

SENTENZA N° 749-08-11

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: IL 19-7-11

Dott. ************à Presidente

Dott. ********************************************* relatore

Dott. **************************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

Zappalà

sul ricorso n. 1434/10 R.G.R. introdotto da

***

Contro***

Avverso

l’avviso di accertamento n. RJ801A500839/2009, per IRPEF, anno d’imposta 2005, notificato il 24 giugno 2009.

Omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso va parzialmente accolto perché il reddito imponibile , accertato su redditi di impresa, su dati incerti (ex art. 32 DPR 600/73), su redditi diversi ( ex art. 67 e ss.DPR 917/86) e su redditi di capitale (ex art. 44 e ss TUIR DPR 917/86), è una quota di incremento patrimoniale (ex art. 38 commi 4 e 5 DPR 600/73)) considerando la globalità e la complessa ed omessa sistematicità delle operazioni poste in essere dal ricorrente senza alcuna distinzione con particolare riferimento al patrimonio personale e al patrimonio di impresa.

Questo Collegio, innanzitutto, considera le varie operazioni che, nell’ambito tributario, per la complessità rilevata portano facilmente alla presunzioni evasive ed elusive per l’omessa correlazione di vari dati non supportate dalla sistematicità oggettiva e soggettiva poiché il ricorrente, a vario titolo e in vari modi, ha compiuto varie operazioni nell’ambito capitalistico, forse in parte, non sempre assoggettati alla ritenuta alla fonte a titolo di imposta e/o all’imposta sostitutiva. Il ricorrente, pur non essendo obbligato da alcune norma, avrebbe dovuto tenere per trasparenza un ordine cronologico e sistematico delle operazioni con distinzione, al fine di evitare presunzioni evasive ed elusioni. Il numero e la complessità delle operazioni hanno indotto l’Agenzia delle Entrate a considerare delle presunzioni senza distinguere le operazioni di capitale e quelle di natura e carattere diverso.

Quanto accennato sarebbe sufficiente per poter affermare che l’accertamento è illegittimo ed infondato perché i redditi di capitale sono quelli che derivano dall’impiego di capitale finanziario in attività estranee all’esercizio dell’impresa e derivano da eventi certi. Gli impieghi di capitali che hanno come risultato un evento incerto producono redditi che invece definiamo redditi diversi. La distinzione è importante perché tassati in modo diverso. I redditi da capitale sono tassati al lordo delle spese di produzione a differenza dei redditi diversi, i quali sono tassati al netto di tali spese e di eventuali perdite. Un esempio di reddito da capitale sono gli interessi sul c/c bancario mentre i proventi da rapporti derivati sono redditi diversi ( cfr M.E.F. infor.contrib.). Inoltre l’Agenzia delle Entrate, contestando la perdita di esercizio del 2004, non espone nell’avviso di accertamento con chiarezza i redditi di impresa fiscali tassabili.

Questa differenziazione di redditi non risulta nell’avviso di accertamento che mette in evidenza il reddito di impresa dichiarato e la perdita di esercizio e che accerta gli incrementi patrimoniali prendendo in esame gli autoveicoli posseduti e i negozi stipulati dal 2004 al 2008.

I redditi diversi, previsti dal sistema tributario italiano agli artt. 67-71 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (T.U.I.R.), costituiscono una categoria di reddito residuale, che ha carattere eterogeneo, in quanto comprende i redditi più disparati che non rientrano nelle altre categorie di reddito indicate nell’art. 6 del T.U.I.R. o che hanno caratteri peculiari non inquadrabili in una categoria tipica. I redditi diversi formano una categoria di reddito residuale, cioè l’insieme di redditi percepiti al di fuori dell’esercizio di imprese, arti o professioni e che non derivano da società commerciali o da lavoro dipendente o subordinato.

I redditi diversi sono in linea di massima raggruppabili in due grandi categorie, entrambe tassabili per cassa:

  • plusvalenze isolate, cioè quelle non realizzate nell’ambito di un’attività economica continuativa (se lo fossero, il soggetto che le realizza sarebbe un imprenditore). La precedente formulazione dell’art. 68 parlava di “intento speculativo” del contribuente per distinguere le plusvalenze riconducibili ad un’attività produttiva del contribuente e quelle non derivanti da una simile attività del contribuente. Ora non c’è più questa formula e si parla di caratteri oggettivi dell’operazione. Il Testo Unico ha cioè sostituito alla tassazione delle plusvalenze realizzate con intento speculativo, la tassabilità di specifiche, determinate plusvalenze:

a) le plusvalenze immobiliari realizzate mediante la lottizzazione dei terreni o l’esecuzione di opere intese a renderli edificabili e la successiva vendita (anche parziale) di tali terreni o edifici. –

b) le plusvalenze finanziarie (capital gain) che non sono quelle dei frutti dei titoli azionari (dividendi), ma di reddito dovuto alla vendita ad un prezzo superiore di quello di acquisto da obbligazioni o di altri strumenti finanziari, da cessioni di partecipazioni (qualificate e non).

  • Altre fattispecie di redditi diversi:

a) Quelle derivanti da attività non abituali commerciali e professionali che non presuppongono la tenuta delle scritture contabili;

b) Immobili situati all’estero;

c) Utilizzazione di diritti su opere dell’ingegno;

d) Vincite e lotterie;

e) Proventi illeciti non rientranti in altre categorie;

f) i redditi simili o prossimi a quelli fondiari, di capitali, di lavoro autonomo, di impresa, ma privi di un requisito tipico della categoria e perciò ascritti al novero dei redditi diversi.

Nei redditi di impresa, invece, si ha il risultato economico positivo ( utile) o negativo ( perdita) derivante dalla differenza tra i componenti positivi (ricavi ed altro) e i componenti negativi ( costi ed altro) quantificati e determinati con le dovute rettifiche ed osservanze delle disposizioni del T.U.I.R. D.P.R. 917/86.

Oltre all’omessa distinzione dei redditi di impresa, di capitale e dei redditi diversi, si aggiungono i dati bancari che hanno condotto l’Agenzia delle Entrate ad ottenere un risultato non inerente e non coerente per omesso computo delle disponibilità liquide:

L’art. 32 del dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette contiene precise disposizioni per l’acquisizione degli elementi di informazione e prova amministrativa ai fini degli accertamenti regolati dagli artt. 38- 39-40 41 e 41 bis del DPR 600/73. Il citato art. 32 per l’accertamento sui redditi dispone che gli Uffici “possono …….” per procedere con le modalità previste all’acquisizione dei dati previa redazione di apposito verbale del quale la parte ha diritto di avere copia. Queste modalità sono attribuite specificatamente dalle norme legislative agli Uffici e non agli organi ispettivi, alternativi e verificatori che hanno solo il dovere di rilevare in modo completo dati ed elementi sempre con regolari autorizzazione e senza sconfinamenti nelle domiciliazioni.

Inoltre, le leggi in materia di imposte dirette prevedono espressamente che gli Uffici possono porre a base degli accertamenti i dati risultati dai conti bancari solo quando la parte verificata non dia dimostrazioni contrarie, sancendo un preciso onere che è quello di convocare personalmente la parte stessa.

Comunque per gli accertamenti basati sui conti bancari necessita preventivo il contraddittorio dettagliato per ogni movimento e/o operazione durante la verifica per poi poter usare il risultato ai fini dell’accertamento avente carattere di specialità che consiste nel fatto che , sui singoli versamenti e prelevamenti, la legge radica presunzioni di ricavi alquanto gravosi se si considera la globalità.

L’Agenzia ha applicato l’art. 38 -comma I- del DPR 600/7 utilizzando i dati e gli elementi dal sistema centrale, esponendoli nelle ragioni dell’avviso di accertamento sulla base di elementi di fatto certi per giungere dal fatto noto ( dati bancari, elementi di spesa o incrementi patrimoniali) al fatto ignoto ( reddito) La parte ricorrente, che ha il diritto al contraddittorio e di dimostrare le proprie capacità finanziarie, economiche e reddituali, in seno al ricorso, ha confermato tutti gli elementi ed ha contestato le entità o meglio i contenuti degli atti presi a base dell’accertamento.

A fronte della motivazione e degli elementi esposti nell’avviso di accertamento ex art. 38 –comma I- del D.P.R. 600/73, l’inversione dell’onere della prova rimane in capo al contribuente l’obbligo di dimostrare la correttezza fiscale o meno delle operazioni.

Questo Collegio giudicante, considerate le eccezioni esposte in fatto e tutti i dati e gli elementi posti a base dell’accertamento rileva che si tratta di accertamento sintetico tratto da redditi diversi, da redditizi capitale e da redditi di impresa e le spese effettuate dal contribuente in un determinato anno sono imputabili a redditi conseguiti in anni precedenti per il principio della cosiddetta quota risparmio (Cass. Sent.n. 14093 del 18 giugno 2007).

La S.C. di Cassazione SS.UU. con sentenza n. 26635 del 18 dicembre 2009 ha anche ha ribadito:

  1. il rispetto del principio della capacità contributiva in tema di accertamento tributario con indici, parametri, studi di settore ed altro;

  2. la legittimità del ricorso alla procedura di accertamento tributario standardizzato mediante indici, parametri, studi di settore ed altro che costituiscono un sistema di presunzioni semplici la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standard” in se considerati, ma nasce solo in esito al contraddittorio, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.

Dalla giurisprudenza si deduce, quindi, che nel crogiuolo dell’accertamento, o meglio nel “recipiente dove si forgia il risultato finale dell’accertamento ” devono esserci:

  • gli elementi certi e precisi della capacità di spesa e/o dell’incremento patrimoniale per giungere dal fatto noto al fatto ignoto (reddito);

  • l’inerenza e la coerenza soggettiva a quella oggettiva;

  • le prove sulla provenienza lecita delle fonti finanziarie

  • il contraddittorio con il contribuente per le effettive capacità finanziarie, economiche e reddituali;

Ciò esposto e premesso, nel caso in esame, l’Agenzia delle Entrate non ha attuato in modo regolare il contraddittorio per ogni operazione rilevata e non ha considerato le cosiddette “quote risparmio” degli anni precedenti l’accertamento; mentre al contrario il ricorrente non ha dato con trasparenza piena prova sulla coerenza e sull’inerenza delle fonti finanziarie per gli acquisti effettuati.

Per quanto riguarda la disponibilità liquida, la parte ricorrente non presenta dati certi e precisi sostenendo di aver avuto “almeno” € 400.000,00 senza fare distinzione tra quella a disposizione personale e quella di impresa ; mentre per gli autoveicoli disponibili bisogna considerare la quota del 50% per quello utilizzato per usi professionali.

Trattandosi di reddito sintetico, non considerando il risultato economico dell’attività di impresa e computando la disponibilità liquida effettiva, di fatto la situazione è la seguente:

omissis

Si deduce che, in assenza di netta distinzione di dati personali da quelli di impresa, per conglobazione tra redditi di impresa e redditi diversi, poiché quelli da capitali sono tassati (di solito) alla fonte e/o assoggettati a ritenute alla fonte, il reddito totale imponibile risulta € 64.846,75 nel rispetto delle disposizioni dell’art. 38 D.P.R. 600/72 proprio perché

Ne consegue che l’accertamento posto in essere va annullato e per il reddito rideterminato l’Ente impositore dovrà riliquidate le imposte ed irrogare le sanzioni al minimo.

Per le omissioni delle parti e per gli evidenti errori sulla determinazione del risultato finale, sussistono i motivi perché le spese di giudizio vengano compensate tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, determina il reddito imponibile di € 64.846,75 (sessantaquattromila- ottocentoquarantasei/75); manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte applicando le sanzioni al minimo. Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Catania il 19 luglio 2011

IL RELATORE    IL PRESIDENTE

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La Commissione Tributaria Provinciale di Catania Sezione Ottava Sent. N° 749-08-11

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE

DI CATANIA SEZIONE OTTAVA

SENTENZA N° 749-08-11

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: IL 19-7-11

Dott. ************à Presidente

Dott. ********************************************* relatore

Dott. **************************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

Zappalà

sul ricorso n. 1434/10 R.G.R. introdotto da***

Contro***

Avverso

l’avviso di accertamento n. RJ801A500839/2009, per IRPEF, anno d’imposta 2005, notificato il 24 giugno 2009.

Omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso va parzialmente accolto perché il reddito imponibile , accertato su redditi di impresa, su dati incerti (ex art. 32 DPR 600/73), su redditi diversi ( ex art. 67 e ss.DPR 917/86) e su redditi di capitale (ex art. 44 e ss TUIR DPR 917/86), è una quota di incremento patrimoniale (ex art. 38 commi 4 e 5 DPR 600/73)) considerando la globalità e la complessa ed omessa sistematicità delle operazioni poste in essere dal ricorrente senza alcuna distinzione con particolare riferimento al patrimonio personale e al patrimonio di impresa.

Questo Collegio, innanzitutto, considera le varie operazioni che, nell’ambito tributario, per la complessità rilevata portano facilmente alla presunzioni evasive ed elusive per l’omessa correlazione di vari dati non supportate dalla sistematicità oggettiva e soggettiva poiché il ricorrente, a vario titolo e in vari modi, ha compiuto varie operazioni nell’ambito capitalistico, forse in parte, non sempre assoggettati alla ritenuta alla fonte a titolo di imposta e/o all’imposta sostitutiva. Il ricorrente, pur non essendo obbligato da alcune norma, avrebbe dovuto tenere per trasparenza un ordine cronologico e sistematico delle operazioni con distinzione, al fine di evitare presunzioni evasive ed elusioni. Il numero e la complessità delle operazioni hanno indotto l’Agenzia delle Entrate a considerare delle presunzioni senza distinguere le operazioni di capitale e quelle di natura e carattere diverso.

Quanto accennato sarebbe sufficiente per poter affermare che l’accertamento è illegittimo ed infondato perché i redditi di capitale sono quelli che derivano dall’impiego di capitale finanziario in attività estranee all’esercizio dell’impresa e derivano da eventi certi. Gli impieghi di capitali che hanno come risultato un evento incerto producono redditi che invece definiamo redditi diversi. La distinzione è importante perché tassati in modo diverso. I redditi da capitale sono tassati al lordo delle spese di produzione a differenza dei redditi diversi, i quali sono tassati al netto di tali spese e di eventuali perdite. Un esempio di reddito da capitale sono gli interessi sul c/c bancario mentre i proventi da rapporti derivati sono redditi diversi ( cfr M.E.F. infor.contrib.). Inoltre l’Agenzia delle Entrate, contestando la perdita di esercizio del 2004, non espone nell’avviso di accertamento con chiarezza i redditi di impresa fiscali tassabili.

Questa differenziazione di redditi non risulta nell’avviso di accertamento che mette in evidenza il reddito di impresa dichiarato e la perdita di esercizio e che accerta gli incrementi patrimoniali prendendo in esame gli autoveicoli posseduti e i negozi stipulati dal 2004 al 2008.

I redditi diversi, previsti dal sistema tributario italiano agli artt. 67-71 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (T.U.I.R.), costituiscono una categoria di reddito residuale, che ha carattere eterogeneo, in quanto comprende i redditi più disparati che non rientrano nelle altre categorie di reddito indicate nell’art. 6 del T.U.I.R. o che hanno caratteri peculiari non inquadrabili in una categoria tipica. I redditi diversi formano una categoria di reddito residuale, cioè l’insieme di redditi percepiti al di fuori dell’esercizio di imprese, arti o professioni e che non derivano da società commerciali o da lavoro dipendente o subordinato.

I redditi diversi sono in linea di massima raggruppabili in due grandi categorie, entrambe tassabili per cassa:

  • plusvalenze isolate, cioè quelle non realizzate nell’ambito di un’attività economica continuativa (se lo fossero, il soggetto che le realizza sarebbe un imprenditore). La precedente formulazione dell’art. 68 parlava di “intento speculativo” del contribuente per distinguere le plusvalenze riconducibili ad un’attività produttiva del contribuente e quelle non derivanti da una simile attività del contribuente. Ora non c’è più questa formula e si parla di caratteri oggettivi dell’operazione. Il Testo Unico ha cioè sostituito alla tassazione delle plusvalenze realizzate con intento speculativo, la tassabilità di specifiche, determinate plusvalenze:

a) le plusvalenze immobiliari realizzate mediante la lottizzazione dei terreni o l’esecuzione di opere intese a renderli edificabili e la successiva vendita (anche parziale) di tali terreni o edifici. –

b) le plusvalenze finanziarie (capital gain) che non sono quelle dei frutti dei titoli azionari (dividendi), ma di reddito dovuto alla vendita ad un prezzo superiore di quello di acquisto da obbligazioni o di altri strumenti finanziari, da cessioni di partecipazioni (qualificate e non).

  • Altre fattispecie di redditi diversi:

a) Quelle derivanti da attività non abituali commerciali e professionali che non presuppongono la tenuta delle scritture contabili;

b) Immobili situati all’estero;

c) Utilizzazione di diritti su opere dell’ingegno;

d) Vincite e lotterie;

e) Proventi illeciti non rientranti in altre categorie;

f) i redditi simili o prossimi a quelli fondiari, di capitali, di lavoro autonomo, di impresa, ma privi di un requisito tipico della categoria e perciò ascritti al novero dei redditi diversi.

Nei redditi di impresa, invece, si ha il risultato economico positivo ( utile) o negativo ( perdita) derivante dalla differenza tra i componenti positivi (ricavi ed altro) e i componenti negativi ( costi ed altro) quantificati e determinati con le dovute rettifiche ed osservanze delle disposizioni del T.U.I.R. D.P.R. 917/86.

Oltre all’omessa distinzione dei redditi di impresa, di capitale e dei redditi diversi, si aggiungono i dati bancari che hanno condotto l’Agenzia delle Entrate ad ottenere un risultato non inerente e non coerente per omesso computo delle disponibilità liquide:

L’art. 32 del dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette contiene precise disposizioni per l’acquisizione degli elementi di informazione e prova amministrativa ai fini degli accertamenti regolati dagli artt. 38- 39-40 41 e 41 bis del DPR 600/73. Il citato art. 32 per l’accertamento sui redditi dispone che gli Uffici “possono …….” per procedere con le modalità previste all’acquisizione dei dati previa redazione di apposito verbale del quale la parte ha diritto di avere copia. Queste modalità sono attribuite specificatamente dalle norme legislative agli Uffici e non agli organi ispettivi, alternativi e verificatori che hanno solo il dovere di rilevare in modo completo dati ed elementi sempre con regolari autorizzazione e senza sconfinamenti nelle domiciliazioni.

Inoltre, le leggi in materia di imposte dirette prevedono espressamente che gli Uffici possono porre a base degli accertamenti i dati risultati dai conti bancari solo quando la parte verificata non dia dimostrazioni contrarie, sancendo un preciso onere che è quello di convocare personalmente la parte stessa.

Comunque per gli accertamenti basati sui conti bancari necessita preventivo il contraddittorio dettagliato per ogni movimento e/o operazione durante la verifica per poi poter usare il risultato ai fini dell’accertamento avente carattere di specialità che consiste nel fatto che , sui singoli versamenti e prelevamenti, la legge radica presunzioni di ricavi alquanto gravosi se si considera la globalità.

L’Agenzia ha applicato l’art. 38 -comma I- del DPR 600/7 utilizzando i dati e gli elementi dal sistema centrale, esponendoli nelle ragioni dell’avviso di accertamento sulla base di elementi di fatto certi per giungere dal fatto noto ( dati bancari, elementi di spesa o incrementi patrimoniali) al fatto ignoto ( reddito) La parte ricorrente, che ha il diritto al contraddittorio e di dimostrare le proprie capacità finanziarie, economiche e reddituali, in seno al ricorso, ha confermato tutti gli elementi ed ha contestato le entità o meglio i contenuti degli atti presi a base dell’accertamento.

A fronte della motivazione e degli elementi esposti nell’avviso di accertamento ex art. 38 –comma I- del D.P.R. 600/73, l’inversione dell’onere della prova rimane in capo al contribuente l’obbligo di dimostrare la correttezza fiscale o meno delle operazioni.

Questo Collegio giudicante, considerate le eccezioni esposte in fatto e tutti i dati e gli elementi posti a base dell’accertamento rileva che si tratta di accertamento sintetico tratto da redditi diversi, da redditizi capitale e da redditi di impresa e le spese effettuate dal contribuente in un determinato anno sono imputabili a redditi conseguiti in anni precedenti per il principio della cosiddetta quota risparmio (Cass. Sent.n. 14093 del 18 giugno 2007).

La S.C. di Cassazione SS.UU. con sentenza n. 26635 del 18 dicembre 2009 ha anche ha ribadito:

  1. il rispetto del principio della capacità contributiva in tema di accertamento tributario con indici, parametri, studi di settore ed altro;

  2. la legittimità del ricorso alla procedura di accertamento tributario standardizzato mediante indici, parametri, studi di settore ed altro che costituiscono un sistema di presunzioni semplici la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standard” in se considerati, ma nasce solo in esito al contraddittorio, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.

Dalla giurisprudenza si deduce, quindi, che nel crogiuolo dell’accertamento, o meglio nel “recipiente dove si forgia il risultato finale dell’accertamento ” devono esserci:

  • gli elementi certi e precisi della capacità di spesa e/o dell’incremento patrimoniale per giungere dal fatto noto al fatto ignoto (reddito);

  • l’inerenza e la coerenza soggettiva a quella oggettiva;

  • le prove sulla provenienza lecita delle fonti finanziarie

  • il contraddittorio con il contribuente per le effettive capacità finanziarie, economiche e reddituali;

Ciò esposto e premesso, nel caso in esame, l’Agenzia delle Entrate non ha attuato in modo regolare il contraddittorio per ogni operazione rilevata e non ha considerato le cosiddette “quote risparmio” degli anni precedenti l’accertamento; mentre al contrario il ricorrente non ha dato con trasparenza piena prova sulla coerenza e sull’inerenza delle fonti finanziarie per gli acquisti effettuati.

Per quanto riguarda la disponibilità liquida, la parte ricorrente non presenta dati certi e precisi sostenendo di aver avuto “almeno” € 400.000,00 senza fare distinzione tra quella a disposizione personale e quella di impresa ; mentre per gli autoveicoli disponibili bisogna considerare la quota del 50% per quello utilizzato per usi professionali.

Trattandosi di reddito sintetico, non considerando il risultato economico dell’attività di impresa e computando la disponibilità liquida effettiva, di fatto la situazione è la seguente:

omissis

Si deduce che, in assenza di netta distinzione di dati personali da quelli di impresa, per conglobazione tra redditi di impresa e redditi diversi, poiché quelli da capitali sono tassati (di solito) alla fonte e/o assoggettati a ritenute alla fonte, il reddito totale imponibile risulta € 64.846,75 nel rispetto delle disposizioni dell’art. 38 D.P.R. 600/72 proprio perché

Ne consegue che l’accertamento posto in essere va annullato e per il reddito rideterminato l’Ente impositore dovrà riliquidate le imposte ed irrogare le sanzioni al minimo.

Per le omissioni delle parti e per gli evidenti errori sulla determinazione del risultato finale, sussistono i motivi perché le spese di giudizio vengano compensate tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, determina il reddito imponibile di € 64.846,75 (sessantaquattromila- ottocentoquarantasei/75); manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte applicando le sanzioni al minimo. Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Catania il 19 luglio 2011

IL RELATORE         IL PRESIDENTE

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Accertamento e presunzioni (Sent. N° 771-08-11)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE

DI CATANIA SEZIONE OTTAVA

SENTENZA N° 771-08-11

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: il 12 -07-11

Dott. ************à Presidente relatore

Dott. *************************************************

Dott. ********************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

Zappalà

sul ricorso n. 15947/09 R.G.R. introdotto da

***

Contro***

Avverso l’avviso di accertamento n. RJ806A101291 per IVA, anno d’imposta 2005, notificato il 21 settembre 2009.

Omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso contro l’avviso di accertamento, va parzialmente accolto, non risultando provato l’interesse sottostante per le operazioni ritenute inesistenti e/o fittizie e l’affectio societatis tra persone fisiche e soggetti con personalità giuridica. Vanno assoggettati ad IVA le spese effettuate in nome e per conto non debitamente documentate.

Le eccezioni sulla carenza di motivazione e/o contraddittorietà della stessa vanno rigettate perché l’avviso di accertamento espone in modo dettagliato varie ragioni che provano le presunzioni dei verificatori e fatti propri dall’Ente impositore, facendo pieno riferimento ai processi verbali di constatazione, già conosciuti ed in possesso della ricorrente. Per costante giurisprudenza la motivazione può anche essere succinta purché, come nel caso in esame, la parte ricorrente possa esercitare il diritto di difesa mettendo in discussione ogni punto dell’atto impositivo in relazione alle norme applicate per la verifica ed a quelle per porre in essere l’atto impositivo, oggetto di impugnazione. In conclusione le eccezioni sulla carenza di motivazione e/o contraddittorietà della stessa nell’atto impositivo vanno rigettate per sussistenza della stessa supportata da dati ed elementi individuati, analizzati ed contestati per far valere in sede contenziosa i diritti di causa.

Questo Collegio, preliminarmente, osserva che l’iniziativa economica privata è libera, ex art. 41 della Costituzione, per cui qualsiasi operazione può essere attuata e svolgersi in qualunque modo e termine purchè non sia contrasto con l’utilità sociale e non rechi danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. In poche parole, l’economia privata è libera e non può essere solo attuata, per metafora, sul fatto che 2+ 2 risulta 4, ma anche quando 2+2 risulta 3 con una perdita e/o con una insussistenza, oppure quando risulta 5 con un utile e/o con una sopravvenienza in quanto le operazioni finanziarie ed economiche si intrecciano, a volte con intensità e con precisi scopi per raggiungere gli scopi prefissati. Un operazione non può essere considerata fittizia o insussistente per il semplice fatto che una persona fisica è l’unico titolare delle quote di una società di capitali avente personalità giuridica per la soggettività giuridica ed economica con autonomia patrimoniale. Una società di capitali non è di interesse personale, ma sociale in quanto attorno ad essa vi sono i soci forti e deboli, clienti, fornitori, banche, dipendenti, quest’ultimi, pur essendo di fatto soci deboli, importantissimi per la vita aziendale. La società di capitale a socio unico, sussistendo determinati requisiti, è regolarmente riconosciuta dalla legge italiana poiché può sussistere un unico azionista ai sensi dell’ art. 2.362 del C.C.

Nel caso in esame, le varie operazioni, attuate e poste in essere dalla società di capitali, quale soggetto giuridico ed economico con personalità giuridica riconosciuta come tale ai sensi degli artt. 2325 e seguenti del C.C., risultano regolari, lecite e possibili perché, nel rispetto del proprio oggetto sociale, hanno attuato iniziative economiche ammissibili senza danno alla sicurezza,alla libertà, alla dignità umana non essendo accettabili le presunzioni quando sussistono fatti e atti noti supportati da documenti validi.

L’assunto dell’accertamento risulta illogico e basato solo sulla fantasia della presunzione che, secondo questo Collegio giudicante, non tiene conto della personalità giuridica e fisica dei soggetti, dell’autonomia dei soggetti, delle libere scelte operative – non condizionate da alcuna norma giuridica e legislativa e/o da vincoli contrattuali – delle libere scelte finanziarie, delle libere scelte economiche, quest’ultime diverse da quelle finanziarie e/o primarie e/o numerarie perché sono sempre operazioni derivate da un fatto, che può non esistere dando origine alle parti insussistenze attiva e/o passive oppure nei casi imprevedibili sopravvenienze attive e/o passive.

Considerando la documentazione prodotta e il contenuto del processo verbale di constatazione, si deduce che :

1) L’inesistenza soggettiva si ha quando la fattura o il documento si riferiscono a soggetti diversi da quelli effettivi, mentre, nel caso in esame, i soggetti delle operazioni sono quelli effettivi quali la Evirfin S.p.A. e le altre società;

2) L’inesistenza oggettiva si ha quando le operazioni esposte nelle fatture o nei documenti risultano non realmente effettuate in tutto ( inesistenza oggettiva assoluta o falsa fatturazione) o in parte ( inesistenza oggettiva relativa o sovrafatturazione quantitativa), mentre, nel caso in esame, oggettivamente le operazioni sono reali per i rapporti tra l’*** e le altre società, supportate dal contratto di locazione finanziaria stipulato con la ***..

3) Il mendacio e/o la falsità si ha quando è attinente alla qualificazione giuridica di una operazione (specialmente nei casi di simulazione e/o dissimulazione di contratti), mentre, nel caso in esame, i contratti stipulati tra le società , inerentemente e coerentemente, si riferiscono a preliminari di compravendita, alla compravendita di un immobile, alla locazione di un immobile, al leasing, con molta affinità nel caso in esame al lease-back, tutti supportati da documenti. La fatturazione per addebitamento dei canoni di locazione finanziaria in virtù di un contratto- convenzione, accettato dalle società di leasing il 12 luglio 2005, è regolare perché scaturisce da una cessione finanziaria.

Per meglio capire le varie operazioni, sulla base dei documenti prodotti dalle parti, delle fatture e del processo verbale di constatazione del 27 aprile 2009 , senza considerare quello redatto dalla Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate per omessa indicazione dell’anno, questo Collegio giudicante rileva, cronologicamente, i seguenti fatti:

Omissis

Nell’avviso di accertamento impugnato, dopo la descrizione dei fatti, a pagina 4 di 13 risulta quanto segue:

Omissis

Quanto sopra potrebbe essere condiviso da questo Collegio giudicante se l’Agenzia delle Entrate avesse messo in evidenza e avesse provato l’interesse sottostante le operazioni poste in essere e l’affectio societatis, anche con esclusività, tra persone fisiche e soggetti giuridici per poter presumere gli indebiti vantaggi fiscali a favore di una parte mediante l’amministrazione e/o la titolarità di quote sociali in una società di capitali. In dottrina si è evidenziato che l’affectio societatis è certamente ravvisabile nelle ipotesi in cui la condotta del soggetto integri un contributo (sia pure minimo) all’ente associativo, abbia carattere continuativo e risponda prevalentemente agli interessi sottostanti. ( Cass. Sent.881/1999 ed altre).

L’assunto risulta illogico e del tutto privo di ogni osservanza giuridica civile poiché la legge italiana ammette l’unico azionista in una società di capitali e la partecipazione di società in altre società, per cui può sussistere la società madre e quella figlia, o meglio le società capogruppo, collegate, controllate ecc,; tutti principi contemplati dal diritto societario che, nell’accertamento impugnato, non risultano accennati e presi in considerazione per dimostrare il risultato finale dell’accertamento attraverso le presunzioni e i fatti astratti.

Non può sussistere in una società di capitali unipersonale e/o con un unico azionista un solo soggetto economico e/o di comodo che ne trae i benefici fiscali in sostituzione della società stessa nella quale possiede il pacchetto azionario, in quanto la società per azioni è sempre un soggetto autonomo con vari rapporti sociali rispetto alla persona fisica.

L’accertamento è stato posto in essere sulla presunzione solo per i legami tra società che spesso vengono modificati proprio perché le scelte economiche sono libere e non condizionate, sussistendo solo l’obbligo del rispetto delle leggi senza recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana perché prevale l’utilità sociale ( art. 41 Cost:9 Ogni soggetto societario è autonomo e le inadempienze e/o le scelte errate dello stesso non possono essere addebitate ad altro soggetto.

Questo Collegio giudicante condivide le conclusioni della consulenza tecnica asseverata dal dott. ^^^, dalle quali risulta:

Omissis

La Commissione, pertanto, esclude l’insussistenza e/o la fittizietà delle operazioni contestata alla ricorrente *** S.p.A. che, nel rispetto del proprio oggetto sociale nell’ambito finanziario, è stata coinvolta per maggiore credibilità e garanzie rispetto alla *** s.r.l. con la quale ha solo stipulato i contratti:

  1. subentro nel preliminare di acquisto dell’immobile in Milano per poi stipulare il contratto di leasing con la ***;

  1. cessione del contratto di leasing del 29 dicembre 2004 con il consenso della *** dalla quale scaturiscono tutte le fatture di addebito dei canoni leasing e riaddebito dei canoni di locazione.

Coerenti e inerenti risultano le operazioni dell’*** S.p.A. rispetto all’oggetto sociale esposto nello statuto sociale.

In conclusione, le presunzioni dell’Agenzia delle Entrate risultano alquanto astratte, prive di inerenza per cui il recupero dell’IVA di € 162.427,00 è infondato, mentre quello relativo alle spese effettuate in nome e per conto di € 8.674,00 sussiste sulla base dell’imponibile di € 43.373,65, in quanto la parte non ha provato il contrario con idonea documentazione. L’art. 15 del DPR 633/72 consente l’inapplicazione dell’IVA per le spese, effettuate in nome e per conto, solo quando risultano da idonea documentazione intestata al soggetto IVA nella quale appare solo l’aspetto finanziario per il soggetto che ha eseguito il pagamento sempre in nome e per conto altrui.

L’accertamento, pertanto, va parzialmente accolto in quanto è dovuta solo l’IVA di € 8.674,00, oltre accessori per interessi e sanzioni da applicare al minimo.

Per la peculiarità della controversia, le spese di giudizio vanno compensate tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, dichiara dovuta l’IVA di € 8.674,00 oltre interessi e sanzioni al minimo e accoglie nel resto.

Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Catania il 12 luglio 2011

IL PRESIDENTE           RELATORE

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Avviso di accertamento e carenza di motivazione (Sent. N. 366-3-12)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Dott. ************à Presidente

Dott. **************************************** relatore

Dott. *****************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

_____________

sul ricorso n. 38/10 R.G.R. introdotto da***

Contro***

Ufficio di Enna.

Avverso

l’avviso di accertamento n. TYU01T200425/2009 per IVA, IRPEF ed IRAP, anno d’imposta 2004, notificato in data 19 novembre 2009.

Omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso va accolto parzialmente perché l’accertamento, posto in essere con confusione di dati di impresa e di carattere personale, non risulta legittimo e fondato in relazione a tutti dati bancari tratti da conti correnti bancari utilizzati.

L’eccezione sulla carenza di motivazione va rigettata perché nell’avviso di accertamento risultano indicate le ragioni che hanno indotto l’Amministrazione Finanziaria ad emettere l’atto impositivo e la giustificazione delle ragioni fa pieno riferimento a quanto esaminato in sede amministrativa con conseguenti incontri sul contraddittorio. Per costante giurisprudenza anche la motivazione succinta è ritenuta sufficiente purché, come nel caso in esame, il ricorrente possa esercitare il diritto di difesa mettendo in discussione ogni punto dell’atto impositivo in relazione alle norme applicate per la verifica ed a quelle per porre in essere l’atto impositivo, oggetto di impugnazione. Anche l’avviso di accertamento motivato “per relationem”, che realizza una economia di scrittura, è valido ma a condizione che contenga un rinvio ad atti o documenti conosciuti o conoscibili da parte del contribuente (S.C.Cass. sent.13321/2011-16108/2011). In conclusione l’eccezione sulla carenza di motivazione nell’atto impositivo va rigettata per sussistenza della stessa supportata da dati ed elementi individuati, analizzati ed contestati per far valere in sede contenziosa i diritti di causa.

La Commissione, preliminarmente, osserva che sia durante la verifica e sia dopo nella fase di accertamento, non risulta redatto un apposito verbale sul contraddittorio in seguito all’invito al ricorrente data 8 settembre 2008 con il quale l’Ufficio di Enna ha chiamato il signor *** ad esibire la documentazione contabile per giustificare le movimentazioni bancarie relative ai conti correnti n. 449 e n. 2185 con il Banco di Sicilia. Il contraddittorio si configura, in via di principio, come un passaggio opportuno per provocare la partecipazione del contribuente, finalizzata a consentire un esercizio anticipato del suo diritto di difesa, potendo lo stesso fornire già in sede amministrativa e pre-contenziosa la prova contraria, rispondente a esigenze di economia processuale, al fine di evitare l’emissione di avvisi di accertamento che potrebbero risultare immediatamente infondati alla luce delle prove concrete. In altri termini, il contribuente sottoposto a controllo potrà, in sede pre-contenziosa o meno, fornire, a seconda dei diversi ambiti impositivi:

– la dimostrazione circa l’irrilevanza ai fini impositivi dei movimenti finanziari acquisiti o rilevati;

– l’indicazione dei soggetti effettivamente beneficiari dei prelevamenti;

– l’annotazione dei predetti movimenti nelle scritture contabili o in dichiarazione, ai fini della determinazione del reddito;

in definitiva, l’indicazione di qualsivoglia ulteriore chiarimento ritenuto necessario dall’ufficio procedente per la valorizzazione dei dati e delle informazioni ai fini della loro presuntiva utilizzazione in sede di accertamento. L’ente impositore, per porre in essere un accertamento sui movimenti bancari, sulla base delle elementari tecniche ragionieristiche, deve però appurare:

– Gli apporti finanziari in conto capitale (capitale di rischio) oppure in conto finanziamenti (costituzione di crediti);

– I finanziamenti propri e di terzi;

– Le entrate finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate, compresi i ratei attivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– Le uscite finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate compresi i ratei passivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– I costi o gli acquisti e gli investimenti quali variazioni economiche derivate da quelle finanziarie, non sempre coincidenti nella effettiva entità , compresi i risconti negativi (costi rinviati nell’anno di competenza);

– I ricavi o le vendite o gli investimenti quali variazioni economiche che originano quelle finanziarie non sempre coincidenti nella effettiva entità compresi i ricavi positivi (ricavi rinviati nell’anno di competenza);

– La competenza di imputazione dei costi e dei ricavi in un esercizio in modo distinto negli aspetti civili e tributari;

– La competenza per cassa o per esercizio dovendo distinguere le manifestazioni finanziarie ed economiche immediate da quelle mediate;

In sintesi in una impresa si ha il seguente circuito:

– costituzione, con finanziamenti propri e di terzi in conto capitale o in conto finanziamento che consentono di avere:

– Le ENTRATE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate ( titoli di credito o altro);

Dette entrate consentono di eseguire

– Le USCITE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate (titoli di credito, dichiarazioni di debito o altro);

le uscite, specialmente quelle assimilate, consentono di attuare

– I COSTI e/o gli investimenti e/o gli acquisti che non sempre coincidono con le uscite

I costi, dopo la trasformazione nel tempo e nello spazio e/o tecnica sempre nel tempo e nello spazio, consentono di realizzare

– I RICAVI o i disinvestimenti o le vendite che non sempre coincidono con le entrate

Quanto esposto è necessario osservarlo perché i vari movimenti bancari possano costituire valido supporto agli acquisti e alle vendite in materia valore aggiunto, ex D.P.R. 633/72, e ai costi e ricavi in materia di reddito di impresa e/o di risultato economico, ex D.P.R. 917/86 e D.P.R. 600/73.

L’art. 32 del dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette e l’art. 51 del dpr 633/72 ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, entrambi sui soli poteri degli Uffici, contengono precise disposizioni per l’acquisizione degli elementi di informazione e prova amministrativa ai fini degli accertamenti regolati dagli artt. 38- 39-40 41 e 41 bis del DPR 600/73 e degli artt- 54 e 55 del DPR 633/72, rispettivamente per l’imposizione diretta e per l’IVA. I citati artt. 32 per l’accertamento sui redditi e 51 per l’IVA dispongono che gli Uffici “possono …….” per procedere con le modalità previste all’acquisizione dei dati previa redazione di apposito verbale del quale la parte ha diritto di avere copia. Queste modalità sono attribuite specificatamente dalle norme legislative agli Uffici e non agli organi ispettivi, alternativi e verificatori che hanno solo il dovere di rilevare in modo completo dati ed elementi sempre con regolari autorizzazione e senza sconfinamenti nelle domiciliazioni.

Inoltre, le leggi in materia di imposte dirette e di IVA prevedono espressamente che gli Uffici possono porre a base degli accertamenti i dati risultati dai conti bancari solo quando la parte verificata non dia dimostrazioni contrarie, sancendo un preciso onere che è quello di convocare personalmente la parte stessa, garantendo sempre il diritto di difesa ( S.C. Cass. 18421/2005).

Comunque per gli accertamenti basati sui conti bancari necessita, anche se non è obbligatorio nella fase pre- contenziosa, il contraddittorio dettagliato per ogni movimento e/o operazione durante la verifica per poi poter usare il risultato ai fini dell’accertamento avente carattere di specialità che consiste nel fatto che, sui singoli versamenti e prelevamenti, la legge radica presunzioni di ricavi alquanto gravosi se si considera la globalità.

I dati bancari sono semplici presunzioni suscettibili di assumere il ruolo della certezza, gravità e precisione solo mediante un logico, deduttivo e provocato abbinamento con altrettanti fatti e atti contestati, poiché, secondo le normali tecniche ragionieristiche, ad ogni operazione finanziaria deve corrispondere quella economica in senso lato con una precisa distinzione dei fatti contabili che possono essere permutativi, compensativi, remunerativi, incrementativi, decrementativi e produttori o meno di ricchezza reddituale che, in assenza di utilizzazione, ogni prelievo oppure ogni investimento diviene ricchezza patrimoniale.

In mancanza di tali requisiti i dati bancari non supportano mai un accertamento.

Nell’ambito del potere di accertamento di una eventuale evasione di imposte, attraverso l’esame dei movimenti di denaro registrati in documenti bancari, acquisiti anche nel corso di verifica, la normativa vigente consente all’Ufficio di utilizzare le risultanze dei conti bancari formalmente intestati al soggetto verificato, spettando a quest’ultimo l’onere di dimostrare la non riferibilità degli accrediti a corrispettivi professionali; mentre, viceversa, nell’ipotesi di conti non intestati solo al soggetto verificato, come nel caso in esame, l’Ufficio, che voglia utilizzare dette risultanze ai fini accertatori, ha il preventivo onere di dimostrare il collegamento delle stesse con le operazioni attribuibili al soggetto verificato.

Ora, la parte ricorrente dichiara di aver fornito tutti i dati in seguito all’invito dell’8 settembre 2008 tutti i chiarimenti ed i documenti di supporto ai movimenti bancari nei due conti correnti sopracitati e questo Collegio giudicante dall’esame dell’avviso di accertamento rileva:

Omissis

Le operazioni di addebito con l’indicazione del fornitore di € 97.167,00 – per il pagamento dei salari di € 19.438,00 e dei titoli di € 92.000,00 vanno escluse sia in relazione all’entità delle entrate con iva di € 379.975,00 e uscite con iva di € 207.735,00, oltre i costi non *** quali quelli del personale dipendente, e sia per la reale giustificazione degli assegni emessi a favore di precisi soggetti per acquisti. In merito agli acquisti l’Ente impositore doveva eseguire la verifica in relazioni di tutti gli acquisti effettuati nell’anno da ogni singolo soggetto.

Le operazioni di accredito con l’indicazione degli stipendi del figlio e dei titoli rimborsati vanno anche escluse perché risultano giustificate. L’Ente impositore per escluderle doveva eseguire la verifica presso gli stessi soggetti.

Per quanto riguarda invece le operazioni per spese personali di € 8.991,14 – per cassa, di apprezzabile entità, di € 40.680,00 e la differenza titoli di € 5.013,48 oltre quelle non giustificate di € 210,00+ 630,00+ +404,00 +519,45 che ammontano complessivamente a € 56.448,07 e considerando in detrazione il reddito di impresa di € 26.092,00, non avendo una precisa giustificazione, costituiscono costi non giustificati e non detraibili ai sensi dell’art. 109 del TUIR DPR 917/86.

Di conseguenza, dall’indagine sui conti bancari, le operazioni non giustificate ammontano effettivamente a € 30.536,07 (oper. n. g. € 56.448,07- utile € 26.092,00) e le stesse costituiscono riprese fiscali imponibili ai soli fini del reddito di impresa con la conseguenza che il ricorso va parzialmente accolto. Dette riprese non possono essere tassate ai fini IVA perché non rilevano precisi acquisti e vendite per cui il tecnicismo della “detrazione di imposta da imposta” non è ammissibile. Non è neanche determinabile con dette riprese il valore della produzione IRAP per l’insussistenza di precisi costi e ricavi.

In conclusione, l’accertamento va annullato per l’IVA e l’IRAP e la ripresa fiscale tassabile ai soli fini delle imposte dirette , in aggiunta al reddito di impresa, è € 30.356,07 e l’Agenzia delle Entrate dovrà riliquidare le imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Per la peculiarità della controversia, le spese di giudizio restano a carico delle parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, annulla l’accertamento per l’IVA e l’IRAP e determina la ripresa fiscale di € 30.356,07, tassabile ai soli fini delle imposte dirette in aggiunta al reddito di impresa dichiarato; manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Enna il 25 maggio 2011

IL RELATORE        IL PRESIDENTE

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Accertamento e carenza di motivazione (Sent. N. 366-3-12)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE

DI ENNA SEZIONE TERZA

SENTENZA N° 366-3-12

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: IL 25.5.2011

Dott. ************à Presidente

Dott. **************************************** relatore

Dott. *****************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

_____________

sul ricorso n. 38/10 R.G.R. introdotto da***

Contro***

Avverso

l’avviso di accertamento n. TYU01T200425/2009 per IVA, IRPEF ed IRAP, anno d’imposta 2004, notificato in data 19 novembre 2009.

omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso va accolto parzialmente perché l’accertamento, posto in essere con confusione di dati di impresa e di carattere personale, non risulta legittimo e fondato in relazione a tutti dati bancari tratti da conti correnti bancari utilizzati.

L’eccezione sulla carenza di motivazione va rigettata perché nell’avviso di accertamento risultano indicate le ragioni che hanno indotto l’Amministrazione Finanziaria ad emettere l’atto impositivo e la giustificazione delle ragioni fa pieno riferimento a quanto esaminato in sede amministrativa con conseguenti incontri sul contraddittorio. Per costante giurisprudenza anche la motivazione succinta è ritenuta sufficiente purché, come nel caso in esame, il ricorrente possa esercitare il diritto di difesa mettendo in discussione ogni punto dell’atto impositivo in relazione alle norme applicate per la verifica ed a quelle per porre in essere l’atto impositivo, oggetto di impugnazione. Anche l’avviso di accertamento motivato “per relationem”, che realizza una economia di scrittura, è valido ma a condizione che contenga un rinvio ad atti o documenti conosciuti o conoscibili da parte del contribuente (S.C.Cass. sent.13321/2011-16108/2011). In conclusione l’eccezione sulla carenza di motivazione nell’atto impositivo va rigettata per sussistenza della stessa supportata da dati ed elementi individuati, analizzati ed contestati per far valere in sede contenziosa i diritti di causa.

La Commissione, preliminarmente, osserva che sia durante la verifica e sia dopo nella fase di accertamento, non risulta redatto un apposito verbale sul contraddittorio in seguito all’invito al ricorrente data 8 settembre 2008 con il quale l’Ufficio di Enna ha chiamato il signor Saddemi Biagio ad esibire la documentazione contabile per giustificare le movimentazioni bancarie relative ai conti correnti n. 449 e n. 2185 con il Banco di Sicilia. Il contraddittorio si configura, in via di principio, come un passaggio opportuno per provocare la partecipazione del contribuente, finalizzata a consentire un esercizio anticipato del suo diritto di difesa, potendo lo stesso fornire già in sede amministrativa e pre-contenziosa la prova contraria, rispondente a esigenze di economia processuale, al fine di evitare l’emissione di avvisi di accertamento che potrebbero risultare immediatamente infondati alla luce delle prove concrete. In altri termini, il contribuente sottoposto a controllo potrà, in sede pre-contenziosa o meno, fornire, a seconda dei diversi ambiti impositivi:

– la dimostrazione circa l’irrilevanza ai fini impositivi dei movimenti finanziari acquisiti o rilevati;

– l’indicazione dei soggetti effettivamente beneficiari dei prelevamenti;

– l’annotazione dei predetti movimenti nelle scritture contabili o in dichiarazione, ai fini della determinazione del reddito;

in definitiva, l’indicazione di qualsivoglia ulteriore chiarimento ritenuto necessario dall’ufficio procedente per la valorizzazione dei dati e delle informazioni ai fini della loro presuntiva utilizzazione in sede di accertamento. L’ente impositore, per porre in essere un accertamento sui movimenti bancari, sulla base delle elementari tecniche ragionieristiche, deve però appurare:

– Gli apporti finanziari in conto capitale (capitale di rischio) oppure in conto finanziamenti (costituzione di crediti);

– I finanziamenti propri e di terzi;

– Le entrate finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate, compresi i ratei attivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– Le uscite finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate compresi i ratei passivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– I costi o gli acquisti e gli investimenti quali variazioni economiche derivate da quelle finanziarie, non sempre coincidenti nella effettiva entità , compresi i risconti negativi (costi rinviati nell’anno di competenza);

– I ricavi o le vendite o gli investimenti quali variazioni economiche che originano quelle finanziarie non sempre coincidenti nella effettiva entità compresi i ricavi positivi (ricavi rinviati nell’anno di competenza);

– La competenza di imputazione dei costi e dei ricavi in un esercizio in modo distinto negli aspetti civili e tributari;

– La competenza per cassa o per esercizio dovendo distinguere le manifestazioni finanziarie ed economiche immediate da quelle mediate;

In sintesi in una impresa si ha il seguente circuito:

– costituzione, con finanziamenti propri e di terzi in conto capitale o in conto finanziamento che consentono di avere:

– Le ENTRATE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate ( titoli di credito o altro);

Dette entrate consentono di eseguire

– Le USCITE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate (titoli di credito, dichiarazioni di debito o altro);

le uscite, specialmente quelle assimilate, consentono di attuare

– I COSTI e/o gli investimenti e/o gli acquisti che non sempre coincidono con le uscite

I costi, dopo la trasformazione nel tempo e nello spazio e/o tecnica sempre nel tempo e nello spazio, consentono di realizzare

– I RICAVI o i disinvestimenti o le vendite che non sempre coincidono con le entrate

Quanto esposto è necessario osservarlo perché i vari movimenti bancari possano costituire valido supporto agli acquisti e alle vendite in materia valore aggiunto, ex D.P.R. 633/72, e ai costi e ricavi in materia di reddito di impresa e/o di risultato economico, ex D.P.R. 917/86 e D.P.R. 600/73.

L’art. 32 del dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette e l’art. 51 del dpr 633/72 ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, entrambi sui soli poteri degli Uffici, contengono precise disposizioni per l’acquisizione degli elementi di informazione e prova amministrativa ai fini degli accertamenti regolati dagli artt. 38- 39-40 41 e 41 bis del DPR 600/73 e degli artt- 54 e 55 del DPR 633/72, rispettivamente per l’imposizione diretta e per l’IVA. I citati artt. 32 per l’accertamento sui redditi e 51 per l’IVA dispongono che gli Uffici “possono …….” per procedere con le modalità previste all’acquisizione dei dati previa redazione di apposito verbale del quale la parte ha diritto di avere copia. Queste modalità sono attribuite specificatamente dalle norme legislative agli Uffici e non agli organi ispettivi, alternativi e verificatori che hanno solo il dovere di rilevare in modo completo dati ed elementi sempre con regolari autorizzazione e senza sconfinamenti nelle domiciliazioni.

Inoltre, le leggi in materia di imposte dirette e di IVA prevedono espressamente che gli Uffici possono porre a base degli accertamenti i dati risultati dai conti bancari solo quando la parte verificata non dia dimostrazioni contrarie, sancendo un preciso onere che è quello di convocare personalmente la parte stessa, garantendo sempre il diritto di difesa ( S.C. Cass. 18421/2005).

Comunque per gli accertamenti basati sui conti bancari necessita, anche se non è obbligatorio nella fase pre- contenziosa, il contraddittorio dettagliato per ogni movimento e/o operazione durante la verifica per poi poter usare il risultato ai fini dell’accertamento avente carattere di specialità che consiste nel fatto che, sui singoli versamenti e prelevamenti, la legge radica presunzioni di ricavi alquanto gravosi se si considera la globalità.

I dati bancari sono semplici presunzioni suscettibili di assumere il ruolo della certezza, gravità e precisione solo mediante un logico, deduttivo e provocato abbinamento con altrettanti fatti e atti contestati, poiché, secondo le normali tecniche ragionieristiche, ad ogni operazione finanziaria deve corrispondere quella economica in senso lato con una precisa distinzione dei fatti contabili che possono essere permutativi, compensativi, remunerativi, incrementativi, decrementativi e produttori o meno di ricchezza reddituale che, in assenza di utilizzazione, ogni prelievo oppure ogni investimento diviene ricchezza patrimoniale.

In mancanza di tali requisiti i dati bancari non supportano mai un accertamento.

Nell’ambito del potere di accertamento di una eventuale evasione di imposte, attraverso l’esame dei movimenti di denaro registrati in documenti bancari, acquisiti anche nel corso di verifica, la normativa vigente consente all’Ufficio di utilizzare le risultanze dei conti bancari formalmente intestati al soggetto verificato, spettando a quest’ultimo l’onere di dimostrare la non riferibilità degli accrediti a corrispettivi professionali; mentre, viceversa, nell’ipotesi di conti non intestati solo al soggetto verificato, come nel caso in esame, l’Ufficio, che voglia utilizzare dette risultanze ai fini accertatori, ha il preventivo onere di dimostrare il collegamento delle stesse con le operazioni attribuibili al soggetto verificato.

Ora, la parte ricorrente dichiara di aver fornito tutti i dati in seguito all’invito dell’8 settembre 2008 tutti i chiarimenti ed i documenti di supporto ai movimenti bancari nei due conti correnti sopracitati e questo Collegio giudicante dall’esame dell’avviso di accertamento rileva:

omissis

Le operazioni di addebito con l’indicazione del fornitore di € 97.167,00 – per il pagamento dei salari di € 19.438,00 e dei titoli di € 92.000,00 vanno escluse sia in relazione all’entità delle entrate con iva di € 379.975,00 e uscite con iva di € 207.735,00, oltre i costi non *** quali quelli del personale dipendente, e sia per la reale giustificazione degli assegni emessi a favore di precisi soggetti per acquisti. In merito agli acquisti l’Ente impositore doveva eseguire la verifica in relazioni di tutti gli acquisti effettuati nell’anno da ogni singolo soggetto.

Le operazioni di accredito con l’indicazione degli stipendi del figlio e dei titoli rimborsati vanno anche escluse perché risultano giustificate. L’Ente impositore per escluderle doveva eseguire la verifica presso gli stessi soggetti.

Per quanto riguarda invece le operazioni per spese personali di € 8.991,14 – per cassa, di apprezzabile entità, di € 40.680,00 e la differenza titoli di € 5.013,48 oltre quelle non giustificate di € 210,00+ 630,00+ +404,00 +519,45 che ammontano complessivamente a € 56.448,07 e considerando in detrazione il reddito di impresa di € 26.092,00, non avendo una precisa giustificazione, costituiscono costi non giustificati e non detraibili ai sensi dell’art. 109 del TUIR DPR 917/86.

Di conseguenza, dall’indagine sui conti bancari, le operazioni non giustificate ammontano effettivamente a € 30.536,07 (oper. n. g. € 56.448,07- utile € 26.092,00) e le stesse costituiscono riprese fiscali imponibili ai soli fini del reddito di impresa con la conseguenza che il ricorso va parzialmente accolto. Dette riprese non possono essere tassate ai fini IVA perché non rilevano precisi acquisti e vendite per cui il tecnicismo della “detrazione di imposta da imposta” non è ammissibile. Non è neanche determinabile con dette riprese il valore della produzione IRAP per l’insussistenza di precisi costi e ricavi.

In conclusione, l’accertamento va annullato per l’IVA e l’IRAP e la ripresa fiscale tassabile ai soli fini delle imposte dirette , in aggiunta al reddito di impresa, è € 30.356,07 e l’Agenzia delle Entrate dovrà riliquidare le imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Per la peculiarità della controversia, le spese di giudizio restano a carico delle parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, annulla l’accertamento per l’IVA e l’IRAP e determina la ripresa fiscale di € 30.356,07, tassabile ai soli fini delle imposte dirette in aggiunta al reddito di impresa dichiarato; manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Enna il 25 maggio 2011

IL RELATORE            IL PRESIDENTE

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La Commissione Tributaria Provinciale di Enna Sezione Terza Sent. N.366-3-12

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA COMMISSIONE TRIBUTARIA PROVINCIALE

DI ENNA SEZIONE TERZA

 

PRONUNCIATA

Riunita con l’intervento dei Signori: IL 25.5.2011

Dott. ************à Presidente

Dott. **************************************** relatore

Dott. *****************************************

DEPOSITATA

IN SEGRETERIA OGGI

ha emesso la seguente

SENTENZA

Il Segretario

_____________

sul ricorso n. 38/10 R.G.R. introdotto da***

Contro***

Avverso

l’avviso di accertamento n. TYU01T200425/2009 per IVA, IRPEF ed IRAP, anno d’imposta 2004, notificato in data 19 novembre 2009.

omissis

DIRITTO E OSSERVAZIONI

Il ricorso va accolto parzialmente perché l’accertamento, posto in essere con confusione di dati di impresa e di carattere personale, non risulta legittimo e fondato in relazione a tutti dati bancari tratti da conti correnti bancari utilizzati.

L’eccezione sulla carenza di motivazione va rigettata perché nell’avviso di accertamento risultano indicate le ragioni che hanno indotto l’Amministrazione Finanziaria ad emettere l’atto impositivo e la giustificazione delle ragioni fa pieno riferimento a quanto esaminato in sede amministrativa con conseguenti incontri sul contraddittorio. Per costante giurisprudenza anche la motivazione succinta è ritenuta sufficiente purché, come nel caso in esame, il ricorrente possa esercitare il diritto di difesa mettendo in discussione ogni punto dell’atto impositivo in relazione alle norme applicate per la verifica ed a quelle per porre in essere l’atto impositivo, oggetto di impugnazione. Anche l’avviso di accertamento motivato “per relationem”, che realizza una economia di scrittura, è valido ma a condizione che contenga un rinvio ad atti o documenti conosciuti o conoscibili da parte del contribuente (S.C.Cass. sent.13321/2011-16108/2011). In conclusione l’eccezione sulla carenza di motivazione nell’atto impositivo va rigettata per sussistenza della stessa supportata da dati ed elementi individuati, analizzati ed contestati per far valere in sede contenziosa i diritti di causa.

La Commissione, preliminarmente, osserva che sia durante la verifica e sia dopo nella fase di accertamento, non risulta redatto un apposito verbale sul contraddittorio in seguito all’invito al ricorrente data 8 settembre 2008 con il quale l’Ufficio di Enna ha chiamato il signor Saddemi Biagio ad esibire la documentazione contabile per giustificare le movimentazioni bancarie relative ai conti correnti n. 449 e n. 2185 con il Banco di Sicilia. Il contraddittorio si configura, in via di principio, come un passaggio opportuno per provocare la partecipazione del contribuente, finalizzata a consentire un esercizio anticipato del suo diritto di difesa, potendo lo stesso fornire già in sede amministrativa e pre-contenziosa la prova contraria, rispondente a esigenze di economia processuale, al fine di evitare l’emissione di avvisi di accertamento che potrebbero risultare immediatamente infondati alla luce delle prove concrete. In altri termini, il contribuente sottoposto a controllo potrà, in sede pre-contenziosa o meno, fornire, a seconda dei diversi ambiti impositivi:

– la dimostrazione circa l’irrilevanza ai fini impositivi dei movimenti finanziari acquisiti o rilevati;

– l’indicazione dei soggetti effettivamente beneficiari dei prelevamenti;

– l’annotazione dei predetti movimenti nelle scritture contabili o in dichiarazione, ai fini della determinazione del reddito;

in definitiva, l’indicazione di qualsivoglia ulteriore chiarimento ritenuto necessario dall’ufficio procedente per la valorizzazione dei dati e delle informazioni ai fini della loro presuntiva utilizzazione in sede di accertamento. L’ente impositore, per porre in essere un accertamento sui movimenti bancari, sulla base delle elementari tecniche ragionieristiche, deve però appurare:

– Gli apporti finanziari in conto capitale (capitale di rischio) oppure in conto finanziamenti (costituzione di crediti);

– I finanziamenti propri e di terzi;

– Le entrate finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate, compresi i ratei attivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– Le uscite finanziarie o numerarie certe presunte e assimilate compresi i ratei passivi (aspetto finanziario successivo all’anno della manifestazione mediata)

– I costi o gli acquisti e gli investimenti quali variazioni economiche derivate da quelle finanziarie, non sempre coincidenti nella effettiva entità , compresi i risconti negativi (costi rinviati nell’anno di competenza);

– I ricavi o le vendite o gli investimenti quali variazioni economiche che originano quelle finanziarie non sempre coincidenti nella effettiva entità compresi i ricavi positivi (ricavi rinviati nell’anno di competenza);

– La competenza di imputazione dei costi e dei ricavi in un esercizio in modo distinto negli aspetti civili e tributari;

– La competenza per cassa o per esercizio dovendo distinguere le manifestazioni finanziarie ed economiche immediate da quelle mediate;

In sintesi in una impresa si ha il seguente circuito:

– costituzione, con finanziamenti propri e di terzi in conto capitale o in conto finanziamento che consentono di avere:

– Le ENTRATE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate ( titoli di credito o altro);

Dette entrate consentono di eseguire

– Le USCITE finanziarie o numerarie certe (valori e denaro liquido in moneta di conto), presunte (valori diversi dalla moneta di conto) o assimilate (titoli di credito, dichiarazioni di debito o altro);

le uscite, specialmente quelle assimilate, consentono di attuare

– I COSTI e/o gli investimenti e/o gli acquisti che non sempre coincidono con le uscite

I costi, dopo la trasformazione nel tempo e nello spazio e/o tecnica sempre nel tempo e nello spazio, consentono di realizzare

– I RICAVI o i disinvestimenti o le vendite che non sempre coincidono con le entrate

Quanto esposto è necessario osservarlo perché i vari movimenti bancari possano costituire valido supporto agli acquisti e alle vendite in materia valore aggiunto, ex D.P.R. 633/72, e ai costi e ricavi in materia di reddito di impresa e/o di risultato economico, ex D.P.R. 917/86 e D.P.R. 600/73.

L’art. 32 del dpr 600/73 ai fini delle imposte dirette e l’art. 51 del dpr 633/72 ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, entrambi sui soli poteri degli Uffici, contengono precise disposizioni per l’acquisizione degli elementi di informazione e prova amministrativa ai fini degli accertamenti regolati dagli artt. 38- 39-40 41 e 41 bis del DPR 600/73 e degli artt- 54 e 55 del DPR 633/72, rispettivamente per l’imposizione diretta e per l’IVA. I citati artt. 32 per l’accertamento sui redditi e 51 per l’IVA dispongono che gli Uffici “possono …….” per procedere con le modalità previste all’acquisizione dei dati previa redazione di apposito verbale del quale la parte ha diritto di avere copia. Queste modalità sono attribuite specificatamente dalle norme legislative agli Uffici e non agli organi ispettivi, alternativi e verificatori che hanno solo il dovere di rilevare in modo completo dati ed elementi sempre con regolari autorizzazione e senza sconfinamenti nelle domiciliazioni.

Inoltre, le leggi in materia di imposte dirette e di IVA prevedono espressamente che gli Uffici possono porre a base degli accertamenti i dati risultati dai conti bancari solo quando la parte verificata non dia dimostrazioni contrarie, sancendo un preciso onere che è quello di convocare personalmente la parte stessa, garantendo sempre il diritto di difesa ( S.C. Cass. 18421/2005).

Comunque per gli accertamenti basati sui conti bancari necessita, anche se non è obbligatorio nella fase pre- contenziosa, il contraddittorio dettagliato per ogni movimento e/o operazione durante la verifica per poi poter usare il risultato ai fini dell’accertamento avente carattere di specialità che consiste nel fatto che, sui singoli versamenti e prelevamenti, la legge radica presunzioni di ricavi alquanto gravosi se si considera la globalità.

I dati bancari sono semplici presunzioni suscettibili di assumere il ruolo della certezza, gravità e precisione solo mediante un logico, deduttivo e provocato abbinamento con altrettanti fatti e atti contestati, poiché, secondo le normali tecniche ragionieristiche, ad ogni operazione finanziaria deve corrispondere quella economica in senso lato con una precisa distinzione dei fatti contabili che possono essere permutativi, compensativi, remunerativi, incrementativi, decrementativi e produttori o meno di ricchezza reddituale che, in assenza di utilizzazione, ogni prelievo oppure ogni investimento diviene ricchezza patrimoniale.

In mancanza di tali requisiti i dati bancari non supportano mai un accertamento.

Nell’ambito del potere di accertamento di una eventuale evasione di imposte, attraverso l’esame dei movimenti di denaro registrati in documenti bancari, acquisiti anche nel corso di verifica, la normativa vigente consente all’Ufficio di utilizzare le risultanze dei conti bancari formalmente intestati al soggetto verificato, spettando a quest’ultimo l’onere di dimostrare la non riferibilità degli accrediti a corrispettivi professionali; mentre, viceversa, nell’ipotesi di conti non intestati solo al soggetto verificato, come nel caso in esame, l’Ufficio, che voglia utilizzare dette risultanze ai fini accertatori, ha il preventivo onere di dimostrare il collegamento delle stesse con le operazioni attribuibili al soggetto verificato.

Ora, la parte ricorrente dichiara di aver fornito tutti i dati in seguito all’invito dell’8 settembre 2008 tutti i chiarimenti ed i documenti di supporto ai movimenti bancari nei due conti correnti sopracitati e questo Collegio giudicante dall’esame dell’avviso di accertamento rileva:

omissis

Le operazioni di addebito con l’indicazione del fornitore di € 97.167,00 – per il pagamento dei salari di € 19.438,00 e dei titoli di € 92.000,00 vanno escluse sia in relazione all’entità delle entrate con iva di € 379.975,00 e uscite con iva di € 207.735,00, oltre i costi non *** quali quelli del personale dipendente, e sia per la reale giustificazione degli assegni emessi a favore di precisi soggetti per acquisti. In merito agli acquisti l’Ente impositore doveva eseguire la verifica in relazioni di tutti gli acquisti effettuati nell’anno da ogni singolo soggetto.

Le operazioni di accredito con l’indicazione degli stipendi del figlio e dei titoli rimborsati vanno anche escluse perché risultano giustificate. L’Ente impositore per escluderle doveva eseguire la verifica presso gli stessi soggetti.

Per quanto riguarda invece le operazioni per spese personali di € 8.991,14 – per cassa, di apprezzabile entità, di € 40.680,00 e la differenza titoli di € 5.013,48 oltre quelle non giustificate di € 210,00+ 630,00+ +404,00 +519,45 che ammontano complessivamente a € 56.448,07 e considerando in detrazione il reddito di impresa di € 26.092,00, non avendo una precisa giustificazione, costituiscono costi non giustificati e non detraibili ai sensi dell’art. 109 del TUIR DPR 917/86.

Di conseguenza, dall’indagine sui conti bancari, le operazioni non giustificate ammontano effettivamente a € 30.536,07 (oper. n. g. € 56.448,07- utile € 26.092,00) e le stesse costituiscono riprese fiscali imponibili ai soli fini del reddito di impresa con la conseguenza che il ricorso va parzialmente accolto. Dette riprese non possono essere tassate ai fini IVA perché non rilevano precisi acquisti e vendite per cui il tecnicismo della “detrazione di imposta da imposta” non è ammissibile. Non è neanche determinabile con dette riprese il valore della produzione IRAP per l’insussistenza di precisi costi e ricavi.

In conclusione, l’accertamento va annullato per l’IVA e l’IRAP e la ripresa fiscale tassabile ai soli fini delle imposte dirette , in aggiunta al reddito di impresa, è € 30.356,07 e l’Agenzia delle Entrate dovrà riliquidare le imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Per la peculiarità della controversia, le spese di giudizio restano a carico delle parti.

PER QUESTI MOTIVI

La Commissione, in parziale accoglimento del ricorso, annulla l’accertamento per l’IVA e l’IRAP e determina la ripresa fiscale di € 30.356,07, tassabile ai soli fini delle imposte dirette in aggiunta al reddito di impresa dichiarato; manda all’Agenzia delle Entrate la riliquidazione delle imposte dirette applicando le sanzioni al minimo.

Compensa le spese di giudizio tra le parti.

Così deciso in camera di consiglio in Enna il 25 maggio 2011

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