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Penale

Esercizio abusivo della professione (Cass. pen. n. 11545/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 10 novembre 2009 in esito a giudizio abbreviato il Tribunale di Milano condannava C.L. alla pena di legge, dichiarandolo colpevole, limitatamente ai fatti commessi dopo il 7 maggio 2001 (con contestuale declaratoria di improcedibilità per intervenuta prescrizione riguardo a quelli anteriori), dei reati, ritenuti avvinti dalla continuazione, di cui all’art. 640 c.p., art. 61 c.p., comma 1, n. 11, (capo a), artt. 482 e 476 c.p., (capo b) e art. 348 c.p. (capo c), perchè, con artifizi e raggiri consistiti nello spacciarsi per dottore commercialista e nel formare e presentare falsi certificati attestanti il versamento degli importi dovuti (oltre a un falso relativo alla presentazione di una domanda di accertamento di invalidità civile), e nell’ottenere conseguentemente da P.C., F.F. (venditori ambulanti) ed M.E. (madre del P.), così indotti in errore, l’incarico, abusivamente svolto, di tenere la contabilità e provvedere alle dichiarazioni e ai pagamenti relativi ai vari tributi dovuti (e ai contributi previdenziali per l’attività autonoma), e la consegna di somme da versare a tali titoli, tratteneva per sè tali somme, così realizzando un ingiusto profitto, con relativo danno per le parti lese.

Su appello dell’imputato, con sentenza del 10 gennaio 2011, la Corte di appello di Milano confermava la pronuncia del Tribunale.

2. Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato a mezzo del difensore, deducendo, innanzitutto, erronea applicazione della legge penale in ordine a tutti i reati ascritti.

Relativamente al reato di cui all’art. 348 c.p., ha rilevato in particolare che:

– tale norma deve correttamente essere interpretata nel senso che punisce solo lo svolgimento di attività riservate in via esclusiva a una determinata professione;

– anche a voler seguire l’orientamento giurisprudenziale, sposato dai giudici di merito, secondo il quale anche gli atti non riservati ma caratteristici della professione rilevano ai fini della configurazione del reato de quo, purchè svolti in modo continuativo e organizzato, dell’esigenza di tale condizione aggiuntiva la Corte di merito non ha tenuto conto.

Quanto al reato di truffa, il ricorrente assume che lo stesso deve ritenersi assorbito in quello di falso, non essendovi stati artifici o raggiri diversi da quelli rappresentati dall’esibizione degli atti fasulli, effettuata non per acquisire la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento degli incarichi relativi ai versamenti dovuti.

In relazione al reato di falso materiale in atto pubblico, si contesta in sostanza la incongrua valutazione di gravità operata dai giudici di merito e la loro acritica adesione alle accuse provenienti dalle parti lese, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza.

Si denunciano poi nel ricorso anche vizi di motivazione, in primo luogo, in ordine alla riconduzione delle condotte dell’imputato alla nozione di atti caratteristici dell’ambito professionale del commercialista.

Alla stregua degli atti egli sarebbe risultato in realtà un tuttofare, che solo incidentalmente avrebbe posto in essere sporadiche attività fra quelle descritte nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1: andava a prendere il lavoro direttamente presso i mercati all’aperto ove il F. lavorava, ricevendone in cambio somme modeste ed occasionali regalie consistenti in maglieria intima; indicava quale proprio indirizzo non quello di uno studio professionale, come sostenuto, ma solo quello di casa propria, un’abitazione senza una targa che lo indicasse come commercialista, sprovvista di una segreteria o di altri elementi caratteristici di uno studio professionale. Il giudice, sia in primo grado che in appello, non avrebbe fornito spiegazioni su come l’abitazione privata fosse diventata il centro nevralgico di un’attività organizzata, continuativa e professionale.

La motivazione sarebbe poi mancante sui motivi di censura sollevati con i motivi di appello circa l’attendibilità delle dichiarazioni rese dai denunciami, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza, nonchè in ordine alla mancata concessione della circostanza attenuante dell’aver cagionato un danno patrimoniale di lieve entità, posto che quello concretamente accertato ammonterebbe a soli Euro 1671. 3. La Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione, con ordinanza del 13 ottobre 2011, depositata in pari data, ha rimesso la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite, rilevando l’esistenza di un irrisolto contrasto giurisprudenziale (già in precedenza segnalato dall’Ufficio del Massimario, con Relazione n. 1016/2003 del 20 febbraio 2002) sulla determinazione dell’ambito applicativo del reato di cui all’art. 348 c.p., fra un primo orientamento (a cui si è richiamata la difesa) che lo circoscrive allo svolgimento delle attività specificamente riservate da un’apposita norma a una determinata professione, e un secondo filone (inaugurato da Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, dep. 2003, *************, Rv. 223215) che, nel distinguere tra atti “tipici” della professione ed atti “caratteristici”, strumentalmente connessi ai primi, precisa che questi ultimi rilevano solo se vengano compiuti in modo continuativo e professionale “in quanto, anche in questa seconda ipotesi, si ha esercizio della professione per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo”; con la conseguenza – rilevante in riferimento alla fattispecie oggetto del ricorso del C. – che il reato di cui all’art. 348 c.p., sarebbe integrato dall’abusivo svolgimento non solo delle attività specificamente elencate nella seconda parte della previsione di cui al D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, (considerate dalla sentenza Notaristefano come tipiche, e cioè riservate solo ai ragionieri e periti commerciali) ma anche di quelle “relativamente libere”, previste nella prima parte del succitato D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ove poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato, e presentate all’esterno come provenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente.

4. Il Primo Presidente, con decreto del 17 ottobre 2011, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando l’udienza pubblica del 15 dicembre 2011. 5. Con memoria depositata il 25 novembre 2011, la difesa, riepilogando il quadro normativo relativo alle professioni di dottore commercialista e ragioniere, ha messo in evidenza che i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953 (ora abrogati e sostituiti dal D.Lgs. n. 139 del 2005, adottato in attuazione della legge-delega n. 34 del 2005), applicabili al caso di specie ratione temporis, indicavano le attività oggetto delle dette professioni senza però attribuirle ai titolari della relativa abilitazione in via esclusiva:

cosa che non avrebbero legittimamente neanche potuto fare, stante il divieto posto dalla legge-delega, come autorevolmente sottolineato da Corte cost., sent. n. 418 del 1996, che ha riconosciuto la ricomprensione delle dette attività, oltre che nella cornice operativa di altre categorie di liberi professionisti, anche nell’ambito degli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi. A tale indirizzo del giudice delle leggi, che ha considerato esulanti dalla “protezione” degli albi le attività comportanti prestazioni non attribuite in via esclusiva, si sono, secondo la difesa, uniformati di recente, con specifico riferimento alle professioni commerciali, la giurisprudenza civile della Corte di cassazione e il T.A.R. del Lazio.

6. Con memoria depositata il 9 dicembre 2011, la Procura Generale presso questa Corte, oltre a rilevare l’infondatezza degli altri motivi di ricorso, ha aderito alla tesi della riferibilità della fattispecie incriminatrice dell’art. 348 c.p., al solo compimento (abusivo) delle attività attribuite a una determinata professione in via esclusiva, osservando che una sua estensione anche alle attività non esclusive ma caratteristiche della stessa e svolte continuativamente, oltre ad essere in contrasto col principio di cui all’art. 41, comma primo, Cost., si risolverebbe in un’applicazione analogica della legge penale non consentita e violatrice del principio di determinatezza e comporterebbe altresì un’alterazione della struttura del reato, trasformandolo da istantaneo in reato abituale o a condotta plurima. Con specifico riferimento alle professioni commerciali, il P.G. ha ricordato che, come ritenuto da Corte cost., sent. n. 418 del 1996 (a cui si è uniformata la giurisprudenza civile di questa Corte), e in sostanziale ossequio al summenzionato principio costituzionale, i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, non prevedono attribuzioni di attività in via esclusiva (come non le reca il D.Lgs. n. 139 del 2005); in ogni caso, poi, non includono nella specifica elencazione delle attività di riconosciuta competenza tecnica quelle svolte dal ricorrente C..

 

Motivi della decisione

1. La questione controversa.

La questione concreta da cui è scaturita la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite è “se le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti integrino il reato di esercizio abusivo della professione di ragioniere, perito commerciale o dottore commercialista, se svolte – da chi non sia iscritto al relativo albo professionale – in modo continuativo, organizzato e retribuito”.

Essa, peraltro, ne sottende un’altra, di carattere più generale, che attiene all’ambito applicativo della norma dell’art. 348 c.p., in riferimento in particolare al contrasto sulla delimitazione o meno di esso ai soli “atti” attribuiti in via esclusiva a una data professione.

2. Considerazioni introduttive generali sull’art. 348 c.p..

La norma incriminatrice dell’art. 348 c.p., che punisce chi “abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato”, trova la propria ratio nella necessità di tutelare l’interesse generale, di pertinenza della pubblica amministrazione, a che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, vengano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge (in tal senso, testualmente, Sez. 6, n. 1207 del 15/11/1982, dep. 1985, *****, Rv. 167698). Il titolare dell’interesse protetto è, quindi, soltanto lo Stato, e l’eventuale consenso del privato destinatario della prestazione professionale abusiva non può avere valore scriminante.

La norma rinvia, per la sua concreta operatività, ad altre fonti, che, in via di integrazione necessaria, precisino quali sono le professioni soggette alla speciale abilitazione statale e quando il loro esercizio debba considerarsi “abusivo”. Dette fonti integrative sono costituite non solo dalle discipline relative agli ordinamenti professionali ma da tutte quelle (inerenti ad es. alle materie oggetto degli esami di Stato e ai percorsi universitari, ovvero che richiamano, in contesti specifici, il titolo professionale come condizione per l’espletamento di determinati compiti) comunque rilevanti allo scopo (comprensive ora, fra l’altro, delle procedure propedeutiche all’esercizio in Italia di un’attività professionale da parte dei cittadini di uno Stato membro dell’U.E., sulla base del diritto di stabilimento e di quello della libera circolazione dei servizi sanciti dal Trattato U.E.). Viene pacificamente escluso, in ossequio al principio di determinatezza, che eventuali lacune normative possano essere colmate dal giudice penale con il ricorso a regole generali e astratte (Sez. 6, n. 9089 del 03/04/1995, ********, Rv. 202273; sulla stessa linea, fra le altre, nel percorso motivazionale, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, PM in proc. ******* e altro; Sez. 6, n. 27853 dell’11/04/2001, ********; Sez. 6, n. 5672 del 22/04/1997, ***********; Sez. 6, n. 524 del 25/01/1996, PM in proc. ********).

In ragione della detta necessaria eterointegrazione, la norma incriminatrice de qua viene generalmente configurata, sia in dottrina che in giurisprudenza (Sez. 6, n. 47028 del 10/11/2009, *********, Rv. 245305; Sez. 5, n. 41142 del 17/10/2001, *****; Sez. 6, n. 16230 del 05/03/2001, *****; Sez. 6, n. 1632 del 06/12/1996, dep. 1997, *****, Rv. 208185; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 11929 del 09/11/1992, *******) come una norma penale in bianco. A tale costruzione si oppone, peraltro, l’orientamento di una parte della dottrina, fatto proprio anche da Corte cost., 27 aprile 1993, n. 119 (seguita da Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********), secondo il quale l’art. 348 c.p., delinea esaurientemente la fattispecie in tutte le sue componenti essenziali, individuandone come elemento necessario e sufficiente l’osservanza della speciale abilitazione che lo Stato richiede per l’esercizio della professione, mentre i contenuti ed i limiti propri di ciascuna abilitazione non rifluirebbero all’interno della struttura del fatto tipico, costituendo null’altro che un presupposto di fatto che il giudice è chiamato a valutare caso per caso.

Dalla ricognizione delle normative che prevedono e regolano le professioni soggette a speciale abilitazione dello Stato emerge, in via generale, che il conseguimento di tale titolo, da un lato, presuppone il possesso di altri pregressi titoli e, dall’altro, costituisce a sua volta il presupposto (principale ma non esclusivo) per la iscrizione in appositi albi (relativi ai laureati) o elenchi (diplomati), tenuti dai rispettivi ordini e collegi professionali (enti pubblici di autogoverno delle rispettive categorie, a carattere associativo e ad appartenenza necessaria): iscrizione che è configurata essa stessa come condizione per l’esercizio della professione. La “abusività” prevista dalla norma penale viene conseguentemente riconnessa, in pratica, alla mancanza della detta iscrizione (la cui formale esistenza, fraudolentemente acquisita, non può peraltro supplire alla oggettiva assenza della prescritta abilitazione: Sez. 6, n. 3785 del 18/11/1994, dep. 1995, *****, Rv. 201810). Ed è a tale presupposto negativo che direttamente si riferisce la disciplina civilistica delle professioni intellettuali, per negare la facoltà di agire per il pagamento della prestazione (art. 2231 c.c.).

Quanto in particolare alla centrale locuzione “esercita una professione”, essa attiene evidentemente ai contenuti dell’attività professionale e non può che trovare anch’essa la sua concreta integrazione nelle fonti che disciplinano le singole professioni.

In via generale, si può qui ricordare che, ai fini della tutela penale, l’esercizio de quo deve necessariamente esplicarsi con rilevanza esterna (Sez. 6, n. 12890 del 04/05/2000, **********, Rv. 217433; Sez. 5, n. 12177 del 18/02/2002, ********, Rv. 221256).

3. L’orientamento che da rilevanza ai soli atti attribuiti in via esclusiva.

L’indirizzo tradizionale seguito in dottrina e giurisprudenza, al quale si è richiamato il ricorrente e anche il Procuratore Generale, ritiene che gli atti inclusi nella “protezione” penale accordata dall’ordinamento siano solo quelli attribuiti in via esclusiva a una determinata professione. In mancanza di tale presupposto – si è spesso osservato – si determinerebbe una indebita compressione dei diritti di libertà e di iniziativa economica spettanti a ciascun individuo.

In linea con tale impostazione, il reato in parola viene configurato come reato “istantaneo” (con il conseguente verificarsi, in caso di reiterazione programmata degli atti, del fenomeno della continuazione), e si ritiene che basti a integrarlo anche un atto (“riservato”) compiuto in modo occasionale e a titolo gratuito.

Non facili problemi ha ovviamente comportato l’applicazione in concreto del criterio in discorso. Spesso, infatti, dalle singole discipline non si evincono in modo chiaro e univoco gli atti riferibili a una determinata professione con attribuzione in via esclusiva. Non di rado, invero, le norme sugli ordinamenti professionali contengono elencazioni di attività qualificate di pertinenza delle rispettive professioni, senza però specificare se questo ne implichi anche l’esclusiva. Nelle fonti si rinvengono poi anche attribuzioni di competenze formulate in modo assolutamente generico.

Dubbi naturalmente non sorgono quando si sia in presenza di una esplicita e formale attribuzione in via esclusiva (monopolistica o condivisa con altre specifiche categorie), recata dalle stesse regolamentazioni degli ordinamenti professionali (v., ad es., la L. 11 gennaio 1979, n. 12, art. 1, sulla competenza dei consulenti del lavoro in materia di adempimenti inerenti al lavoro dipendente) ovvero derivante da fonti diverse, che al possesso del titolo per il legale esercizio professionale fanno riferimento come condizione necessaria per talune attività (v., ad es., l’art. 83 c.p.c., comma 3, e il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 2).

In mancanza di tali univoche indicazioni, il principale criterio guida è quello sostanzialistico, inerente cioè alla intrinseca specificità e delicatezza di determinate attività, incompatibili con il loro espletamento da parte di soggetti non muniti della relativa abilitazione, richiesta al riguardo per ragioni di essenziale tutela dell’utenza. A tale scopo può essere utile, se non indispensabile, fare riferimento alla funzione oggettiva che alcune professioni assumono nel contesto dei valori sociali, quale delineata dal complessivo coacervo delle norme ad esse attinenti (non escluse quelle che delimitano le competenze delle professioni affini). Tale ricerca è talora indistinguibile da quella rivolta a individuare (prima ancora che l’eventuale requisito dell’esclusività) le stesse attività riferibili in sè a una data professione. E’ il caso della professione medica, in cui sia l’oggettiva essenza sia la contestuale esclusività dell’attività professionale sono generalmente definite in ragione delle finalità di diagnosi delle malattie, prescrizione delle cure e somministrazione dei rimedi, con conseguente riservata inclusione in essa (salve le sfere specificamente assegnate alle professioni sanitarie “minori”) di qualsiasi trattamento pratico, anche non convenzionale (possono ricordarsi al riguardo, in tema di omeopatia, Sez. 6, n. 34200 del 20/06/2007, *******, Rv. 237170; in tema di agopuntura, Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********, Rv. 226199; in tema di attività chiropratica, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, *******, Rv. 225685), che tali finalità persegua.

4. L’indirizzo inaugurato dalla sentenza *************.

Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, 2003, *************, Rv. 223215 (che è stata seguita da Sez. 6, n. 26829 del 05/07/2006, *****, Rv. 234420 e ha ricevuto alcune adesioni anche in dottrina), innovando rispetto all’orientamento tradizionale (cui si sono, nel contempo continuate ad attenere Sez. 6, n. 17921 del 11/03/2003, **********, Rv. 224959, e Sez. 6, n. 17702 del 03/03/2004, Bordi, Rv. 228472), ritiene che, ai fini della norma incriminatrice in esame, assumono rilevanza tutti gli atti comunque “caratteristici” di una data professione, ricomprendendosi fra gli stessi, oltre agli atti ad essa attribuiti in via esclusiva – per i quali la sentenza de qua richiama le definizioni di “tipici” o “propri” o “riservati”, e il cui compimento, come si è visto, integra il reato, anche se avvenga in modo isolato e gratuito -, anche quelli che la sentenza definisce “relativamente liberi”, nel senso che chiunque può compierli a titolo occasionale e gratuito, ma il cui compimento (strumentalmente connesso alla professione) resta invece “riservato” se avvenga in modo continuativo, organizzato e remunerato. Anche in questa seconda ipotesi, secondo la Corte, si ha “esercizio della professione”, per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo, ricorrendo parimenti la necessità (che è a base della prevista tutela penale) “di tutelare il cittadino dal rischio di affidarsi, per determinate esigenze, a soggetti inesperti nell’esercizio della professione o indegni di esercitarla”.

Tale teoria “estensiva” è stata elaborata dalla sentenza ************* in occasione dell’esame di una fattispecie attinente – al pari di quella oggetto del presente giudizio – proprio allo svolgimento delle attività di tenuta della contabilità dei clienti, con gestione delle relative posizioni fiscali e degli adempimenti collegati, inclusi la redazione delle denunce obbligatorie e il versamento di quanto a tal titolo dovuto. Nell’occasione la Corte prese in esame la disciplina dell’ordinamento professionale dei ragionieri e periti commerciali, vigente all’epoca dei fatti di causa (così come di quelli oggetto del presente giudizio), contenuta nel D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, recante Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale, emanati in forza della L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recante Delega al Governo della facoltà di provvedere alla riforma degli ordinamenti delle professioni di esercente in economia e commercio e di ragioniere.

L’art. 1 di tale D.P.R., nello stabilire l’oggetto della professione, riconosceva (comma primo) in via preliminare agli iscritti nell’albo dei ragionieri e periti commerciali “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale e di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”. Nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, lo stesso articolo stabiliva poi che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perdite contabili e le consulenze tecniche; c) la revisione dei libri obbligatori e facoltativi delle imprese ed ogni indagine in tema di bilancio, di conti, di scritture e di ogni documento contabile delle imprese; d) i regolamenti e le liquidazioni di avarie marittime; e) le funzioni di sindaco delle società commerciali e degli altri enti;

f) le divisioni di patrimoni, la compilazione dei relativi progetti e piani di liquidazione nei giudizi di graduazione; g) i piani di contabilità per aziende private e pubbliche, i riordinamenti di contabilità per riorganizzazioni aziendali; h) le determinazioni dei costi di produzione nelle imprese industriali, le rilevazioni in materia contabile e amministrativa.

Secondo la sentenza *************, l’elencazione specifica contenuta nella seconda parte dell’articolo riportato è “indicativa di una riserva di competenza, cioè individua la competenza tipica riservata ai ragionieri e ai periti commerciali”, mentre le attività indicate in via generale nella prima parte dei medesimo articolo (cui erano riconducibili quelle compiute dalla imputata nel caso di specie), pur se “relativamente libere” nel senso predetto, integrano il concetto di esercizio della professione in esame, “se poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato e presentate all’esterno come rivenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente”. 5. Posizione assunta dalla sentenza impugnata.

La sentenza impugnata; nel confermare la condanna del C. anche per il reato di cui all’art. 348 c.p., ha fatto puntuale applicazione dell’indirizzo “estensivo” sopra esposto, rilevando che nel caso sottoposto al suo esame gli atti compiuti dal prevenuto, pur non essendo, come tali, riservati in via esclusiva alla professione di ragioniere e perito commerciale, rientravano comunque fra quelli “relativamente liberi”, riconducibili alle competenze indicate in via generale nella prima parte del cit. D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ed, essendo stati compiuti in modo continuativo, sistematico e retribuito, integravano senz’altro il reato predetto.

6. Interpretazione delle norme sugli ordinamenti delle professioni contabili. Prima di affrontare il tema della soluzione del contrasto innescato dalla sentenza *************, è opportuno soffermarsi un po’ più ampiamente sulla disciplina relativa alle professioni contabili vigente all’epoca dei fatti.

Si è già sopra illustrata parte del contenuto del D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1. Tale norma, in effetti, proseguiva (comma secondo) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività ai ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrano nella competenza dei dottori commercialisti, degli avvocati e dei procuratori o che la amministrazione pubblica conferisce, per legge, ai propri dipendenti”.

In ogni caso, infine, la elencazione di cui al primo comma non era considerata ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti” (comma terzo).

Quanto ai dottori commercialisti, il D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, emanato parimenti in forza della ricordata L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recava nel suo art. 1, uno svolgimento sostanzialmente analogo a quello del D.P.R. n. 1068, art. 1, riconoscendo (comma 1) in via preliminare ai dottori commercialisti “competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”, e stabilendo poi, nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perizie e le consulenze tecniche; c) le ispezioni e le revisioni amministrative; d) la verificazione ed ogni altra indagine in merito alla attendibilità di bilanci, di conti, di scritture e d’ogni altro documento contabile delle imprese; e) i regolamenti e le liquidazioni di avarie; f) le funzioni di sindaco e di revisore nelle società commerciali.

La norma, poi, proseguiva (comma 2) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività di cui sopra a persone iscritte nell’albo dei dottori commercialisti “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrino nella competenza dei ragionieri liberi esercenti, degli avvocati e dei procuratori o che l’Amministrazione pubblica conferisce per legge ai propri dipendenti”. A differenza di quanto stabilito per l’esercizio della professione di ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo, la norma (comma 3) prevedeva però la possibilità che l’incarico potesse essere affidato a persone diverse da quelle sopra indicate, purchè nel provvedimento di nomina si giustificassero “i particolari motivi di scelta”.

Infine, con disposizione di tenore analogo a quella contenuta nell’omologa previsione del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, si stabiliva che la predetta elencazione non era da considerarsi ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei dottori commercialisti, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e regolamenti” (comma 4).

Da notare poi che la Legge Delega n. 3060 del 1952, art. 1, stabiliva che il Governo si dovesse uniformare a una serie di principi e criteri direttivi, tra cui rileva, per quanto qui di interesse (come meglio si vedrà più innanzi), il primo:

“a) la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”.

Questo essendo il tenore delle norme, una prima osservazione da fare è che le stesse contengono, accanto a una previsione di competenze definite in modo del tutto generico (prima parte dell’art. 1), un’elencazione specifica di attività ritenute formanti oggetto “in particolare” delle professioni. Ora, tale elencazione, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza ************* e dalla prevalente giurisprudenza (vedi Sez. 6, n. 6157 del 28/02/1985, ***********, Rv. 169824; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 904 del 21/10/1999, dep. 2000, ******, Rv. 215432; Sez. 6, n. 13124 del 14/02/2001, ******, Rv. 218306), non ne comporta per sè l’attribuzione in via esclusiva. L’elencazione è preceduta, invero, dalla semplice locuzione: “In particolare formano oggetto della professione le seguenti attività”. Nell’ultimo comma degli artt. 1, poi (come già sopra ricordato), è espressamente puntualizzato che “L’elencazione di cui ai presente articolo non pregiudica l’esercizio di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti”.

Se quanto sopra si legge doverosamente alla luce della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (come già ricordato) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, non può che concludersi nel senso indicato da Corte cost. n. 418 del 1996, per la quale nelle norme delegate in esame “non si rinviene alcuna attribuzione in via esclusiva di competenze”, e la succitata “espressione a norma di leggi e regolamenti, di cui all’ultimo comma di entrambe le disposizioni (…) dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, deve doverosamente essere intesa non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche (…) con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”. 7. Soluzione del contrasto.

Il contrasto innescato dalla sentenza ************* può e deve essere risolto, ad avviso del Collegio, attraverso una interpretazione estensiva della norma dell’art. 348 c.p., che superi i limiti dell’orientamento tradizionale, recuperando le ragioni sostanziali della detta sentenza, in un’ottica che tenga nel giusto conto la ratio della norma incriminatrice e il contesto normativo in cui è destinata a operare, ma sia nel contempo rispettosa del principio di tassativita.

Secondo l’orientamento sostenuto dalla *************, in sostanza, gli atti caratteristici “relativamente liberi” di una determinata professione, non attribuiti ad essa in via esclusiva, qualificano comunque la medesima e non possono, quindi, essere svolti, da chi non vi sia abilitato, in un modo che ne costituisca di fatto esercizio, e cioè in forma stabile, organizzata e retribuita. In tal modo la tutela penale è estesa, dal singolo atto di per sè riservato, allo svolgimento “sistematico” (riservato solo in quanto tale) di atti qualificanti (anche se singolarmente non riservati). Il tratto comune alle due condotte si rinviene evidentemente nell’essere entrambe espressione tipica e oggettiva dell’esercizio professionale.

Tale assunto è inaccettabile nella concreta applicazione che la sentenza ne fa: come riferito cioè a categorie di attività definite in senso estremamente lato e generico. Esso, infatti, come si è sopra ricordato, è stato applicato in relazione alla generale previsione, contenuta nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, relativa al riconoscimento di “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale, di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”.

Il principio di tassatività delle fattispecie incriminatrici, discendente da quello di legalità e riferibile, come questo, non solo alle previsioni direttamente contenute nelle norme penali ma anche a quelle delle fonti extrapenali che ne costituiscano sostanziale integrazione, impedisce di dare qualsiasi rilievo, ai fini della norma di cui all’art. 348 c.p., a disposizioni di carattere così indeterminato, come quella sopra indicata (e discorso analogo vale, ovviamente, per la consimile disposizione, contenuta nella prima parte del D.P.R 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, secondo cui “Ai dottori commercialisti è riconosciuta competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”).

L’interpretazione estensiva proposta nella Notaristefano è invece da condividere in riferimento a quelle attività che, pur quando non siano attribuite in via esclusiva, siano però qualificate nelle singole discipline, con previsione, beninteso, puntuale e non generica (in rispetto, quindi, del principio di tassativita), come di specifica o particolare competenza di una data professione (tale è, ad es., proprio il caso delle surriportate elencazioni di cui alla seconda parte del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, e D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1). E’ innegabile, infatti, che quando tali attività siano svolte in modo continuativo e creando tutte le apparenze (organizzazione, remunerazione, ecc.) del loro compimento da parte di soggetto munito del titolo abilitante, le stesse costituiscano espressione tipica della relativa professione e ne realizzino quindi i presupposti dell’abusivo esercizio, sanzionato dalla norma penale.

Il concetto di esercizio professionale contiene già in sè un tendenziale tratto di abitualità, e, se è vero che da esso è giusto prescindere a fronte di atti che l’ordinamento riservi come tali, nell’interesse generale, a una speciale abilitazione, ne è naturale, ragionevole ed ermeneuticamente rilevante il recupero in presenza dell’indebita invasione di uno spazio operativo considerato dall’ordinamento come specificamente qualificante una determinata professione, allorchè la stessa sia attuata con modalità idonee a tradire l’affidamento dei terzi, per la tutela dei cui interessi l’esercizio di quella professione è stato sottoposto a particolari cautele.

I precedenti rilievi che spingono a ricondurre le situazioni testè descritte nell’ambito applicativo dell’art. 343 c.p., ricevono un conforto essenziale dal carattere unitario del presidio che il codice penale del 1930 (innovando in ciò rispetto alla legislazione precedente) ha oggettivamente assicurato al complessivo sistema delle professioni soggette ad abilitazione, con una proiezione normativa idonea a inglobarne l’ampliamento e l’evoluzione che ne sono seguiti nel tempo, in un contesto corroborato, fra l’altro, dall’importante riconoscimento costituzionale di cui all’art. 33 Cost., comma 5.

Esistono, come si è già ricordato, ordinamenti professionali “protetti” in cui si rinvengono indicazioni di attività ritenute di competenza “specifica”, ma per le quali manca una espressa attribuzione di esclusiva. Tali indicazioni, nei casi in cui l’attribuzione esclusiva non sia desumibile formalmente aliunde o attraverso il ricordato criterio sostanzialistico, resterebbero, secondo l’orientamento tradizionale, e in maniera irragionevolmente contrastante con la stessa previsione della professione “protetta”, delle vuote nomenclature. Diventa, così, decisivo per l’interprete lo stato reale della legislazione, che, ad onta di sollecitazioni “aperturiste” provenienti da più parti, contempla tuttora un sistema di professioni organizzato in Ordini/Collegi e rispettivi **** ad appartenenza necessaria, non circoscritto alle sole attività destinate alla tutela di essenziali valori costituzionali (come, in particolare, la salute e il diritto alla difesa in giudizio) e non inscindibilmente connesso alla riserva di specifiche attribuzioni esclusive. Di tale assetto si ha significativa conferma nel D.P.R. 5 giugno 2001, n. 328, art. 1, comma 2, (recante Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonchè della disciplina dei relativi ordinamenti), laddove si dice che “Le Norme contenute nel presente regolamento non modificano l’ambito stabilito dalla normativa vigente in ordine alle attività attribuite o riservate, in via esclusiva o meno, a ciascuna professione”.

Gli esposti rilievi logico-sistematici, unitamente allo stesso tenore letterale dell’art. 348 c.p., impongono, dunque, l’adesione all’interpretazione estensiva in discorso. La quale enuclea, in sostanza, accanto alla “riserva” professionale collegata alla attribuzione in esclusiva dell’atto singolo, una riserva collegata allo svolgimento, con modalità tipiche della professione, di atti univocamente ricompresi nella sua competenza specifica: conclusione questa che si rivela, in definitiva – come già precisato -, l’unica coerente con un sistema indistinto di **** in cui non è indispensabile l’esistenza di riserva esclusiva di specifiche attività ma che sono nel contempo ad appartenenza necessaria.

E’ importante, per evitare equivoci applicativi, ribadire con chiarezza che la condotta “abituale” ritenuta punibile in tale ricostruzione deve essere posta in essere con le oggettive apparenze di un legittimo esercizio professionale, perchè solo a questa condizione, in presenza di atti non riservati per se stessi, si viola appunto il principio della generale riserva riferita alla professione in quanto tale, con correlativo tradimento dell’affidamento dei terzi. Ne consegue che quando tali apparenze mancano, sia per difetto di abitualità, organizzazione o remunerazione, sia perchè il soggetto agente espliciti in modo inequivoco che egli non è munito di quella specifica abilitazione e opera in forza di altri titoli o per esperienza personale comunque acquisita, si è fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 348 c.p.. Tale vantazione va compiuta peraltro, in conformità all’interesse protetto dal reato, su un piano generale e oggettivo, e non nella dimensione dello specifico rapporto interpersonale, con quanto ne consegue ai fini della (persistente) irrilevanza scriminante del consenso del singolo destinatario della prestazione abusiva.

Tirando le fila del discorso, si può affermate il seguente principio di diritto: “Concreta esercizio abusivo di una professione, punibile a norma dell’art. 348 c.p., non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva a una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorchè lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”. 8. Soluzione del caso e norme speciali sopravvenute.

Applicando le conclusioni in diritto che precedono alla fattispecie di causa, si deve osservare che le attività ascritte al C. non erano incluse nelle positive elencazioni di quelle considerate di particolare competenza della professione di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale a sensi del D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, vigenti all’epoca. Esse, quindi – escluso, per le ragioni sopra esposte, di poter valorizzare al riguardo le previsioni introduttive di carattere generale contenute negli stessi decreti – restano del tutto fuori del campo di applicabilità dell’art. 348 c.p., quand’anche connotate dai caratteri di continuatività, onerosità e organizzazione.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in relazione all’imputazione di cui all’art. 348 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato. Ne consegue l’eliminazione della relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione.

Per completezza, può aggiungersi che il successivo D.Lgs. 28 giugno 2005, n. 139, emanato in attuazione della delega conferita al Governo con la L. 24 febbraio 2005, n. 34, art. 2, ha sostituito i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, istituendo l’Albo unificato dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, e, oltre a una elencazione di attività comune alle due categorie (riproducente quella già relativa ai commercialisti secondo il D.P.R. n. 1067 del 1953), ha previsto un lungo elenco di altre attività di riconosciuta competenza tecnica dei soli iscritti alla Sezione A (Commercialisti) e un elenco di attività di riconosciuta competenza tecnica degli iscritti alla Sezione B (Esperti contabili) dell’Albo, fra le quali sono state incluse le seguenti: “a) tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, controllo della documentazione contabile, revisione e certificazione contabile di associazioni, persone fisiche o giuridiche diverse dalle società di capitali; b) elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarle e cura degli ulteriori adempimenti tributari”.

Pur non recando più la legge delega n. 39 del 2005, la previsione, già presente nella legge delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (criterio direttivo sub a) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, e pur essendosi, nel D.Lgs. n. 139 del 2005, riformulata la clausola di salvezza per i soggetti non iscritti all’Albo oggetto dei decreto in un modo che sembra riferirsi solo ai professionisti iscritti in altri **** (“Sono fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge ai professionisti iscritti in altri albi”), non si ravvisano ragioni formali (in relazione alle espressioni usate) o sostanziali (in relazione alla natura della professione di esperto contabile) per ritenere che l’inserimento nell’elenco comune agli iscritti alle due Sezioni e nell’elenco separato relativo agli iscritti alla Sezione B comporti ora l’attribuzione in via esclusiva delle relative attività.

Conferma decisiva di tale conclusione discende dalla constatazione che l’unico accenno, presente nella nuova legge delega, ricollegabile in qualche modo a una possibile logica di competenza esclusiva (non monopolistica), la sussistenza e i limiti della cui effettiva realizzazione restano ovviamente da verificare, riguarda gli iscritti alla sezione A e si rinviene in particolare nella lett. d) dell’art. 3, laddove si prevede che “E’ consentita l’attribuzione di nuove competenze agli iscritti nella sezione dell’Albo unico riservata ai laureati specialistici, che presentino profili di interesse pubblico generale, nel rispetto del principio della libertà di concorrenza e fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge a professionisti iscritti ad altri albi. Sono fatte salve, altresì, le attività di natura privatistica già consentite dalla legge agli iscritti a registri, ruoli ed elenchi speciali tenuti dalla pubblica amministrazione”.

La specifica inclusione delle attività di tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, e di elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarie e cura degli ulteriori adempimenti tributari, nell’elenco di quelle riconosciute di competenza tecnica degli iscritti alla sezione B consente però ora senz’altro di ritenere, alla stregua delle conclusioni sopra assunte, che lo svolgimento di esse, se effettuato da soggetto non abilitato con modalità tali da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse dallo stesso provenienti, le apparenze dell’attività professionale svolta da esperto contabile regolarmente abilitato, è punibile a norma dell’art. 348 c.p..

Il principio di diritto che da quanto sopra si può enucleare è il seguente: “Le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti, non integrano il reato di esercizio abusivo delle professioni di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale, quali disciplinate, rispettivamente, dal D.P.R. nn. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, anche se svolte – da chi non sia iscritto ai relativi albi professionali – in modo continuativo, organizzato e retribuito, tale da creare, in assenza di indicazioni diverse, le apparenze di una tale iscrizione; a opposta conclusione, in riferimento alla professione di esperto contabile, deve invece pervenirsi se le condotte in questione siano poste in essere, con le caratteristiche suddescritte, nel vigore del nuovo D.Lgs. n. 139 del 2005”. 9. Raffronto con la giurisprudenza costituzionale e la giurisprudenza civile. Le conclusioni adottate non appaiono incompatibili con quanto affermato dalla citata Corte cost. n. 418 del 1996. Nell’occasione la Consulta venne investita dal giudice a quo, nel corso di una controversia civile relativa al pagamento di compensi per attività di consulenza aziendale espletata da una S.r.l., della questione di legittimità costituzionale del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di dottore commercialista) e D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale), “nella parte in cui riservano concretamente in via esclusiva a quei professionisti l’esercizio professionale nelle materie della economia e della consulenza aziendale”: questione sollevata in particolare in riferimento all’art. 76 della Costituzione, in relazione alla presunta “violazione del criterio direttivo della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, sulla revisione degli ordinamenti professionali di dottore commercialista e di ragioniere, che all’articolo unico, lett. a), dispone che la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”. Gli ultimi commi degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, dettati in applicazione del criterio direttivo della legge delega sul divieto di attribuzione esclusiva delle materie indicate agli iscritti negli albi dei commercialisti, ben lungi dall’aver tale effetto, avevano di contro, secondo il giudice rimettente, concretamente impedito l’esercizio di tale attività di consulenza a chi non fosse iscritto negli albi, dal momento che, secondo il loro tenore testuale, solo i professionisti iscritti in altri albi potevano esercitare nelle stesse materie, purchè loro attribuite da leggi e regolamenti. Poichè nessuna legge prescriveva alcun “albo dei consulenti aziendali”, ne conseguiva che l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale in materia “economica” ai commercialisti e ai ragionieri assorbiva anche quella di consulenza aziendale, determinando l’esercizio esclusivo in favore di questi ultimi.

Nel risolvere la questione con pronuncia interpretativa di rigetto, la Consulta, come si è sopra visto, escluse che nelle norme delegate fossero rinvenibili attribuzioni in via esclusiva di competenze, e interpretò la clausola di cui all’ultimo comma degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, secondo la quale l’elencazione delle attività, oggetto della professione disciplinata, non pregiudica “quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie a norma di leggi e regolamenti” nel senso che l’espressione “a norma di leggi e regolamenti”, doveva essere intesa “non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche, per quel che qui più rileva, con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”.

Com’è evidente dall’oggetto della pronuncia e dal suo tenore formale e sostanziale, il discorso in essa svolto, anche per quanto concerne le importanti enunciazioni di carattere generale (“Al di fuori delle attività comportanti prestazioni che possono essere fornite solo da soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (…), per tutte le altre attività di professione intellettuale o per tutte le altre prestazioni di assistenza o consulenza (…), vige il principio generale di libertà di lavoro autonomo o di libertà di impresa di servizi a seconda del contenuto delle prestazioni e della relativa organizzazione”), si è interamente e costantemente mantenuto sul piano dei problemi inerenti alle attribuzioni esclusive di specifiche attività, da escludere in assenza di univoche indicazioni in contrario (ed escluse in concreto in riferimento ai DD.PP.RR. presi in considerazione). E’ rimasta quindi (e non poteva che rimanere) fuori dal suo ambito la questione della possibile rilevanza, ai fini dell’applicabilità dell’art. 348 c.p., dello svolgimento di specifiche attività attribuite a una professione soggetta ad abilitazione non in via esclusiva ma sotto il profilo della particolare competenza tecnica, attuato (da un non abilitato) in forma sistematica e con le oggettive apparenze del possesso del relativo titolo, e da ritenere, (solo) per e in tali modalità, “riservato” alla professione stessa.

Incompatibili con le conclusioni assunte nella presente decisione non appaiono neppure gli esiti di recenti arresti della giurisprudenza civile di questa Corte, che, in dichiarata adesione alla anzidetta pronuncia del Giudice delle leggi (e a modifica della posizione assunta in precedenza da Sez. 2 civ., n. 21495 del 12/10/2007, Rv. 600035), hanno riconosciuto il diritto di consulenti del lavoro al compenso per le attività di consulenza e valutazione in materia aziendale, ritenute non riservate per legge in via esclusiva ai dottori commercialisti, ai ragionieri e ai periti commerciali (Sez. 2 civ., n. 15530 del 11/06/2008, Rv. 603748), e per le attività di tenuta delle scritture contabili dell’impresa, redazione dei modelli IVA o per la dichiarazione dei redditi, effettuazione di conteggi ai fini dell’IRAP o ai fini dell’ICI, richiesta di certificati o presentazione di domande presso la Camera di Commercio, ritenute non rientranti in quelle riservate solo a soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (Sez. 2 civ., n. 14085 del 11/06/2010, Rv. 613443). Le attività indicate, infatti, da un lato, non erano incluse all’epoca nelle elencazioni specifiche delle attività qualificate come di particolare competenza delle professioni commerciali, e, dall’altro (e al di là di ogni altra possibile considerazione), erano comunque svolte nell’esercizio della professione di consulente del lavoro e, quindi, senza l’indotta apparenza di un esercizio facente capo a soggetto abilitato a professione commerciale.

10. Altri addebiti: a) la truffa.

Quanto agli altri addebiti, in relazione alla contestata imputazione di truffa (art. 640 c.p.), la difesa del ricorrente – nel ribadire le argomentazioni già svolte nei motivi di appello – ne ha sostenuto l’insussistenza, deducendo che la condotta illecita si è esaurita nel reato di falso, cui è stata di recente riconosciuta (da Sez. U, n. 46982 del 25/10/2007, ********, Rv. 237855) la natura di reato plurioffensivo (avente come oggetto sia la fede pubblica che l’interesse privato), e che è stato nella specie posto in essere non per ottenere la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento dell’impegno ad effettuare i dovuti pagamenti.

In realtà; dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, quale emerge dalla motivazione da essi resa (come integrata anche da quella della pronuncia di primo grado), avverso la quale sono state mosse censure risolventisi in deduzioni di fatto ovvero nella denuncia del mancato diretto apprezzamento di rilievi difensivi sostanzialmente privi di decisività e implicitamente superati dalla ampia esposizione e logica valutazione dei molteplici e convergenti elementi probatori (orali e documentali) acquisiti, risulta con chiarezza che il C.: – si presentò con la falsa veste di professionista qualificato; – ottenne in tal modo dai clienti l’incarico di tenerne la contabilità e di curarne gli adempimenti amministrativi e fiscali; – omettendo largamente l’assolvimento di tali adempimenti, si fece consegnare le somme destinate ai pagamenti ad essi correlati; – omettendo tali pagamenti, trattenne per sè le somme ed esibì ai clienti false certificazioni, da lui formate, attestanti i detti pagamenti.

In tale sequenza di comportamenti non c’è dubbio che deve essere – ed è stata correttamente – ravvisata la fattispecie della truffa (aggravata a sensi dell’art. 61 c.p., n. 11), in quanto il conseguimento indebito, da parte del C., delle somme versategli dai clienti è il risultato di una strategia artificiosa e fraudolenta, rispetto alla quale la formazione e l’esibizione degli atti falsi si pone come un aggiuntivo ma non essenziale tassello di completamento, diretto a coprire non un mero casuale inadempimento ma il momento saliente (realizzazione dell’ingiusto profitto) della operazione truffaldina.

Considerata, poi, la reiterazione delle condotte e la inquadrabilità dei falsi inerenti a operazioni precedenti come mezzi per rendere più agevoli le operazioni successive, non può che ricordarsi, in diritto, che, per giurisprudenza consolidata (su cui non ha certo influito la richiamata decisione delle Sezioni Unite Pasquini), i reati di truffa e falso, aventi oggetti giuridici ed elementi strutturali distinti, non possono considerarsi in rapporto di specialità nè sono riconducibili alla figura del reato complesso, di tal che, quanto il falso venga usato come raggiro, essi concorrono fra di loro (Sez. 5, n. 21409 del 05/02/2008, *******, Rv. 240081; Sez. 2, n. 4701 del 16/12/1988, dep. 1989, Piazza, Rv. 180937; Sez. 5, n. 2990 del 18/01/1984, Arenare, Rv. 163439; Sez. 5, n. 5186 del 22/04/1983, ********, Rv. 159355; Sez. 5, n. 862 del 27/10/1978, dep. 1979, *******, Rv. 140899; Sez. 2, n. 12431 del 01/10/1975, *****, Rv. 131600; Sez. 2, n. 443 del 02/04/1973, dep.1974, ****, Rv. 125988; Sez. 5, n. 520 del 26/03/1971, ********, Rv. 118398; Sez. 2, n. 866 del 10/04/1970, dep. 1971, ********, Rv. 117169; Sez. 5, n. 121 del 25/01/1971, ************, Rv. 116902; Sez. 5, n. 1 del 13/01/1970, *****, Rv. 114480; Sez. 5, n. 1073 del 13/11/1968, dep. 1969, *****, Rv. 109964; Sez. 2, n. 532 del 28/03/1966, Savoldini, Rv. 102076).

11. segue: b) il falso.

In relazione alla imputazione di falso materiale (artt. 476 e 482 c.p.), la difesa propone censure che si concretano nella contestazione della valutazione in termini di gravità del delitto in esame, cui sarebbe seguito un rigore sanzionatorio ritenuto eccessivo in relazione, da un lato, al danno cagionato (Euro 1.671,00) e, dall’altro, al rito abbreviato richiesto dall’imputato. Si tratta all’evidenza di censure improponibili, in quanto investono, per di più in modo generico, un punto della decisione, quale la commisurazione della pena, che è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice di merito, come tale sottratta al sindacato di legittimità, ove – come appunto nel caso di specie (v., oltre al formale richiamo ai criteri dettati dall’art. 133 c.p., i riferimenti, rinvenibili nel corpo della motivazione, ai precedenti specifici, alla intensità del dolo, alla capacità a delinquere) – corredata di una motivazione idonea a far emergere la ragione della concreta scelta operata.

12. Il motivo sull’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4.

Resta da esaminare il motivo col quale la difesa sostiene che il giudice d’appello, in presenza di un danno accertato di Euro 1671 (essendo rimasto indeterminato il “maggior danno” ritenuto esistente dal Tribunale), non ha spiegato perchè non sia concedibile l’invocata attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4, omettendo così di rispondere al relativo motivo formulato in appello.

La denunciata omissione è irrilevante, non avendo mai la difesa mosso critiche specifiche alla logica e articolata motivazione con cui la sentenza di primo grado, nel disattendere la richiesta di riconoscimento della detta attenuante, ha evidenziato che, oltre che dagli importi di cui il C. si è direttamente appropriato (determinati solo con riferimento alla soglia minima accertata di Euro 1671,00), il danno subito dalle persone offese è rappresentato anche dalle pesanti conseguenze (pagamento di sovrattasse e sanzioni) ricadenti su di loro (in termini certamente non di “speciale tenuità”) per effetto dei comportamenti dell’imputato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al capo c) dell’imputazione perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato ed elimina la relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione. Rigetta nel resto ricorso.

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La depressione non basta per ottenere gli arresti domiciliari (Cass. pen. n. 10963/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con ordinanza in data 7/11/2011, il Tribunale per il riesame di Palermo, accogliendo l’appello avverso l’ordinanza del Tribunale di Marsala del 7-8 settembre 2011, disponeva la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere applicata a I. L., indagato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. con la misura degli arresti domiciliari, ai sensi dell’art. 275 c.p.p., comma 4 bis, osservando che le condizioni di salute del prevenuto, quali accertate dai periti, risultavano incompatibili con il protrarsi dello stato di detenzione.

2. Avverso tale ordinanza proposto ricorso il P.M. deducendo mancanza contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

Premesso che l’incompatibilità dello stato di salute del detenuto con la custodia intramuraria deve essere valutata tenendo presente le cure che possono essere erogate nelle idonee strutture sanitarie penitenziarie, il P.M. ricorrente si duole che il Tribunale non abbia motivato circa l’inadeguatezza del CDT di Torino, individuato dal DAP come idoneo alla gestione sanitaria del detenuto, a fornire le cure necessarie rispetto alla patologia diagnosticata all’ I..

Contesta inoltre la sussistenza dei presupposto della malattia particolarmente grave, essendo la patologia riscontrata dai periti di tipo meramente psicologico, non potendosi considerare valido elemento al riguardo l’ipotizzato rischio suicidario.

3. Il difensore di I.L. ha depositato una memoria resistendo al ricorso del P.M..

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato.

2. Secondo l’insegnamento di questa Corte, la valutazione della gravità delle condizioni di salute del detenuto e della conseguente incompatibilità col regime carcerario deve essere effettuata sia in astratto, con riferimento ai parametri stabiliti dalla legge, sia in concreto, con riferimento alla possibilità di effettiva somministrazione nel circuito penitenziario delle terapie di cui egli necessita. Ne consegue che, da un lato, la permanenza nel sistema penitenziario può essere deliberata se il giudice accerta che esistano istituti in relazione ai quali possa formularsi un giudizio di compatibilità, dall’altro, che tale accertamento deve rappresentare un “prius” rispetto alla decisione e non una mera modalità esecutiva della stessa, rimessa all’autorità amministrativa (Cass. Sez. 6, Sentenza n. 34433 del 15/07/2010 Cc, Rv. 248166; Sez. 6, Sentenza n. 25706 del 15/06/2011 Cc. (dep. 28/06/2011) Rv. 250509).

3. Bisogna considerare, inoltre, che secondo la giurisprudenza di questa Corte, le condizioni di salute particolarmente gravi, che – di norma – precludono la custodia in carcere, non devono identificarsi con quelle patologie che, ancorchè marcate, sono, per così dire, connaturali alla privazione della libertà personale, quali la sindrome ansioso-depressiva, bensì con quelle patologie che, a prescindere dalla posizione “in vinculis” del paziente, si oggettivizzano da sole, assumono una propria autonomia e sono connotate, oltre che dalla gravità, dalla insuscettibilità di essere risolte o di essere curate in costanza di detenzione, per non essere praticabili i normali interventi diagnostici e terapeutici in ambiente carcerario, intendendosi per tale anche quello costituito dai centri clinici dell’amministrazione penitenziaria (Cass. Sez. 6, Sentenza n. 296 del 18/01/2000 Cc. (dep. 05/04/2000 ) Rv. 215860).

4. Nel caso di specie nel provvedimento impugnato difetta una motivazione specifica sulla impossibilità dell’imputato di ottenere del CDT di Torino quei costante supporto specialistico di tipo psichiatrico o psicologico di cui il prevenuto necessita, secondo le modalità indicate dai periti. Di conseguenza l’ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Palermo per nuovo esame.

 

P.Q.M.

 

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Palermo per nuovo esame.

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Decreto di citazione a giudizio – Notificazione – Persona totalmente diversa dall’imputato – Nullità (Cass. pen. n. 10817/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

P.E., tramite il difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza 29.4.2011 con la quale la Corte d’Appello di Napoli, confermando la decisione 14.4.2008 del Tribunale di Avellino, lo ha condannato alla pena di anni uno di reclusione e 400,00 Euro di multa per la violazione degli artt. 56 e 629 c.p.; artt. 110, 56 e 624 c.p., art. 625 c.p., n. 2, fatti commessi in (omissis).

 

RITENUTO IN FATTO:

 

La difesa dell’imputato richiede l’annullamento dell’impugnata sentenza deducendo, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), la violazione dell’art. 161 c.p.p., con conseguente nullità assoluta ex art. 179 c.p.p., in relazione alla notificazione del decreto di citazione a giudizio.

 

La difesa lamenta, infatti, essere stata omessa la notificazione all’imputato del decreto di citazione per il giudizio di appello perchè tentata presso una residenza il cui indirizzo era errato.

 

Aggiunge ancora la difesa che errate sono anche le generalità dell’imputato (data e luogo di nascita) riportate sul decreto di citazione per il giudizio di appello, con la conseguenza che l’imputato è stata vanamente cercato procedendosi ad una successiva notificazione dell’atto di citazione, ai sensi del comma 4, dell’art. 161 c.p.p., essendone del tutto assenti i legittimi presupposti.

 

RILEVATO IN DIRITTO:

 

La doglianza è fondata e va accolta.

 

Dall’esame del fascicolo del dibattimento si rileva che in data 18.3.2011 l’Ufficiale giudiziario ha tentato la notificazione del decreto di citazione per il giudizio avanti la Corte di Appello, all’ P.E., presso la residenza indicata in (omissis), non trovandolo e dando quindi atto della sua assenza.

 

Negli atti della Corte d’Appello, l’imputato è indicato essere nato a il 17.4.1981 in Avellino e, infine, il decreto di citazione è stato notificato presso il difensore ai sensi dell’art. 161 c.p.p., comma 4.

 

Dalla lettura della sentenza di primo grado si evince ancora che l’imputato P.E. risulta essere nato a (omissis) e residente in v. (omissis).

 

Dal confronto delle generalità e dei luoghi di residenza, appare evidente che il decreto di citazione a giudizio è stato inviato ad una persona che, per generalità e indirizzo di abitazione è totalmente diversa dall’imputato.

 

Nel caso in esame si deve pertanto concludere che è stata del tutto omessa la notificazione all’imputato del decreto di citazione a giudizio avanti alla Corte d’Appello, nè dagli atti si evince che si versi in una situazione di mera irregolarità della notificazione, riconducibile ad ipotesi disciplinata dall’art. 181 c.p.p., non emergendo fatti dai quali si possa inferire che l’imputato potesse avere una conoscenza effettiva del decreto di citazione.

 

Pertanto è nulla ex art. 179 c.p.p., la notificazione del decreto di citazione a giudizio dell’imputato avanti alla Corte d’appello con conseguente nullità degli atti successivi da essa dipendenti, ai sensi dell’art. 185 c.p.p..

 

Il ricorso va quindi accolto, e la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli per nuovo giudizio.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata e dispone la trasmissione degli atti ad altra sezione della Corte di Napoli.

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Tribunale di sorveglianza di Torino; ordinanza 28 marzo 2012, pres. viglino, est. vignera; ric. m.

Redazione

TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI TORINO; ordinanza 28 marzo 2012, *************, Est. *******; ric. M.

STRANIERO – RIFUGIATO – DIVIETO DI ESPULSIONE – DIRITTO A SOGGIORNARE IN ITALIA – ESCLUSIONE (L. 24 luglio 1954, n. 722, ratifica ed esecuzione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, art. 1, 2; d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19).

STRANIERO – RICHIEDENTE ASILO – DOMANDA IN ALTRO STATO DELL’UNIONE EUROPEA – ESITO – RILEVANZA AI FINI DELL’ESPULSIONE – ESCLUSIONE (L. 24 luglio 1954, n. 722, ratifica ed esecuzione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951, art. 1, 2; d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, art. 19; reg. CE 18 febbraio 203, n. 343, regolamento del Consiglio dell’Unione Europea che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo, art. 16).

A differenza del divieto di espulsione previsto dal secondo comma dell’art. 19 d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, quello stabilito dal primo comma dello stesso art. 19 nei confronti del rifugiato non fa acquistare allo straniero il diritto a permanere nel territorio dello Stato italiano.

La presentazione di una domanda di asilo politico in un altro Stato membro dell’Unione Europea non impedisce l’espulsione del richiedente dal territorio dello Stato italiano, qualunque possa essere stato l’esito della domanda stessa.

 

N° 2011/6959 SIUS

N° ………………………………………SIEP


N° ……………………………………..
Reg. Ordinanze

 

REPUBBLICA ITALIANA

Il Tribunale di Sorveglianza di Torino

composto da:

1) ********************************************

2) ********************************************

3) Dott. ***********************************

4) *****************************************

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei confronti di M. S., nato a Casablanca (Marocco) il XXXX, detenuto presso la Casa Circondariale di Alessandria, difeso dall’Avv. C. M. del Foro di Torino, nel procedimento di sorveglianza avente ad oggetto l’impugnazione avverso il provvedimento applicativo della misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato emesso il 24 novembre 2011 dal Magistrato di Sorveglianza di Alessandria.

******************

1. – Con sentenza in data 7 marzo 2011 il Tribunale di Torino dichiarava M. S. colpevole di tentato furto aggravato, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione ed euro 160,00 di multa e (ritenutane la pericolosità sociale in considerazione della recidiva specifica, reiterata ed infraquinquennale, nonché della sua condizione di “clandestino” e della mancanza di fonti di reddito lecite) gli applicava la misura di sicurezza dell’espulsione dal territorio dello Stato ex art. 15, comma 1, d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286.

In previsione della fine dell’esecuzione della superiore pena detentiva (che terminerà il 4 ottobre 2012), il 24 novembre 2011 il Magistrato di Sorveglianza di Alessandria riesaminava la pericolosità sociale del M. ex art. 679 c.p.p., la dichiarava attuale e disponeva l’espulsione del predetto dal territorio dello Stato.

Avverso tale provvedimento ha proposto tempestiva impugnazione l’interessato, il quale ha invocato l’operatività nei suoi confronti del divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998, essendogli stato concesso asilo politico in Austria.

Invitato a produrre la relativa documentazione, il M. ha dichiarato di non poterlo fare, avendola smarrita a Torino.

Il 9 febbraio 2012 la Questura di Alessandria ha comunicato che il soggetto risultava positivo presso il sistema EURODAC (riscontro delle impronte digitali a livello europeo) con un determinato codice identificativo emesso il 13 gennaio 2010 per domanda di asilo politico presentata in Austria.

Inevase sono rimaste le richieste di informazioni indirizzate sin dal 21 febbraio 2012 alla competente Autorità amministrativa (Unità Dublino-Ministero degli Interni- Roma) per conoscere l’esito della superiore domanda di asilo politico (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).

2.- L’impugnazione va rigettata.

L’art. 19 d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 prevede al primo comma il divieto di espulsione nei confronti dello straniero che “possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali”: nei confronti, cioè, di quella categoria di soggetti considerati “rifugiati” ai sensi dell’art. 1 della Convenzione relativa allo status dei rifugiati firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 (resa esecutiva in Italia con la l. 24 luglio 1954, n. 722) come modificato dall’art. 1 del Protocollo del 1967 relativo allo status dei rifugiati.

Lo stesso art. 19, poi, al secondo comma prevede il divieto di espulsione per altre categorie di stranieri (minori, conviventi con parenti o con il coniuge di nazionalità italiana, donne in stato di gravidanza ecc.).

Il divieto di espulsione previsto dal secondo comma dell’art. 19 cit. ha carattere assoluto perché:

  • il soggetto trovantesi in una delle situazioni ivi previste non può essere espulso verso nessun Paese straniero;

  • ad esso (divieto), pertanto, consegue il diritto dello straniero a permanere nel territorio dello Stato italiano, il quale (diritto) viene a cessare solo con la caducazione della “situazione legittimante” ivi prevista (id est: con il raggiungimento della maggiore età, con la cessazione della convivenza con il parente o coniuge di cittadinanza italiana, con il termine della gravidanza ecc.).

Il divieto di espulsione stabilito dal primo comma dello stesso art. 19, invece, ha carattere relativo perché:

  • il soggetto non può essere espulso soltanto verso determinati Stati stranieri (quello o quelli in cui potrebbe essere oggetto di persecuzione);

  • in virtù di esso (divieto), pertanto, lo straniero non acquista alcun diritto a permanere nel territorio italiano [v. in tal senso la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 09/04/2002, n. 5055, in Riv. dir. internaz., 2002, 797: "Altro è, di contro, l’istituto del divieto di respingimento od espulsione (art. 19 d.lgs. n. 286 del 1998), in base al quale in nessun caso l’espulso può essere inviato in uno Stato nel quale egli può patire persecuzioni: si tratta di una misura di protezione umanitaria ed a carattere negativo che non conferisce, di per sé, al beneficiario alcun titolo di soggiorno in Italia ma solo il diritto a non vedersi reimmesso in un contesto di elevato rischio personale”; negli stessi termini v. pure la motivazione di Cass. civ., Sez. I, 04/05/2004, n. 8423, in Gius, 2004, 3454];

  • esso (divieto), conseguentemente, non impedisce l’espulsione del soggetto verso un Paese straniero, in cui non esiste nei suoi confronti alcun pericolo di persecuzione (sulla possibilità di espellere uno straniero verso uno Stato diverso da quello di appartenenza o di origine v. in generale Cass. pen., 16/10/1984, Bianchi, in Riv. pen., 1985, 610: “Il provvedimento di espulsione non dovrebbe automaticamente determinare la consegna dell’interessato alle autorità dello stato che intende procedere penalmente contro di lui, ma dovrebbe comportare il semplice accompagnamento dell’espulso ad una qualsiasi frontiera dello stato di rifugio, da lui stesso scelta; tuttavia, secondo la normativa vigente, la cosiddetta ‘espulsione verso l’Italia’ non pone limiti all’esercizio dell’azione penale in Italia, né rende applicabili i principi relativi all’estradizione, non essendo ciò previsto né da norme del diritto internazionale generalmente riconosciuto, donde la esclusione di una inosservanza del precetto fissato dall’art. 10 cost., né da altre norme recepite nel nostro ordinamento, per il quale l’unico dato rilevante è il disinteresse dello stato di rifugio per la sorte dell’espulso”).

Questa diversa natura (relativa l’una ed assoluta l’altra) dei due divieti di espulsione ex art. 19 d.lgs. 286/1998 si desume, anzitutto, dallo stesso tenore letterale della disposizione in esame, il cui primo comma (a differenza del secondo comma, che recita tout court: “non è consentita l’espulsione … nei confronti”) dice che l’espulsione od il respingimento “non può disporsi verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione”.

Inoltre, se pure il divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998 avesse carattere assoluto, sarebbe ultronea e/o illogica codesta previsione “specifica e separata” riguardante i rifugiati perché sarebbe stata sufficiente la semplice inclusione anche degli stessi (rifugiati) nell’elencazione delle categorie di persone non soggette ad espulsione contenuta nell’art. 19, comma 2 [c[con l’aggiunta, per esempio, di una lettera e) nel testo di codesta elencazione]/p>

Il carattere relativo del divieto di espulsione ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998, infine, trova conferma nell’art. 20 d.lgs. 19 novembre 2007, n. 251, il quale [d[dando attuazione all’art. 32 della Convenzione di Ginevra del 1951 e, anzi, "rafforzando” ulteriormente la protezione dall’espulsione accordata dall’art. 33 della Convenzione stessa (il cui secondo comma esclude che il divieto di reimmissione entro le frontiere degli Stati "a rischio” possa essere invocato dal rifugiato in presenza di gravi motivi di sicurezza nazionale o di ordine pubblico)]isciplina l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale (rientrante nella competenza del Ministro dell’Interno in base alla disposizione generale ex art. 13, comma 1, d.lgs. 286/1998, rispetto al quale l’art. 20 d.lgs. 251/2007 si pone in rapporto di specialità).

Tale norma (l’art. 20 cit.) così recita: “Fermo restando quanto previsto dall’articolo 19, comma 1, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il rifugiato o lo straniero ammesso alla protezione sussidiaria è espulso quando: a) sussistono motivi per ritenere che rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato; b) rappresenta un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica, essendo stato condannato con sentenza definitiva per un reato per il quale è prevista la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni”.

Orbene!

Se l’art. 20 cit. – da un lato – consente espressamente l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale nei casi di cui alle suindicate lettere a) e b) e se esso – dall’altro lato – anche rispetto a questi casi ribadisce l’operatività del divieto di espulsione stabilito in via generale per gli stessi rifugiati dall’art. 19, comma 1, d. lgs 286/1998, ciò presuppone necessariamente la “relatività” di tale divieto: col suo richiamo, più esattamente, l’art. 20 d.lgs. 251/2007 ha voluto precisare che il nostro legislatore non si è avvalso della possibilità concessagli dall’art. 33, comma 2, della Convenzione di Ginevra del 1951 e che, quindi, anche l’espulsione amministrativa del rifugiato per motivi di sicurezza nazionale ivi prevista (come tutti gli altri tipi di espulsioni – amministrative o giudiziali – eventualmente riguardanti soggetti aventi lo status di rifugiato: quali ad esempio quelle ex art. 13, comma 7, art. 15, comma 1, art. 16, commi 1 e 5, d.lgs. 286/1998) è consentita solo verso Paesi stranieri in cui il soggetto non sia esposto a rischio di persecuzione.

Opinare diversamente (assegnare, cioè, carattere assoluto al divieto ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998), infatti, significherebbe “svuotare” il contenuto dell’art. 20 d.lgs. 251/2007, il quale nei confronti del rifugiato finirebbe con il prevedere al tempo stesso la possibilità di espellerlo [nei c[nei casi di cui alle lettere a) e b)]ng>e … l’impossibilità di espellerlo (per effetto della confermata operatività del divieto ex art. 19 d.lgs. 286/1998 pure rispetto a codesti casi di espulsione).

3. – Tanto precisato in via generale, si osserva adesso che nella fattispecie sub iudice l’unico dato certo è che il 13 gennaio 2010 M. S. ha presentato domanda di asilo politico in Austria (v. la superiore comunicazione della Questura di Alessandria del 9 febbraio 2012).

Malgrado le reiterate richieste inoltrate alla “Unità Dublino” tramite la Questura alessandrina, nulla si sa ancora circa l’esito della superiore domanda (accoglimento o rigetto o attuale pendenza).

Ciò, tuttavia, non impedisce la conferma dell’impugnato provvedimento di espulsione, la quale (espulsione) sarebbe in ogni caso possibile: qualunque sia stato, cioè, l’esito della domanda predetta.

Invero:

  1. qualora la domanda de qua sia stata respinta, l’espulsione del reclamante non sarebbe esposta ad alcun divieto di legge (neppure a quello ex art. 19, comma 1, d.lgs. 286/1998) e potrebbe essere eseguita senz’altro verso il suo Paese d’appartenenza;

  2. qualora la domanda stessa sia stata accolta, il reclamante non potrebbe essere espulso verso il suo Paese d’appartenenza, ma (stante la relatività del divieto ex art. 19, comma 1, cit.) ben potrebbe esserlo verso lo Stato che gli ha riconosciuto lo status di rifugiato (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), non essendo sicuramente esposto colà ad alcun rischio di persecuzione;

  3. qualora, infine, la domanda in discorso sia ancora pendente, il reclamante potrebbe essere espulso verso lo Stato competente per l’esame della domanda stessa (nella fattispecie verso la Repubblica d’Austria), il quale “è tenuto … a portare a termine l’esame della domanda d’asilo” [art. [art. 16, comma 1, lettera b), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003]“riprendere in carico, alle condizioni di cui all’articolo 20, il richiedente asilo, la cui domanda è in corso di esame e che si trova nel territorio di un altro Stato membro senza esserne stato autorizzato” [art. [art. 16, comma 1, lettera c), del Reg. CE n. 343 del 18 febbraio 2003]

Spetterà alla Questura competente a curare l’esecuzione del presente provvedimento il compito di verificare quale di codeste tre situazioni sarà concretamente esistente nei confronti del condannato al momento dell’esecuzione della sua espulsione dal territorio italiano e di eseguirla in base a quella che in quel momento sarà lo stato della sua domanda di asilo politico presentata in Austria.

P.Q.M.

conferma l’impugnato provvedimento e ad integrazione dello stesso precisa che la Questura competente ne curerà l’esecuzione in base alle modalità indicate al paragrafo 3) della motivazione.

Torino, 28 marzo 2012

Il Giudice estensore

Dr. **************** Il Presidente

Dr. *************

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Datore di lavoro – Informazione, formazione ed addestramento – Macchina ed attrezzatura da lavoro (Cass. pen. n. 10862/2012)

Redazione

Fatto e Diritto

1. Il Tribunale di Ivrea ha affermato la penale responsabilità dell’imputato in epigrafe in ordine al reato di lesioni personali commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. La pronunzia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha ridotto la pena.

All’imputato, nella qualità di datore di lavoro, è stato mosso l’addebito di aver messo a disposizione del dipendente ***** una apparecchiatura non del tutto appropriata tanto che un pesante pezzo sul quale stava operando scivolava dalla sede della lavorazione cagionandogli lesioni personali al polso.

2. Ricorre per cassazione l’imputato. Si espone che il primo giudice ha affermato la responsabilità avendo ritenuto che solo dopo il fatto avesse avuto luogo adeguata attività di formazione; sebbene la questione della formazione non fosse stata dedotta in imputazione.

D’altra parte, la Corte d’appello, travisando la prova, ha affermato che solo dopo l’incidente l’azienda ha apportato al macchinario in questione le modifiche idonee a garantire la sicurezza dell’operatore. Tale affermazione è contrastata dal contenuto del verbale redatto dallo SPRESAL, di cui vengono anche citati alcuni brani.

3. Il ricorso è infondato.

La prima sentenza, richiamata e confermata dal giudice d’appello, reca una approfondita disamina della vicenda. Si espone che la ricostruzione dei fatti emerge dalla deposizione testimoniale dell’ispettrice del lavoro intervenuta subito dopo il fatto. Costei ha riferito che il lavoratore stava operando su una macchina che faceva fotografie e misurazioni tridimensionali dei pezzi. Per compiere tale operazione il lavoratore aveva agganciato un pesante pezzo di circa 90 kg ad una gru denominata “capretta”, dalla quale però lo aveva sganciato per posizionarlo correttamente. Nel corso dell’operazione il pezzo era caduto sul braccio del lavoratore colpendolo al polso e cagionandogli una lesione tendinea. Fu quindi contestata la non completa idoneità delle attrezzature e fu demandato all’azienda di adottare le modifiche appropriate al fine di assicurare un aggancio permanente dei pezzi. La teste ha soggiunto che in occasione di un secondo sopralluogo fu constatato che l’azienda aveva creato una corretta procedura di esecuzione delle operazioni ed aveva appositamente informato i lavoratori. Costei ha infine spiegato che il dipendente non aveva subito una completa formazione ed informazione, che ebbe luogo in modo appropriato solo dopo il sinistro. Tale ricostruzione degli accadimenti è stata confermata dal lavoratore infortunato. Da tali acquisizioni si è tratta la dimostrazione della responsabilità colposa dell’imputato.

La sentenza d’appello, contrariamente a quanto dedotto, ribadisce la valutazione compiuta dal primo giudice evidenziando che solo dopo il fatto furono apportate modifiche idonee a garantire la sicurezza dell’operatore. Ciò dimostra che l’apparato era nel suo complesso potenzialmente idoneo a provocare infortuni del tipo di quello subito dal lavoratore.

Tale complessivo apprezzamento è basato su deposizioni testimoniali complete, qualificate e significative. Il dato di decisivo rilievo è che l’apparato di cui si discute era gestito in modo non appropriato a causa del precoce distacco del pezzo dall’apparato che lo agganciava e lo tratteneva. Fu quindi necessaria una revisione delle procedure che implicò anche una più puntuale ed adeguata informazione nei confronti dei lavoratori che quelle procedure dovevano porre in essere. Si tratta del punto che inquadra e risolve il caso; e rispetto al quale non può ipotizzarsi travisamento della prova alla luce di un non meglio precisato verbale di cui vengono vagamente evocati alcuni isolati frammenti.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Cassazione: nei casi di errore giudiziario va risarcito singolarmente ogni aspetto del danno morale (Cass. n. 10878/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. – Con ordinanza della Corte d’Appello di Brescia, in data 22/4/2010, è stata liquidata a S.R. la somma di Euro 473.000,00 (Euro 443.000,00 per la riparazione, ed Euro 30.000.00 per il debito contratto con il difensore per prestazioni professionali) a titolo di riparazione per l’errore giudiziario per il quale aveva scontato giorni 1130 di carcere per il delitto di violenza sessuale in danno della figlia L., all’epoca dell’età di cinque anni, ottenendo poi proscioglimento pieno, per insussistenza del fatto, in sede di revisione.

La cifra suddetta risultava dalla somma dei seguenti importi:

– Euro 28.000 per perdita di retribuzione durante la detenzione;

– Euro 10.000 per differenze retributive durante il primo periodo dopo la scarcerazione;

– Euro 15.000 per minore entità contributi previdenziali;

– Euro 65.000 per danno biologico;

– Euro 200,00 per danno esistenziale, consistente nel deterioramento dei già difficili rapporti familiari, specie con la figlia;

– Euro 125.000 per danno morale;

– Euro 30.000 per spese di difesa per il primo giudizio, limitate all’onorario di uno solo dei due difensori;

– Euro 30.000 per debito contratto con il difensore per prestazioni professionali.

La Corte, accogliendo l’istanza del Ministero dell’Economia, convenuto, liquidava non l’intera somma, ma una rendita vitalizia, fissata in Euro 1845,84 mensili, pari ad Euro 22.150,00 annuali.

2.- Contro la decisione hanno presentato ricorso sia il convenuto Ministero dell’Economia e Finanze, sia l’interessato S., per una pluralità di motivi.

2.1 Il Ministero convenuto ha basato il ricorso su tre motivi, per violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare eccependo che:

1. La somma di Euro 30.000 per spese del giudizio di condanna non poteva essere liquidata, non potendosi le spese suddette ritenersi derivanti dalla condanna, essendo ad essa precedenti;

2. La somma liquidata per il deterioramento dei rapporti con la figlia doveva essere rivista, in quanto i rapporti erano deteriorati già prima della condanna ed anche successivamente non erano migliorati, avendo la ragazza, divenuta maggiorenne, rifiutato di rivedere il padre; 3. Per il danno esistenziale non poteva essere liquidata alcuna somma, essendo lo stesso soltanto un ordinario danno non patrimoniale, chiamato con altro nome.

2. 2 – Lo S. con plurimi motivi denuncia violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare:

1. Nulla era stato liquidato per la detenzione subita, sulla base di una asserita inammissibilità di doppia liquidazione, in base al criterio risarcitorio e a quello equitativo;

2. La brusca “perdita” del rapporto con la figlia, prima particolarmente intenso, era stata qualificata come semplice “deterioramento”;

3. La scelta di attribuire una rendita vitalizia in luogo del pagamento di tutta la somma dovuta non era correttamente motivata, non potendosi ritenere tale il riferimento ad eventuali rischi, da parte dell’interessato, di cadere preda di “atteggiamenti predatori di terzi “a causa del suo “costante stato di prostrazione e depressione” e della sua carenza di specifiche competenze per amministrare la somma liquidata;

4. La limitazione all’importo relativo ad un solo difensore delle liquidabili spese di difesa del processo conclusosi con la condanna non aveva una giustificazione valida;

5. Non si era provveduto a liquidare alcunchè per i danni consistenti nell’addebito nella causa di separazione, nella privazione del diritto di voto per anni e nella perdita di immagine;

6. La mancata liquidazione dei danni da invalidità temporanea e da perdita di chance era stata giustificata, senza motivazione specifica, da asserite carenze probatorie o da carenze di presupposti;

7. Mentre era stato liquidato il danno da differenze retributive, nulla era stato liquidato per la perdita di possibilità di progressione reddituale, perchè non dimostrata, e immotivatamente nulla per minore importo del trattamento pensionistico;

8. La motivazione relativamente alla compensazione, per la metà, delle spese di lite era infondata.

2.3 – Il Procuratore Generale, nella persona del Dott. ***************, con richiesta scritta, ha concluso per l’accoglimento parziale di entrambi i ricorsi così come indicato in epigrafe.

2.4 – Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con memoria scritta, depositata in termini, espone che nel ricorso si è posto in evidenza, contrariamente a quanto statuito dalla Corte di Appello nella ordinanza impugnata, che ai fini della valutazione del diritto vantato in giudizio dallo S., quale causa ostativa alla riparazione, che questi aveva un rapporto assolutamente burrascoso anche con la figlia, che anzi ebbe appunto ad accusarlo, come si evinceva dagli atti di causa.

E, dunque, la decisione impugnata tralascia di considerare degli elementi che costituivano causa ostativa al riconoscimento della domanda dello S..

La Corte non ha considerato che, sebbene detto comportamento non sia penalmente rilevante, il medesimo appariva, tuttavia, sicuramente integrare una condotta quantomeno idonea ad aver concorso all’erronea valutazione del giudice, circostanza che assume necessariamente rilevanza nell’ambito della valutazione ai fini risarcitori.

In conclusione, nel riportarsi al ricorso, ha chiesto l’accoglimento dei propri motivi con il rigetto e/o l’inammissibilità di quelli dell’interessato.

1. Entrambi i ricorsi sono parzialmente fondati, ed andranno accolti nei limiti indicati più avanti.

1.1 – Incominciando con l’esaminare il ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanze, non va, decisamente, presa in considerazione l’argomentazione posta in premessa della memoria difensiva, atteso che con essa si contesta il diritto alla indennità per ingiusta detenzione mai eccepita nè in sede di costituzione innanzi alla Corte d’Appello, nè con il ricorso odierno e, per altro, la somma di cui trattasi è stata liquidata allo S. ai sensi dell’art. 643 c.p.p..

Quanto ai motivi posti a base del ricorso, tranne il primo, gli altri sono da ritenersi infondati.

1.2 – Relativamente al primo motivo si concorda, sul punto, con quanto evidenziato dal Procuratore Generale con il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte: i costi del giudizio di revisione vanno esclusi, ai sensi di quanto chiaramente disposto dall’art. 643 c.p.p., dal novero dei danni risarcibili, non rientrando nelle conseguenze personali della condanna (Sez. 4, Sentenza n. 4166 del 07/11/2007 Cc; Rv. 238669) “La riparazione dell’errore giudiziario va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivate dalla condanna: nella liquidazione non possono invece essere compresi i costi sostenuti per il giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali”; ad uguale conclusione occorre giungere anche per le spese della difesa nel giudizio conclusosi con la condanna, non potendo considerare le stesse “derivanti dalla condanna”, come richiesto testualmente dall’art. 643 c.p.p..

La norma, invero, fa riferimento per la liquidazione della riparazione alla durata della eventuale espiazione di pena, ed alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna. Nessun richiamo viene effettuato ai costi del giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali, in quanto non è rintracciabile nel sistema un principio che ponga a carico dello Stato le spese sostenute dall’imputato per il giudizio nel quale viene assolto. Le conseguenze personali sono quelle che ineriscono alla salute, al pregiudizio cagionato sul piano lavorativo, affettivo, cui si aggiungono le conseguenze più strettamente familiari.

Pertanto, in riferimento a tale punto, l’ordinanza impugnata va annullata senza rinvio limitatamente alla liquidazione di Euro 30.000,00 per spese di difesa che va eliminata.

1.3 – La censura posta a base del secondo motivo non intacca la tenuta logica della motivazione sul punto della impugnata ordinanza non ravvisandosi vizi, apparendo corretta dal punto di vista logicogiuridico, anche sotto il profilo propriamente quantitativo, e non essendo in alcun punto il percorso motivazionale contrastante con considerazioni di buon senso, in materia così delicata. La Corte d’Appello ha ben evidenziato che il rapporto del padre con la figlia si sia deteriorato, notevolmente, in seguito alla condanna del primo per violenza sessuale ai danni della figlia, all’età di cinque anni;

che è un fatto innegabile che la liquidazione della cifra di Euro 200.000,00 sia derivata non solo dall’incidenza della condanna sul legame padre-figlia, ma anche dalla “particolare intensità della sensazione di ingiustizia subita”. La liquidazione per tale voce, perciò, non può essere censurata in questa sede di legittimità. 1.4 – Si concorda con il procuratore ******** nel rilevare la infondatezza del terzo motivo perchè la Corte della riparazione non opera una distinzione tra danno esistenziale e danno morale, ma considera il primo come un aspetto del secondo, ed infatti, nel liquidare quest’ultimo, precisa che è stato “depurato dalle precedenti voci specifiche, e riguarda solo sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Nel caso in esame, non si ha una duplicazione di liquidazione, ma una diversificazione delle voci costituenti un unico danno, che viene quindi liquidato con una somma costituita da due diverse e distinte operazioni di valutazione; in sostanza la somma complessiva (Euro 200000 – a titolo di danno esistenziale – + Euro 125.000 a titolo di danno morale) anche se non esplicitamente unificata/deriva da due addendi, entrambi giustificati come denominazione e come liquidazione.

Il Collegio sul punto ritiene di non discostarsi dalla giurisprudenza di questa stessa sezione (Sez. 4, Sentenza n. 22688 del 18/03/2009 Cc. Rv. 243990) con cui si è affermato che, se è vero che le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 26972 dell’11.11.2008 hanno, tra l’altro, statuito che non è ammissibile nel nostro ordinamento il danno definito “esistenziale”, inteso quale la perdita areddituale della persona, costituendo una simile perdita, ove causata da un fatto illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, ne1 più ne1 meno che un ordinario danno non patrimoniale, di per se risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente sol perchè diversamente denominato, non è men vero che non può non tenersi conto nella liquidazione del danno non patrimoniale, nella sua globalità, di tutte le peculiari sfaccettature di cui si compone nel caso concreto, quali: l’interruzione delle attività lavorative e di quelle ricreative, l’interruzione dei rapporti affettivi e di quelli interpersonali, il mutamento radicale peggiorativo e non voluto delle abitudini di vita.

2. – Passando alla trattazione del ricorso dello S. pienamente fondato è il primo motivo.

In ordine alla richiesta dell’interessato di liquidazione di una somma per la detenzione subita è necessario premettere alcuni principi fissati da questa Corte (Sez. 4, Sentenza n. 2050 del 25/11/2003 Cc. Rv. 227669). E’ comunemente riconosciuto che la riparazione per l’errore giudiziario, come quella per l’ingiusta detenzione, non ha natura di risarcimento del danno ma (e qui il consenso è meno univoco) di semplice indennità o indennizzo in base a principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale o ingiustamente condannato.

L’origine solidaristica della previsione dei due casi di riparazione non esclude però che ci si trovi in presenza di diritti soggettivi qualificabili di diritto pubblico cui si contrappone, specularmente, un’obbligazione dello Stato da qualificare parimenti di diritto pubblico. Il criterio seguito dalla legge e diretto ad escludere una tutela obbligata di tipo risarcitorio risponde ad una precisa finalità: se il legislatore avesse costruito la riparazione dell’errore giudiziario, o dell’ingiusta detenzione, come risarcimento dei danni avrebbe dovuto richiedere, per coerenza sistematica, che il danneggiato fornisse non solo la dimostrazione dell’esistenza dell’elemento soggettivo, fondante la responsabilità per colpa o per dolo, nelle persone che hanno agito ma anche la prova dell’entità dei danni subiti. Ciò si sarebbe peraltro posto in un quadro di conflitto con l’esigenza (fondata non solo su una precisa disposizione della nostra Costituzione – art. 24, comma 4 – ma anche sull’art. 5, comma 5, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e sull’art. 9, n. 5, del Patto internazionale dei diritti civili e politici) di garantire un adeguato ristoro a chi sia stato comunque ingiustamente condannato o privato della libertà personale senza costringerlo a defatiganti controversie sull’esistenza dell’elemento soggettivo di chi aveva agito e sulla determinazione dei danni.

E’ stato altresì affermato che la riparazione per l’errore giudiziario o per l’ingiusta detenzione rientrano in quei casi in cui il pregiudizio deriva da una condotta conforme all’ordinamento che però ha prodotto un danno che deve comunque essere riparato, per la quale si è fatto ricorso alla figura dell’atto lecito dannoso:

l’atto è stato infatti emesso nell’esercizio di un’attività legittima (e doverosa) da parte degli organi dello Stato anche se, in tempi successivi, ne è stata dimostrata (non l’illegittimità ma) l’erroneità o l’ingiustizia.

Un inconveniente del sistema delineato è costituito dalla necessità di utilizzare, prevalentemente se non esclusivamente, criteri equitativi per la liquidazione dell’indennizzo. Il giudice, per limitare il margine di discrezionalità, ineliminabile in questa forma di liquidazione, può soltanto utilizzare parametri, non previsti normativamente, che valgano a rendere razionali, trasparenti e non casuali i criteri utilizzati. Si tratta quindi di verificare, in questa ottica, se possano essere utilizzati per la liquidazione dell’indennizzo anche criteri normativi previsti per la liquidazione del danno.

La necessità di utilizzare criteri equitativi non è esclusa, nel caso della riparazione dell’errore giudiziario, dall’eliminazione dell’aggettivo “equa” che qualificava la riparazione e che più non compare nell’art. 643 c.p.p., comma 1, a differenza di quanto previsto dall’art. 571 dell’abrogato codice di rito e dal vigente art. 314 in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione. Dottrina e giurisprudenza sono infatti concordi nel ritenere che il mancato espresso richiamo all’equità sia privo di concreta rilevanza, come confermato anche dalla relazione al progetto preliminare del codice, essendo ineliminabile l’uso di criteri equitativi per determinare in concreto, con la successiva traduzione in termini monetar, le conseguenze dell’ingiusta condanna.

Il mancato richiamo all’equità da parte dell’art. 643 può però consentire di affermare che non è inibito al giudice della riparazione fare riferimento anche a criteri di natura risarcitoria che possono validamente contribuire a restringere i margini di discrezionalità inevitabilmente esistenti nella liquidazione di tipo esclusivamente equitativo. E infatti in dottrina si è affermato che “attraverso la procedura di riparazione dell’errore giudiziario, la vittima può in definitiva ottenere………… la liquidazione dei danni provocati dall’ingiusta condanna”. Più di un autore, d’altra parte, ha ravvisato nella riparazione per l’errore giudiziario una componente indennitaria e una risarcitoria, quasi si trattasse di un tertium genus rispetto alle due forme di ristoro.

E dunque, in tema di riparazione dell’errore giudiziario, il giudice nel procedimento di liquidazione del danno può utilizzare sia il criterio, risarcitorio, con riferimento ai danni patrimoniali e non patrimoniali, sia il criterio equitativo, limitandolo alle voci non esattamente quantificabili. Alla stregua dei principi esposti, su questo punto, non può ritenersi corretto il procedimento seguito dalla Corte bresciana laddove ha così motivato “la corte ritiene preferibile l’adozione del criterio risarcitorio, al fine di meglio analizzare ed illustrare sia le voci di danno che i relativi importi risarcitorì ed anche per l’oggettiva difficoltà, in relazione a lunghi periodi di detenzione, di indicare adeguati criteri di valutazione equitativa dell’indennizzo”, e conclude affermando che “conseguentemente nulla è dovuto sulla base del semplice calcolo del periodo di detenzione”.

Si conviene con il Procuratore Generale nel rilevare che, in diritto, non è affatto corretta la costruzione logica per la quale, data la difficoltà di valutare equitativamente l’indennizzo per lunghi periodi di detenzione, si preferisce scegliere un altro criterio e non liquidare nulla per tale specifico danno, essendo dettato proprio per queste ipotesi la norma generale per la quale “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa” (art. 1226 c.c.). Ed infatti appunto per questo tipo di difficoltà è indicata la necessità, per il giudice, di fare ricorso a criteri equitativi, che sono proprio quelli indicati dalla giurisprudenza in relazione sia alla riparazione dell’errore giudiziario, sia a quella per l’ingiusta detenzione. Inoltre, la proclamata incompatibilità dell’adozione del criterio risarcitorio e di quello equitativo, pena una inammissibile duplicazione di liquidazione, viene meno, ragionevolmente, in relazione a danni non quantificabili con esattezza, come per esempio quello arrecato dalla condanna ai rapporti tra padre e figlia, per il quale “la liquidazione dovrà tenere conto, con giudizio esclusivamente equitativo, del danno differenziale”.

In conclusione, il danno conseguente alla detenzione va liquidato autonomamente anche in ossequio alla dizione letterale dell’art. 643, e nella liquidazione andrà utilizzato un criterio equitativo senza i limiti stabiliti dall’art. 315 c.p.p., per la riparazione del danno da ingiusta detenzione. La impugnata ordinanza va, pertanto, annullata limitatamente alla omessa liquidazione del danno relativo alla detenzione, con rinvio sul punto alla Corte d’Appello di Brescia.

2.1 – Infondati sono tutti gli altri motivi posti a base del ricorso dello S.. Quanto al secondo motivo valgono le stesse considerazioni svolte nell’analisi del secondo motivo del ricorso del Ministero evidenziandosi che la Corte, nel liquidare la voce di cui al punto 2 della premessa, ha affermato che la condanna ” ha costituito una cesura di tale rapporto, in quanto le convinzioni della figlia hanno trovato una conferma nel provvedimento giudiziario”, e, dunque, il rapporto padre-figlia non è stato considerato come semplice “deterioramento”. 2.2 – Non si conviene con il Procuratore Generale nel ritenere che la scelta di liquidare una rendita e non l’intera somma sia “al di fuori dell’ordinario”, essendo tale modalità specificamente prevista dall’art. 343 c.p.p., n. 2, in alternativa al pagamento in un’unica soluzione. Mentre è vero che il giudice, una volta optato per la rendita, deve tener conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno.

Ebbene, la Corte della riparazione non si è sottratta a quest’obbligo di motivazione avendo reso palesi le ragioni della scelta con il riferimento alle condizioni di salute dell’interessato ed alle ragioni di cautela di non mettere a sua disposizione una considerevole somma in un’unica soluzione, dettate dall’esigenza di evitare w il rischio, anche per il pericolo di atteggiamenti predatori di terzi (proprio in considerazione dello stato di salute psicologico cui si è fatto riferimento, n.d.r.), di dispersione del capitale, che deve essere, invece, finalizzato alla cura della sua persona”.

Il Collegio ritiene che tali argomentazioni, logiche ed aderenti al dato normativo, impediscono la censura in chiave di vizio di motivazione dell’impugnata ordinanza sul punto.

2.3 – Per quanto riguarda il quarto motivo appare corretta la determinazione della Corte di liquidare gli onorari di un solo difensore, atteso che, la prova dell’esistenza del debito per spese di onorari per Euro 30.000,00 si riferisce ad un solo professionista.

Si osserva che neanche è applicabile il criterio equitativo in quanto questo, come già evidenziato, assume carattere residuale ma esclusivamente per quei danni di cui sia certa l’esistenza ma che non possono essere provati nel loro preciso ammontare, il che, evidentemente, non si verifica nel caso in esame nel quale i compensi pagati ben possono essere documentati con regolari fatture o, quanto meno, con dichiarazioni di coloro che hanno effettuato le prestazioni o con altri mezzi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento o l’esistenza certa del debito.

2.4 – La trattazione delle censure poste a base del quinto e sesto motivo può essere contestuale.

La Corte ha liquidato il danno morale, e, a parte “l’intensità della sensazione di ingiustizia subita ed il deterioramento dei già difficili rapporti familiari, in particolare con quello della figlia L.”, questi ultimi aspetti qualificati come danno esistenziale, ma riconducibili a quello morale, per quanto argomentato al punto “1.4”, le altre voci, oggetto della censura di cui al quinto motivo (addebito nella causa di separazione, privazione del diritto di voto per anni e la perdita di immagine), anche se non specificamente indicati, dal contesto motivazionale dell’impugnata ordinanza, sono state ricomprese nel danno morale per il quale è stata liquidata la cospicua somma di Euro 125.000,00, Si parla infatti nel provvedimento di “ulteriori sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Dalle argomentazioni riportate emerge che si tratta di danni non patrimoniali considerati ascrivibili alla categoria del danno morale soggettivo e l’uso del criterio riparatorio ricordato si sottrae alle censure proposte perchè, pur opinabile (perchè si tratta di indennizzare non la detenzione in sè ma le sofferenze che da essa derivano), non appare manifestamente illogico e non può quindi essere sindacato dal giudice di legittimità, trattandosi di valutazione di merito con cui il giudice della riparazione ha inteso disciplinare la sua discrezionalità con l’utilizzazione di un criterio usato su temi affini.

2.5 – In ordine al sesto motivo si osserva che la Corte della riparazione ha liquidato il danno biologico specificando che lo stesso è stato determinato da “una seria sindrome depressiva e da un’autostima che, non alta prima, sembra essere stata particolarmente compromessa” in sintonia con i principi affermati in materia da questa Corte, secondo cui il danno biologico, frutto di elaborazione giurisprudenziale (ma ha trovato significative conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000, e della L. n. 57 del 2001) è costituito dalla compromissione, di natura areddituale, dell’integrità psicofisica della persona.

Generalmente è ritenuto necessario che a questa compromissione si accompagni una perdita o riduzione di funzioni vitali, anche non definitiva. La lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di natura patrimoniale ed è anzi svincolata da tale pregiudizio. Se questo è il concetto e la portata del danno biologico correttamente la Corte distrettuale non ha liquidato i danni da invalidità temporanea come richiesta in ragione del fatto che tale accezione rientra, per la sua natura temporanea di una minore capacità fisica e psicologica del soggetto, nel liquidato danno biologico.

La censura che ha ad oggetto la mancata liquidazione dei danni da “perdita di chance” è altresì infondata.

Com’è noto il danno da perdita di chance è un tema che trova le sue origini nell’elaborazione della dottrina e giurisprudenza francesi accolti nel nostro ordinamento in virtù di principi volti a garantire l’integrale risarcimento dei danni subiti in base al combinato disposto degli artt. 2043 e 1223 c.c.. La chance la cui perdita è ritenuta risarcibile è stata definita, nelle più recenti elaborazioni della giurisprudenza civile di legittimità, come una “concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato” precisandosi che non costituisce “una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a se stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale” (così Cass. civ., sez. 3^, 4 marzo 2004 n. 4400, in Foro it., 2004, 1^, 1403). Il danno in esame consiste quindi nella perdita della possibilità di ottenere un risultato favorevole e si distingue dal danno derivato dalla perdita dal mancato conseguimento del medesimo risultato.

Vi sono aspetti riguardanti questa forma di danno ancora discussi (per es. se si tratti di danno emergente o lucro cessante; se si tratti di danno presente o futuro) ma l’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale ha rovesciato l’impostazione più risalente che vi ravvisava una aspettativa di mero fatto. Naturalmente deve trattarsi di un pregiudizio concreto, e non ricollegato ad un’ipotesi congetturale, che è stato in più occasioni ravvisato nell’occasione concreta di ottenere un rapporto di lavoro, di partecipare con esito positivo ad un concorso ma anche ad un’ipotesi di sopravvivenza o esito favorevole di un trattamento terapeutico. Irrilevante è invece la qualificazione della posizione giuridica soggettiva lesa dopo la sentenza delle SS.UU. civili 22 luglio 1999 n. 500, in Foro it., 1999, 1^, 2487 che ha ritenuto risarcibile anche il danno provocato da lesione di posizioni giuridiche soggettive diverse dai diritti soggettivi; è stato inoltre osservato che il danno da perdita di chance si atteggia, sotto il profilo causale, come applicazione del principio dell’aumento del rischio invece giustamente rifiutato per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità penale. Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio si è affermato che l’onere di provare la perdita di chance incombe sulla parte che agisce per ottenere il risarcimento ma che la prova del danno può essere fornita anche secondo un calcolo di probabilità o per presunzioni ma pur sempre in base a circostanze di fatto puntualmente allegate (v. Cass. civ., sez. 3^, 21 luglio 2003 n. 11322, in Foro it., 2004, 1^, 155).

Ciò premesso si osserva che, nel caso in esame, non è ben chiaro se la Corte di merito abbia ritenuto non risarcibile o non provato il danno da perdita di chance.

La succinta motivazione sul punto per un verso denunzia la genericità della richiesta ma, subito dopo, sembra invece contestarne l’ammissibilità sia sotto il profilo della carenza di presupposti che di mancanza di prova. Il Collegio ritiene che il rigetto della richiesta sia stata determinata dalla mancanza totale della prova del fatto. E, non pare che sul punto l’interessato abbia allegato concrete circostanze, anche su base presuntiva e di probabilità, per stabilire se egli ha perso, in ragione della detenzione e di tutta la vicenda processuale che lo ha coinvolto, occasioni per migliorare la sua posizione professionale.

2.5 – La Corte bresciana ha liquidato la somma di Euro 15.000,00 per minore entità dei contributi previdenziali per il periodo di inattività, e, dunque, ha indennizzato lo S. tenendo conto del trattamento pensionistico. Per quanto riguarda l’eccepita mancata liquidazione per la perdita di possibilità di progressione reddituale, ci si riporta a quanto argomentato al punto 2.4.. Dunque, il settimo motivo è infondato.

2.6 – Da ultimo (ottavo motivo) relativamente all’eccepito vizio di motivazione riguardante la compensazione, in ragione della metà, delle spese di lite, si osserva che la Corte della riparazione, nella sua valutazione discrezionale di liquidazione delle spese del giudizio riparatorio, ha evidenziato le ragioni della sua determinazione ritenendo, alla luce del principio della soccombenza del diritto civile, che la domanda dello S., anche in considerazione della resistenza del convenuto Ministero, è stata in larga parte respinta.

2.7 – Quanto alla liquidazione delle spese di questo giudizio di legittimità, in sintonia con quanto ritenuto nell’impugnata ordinanza, in considerazione dell’accoglimento parziale di entrambi i ricorsi il Collegio reputa di compensarle integralmente tra le parti.

 

P.Q.M.

 

Annulla l’ordinanza impugnata in parziale accoglimento del ricorso dello S.R., limitatamente alla omessa liquidazione del danno relativo alla detenzione e rinvia sul punto alla Corte d’Appello di Brescia.

Annulla, inoltre, senza rinvio l’ordinanza medesima, in parziale accoglimento del ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanza, limitatamente alla liquidazione di e 30.000,00 per spese di difesa;

liquidazione che elimina. Rigetta nel resto i ricorsi e compensa integralmente le spese tra le parti del presente giudizio.

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Infortunio sul lavoro – Delega di funzioni – Datore di lavoro – Obbligo di vigilanza “alta” (Cass. pen. n. 10702/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Aosta ha adottato pronunzia assolutoria nei confronti dell’imputata in epigrafe in ordine al reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in danno di F. G.. La pronunzia è stata riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha affermato la penale responsabilità dell’imputata e la ha altresì condannata al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili.

 

All’imputata, nella veste di legale rappresentante della Monte Bianco arti e servizi Srl, è stato mosso l’addebito di aver consentito che il dipendente F. procedesse al taglio di alcune piante a bordo del cestello di un mezzo meccanico denominato “ragno”, senza l’adozione delle necessarie precauzioni, con la conseguenza che il lavoratore veniva a contatto con la linea elettrica a media tensione che si trovava nei pressi, riportandone lesioni letali. Alla donna è stato in particolare mosso l’addebito di non aver adeguatamente valutato il rischio, di non aver adottato misure tecniche ed organizzative appropriate e di non aver in particolare adottato la precauzione risolutiva costituita dalla interruzione temporanea della erogazione dell’energia elettrica nel corso della lavorazione.

 

2. Ricorre per cassazione l’imputata deducendo diversi motivi.

 

Si lamenta che erroneamente è stata attribuita all’imputata la veste di legale rappresentante della società e quindi di datore di lavoro.

 

Si è tratto argomento dell’art. 20 dello statuto sociale che attribuisce la legale rappresentanza al consigliere delegato nominato. In realtà l’imputata non aveva ricevuto alcuna delega esterna che riguardasse la rappresentanza dell’ente; bensì solo, ai sensi dell’articolo 8 dello statuto, una delega interna relativa alla gestione amministrativa in senso stretto.

 

In ogni caso, si è trascurato che il richiamato art. 8 dell’atto costitutivo della società conteneva una formale delega nei confronti di S.M., relativa gli aspetti operativi della gestione, comprensivi della sicurezza del lavoro. Tale delega corrispondeva ai requisiti di legge ed era quindi idonea a determinare l’esonero da responsabilità per l’imputata.

 

La pronunzia è altresì censurabile quando attribuisce profili di colpa insussistenti. La ricorrente era in condizione di fare giustificatamente affidamento sulla altrui capacità gestionale, aveva competenze esclusivamente amministrative e contabili; e non era quindi in grado, in ogni caso, di apprezzare l’adeguatezza del piano operativo di sicurezza relativo ai lavori che si eseguivano.

 

Oggetto di censura è pure il giudizio afferente al nesso causale. La stessa sentenza di merito riconosce che il giorno dell’infortunio il lavoratore rimasto folgorato spostò arbitrariamente l’autocestello da una zona all’altra dell’area condominiale, invece di attendere l’arrivo del S. che avrebbe dovuto procedere personalmente allo spostamento. Se dunque l’avvio dei lavori ebbe luogo prima del previsto, ne consegue che se anche la ricorrente avesse programmato di chiedere l’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica, tale richiesta sarebbe stata formulata solo in un momento successivo a quello in cui avvenne l’infortunio mortale. Ne consegue l’irrilevanza dell’omissione addebitata ai fini della causazione dell’evento.

 

Si censura, infine la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, sebbene esse non avessero proposto impugnazione avverso la pronunzia assolutoria.

 

3. Il ricorso è fondato.

 

Nel caso in esame non assume decisivo rilievo il tema della legate rappresentanza dell’ente quale base per l’individuazione della figura del garante della sicurezza e della conseguente sfera di responsabilità. Si tratta piuttosto di comprendere se, accanto all’indiscussa responsabilità del S., separatamente giudicato, cui era demandata la gestione dei profili operativi della società, possa configurarsi pure quella dell’imputata. La risposta a tale cruciale interrogativo è stata correttamente data dal primo giudice che ha chiaramente posto in luce l’esistenza di valida delega, da parte dell’ente al S., della parte “tecnico- operativa” mentre alla M. era delegata la “parte amministrativa”. Il S. aveva anche presentato alla ASL la dichiarazione inerente allo svolgimento dei compiti prevenzionistici ed all’assunzione dei compiti inerenti al servizio di prevenzione e protezione. La delega trova rituale fonte nell’atto costitutivo della s.r.l.. Il tribunale ne ha tratto la lineare conseguenza che unico destinatario della disciplina antinfortunistica fosse lo stesso S.; anche in considerazione del fatto che la M. non risultava avesse in alcuna guisa esercitato funzioni afferenti alla sicurezza o comunque operative.

 

A fronte di tale lineare disamina del caso, conforme ai più consolidati principi nella materia ed aderente ad acquisizioni fattuali di univoco significato, la sentenza impugnata fa leva precipuamente sulla veste di legale rappresentante e configura la responsabilità per violazione dell’obbligo di vigilanza in ordine all’organizzazione del cantiere. Si assume che si riscontra assoluta inerzia della donna rispetto ai residui obblighi di vigilanza controllo ed intervento sostitutivo inerenti alla sua posizione di garanzia come datore di lavoro, posizione non venuta meno per effetto dell’attribuzione al S. della gestione della sicurezza del lavoro, ma solo modificatasi nei suoi contenuti obbligatori”. In particolare si addebita all’imputata il totale disinteresse rispetto al problema della sicurezza del cantiere, non essendosi accorta delle lacune nella gestione della prevenzione del rischio derivante dalla possibile interferenza della linea elettrica aerea con le operazioni di taglio delle piante; e di conseguenza di non aver potuto intervenire per sopperire, con iniziativa propria, all’inadempienza dell’obbligato principale.

 

Tale apprezzamento è censurabile. Occorre rammentare che la delega di funzioni è ora disciplinata precipuamente dall’art. 16 del T.U. sulla sicurezza. Essa non è consentita per la valutazione dei rischi e l’elaborazione del documento sulla sicurezza, nonchè per la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi. Inoltre, la delega non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite.

 

Sebbene la disciplina sia successiva al fatto in esame, essa propone enunciazioni che in parte recepiscono diffusi orientamenti della prassi e della dottrina; ed in parte sembrano essere espressione del principio di razionalità.

 

Il tema della vigilanza presenta particolare interesse; anche perchè in passato si è discusso se una delega piena determinasse il venir meno dell’obbligo di vigilanza e, soprattutto, se in ogni caso essa, implicando solo un ruolo di sorveglianza, determinasse il permanere di una posizione di garanzia.

 

Pare che queste incertezze siano fugate dalla nuova normativa che colma una lacuna di quella precedente e, come si è accennato, recepisce opinioni condivise da questa Corte ed accreditate già nel passato sia in dottrina che in giurisprudenza. Va dunque ribadito che la delega di cui si discute non fa venir meno l’obbligo di vigilanza.

 

Tuttavia, come il richiamato art. 16 chiarisce, si parla qui di una vigilanza “alta”, che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato; e che si attua anche attraverso i sistemi t di verifica e controllo previsti dall’art. 30, comma 4, che a sua volta disciplina il modello di organizzazione e gestione idoneo ad avere efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Tale rinvio costituisce una norma assai rilevante, che introduce nel sistema della responsabilità penale un importante frammento del sistema di responsabilità degli enti; e rende al contempo più chiara la reale natura dell’obbligo di vigilanza. Ciò che maggiormente interesse è che la vigilanza, quale che ne sia l’esatta estensione, di certo non può identificarsi con un’azione di vigilanza sulla concreta, minuta conformazione delle singole lavorazioni che la legge affida, appunto, al garante. Se così non fosse, l’istituto della delega si svuoterebbe di qualsiasi significato. La delega ha senso se il delegante (perchè non sa, perchè non può, perchè non vuole agire personalmente) trasferisce incombenze proprie ad altri, cui demanda i pertinenti poteri: al delegato vengono trasferite le competenze afferenti alla gestione del rischio lavorativo. Ne consegue che l’obbligo di vigilanza del delegante è distinto da quello del delegato. Esso riguarda, come si è accennato, precipuamente la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato medesimo e non impone il controllo, momento per momento, delle modalità di svolgimento delle lavorazioni. Dunque, erra certamente la Corte d’appello quando Ipotizza un dovere di vigilanza esteso sino a controllare personalmente la gestione di aspetti contingenti delle singole lavorazioni.

 

Da quanto precede discende che, non esistendo la posizione di garanzia che fonda l’imputazione della condotta omissiva ex art. 40 cpv. c.p., la sentenza va annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto.

 

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto.

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Nota a corte di cassazione, sez. iv penale – sentenza 19 marzo 2012, n. 10684

Redazione

Ritenuto in fatto

P.M. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del G.u.p. del Tribunale di Milano, del 9 marzo 2011, che, su opposizione dell’imputato avverso il decreto penale di condanna in precedenza emesso, lo ha ritenuto colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica della propria bicicletta (con a bordo anche il figlio minore dell’imputato) – tasso alcolemico rilevato pari a 2,96 e 2,59 g/l – e lo ha condannato alla pena di mesi uno, giorni quindici di arresto e 1.000,00 € di ammenda; sostituita la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria.

Deduce il ricorrente: a) eccezione d’incostituzionalità dell’art. 186 del CdS, con riferimento all’art. 3 della Costituzione, in relazione alla prevista applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per tutti i casi di conduzione di veicoli in stato di ebbrezza alcolica, senza differenziare quelli di guida di veicoli a motore e quelli di guida di un velocipede; b) vizio di motivazione della sentenza impugnata in punto di affermazione della responsabilità dell’imputato e di diniego delle circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

1 – Priva di rilievo è, nel caso di specie, la questione di costituzionalità dell’art. 186 del CdS, sollevata dal ricorrente con riferimento all’applicabilità, nel caso di violazione di detta norma, della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Questione riproposta, benché detta sanzione non sia stata mai applicata e malgrado il giudizio di manifesta infondatezza della stessa, già condivisibilmente espresso dal giudice del merito, e la sua evidente irrilevanza, pure segnalata dallo stesso giudice, posto che la giurisprudenza unanime di questa Corte ritiene tale sanzione non applicabile ai casi, come di specie, in cui la violazione si realizzi ponendosi alla guida di un mezzo per il quale non è prescritta alcuna abilitazione alla guida.

2 – Infondato è, nel merito, il ricorso.

A) In punto di responsabilità, il giudice del merito ha rilevato che l’imputato, al personale di P.G. intervenuto a seguito di segnalazione pervenuta al 112, era stato indicato, da un addetto alla vigilanza, come il conducente della bicicletta – sulla quale si trovava anche un bambino – che avanzava in equilibrio precario, cadendo continuamente e ponendo, quindi, in pericolo la propria incolumità, nonché quella del figlio e degli altri utenti della strada. Il giudicante ha altresì ricordato che la stessa moglie dell’imputato aveva riferito che il marito era aduso a simili comportamenti, tanto che ella aveva deciso di separarsi. Lo stesso P. , d’altra parte, ha ricordato ancora il giudicante, ha dichiarato in udienza che quando era intervenuto il personale di P.G. lui era già sceso dalla bicicletta, in tal guisa avendo implicitamente ammesso di essersi trovato alla guida del velocipede fino a pochi momenti prima, come riferito a detto personale dagli addetti alla vigilanza.

Alla stregua di tali emergenze, del tutto legittimamente è stata affermata la responsabilità del P. , nulla rilevando, evidentemente, che gli agenti intervenuti non lo abbiano direttamente sorpreso alla guida della bicicletta.

B) Infondato è il motivo di ricorso concernente il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, legittimamente motivato dall’assenza di circostanze idonee a sminuire la gravità dei fatti di cui l’imputato si è reso responsabile.

Il ricorso deve essere, dunque, rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Sicurezza sul lavoro: circoscritto l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro se c’è delega di funzioni (Cass. pen. n. 10702/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Aosta ha adottato pronunzia assolutoria nei confronti dell’imputata in epigrafe in ordine al reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in danno di F. G.. La pronunzia è stata riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha affermato la penale responsabilità dell’imputata e la ha altresì condannata al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili.

All’imputata, nella veste di legale rappresentante della Monte Bianco arti e servizi Srl, è stato mosso l’addebito di aver consentito che il dipendente F. procedesse al taglio di alcune piante a bordo del cestello di un mezzo meccanico denominato “ragno”, senza l’adozione delle necessarie precauzioni, con la conseguenza che il lavoratore veniva a contatto con la linea elettrica a media tensione che si trovava nei pressi, riportandone lesioni letali. Alla donna è stato in particolare mosso l’addebito di non aver adeguatamente valutato il rischio, di non aver adottato misure tecniche ed organizzative appropriate e di non aver in particolare adottato la precauzione risolutiva costituita dalla interruzione temporanea della erogazione dell’energia elettrica nel corso della lavorazione.

2. Ricorre per cassazione l’imputata deducendo diversi motivi.

Si lamenta che erroneamente è stata attribuita all’imputata la veste di legale rappresentante della società e quindi di datore di lavoro.

Si è tratto argomento dell’art. 20 dello statuto sociale che attribuisce la legale rappresentanza al consigliere delegato nominato. In realtà l’imputata non aveva ricevuto alcuna delega esterna che riguardasse la rappresentanza dell’ente; bensì solo, ai sensi dell’articolo 8 dello statuto, una delega interna relativa alla gestione amministrativa in senso stretto.

In ogni caso, si è trascurato che il richiamato art. 8 dell’atto costitutivo della società conteneva una formale delega nei confronti di S.M., relativa gli aspetti operativi della gestione, comprensivi della sicurezza del lavoro. Tale delega corrispondeva ai requisiti di legge ed era quindi idonea a determinare l’esonero da responsabilità per l’imputata.

La pronunzia è altresì censurabile quando attribuisce profili di colpa insussistenti. La ricorrente era in condizione di fare giustificatamente affidamento sulla altrui capacità gestionale, aveva competenze esclusivamente amministrative e contabili; e non era quindi in grado, in ogni caso, di apprezzare l’adeguatezza del piano operativo di sicurezza relativo ai lavori che si eseguivano.

Oggetto di censura è pure il giudizio afferente al nesso causale. La stessa sentenza di merito riconosce che il giorno dell’infortunio il lavoratore rimasto folgorato spostò arbitrariamente l’autocestello da una zona all’altra dell’area condominiale, invece di attendere l’arrivo del S. che avrebbe dovuto procedere personalmente allo spostamento. Se dunque l’avvio dei lavori ebbe luogo prima del previsto, ne consegue che se anche la ricorrente avesse programmato di chiedere l’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica, tale richiesta sarebbe stata formulata solo in un momento successivo a quello in cui avvenne l’infortunio mortale. Ne consegue l’irrilevanza dell’omissione addebitata ai fini della causazione dell’evento.

Si censura, infine la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, sebbene esse non avessero proposto impugnazione avverso la pronunzia assolutoria.

3. Il ricorso è fondato.

Nel caso in esame non assume decisivo rilievo il tema della legate rappresentanza dell’ente quale base per l’individuazione della figura del garante della sicurezza e della conseguente sfera di responsabilità. Si tratta piuttosto di comprendere se, accanto all’indiscussa responsabilità del S., separatamente giudicato, cui era demandata la gestione dei profili operativi della società, possa configurarsi pure quella dell’imputata. La risposta a tale cruciale interrogativo è stata correttamente data dal primo giudice che ha chiaramente posto in luce l’esistenza di valida delega, da parte dell’ente al S., della parte “tecnico- operativa” mentre alla M. era delegata la “parte amministrativa”. Il S. aveva anche presentato alla ASL la dichiarazione inerente allo svolgimento dei compiti prevenzionistici ed all’assunzione dei compiti inerenti al servizio di prevenzione e protezione. La delega trova rituale fonte nell’atto costitutivo della s.r.l.. Il tribunale ne ha tratto la lineare conseguenza che unico destinatario della disciplina antinfortunistica fosse lo stesso S.; anche in considerazione del fatto che la M. non risultava avesse in alcuna guisa esercitato funzioni afferenti alla sicurezza o comunque operative.

A fronte di tale lineare disamina del caso, conforme ai più consolidati principi nella materia ed aderente ad acquisizioni fattuali di univoco significato, la sentenza impugnata fa leva precipuamente sulla veste di legale rappresentante e configura la responsabilità per violazione dell’obbligo di vigilanza in ordine all’organizzazione del cantiere. Si assume che si riscontra assoluta inerzia della donna rispetto ai residui obblighi di vigilanza controllo ed intervento sostitutivo inerenti alla sua posizione di garanzia come datore di lavoro, posizione non venuta meno per effetto dell’attribuzione al S. della gestione della sicurezza del lavoro, ma solo modificatasi nei suoi contenuti obbligatori”. In particolare si addebita all’imputata il totale disinteresse rispetto al problema della sicurezza del cantiere, non essendosi accorta delle lacune nella gestione della prevenzione del rischio derivante dalla possibile interferenza della linea elettrica aerea con le operazioni di taglio delle piante; e di conseguenza di non aver potuto intervenire per sopperire, con iniziativa propria, all’inadempienza dell’obbligato principale.

Tale apprezzamento è censurabile. Occorre rammentare che la delega di funzioni è ora disciplinata precipuamente dall’art. 16 del T.U. sulla sicurezza. Essa non è consentita per la valutazione dei rischi e l’elaborazione del documento sulla sicurezza, nonchè per la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi. Inoltre, la delega non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite.

Sebbene la disciplina sia successiva al fatto in esame, essa propone enunciazioni che in parte recepiscono diffusi orientamenti della prassi e della dottrina; ed in parte sembrano essere espressione del principio di razionalità.

Il tema della vigilanza presenta particolare interesse; anche perchè in passato si è discusso se una delega piena determinasse il venir meno dell’obbligo di vigilanza e, soprattutto, se in ogni caso essa, implicando solo un ruolo di sorveglianza, determinasse il permanere di una posizione di garanzia.

Pare che queste incertezze siano fugate dalla nuova normativa che colma una lacuna di quella precedente e, come si è accennato, recepisce opinioni condivise da questa Corte ed accreditate già nel passato sia in dottrina che in giurisprudenza. Va dunque ribadito che la delega di cui si discute non fa venir meno l’obbligo di vigilanza.

Tuttavia, come il richiamato art. 16 chiarisce, si parla qui di una vigilanza “alta”, che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato; e che si attua anche attraverso i sistemi t di verifica e controllo previsti dall’art. 30, comma 4, che a sua volta disciplina il modello di organizzazione e gestione idoneo ad avere efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Tale rinvio costituisce una norma assai rilevante, che introduce nel sistema della responsabilità penale un importante frammento del sistema di responsabilità degli enti; e rende al contempo più chiara la reale natura dell’obbligo di vigilanza. Ciò che maggiormente interesse è che la vigilanza, quale che ne sia l’esatta estensione, di certo non può identificarsi con un’azione di vigilanza sulla concreta, minuta conformazione delle singole lavorazioni che la legge affida, appunto, al garante. Se così non fosse, l’istituto della delega si svuoterebbe di qualsiasi significato. La delega ha senso se il delegante (perchè non sa, perchè non può, perchè non vuole agire personalmente) trasferisce incombenze proprie ad altri, cui demanda i pertinenti poteri: al delegato vengono trasferite le competenze afferenti alla gestione del rischio lavorativo. Ne consegue che l’obbligo di vigilanza del delegante è distinto da quello del delegato. Esso riguarda, come si è accennato, precipuamente la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato medesimo e non impone il controllo, momento per momento, delle modalità di svolgimento delle lavorazioni. Dunque, erra certamente la Corte d’appello quando Ipotizza un dovere di vigilanza esteso sino a controllare personalmente la gestione di aspetti contingenti delle singole lavorazioni.

Da quanto precede discende che, non esistendo la posizione di garanzia che fonda l’imputazione della condotta omissiva ex art. 40 cpv. c.p., la sentenza va annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto.

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto.

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Datore di lavoro ed infortunio sul lavoro – Comportamento abnorme del lavoratore – Destinatario della sicurezza (Cass. pen. n. 10712/2012)

Redazione

Fatto

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, fermo restando il giudizio di responsabilità per il reato di lesioni colpose gravi aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica, concedeva il beneficio della sospensione condizionale della pena all’appellante MA. Fa. . Trattavasi di un infortunio sul lavoro occorso in data (Omissis) al lavoratore Vi. Cl. , dipendente della ditta SE. s.r.l., esecutrice dei lavori di realizzazione di una pensilina presso l’entrata principale del Policlinico (Omissis), il quale, mentre era intento ad installare un ponteggio di tubi e giunti, perdeva l’equilibrio e precipitava al suolo riportando lesioni che comportavano una inabilità al lavoro per un tempo superiore ai 40 giorni. Il Ma. era stato chiamato a risponderne quale titolare della Ditta SE. s.r.l., essendosi ravvisati a suo carico profili di colpa specifica, fondata sulla inosservanza del obbligo di dotare il dipendente di una cintura di sicurezza con dissipatore di energia.

Avverso la predetta decisione propone ricorso per cassazione Ma. Fa. articolando sei motivi.

Con il primo motivo lamenta che la Corte di merito, pur rilevando che il Ma. aveva conferita delega scritta, ritualmente accettata, per la sicurezza sul lavoro in riferimento ai lavoratori della SE. s.r.l., aveva ritenuto la persistenza della posizione di garanzia in capo al ricorrente. Con lo stesso motivo censura la decisione anche nella parte in cui afferma che l’osservanza delle norme di sicurezza ricadeva in capo all’imputato, in quanto era presente nel cantiere, mentre il responsabile della sicurezza era assente. Ciò alla luce del principio che il legale rappresentante della società aveva l’obbligo di accertarsi della presenza in cantiere dell’addetto alla sicurezza. Sul punto il ricorrente contesta innanzitutto la sua presenza nel cantiere al momento dell’incidente ed in secondo luogo l’assenza dal cantiere del responsabile della sicurezza, emergente dalla documentazione in atti. Lamenta altresì la infondatezza dell’affermazione sul rilievo che la temporanea presenza del datore di lavoro, qualora esista una delega valida per la sicurezza, non ha alcun effetto giuridico.

Con il secondo motivo lamenta che illogicamente la Corte di merito aveva ritenuto che l’evento fosse riconducibile alla condotta colposa dell’imputato, pur essendo stato il medesimo assolto dalla contravvenzione di non aver fornito una cintura di sicurezza idonea e pur avendo la parte offesa chiarito di avere ottenuto adeguata formazione e tutti i dispositivi di sicurezza. La sentenza, inoltre, aveva trascurato di considerare che la stessa parte offesa aveva dichiarato che al momento del sinistro era legata al ponteggio con un cordino d’acciaio lungo m. 1,50 e che l’incidente era dipeso esclusivamente da un malore e da una sua dimenticanza nella operazione di imbracatura. Si sostiene, inoltre, che tutta la manovra di aggancio era un’attività demandata esclusivamente all’operaio, anche perchè solo questi poteva salire sul ponteggio e che nel caso di un ponteggio alto solo due metri il dissipatore d’energia ( cioè un sistema di sicurezza che attutisce la caduta come un elastico non avrebbe funzionato perchè il ponteggio era troppo basso).

Sempre in tema di causazione del fatto, si rileva che la sentenza aveva specificato che il lavoratore aveva subito le lesioni descritte nel capo di imputazione a seguito dell’impatto con il terreno, mentre dalle risultanze processuali (v. in particolare le dichiarazioni rese dal capocantiere) sarebbe emerso che il Vi. aveva subito le lesioni a seguito dell’urto con la impalcatura.

Con il terzo motivo si ripropone la questione dell’abnormità del comportamento del lavoratore, sostenendo che una pronuncia di condanna significherebbe configurare un’ipotesi di responsabilità oggettiva del datore di lavoro in quanto: se l’evento si fosse verificato a causa del cordino “lasco” tale errore nella procedura di aggancio non poteva in alcun modo essere controllato dal Ma. ; se l’evento si fosse verificato a causa dell’urto contro la impalcatura il riferimento al cordino “lasco” sarebbe inesatto.

Con il quarto motivo si prospetta la manifesta illogicità della motivazione con riferimento al giudizio di responsabilità, tenuto conto che il Ma. era stato assolto dalla contravvenzione di non aver fornito adeguata attrezzatura al lavoratore e che, in ogni caso, la negligenza del lavoratore nell’effettuare la manovra di aggancio del cordino al ponteggio escludeva il nesso di causalità.

Con il quinto e sesto motivo, strettamente connessi, si duole della contraddittorietà della motivazione laddove aveva affermato la penale responsabilità del datore di lavoro pur dando atto detta esistenza di una specifica e valida delega conferita dal medesimo in materia di sicurezza del lavoro. Si sottolinea che l’eventuale temporanea assenza del delegato, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, non giustifica l’affermazione di responsabilità del datore di lavoro. Si denuncia altresì il travisamento del fatto nella parte in cui il giudicante aveva affermato l’assenza del delegato nel cantiere al momento dell’incidente, sostenendosi che la stessa persona offesa aveva affermato che il capocantiere era presente.

 

Diritto

Il ricorso è fondato.

è nota la giurisprudenza di rigore della Corte di legittimità in tema di rilevanza della colpa del lavoratore ai fini e per gli effetti di escludere o no l’addebito di responsabilità a carico del datore di lavoro.

Vale il principio in forza del quale, di norma, la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa dai comportamenti negligenti, trascurati, imperiti del lavoratore, che abbiano contribuito alla verificazione dell’infortunio.

Ciò in quanto al datore di lavoro è imposto (anche) di esigere il rispetto delle regole di cautela da parte del lavoratore: cosicchè il datore di lavoro è “garante” anche della correttezza dell’agire del lavoratore.

Per l’effetto, la colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale (articolo 41 c.p., comma 1).

Per mitigare gli effetti del richiamato principio, vale peraltro il concorrente principio dell’interruzione del nesso causale, esplicitato normativamente dall’articolo 41 c.p., comma 2, in forza del quale, facendosi eccezione proprio al concorrente principio dell’equivalenza delle cause, quella sopravvenuta del tutto eccezionale ed imprevedibile, in alcun modo legata a quelle che l’hanno preceduta, finisce con l’assurgere a causa esclusiva di verificazione dell’evento.

In tal caso, anche la condotta colposa del datore di lavoro che possa essere ritenuta antecedente remoto dell’evento dannoso, essendo intervenuto un comportamento assolutamente eccezionale ed imprevedibile del lavoratore, finisce con l’essere neutralizzata e privata di qualsivoglia rilevanza efficiente rispetto alla verificazione di un evento, che, per l’effetto, è addebitabile materialmente e giuridicamente al lavoratore.

Per interrompere il nesso causale occorre, comunque, un comportamento del lavoratore che sia “anomalo” ed “imprevedibile” e, come tale, “inevitabile”; cioè un comportamento che ragionevolmente non può farsi rientrare nell’obbligo di garanzia posto a carico del datore di lavoro (cfr., tra le altre, Sezione 4, 4 luglio 2003, *******; nonchè, Sezione 4, 12 febbraio 2008, **********).

Nella vicenda esaminata, la ricostruzione operata dal giudice di merito depone per la non riconducibilità dell’evento lesivo alla condotta colpevole del datore di lavoro: la dimenticanza del lavoratore – pur debitamente formato e fornito dello strumentario di sicurezza – che non ha provveduto ad allacciare in modo adeguato il cordino di sicurezza, è stata la causa assorbente che ha determinato l’evento lesivo, non impedendo di arrestare la caduta provocata dal malore.

Trattasi di causa non solo imprevedibile, ma anche inevitabile, giacchè il contesto della prestazione del lavoro non poteva certo consentire al titolare della posizione di garanzia una persistente attività di costante verifica dell’utilizzo dello strumentario di sicurezza.

Ma a ben vedere, qui si pone, proprio alla luce della ricostruzione della vicenda operata in sede di merito, un ulteriore profilo per addivenire ad una soluzione liberatoria.

Infatti, la descrizione della vicenda incriminata non consente di apprezzare finanche la “colpa” del datore di lavoro che è pur sempre come ovvio il presupposto dell’addebito, anche nella concorrente presenza della colpa del lavoratore infortunato.

La colpa va accertata, nel senso che va individuata la regola di condotta generica o specifica che si assume violata e, rispetto a tale norma, in ossequio ai principi generali vigenti in materia, va verificata la sussistenza dei presupposti della prevedibilità e della evitabilità del fatto dannoso verificatosi.

Qui non risulta individuata – nè individuabile- una regola cautelare in ipotesi violata che possa ricollegarsi all’evento, essendo stato accertato in sede di merito vi è stata assoluzione per l’addebito contravvenzionale che il datore di lavoro aveva assolto ai propri obblighi cautelari, dotando il lavoratore del necessario presidio di sicurezza e informandolo/formandolo al riguardo in maniera adeguata.

Gli argomenti come sopra sviluppati escludono alcun rilievo di possibile segno contrario all’affermazione contenuta in sentenza circa la sussistenza/persistenza della posizione di garanzia in capo al prevenuto in ragione dell’assenza del capo cantiere: i rilievi sviluppati in punto di nesso causale e di colpa elidono persistente rilevanza a tali considerazioni.

 

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

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