Penale Archivi - Pagina 143 di 159

Penale

Istigazione ed induzione alla coltivazione di droga (Cass. pen. n. 17752/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Il PROCURATORE GENERALE presso la Corte d’Appello di Trento ricorre in cassazione avverso la sentenza, in data 18.02.2011, della stessa Corte con la quale F.M., in riforma della sentenza di condanna del GUP del Tribunale di Rovereto del 15.12.2009, è stato assolto dai reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 82, perchè il fatto non costituisce reato.

Premette il ricorrente che il F. era stato giudicato in primo grado per avere pubblicamente istigato alla coltivazione e consumazione di marijuana mediante indicazioni su diversi siti internet sul modo di seminare, fra crescere, far maturare e ottenere una resa, provvedere al raccolto, con precisazione dei valori THC, CSD e CSN e pubblicizzando, inoltre, l’uso di lampade, fertilizzanti e bilance.

Si denunciano vizio di motivazione e violazione di legge.

Premette il ricorrente che la Corte distrettuale, dopo un’analisi dei comportamenti contestati con riferimento alla giurisprudenza di legittimità in materia, giunge ad una conclusione chiaramente colpevolista, ma, poi, con salto logico assolve l’Imputato sostenendo la sua buona fede. Tale inaspettata conclusione per il ricorrente è fondata sulla circostanza che il F. in passato era stato assolto da analoga imputazione e, quindi, la Corte ha inteso riferirsi alla disposizione dell’art. 5 c.p. sostenendo la giustificabile ignoranza della portata esatta della norma penale incriminatrice, propiziata dalla pregressa sentenza. Rileva il ricorrente che la precedente sentenza non è stata citata per esteso e nei suoi punti salienti, sicchè non è dato comprendere perchè nel caso di specie si debba derogare al principio generale secondo il quale l’ignoranza della legge non scusa quando è lo stesso prevenuto a mettere in guardia i destinatari delle sue informazioni circa l’illegalità della coltivazione di piante di marijuana o di canapa indiana.

Con un ultimo motivo il Procuratore ******** evidenzia altro aspetto di violazione di legge laddove la Corte ha affermato che, quanto meno, nella volontà e rappresentazione presenti nell’animo del F., si tratterebbe di una semplice propaganda di un punto di vista antiproibizionista.

 

Motivi della decisione

Il ricorso va accolto.

La motivazione della sentenza impugnata è affetta da contraddittorietà laddove, come rileva il ricorrente, da una premessa, con cui si evidenzia che i comportamenti contestati integrano, anche sulla scorta della giurisprudenza in materia di questa Corte, il reato contestato, si giunge alla assoluzione dell’imputato sul rilievo di un suo condizionamento psicologico dovuto ad una precederete assoluzione da analoga imputazione.

Ma a ben vedere, ritiene il Collegio che non si tratti tanto di contraddittorietà della motivazione, che potrebbe essere coerente se effettivamente alla premessa corrispondesse la configurabilità di una effettiva inevitabilità dell’ignoranza della legge penale, piuttosto si verte in una palese violazione di legge per l’erronea interpretazione della disposizione dell’art. 5 c.p., che, sebbene in sentenza non si sia fatto esplicito riferimento ad essa, la si ricava dal contesto globale della motivazione, laddove è stato affermato che: “considerata fa precedente specifica vicenda giudiziaria dell’attuale imputato, già assolto per aver fatto cose non diverse da quelle oggi contestategli, deve essere valutata a suo favore la possibile implicazione di condizionamento psicologico determinato da quella decisione favorevole: condizionamento che, verosimilmente, gli aveva indotto la convinzione di una liceità delle condotte, purchè queste fossero attuate attraverso frammentazioni e le formali separazioni tematiche, tanto è vero che il F., successivamente, aveva anche aumentato il numero dei siti accessibili, portandoli da due iniziali ai numerosi individuati con l’indagine ultima”.

Innanzitutto, si conviene con il ricorrente sul rilievo che la Corte avrebbe dovuto, nel rilevare “il condizionamento psicologico”, riportare anche i dati fattuali oggetto della precedente sentenza per verificarne l’identità e/o corrispondenza con quelli della odierna contestazione, questa carenza già di per sè rende la motivazione non congrua, ed anche contraddittoria; infatti, nel momento in cui si rileva che, rispetto alla vicenda processuale pregressa, il F. aveva anche aumentato i siti internet per veicolare le sue informazioni, già si evidenzia una significativa differenza di condotte.

Ma ciò che rende palese l’erronea interpretazione della disposizione normativa in questione (per altro è stato più volte affermato da questa Corte che l’indagine circa “la buona fede” dell’imputato nel ritenere consentita la condotta contestata deve essere estremamente rigorosa, anche alla luce della pronunzia della Corte Costituzionale n. 364/1988 circa la inevitabilità dell’ignoranza della legge penale) nell’aver ritenuto da parte della Corte distrettuale la sussistenza “della buona fede” è data dalla circostanza che lo stesso imputato ha avvertito “l’esigenza”, ovviamente per assicurarsi l’impunità, di mettere in guardia i destinatari delle sue informazioni circa la illegalità della condotta di coltivazione di piante da cui si ricavano prodotti stupefacenti, con ciò dimostrando di ben sapere la rilevanza penale della sua condotta.

Conferente è l’osservazione del ricorrente nel rilevare l’astuzia dell’imputato, il quale ha frazionato in molti e diversi siti internet i suoi “preziosi” consigli. Di modo che ogni singolo sito assumesse un aspetto commerciale asettico, e solo dall’unione degli stessi apparisse il reale intento di diffondere la coltivazione della canapa indiana al fine di ottenere la produzione di stupefacenti.

Dunque, da tale contesto emerge chiaramente la consapevolezza da parte dell’imputato della illiceità della condotta di coltivazione di tali piante.

Rilevata la incongruità della motivazione essa determina la nullità della sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trento per un nuovo giudizio in ordine alla applicabilità della discriminante di cui trattasi.

Relativamente alla censura, oggetto dell’ultimo motivo del ricorso del Procuratore Generale, essa è da ritenersi infondata in quanto, come già rilevato in premessa, la Corte non ha affatto messo in dubbio la sussistenza del fatto così come contestato, ma ha solo ritenuto che esso non costituisse reato per la carenza dell’elemento psicologico determinata dalla discriminante di cui all’art. 5 c.p..

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trento.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo anche nei casi di pena ridotta (Cass. pen. n. 17799/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Busto Arsizio ha applicato la pena ex art. 444 c.p.p. nei confronti di C.C. in ordine ai reati di cui all’art. 589 cod. pen. e art. 189 C.d.S., commi 1 e 6: ritenuta la continuazione tra i reati la sanzione è stata determinata in dieci mesi di reclusione.

2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano deducendo violazione dell’art. 81 c.p., essendo stata ritenuta la continuazione tra reato colposo e reato doloso, trascurando che l’atteggiamento psicologico proprio della continuazione non può ricomprendere reati nei quali l’evento non è voluto; nonchè violazione di legge per la mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

2.1 La difesa ha presentato una memoria deducendo la tardività del gravame; nonchè resistenza dei presupposti di fatto per ritenere la continuazione tra i reati.

3. Il ricorso è tempestivo. La sentenza è stata comunicata al Procuratore Generale in data 10 dicembre 2010 ed il ricorso per cassazione è stato spedito a mezzo posta il 23 dicembre 2010, come emerge dalle informazioni acquisite da questa Suprema Corte presso l’Ufficio competente. E’ stato quindi rispettato il termine di legge di 15 giorni.

3.1 Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbente, giacchè coglie violazione di legge che vulnera alla radice la pronunzia.

Infatti, come ripetutamente e condivisibilmente enunciato da questa Suprema Corte (da ultimo Cass. 4, 19 giugno 2006, rv. 237454) l’istituto della continuazione non è applicabile tra reati dolosi e reati colposi, in quanto l’unicità del disegno criminoso attiene al momento psicologico (dolo) che non può sussistere nei reati colposi nei quali l’evento non è voluto. In principio è stato enunciato in fattispecie identica a quella in esame, afferente a continuazione tra il delitto di omicidio colposo e quello di cui all’art. 189 C.d.S..

La pronunzia impugnata disattende tale principio, così pervenendo anche all’applicazione di una pena illegale; e reca motivazione che, senza considerare le problematiche in esame, si limita a ritenere la continuazione essendosi in presenza del medesimo contesto spazio- temporale.

La sentenza deve essere quindi annullata senza rinvio e gli atti vanno inviati al Tribunale per il prosieguo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenz
a impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Busto Arsizio per l’ulteriore corso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commette il reato di fuga l’automobilista che non si ferma per il tempo necessario all’identificazione (Cass. pen. n. 17220/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La corte di appello di Venezia, con sentenza in data 16 maggio 2011, in parziale riforma di quella del tribunale di Padova, ha assolto T.O. dal reato di cui all’art. 189 C.d.S., comma 7, per insussistenza del fatto e ha rideterminato la pena per la residua imputazione di cui al comma 6 del citato articolo, che prevede la inosservanza del dovere di fermata, in mesi due e venti giorni di reclusione. La corte rilevava che nessun elemento concreto portava a ritenere che il T. fosse o dovesse essere consapevole del fatto che la persona offesa era rimasta “ferita”, come impone l’art. 189, comma 7, atteso che essa aveva riportato il c.d. colpo di frusta, trauma non riconducibile al concetto di ferita, onde l’imputato andava assolto da tale imputazione; andava invece confermata la responsabilità per non essersi il medesimo T. nemmeno fermato dopo l’incidente stradale da lui causato, avendo tamponato con il suo furgone la vettura del D. che era stata sospinta per diversi metri in avanti; la consapevolezza della probabilità di danni a quest’ultimo derivava dalla ovvia percezione delle modalità dell’incidente.

2. Ha presentato ricorso per cassazione il difensore dell’imputato.

Con un primo motivo deduce violazione di legge per quanto riguarda l’elemento soggettivo del reato, non sussistendo, nella specie, la consapevolezza che il sinistro poteva aver causato danno alle persone coinvolte nell’incidente. Il tamponamento è stato percepito in modo non violento da parte dell’ O., l’auto dell’infortunato è stata colpita solo nella parte posteriore, non sbandava o usciva fuori strada e il conducente riportava solo il c.d. colpo della frusta, non percepibile dal T. che, ragionevolmente, aveva creduto di aver danneggiato solo la carrozzeria; inoltre non può sostenersi che l’imputato avesse il dovere di fermarsi per farsi identificare poichè ciò contrasta con il principio “nemo tenetur se detegere” atteso che sarebbe stato inevitabile scoprire che sul suo furgone vi era la mercè provento del furto appena commesso; si trattava dunque di un comportamento inesigibile. Con un secondo motivo si duole del mancato riconoscimento della sospensione condizionale della pena;

rileva che all’imputato erano state concesse le attenuanti generiche in relazione ai fatto che l’imminente paternità poteva essere occasione di reinserimento sociale; la stessa circostanza non è stata ritenuta sufficiente a fondare il giudizio di concessione della sospensione della pena; sarebbe illogico ritenere la prognosi di risocializzazione dell’imputato positiva ai fini delle attenuanti e non della sospensione.

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso non merita accoglimento.

Come già da questa Corte osservato, il nuovo codice della strada all’art. 189 descrive in maniera dettagliata il comportamento che l’utente della strada deve tenere in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, stabilendo un “crescendo” di obblighi in relazione alla maggiore delicatezza delle situazioni che si possono presentare. Così è previsto, per quanto qui interessa, l’obbligo di fermarsi in ogni caso, cui si aggiunge, allorchè vi siano persone ferite, quello di prestare loro assistenza.

L’inottemperanza all’obbligo di fermarsi è punita con la sanzione amministrativa in caso di incidente con danno alle sole cose (comma 5) e con quella penale della reclusione fino a quattro mesi in caso di incidente con danno alle persone (comma 6). In tale seconda ipotesi se il conducente si è dato alla fuga la norma contempla la possibilità dell’arresto in flagranza nonchè la sanzione accessoria della sospensione della patente; la sanzione penale è più grave (reclusione fino ad un anno e multa) per chi non ottempera all’obbligo di prestare assistenza. Si tratta di comportamenti diversi, lesivi di beni giuridici diversi ed attinenti, nel caso dell’inosservanza dell’obbligo di fermarsi, alla necessità di accertare le modalità dell’incidente e di identificare coloro che rimangono coinvolti in incidenti stradali e nel caso di omissione di soccorso, a principi di comune solidarietà.

Nella specie il giudice ha escluso la sussistenza del reato di omissione di soccorso, ritenendo, con valutazione non contestata ed incensurabile, che il tipo di conseguenze derivate dal sinistro, un semplice trauma non direttamente percepibile come ferita, escludesse l’obbligo.

Quanto invece all’obbligo di fermarsi a prestare assistenza, correttamente il giudice ha ravvisato la sussistenza del reato.

Trattasi di un reato omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste nell’allontanarsi dell’agente dal luogo dell’investimento così da impedire o comunque, ostacolare l’accertamento della propria identità’ personale, l’individuazione del veicolo investitore e la ricostruzione delle modalità dell’incidente; questa Corte ha già avuto modo di precisare che integra il reato di cui all’art. 189 C.d.S., commi 1 e 6, (cosiddetto reato di “fuga”), la condotta di colui che – in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone – effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea (nella specie “per pochi istanti”), senza consentire la propria identificazione, nè quella del veicolo. Infatti il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perchè, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire nè l’identificazione del conducente, nè quella del veicolo, nè lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica (così sez. 4^ 25.1.2001 n. 20235 rv. 234581); è altresì pacifico che l’elemento soggettivo del detto reato ben può essere integrato dal semplice dolo eventuale, cioè dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente, riconducibile al proprio comportamento che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, non essendo necessario che si debba riscontrare l’esistenza di un effettivo danno alle persone. E nella specie è pienamente corretta la valutazione espressa secondo cui il T., per le modalità dell’incidente che aveva visto il suo pesante furgone tamponare l’auto che lo precedeva tanto da cagionarne lo spostamento, doveva rendersi conto della possibilità che il conducente di quest’ultimo avesse riportato danni alla persona.

Nè giova al ricorrente invocare una sorta di esimente collegata al principio “nemo tenetur se detegere”, atteso che l’illiceità dell’azione in precedenza commessa – il furto commesso, la cui refurtiva era sul furgone – esclude che egli potesse fondatamente invocare una tale scriminante. Correttamente motivato e dunque incensurabile è il giudizio che ha portato ad escludere la concedibilità della sospensione condizionale della pena, avendo il giudice rilevato che la pluralità dei beni rinvenuti nel furgone quale provento di furti, il rinvenimento nel furgone di diversi strumenti “di lavoro”, e l’esistenza di precedenti giudiziari inducevano ad una prognosi non favorevole.

2.Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 

– Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Omicidio colposo: risponde anche del decesso sopravvenuto in fase post-operatoria il medico nella sua veste di capo di una equipe chirurgica (Cass. pen. n. 17222/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Messina, a seguito di giudizio abbreviato, ha affermato la penale responsabilità di A.F. in ordine al reato di omicidio colposo in danno del piccolo R.G..

La pronunzia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello che ha ridotto la pena.

All’imputato, nella veste di capo dell’equipe chirurgica che aveva operato il neonato con un solo giorno di vita per l’esecuzione di ileostomia, è stato mosso l’addebito di non aver disposto il ricovero in unità di terapia intensiva e di non aver comunque dato disposizioni per un articolato monitoraggio dei parametri vitali; con la conseguenza che non veniva diagnosticata tempestivamente una emorragia che, per mancanza delle terapie necessarie, determinava la morte.

2. Ricorre per cassazione l’imputato.

Si lamenta che il giudice di merito ha affermato la responsabilità sulla base di un generico ruolo di garanzia, trascurando l’autonomia professionale dei medici di reparto destinatari, per turno, del paziente ricoverato e quindi titolari del relativo obbligo di assistenza. Si è pure trascurato che l’imputato non era il primario responsabile del reparto e non ha svolto tale funzione, sicchè non ha assunto un ruolo apicale rispetto al sanitario V.P. che si occupò del piccolo subito dopo l’intervento. In realtà, si assume ancora, l’imputato è stato officiato dell’intervento dal primario chirurgo che in quel momento si trovava assente dall’ospedale.

L’intervento è stato eseguito insieme alla detta dottoressa V. che, senza soluzione di continuità, ha iniziato il turno notturno di guardia presso il reparto nel quale era stato ricoverato il piccolo paziente.

Tutta l’attività di monitoraggio e vigilanza sulla situazione del neonato è stata svolta dalla ridetta dottoressa V.. D’altra parte, al termine dell’intervento, non si è proceduto al trasferimento nel reparto di terapia intensiva sia perchè in quello di chirurgia neonatale esisteva tutta l’attrezzatura che consentiva un adeguato monitoraggio, sia perchè la terapia intensiva disponeva di strutture analoghe. Si assume ancora che, contrariamente a quanto erroneamente ritenuto dai giudici di merito, non fu l’imputato a rifiutare il trasferimento in terapia intensiva. In realtà, il personale di tale reparto era stato allertato solo perchè si tratta di una procedura di routine che non comporta di necessità l’effettivo trasferimento in tale ultimo reparto.

Conclusivamente, il garante della salute del minore neonato era la dottoressa V., professionista idonea e capace cui l’imputato aveva demandato il monitoraggio del piccolo paziente. Il ricorrente, per contro, non poteva immaginare eventuali comportamenti trascurati della detta collaboratrice.

3. Il ricorso è infondato.

La pronunzia reca una diffusa ed approfondita valutazione della vicenda. Si parte dalla considerazione che l’imputato, nella veste di capo dell’equipe chirurgica, era gravato da posizione di garanzia che si estende anche al decorso post operatorio come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità. D’altra parte, la delicatezza dell’intervento chirurgico e l’esigenza di un attento monitoraggio postoperatorio era evidente tenuto conto che si trattava di un neonato con un solo giorno di vita; e che la patologia era di non trascurabile rilievo, trattandosi di addome acuto da sospetta occlusione intestinale. Sebbene l’intervento chirurgico posto in essere per la confezione di una ileostomia fosse di relativamente agevole praticabilità e pur essendosi in presenza di atto operatorio ben riuscito, era tuttavia rimarchevole l’esigenza di un attento monitoraggio post operatorio.

L’esigenza di un attento monitoraggio, prosegue la Corte, è del resto documentata dalla circostanza che la responsabile della terapia intensiva si era addirittura recata in reparto ai fini della ricovero in tale servizio; ma il trasferimento non ebbe luogo per iniziativa dell’imputato. Diversi testimoni hanno concordemente riferito in tal senso.

D’altra parte, a fronte del mancato sebbene programmato trasferimento in terapia intensiva, rileva che l’imputato non abbia comunque assicurato un adeguato monitoraggio all’interno del reparto di chirurgia neonatale. I fatti conclamano che il piccolo, durante la notte fu assistito sostanzialmente da una zia; e che l’infermiera di turno, chiamata dalla zia, avverta la dottoressa V., in servizio di turno, dell’aggravarsi della condizione del piccolo paziente.

Tuttavia il piccolo non venne visitato dalla dottoressa che si limitò prescrivere un antidolorifico. Nè venne disposto il monitoraggio completo per verificare la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria, l’ossigenazione e l’elettrocardiogramma.

La pronunzia si spinge a ritenere obiettivamente dissennata la decisione di sottrarre il bambino al trasferimento in terapia intensiva. Si fa a tale riguardo riferimento ad un colloquio dell’imputato con il primario del reparto. Si considera che, pur ad ammettere che le istruzioni in tal senso siano pervenute da detto primario, l’imputato non poteva attenersi ad un passivo ossequio alle istruzioni impartite. Il vincolo gerarchico, infatti, non trova estrinsecazione nella cura concreta del paziente e delle decisioni di natura prettamente mediche da assumere in un caso in cui il primario si trovava completamente estraneo, non avendo partecipato all’intervento chirurgico ed essendo fisicamente assente dalla struttura sanitaria. Il dottor A. dove avrebbe dovuto agire in scienza e coscienza solo sulla base delle sue valutazioni personali. li processo evidenzia che nella vicenda si configurano condotte colpose anche della dottoressa V., processata in distinto giudizio. Peraltro anche ad ammettere che la condotta sanitari^di costei sia stata gravemente colposa, ciò non esclude, secondo la Corte d’appello, la responsabilità concorrente dell’imputato, come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità. Ne può ipotizzarsi l’esistenza di interruzione del nesso causale.

Conclusivamente, il caso rendeva altamente prevedibile il sopravvenire di complicanze che avrebbero richiesto in ogni caso un attento monitoraggio. Tale monitoraggio non venne disposto anche per trascuratezza del sanitario; e non consentì la tempestiva diagnosi delle complicanze e l’esecuzione delle terapie che avrebbero potuto salvare il paziente.

Tale ponderazione si sottrae alle indicate censure. Essa, in primo luogo, propone una corretta enunciazione del principio di diritto pertinente. Invero, come questa Corte ha già avuto modo di affermare ripetutamente, la posizione di garanzia del capo dell’equipe chirurgica non è limitata all’ambito strettamente operatorio; ma si estende al contesto postoperatorio (Sez. 4^, 8/2/2005, Rv. 23132; Sez. 4^, 1/12/2004, Rv. 230820). Tale enunciazione trova razionale giustificazione nel fatto che il momento immediatamente successivo all’atto chirurgico non è per nulla avulso dall’intervento operatorio; non foss’altro che per il fatto che le esigenze di cura ed assistenza del paziente sono con tutta evidenza rapportate alle peculiarità dell’atto operatorio ed ai suo andamento in concreto: contingenze note al capo equipe più che ad ogni altro sanitario.

Alla luce di tale principio, la Corte territoriale esamina la concreta vicenda processuale, anche alla luce delle informazioni scientifiche offerte dagli esperti. La condizione del paziente neonato era critica ed esposta a rischi plurimi, connessi oltre che alla natura dell’atto operatorio, anche alla tenerissima età. In tale situazione si ritiene che fosse imprescindibile disporre un monitoraggio completo dei parametri vitali. La mancata adozione di tale cautela ha avuto decisivo ruolo nello sviluppo degli accadimenti, impedendo l’esecuzione tempestiva delle procedure occorrenti per fronteggiare la sopraggiunta emorragia. Non era importante che il monitoraggio avvenisse in un reparto od in un altro. Era invece necessario che esso venisse disposto. Per contro, l’imputato ha colpevolmente emesso tale essenziale prescrizione che, come si è visto, afferiva al suo ruolo di garante. E d’altra parte, come in innumerevoli occasioni enunciato da questa Suprema Corte, la concorrente responsabilità della dottoressa V. che ebbe in cura il piccolo paziente nel corso della notte non fa venir meno la primigenia responsabilità del capo equipe che, per quel che si è detto, era tenuto a dare disposizioni cogenti per l’immediato.

Dunque, si è in presenza di argomentazione probatoria conforme ai principi, basata su acquisizioni fattuali altamente significative ed immune da vizi logico-giuridici.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali; nonchè alla rifusione delle spese di parte civile che appare congruo liquidare come in dispositivo.

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; nonchè alla rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio che liquida per ciascuna delle stesse ( T.B. e R.A.) in Euro 1.500,00, oltre IVA, CPA e spese generali come per legge.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Uso di gruppo di sostanze stupefacenti: a determinate condizioni non è reato (Cass. pen. n. 17396/2012)

Redazione
Massima
Il consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, conseguente al mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori, non è penalmente sanzionabile ai sensi dell’art. 73 c. 1-bis, lett. a), d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche dopo le modifiche apportate a tale disposizione dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49. (a cura del **************)

 

Ritenuto in fatto

1. – Con la decisione in epigrafe la Corte d’appello di Salerno ha confermato la sentenza del 16 ottobre 2007 con cui il Tribunale di Vallo della Lucania aveva ritenuto T.B. responsabile del reato di cui all’art. 73 comma 5 d.P.R. 309/1990, per avere detenuto illecitamente e poi ceduto a M.M. uno spinello di hashish, condannandolo alla pena di otto mesi di reclusione ed Euro 2.000 di multa.
2. – Nell’interesse dell’imputato ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia deducendo i motivi di seguito indicati:
– carenza e insufficienza della motivazione con riferimento al rigetto della richiesta di rinnovazione del dibattimento, avente ad oggetto l’escussione di M.M.;
– manifesta illogicità della motivazione, nella parte in cui ha respinto la richiesta di rinnovazione istruttoria, ritenendo che a seguito della novella di cui alla legge n. 49 del 2006 non è più configurabile l’uso di gruppo. Secondo il ricorrente, invece, la legge in materia di stupefacenti non esclude che vi possa essere un uso esclusivamente personale anche in gruppo ed è quanto sarebbe accaduto nel caso in esame, in cui B. e M. avrebbero consumato assieme, ma ciascuno per conto suo, la propria dose.

 

Considerato in diritto

3. – Il ricorso è fondato.
3.1. – Non è condivisibile l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui a seguito della novella introdotta dalla legge 49/2006, il c.d. consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, nella duplice ipotesi del mandato all’acquisito ovvero dell’acquisto in comune, è ora sanzionato penalmente e ciò in quanto, non essendo ipotizzabile in questi fatti un uso “esclusivamente” personale della sostanza stupefacente, entrambe le suddette ipotesi sarebbero sussumibili nella fattispecie di cui all’art. 73 comma 1 bis, lett. a) d.P.R. 309/1990.
Invero, la Corte d’appello di Salerno ha seguito un orientamento di questa Corte di cassazione (Sez. II, 5 giugno 2009, n. 23574) che ha ritenuto che il problema della valutazione penale dell’uso di gruppo di stupefacenti, come risolto da una consolidata giurisprudenza della Cassazione (cfr., Sez. Un., 28 maggio 1999, n. 4), sia radicalmente da rivedere a seguito della legge n. 49 del 2006 la quale, nel modificare il d.P.R. n. 309 del 1990, al comma I-bis dell’art. 73 cit. ha stabilito che è punito, con le medesime pene di cui al primo comma chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope che “per quantità (…) ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale”, prevedendo, inoltre, nel novellato art. 75 che è punito con sanzioni amministrative chiunque “… comunque detiene sostanze stupefacenti o psicotrope fuori dall’ipotesi di cui all’art. 73, comma 1 bis…”. Ora, secondo la sentenza citata, le due norme stanno a significare che è soggetto alle sanzioni amministrative solo colui che detiene sostanze stupefacenti o psicotrope al fine di immediato personale consumo e tale conclusione si ottiene dal raffronto della nuova normativa con quella previgente. Si sostiene che il legislatore ha inteso reprimere in modo più severo ogni attività connessa alla circolazione, vendita e consumo di sostanze stupefacenti, così equiparando in tale ottica ogni tipo di sostanza stupefacente, graduando diversamente il trattamento sanzionatorio penale e prevedendo nuove misure repressive. Il mutato quadro legislativo imporrebbe di ripensare l’orientamento giurisprudenziale formatosi sotto il previgente regime, considerato il significato pregnante che l’introduzione dell’avverbio “esclusivamente” assume. Si osserva in proposito che una cosa è “l’uso personale” di sostanze stupefacenti, altra e ben diversa cosa è “l’uso esclusivamente personale”, frase questa che, proprio in virtù dell’avverbio, non può che condurre ad un’interpretazione più restrittiva rispetto a quella corrente nella vigenza del precedente testo. Da ciò l’affermazione che non può più farsi rientrare nell’ipotesi di consumo esclusivamente personale la fattispecie del c.d. uso di gruppo, all’interno della quale è inclusa l’ipotesi in cui un gruppo di persone dia mandato ad uno di loro di acquistare dello stupefacente, sia l’altra ipotesi in cui l’intero gruppo procede all’acquisto di stupefacente destinato ad essere consumato collettivamente.
3.2. – Si tratta di un orientamento che non appare condivisibile e che è stato oggetto di un’approfondita e argomentata critica da parte di una decisione di questa stessa Sezione (Sez. VI, 26 gennaio 2011, n. 8366, D’********), a cui il Collegio ritiene di aderire integralmente, che ha ritenuto che il consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, conseguente al mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori, non è penalmente sanzionabile ai sensi dell’art. 73 comma 1 bis, lett. a), d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche dopo le modifiche apportate a tale disposizione dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49. In particolare, da un lato si è evidenziato che l’espressione “non esclusivamente personale” ha il medesimo intercambiabile significato di “tassativamente personale”, suggerendo così all’interprete la ragionevole impressione di un’aggiunta ridondante, superflua e pleonastica; dall’altro si è riconosciuto che “il disegno perseguito dai soggetti partecipanti all’acquisto deve caratterizzarsi palesemente nel denominatore comune di un uso esclusivamente personale” e si è precisato che “l’adesione preliminare a simile progetto comune esclude che colui (o coloro) che acquista, su incarico degli altri sodali, si ponga in una posizione di estraneità rispetto ai mandanti l’acquisto destinatari dello stupefacente, come si verifica (in ambito civilistico) per colui che operi in nome e per conto altrui, ma rimanga estraneo agli effetti del negozio che egli ha concluso”. In conclusione, per escludere il rilievo penale della condotta di “uso di gruppo” si richiede che l’acquirente-mandatario, il quale opera materialmente (o conclude) le trattative di acquisto, sia anche lui uno degli assuntori; che sia certa sin dall’inizio l’identità dei componenti il gruppo, nonché manifesta la comune e condivisa volontà di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale e si sia del pari raggiunta un’intesa in ordine al luogo ed ai tempi del relativo consumo; che gli effetti dell’acquisizione traslino direttamente in capo agli interessati, senza passaggi mediati.
3.3. – Una volta affermato che l’uso di gruppo, a determinate condizioni, è una forma di uso “esclusivamente personale”, deve riconoscersi che la condotta dell’imputato rientra in tale ipotesi.
Infatti, dalle dichiarazioni rese da M..M. , puntualmente allegate al ricorso al fine di evidenziare il denunciato travisamento della prova, risulta che i due si erano accordati per incontrasi e fumare assieme uno “spinello”; d’altra parte, è la stessa sentenza a riferire che fu proprio la M. ad incaricare l’imputato di “recuperare un po’ di sostanza”. Sulla base di questi elementi, pacificamente emergenti dagli atti, deve escludersi che vi sia stata una condotta qualificabile come cessione, dovendo affermarsi che si è trattato di un uso di gruppo della sostanza stupefacente: il mandatario (****) ha egli stesso consumato lo “spinello”; risulta la comune volontà di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale; non vi sono stati passaggi intermedi.
4. – In conclusione si è trattato di una condotta rilevante solo sul piano amministrativo; pertanto, la sentenza deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fisco: paga il contribuente per l’errore del commercialista (Cass. pen. n. 16958/2012)

Redazione
Massima
L’affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate (tale è l’assunto difensivo del ricorrente) – ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1988, art. 3, comma 8, come modificato dal D.P.R. n. 435 del 2001, – non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto. (a cura del **************)

 

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Roma, con sentenza emessa il 24/11/2010, confermava la sentenza del Tribunale di Civitavecchia, in data 15/02/2010, appellata da D.C., imputato del reato di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 5, – per aver omesso di presentare le prescritte dichiarazioni IVA relativa agli anni di imposta 1999, 2000, 2002, 2003 – e riconosciuto colpevole limitatamente agli anni di imposta 2002 e 2003, con la conseguente condanna alla pena di anni uno e mesi due di reclusione; pena sospesa.

2. L’interessato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e).

In particolare il ricorrente esponeva:

a)che non ricorreva l’elemento soggettivo del reato de quo poichè l’omessa trasmissione delle dichiarazioni dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate era dovuta a colpa e/o negligenza del proprio commercialista ( S.G.), cui aveva affidata la tenuta della contabilità;

b) che comunque non ricorreva l’elemento obiettivo del reato de quo, non risultando accertato in modo univoco il superamento della soglia di punibilità penale fissata in Euro 77.468,53 per ogni anno di imposta, ai sensi del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5.

Tanto dedotto il ricorrente chiedeva l’annullamento della sentenza impugnata.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

La sentenza della Corte Territoriale, unitamente alla decisione di 1 grado – i due provvedimenti si integrano a vicenda – ha congruamente motivato i punti fondamentali della decisione.

In particolare i giudici del merito, mediante un esame analitico ed esaustivo delle risultanze processuali, hanno accertato che D.C., quale rappresentante legale della Cantieristica Laziale srl, con sede a (omissis), aveva omesso di presentare la prescritta dichiarazione IVA, fra l’altro, per gli anni di imposta 2002 e 2003, con conseguente evasione della relativa imposta, rispettivamente per un importo di Euro 111.618,47 per l’anno 2002 e di Euro 210.214,67, quanto all’anno 2003 (vedi sent. 2 grado, pagg. 1, 2, 3).

Ricorrevano, pertanto, nella fattispecie gli elementi costitutivi, soggettivo ed oggettivo, del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5, come contestato in atti.

2. Le censure dedotte nel ricorso sono generiche, perchè meramente ripetitive di quanto esposto in sede di Appello. Sono infondate perchè in contrasto con quanto accertato e congruamente motivato dai giudici del merito. Sono, altresì, errate in diritto. All’uopo va ribadito che l’affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate (tale è l’assunto difensivo del ricorrente) – ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1988, art. 3, comma 8, come modificato dal D.P.R. n. 435 del 2001, – non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinchè tale mandato sia puntualmente adempiuto conforme Sez. 3^ n. 9163 del 29/10/2009 (depositata 08/03/2010), Rv 246208. 3. Va dichiarato, pertanto, inammissibile il ricorso proposto da D.C. con condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria che si determina in Euro 1.000,00.

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna li ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Narcotraffico internazionale: non sussiste il reato di offerta di vendita di droga se vi è desistenza volontaria (Cass. pen. n. 16938/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Palermo, giudicando il cittadino venezuelano D.N.M.W.A., la cui posizione processuale era stata separata da quella dei numerosi coimputati italiani e stranieri (incluso il fratello D.N.M.R.) già giudicati, con sentenza in data 3.12.2008 ha assolto l’imputato perchè il fatto non sussiste, ai sensi dell’art. 56 c.p., comma 3, dalla contestata accusa di concorso in illecito tentativo di importazione in Italia di una ingente quantità di cocaina (compresa tra 100 e 200 chili di sostanza) da acquisirsi in Venezuela a cura dello stesso D.N., narcotrafficante internazionale operante il quel Paese, e da far pervenire nel porto di Palermo, mediante dissimulato trasporto navale, ad un “cartello” di acquirenti formato da esponenti della criminalità italiana attivi a Bari ( L. M., L.V.A., un appartenente alla S.C.O. soprannominato “(omissis)”), Pescara ( S.A., L. M., ****, lo stesso D.N.R.), Roma ( La.Mi., D.B.M., M.L.) e Palermo ( T.R., G.R.). Fatto criminoso sviluppatosi a Palermo e altre zone del territorio nazionale ed estero (Venezuela e Spagna) nel periodo tra giugno e ottobre 2002. 1.1. Il Tribunale ha svolto una dettagliata disamina delle convergenti risultanze processuali costituite: a) da una lunga serie di conversazioni telefoniche intercettate su più utenze di coimputati e di D.N.W., attestanti l’evoluzione dei contatti e delle trattative in corso di svolgimento per esportare in Italia l’indicata imponente partita di droga, di rilevantissimo valore commerciale (tanto da implicare il coinvolgimento di più gruppi criminali italiani in veste di acquirenti), conversazioni le più significative delle quali – ai fini del progetto delittuoso- risultano quelle del coimputato L.M. (recatosi più volte a Caracas presso il D.N. per sincerarsi dell’affidabilità del fornitore) e, in modo particolare, quelle tra lo stesso D.N. e l’emissario già operante nel narcotraffico in Italia D.B.M., che (valendosi delle “entrature” del coimputato T. presso il porto di Palermo) avrebbe dovuto individuare il container occultante la partita di droga trasportato da una nave giunta a Palermo, aprirlo con le chiavi portate dal Venezuela e svuotarlo del carico illecito, richiudendolo con sigilli contraffatti prima dei controlli doganali; b) dalle dichiarazioni del coimputato L.M., divenuto collaboratore di giustizia, che – nel confessare la partecipazione alla programmata importazione di droga – ha chiamato in correità il fornitore D.N.W., fornendo ampia descrizione delle trattative per perfezionare l’acquisto, dichiarazioni attendibili, perchè avvalorate dagli inequivoci contenuti delle captate conversazioni intercorse tra il D.N. e più coimputati; c) dalle concordi dichiarazioni di riscontro di più aspetti della complessa operazione di traffico internazionale di droga rese dai coimputati M.L., G.R. e, in parte, D.B.M..

1.2. All’esito dell’analisi dei predetti dati di conoscenza i giudici di primo grado sono pervenuti alla conclusione della ravvisabilità nella vicenda di tutti gli elementi costitutivi del contestato tentativo di importazione dell’ingente quantitativo di stupefacente.

Ad avviso del Tribunale i fatti di causa delineano un quadro di condotte univoche e idonee, nella convergenza degli interessi in gioco messi in luce dalle intercettazioni e dalle rivelazioni del L., al raggiungimento del preventivato obiettivo di far giungere in Italia una consistente partita di cocaina. Le trattative al riguardo avviate tra il fornitore sudamericano della droga, l’odierno imputato D.N.W., e il composito gruppo di acquirenti italiani coordinati dall’intermediazione del correo D. B., si sono protratte per un apprezzabile periodo di tempo. Le stesse trattative non si sono esaurite nello scambio di meri propositi delittuosi o nella formulazione di un progetto generico e indistinto, nè si sono limitate a semplici condotte o atti di mera natura preparatoria di un reato non seguito da una fase potenzialmente esecutiva. Esse sono sfociate in un serio e concreto programma criminoso, definito nelle sue fasi di realizzazione (essendosi anche raggiunto l’accordo di massima sul prezzo di vendita, stabilito in Euro 25.000,00 per ogni chilo di cocaina, e sulle modalità di un anticipato pagamento della metà del prezzo globale e del versamento del saldo ad avvenuta rivendita della droga in Italia). Le varie fasi dell’operazione sono state valutate e progettate anche in taluni aspetti di dettaglio: dalle possibili forme di occultamento della droga per il trasporto navale sino alle modalità del prelevamento del carico, una volta giunto a Palermo, prima dei rituali controlli doganali. L’operazione stessa, del resto, si inserisce nell’ambito di antecedenti spedizioni di droga in Italia realizzate, per quantitativi inferiori, attraverso lo stesso canale internazionale e segnatamente riferibili ai coimputati D.B. e D.N.R. (fratello dell’odierno imputato).

1.3. Tutto ciò chiarito, il Tribunale ha affrontato la problematica delle cause della mancata attuazione del piano criminoso, la cui azione esecutiva non è stata realizzata, rimanendo circoscritta nell’area del contestato tentativo, nella sua tipologia normativa c.d. incompiuta (art. 56 c.p., comma 1: “se l’azione non si compie…”).

Sotto questo profilo i giudici di merito di primo grado hanno ritenuto configurabile nelle condotte del D.N. (e dei coimputati) la fattispecie della desistenza volontaria prevista dall’art. 56 c.p., comma 3, con coerente declaratoria di insussistenza del reato di tentata importazione di cocaina in Italia.

Il Tribunale ha osservato che le trattative per la pianificazione della progettata ingente importazione di droga subiscono un rallentamento dopo il casuale ed imprevisto arresto di D.B. M., l’intermediario dell’operazione in Italia con l’importante ruolo di acquisire il carico di droga non appena giunto a Palermo.

Costui è, infatti, arrestato il 7.8.2002 a Palermo perchè trovato in possesso di 23 chili di marijuana. Tale evento dovuto a cause indipendenti dalle volontà dei coimputati, per quanto importante (le intercettazioni testimoniano il particolare legame che unisce l’imputato D.N.W. al D.B.), non determina – tuttavia- la cessazione delle trattative per l’organizzazione del grosso traffico di cocaina. Contatti e negoziati proseguono. Tant’è che viene individuato nell’imputato M.L. (come da questi confermato) il possibile sostituto del D.B. nel ruolo di intermediario tra le parti dell’accordo criminoso e, a tal fine, il detto M. si pone in contatto con i coimputati palermitani G. e T.. E’ in questa fase, assai successiva all’arresto del D.B., che insorgono più problemi che rendono vieppiù difficoltosa la realizzazione del piano, sì da indurre tutti i partecipi a desistere deliberatamente dal proseguire nella attuazione del progetto. Tali problemi sono individuati dal Tribunale – alla luce delle emergenze probatorie (intercettazioni e dichiarazioni dei coimputati G. e M.) – in primo luogo nel vanificarsi dell’apporto dei complici (finanziatori-acquirenti) palermitani, preoccupati di suscitare, con l’importazione di un quantitativo di droga rilevante come quello preventivato, le reazioni a livello territoriale della criminalità mafiosa locale, non resa previamente partecipe dell’iniziativa. In secondo luogo nelle incomprensioni insorte tra D.N.W. e i correi pescaresi e baresi, che gli rimproverano – tra l’altro – il disinteresse per le sorti del corriere italiano P.R., arrestato il 18.5.2002 all’aeroporto di Caracas in procinto di rientrare in Italia con cinque chili di cocaina, “commissionatigli” da D.N. R. e forniti dall’odierno imputato. Sicchè i potenziali acquirenti baresi (il non identificato “(omissis)”) comunicano esplicitamente a D.N.W. di non essere più interessati al programmato “affare”. In terzo luogo nelle congiunte sopravvenute difficoltà nel reperire (venuti meno alcuni gruppi del cartello di acquirenti) le considerevoli risorse economiche per perfezionare il notevole acquisto di droga e di trovare affidabili canali per trasferire all’estero senza destare sospetti le rilevanti somme di denaro occorrenti per l’acquisto.

A fronte di tutti questi elementi il Tribunale di Palermo ha ritenuto sussistere l’ipotesi della desistenza attiva di cui all’art. 56 c.p., comma 3, scaturita dalla concorde determinazione volontaria dei coimputati, compreso il “fornitore” venezuelano D.N.W..

Una forma volontaria di desistenza, quindi, dipendente unicamente dalla libera scelta degli imputati, atteso che essi – pur dopo l’arresto dell’intermediario D.B. – ben avrebbero potuto proseguire nel già avanzato percorso organizzativo ed esecutivo del piano, come si evince dall’illustrato protrarsi per un buon periodo di tempo delle instaurate trattative finanziarie e logistiche dell’affare. Conclusione cui il Tribunale perviene attraverso l’ampia motivazione della decisione, non senza puntualizzare come tale esito valutativo si coniughi alle analoghe conclusioni raggiunte nel processo principale (decisione incidentale del Tribunale del riesame cautelare; sentenza del g.u.p. in giudizio abbreviato, confermata dalla Corte di Appello di Palermo) a carico dei coimputati di D. N.W., prosciolti con l’analoga formula liberatoria dell’insussistenza del fatto per intervenuta desistenza volontaria ex art. 56 c.p., comma 3, (sentenza Tribunale, p. 58: “…va condiviso l’orientamento delle altre autorità giudiziarie che hanno proceduto nei confronti dei coimputati, sussumendo l’episodio nel reato tentato…anche per evitare inaccettabili disparità di trattamento dei diversi correi nel medesimo fatto… l’inquadramento, per il solo D.N., della fattispecie nel diverso delitto di promessa in vendita, oltre a determinare una obiettiva disparità di trattamento tra i vari coimputati del medesimo fatto di reato, appare in contrasto con la peculiare ipotesi di importazione dall’estero di droga e con lo stato della fase organizzativa ed esecutiva già posta in essere”).

1.4. Come si desume dalle precisazioni appena riportate, il Tribunale di Palermo ha correttamente affrontato, in via preliminare, la tematica della corretta qualificazione giuridica della condotta criminosa attribuita all’imputato e ai correi separatamente giudicati in riferimento alla possibile riconducibilità della specifica condotta di fornitore della droga destinata ad essere importata in Italia dell’imputato D.N. alla diversa ipotesi della semplice offerta o messa in vendita della partita di cocaina, condotta alternativa sanzionata dalla L. S., art. 73, comma 1, da considerarsi, in tesi, compiutamente consumata dal D.N..

I giudici di primo grado muovono, nell’esame della questione, da una decisione di legittimità (Cass. Sez. 4,10.3.2005 n. 44621, Orlando, rv. 232819), secondo cui, in tema di rapporto istituibile tra il reato di tentata cessione di stupefacenti e il reato consumato di offerta in vendita di stupefacenti, qualora tra venditore e acquirente non si raggiunga un accordo perfezionativo della vendita (su qualità, quantità e prezzo della droga), deve ritenersi ravvisabile a carico del venditore il reato consumato di messa in vendita dello stupefacente e non quello di tentata vendita. Ipotesi, quest’ultima, che non sarebbe configurabile perchè il legislatore, con l’art. 73, L.S., ha anticipato – quanto alla vendita e alla cessione delle sostanze stupefacenti – la soglia di punibilità con la previsione delle condotte di messa in vendita e di offerta che, sicuramente antecedenti alla vendita e alla cessione, si connotano – diversamente dalla vendita e dalla cessione – per la non avvenuta “dazione” della droga. Osserva nondimeno il Tribunale che, come può evincersi dalla motivazione della citata sentenza, la S.C. non ha inteso escludere in maniera assoluta la possibilità di configurare il tentativo di cessione di sostanze stupefacenti. Di tal che l’anticipazione della soglia di punibilità non può riguardare indistintamente tutti i casi di cessione o (come nel caso di specie) di importazione dall’estero di droga, poichè si perverrebbe ad una sostanziale estromissione dall’ordinamento giuridico dell’ipotesi del tentativo punibile di tale reato. Nel caso di offerta in vendita di droga per realizzare la consumazione del reato è sufficiente la mera dichiarazione di disponibilità dello stupefacente da parte dell’offerente venditore, purchè seria e astrattamente realizzabile.

Nel caso di disponibilità immediata e concreta della droga oggetto di una cessione o importazione, per altri versi non conclusasi, rimangono ampi margini per ravvisare l’ipotesi del tentativo, ove di questo ricorrano le condizioni. E al fine di un corretto inquadramento della fattispecie concreta si rende indispensabile prendere in considerazione, per non incorrere nell’errore concettuale di un possibile eccesso di anticipazione della soglia di punibilità, anche il contesto generale in cui si sono svolte le trattative tra venditore e potenziali acquirenti e tutte le attività propedeutiche alla cessione. In base alle emergenze probatorie della regiudicanda ascritta al fornitore e venditore D.N.W. si è in presenza di un’articolata attività di narcotraffico tra il Venezuela e l’Italia, nel cui alveo si colloca anche l’episodio di tentata importazione per cui è processo (sentenza, p. 6: “Non si tratta di pure e semplici trattative tra un fornitore straniero, l’odierno imputato, che si dichiarava in possesso di sostanze stupefacenti e possibili acquirenti italiani, ma di un ulteriore carico di cocaina che andava ad aggiungersi ad altri episodi di importazione di droga già conclusi e perfezionati”).

2. Il Procuratore della Repubblica di Palermo ha appellato la sentenza del Tribunale, deducendo l’erronea applicazione della causa esimente prevista dall’art. 56 c.p., comma 3, per illogico apprezzamento dei motivi che hanno provocato la mancata esecuzione della programmata importazione in Italia di 100 o 200 chili di cocaina. Motivi da reputarsi indipendenti dalla volontà del D. N. e dei coimputati e che lasciano, per ciò, invariati gli elementi strutturali del contestato tentativo punibile di importazione di droga. Motivi che vanno individuati soltanto nell’imprevisto e casuale arresto del coimputato D.B.C., la decisività del cui ruolo nel portare a definitiva conclusione la progettata importazione è evidenziata dallo stesso Tribunale. E’ tale arresto che provoca la stasi e l’abbandono del progetto già in via di elaborazione organizzativa e modale, come ancora osserva lo stesso Tribunale.

In via subordinata l’appellante p.m. ha reintrodotto l’ipotesi della sussumibilità della condotta del D.N. nella alternativa ipotesi di reato consumato della offerta in vendita di droga.

Fattispecie che, come statuito dalla giurisprudenza di legittimità, non implica l’accettazione dell’offerta da parte del potenziale acquirente. Accettazione che, per il principio consensualistico di derivazione civilistica che regola anche la compravendita di droga, ricondurrebbe il fatto nella casistica della cessione o vendita.

L’impugnazione del p.m. è stata contrastata da una memoria dei difensori di D.N.W. che, deducendo l’infondatezza della tesi dell’appellante, hanno segnalato come le posizioni di tutti gli altri coimputati nel medesimo reato ascritto al D.N. siano state definite con il proscioglimento per ritenuta desistenza volontaria. La memoria ha addotto che: 1) i coimputati diversi dai due fratelli D.N. (posizioni entrambe separate per ragioni processuali) sono stati prosciolti in primo grado all’esito di giudizio abbreviato con sentenza 9.2.2007 del g.u.p. del Tribunale di Palermo, sentenza che – impugnata dal p.m. – è stata confermata dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza del 28.10.2008; 2) l’imputato D.N.R. è stato prosciolto dalla stessa accusa di tentata importazione di droga con sentenza della Corte di Appello di Palermo del 24.9.2009, passata in giudicato in parte qua, essendo oggetto di ricorso per cassazione per la sola confermata condanna relativa all’episodio criminoso connesso all’operazione di narcotraffico culminata nell’arresto in Venezuela del correo P. (tutte le citate decisioni sono state versate agli atti del processo).

3. Con la sentenza pronunciata il 14.2.2011, richiamata in epigrafe, la Corte di Appello di Palermo, in riforma della sentenza di primo grado e in parziale accoglimento del gravame del p.m., ha ritenuto la condotta di D.N.W. qualificabile come “offerta in vendita consumata di ingente quantitativo di stupefacente del tipo cocaina” e, in ragione della ritenuta diversità del fatto contestato, ha disposto – ai sensi dell’art. 521 c.p.p., comma 2 – la trasmissione degli atti al pubblico ministero per quanto di competenza.

3.1. I giudici di secondo grado hanno condiviso la ricostruzione delle varie fasi della vicenda criminosa oggetto del processo sviluppata dal Tribunale, ma hanno ritenuto erroneo l’apprezzamento della specifica condotta del fornitore D.N.W.. Se è evidente che non basta il mancato perfezionamento dell’accordo sulla compravendita di droga per escludere il tentativo di acquisto quando risultino compiute – come nel caso di specie – attività idonee e dirette in modo non equivoco alla realizzazione dell’acquisto, diversa valutazione deve svolgersi – osserva la sentenza di secondo grado – per la posizione del potenziale venditore – fornitore. Il suo contegno ricade comunque nell’ambito di una offerta o messa in vendita dello stupefacente penalmente rilevante ai sensi dell’art. 73, comma 1, L.S. In tale diversa fattispecie di “anticipata” punibilità, consumata senza necessità di accettazione dell’offerta, deve ricondursi il comportamento dell’imputato venezuelano.

Come puntualizzato dal Tribunale, è pacifico che il D.N. avesse la reale disponibilità (o l’agevole possibilità di procurarsela) dell’imponente quantità di cocaina (100/200 chili) oggetto delle trattative di vendita con i coimputati italiani.

Sbaglia, però, il Tribunale nell’assimilare la posizione dell’imputato a quella dei correi attivi in Italia (acquirenti della cocaina), non tenendo conto della peculiare diversità dei loro rispettivi ruoli. In altri termini, se per i promissari acquirenti italiani può anche ritenersi ravvisabile una volontaria desistenza dal portare a conclusione l’acquisto di droga, la condotta del D. N. operante a Caracas è già esaurita nei suoi aspetti di rilevanza penale nell’ambito della diversa fattispecie, perfezionata in tutti i suoi elementi (reato consumato), di offerta o messa in vendita della droga.

In questa ottica la Corte territoriale rileva, quindi, un “difetto di contestazione” consistito nella omologazione della posizione del D. N., offerente in vendita, a quella dei potenziali acquirenti e destinatari dello stupefacente, i correi per i quali si è proceduto separatamente. Difetto di contestazione avallato dalla sentenza del Tribunale, “che ha ritenuto non sussistente il tentativo senza distinguere le condotte”. 3.2. Nulla precisandosi nel dispositivo della decisione sulle sorti della sentenza del Tribunale all’esito della “riqualificazione” giuridica del fatto reato ascritto a D.N.W., la Corte palermitana ha chiarito nella motivazione della sentenza la contestualità per dir così automatica dell’effetto di annullamento o caducazione della sentenza assolutoria di primo grado.

Premesso che la mancanza di correlazione tra fatto contestato e fatto risultato nel dibattimento deve essere rilevata dal giudice di appello, sia quando la diversità del fatto non sia stata rilevata dal giudice di primo grado, sia quando essa risulti nel giudizio di appello, i giudici di secondo grado osservano che – in forza del combinato disposto degli artt. 521 e 598 c.p.p. – il giudice del gravame non può che rinviare gli atti al pubblico ministero, non trovando applicazione la specifica disciplina dettata dall’art. 604 c.p.p., comma 1, che impone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado ed è riferibile alla differente ipotesi della nullità sancita dall’art. 522 c.p.p., in cui il giudice di primo grado abbia condannato per un fatto diverso in violazione delle regole sulle contestazioni dibattimentali. A sostegno di tale assunto la sentenza richiama una decisione di questa S.C. (Cass. Sez. 1, 28.2.2006 n. 8831, *********, rv. 233795), alla luce della quale articola il successivo passaggio della motivazione. In essa si aggiunge che, dovendo il giudice di appello che accerti la diversità della regiudicanda annullare – in applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1 – la sentenza di primo grado, tale esito caducatorio è indotto dal fatto che altrimenti la sentenza di primo grado, in quanto suscettibile di passare in giudicato e di dar luogo alla preclusione di cui all’art. 649 c.p.p., renderebbe inutile la trasmissione degli atti al p.m. perchè proceda per il ritenuto diverso fatto reato.

Di tal che nel caso dell’imputato D.N., la cui condotta si mostra diversa da quella sulla quale si è difeso ed abbisogna di specifica nuova contestazione, l’adottata decisione nella parte in cui dispone la trasmissione degli atti al p.m. serve l’interesse dell’imputato tutelato dall’art. 522 c.p.p., mentre nella parte in cui annulla la sentenza di primo grado ha la funzione di rimuovere ogni possibile preclusione all’iniziativa del p.m. (“il quale tornando ad essere titolare dell’azione penale avrà il solo vincolo di non ripetere la medesima contestazione”). Conseguente è per i giudici di appello la definizione della propria decisione come meramente processuale (“perchè non si pronuncia nè sul fatto contestato, non potendo farlo per non creare preclusioni, nè su quello diverso che emerge dagli atti, non potendo giudicare su un fatto non contestato”). L’annullamento della sentenza di primo grado che si unisce alla restituzione degli atti al p.m. perchè proceda per il fatto diverso non determina, del resto, alcun pregiudizio per l’imputato, posto in grado di difendersi durante le nuove indagini, che possono sfociare anche in una archiviazione, o nel corso del nuovo giudizio (così la citata sentenza di legittimità n. 8831/2006).

Ad avviso dei giudici di appello il fatto che il dispositivo non abbia enunciato formalmente la statuizione di annullamento della sentenza di primo grado impugnata dal p.m. non fa venire meno la certezza della delibata “illegalità della sentenza impugnata per aver ritenuto un fatto diverso”. Per altro l’esplicito riferimento in dispositivo all’art. 521 c.p.p., comma 2, vale a “chiarire senza ombra di dubbio la volontà della Corte di riformare, annullandola, la sentenza impugnata”. Nè argomento contrario potrebbe trarsi dalla mancata indicazione (sempre nel dispositivo) dell’art. 604 c.p.p., perchè nel caso del D.N. la prima sentenza è stata di assoluzione e non di condanna (“per cui, esulando dalla fattispecie le ipotesi disciplinate dall’art. 604 c.p.p., l’esplicito riferimento alla riforma della sentenza non può che essere inteso in senso formale, dovendosi ritenere sul piano sostanziale come vero e proprio annullamento, secondo quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza Paglini” (Cass. S.U., 6.12.1991 n. 2477, *******, rv. 189397, ndr)).

4. Avverso la descritta sentenza di appello hanno proposto ricorso per cassazione i difensori di D.N.W., denunciandone vizi di violazione di legge sotto i due profili di seguito sintetizzati.

4.1. Violazione ed erronea applicazione degli artt. 521, 597, 598, 604 e 605 c.p.p..

Premesso che la statuizione di annullamento della sentenza di primo grado, non indicata nel dispositivo della sentenza e surrogata dalla sua posteriore motivazione, qualifica la specificità dell’interesse impugnatorio del ricorrente (alla conservazione della prima sentenza assolutoria), la decisione impugnata è illegittima e abnorme.

Innanzitutto ai sensi dell’art. 597 c.p.p., in caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento, la cognizione del giudice di appello è limitata alla pronuncia di una sentenza di condanna o di proscioglimento per una causa diversa da quella ritenuta dalla sentenza appellata. La decisione della Corte di Appello di Palermo non rientra in nessuno dei casi previsti dall’art. 597 c.p.p., e fuoriesce dai parametri delimitativi della cognizione del giudice di secondo grado.

In secondo luogo è erroneo il tentativo della Corte di applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, al di fuori dei casi tassativamente previsti da tale norma, secondo cui soltanto in presenza di una sentenza di condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo il giudice di appello è legittimato a dichiarare la nullità della sentenza con connessa trasmissione degli atti al pubblico ministero. Al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha chiarito ogni possibile equivoco, affermando che il giudice di appello può esercitare il potere di annullamento del provvedimento impugnato, tipico della giurisdizione di legittimità, nei soli casi previsti dall’art. 604 c.p.p., al di fuori di tali ipotesi tassative applicandosi i principi di conservazione degli atti e di economia processuale (così Cass. Sez. 4, 17.1.2008 n. 13916, Romano, rv. 239221).

In terzo luogo in base alla lettura coordinata dell’art. 597 c.p.p., comma 2, lett. b), e art. 604 c.p.p. (norma, questa, non suscettibile di applicazione analogica), risulta evidentemente inapplicabile il disposto dell’art. 521 c.p.p., comma 2, nei procedimenti di appello instauratisi esclusivamente a seguito di impugnazione proposta dal p.m. avverso una sentenza di assoluzione. Il principio di correlazione tra accusa e sentenza è, d’altra parte, espressamente previsto a tutela del diritto di difesa e non è impropriamente applicabile per una sentenza di assoluzione. Non sottacendosi, inoltre, che la trasmissione degli atti al p.m. per ritenuta diversità del fatto reato va in ogni caso disposta con ordinanza, sì che la decisione di appello ha utilizzato un tipo di provvedimento (sentenza) non previsto dalla legge per il conseguimento degli effetti di cui all’art. 521 c.p.p., comma 2.

In quarto ed ultimo luogo è incongruo il richiamo all’art. 649 c.p.p., operato dalla sentenza di appello in funzione preventiva di preclusioni all’esercizio dell’azione penale per il presunto fatto diverso, atteso che il c.d. principio del ne bis in idem è efficace soltanto nei confronti del medesimo fatto, seppure diversamente qualificato, oggetto di un procedimento definito con sentenza irrevocabile. Nel caso di specie, essendosi in presenza di un “fatto diverso”, nessuna preclusione potrebbe pregiudicare l’esercizio di una “nuova” azione penale da parte del p.m. Ne consegue che la Corte di Appello, pur rilevando un fatto diverso, avrebbe comunque dovuto confermare la sentenza di assoluzione per il fatto (diverso) originariamente contestato al D.N..

4.2. Violazione dell’art. 56 c.p., e art. 73, comma 1 L.S..

Ad ulteriore prova del concreto interesse del ricorrente al ripristino della originaria imputazione appare evidente che la sentenza di appello ha errato nel formulare a carico del D.N. la diversa ipotesi criminosa dell’offerta in vendita di stupefacente.

Già il Tribunale aveva verificato l’eventuale diversa qualificazione giuridica dell’accusa contestata, affrontando in fatto e in diritto la diversa ipotesi dell’offerta in vendita ed escludendola con adeguata e logica motivazione (segue, nel ricorso, la trasposizione delle pagine 4-7 della motivazione del Tribunale sul punto).

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta anticipata di mera offerta in vendita era stata largamente superata da tutta una serie di atti posti in essere dall’imputato e tali da configurare la successiva condotta di tentata importazione non andata a buon fine per desistenza volontaria. Dinanzi alle argomentazioni logiche e coerenti della sentenza di primo grado la Corte di Appello non ha valutato se la condotta di offerta in vendita era da ritenersi superata dalla successiva ipotesi di importazione in forma tentata, in difetto di alcun nuovo elemento tale da modificare la già delineata vicenda processuale.

5. Il ricorso proposto nell’interesse di D.N.W., ammissibile, è assistito da fondamento e l’impugnata sentenza della Corte di Appello di Palermo deve essere annullata senza rinvio per insussistenza del fatto reato ascritto all’imputato in applicazione della causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 56 c.p., comma 3. 5.1. Che la composita sentenza di appello definita dalla stessa Corte territoriale meramente processuale, benchè si dilunghi anche nell’esame del merito dell’originaria regiudicanda elevata a carico dell’imputato per affermare la ritenuta diversità del fatto contestato, sia ricorribile per cassazione – in presenza di palese interesse dell’imputato a mantenere ferma la decisione liberatoria di primo grado – è evenienza giuridica non meritevole di particolare commento, atteso il principio generale (art. 111 Cost., art. 568 c.p.p., comma 2) per cui tutte le sentenze, ove non altrimenti impugnabili, sono ricorribili per cassazione senza possibilità di distinzione tra sentenze di merito e sentenze c.d. processuali (cfr.: Cass. Sez. 5, 25.9.2001 n. 38795, *****, rv. 220800; Cass. Sez. 4, 17.1.2008 n. 13916, Romano, rv. 239221, citata nel ricorso dell’imputato; Cass. S.U. 25.6.2009 n. 29529, P.G. in proc. *********, rv. 244108, che ha risolto la questione della ricorribilità per cassazione di una sentenza di annullamento di merito in rapporto agli artt. 607 e 608 c.p.p.; Cass. Sez. 6, 1.7.2009 n. 34828, **********, rv. 244770).

Il richiamo effettuato dalla sentenza di appello all’art. 649 c.p.p., a sostegno dell’affermata duplice natura dell’adottata decisione (sentenza di annullamento processuale; ordinanza di trasmissione degli atti al p.m.) è, del resto, inconferente ed anzi è proprio il principio del divieto del ne bis in idem che concorre a rendere concreto e attuale l’interesse al ricorso dell’imputato. In vero nel caso della decisione di appello in esame difetta per definizione il requisito della “medesimezza del fatto” produttivo della preclusione processuale ad un nuovo giudizio nei confronti del D.N..

Essendosi ipotizzata la diversità del fatto reato ascritto al ricorrente, quale causa della trasmissione degli atti al p.m. per l’esercizio dell’azione penale in ordine al “fatto diverso”, è evidente che, come si osserva in ricorso, nessuna preclusione potrebbe mai incontrare il p.m. nell’esercizio dei suoi poteri di azione. Laddove, invece, palese diviene l’interesse dell’imputato a preservare il passaggio in giudicato della decisione assolutoria sull’altro diverso fatto inizialmente ascrittogli.

5.2. I rilievi di natura processuale formulati con il primo motivo di ricorso sono in gran parte fondati, ancorchè superati e assorbiti dal decisivo accoglimento del secondo motivo di ricorso afferente al merito della decisione impugnata in punto di definizione giuridica (diversa) attribuita alla condotta criminosa di D.N.W..

Messa da canto, perchè non funzionale alla presente decisione, la problematica della discordanza tra il dispositivo (che, solo, integra il decisum della pronuncia) della sentenza di secondo grado, non recante alcuna statuizione sull’annullamento della sentenza di primo grado appellata dal p.m., e la motivazione della sentenza di appello, che indugia nel precisare l’effetto caducatorio della sentenza del Tribunale immanente nella decisione assunta ex art. 521 c.p.p., comma 2, la sentenza impugnata dal D.N. non può definirsi abnorme, ma unicamente viziata da erronea applicazione della legge processuale. Nel senso che erroneamente la Corte di Appello ha sostenuto e giustificato l’avvenuto annullamento della sentenza di primo grado, quando – nella descritta situazione di ritenuta diversità del fatto contestato all’imputato – avrebbe dovuto limitarsi a disporre la trasmissione degli atti al p.m. senza annullare la prima sentenza, non ponendosi nel caso di specie un problema di vanificazione delle garanzie difensive (privazione di un grado di giudizio) del D.N., in quanto prosciolto in primo grado.

5.3. La sentenza impugnata giustifica l’effetto di annullamento della decisione di primo grado riveniente dalla diversa qualificazione del fatto contestato con il supporto della giurisprudenza di legittimità che avvalorerebbe l’illustrata tesi (Cass. Sez. 1, 28.2.2006 n. 8831, *********, rv. 233795 e successive decisioni conformi), sia ponendo l’accento sulle esigenze di salvaguardia dei diritti di difesa dell’imputato, rivelatisi compromessi da una erronea contestazione elusiva del principio di correlazione ex art. 521 c.p.p., sia di evitare, come detto, possibili preclusioni derivanti dal giudicato della prima decisione. Donde la necessità del suo annullamento. A tal fine la sentenza evoca un’applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, che, oltre a porsi in contraddizione con l’estraneità del caso del D.N. (assolto dal Tribunale) alla previsione della ridetta norma, pur rilevata dalla stessa Corte di Appello, è quanto meno impropria.

L’indirizzo della giurisprudenza di legittimità in tema di annullamento della sentenza di primo grado, quando il giudice di appello rilevi la diversità del fatto contestato e restituisca gli atti al p.m. per sanare la violazione delle regole in tema di contestazioni dibattimentali (artt. 521 e 522 c.p.p.), indirizzo cui esplicitamente si richiamano i giudici di appello palermitani, non viene in discussione. Nè possono porsi in dubbio i principi affermati pressochè uniformemente dalle decisioni di legittimità che sostanziano tale orientamento interpretativo dell’art. 604 c.p.p., comma 1 (cfr., ex pluribus: Cass. S.U., 6.12.1991 n. 2477/92, *******, rv. 189397; Cass. Sez. 2, 19.11.2004 n. 47976, ************, rv. 230954; Cass. Sez. 1, 31.1.2006 n. 8351, *******, rv. 233512; Cass. Sez. 1, 17.2.2006 n. 11576, *********, rv. 233792; Cass. Sez. 6, 10.10.2007 n. 47549, P.G. in proc. **********, rv. 238323; Cass. Sez. 1, 17.3.2010 n. 18509, P.G. in proc. ********, rv. 247200; Cass. Sez. 4, 9.2.2010 n. 18135, P.G. in proc. C, rv. 247533).

Ciò che rileva, evidenziando l’errore prospettico in cui è caduta la Corte di Appello, è soltanto il dato per cui tali principi non sono applicabili al caso specie concernente l’imputato D.N..

Per un verso, infatti, la casistica contemplata dall’art. 604 c.p.p., comma 1, la sola in nome della quale è consentito al giudice di appello annullare la sentenza di primo grado, ha carattere tassativo, come deve argomentarsi anche da una recente decisione delle Sezioni Unite di questa Corte regolatrice (Cass. S.U. 27.11.2008 n. 3287/09, rv. 244118), e in tale casistica non possono farsi ricadere vizi diversi da quelli ivi contemplati, quali eventuali vizi della motivazione della sentenza appellata, al pari di quelli ipotizzati dai giudici di appello nella sentenza assolutoria del Tribunale con riguardo alla corretta definizione del fatto costituente la regiudicanda (cfr. ex multis: Cass. Sez. 5, 9.2.2000 n. 727, *********, rv. 215726; Cass. Sez. 5, 8.2.2005 n. 11961, P.C. in proc. **********, rv. 232058; Cass. Sez. 5, 19.2.2010 n. 19051, ********, rv. 247252). Laonde appare quanto meno problematico supporre che del disposto dell’art. 604 c.p.p., comma 1, possa operarsi una applicazione processuale analogica nel senso proprio dell’istituto della analogia (art. 12 preleggi, comma 2).

Per altro e complementare verso la palese inapplicabilità (anche analogica) al caso del ricorrente D.N. delle descritte regole richiamate nella sentenza impugnata discende dal fatto che la sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale nei confronti del D.N. è una sentenza di proscioglimento con formula ampiamente liberatoria (insussistenza del fatto reato), impugnata dal solo p.m. Non già, quindi, una sentenza di condanna o comunque sfavorevole all’imputato, che è la sola decisione considerata annullabile dall’art. 604 c.p.p., comma 1, per violazione del principio di correlazione e della connessa disciplina dibattimentale (art. 516 c.p.p. e ss.). E’ agevole constatare, del resto, quando non ci si limiti alla lettura delle sole massime delle decisioni di questa S.C. – che tutte le sentenze prima citate che, nell’ipotesi di diversità del fatto rilevata in appello, prevedono in uno alla trasmissione degli atti al p.m. il coevo annullamento della sentenza di primo grado, contemplano senza eccezioni casi di sentenze di condanna in primo grado. E ciò è a dirsi anche per quelle isolate decisioni che evocano la possibile applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, (Cass. Sez. 5, 27.10.2006 n. 18509, Verde, rv. 247200; Cass. Sez. 4, 9.2.2010 n. 18135, rv. 247533). Applicazione analogica, va precisato per completezza, che è ù tuttavia – calibrata in relazione all’esigenza di prevenire potenziali applicazioni dell’art. 649 c.p.p., in casi in cui la diversità del fatto, non rilevata dal giudice di primo grado, investe condotte punibili non totalmente estranee all’area di “medesimezza” ontologica del fatto storico individuata dagli artt. 516 e 649 c.p.p. (condotte in parte sovrapponibili in più segmenti attuativi ovvero diversamente circostanziate ovvero, ancora, soltanto sussumibili in fattispecie incriminatrici diverse per nomen iuris).

E’ allora chiaro, per concludere, che, in tanto possono correlarsi all’annullamento della sentenza di primo grado pretese esigenze di garanzia dei diritti di difesa dell’imputato, osservandosi – come afferma la sentenza impugnata – che l’annullamento della prima sentenza non pregiudica l’imputato, che può difendersi nel corso delle nuove indagini o nel nuovo giudizio, in quanto la sentenza di primo grado sia una sentenza di condanna (come richiesto dall’art. 604, comma 1). Solo in questo caso la regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari può non essere fonte di nocumento dell’imputato, che in tal caso al disagio di una protratta pendenza giudiziaria (non disgiunto, però, dall’incedere dei termini prescrizionali) si coniuga l’oggettivo beneficio della caducazione di una sentenza che ne ha comunque affermato la penale responsabilità per un determinato fatto reato.

5.4. Ferma l’erronea declaratoria di nullità della sentenza assolutoria di primo grado nei confronti di D.N.W., integrativa di un dispositivo della decisione che a posteriori deve giudicarsi corretto ed esauriente, l’errore più rilevante della sentenza di appello attiene, sul piano sostanziale, alla ritenuta diversità del fatto contestato (rectius contestabile) all’imputato, giudicato riconducibile alla fattispecie incriminatrice della offerta o messa in vendita consumata (le due ipotesi sono lette in giurisprudenza e in dottrina come sinonimi, sebbene non paiano omologabili sul piano strettamente semantico), in luogo del concorso nella tentata importazione di droga in Italia ab origine contestato al D.N..

5.4.1. L’errore della Corte di Appello, che non si è confrontata con la valutazione del tema della corretta qualificazione del fatto pur diffusamente affrontato dal Tribunale, appare indotto da un fuorviato inquadramento del reato previsto dall’art. 73, comma 1 L.S., in base al quale si è finito per valorizzare un segmento dell’azione del D.N. estrapolato dall’interezza della sua condotta e dal complessivo contesto intersoggettivo o relazionale in cui essa si è inserita, contribuendo a dare corpo alla regiudicanda per cui lo stesso D.N. e i suoi coimputati sotto stati tratti a giudizio per rispondere dello stesso reato in concorso tra loro (appunto il tentativo di importazione di droga in Italia). Con ulteriori potenziali conseguenti effetti o sviluppi processuali non considerati dalla Corte di Appello.

Effetti che investono l’applicazione del principio di territorialità della legge penale italiana di cui all’art. 6 c.p., comma 2. Se la condotta del D.N. integra per la Corte di Appello il reato di offerta in vendita di droga a potenziali acquirenti italiani, con cui egli ha avuto contatti telefonici rimanendo in Venezuela, tale reato (consumato a prescindere da ogni possibile o presumibile trattativa negoziale) si perfeziona nel momento e nel luogo in cui avviene l’offerta o manifestazione d’intenti dell’offerente e potenziale venditore. Quindi nel caso del D.N. in Venezuela nel giugno del 2002. Donde l’inesistenza della giurisdizione italiana su siffatto reato, difettando ogni momento di collegamento territoriale (se non astratto o soltanto virtuale) con l’Italia, indispensabile per la punibilità del fatto reato, come prevede l’art. 6 c.p., comma 2, (non ricorrendo le eventuali ulteriori ipotesi di cui agli artt. 7 e 8 c.p.). Ed effetti, ancora, che lambiscono il tema del divieto di reformatio in peius (art. 597 c.p.p., comma 3). Ribadendosi che la sentenza assolutoria di primo grado è stata a suo tempo appellata dal solo p.m., il D.N. – se ritenuto responsabile del reato monosoggettivo consumato di offerta in vendita di droga – potrebbe vedersi infliggere una pena ampiamente superiore a quella prevista nel caso in cui fosse stato giudicato colpevole dell’originario reato di concorso in tentata importazione di droga in Italia.

5.4.2. E’ necessario soffermarsi, allora, sulla esegesi strutturale della fattispecie criminosa prevista dall’art. 73 L.S., rimasta sostanzialmente immutata – quanto alle componenti della materialità del reato – dopo la novella di cui alla L. 21 febbraio 2006, n. 49.

La norma incriminatrice di cui ali art. 73 L.S. sanziona una serie di condotte tipiche equivalenti che si pongono in rapporto di alternatività formale e di progressione criminosa. Quando alcune di tali condotte si susseguono senza soluzione di continuità temporale ed esecutiva e in un medesimo contesto operativo, non si è in presenza di più fatti criminosi (singoli e autonomi reati), ma di una unitaria condotta articolata in più fasi o frazioni esecutive che si fondono inscindibilmente tra loro. E’ soltanto l’analisi del contesto storico in cui si esprimono le condotte antigiuridiche o propedeutiche ad un evento illecito in materia di circolazione di sostanze stupefacenti di uno o più soggetti agenti che permette di decifrare il livello o grado di punibilità delle condotte, cioè delle graduali e crescenti soglie di offensività reale del fatto e, quindi, di inquadrare la fattispecie criminosa, tra quelle alternativamente elencate dall’art. 73, comma 1, L.S., applicabile a quelle condotte.

Come a chiare note emerge dalla ricostruzione sequenziale delle fasi delle complessive condotte collettive dell’odierno imputato D. N. e dei coimputati operanti in Italia sviluppata dalla sentenza del Tribunale in aderenza ai convergenti dati probatori raccolti, ricostruzione che la Corte territoriale sostiene di condividere, è agevole prendere atto di due congiunte e significative evenienze.

L’offerta in vendita della cocaina nell’ingente quantità ipotizzata dalla pubblica accusa riferibile al D.N. non rimane fine a se stessa o isolata sul piano intersoggettivo, ma si inscrive nell’ambito di una serie di rapporti di narcotraffico tra il Venezuela e l’Italia già in atto e di cui sono protagonisti gli stessi D.N. ed i coimputati. Rapporti di cui vi è ampia traccia nelle sentenze versate in atti (e richiamate dal Tribunale) emesse nei confronti di più imputati attivi in Italia. L’offerta in vendita o, per essere più precisi, la messa in vendita della droga (che di questa risulta avere una pronta disponibilità – detenzione e non la sola concreta possibilità di acquisirla) di D.N. W. non si esprime in modo autonomo o individuale, ma si manifesta nel quadro di un contestuale e non scindibile accordo con i coimputati (il “cartello” degli acquirenti italiani con alcuni dei quali già intercorrono “affari” di narcotraffico). Accordo di immediata apprezzabilità penale, anche in ragione del principio consensualistico che regola pure le compravendite (illecite) di sostanze stupefacenti (Cass. Sez.6, 18.4.1995 n.7949, ***********, rv. 201847; Cass. Sez. 5 29.9.2010 n. 39644, Alleanza, rv. 248508), e che fin dall’inizio investe qualità, quantità (100 o 200 chili di cocaina) e perfino il prezzo dell’affare, sviluppandosi poi in trattative e ripetuti contatti intercontinentali per mettere a punto i dettagli organizzativi e logistici del criminoso piano di importazione della droga in Italia, non portato a compimento per la volontaria concorde rinuncia dei soggetti operanti (art. 56 c.p., comma 3).

Le decisioni di legittimità che l’impugnata sentenza di appello richiama per coonestare l’affermata ipotesi dell’autonoma indipendente punibilità dell’offerta in vendita di droga di D. N.W. (per tutte: Cass. Sez. 4, 10.3.2005 n. 44621, Orlando, rv. 232819; Cass. Sez. 1, 25.3.2010 n. 29670, Buffardeci, rv. 248606) valorizzano, non a caso, situazioni e vicende non assimilabili alla regiudicanda coinvolgente il D.N. e i suoi coimputati e nelle quali l’offerta o messa in vendita di droga non si accompagna in termini di contestualità ad alcun vero e serio accordo, sia pure di massima, dell’offerente con i potenziali acquirenti.

5.4.3. Il contegno di offerta in vendita di D.N., insomma, non consuma l’integrale disvalore della sua complessiva condotta di rilievo penale, rappresentandone soltanto un indispensabile previo segmento non separabile dall’unitaria concorsuale vicenda di narcotraffico per cui è processo, che il giudice di primo grado ha correttamente inquadrato nell’ambito del delitto di tentata importazione di droga.

L’art. 73, comma 1, L.S. integra una norma a più fattispecie alternative (condotte plurime), la cui eventuale congiunta realizzazione implica l’assorbimento delle diverse condotte in un unico reato. Quando – come detto – siano poste in essere nello stesso contesto modale e in diacronica e non interrotta concatenazione, più condotte tra quelle sanzionate dall’art. 73, comma 1, L.S. aventi per oggetto materiale un certo quantitativo di sostanza stupefacente, non si determina un fenomeno di concorso formale di reati, ma un unitario fatto criminoso posto in essere nella dinamica esecutiva di un organico ed indivisibile progetto antigiuridico (cfr.: Cass. Sez. 4, 19.11.2008 n. 6203/09, ****, rv. 244101; Cass. Sez. 3, 26.11.2009 n. 8163/10, Merano, rv. 246211; Cass. Sez. 6,11.12.2009 n. 9477/10, *******, rv. 246404). E’ di tutta evidenza che in una situazione di tal genere, in cui le singole condotte illecite afferenti allo stesso progetto di compravendita di droga siano contestuali o cronologicamente contigue e siano riconducibili ad uno stesso soggetto agente o a più soggetti operanti in concorso e previo accordo tra loro, l’unitarietà e la medesimezza del fatto reato, cioè della condotta nel suo complesso e nei suoi segmenti formativi, producono la sussunzione (o assorbimento) del contegno illecito per dir così minore in quello più grave e, in senso lato, onnicomprensivo.

Effetti che assumono una propria specifica significatività quando, come nel caso di specie, una delle frazioni dell’unitario plurisoggettivo comportamento antigiuridico è costituito (come si evince dai dati offerti dalla sentenza di primo grado) da una condotta, più che di semplice offerta o messa in vendita, di reale detenzione illecita dello stupefacente oggetto della concordata transazione. Cioè da una ipotesi criminosa di natura permanente, la cui consumazione si protrae per tutto il tempo in cui si esplica la relazione di disponibilità, materiale e/o giuridica, della droga facente capo al coimputato che, nel quadro dell’accordo criminoso ex art. 110 c.p., inscritto in una collaborazione illecita già in atto, assume il ruolo di fornitore e venditore della sostanza ai coimputati acquirenti (v. Cass. Sez. 4,3.6.2009 n. 34332, ****, rv. 245200).

5.4.4. Nulla ovviamente eccependo il ricorrente D.N. in ordine alla operatività dell’esimente di cui all’art. 56 c.p., comma 3, riconosciuta dalla sentenza di proscioglimento del Tribunale di Palermo (in uniformità alla sua omologa applicazione avvenute per tutti i coimputati del ricorrente separatamente giudicati), non occorre in questa sede – nel rispetto del principio di devolutività dell’impugnazione – soffermasi sull’istituto della desistenza volontaria disciplinato dal citato art. 56 c.p., comma 3. E’ soltanto il pubblico ministero appellante la sentenza assolutoria del Tribunale che ne contesta l’applicazione, ma la sentenza di appello oggi impugnata dal D.N., inquadrando la regiudicanda nell’area della rilevata diversità del reato contestato, coerentemente non ha affrontato tale specifico tema di censura. Il che non esime questa Corte, per le valenze nomofilattiche delle proprie decisioni, dal rilevare incidentalmente che la sentenza di primo grado (derivativamente “confermata” dalla presente decisione) ha offerto ampia e giuridicamente corretta motivazione della ritenuta sussistenza della peculiare causa di risolutiva esclusione della punibilità del contestato reato di tentata importazione concorsuale di droga o, se si preferisce, di esclusione della tipicità normativa del tentativo criminoso per sostanziale difetto del dolo di consumazione dell’azione criminosa.

Dalle osservazioni fin qui illustrare consegue che la palese insussistenza o non configurabilità nella condotta di D.N. M.W.A. dell’ipotesi criminosa alternativa (“diversa”) della “mera” offerta di vendita della droga da esportare dal Venezuela in Italia, ritenuta dalla sentenza della Corte di Appello di Palermo del 14.2.2011, determina l’annullamento senza rinvio di questa decisione per l’insussistenza del predetto fatto reato.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè la condotta di offerta in vendita non sussiste.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Inutilizzabili le dichiarazioni dei correi in assenza di riscontri oggetti esterni (Cass. pen. n. 16939/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Il processo ha ad oggetto tre omicidi (di S.R., di Vi.Wi. e di P.A.), un tentato omicidio in danno di P.V., derubricato in lesioni e minacce aggravate, e altri reati minori in materia di armi, di sottrazione di cadavere, di tentativi di estorsione. Fatti tutti commessi in Lecce e provincia, all’interno di diversi gruppi malavitosi gravitanti nel sodalizio mafioso denominato “sacra corona unita”, capeggiati da C.F., ****** e V.C..

2. La Corte di assise di Lecce, con sentenza pronunciata il 6 luglio 2007, anche sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia C.F., V.G., G. M., D.S.P., C.S., G. M. e ******, condannò:

– D.F.M. alla reclusione di 6 anni e due mesi per il capo A2 (concorso nella sottrazione del cadavere di S. R.);

– D.T.O. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per due mesi per i reati di cui ai capi E) ed E1: (concorso nell’omicidio di Vi.Wi. e connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma);

– M.G. alla reclusione di due anni e due mesi per il capo A2 (sottrazione del cadavere di S.R.), con l’attenuante della collaborazione di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 8.

– M.N. e V.F. alla reclusione di 18 anni e 2 mesi per il delitto di cui al capo A: (concorso anomalo ex art. 116 c.p. nell’omicidio di S.R.);

– V.C. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per quattro mesi per i reati di cui ai capi A2 (sottrazione del cadavere di S.), F (omicidio di P.A.), e F1 (connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma);

– V.N.I. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi per i reati di cui al capo D (lesioni gravi e aggravate in danno di P.V.), D1 (connesso reato di detenzione e porto d’armi), F (omicidio di P.A.), F1 (connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma), G (tentativo di estorsione in danno di S.G.), H (evasione).

3. La Corte di assise di appello di Lecce, con la sentenza oggi in esame, ha rigettato gli appelli degli imputati ed ha accolto l’impugnazione del pubblico ministero, dichiarando V.C. colpevole anche dell’omicidio di V.W. e dei connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma, rideterminando la pena nell’ergastolo con isolamento diurno di un anno.

4. Ricorrono per cassazione i sei imputati in epigrafe elencati.

4.1. D.F.M. deduce, ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. b) ed c) violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. e vizio di motivazione per contraddittorietà e manifesta illogicità della sentenza.

Lamenta mancata risposta ai motivi di appello concernenti le contrastanti versioni circa la presenza di D.F. alla commissione del fatto-reato, l’incertezza del luogo dove avrebbe dovuto trovarsi il cadavere poi distrutto, le dichiarazioni de relato di C.F. (di cui contesta l’attendibilità), le dichiarazioni di M.G. e la mancanza di relativi riscontri.

4.2. D.T.O. denuncia mancanza, contraddittoria e illogica motivazione, in relazione alla regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, con riferimento all’attendibilità intrinseca ed estrinseca dei collaboratori C.F. e M.G.. Censura la sentenza per avere affermato la responsabilità dell’imputato sulla base di una doppia chiamata in reità de relato, in contrasto con la giurisprudenza di legittimità.

Critica, in particolare, la ritenuta genuinità delle dichiarazioni di M., che conobbe i fatti attraverso la pubblicazione delle accuse di C. sul Quotidiano di Lecce.

4.3. M.N. impugna la sentenza per violazione di legge e inosservanza o erronea applicazione legge penale e per vizio di motivazione (art. 606 cod. proc. pen. comma 1, lett. b) ed e)) in relazione all’art. 192 dello stesso codice, per avere la Corte fondato la dichiarazione di colpevolezza sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vi., nonostante sia stato ritenuto inattendibile, nonchè sulle dichiarazioni di C.F. e S.A..

Censura l’illogicità della motivazione e l’uso errato del principio di frazionabilità delle dichiarazioni con riferimento a quanto riferito da Vi., contraddittoriamente valutato dai giudici come imputato inattendibile e come collaboratore attendibile.

Denuncia violazione di legge ed erronea applicazione legge penale e relativo vizio di motivazione (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) ed e) in relazione all’art. 116 cod. pen..

4.4. V.F. deduce inosservanza o erronea applicazione dell’art. 116, cod. pen., comma 2, e vizio di motivazione per contraddittorietà e manifesta illogicità.

In particolare, censura la ritenuta colpevolezza ex art. 116 cod. pen. per l’omicidio di S., pur in difetto di coscienza e volontà di concorrere con altri nella realizzazione di un qualsiasi reato e denuncia la mancanza di rapporto di causalità materiale e psichico tra la sua condotta e il diverso reato realizzato, avente il carattere dell’eccezionalità per l’azione assolutamente imprevedibile di Vi.Wi., che sparò allo S..

Con un secondo motivo, rubricato “Mancata assunzione di una prova decisiva. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione” lamenta la mancata applicazione dell’attenuante speciale di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 8. 4.5. Il ricorso di V.C. ha ad oggetto tre capi della sentenza impugnata.

A) Con riferimento alla condanna per omicidio di V.W. (capo F dell’imputazione), si deduce, ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. b) ed e), violazione di legge, inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e relativo vizio di motivazione, con riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Si censura la sentenza d’appello per essere pervenuta alla condanna senza avere affrontato il tema dell’attendibilità del collaborante e senza avere adempiuto l’obbligo di motivazione rafforzata sussistente in caso di ribaltamento in appello della sentenza assolutoria di primo grado.

Si critica l’attribuzione alle dichiarazioni del M. del valore di riscontro alla chiamata di correità del C., deducendone anche l’inutilizzabilità per violazione dei termini di cui al D.L. n. 8 del 1991, art. 16 quater, comma 9; si denuncia comunque l’inattendibilità della tardiva indicazione nominativa, avendo in precedenza indicato il nome del “cugino piccolo”, N.I. V..

Si censura ancora di illogicità la motivazione che ha ritenuto la falsità dell’abili addotto dall’imputato, con il conseguente aggravamento del quadro probatorio, anzichè il fallimento dello stesso, come aveva invece valutato la Corte di primo grado.

B) Con riferimento al capo della sentenza relativo alla dichiarazione di colpevolezza per l’omicidio P., si deduce “Violazione di legge. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3) e vizio di motivazione per manifesta illogicità e contraddittorietà risultante dal testo del provvedimento impugnato e da altri atti del processo (art. 606 cod. proc. pen., lett. e))”.

Di tali vizi è affermata la sussistenza in relazione all’affermata attendibilità di C.F. e alla valutazione delle sue dichiarazioni, nonchè di quelle di D.S. e M., ritenute come validi riscontri esterni al racconto del C..

Si reitera la censura relativa all’alibi valutato come falso e denuncia e critica l’utilizzazione del principio di frazionamento delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nonostante le gravi inesattezze riferite con riferimento al luogo del commesso delitto, alla presenza di colui che svolgeva funzioni di “telecamera”, al calibro dell’arma e alla identificazione della motocicletta utilizzate per l’agguato, alle discordanze con quanto riferito dal teste T..

C) Per quanto concerne il capo della condanna relativo alla sottrazione del cadavere di S.R. (capo A2), sono dedotti violazione di legge, inosservanza o erronea applicazione della legge penale (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3,) e vizio di motivazione per manifesta illogicità e contraddittorietà risultante dal testo del provvedimento impugnato e da altri atti del processo (art. 606 cod. proc. pen., lett. e)) 4.6. Anche V.N.I. ha impugnato tre capi della sentenza.

A) con riferimento all’omicidio P. (capi F – F1) propone gli identici motivi del cugino, concorrente nel delitto, C. V..

B) In ordine al reato di minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. (capo D dell’originaria imputazione, poi derubricata) e al connesso reato in materia di armi (capo D1), il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alle dichiarazioni accusatorie di V.G., M.G. e C.F.. Contesta l’ascrivibilità dell’agguato alla guerra mafiosa del gruppo C. contro il gruppo P.- V., in quanto il P. non era soggetto gravitante nei territorio Leccese trovandosi a Lecce da una sola settimana di ritorno da Milano ove lavorava come elettricista.

C) Per quanto concerne il capo G (tentativo di estorsione in danno di S.G. per costringerlo mediante minaccia ad acquistare sei telecamere per una somma di 3.000 Euro da installare nei pressi della propria abitazione), deduce ex art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen, erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione, per essere stata ritenuta la condotta minatoria solo perchè la parte offesa rimase spaventata dalla visita del V. conosciuto per i suoi trascorsi criminali.

5. Il ricorsi degli imputati saranno di seguito esaminati con riferimento ai diversi capi della sentenza impugnata.

 

Motivi della decisione

1. Concorso in distruzione, soppressione o sottrazione dei cadavere di S.R..

D.F.M. e V.C., unitamente a G. M., sono stati condannati per concorso nella sottrazione del cadavere di S.R. (artt. 110 e 411 cod. pen.), compiuta, su decisione concordata tra C.F. e V.C., quando si diffuse la voce che V.F. stava collaborando con gli inquirenti. Il fatto fu deciso e realizzato per non far ritrovare i resti del cadavere di S., buttato in un pozzo di campagna dopo l’omicidio eseguito da V.W., e così togliere credibilità alle temute dichiarazioni del collaboratore.

1.2. Il ricorso di D.F.M., al limite della ammissibilità, va rigettato.

Le censure rivolte alla sentenza impugnata non hanno fondamento. La Corte d’assise d’appello ha esaurientemente risposto ai motivi dedotti nell’atto di gravame, rilevando non soltanto che il nome di D.F.M., come partecipe alla rimozione del cadavere dello S., fu indicato da tutti i collaboratori di giustizia, ma evidenziando soprattutto che il racconto del M., che ha confessato la propria personale partecipazione al fatto, risulta dettagliato e preciso sulla partecipazione del D.F. e trova precisi riscontri individualizzanti nelle dichiarazioni del C..

Queste risultano per una parte de relato, ma costituiscono accuse dirette nella parte in cui il C. precisò di aver mandato il D.F. “a disposizione” del V. per poter ripulire il pozzo, così confermando l’indicazione fornita dal M. sulla telefonata fatta dal C. al D.F. per spiegargli che bisognava aiutare V.C. a rimuovere un cadavere.

Senza alcun pregio sono le reiterate censure sulla valutazione di attendibilità dei collaboratori C. e M., giustificata dalla sentenza impugnata e da quella di primo grado con motivazione logicamente plausibile, giuridicamente corretta e conforme alla giurisprudenza di legittimità in tema di applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3. 1.3. Le censure mosse da V.C. a questo capo della sentenza vanno dichiarate inammissibili per genericità, limitandosi il ricorrente a denunciare l’asserita contraddittorietà delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia senza farsi carico dell’esauriente motivazione resa dalla Corte d’assise d’appello e sopra riassunta con riferimento alla posizione del D.F..

2. Omicidio di P.A. e connessi reati in materia di armi.

2.1. V.C. e V.I.N. furono tratti a giudizio per rispondere di concorso nell’omicidio di P.A., entrambi in qualità di esecutori materiali, il primo anche come mandante insieme con C.F., per avere, a bordo di motocicletta e con il viso coperto da casco, in una via centrale di (omissis), esploso colpi di pistola contro il P., provocandogli gravissime lesioni che lo portarono alla morte dopo quindici giorni.

Per tale reato, e per il connesso reato di detenzione e porto in luogo pubblico della pistola, i due cugini V. sono stati condannati, con doppia conforme sentenza, alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno (rispettivamente di quattro e di sei mesi per C. e V.I.N.).

La responsabilità degli imputati è stata affermata dalle Corti del merito sulla base della chiamata in correità di C.F., che si dichiarò mandante del delitto (insieme con C. V.), indicando come esecutori materiali lo stesso V. e suo cugino V.I.N..

Il movente dell’omicidio fu individuato nell’appartenenza della vittima al gruppo avversario P.- Vi., che contendeva il territorio di Surbo al gruppo facente capo a V.C. e C.F. e, più specificamente, nel sospetto che il P. avesse ricoperto il ruolo di “telecamera” (una sorta di avvisatore della presenza in un determinato luogo del bersaglio da eliminare) in occasione del duplice omicidio di F.G. e C.D., compiuto il 18.5.1999 nel ristorante “Duca d’Este” di (omissis).

Emerge dalle sentenze di merito che le dichiarazioni accusatorie del C. erano espressione di conoscenza diretta sulla deliberazione del delitto, avendo il chiamante riferito della decisione omicidiaria concordata con V.C.; mentre avevano natura de relato sulle modalità esecutive, per avere ricevuto da V.C., la sera stessa in cui fu commesso il delitto, l’assicurazione che “l’azione” era andata a compimento e per avere successivamente appreso il racconto del delitto da entrambi i cugini V..

Le accuse del C. sono state ritenute riscontrate da quelle di D.S., che apprese del fatto dagli stessi imputati, nel periodo in cui faceva da vivandiere durante la loro latitanza, e da M., che ne ebbe notizia sia dallo stesso C., sia da C. V., con cui condivise un periodo di detenzione nel carcere di Ancona.

2.2. Le censure di malgoverno dei criteri di valutazione della prova e di vizio di motivazione, al limite dell’inammissibilità, vanno rigettate.

La valutazione dei giudici sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia C.F., D.S.P. e G. M. risulta esauriente e completa rispetto alle censure rivolte con gli atti d’appello, indenne da manifesta logicità e contraddittorietà e conforme ai principi che, in tema di applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e 4, sono stati affermati reiteratamente da questa Corte sulla verifica di attendibilità estrinseca ed intrinseca e sulla necessità di riscontri esterni individualizzanti.

La Corte di secondo grado non ha omesso di riesaminare alcuno degli elementi sottoposti alla sua attenzione con gli atti di gravame, sottolineando la convergenza delle dichiarazioni rese dai tre collaboranti sul nucleo essenziale del fatto omicidiario (numero e nomi dei partecipanti, armi utilizzate, uso da parte dei due killer di una motocicletta di grossa cilindrata).

In tale valutazione i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione della giurisprudenza di legittimità, la quale ha reiteratamente precisato che, in tema di prova di delitti maturati nell’ambito d’organizzazione criminale di tipo mafioso, le eventuali smagliature e discrasie, anche di un certo rilievo, rilevabili nelle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia, sia al loro interno, sia nel confronto tra esse, non implicano, di per sè, il venir meno della loro affidabilità, quando, sulla base d’adeguata motivazione, risulti dimostrata la loro complessiva convergenza nei nuclei fondamentali (Cass. Sez. 1, n. 42990/2008, Rv. 241821, ********; Sez. 6, n. 6425/2010, Rv. 246528, Caramuscio).

Nè i giudici hanno affermato la colpevolezza degli imputati fondandosi sulla convergenza di chiamate de relato da parte dei tre collaboratori, giacchè, come importante riscontro esterno, la sentenza evidenzia la coincidenza tra la circostanza riferita dal C. (il cd. “tentennamento” dell’assassino, che alla fine omise di sparare il “colpo di grazia”, ritenendo già morta la vittima a seguito dei colpi andati a segno) e i particolari relativi alla fase esecutiva del delitto riferiti dal teste T., del tutto estraneo all’ambiente dei collaboratori di giustizia, secondo cui il killer, mentre già stava allontanandosi dopo avere sparato al P., ritornò sui suoi passi per colpire ancora, ma la pistola si inceppò.

Si tratta di significativa coincidenza di particolare di rilievo, giacchè è ben evidente che il mancato colpo finale, ascritto dal C. a “tentennamento” dell’assassino, può ben essere attribuito a inceppamento dell’arma da parte di un testimone terrorizzato per la brutalità e la violenza della scena cui assistette.

In presenza di siffatti, sicuri e consistenti elementi probatori, di trascurabile rilievo appare la questione relativa all’alibi, fallito o falso, dell’imputato V.C..

La Corte non ha mancato di valutare e spiegare le aporie e le divergenze emerse nel racconto dei dichiaranti a proposito di chi, tra i due imputati conducesse la motocicletta e chi fece fuoco contro il P., dell’identificazione dello specifico tipo e marca della motocicletta utilizzata, dell’errata indicazione del luogo dell’attentato data dal C., della presenza nelle vicinanza del luogo del delitto dell’imputato V.P., assolto per mancanza di riscontri esterni alla chiamata operata dal C..

Ognuno di tali elementi è stato analizzato e spiegato nella sentenza in esame e la conclusione cui i giudici sono pervenuti risulta plausibilmente logica, sì da sottrarsi al sindacato di legittimità consentito dall’art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e).

Ne consegue che, a differenza di quanto si dirà relativamente all’omicidio S., in questo caso l’applicazione del cd. principio di frazionabilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ritenuti attendibili e credibili, risulta del tutto corretta.

3. Omicidio di S.R..

3.1. V.F. e M.N. furono rinviati a giudizio per rispondere, in qualità di mandanti, dell’omicidio di S.R., materialmente eseguito il 5 marzo 2001 da W. V. (successivamente ammazzato), per vendicare il mancato pagamento di un quantitativo di stupefacente da parte della vittima.

Sono stati condannati con applicazione della diminuente di cui all’art. 116 cod. pen., comma 2, essendo stato ritenuto il concorso anomalo nel fatto omicidiario commesso da V.W., che aveva esploso un colpo di pistola alla testa di S., mentre questi veniva condotto nell’autovettura guidata da M. verso un luogo più defilato, dove chiedergli conto dell’ammanco del denaro ovvero della cocaina a lui consegnata per la vendita.

I giudici del merito – valutate le dichiarazioni rese da F. V., F. e C.S., D.S.P. e S.A., tutti collaboratori di giustizia – hanno escluso che Vi.Fr., capo del piccolo gruppo dedito al traffico di stupefacenti, avesse impartito al suo braccio destro M.N. l’ordine di uccidere S.. Hanno invece affermato che, una volta scoperto il mancato versamento del denaro corrispondente ad un quantitativo di droga consegnato a S., il Vi. avesse impartito l’ordine di recuperare o cocaina o il danaro equivalente, contemplando “l’ipotesi di una severa lezione, di lesioni personali anche gravissime, ma non anche l’eventualità dell’omicidio”. Le Corti territoriali hanno ritenuto che l’azione repentina di Vi.Wi. “non era stata neppure ipotizzata”, ma che Vi. e M. “avessero previsto e voluto, quantomeno a titolo di dolo eventuale, il delitto di lesioni personali volontarie in danno di S.R.”. 3.2. Le censure principali mosse dai ricorrenti alla sentenza, pur se differenziate, s’incentrano sulla valutazione d’inattendibilità di Vi.Fr. e sulla contestuale utilizzazione del principio di frazionamento delle sue dichiarazioni, nonchè sulla motivazione relativa al concorso anomalo.

Il M. (con i primi due motivi di ricorso) denuncia l’illogicità della motivazione e il malgoverno della regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, nella parte in cui la sentenza fonda la decisione di condanna sulle dichiarazioni dell’inattendibile collaboratore Vi.Fr., dichiarazioni valutate come non credibili nei confronti dello stesso Vi. e di altri imputati ( S. e V.N.I.), ma pienamente utilizzate a carico del ricorrente.

Sia il M. (con il terzo motivo) sia il Vi. (con il primo motivo) criticano poi la sentenza per l’erronea applicazione della legge penale e per vizio di motivazione, con riferimento all’art. 116 cod. pen..

3.3. Osserva il Collegio che i vizi di motivazione, denunciati sotto diversi profili dal M. e dal Vi., sono fondati.

In ordine alla prima questione, si rileva che con riferimento al collaboratore V.F. la sentenza di prima grado – dopo averne rimarcato la “figura assai ambigua”, con “una invincibile tendenza all’auto-elogio” e alla “magniloquenza” che “rende quanto mai difficile discernere la realtà dall’enfasi” – aveva concluso “per una generale inattendibilità delle dichiarazioni” da lui rese, rinviando alla trattazione specifica dell’omicidio S. per l’ulteriore illustrazione della “inverosimiglianza di fondo” del suo racconto.

Con riferimento specifico all’omicidio S., la Corte d’assise valutò lacunosa e poco verosimile la narrazione del Vi., ritenendo che “allorquando rende le sue dichiarazioni sul punto, la sua posizione non è dissimile da quella di qualsiasi altro imputato, che ha … interesse a respingere le accuse, allontanando da sè qualsiasi responsabilità; egli riacquista invece la propria veste giuridica di collaboratore di giustizia allorquando rende dichiarazioni concernente la responsabilità di altri”.

I giudici d’appello hanno condiviso la valutazione frazionata delle dichiarazioni del Vi., operata dalla Corte di primo grado, senza replicare alle puntuali obiezioni dell’appellante M., che contestava la possibilità di operare tale frazionamento una volta esclusa l’attendibilità del dichiarante.

Sul punto sussiste sia il vizio di motivazione sia quello di erronea applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, denunciati dal ricorrente M..

In proposito, va ribadito che, ai fini di una corretta valutazione della chiamata in correità a norma disposto dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, il giudice deve in primo luogo sciogliere il problema della credibilità del dichiarante (confitente e accusatore) in relazione, tra l’altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici;

in secondo luogo deve verificare l’intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; infine egli deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni.

L’esame deve esser compiuto seguendo l’indicato ordine logico non per meccanica adesione alla giurisprudenza di questa Corte, ma perchè non si può procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli “altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità” se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla chiamata in sè, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa (ex pfurimis, v. Cass, Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992 Rv. 192465, ******; Cass. Sez. 5, n. 31442 del 28/06/2006, Rv. 235212, *********).

Nel presente caso, i giudici del merito hanno omesso di seguire tali criteri e – pur avendo ritenuto inattendibile il Vi. e inverosimili le dichiarazioni da lui rese in quanto finalizzate ad escludere il proprio coinvolgimento nel delitto – hanno fatto uso delle sue dichiarazioni per affermare la penale responsabilità del M., trascurando di considerare che, normalmente, è proprio la spontanea ammissione delle proprie personali responsabilità in ordine ad un grave delitto a costituire un significativo indice di attendibilità del chiamante in reità o correità anche per le dichiarazioni contra alias.

Sulla possibilità di valutazione frazionata delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, occorre sottolineare che essa non può trasformarsi in un espediente per eludere i criteri innanzi indicati, giacchè il cd. principio di frazionabilità delle dichiarazioni e la possibilità di utilizzare quelle ritenute credibili ed estrinsecamente riscontrate presuppongono l’attendibilità del dichiarante.

Ciò è tanto vero che, in caso di eventuali accertate falsità di parte delle dichiarazioni, per utilizzare le altre parti di dichiarazioni ritenute, il giudice deve giustificare logicamente la ragione che ha originato la falsità, spiegare come e perchè questa non mina la generale attendibilità del dichiarante, dimostrare la mancanza di interferenza tra parti false e il resto del narrato (cfr. Cass. Sez. 6, n. 7627 del 31/01/1996, Rv. 206590, *********; Sez. 6, n. 6221/2006, *******; Sez. 5, n. 37327/2008, Palo; Sez. 4, n. 12349/2008, *************; Sez. 4, n. 9450/2008, *******).

3.4. In ordine all’affermazione di responsabilità penale ex art. 116 cod. pen., la Corte d’appello ha condiviso la valutazione della Corte d’assise, la quale aveva affermato come V.F. e N. M. avessero previsto, quanto meno a titolo di dolo eventuale, il delitto di lesioni personali volontarie in danno di S.R. …, ma non anche il suo assassinio; tuttavia, mentre l’auto guidata da M. si dirigeva verosimilmente verso qualche luogo più defilato, dove condurre l’interrogatorio, W. V. freddò lo S. con un colpo di pistola alla testa”.

Dopo avere correttamente premesso che la responsabilità ex art. 116 cod. pen., comma 2, ricorre quando l’imputato, pur non avendo previsto la commissione del diverso più grave reato da parte dei concorrenti, avrebbe potuto rappresentarsene l’eventualità se, alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, avesse fatto uso della normale diligenza, la Corte d’assise di primo grado concluse che “fu gravemente negligente non immaginare che anche in quell’occasione” Vi.Wi., per personalità, storia personale e abitudini, “sarebbe stato armato … e se solo ne avesse avuto la possibilità egli avrebbe usato quell’arma, anche per uccidere, con buona pace degli ordini impartiti da suo zio” Fr. V..

La valutazione delle Corti del merito, secondo cui l’iniziativa omicidiaria di V.W. non costituì un fatto eccezionale, implica la conoscenza da parte di Vi.Fr. che, nella fase di esecuzione dell’ordine da lui impartito al M., avrebbe potuto partecipare anche il nipote W.. Ma di tale conoscenza non v’è dimostrazione nella sentenza impugnata.

Nell’atto di gravame, dopo avere evidenziato l’incarico dato dal Vi. al M. di prendere S.R. e di tenerlo a sua disposizione, si deduceva che Vi. non potesse immaginare che nella vicenda potessero intromettersi persone del gruppo C., ossia, concretamente, che il M. potesse servirsi di Vi.Wi. (appartenente al gruppo malavitoso C.) per ottemperare all’ordine di V.F..

In replica, la Corte d’assise d’appello osserva che Wi.

V., pur facendo parte del gruppo C., era uno dei soci della sala-giochi in cui si incontravano i soggetti appartenenti al gruppo capeggiato da V.F. e che questi non aveva mai affermato di essersi stupito della partecipazione alla spedizione nei confronti dello S. de nipote W..

Ciò tuttavia non equivale all’affermazione, e tanto meno alla dimostrazione, che ****** sapesse o avrebbe dovuto sapere in anticipo, sia pure sulla base delle modalità operative del suo gruppo o delle abitudini del suo uomo di fiducia M., che alla spedizione avrebbe partecipato o quanto meno avrebbe potuto partecipare il W., ciò che risulta indispensabile per addebitare l’accaduto a titolo di art. 116 cod. pen., secondo il criterio della prevedibilità in concreto.

Non meno carente è la motivazione relativa al M..

Rileva il Collegio che non v’è alcun passo della sentenza impugnata da cui risulti la consapevolezza di tale imputato che il giovanissimo W. fosse abitualmente armato.

La Corte d’assise d’appello annota, con riferimento ad entrambi gli imputati, che essi erano “ignari – sebbene per loro grave impudenza – della presenza dell’arma”. Tale affermazione risulta, però, del tutto apodittica nei confronti del M., non essendo accompagnata da alcun riferimento fattuale, cosicchè rimane senza risposta il legittimo quesito del difensore di M., che nell’atto di appello e nel ricorso oggi in esame domanda “per quale via di inferenza logica si deve ritenere che anche il M. sapesse dell’abitudine di Vi.Vi.Wi. di circolare armato”. 3.5. La sentenza va, pertanto, annullata nei confronti di Vi.

F. e M.F., con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce per nuovo giudizio.

4. Omicidio di Vi.Wi. e connessi reati in materia di armi.

V.C. e D.T.O. furono rinviati a giudizio per rispondere dell’omicidio di Vi.Wi., in qualità di esecutori materiali, su mandato di C.F., per avere il V., accompagnato in motocicletta dal conducente D.T., esploso plurimi colpi di pistola contro il Vi., che si trovava in un bar di Surbo il 7 maggio 2002, provocandogli gravissime lesioni che portarono la vittima a morte il successivo 9 novembre.

Per tale delitto e per i connessi reati in materia di armi, il D. T. fu condannato in primo grado alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per due mesi, mentre il V. fu assolto per non avere commesso.

La Corte d’assise affermò la responsabilità penale di D.T. in quanto sulla sua persona “convergevano due chiamate in reità quella di C. e M. intrinsecamente attendibili e perfettamente autonome, ciò consentendo il reciproco riscontro quanto all’attribuzione dell’omicidio di V.W. a tale imputato”;

V.C. fu, invece, assolto per mancanza di riscontri alle dichiarazioni del C..

La Corte d’assise d’appello ha confermato la prima sentenza nei confronti di D.T. e, in accoglimento del gravame del pubblico ministero, ha dichiarato la responsabilità di V.C. per i reato di cui ai capi E) ed E1), rideterminando la pena dell’ergastolo con isolamento diurno, già inflitta per l’omicidio di P.A., in ergastolo con isolamento diurno per la durata di un anno.

Il movente del delitto è stato indicato nell’inaffidabilità del giovane Vi. a causa della sua tossicodipendenza e nel conseguente pericolo che potesse “pentirsi” e riferire delle vicende delittuose di cui era a conoscenza.

4.1. D.T. ha impugnato la sentenza deducendo mancanza, contraddittoria e illogica motivazione, in relazione alla regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, con riferimento alle dichiarazioni de relato dei collaboratori di C.F. e M.. Ha censurato la sentenza per avere affermato la sua responsabilità penale sulla base di una doppia chiamata in reità de relato.

In particolare ha contestato la credibilità e la genuinità delle dichiarazioni di M., per avere conosciute le accuse del C., che aveva riferito della partecipazione e il ruolo del D. T. nell’omicidio Vi., leggendone – come d’abitudine – il resoconto su il Quotidiano di Lecce (edizione del 12 novembre 2003).

La Corte di secondo grado ha rigettato le censure dell’appellante relative alle dichiarazioni de relato, rilevando, per un verso, che quella del C. non poteva essere svalutata come mera chiamata in reità, “atteso che almeno in parte la stessa rivesta natura di chiamata diretta” e, per altro verso, che “in relazione alla convergenti propolazione accusatorie nei riguardi del D.T. provenienti sia da C.F. che dal M. – che anche la chiamata de relato ben può essere idonea a riscontrare altra chiamata in reità de relato”.

Rileva il Collegio che le dichiarazioni del C., mentre erano manifestazione di conoscenza diretta per la parte relativa alla deliberazione dell’omicidio (concordata con V.C.), avevano natura de relato per la parte esecutiva del delitto, relativa al coinvolgimento di D.T..

Il tema delle chiamate in reità o correità da parte di coimputati e imputati di reato connesso ha costituito, per la delicatezza della materia, scivolosa e sempre a rischio di inquinamento, oggetto di grande attenzione da parte del legislatore del codice di procedura penale e della giurisprudenza.

Questa Corte ha più volte affermato che, ex art. 193 cod. proc. pen., comma 3, i riscontri esterni alle chiamate possono essere costituiti anche da ulteriori dichiarazioni accusatone, le quali devono tuttavia caratterizzarsi: a) per la loro convergenza in ordine ai fatto materiale oggetto della narrazione; b) per la loro indipendenza – intesa come mancanza di pregresse intese fraudolente – da suggestioni o condizionamenti che potrebbero inficiare il valore della concordanza; c) per la loro specificità, nel senso che la cd. convergenza del molteplice deve essere sufficientemente individualizzante e riguardare sia la persona dell’incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, fermo restando che non può pretendersi una completa sovrapponibilità degli elementi d’accusa forniti dai dichiaranti, ma deve privilegiarsi l’aspetto sostanziale della loro concordanza sul nucleo centrale e significativo della questione fattuale da decidere (v. per tutte, Cass. Sez. 2, n. 13473/2008, Rv. 239744, Lucchese).

E’ stato anche reiteratamente precisato che ove le dichiarazioni accusatorie siano plurime e convergenti, ma sussista il dubbio di artificiose consonanze, il giudice ha l’obbligo di verificare non soltanto se la convergenza non sia l’esito di collusione o concerto calunnioso, ma anche se non sia il frutto di condizionamenti o reciproche influenze, pur senza alcuna preordinata malafede, dovendo pertanto procedere con particolare severità e scrupolo al giudizio di attendibilità (Cass. Sez. 6, n. 6221 del 20/04/2005, Rv. 233084, *******).

Per quanto concerne le dichiarazioni de refato rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso a norma dell’art. 12 cod. proc. pen. e non confermate dal soggetto indicato come fonte di informazione, è stato affermato che esse possono costituire elemento indiziario idoneo a fondare la dichiarazione di colpevolezza soltanto se confortate, ai sensi dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 da riscontri estrinseci certi, univoci, specifici, individualizzanti, tali da consentire un collegamento diretto ed obiettivo con i fatti contestati e con la persona imputata (Cass. Sez. 6, n. 1639/2003, Rv. 223279 ********).

Plurime chiamate de relato, sottoposte alla verifica di attendibilità intrinseca ed estrinseca e confortate da riscontri esterni aventi le caratteristiche sopra indicate, ben possono ritenersi reciprocamente corroborate e idonee a fondare il giudizio di colpevolezza.

Va invece escluso che il riscontro ad una chiamata in reità o correità de relato possa essere integrato da altra semplice chiamata de relato, non confortata dai predetti riscontri.

Se l’ordinamento processuale ha imposto particolari e rigorose regole di giudizio (art. 192 cod. proc. pen., commi 3 e 4) per la chiamata in reità o correità “diretta”, ossia per le dichiarazioni di cui il coimputato o l’imputato di reato connesso afferma la diretta conoscenza (assumendone la relativa responsabilità), deve escludersi che, in mancanza di altri elementi di riscontro aventi le caratteristiche sopra indicate, due o più chiamate de relato possano reciprocamente ritenersi riscontrate, così da essere poste a base del giudizio di responsabilità penale.

Il legislatore ha apprestato, a richiesta di parte e a sua garanzia, uno obbligatorio specifico meccanismo di controllo anche per la testimonianza indiretta, cioè per la dichiarazione del testimone che “si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone” (art. 195 cod. proc. pen.).

Come è stato esattamente osservato, l’obbligo (o il potere), previsto dall’art. 195 cod. proc. pen., di disporre l’esame delle persone che hanno fornito l’informazione è finalizzato alla ricerca di una convalida e all’ottenimento di un controllo a quanto riferito, posto che, in tali casi, è oscura e incerta l’origine della conoscenza e notevolmente ridotta la possibilità di contestazione e di controesame.

Questo meccanismo di garanzia, espressamente dettato per la testimonianza indiretta, in ipotesi proveniente da soggetto terzo e del tutto disinteressato, costituisce un’indicazione generale, da tener presente, a maggior ragione, per dichiarazioni de relato rese da coimputati o imputati di reato connesso, giacchè in quest’ultimo caso alla debolezza dell’elemento probatorio derivante dal riferimento ad una ulteriore fonte, si aggiunge il sospetto intrinseco a ogni dichiarazione del coimputato o imputato di reato, normalmente interessato a una determinata versione o ricostruzione dei fatti da accertare.

Quando, come nel presente procedimento, non si può escutere la persona come fonte originaria della dichiarazione, per essere l’imputato accusato da quella dichiarazione e, perciò, interessato a smentirla, devono applicarsi le regole e i principi stabiliti in tema di chiamata in correità dall’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, compresa la necessità di riscontri esterni oggettivi, con le caratteristiche sopra indicate.

In tal senso si è già espressa la giurisprudenza di questa Corte, ritenendo che la ricerca di riscontri, a conferma di dichiarazioni caratterizzate da credibilità congenitamente carente, affine a quella della testimonianza indiretta, deve essere particolarmente rigorosa e può costituire prova solo se sorretta da riscontri estrinseci, obiettivi ed individualizzanti, tra i quali non sono ricomprese altre dichiarazioni indirette (Cass. Sez. 5, n. 37239 del 9.7.2010, Rv. 248648, Pg in proc. Canale; n. 43464 del 9.5.2002, Rv. 223544, PM in proc. *****).

La Corte leccese non ha fatto corretta applicazione di tali principi di diritto nell’affermare che anche la chiamata de relato ben può essere idonea a riscontrare altra chiamata in reità de relato nè ha valorizzato altri elementi esterni alla chiamata, a differenza di quanto ha fatto per l’omicidio di P.A., precedentemente esaminato.

Osserva, inoltre, il Collegio che non appare poi logicamente plausibile che nella sentenza impugnata si sostenga la possibilità che il M. non avesse letto il Quotidiano del 12 novembre, a fronte dell’ammissione del collaborante di leggere quello specifico giornale, ciò che rende più probabile che la lettura ci sia stata dell’ipotesi contraria, giacchè il resoconto delle dichiarazioni di C. era argomento di particolare interesse in ambito carcerario, soprattutto in un ambiente territorialmente ristretto come quello leccese e particolarmente da parte di lettori di giornali che potevano essere direttamente coinvolti nei fatto riferiti dal collaboratore C..

Nè di “particolare severità e scrupolo” risulta l’affermazione della permanenza della genuinità delle dichiarazioni del M., “quand’anche avesse letto” quello specifico articolo pubblicato il 12 novembre 2003, giacchè omette di tenere in considerazione l’eventuale condizionamento derivante da siffatta lettura.

Rileva infine il Collegio che fondatamente il ricorrente censura l’impropria utilizzazione, nella motivazione della decisione in esame, della sentenza (non irrevocabile) relativa all’omicidio C. (giudicato separatamente), per il quale il M. aveva chiamato in correità il D.T..

Con riferimento a tale fatto, i giudici del merito (pag. 153) evidenziano come la sentenza di primo grado, che assolse D.T., fosse stata ribaltata in appello. Inoltre, dal ritenuto concorso dei due imputati nello stesso fatto di sangue essi traggono elementi per giustificare la verosimiglianza delle confidenze fatte dal D.T. al complice M. anzichè a C.S., fratello del capo F. e responsabile del gruppo in carcere (pag. 151).

L’annullamento (con rinvio) della condanna del D.T. da parte della Corte di cassazione (Cass. sez. 5, n. 36598 del 12.5.2009) per vizio di motivazione anche sul punto specifico della chiamata in correità da parte del M., priva di valenza l’argomentazione che ha tratto la sentenza impugnata per corroborare le dichiarazioni del M..

4.2. V.C., con riferimento al capo della sentenza relativo all’omicidio di Vi.Wi., si duole dell’erronea applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e relativo vizio di motivazione, con riferimento:

– alla credibilità delle dichiarazioni accusatorie e all’attendibilità dei collaboratori di giustizia, uno dei quali (il M.) aveva riferito il suo nome ben oltre i 180 giorni di al D.L. n. 8 del 1991, art. 16 quater, comma 9;

– alla valutazione dell’alibi dell’imputato, in relazione al quale rileva l’illogicità della motivazione che ne ha ritenuto la falsità anzichè il fallimento, come aveva ritenuto la Corte di primo grado;

– alla valutazione delle testimonianze relativa alle caratteristiche fisiche del killer;

– alla violazione dell’onere di motivazione rafforzata in caso di ribaltamento in appello della sentenza assolutoria di primo grado.

In particolare, il ricorrente censura l’erronea individuazione di un decisivo riscontro esterno alla chiamata di correità del C. nelle dichiarazioni rese da M., il quale, nel corso di interrogatorio reso al P.M. in fase di indagini preliminari, aveva indicato quali esecutori materiali D.T. e V.N.I., e solo successivamente, con lettera indirizzata al pubblico ministero il 3.1.2005, aveva indicato V.C. al posto del cugino N.I..

Riformando la sentenza assolutoria di primo grado, che aveva escluso la ravvisabilità di un valido riscontro nelle dichiarazioni rese di M., la Corte d’assise d’appello, ha ritenuto che le dichiarazione accusatorie del C. fossero riscontrate dalla ritenuta falsità dell’alibi dell’imputato e dalla rivalutata dichiarazione de relato del M..

Questi, in fase di indagini preliminari, nell’interrogatorio reso dinanzi al pubblico ministero il 24 marzo 2004, aveva indicato, quali esecutori materiali dell’omicidio di V.W., D.O. T. e V.N.I., specificando, per quest’ultimo che si trattava del “cugino piccolo”, con evidente riferimento al cugino di V.C..

Nella successiva lettera indirizzata al P.M., il M. aveva scritto che l’omicida non era N.I. bensì V.C., indicazione ripetuta in dibattimento, con la precisazione, a seguito di contestazione, che si era trattato di un errore sulla persona.

Correttamente la Corte d’assise d’appello ha ritenuto l’infondatezza della deduzione d’inutilizzabilità delle dichiarazioni del M., in quanto la sanzione di inutilizzabilità che (ai sensi del D.L. 15 gennaio 1991, n. 8, art. 16 quater, comma 9, convertito nella L. 15 marzo 1991, n. 82, come modificata dalla L. 13 febbraio 2001, n. 45, art. 14) colpisce le dichiarazioni del collaboratore di giustizia rese oltre il termine di centottanta giorni, previsto per la redazione del verbale informativo dei contenuti della collaborazione, trova applicazione solo con riferimento alle dichiarazioni rese fuori del contraddittorio e non a quelle rese nel corso del dibattimento (Cass. Sez. 6, n. 27040 del 22/01/2008, Rv. 241007, *****).

I giudici di secondo grado hanno però liquidato la questione attinente alla credibilità della dichiarazione come una mera svista del dichiarante, osservando come “l’iniziale erronea indicazione del M. non avesse riguardato un soggetto, per così dire terzo, ossia del tutto estraneo ai V. odierno imputati, sicchè appare senz’altro plausibile che, nel contesto di un articolato interrogatorio, il M. potesse avere indicato effettivamente per mera svista uno dei due V. invece dell’altro, cioè facendo in quel momento solo confusione tra i nomi dei due” (p. 167).

La predetta spiegazione manca di plausibilità logica giacchè non si fa carico dell’ovvio rilievo del difensore dell’imputato, che ha evidenziato come un dichiarante che, in rifermento a due cugini che vivono nello stesso ambiente criminale, indica nominativamente uno dei due, con la specificazione che si tratta del “cugino piccolo”, contestualmente sta escludendo il cugino più grande.

Il giudice di primo grado aveva evidenziato che “il M. non ha spiegato in alcun modo, ed attraverso quali passaggi logici, egli avrebbe potuto confondersi su un particolare così importante, come il nome dell’omicida” e i giudici d’appello non hanno fornito una plausibile spiegazione idonea a superare l’affermazione del primo giudice, venendo meno all’obbligo di motivazione rafforzata che grava sul giudice d’appello, tanto più in mancanza di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, nell’ipotesi di riforma di una sentenza assolutoria.

E’ consolidata giurisprudenza di questa Corte che la sentenza di appello che ribalta il giudizio assolutorio di primo grado deve confutare specificamente, a pena di vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati (Cass. Sez. 6, n. 6221/2006, Rv. 233083, *******; Sez. U, n. 45276/2003, Andreotti).

A tale consolidato orientamento di legittimità, occorre aggiungere la considerazione che il principio secondo cui il giudizio di condanna è legittimo “se l’imputato risulta colpevole … al di là di ogni ragionevole dubbio”, (art. 533 cod. proc. pen., comma 1, come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 5), implica che, in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non più razionalmente sostentile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione di colpevolezza.

Come è stato efficacemente affermato, non basta più “per la riforma caducatrice di un’assoluzione, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. La condanna, invero, presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza” (Cass. sez. 6, n. 40159//2011, rv. 251066, *******; sez. 6, n. 40513/2011, *******, n.m.; Sez. 6, n. 4996/2012, rv. 251782, ******).

4.3. Assorbito ogni altro motivo di ricorso, la sentenza va, dunque, annullata nei confronti di D.T.O. e di V.C. in ordine all’omicidio di Vi.Wi. e ai connessi reati in materia di armi, con rinvio per nuovo giudizio.

5. Minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. e connesso reato in materia di armi; tentativo di estorsione in danno di S.G..

I motivi di ricorso dedotti da V.N.I. in relazione a questi capi della sentenza sono inammissibili.

Per quanto riguarda il reato di minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. (così derubricata l’originaria imputazione di tentato omicidio) e ai connessi reati in materia di armi, sotto la rubrica della violazione di legge e vizio di motivazione, in realtà il ricorrente avanza censure di merito nel confronto dell’apprezzamento degli elementi probatori operato dalla Corte d’assise d’appello, che ha già rigettato gli analoghi motivi di gravame con motivazione giuridicamente corretta e indenne da vizi logici.

Del tutta generica, e perciò in contrasto con l’obbligo di specificità previsto, a pena d’inammissibilità, dall’art. 581, lett. c) e art. 591 cod. proc. pen., lett. c) è la censura relativa all’affermazione di colpevolezza per il delitto di tentata estorsione in danno di S.G..

6. In conclusione, la sentenza impugnata va annullata nei confronti di M. e di Vi., nonchè di D.T. e di V. limitatamente all’omicidio di Vi.Wi. e ai connessi reati d’armi, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello, che procederà a nuovo giudizio attenendosi ai principi di diritto sopra enunciati.

Va rigettato nel resto il ricorso di V.C.. Devono altresì rigettarsi i ricorsi di D.F. e di N.I. V., con condanna alle spese processuali ex art. 616 cod. proc. pen..

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla la sentenza impugnata nei confronti di ***** e di Vi.Fr., nonchè nei confronti di D.T. O. e di V.C. in ordine all’omicidio di V. W. e ai connessi reati d’armi e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Lecce (Taranto).

Rigetta nel resto il ricorso di V.C..

Rigetta i ricorsi di D.F.M. e di V.N.I., che condanna al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ricettazione – Abusiva duplicazione e riproduzione di supporti musicali e video – Inconciliabilità (Cass. pen. n. 16651/2012)

Redazione
Massima
La condanna sia per il reato di ricettazione sia per quello di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. a), è manifestamente contraddittoria trattandosi di due ipotesi di reato inconciliabili tra loro. E difatti, il reato di cui all’art. 171 ter, lett. a), riguarda la condotta consistente nella abusiva duplicazione, riproduzione, ecc. di supporti musicali e video, mentre il reato di cui all’art. 648 c.p. presuppone che il soggetto abbia ricevuto da terzi l’oggetto illecito perchè abusivamente riprodotto. Non può quindi essere logicamente emessa una condanna per entrambi i reati nei confronti del medesimo soggetto. (a cura del **************)

 

Svolgimento del processo

Con la sentenza in epigrafe la corte d’appello di Salerno confermò la sentenza emessa il 28.2.2007 dal giudice del tribunale di Salerno, sezione distaccata di Eboli, che aveva dichiarato K.K. A. colpevole dei reati di cui: A) alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. a), c) e d), per avere detenuto per la vendita e a fine di lucro supporti musicali, video e per videogiuochi abusivamente duplicati e privi del contrassegno Siae; B) all’art. 648 cod. pen., e, ritenuta l’attenuante di cui all’art. 648 c.p., comma 2, lo aveva condannato alla pena di mesi 8 di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa, oltre pene accessorie e con la sospensione condizionale della pena.

L’imputato propone ricorso per cassazione deducendo inosservanza ed erronea applicazione della legge penale nonchè mancanza o manifesta illogicità della motivazione. In particolare lamenta che la corte d’appello ha ritenuto che la nota sentenza Schwibbert riguarderebbe solo i reati formali e quindi non si applicherebbe nella specie, senza però considerare che l’imputato è stato condannato anche per il reato di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. d), ossia proprio solo per avere detenuto supporti privi di contrassegno Siae. La corte ha poi erroneamente attribuito rilevanza probatoria alla mancanza del contrassegno Siae, ritenendo sulla base di questo elemento provata la responsabilità per i reati contestati e ritenendo superflua la perizia. La motivazione è carente e contraddittoria anche in relazione al reato di ricettazione, in quanto la corte non ha tenuto conto delle eccezioni difensive e ha sostenuto che la consapevolezza della illecita provenienza dei beni in questione può desumersi dalla mancanza del contrassegno, dal numero dei supporti e dalla presenza di copertine fotocopiate.

 

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato in quanto effettivamente la sentenza impugnata è incorsa, sotto alcuni profili, in errori di diritto e in contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

All’imputato sono stati contestati e lo stesso è stato condannato per quattro distinti reati, e precisamente per i reati previsti dalla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, comma 1, rispettivamente alle lett. a), c) e d), nonchè per il reato di ricettazione di cui all’art. 648 c.p., comma 2.

Ora, la lett. a) dell’art. 171 ter, comma 1, cit, prevede l’ipotesi di chi abusivamente duplica, riproduce ecc. supporti contenenti musiche o film protetti dal diritto d’autore.

La lett. c) prevede l’ipotesi di chi, pur non avendo concorso alla duplicazione o riproduzione, detiene per la vendita, pone in commercio, ecc, le duplicazioni o riproduzioni abusive di cui alle lett. a) e b).

La lett. d) prevede l’ipotesi di chi detiene per la vendita, pone in commercio, ecc, supporti contenenti musiche o film privi del contrassegno Siae.

Deve quindi ricordarsi che la Corte di Giustizia Europea – con sentenza resa ai sensi dell’art. 234 del Trattato CEE, emessa l’8 novembre 2007 nel procedimento C-20/05, Schwibbert, sulla questione relativa alla compatibilità della normativa italiana che prevede l’apposizione del contrassegno Siae con la direttiva Europea 83/189/CEE del 28 marzo 1983, la quale aveva istituito una procedura di informazione obbligatoria nel settore delle norme e delle regole tecniche – ha statuito che l’obbligo di apporre sui dischi compatti contenenti opere d’arte figurativa il contrassegno Siae in vista della loro commercializzazione nello Stato membro interessato, rientra nel novero delle “regole tecniche”, ai sensi della suddetta normativa, che devono essere notificate dallo Stato alla commissione delle Comunità Europea, la quale deve poter disporre di informazioni complete al fine di verificare la compatibilità dell’obbligo con il principio di libera circolazione delle merci, con la conseguenza che qualora tali regole tecniche non siano state notificate alla Commissione non possono essere fatte valere nei confronti dei privati e devono essere disapplicate dal giudice nazionale.

La giurisprudenza di questa Corte ha poi costantemente affermato che la sentenza Schwibbert stabilisce un principio generale, secondo il quale la violazione dell’obbligo di comunicare alla Commissione ogni istituzione di contrassegno Siae successiva alla direttiva 83/189/CEE per supporti di qualsiasi genere (cartaceo, magnetico, plastico, ecc) e di ogni contenuto (musicale, letterario, figurativo, ecc), rende inapplicabile l’obbligo del contrassegno stesso nei confronti dei privati (ex plurimis, Sez. III, 12.2.2008, n. 13816, *********; Sez. VII, 6 marzo 2008, Boujlaib). Nell’ordinamento italiano l’obbligo di apposizione del contrassegno Siae per i supporti non cartacei è posteriore alla istituzione, con la direttiva 83/189/CEE, della procedura di comunicazione. Lo Stato italiano aveva comunque un obbligo di nuova notifica, ai sensi dell’art. 8 della direttiva 98/34/CEE, a seguito della modifica apportata al progetto di regola tecnica ed alla inclusione di nuovi supporti nell’ambito dell’obbligo originario di apposizione del contrassegno. Conseguentemente, in quanto disciplinato da norme comunque successive al 31 marzo 1983, l’obbligo del contrassegno Siae doveva essere previamente notificato alla Commissione Europea, il che invece all’epoca dei fatti contestati notoriamente non era avvenuto.

L’obbligo di apposizione del contrassegno Siae, pertanto, non poteva essere fatto valere nei confronti dei privati e deve perciò essere disapplicato dal giudice nazionale. Deve quindi ritenersi che, non essendo in vigore un obbligo di apporre sui supporti il contrassegno Siae, la detenzione, commercializzazione, noleggio, ecc. di supporti privi di detto contrassegno non aveva rilevanza penale.

In particolare, la costante giurisprudenza di questa Corte ha affermato che dalla imputazione di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. d), per fatti commessi prima della notifica della regola tecnica alla commissione Europea l’imputato deve essere assolto perchè il fatto non sussiste. La corte d’appello, pur avendo ricordato la sentenza Schwibbert e la conseguente giurisprudenza di questa Corte, ha poi inopinatamente e contraddittoriamente o-messo di assolvere l’imputato per il reato di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. d), reato dalla stessa corte d’appello qualificato come “formale”.

In ordine al detto reato, dunque, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto non sussiste.

La corte d’appello ha poi confermato la condanna sia per il reato di cui alla lett. a) dell’art. 171 ter cit, sia quello di cui alla successiva lett. c), ritenendo che la duplicazione abusiva dei supporti si potesse desumere dalla mancanza del bollino SIAE, oltre che dalle modalità della messa in commercio e dalle copertine fotocopiate. L’abusività della duplicazione è stata quindi ritenuta, se non in via esclusiva in via determinante, dalla mancanza del contrassegno Siae.

Ora, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, “In tema di diritto d’autore, relativamente ai reati aventi ad oggetto supporti illecitamente duplicati o riprodotti, la sola mancanza del contrassegno Siae, che non sia stato comunicato dallo Stato Italiano alla Commissione Europea in adempimento della normativa comunitaria relativa alle “regole tecniche”, nel senso affermato dalla Corte di giustizia CE, non può valere neppure come mero indizio della illecita duplicazione o riproduzione, essendo l’inopponibilità ai privati dell’obbligo di apposizione del predetto contrassegno sino ad avvenuta comunicazione tale da privare il contrassegno del valore, ordinariamente attribuibile, di garanzia della originalità dell’opera” (Sez. III, 28.5.2008, n. 27109, ****, m. 240267; conf. Sez. VII, 6.3.2008, n. 21579, Boujlaib, m. 239959).

Non può invero attribuirsi (contrariamente a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata) neppure valore indiziario alla mancanza del contrassegno. Ed infatti, dall’obbligo per il giudice di disapplicazione deriva necessariamente che egli non può più considerare la mancanza di contrassegno Siae come indizio della abusiva duplicazione o riproduzione dei supporti, giacchè altrimenti si continuerebbe a dare al contrassegno quel suo valore essenziale di garanzia della originalità e autenticità dell’opera, che invece non ha acquisito nei confronti dei soggetti privati per effetto della mancata comunicazione alla Commissione Europea. Il giudice nazionale non può quindi continuare ad applicare indirettamente le norme sul contrassegno Siae per qualificare, ora per allora, come dovuta l’apposizione del contrassegno stesso e considerare quindi come sintomo di un illecito la sua mancanza.

Nel caso di specie si tratta di comportamento tenuto nel 2005, e quindi prima che la regola tecnica in questione sia stata comunicata alla commissione Europea. Deve quindi trovare applicazione il ricordato principio di diritto.

Il giudice del merito ha invece erroneamente attribuito valore probatorio o indiziario alla mancanza del contrassegno Siae relativamente alla circostanza della avvenuta abusiva duplicazione dei supporti in questione. Gli altri elementi indicati (modalità della messa in commercio, copertine fotocopiate) sembrano essere stati esattamente ritenuti avere valore probatorio soltanto in relazione ad un uso non personale e non anche ad una illecita riproduzione. In ogni caso, non è stata data una congrua ed esaustiva motivazione sulla decisività di tali elementi indiziari, idonea ad escludere che il convincimento si fondi su una mera congettura. D’altra parte, dalla sentenza impugnata non risulta che sui supporti in sequestro sia stata fatto un qualche effettivo controllo, neppure a campione, mentre risulta che sia stata rigettata una richiesta di perizia avanzata dallo stesso imputato.

Nel caso in esame, pertanto, manca in sostanza una adeguata e congrua motivazione sulla prova di una illecita duplicazione del materiale in sequestro. Relativamente ai reati di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. a) e lett. c), la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio per nuovo giudizio.

Per quanto concerne il reato di ricettazione, va innanzitutto rilevato che la condanna sia per questo reato sia per quello di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. a), è manifestamente contraddittoria trattandosi di due ipotesi di reato inconciliabili tra loro. E difatti, il reato di cui all’art. 171 ter, lett. a), riguarda la condotta consistente nella abusiva duplicazione, riproduzione, ecc. dei supporti in questione, mentre il reato di cui all’art. 648 c.p. presuppone che il soggetto abbia ricevuto da terzi l’oggetto illecito perchè abusivamente riprodotto.

Non può quindi essere logicamente emessa una condanna per entrambi i reati nei confronti del medesimo soggetto.

Anche in ordine al reato di ricettazione, comunque, la motivazione è erronea e manifestamente illogica perchè desume la prova della provenienza illecita dei supporti anche dalla mancanza del contrassegno Siae (oltre che dal numero dei supporti e dalle copertine fotocopiate). Sennonchè, come già rilevato da questa Sezione (Sez. III, 10.1.12, ******), attualmente, stante l’ampia disponibilità a prezzi contenuti di masterizzatori ed altri apparecchi che consentono di duplicare facilmente ed anche contemporaneamente in numero elevato il contenuto di supporti digitali, non può più privilegiarsi, in qualsiasi caso e in mancanza di altri elementi probatori, la presunzione che il venditore di supporti abusivamente duplicati li abbia acquistati o ricevuti da un terzo piuttosto che la presunzione che abbia provveduto personalmente alla duplicazione. La sentenza impugnata ha richiamato la mancanza del contrassegno Siae, la quale invece, non essendovi all’epoca alcun obbligo o onere di apporre il contrassegno stesso, non può in alcun modo indicare che il bene fosse di illecita provenienza. Quanto alle copertine fotocopiate, esattamente il ricorrente eccepisce che da questa circostanza soltanto non può presumersi che all’interno dei supporti vi fosse effettivamente un contenuto illecito, e comunque non è stato indicato alcun elemento idoneo ad escludere che le copertine fossero state fotocopiate dallo stesso imputato. Quanto al numero dei supporti sequestrati, deve rilevarsi che nella specie, mancando qualsiasi specificazione del nome, della natura e della quantità delle opere illecitamente riprodotte, non risulta indicato alcun elemento dal quale possa presumersi la ricezione da terzi dei supporti illeciti. D’altra parte, come già rilevato, nella specie la presunzione che l’imputato abbia ricevuto da terzi i supporti (eventualmente) illeciti è smentita dallo stesso capo di imputazione, con il quale è stato infatti contestato all’imputato il reato di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. a), e cioè proprio il fatto di avere abusivamente duplicato e riprodotto supporti contenenti musiche e film protetti dal diritto di autore, e quindi, evidentemente, di non averli ricevuti da terzi.

In sostanza, rileva il Collegio che, in mancanza di qualsiasi prova emergente dalle sentenze di merito sulla ricezione da terzi di supporti illecitamente duplicati ed in presenza di una contestazione che anzi esclude una siffatta evenienza, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio in ordine al reato di ricettazione perchè il fatto non sussiste.

In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio in relazione al reato di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, comma 1, lett. d), ed al reato di cui all’art. 648 c.p. perchè i fatti non sussistono, e con rinvio per nuovo esame alla corte d’appello di Napoli in relazione ai reati di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, comma 1, lett. a) e lett. c).

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente ai reati di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, comma 1, lett. d), ed all’art. 648 c.p. perchè i fatti non sussistono e con rinvio per nuovo esame alla corte d’appello di Napoli relativamente ai residui reati di cui alla L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, comma 1, lett. a) e lett. c).

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Guida del veicolo in stato di alterazione psicofisica correlata all’uso di sostanze stupefacenti (Cass. pen. n. 16895/2012)

Redazione
Massima

Il reato di cui all’art. 187 C.d.S. è integrato dalla condotta di guida “in stato d’alterazione psico-fisica determinato dall’assunzione di sostanze”, e non già dalla mera condotta di guida tenuta dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti; sicché ai fini del giudizio di responsabilità è necessario provare non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti ma che l’agente abbia guidato in stato d’alterazione causato da tale assunzione: ai fini dell’accertamento del reato è dunque necessario sia un accertamento tecnico-biologico, sia che altre circostanze provino la situazione di alterazione psico-fisica (tale complessità probatoria si impone in quanto le tracce degli stupefacenti permangono nel tempo, sicché l’esame tecnico potrebbe avere un esito positivo in relazione ad un soggetto che ha assunto la sostanza giorni addietro e che, pertanto, non si trova al momento del fatto in stato di alterazione).

La nozione di alterazione cui fa riferimento l’art. 187 C.d.S. richiede l’accertamento di uno stato di coscienza semplicemente modificato dalla assunzione di sostanze stupefacenti, e non necessariamente coincidente con la intossicazione. (a cura del **************)

 

Ritenuto in fatto

1. A.L. è stato chiamato a rispondere dei reati di cui all’art. 589 cod.pen. per aver investito alle ore 3,30 del (…) il pedone T.M., cagionandone la morte, e per quello di cui all’art. 187 del codice della strada per essersi messo alla guida del suo veicolo in stato di alterazione psicofisica correlata all’uso di sostanze stupefacenti (cannabinoidi e cocaina).
2. A seguito di giudizio celebrato con rito abbreviato, il gup lo condannava alla pena di giustizia per l’omicidio colposo e lo assolveva dalla contravvenzione rilevando che il referto del pronto soccorso escludeva espressamente l’esistenza di segni clinici di attuale intossicazione da alcol o da sostanze stupefacenti, attestando lo stato di coscienza integro dell’A.
3. A seguito di appello del Procuratore Generale, la Corte di appello di Brescia, in parziale riforma, riteneva invece l’imputato colpevole anche del reato di cui all’art. 187 e lo condannava alla pena di tre mesi di arresto e 1600,00 Euro di ammenda e la sospensione della patente di guida per sei mesi. La Corte rilevava che nei confronti dell’imputato era stato effettuato non solo l’analisi delle urine ma anche l’analisi del sangue, entrambi con esito positivo alla cocaina e ai cannabinoidi; l’esito dell’esame delle urine era irrilevante in quanto la positività a tale test è indicativa di una assunzione di sostanze stupefacenti che può anche essere pregressa di molti giorni, con una variabilità che dipende dalle molecole assunte. In esito alle analisi del sangue, l’imputato era risultato positivo sia con il test di screening eseguito con metodica EMIT (Enzyme Muitiplied Immunoassay Technique) che con il test di conferma eseguito con metodica GC/MS (cioè mediante gas cromatografo accoppiato a spettometro di massa) che aveva evidenziato una concentrazione nel sangue dei metaboliti della cocaina in misura parti a 252 ng/ml, a fronte di un valore soglia di 50 ng/ml. Tale rilevante concentrazione dimostrava, ad avviso della Corte, l’attualità della alterazione che costituisce elemento costitutivo della fattispecie.
4. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso per cassazione il difensore dell’imputato. Con un primo motivo deduce violazione di legge sostenendo che la decisione sembra confondere la condotta di guida in stato di alterazione con quella di guida sotto l’effetto, per di più presuntivo, di sostanze stupefacenti; secondo la corte d’appello il reato sarebbe integrato per il solo fatto delle analisi biologiche evidenzianti valori, più o meno significativi, ancorché il medico curante del pronto soccorso, all’esame clinico del paziente, avesse affermato che lo stesso non appariva in stato di intossicazione da sostanze; la corte di appello ha superato tale affermazione affermando che la guida in stato di alterazione sarebbe cosa diversa e minore rispetto ad una condotta di guida in stato di intossicazione da stupefacenti. Con questa distinzione, sostiene il ricorrente, si introduce una palese ed erronea interpretazione della norma; allorché sia accertato, come nel presente caso è stato accertato, che un soggetto all’esame clinico appaia lucido, ben orientato spazio-temporalmente e che non presenti evidenze sintomatiche di intossicazione da assunzione di sostanze stupefacenti, è quanto meno fortemente dubbia l’integrazione della fattispecie contravvenzionale; secondo un’interpretazione ragionevole della norma è infatti evidente che l’intossicazione deve ritenersi coincidente con la alterazione; inoltre non sarebbe dimostrata l’attualità della alterazione. In ogni caso il ricorrente chiede l’annullamento della sentenza per mancanza della certezza della responsabilità, sottolineando che la situazione probatoria era tale comunque da escludere che si potesse ritenere raggiunta la certezza della dell’alterazione per effetto di sostanze stupefacenti.

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso non merita accoglimento.
Occorre premettere che secondo la più attenta e recente giurisprudenza di questa Corte (sez. IV 11.6.2009 n.41796, 11.8.2008 n. 33312 rv. 241901) il reato di cui all’art. 187 del codice della strada integrato dalla condotta di guida “in stato d’alterazione psico-fisica determinato dall’assunzione di sostanze” e non già dalla mera condotta di guida tenuta dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti, sicché ai fini del giudizio di responsabilità, è necessario provare non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti ma che l’agente abbia guidato in stato d’alterazione causato da tale assunzione. Ai fini dell’accertamento del reato è dunque necessario sia un accertamento tecnico-biologico, sia che altre circostanze provino la situazione di alterazione psico-fisica. Tale complessità probatoria si impone in quanto le tracce degli stupefacenti permangono nel tempo, sicché l’esame tecnico potrebbe avere un esito positivo in relazione ad un soggetto che ha assunto la sostanza giorni addietro e che, pertanto, non si trova al momento del fatto in stato di alterazione. Tanto premesso, risulta corretta la presente decisione. La corte territoriale ha osservato che il test effettuato mediante gas cromatografo accoppiato a spettografo di massa, ha evidenziato una concentrazione nel sangue dei metaboliti della cocaina in misura pari a 252 ng/ml, a fronte di un valore soglia di 50 ng/ml; ha osservato che la presenza accertata dei metaboliti della sostanza stupefacente nella circolazione del sangue in misura così rilevante, oltre cinque volte il valore soglia, è indice, a differenza della positività all’analisi delle urine, del perdurante influsso delle sostanze stupefacenti sul soggetto; la metabolizzazione in corso, e quindi il processo di assorbimento corporeo, in relazione alla quantità rilevata assai superiore al valore soglia, è infatti un processo che di per sé attesta l’alterazione dello stato psico fisico, poiché indica che è in corso lo smaltimento corporeo dell’effetto drogante; infatti l’effetto dell’assunzione degli stupefacenti cessa con la completa metabolizzazione da parte dell’organismo e sino a quando questa è in corso si deve ritenere l’assuntore in stato di alterazione, tanto più ove i valori rilevati siano indice di un processo metabolico lungi dal concludersi. Ha poi aggiunto, quanto al referto redatto all’esito della visita medica eseguita sull’A., in cui si legge testualmente “non evidenzia clinica di etilismo acuto o di intossicazione da sostanze”, che lo stato di intossicazione e quello di alterazione sono nozioni diverse e che l’assenza di evidenza del primo non escludeva l’altro, da ritenersi invece sussistente per la alta percentuale di metaboliti della cocaina. Si tratta di una motivazione congrua ed esaustiva. Il certificato in questione, nell’escludere la “evidenza clinica di etilismo acuto o di intossicazione da sostanze”, ha escluso, come è fatto chiaro dal significato delle parole e dal contesto di pronto soccorso nel quale sono state usate, la immediata riconoscibilità di gravi situazioni patologiche in atto quali l’etilismo acuto e/o la intossicazione da sostanze, che corrispondono a precisi dati clinici e rendono necessari altrettanto precisi ed urgenti interventi di pronto soccorso. I termini usati corrispondono a precise nozioni proprie della scienza medica e sono stati utilizzati nel significato loro proprio. Peraltro è nozione di comune esperienza che l’etilismo acuto è uno stato patologico ed altrettanto è per l’intossicazione (da qualunque causa derivi) termine che è sinonimo di avvelenamento ed anche da un punto di vista semplicemente lessicale indica uno stato morboso, acuto o cronico, dovuto all’azione svolta sull’organismo da sostanze di per sé stesse nocive, o divenute tali per particolari condizioni. Diversa evidentemente è la nozione di alterazione cui fa riferimento l’art. 187 del codice della strada che richiede l’accertamento di uno stato di coscienza semplicemente modificato dalla assunzione di sostanze stupefacenti, e non necessariamente coincidente con la intossicazione che anzi nella stragrande maggioranza dei casi non viene raggiunta. Correttamente dunque la sentenza impugnata ha distinto i due concetti; altrettanto corretta è la valutazione sulla attualità dello stato di alterazione, ricavato, come sopra si è detto, dalla alta percentuale di metaboliti della cocaina nel sangue, stimata in base ad una analisi effettuata con metodica altamente specializzata e di sicura attendibilità che ha portato a ritenere, con giudizio fondato su dati scientifici correttamente apprezzati, la attualità della alterazione.
2. Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente condannato al pagamento della spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 141 142 143 144 145 159


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!