Penale Archivi - Pagina 151 di 153

Penale

Responsabilità amministrativa degli enti: essenziale la chiara indicazione dei poteri del commissario giudiziale nella fase cautelare (Cass. pen. n. 43108/2011)

Redazione

Svolgimento del processo
1. – Con sentenza del 26 ottobre 2010 la Corte di Cassazione annullava con rinvio l’ordinanza del 19 maggio 2010 con cui il Tribunale di Enna aveva rigettato gli appelli cautelari proposti dal pubblico ministero contro i provvedimenti del G.i.p. di quello stesso Tribunale che aveva, da un lato, respinto la richiesta di applicazione nei confronti della società Ennaeuno, indagata per gli illeciti amministrativi di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, artt. 24 e 25 ter, della misura cautelare interdittiva prevista dall’art. 9, lett. d), D.Lgs. cit., eventualmente sostituta dalla nomina di un commissario giudiziale, dall’altro, revocato il sequestro preventivo funzionale alla confisca di somme di denaro o altra utilità della società indagata fino all’ammontare di Euro 8.915.010,08.

Secondo i giudici di merito nel caso di specie trovava applicazione la deroga contenuta nel D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 1, comma 3, che esclude dall’ambito della disciplina sulla responsabilità da reato lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli enti pubblici non economici e gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale, categoria quest’ultima in cui veniva fatta rientrare la Ennaeuno s.p.a., in quanto svolgente funzioni pubbliche proprie degli enti territoriali, a seguito del trasferimento da parte dei Comuni della Provincia di Enna delle competenze in materia di raccolta dei rifiuti.

La Cassazione ha, invece, ritenuto che la natura pubblicistica di un ente non è condizione sufficiente per l’esonero dalla disciplina di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, dovendo verificarsi anche l’ulteriore condizione dell’assenza di un’attività economica, condizione che non ricorreva nel caso in esame, dal momento che la società Ennaeuno svolgeva un’attività economica, nelle forme, peraltro, di una società per azioni.

2. – Con l’ordinanza in epigrafe, il Tribunale di Enna, in sede di rinvio, dopo aver preso atto della affermata natura di ente pubblico economico della società Ennaeuno e quindi della sua assoggettabilità alla disciplina della responsabilità da reato degli enti, ha accolto gli appelli del pubblico ministero e, conseguentemente, ha nominato un commissario giudiziale alla società D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 45, e ha disposto il sequestro di somme di denaro o di altra utilità fino alla concorrenza di Euro 8.915.010,08. 3. – Contro questa decisione ricorre la società indagata.

Con il primo motivo deduce la violazione del D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 1, comma 3, ribadendo che la Ennaeuno s.p.a., come tutte le società d’ambito, non esercita una funzione economica, ma svolge un servizio pubblico di rilevanza costituzionale che la caratterizza come un organismo pubblico sottratto alla disciplina della responsabilità da reato degli enti.

Con il secondo motivo lamenta la carenza dei presupposti per l’applicazione delle misure cautelari, mancando la prova in ordine alla configurabilità dei reati di cui all’art. 316 bis c.p., e art. 640 bis c.p., nonchè del reato di falso in bilancio.

Con il terzo motivo la ricorrente censura l’ordinanza per avere ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione degli illeciti, nonostante l’assemblea della società abbia provveduto a nominare un nuovo collegio di liquidazione, composto da soggetti del tutto estranei alla precedente gestione, con il mandato di dare attuazione alla nuova legge regionale per costituire la società per la regolamentazione del servizio di gestione dei rifiuti, peraltro ottemperando alla circolare assessoriale del 16.12.2010. Il nuovo modello organizzativo sarebbe per questo idoneo a prevenire la commissione di illeciti della stessa specie, con conseguente insussistenza delle esigenze cautelari.

Sotto un diverso profilo, si censura il provvedimento con cui il Tribunale ha nominato il commissario giudiziale, senza specificare i compiti e le modalità attraverso cui queste dovranno essere svolte.

In particolare, viene rilevato che la nomina del commissario ha come effetto quello di impedire che il nuovo collegio di liquidazione gestisca la fase di passaggio per la costituzione della nuova società, come prevede la L.R. n. 9 del 2010.

In data 2 settembre 2011 il difensore della società ha depositato una memoria, con allegata documentazione, insistendo sulla natura pubblica di rilievo costituzionale delle società d’ambito e, quindi, della EnnaEuno s.p.a..

Motivi della decisione
4. – Il primo motivo è inammissibile.

La società ricorrente contesta la ritenuta assoggettabilità alla disciplina del D.Lgs. n. 231 del 2001, insistendo sulla portata dell’art. 1, comma 3, D.Lgs. cit. che esclude dalla responsabilità da reato le società che svolgono un servizio pubblico di rilievo costituzionale, ritenendo di rientrare in tale categoria.

Tuttavia, sul punto è intervenuta la decisione della Corte di cassazione (Sez. 2^, 26 ottobre 2010, n. 234), che ha stabilito la piena applicabilità alla EnnaEuno s.p.a. della disciplina prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, in quanto l’esenzione cui si riferisce l’invocato art. 1, comma 3, cit. riguarda enti non solo pubblici, ma che svolgono funzioni non economiche, riconoscendo che la società in questione svolge una attività di impresa, che sebbene abbia ricadute indirette su beni costituzionalmente protetti, si caratterizza per un servizio impostato “su criteri di economicità”, che la fa rientrare a pieno titolo tra i soggetti cui si applica il Decreto n. 231. A questo principio di diritto si è dovuto attenere il Tribunale di Enna, quale giudice di rinvio, sicchè esso non può essere oggetto di nuova contestazione in questa sede.

5. – Del tutto infondato è il secondo motivo, con cui si assume la “mancanza di prova per la configurabilità dei reati” presupposti. Il ricorso, da un lato, sembra pretendere che per l’applicazione delle misure cautelari il giudice debba ricercare l’esistenza di vere “prove”, laddove anche nella disciplina prevista dal D.Lgs. n. 231 del 2001, sono richiesti solo i gravi indizi di colpevolezza, dall’altro, per dimostrare l’insussistenza dei reati svolge considerazioni di merito, attinenti al fatto e rivolte, infine, a censurare la ricostruzione degli “elementi probatori” fatta dai giudice, in questo modo deducendo, nella sostanza, un vizio di motivazione che, come è noto, non è ammesso nel ricorso per cassazione previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 52, comma 2. 6. – E’, invece, fondato il terzo motivo, limitatamente alle censure riguardanti la nomina del commissario giudiziale.

6.1. – Come è noto, il D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 45, comma 3, che disciplina l’istituto del commissario giudiziale nominato nella fase cautelare, richiama espressamente l’art. 15, D.Lgs. cit., norma generale a cui occorre necessariamente riferirsi. Tale norma configura il commissariamento giudiziale come una “misura sostitutiva delle sanzioni interdirti ve, diretta ad evitare che l’accertata responsabilità dell’ente si risolva in un pregiudizio per la collettività ogni qual volta la sanzione inflitta dal giudice incida sul servizio pubblico svolto dall’ente, provocandone l’interruzione, ovvero quando l’interruzione dell’attività dell’ente, sempre per effetto della sanzione interdittiva, provochi rilevanti ripercussioni sull’occupazione”. In altri termini, in presenza di queste distinte situazioni, potenzialmente produttive di conseguenze negative per il pubblico interesse, in luogo della sanzione interdittiva, idonea ad interrompere l’attività dell’ente, si prevede una sorta di “espropriazione temporanea” dei poteri direttivi e gestionali, che vengono assunti dal commissario nominato dal giudice, che assicura la prosecuzione dell’attività.

L’art. 15 comma 2 cit. prevede che il giudice indichi i compiti ed i poteri del commissario, nell’ambito dei quali rientra anche l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli di organizzazione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi, in quanto la sostituzione della sanzione si giustifica solo se la prosecuzione dell’attività avviene in una situazione di legalità organizzativa, che cioè non favorisca il rischio del ripetersi degli illeciti.

Questa disciplina trova applicazione anche nella fase cautelare, in cui però il provvedimento di nomina del commissario, a differenza del procedimento previsto dal disposto del D.Lgs. n. 231 del 2001, artt. 15 e 79, è contestuale alla verifica dei presupposti che giustificano la prosecuzione dell’attività dell’ente, sicchè è il giudice della cautela che, nello stesso provvedimento con cui dispone la prosecuzione, nomina anche il commissario.

Sicchè nella fase cautelare è particolarmente importante che il giudice indichi compiti e poteri del commissario, in quanto si tratterà di indicazioni funzionali non solo per la corretta gestione dell’ente in una fase delicata del procedimento, ma che “acquistano un rilievo particolare anche in relazione alla valutazione di adeguatezza della misura sostitutiva in questione, in quanto è imposto al giudice di tenere conto della specifica attività in cui è stato posto in essere l’illecito”.

Il Collegio condivide quanto sostenuto da questa stessa Sezione in una precedente decisione, in cui si è messo in evidenza come il riferimento alla “specifica attività” comporti il richiamo dei criteri posti dal D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 14, in materia di scelta delle sanzioni (Sez. 6^, 25 gennaio 2010, n. 20560, Ferrara s.n.c.). Nella sentenza citata è, infatti, precisato che attraverso l’art. 14 cit. il giudice è chiamato a tenere conto del principio della c.d. frazionabilità delle sanzioni interdittive, che “impone che tale tipologia sanzionatoria non operi in modo generalizzato e indiscriminato, ma si adatti, ove possibile, alla specifica attività dell’ente che è stata causa dell’illecito. Dinanzi alla forte invasività delle sanzioni interdittive nella vita dell’ente il legislatore ha voluto che il giudice tenesse conto della realtà organizzativa dell’ente sia per neutralizzare il luogo nel quale si è originato l’illecito, sia per applicare la sanzione valorizzandone l’adeguatezza e la proporzionalità, nel rispetto del criterio dell’edema ratio (così, Sez. 6^, 25 gennaio 2010, n. 20560, Ferrara s.n.c.).

6.2. – Nel caso in esame il Tribunale ha provveduto a nominare il commissario senza fornire alcuna ulteriore indicazione e omettendo ogni valutazione in ordine all’ambito applicativo della sanzione, seppure di natura sostitutiva.

La circostanza che il commissariamento della società sia stato deciso in sede di riesame non esime il Tribunale dal dovere di indicare i “compiti e i poteri” del commissario, tenendo conto anche della specifica attività svolta dall’ente e della situazione in cui si trovava il vertice della società. Resta fermo che la verifica dell’attuazione di tali compiti non potrà essere affidata al Tribunale del riesame, organo che è intervenuto a seguito dell’impugnazione cautelare, ma dovrà essere rimessa al giudice per le indagini preliminari al quale, in applicazione della noma generale di cui al D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 47, deve essere riconosciuta una competenza permanente in materia dei provvedimenti cautelari assunti nella fase delle indagini.

Per questi limitati fini deve essere annullata l’ordinanza impugnata, con rinvio degli atti al Tribunale di Enna, che dovrà conformarsi a quanto sopra stabilito.

6.3. – Per quanto riguarda l’ulteriore profilo contenuto nel motivo in esame, con cui si assume l’insussistenza del pericolo di reiterazione degli illeciti sul presupposto del rinnovato collegio di liquidazione, composto da persone estranee alla precedente gestione, si rileva che il Tribunale ha considerato questa circostanza come un “dato neutrale” rispetto alla valutazione delle esigenze cautelari, escludendo che in questo modo l’ente abbia eliminato le carenze organizzative, ritenendo quindi sussistente il rischio del verificarsi di illeciti della stessa specie. Si tratta di una valutazione di merito, che il giudice del rinvio ha fatto, peraltro uniformandosi a quanto sostenuto nella stessa sentenza della Cassazione, sicchè in questa sede non è possibile alcuna censura sul punto, sebbene non possa escludersi, in astratto, che la totale sostituzione dei vertici societari (c.d. disqualificatiori) possa rilevare ai fini della sussistenza delle esigenze cautelari, qualora sia indicativa della reale volontà dell’ente di riorganizzarsi in maniera virtuosa, adottando il modello secondo le indicazioni contenute nel D.Lgs. n. 231 del 2001, art. 6, comma 2.

P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente alla mancata definizione dei poteri del commissario giudiziale e rinvia per la deliberazione sul punto al Tribunale di Enna.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Immigrazione e permesso di soggiorno (Cons. di Stato N. 05863/2011)

Redazione

N. 05863/2011 REG.PROV.COLL.

N. 03865/2010 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 3865 del 2010, proposto da***

contro***

per la riforma

della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA: SEZIONE II QUA n. 12917/2009, resa tra le parti, concernente DINIEGO RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell’Interno e di Questura di Roma;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 8 luglio 2011 il Cons. ****************** e udito per la parte resistente l’avvocato dello Stato *********;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1. Il signor **************, cittadino del Bangladesh, ha impugnato innanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, il decreto del Questore di Roma del 16 ottobre 2006, con il quale è stata respinta l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno da lui presentata in data 14 dicembre 2003, richiamando una condanna riportata dal ricorrente, in data 3 novembre 2004, alla pena di anni 1 e mesi 8 di reclusione e € 500 di multa per il reato di rapina aggravata in concorso, con sentenza divenuta irrevocabile il 15 febbraio 2005.

2. Il T.A.R. di Firenze ha respinto il ricorso in questione, interpretando le vigenti disposizioni di legge, sulla base di un’ampia giurisprudenza, nel senso che la condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 4, comma 3, del D.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, tra cui rientra la rapina aggravata, costituisca un automatico impedimento, ai sensi del successivo articolo 5, comma 5, al rinnovo del permesso di soggiorno e non richieda un’autonoma valutazione della pericolosità sociale.

3. Avverso detta decisione il signor ************** ha proposto atto di appello, rilevando in particolare come la sentenza del T.A.R. non abbia preso in considerazione i seguenti elementi di fatto e di diritto che avrebbero motivato una diversa decisione:

– la marginale e occasionale partecipazione dell’odierno appellante ai fatti che lo hanno portato alla condanna, con modalità tali che avrebbero certamente condotto in dibattimento ad una assoluzione;

– la condanna stessa è intervenuta invece per patteggiamento, richiesto, su consiglio del difensore d’ufficio, al solo scopo di evitare la permanenza in carcere;

– la condanna è stata successivamente condonata per indulto ai sensi della legge n. 241/2006;

– l’assoluta assenza di pericolosità sociale nella personalità dell’appellante è confermata dalla concessione della sospensione condizionale della pena che, altrimenti, non avrebbe potuto essere concessa, come attesta la giurisprudenza della Corte di Cassazione che viene puntualmente citata (sentenze n. 11167/99 e n. 636/92);

– l’appellante ha ottenuto il permesso di soggiorno nel 2000 e ha sempre svolto da allora regolare attività lavorativa senz’alcun altro episodio di rilevanza penale .

4. Si è costituita in giudizio, per conto del Ministero dell’interno e della Questura di Roma, l’Avvocatura generale dello Stato che, con propria memoria, ha ulteriormente argomentato le motivazioni svolte nella sentenza del T.A.R. in ordine all’automatismo degli effetti della condanna, sottolineando, in particolare, come il provvedimento del Questore sia non solo legittimo, ma costituisca anche atto dovuto.

5. La causa è passata in decisione nell’udienza dell’8 luglio 2011.

6. L’appello non può essere accolto e la sentenza del T.A.R. merita di essere confermata.

6.1. Il Collegio osserva che, come correttamente posto in rilievo dal T.A.R., l’art. 4, comma 3, del D.lgs. n. 286/1998, implicitamente richiamato, ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, dall’art.5, comma 5, del medesimo decreto legislativo, individua specifiche ipotesi preclusive dell’ingresso e della permanenza dello straniero in Italia, tra le quali rientrano, senza dubbio, le condanne penali per rapina.

6.2. In tali casi la normativa vigente individua come fatto ostativo la condanna senza attribuire alcun rilievo alle circostanze richiamate nell’appello, quali il fatto che la condanna sia avvenuta per patteggiamento, né ai benefici, contestualmente o successivamente, concessi ed in particolare alla sospensione condizionale della pena o al condono intervenuto in seguito, che, per definizione, non fanno venir meno la condanna, ma incidono soltanto sulla pena.

Le suddette circostanze pertanto non costituiscono elementi sufficienti a far venir meno l’automatismo conseguente a quel tipo di condanna.

Ai sensi del citato art. 5, comma 5, a questo fine occorrono elementi sopraggiunti tali da consentire il rilascio del permesso di soggiorno o aspetti – puntualmente indicati dalla norma – quali l’avere effettuato una procedura di ricongiungimento familiare e, in tal caso, la durata del soggiorno e i legami familiari esistenti.

6.3. Nel caso di specie, non risultano agli atti aspetti che potrebbero richiedere di ponderare, in rapporto con essi, i fatti ostativi anche alla luce della complessiva normativa che regola i permessi di soggiorno, tranne la durata del regolare soggiorno in Italia (circa 6 anni, al momento del provvedimento di diniego del permesso di soggiorno) e il regolare svolgimento di attività lavorativa, che risultano qualificati negativamente dalla circostanza, rilevante secondo la giurisprudenza di questa stessa Sezione, che la condanna per un reato grave come la rapina è intervenuta nel 2004, diversi anni dopo l’ingresso e la regolarizzazione in Italia dell’appellante. Non può essere, pertanto, considerato sufficiente a questi fini il mero svolgimento di regolare attività lavorativa, prima e dopo il compimento dei reati per i quali l’appellante è stato condannato, né, come già osservato, sono rilevanti la sospensione condizionale della pena e l’intervenuto condono.

7. Infine si può notare che lo svolgimento cronologico dei fatti non consente, in questo caso, di applicare quell’orientamento giurisprudenziale che tende ad escludere l’automatismo della preclusione qualora fra la condanna penale e il diniego del titolo di soggiorno siano intercorsi parecchi anni, e medio tempore l’interessato abbia conseguito una o più volte il rinnovo del permesso senza che nulla gli sia stato obiettato.

8. In conclusione l’appello va respinto sulla base delle suddette motivazioni.

Si ravvisano tuttavia motivi equitativi per compensare le spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, respinge

l ‘appello.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 8 luglio 2011 con l’intervento dei magistrati:

Pier ***************, Presidente

****************, Consigliere

**************, Consigliere

Angelica Dell’Utri, Consigliere

******************, ***********, Estensore

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 04/11/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’errore di fatto revocatorio(Cons. di Stato N. 05857/2011)

Redazione

N. 05857/2011 REG.PROV.COLL.

N. 10509/2006 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10509 del 2006, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per la riforma

della sentenza del Consiglio di Stato, Sezione Sesta, n. 6370/2005, resa tra le parti;

Visti il ricorso per revocazione, con i relativi allegati;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 18 ottobre 2011 il consigliere di Stato ***************** e uditi per le parti gli avvocati ***** e *******;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

1. La ricorrente, S.p.a. Cala dei ********, titolare della concessione demaniale marittima n. 1680 del 1974 per la realizzazione e la gestione di un approdo turistico in *******, veniva dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Milano 3 aprile 1998, n. 291.

In sede di concordato preventivo la S.p.a. Porto di *******, terzo assuntore, assumeva l’onere di liquidare la massa fallimentare a fronte dell’intero attivo fallimentare della originaria società concessionaria per la costruzione e la gestione del porto turistico di *******.

Con la sentenza 6 aprile 2000, n. 4376, il Tribunale di Milano omologava il concordato fallimentare, disponendo il trasferimento all’assuntore di tutto l’attivo della procedura.

In data 13 ottobre 2000 l’Autorità marittima, con provvedimento DEM 2A/2399, autorizzava il subingresso della S.p.a. Porto di ******* nella concessione già assentita alla S.p.a. Cala dei ********, ai sensi dell’art. 46 del codice della navigazione.

Con la sentenza n. 511 del 14 febbraio 2002, la Corte Costituzionale, all’esito di giudizio per conflitto di attribuzione, annullava la suddetta autorizzazione dichiarando l’incompetenza del Ministero dei trasporti e della navigazione.

2. La S.p.a. Porto di ******* presentava quindi al Comune di Lavagna, divenuto nel frattempo competente per subdelega regionale, nuova istanza di autorizzazione al subingresso, ai sensi del citato art. 46 del Codice della navigazione (d’ora in poi “Codice”), riscontrata positivamente con la determinazione dirigenziale (area tecnica) del Comune di Lavagna n. 19060 del 7 agosto 2003.

3. Gli atti del procedimento di autorizzazione al subingresso a favore della S.p.a. Porto di *******, concluso con la citata determinazione n. 19060 del 2003, venivano quindi impugnati dalla S.p.a. Cala dei ********, con il ricorso n. 1063 del 2003 e motivi aggiunti, proposto al Tribunale amministrativo regionale per la Liguria.

4. Il TAR, con la sentenza n. 1479 del 2004, dichiarava il ricorso inammissibile per difetto di legittimazione attiva della ricorrente.

Nella sentenza, in sintesi, sono respinti i motivi dedotti dalla ricorrente, secondo i quali, in coerenza in particolare con la speciale normativa di cui all’art. 46 del codice della navigazione, in sede di concordato fallimentare sarebbero stati trasferiti alla S.p.a. Porto di ******* soltanto le opere e gli impianti realizzati dalla S.p.a. Cala dei Genovesi in esecuzione della concessione demaniale e non anche la concessione avente ad oggetto i beni demaniali veri e propri, con conseguente legittimazione della S.p.a. Cala dei ******** alla impugnazione dei provvedimenti di autorizzazione al subingresso, lesivi dell’aspettativa della ricorrente alla salvaguardia della concessione.

5. La S.p.a. Cala dei ******** ha quindi proposto appello, n. 2823 del 2005, avverso la suddetta sentenza del Tar.

L’appello è stato respinto con la sentenza di questa Sezione 15 novembre 2005, n. 6370, nella quale si condividono le ragioni della dichiarazione di inammissibilità del ricorso individuate dal primo giudice.

Nella sentenza di secondo grado si afferma, in sintesi, che “la Cala dei ******** s.p.a., a seguito della cessione di tutto l’attivo fallimentare di cui al concordato preventivo, non riveste una posizione differenziata capace di sostanziare l’interesse a ricorrere avverso l’autorizzazione al sub ingresso resa in favore della porto di ******* s.p.a. Infatti in disparte il tema dell’inclusione della titolarità della concessione nel compendio dei beni oggetto di traslazione in sede di concordato…non è possibile scindere…l’interdipendenza funzionale tra titolo amministrativo e compendio economico delle opere oggetto della concessione” risultando che “l’eccentricità di una concessione nuda priva di contenuto sostanziale, rende allora ragione della non ricorrenza di una posizione differenziata rispetto all’autorizzazione al subingresso alla concessione, ed alla concessione stessa, in capo al soggetto che abbia alienato la proprietà delle opere tutte necessarie per l’esercizio della concessione”.

Si argomenta quindi che “L’assunto ora esposto trova conferma nel combinato disposto dell’art. 46, comma 2, del codice della navigazione e dell’articolo 30, del regolamento”, dovendosi ricondurre la fattispecie del fallimento del concessionario a quanto in tale normativa previsto sulla possibilità di subentro da parte dell’acquirente o dell’aggiudicatario della vendita forzata delle opere, a prescindere da ogni iniziativa del precedente concessionario, non potendosi inoltre condividere la diversa interpretazione per cui tale normativa “concernerebbe non il subingresso nella concessione demaniale bensì nei singoli titoli concessori ad aedificandum in virtù dei quali sono stati realizzati sul suolo demaniale i singoli beni immobili”, poiché questa interpretazione è in contrasto con quanto disposto dalla normativa e, comunque, non è “pertinente ad una fattispecie nella quale non viene in rilievo il trasferimento di singoli manufatti ma della totalità delle opere interessate dalla concessione, con la conseguente inscindibilità del titolo amministrativo e del compendio nella cui gestione il primo si risolve”.

6. La ricorrente in epigrafe ha chiesto la revocazione della detta sentenza della Sezione, n. 6730 del 2005, ai sensi dell’art. 395, n. 4, c.p.c.

Si sono costituiti il Comune di Lavagna, resistente, e la S.p.a. Porto di *******, originaria controinteressata, chiedendo il rigetto del ricorso.

7. All’udienza del 18 ottobre 2011 la causa è stata trattenuta per la decisione.

DIRITTO

1. Nel ricorso si afferma che la sentenza della Sezione n. 6370 del 2005 è da revocare poiché viziata per errore di fatto, in quanto:

– non corrisponderebbero al vero le asserzioni sulla sussistenza di una interdipendenza funzionale tra tutte le opere realizzate dalla ricorrente e la concessione demaniale e sull’avvenuto trasferimento della totalità delle opere interessate dalla concessione e non di singoli manufatti, non essendo tali asserzioni coerenti, da un lato, con il contenuto della convenzione accessiva alla concessione, in cui è chiara la scindibilità dei detti manufatti (opere fuori terra) dalle opere acquisite al demanio marittimo, essenziali alla qualificazione del bene porto (in particolare moli, banchine, piazzali, pontili) e quindi afferenti alla concessione e, dall’altro, con la indeterminatezza del contenuto traslativo della sentenza di omologazione (che aveva disposto il trasferimento di “tutti i beni e crediti acquisiti alla massa attiva fallimentare, nello stato di fatto e di diritto in cui si ritrovano, come nella disponibilità del curatore”);

– sarebbe erronea la qualificazione giuridica delle opere di cui si tratta, per non avere la sentenza individuato le costruzioni installate sul porto quale oggetto di una autonoma concessione di secondo grado, generata da quella generale per la realizzazione e gestione del porto turistico, e non aver considerato che, di conseguenza, il trasferimento delle opere in questione non comporta la perdita dell’intera concessione; ciò che è confermato dagli articoli 49 e 46, comma 1, del Codice della navigazione, poiché, per il primo, le opere di proprietà privata costruite su area demaniale su autorizzazione dell’ente concedente sono soggette a devoluzione al termine della concessione, e, per il secondo, il subingresso nell’intera concessione è possibile su iniziativa del concessionario, ferma l’autorizzazione dell’autorità concedente;

– così come sarebbe erronea l’interpretazione dell’art. 46, comma 2, del Codice, poiché inficiata dall’errore di fatto dovuto alla mancata considerazione della scindibilità delle opere, invece chiaramente individuabile non soltanto nella convenzione accessiva alla concessione ma anche nei verbali assembleari della ******à Cala dei ********, in quanto non recanti il consenso al trasferimento dell’intera concessione, nonché alla luce della sentenza di omologazione, da interpretare come idonea a consentire il trasferimento soltanto dei beni oggetto del diritto di proprietà del fallito.

2. Il ricorso non può essere accolto.

La giurisprudenza ha chiarito che, secondo l’espresso dettato dell’art. 395, n. 4 c.p.c., “l’errore di fatto che consente di rimettere in discussione il decisum del giudice con il rimedio straordinario della revocazione è solo quello che non coinvolge l’attività valutativa dell’organo decidente, ma tende invece ad eliminare l’ostacolo materiale frapposto fra la realtà del processo e la percezione che di questa il giudice abbia avuto (Cons. Stato, Sez. VI, 29 settembre 1982, n. 447), ostacolo promanante da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio (Cons. Stato, Sez. IV, 13 luglio 1982, n. 504), sempre che il fatto oggetto dell’asserito errore non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza impugnata per revocazione abbia pronunciato, dovendosi escludere che il giudizio revocatorio, in quanto rimedio eccezionale, possa essere trasformato in un ulteriore grado di giudizio (Cons. Stato, Sez. V, 28 dicembre 2007, n. 6774), costituendo “principio pacifico quello per cui l’errore di fatto che legittima il ricorso per revocazione debba consistere nel c.d. <<abbaglio dei sensi>>, ossia in un travisamento dovuto a mera svista, che induca a considerare inesistenti circostanze indiscutibilmente esistenti o viceversa. Detto in altri termini, l’errore di fatto revocatorio consiste in una falsa percezione della realtà processuale e cioè in una svista – obiettivamente ed immediatamente rilevabile – che abbia portato ad affermare o soltanto supporre… l’esistenza di un fatto decisivo incontestabilmente escluso dagli atti di causa ovvero la inesistenza di un fatto decisivo che dagli atti risulti invece positivamente accertato. Occorre in ogni caso, però, come si è detto, che tale fatto non abbia costituito un punto controverso sul quale sia intervenuta la pronuncia del giudice, perché in tal caso sussiste semmai un errore di diritto (C.G.A., 3 marzo 1999, n. 83) e con la revocazione si verrebbe in sostanza a censurare la valutazione e l’interpretazione delle risultanze processuali (Cons. Stato, Sez. VI, 22 febbaio 1980, n. 208). Deve, pertanto, ritenersi inammissibile la domanda di revocazione che si fondi sull’erroneo apprezzamento delle risultanze del fatto stesso.” (Cons. Stato, Ad. Plen. 17 maggio 2010, n. 2; cfr anche, ex multis, Cons. Stato: sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 1145; sez. IV, 24 gennaio 2011, n. 503; sez. VI, 29 ottobre 2008, n. 5416; Cassazione civile, sez. I, 19 giugno 2007, n. 14267 ).

In applicazione di questo consolidato indirizzo giurisprudenziale si deve osservare che nel presente ricorso per revocazione è indicato come errore di fatto revocatorio, che vizierebbe la sentenza impugnata n. 6370 del 2005, non la errata percezione del contenuto meramente materiale di atti di causa, che abbia indotto il giudice a decidere sulla base di un falso presupposto di fatto non costituente punto controverso del decisum, ma, al contrario, la valutazione del fatto, e perciò il giudizio su un punto controverso della causa, svolto attraverso la qualificazione del fatto in riferimento alla normativa ritenuta applicabile, secondo il procedimento logico-giuridico proprio della decisione giurisdizionale.

Infatti:

a) la questione indicata nel ricorso in esame come costitutiva dell’errore di fatto revocatorio da cui sarebbe affetta la sentenza di appello n. 6370 del 2005, vale a dire la scindibilità fra opere fuori terra e opere afferenti alla concessione demaniale, è assunta nella detta sentenza quale unico e decisivo punto controverso del giudizio ed è in essa oggetto di valutazione espressa ed esaustiva;

b) tale valutazione non è determinata dalla considerazione di un presupposto di fatto ma dalla qualificazione giuridica data dal giudice di appello al caso all’esame, svolta attraverso il giudizio di necessaria interdipendenza funzionale tra titolo amministrativo e compendio economico, “in disparte il tema dell’inclusione della titolarità della concessione nel compendio dei beni oggetto di traslazione in sede di concordato” e di applicabilità al caso degli articoli 46, comma 2, del codice della navigazione e 30 del regolamento di attuazione;

c) non si configura, di conseguenza, la fattispecie di cui all’art. 395, n. 4, c.p.c. essendo stato dedotto nel giudizio per revocazione non un errore di fatto, ma una specifica interpretazione degli atti di causa e della normativa da applicarvi e, perciò, un eventuale errore di diritto (la cui censura, si annota incidentalmente, risulta respinta da Cass. civ. sez. I, 26 maggio 2009, n. 12140).

3. Per quanto considerato il ricorso per revocazione deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese seguono, come di regola, la soccombenza e si liquidano nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione sesta) dichiara inammissibile il ricorso per revocazione in epigrafe, n.10509 del 2006.

Condanna la S.p.a. Cala dei ********, ricorrente, al pagamento delle spese del giudizio a favore del Comune di Lavagna e della S.p.a. Porto di *******, che liquida nel complesso in euro 20.000,00 (ventimila/00), oltre gli accessori di legge, di cui euro 10.000,00 (diecimila/00) a favore del Comune di Lavagna ed euro 10.000,00 (diecimila/00) a favore della S.p.a. Porto di *******.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 18 ottobre 2011, con l’intervento dei magistrati:

**************, Presidente

*****************, ***********, Estensore

****************, Consigliere

Gabriella De Michele, Consigliere

***************, Consigliere

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 04/11/2011

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pubblico impiego – Sanità – Reato di diffamazione (Cass. pen. n. 39768/2011)

Redazione

Fatto e diritto

Con sentenza 26.3.10, la corte di appello di Potenza, in riforma della sentenza 12.11.08 del tribunale della stessa sede, ha assolto, ex art. 530 cpv. c.p.p., V. M., dal reato di diffamazione continuata in danno di P. D. La V., medico in servizio presso l’ospedale di Potenza, responsabile del settore in cui il querelante svolgeva mansioni di operatore, è stata accusata di averne offeso la reputazione, riferendo a più persone che il P. “è una persona pericolosa e ha già violentato due ragazze vi è stato un tentativo di violenza su una terza in passato ha compiuto abusi sessuali sui minorenni”.
La procura presso la corte di appello di Potenza ha presentato ricorso per violazione di legge, in riferimento all’art. 595 c.p. e per mancanza di motivazione.
Secondo il ricorrente, la corte territoriale ha omesso di rilevare come tutte le testimonianze, unitariamente considerate, conducano alla dimostrazione di una sistematica ed intensa campagna di denigrazione nei confronti del P., da inquadrare nell’animosità della donna, determinata da una denunzia del P. agli organi superiori, per alcune irregolarità nella gestione della struttura, attribuite alla medesima.
La corte ha escluso il requisito della comunicazione con più persone, senza tener conto
a) che tale requisito sussiste, nel caso in cui l’agente, rivolgendosi a una sola persona ad alta voce, abbia comunque comunicato con le altre presenti, in modo che percepiscano le sue affermazioni;
b) che per la sussistenza del requisito non è necessario che la propalazione delle frasi offensive avvenga simultaneamente, potendo la stessa realizzarsi in più momenti, nei confronti di più soggetti.
Il ricorso merita accoglimento.
I dati storicamente accertati indicano, che V., parlando con la propria paziente S.M.V., nel corso delle sedute di psicoterapia, l’aveva messa in guardia nei confronti del P., in quanto questi avrebbe abusato sessualmente di una ragazza.
Il teste B., in servizio presso il medesimo centro sanitario della V., ha riferito che la dottoressa, ad alta voce, in un corridoio dell’ospedale, in presenza di molte persone, aveva affermato che il P. aveva violentato alcune ragazze e aveva tentato di abusare sessualmente di un’altra.
La corte ha ritenuto che, in relazione a quanto riferito dalla S., mancava l’elemento della comunicazione con più persone e in relazione a quanto riferito dal B., questi non aveva indicato alcuna delle persone presenti all’episodio.
La sentenza impugnata è erronea, in quanto , secondo un condivisibile orientamento interpretativo, il requisito della comunicazione con una pluralità di persone sussiste, sotto più profili
a) se la diffusione tra più persone delle notizie e delle valutazioni sia avvenuta anche non simultaneamente (sez. V, n. 31728 del 16.6.04);
b) se la comunicazione lesiva sia avvenuta a voce alta, tanto da poter essere sentita dalle persone presenti nel luogo e nel momento della esternazione (nel caso in esame, nel corridoio dell’ospedale, percorso in quel momento da operatori, infermieri, medici e pazienti (sez. V. n. 36602 del 15.7.2010, rv 248431; sez. V, n. 10263 del 6.10.1981, rv 150986)).
L’esame dei potenziali ascoltatori delle indimostrate gesta del P. non costituisce alcuna ineludibile esigenza istruttoria, trattandosi di reato, unanimemente ritenuto di pericolo, la cui consumazione non necessita dell’effettiva percezione delle dichiarazioni offensive, essendo sufficiente che l’imputato abbia manifestato il proprio pensiero con la consapevolezza e con la volontà che questo venga a conoscenza di altri.
La sentenza va quindi annullata con rinvio per nuovo esame alla Corte di appello di Salerno.

P.Q.M.

Annulla la sentenza con rinvio per nuovo esame alla Corte di appello di Salerno.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 149 150 151 152 153


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!