Penale Archivi - Pagina 142 di 175

Penale

Testimonianza di minori abusati: manipolare i ricordi per rimuovere le esperienze negative vissute (Cass. pen. n. 40146/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. – Con sentenza del GUP del Tribunale per i minorenni di Caltanissetta del 22 luglio 2010, l’imputato è stato assolto, con la formula “perchè il fatto non sussiste” dal reato di cui all’art. 81 c.p., comma 2, artt. 110 e 609 bis c.p., art. 609 ter c.p., n. 1), e u.c., art. 61 c.p., n. 1), contestatogli perchè, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso e in concorso con altri soggetti giudicati separatamente, con violenza consistita nel percuotere, vessare e minacciare tre minori (di età fra i 7 e i 10 anni) nell’ambito della comunità che li ospitava, li costringeva ad essere toccati nelle parti intime con le mani o con i genitali attraverso ripetuti sfregamenti; con l’aggravante di avere commesso il fatto nei confronti di persone che non avevano compiuto gli anni 14 o gli anni 10 e con l’ulteriore aggravante di aver commesso il fatto con abuso di relazioni di coabitazione, essendo sia le vittime sia gli imputati ospiti di una comunità per minorenni.

2. – Con sentenza del 17 giugno 2011, la Corte d’appello di Caltanissetta – sezione per i minorenni, in accoglimento dell’appello del pubblico ministero, ha dichiarato l’imputato colpevole del reato ascrittogli e, applicate le circostanze attenuanti generiche e la riduzione per la minore età dichiarate equivalenti alle contestate aggravanti e tenuto conto della diminuente per il rito, lo ha condannato alla pena di anni quattro di reclusione.

3. – Avverso la sentenza l’imputato ha proposto personalmente ricorso per cassazione, rilevando l’erronea applicazione delle norme incriminatrici e la manifesta illogicità della motivazione. Sostiene il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe valutato illogicamente le risultanze dell’istruttoria dibattimentale, con particolare riferimento a quelle relative alle discrasie e contraddizioni evidenti nelle dichiarazioni accusatorie delle persone offese.

Tali dichiarazioni – prosegue l’imputato – sarebbero state riconosciute comunque plausibili, anche se evidentemente divergenti, perchè i minori avrebbero cercato, anche incoscientemente, di manipolare alcuni ricordi per renderli meno gravosi per la loro psiche. Vi sarebbe, nella sentenza, un riferimento alla naturale tendenza a rimuovere esperienze negative da parte di ognuno; riferimento manifestamente illogico, perchè, in generale il reato sessuale sarebbe, invece, un fatto che viene vissuto in maniera drammatica ed inciso profondamente nella memoria di chi lo subisce.

Le contraddizioni rilevate riguarderebbero, in particolare, i tipi di condotte, i tempi, le modalità, la presenza di uno più coimputati e la presenza o meno di tutte le persone offese; il riscontro positivo su alcune parti delle dichiarazioni non sarebbe comunque in grado di conferire piena attendibilità generale a tutto quanto dichiarato.

Nè l’accertamento tecnico espletato sulla capacità testimoniale potrebbe garantire l’attendibilità delle persone offese. Si evidenzia, infine, che uno dei due coimputati giudicati separatamente è stato mandato assolto dal GUP del Tribunale per i minorenni di Caltanissetta, con sentenza divenuta definitiva perchè non impugnata.

Motivi della decisione

3. – Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Circa l’attendibilità delle persone offese – specifico oggetto delle censure del ricorrente – la sentenza impugnata contiene, infatti, una motivazione sufficientemente circostanziata e argomentata.

La Corte d’appello premette che le indagini penali circa la perpetrazione dei diritti avevano avuto inizio a seguito di denuncia operata dall’affidatario di uno dei minori che ne erano stati vittime, il quale era uscito dalla comunità di alloggio dove i fatti si erano verificati ed aveva confidato quanto subito. Si era poi proceduto a raccogliere le dichiarazioni degli altri due minori vittime degli abusi (fratelli del primo), le quali presentavano alcuni marginali elementi di equivocità e contraddittorietà.

Il giudice di secondo grado rileva, sul punto, che sussistono effettivamente alcune divergenze tra le dichiarazioni, ma specifica che si tratta di divergenze non dirimenti al fine di escludere l’attendibilità della parte offesa, valorizzando – con iter logico coerente e corretto – due profili di fatto.

Sotto un primo aspetto, la Corte distrettuale evidenzia che vi è una naturale tendenza a rimuovere le esperienze negative e, soprattutto, che, nell’ambito di una serie di violenze svoltesi in un lungo arco di tempo i ricordi possono verosimilmente sovrapporsi, senza però intaccare il nucleo essenziale della descrizione del fatto contestato. In particolare dalle dichiarazioni raccolte risulta univocamente che: a) l’imputato e i due coimputati giudicati separatamente entravano nella stanza dei minori, si mettevano su di loro, li schiacciavano sotto il loro corpo, li toccavano nelle parti intime; b) uno dei minori aveva subito ustioni alla faccia con un sacchetto di plastica e la promessa di poter utilizzare giochi nella disponibilità degli imputati se avesse accondisceso a compiere atti sessuali con loro; atti sessuali che erano stati poi effettivamente compiuti; c) gli atti sessuali venivano descritti nella loro dinamica in modo sufficientemente chiaro, con riferimento al dolore subito e alla fuoriuscita dello sperma.

Sotto un secondo aspetto, la Corte d’appello evidenzia la presenza di decisivi riscontri tra i racconti delle tre persone offese e di riscontri esterni costituiti dalle dichiarazioni degli operatori della struttura (pagina 6 della sentenza).

A fronte di tali univoche considerazioni, perdono consistenza, ad avviso del giudice di seconde cure, le contraddizioni tra le dichiarazioni dei minori circa il numero delle persone che abusavano di loro nei vari episodi, trattandosi – come visto – di incongruenze ampiamente giustificabili per la distanza del tempo trascorso dai fatti e per la presenza di più episodi verosimilmente stratificatisi nella memoria.

In relazione alla valenza della consulenza tecnica operata sui minori, la Corte d’appello correttamente si limita a rilevare che essa ha accertato la capacità a testimoniare dei minori, sotto i profili della verbalizzazione, della cognizione, del raccordo logico tra gli accadimenti, nonchè dell’insussistenza di patologie psichiatriche.

Quanto, infine, alla circostanza che uno dei due coimputati giudicati separatamente sarebbe stato mandato assolto dal GUP del Tribunale per i minorenni di Caltanissetta, con sentenza divenuta definitiva perchè non impugnata, deve rilevarsi che la stessa è genericamente prospettata, in mancanza di qualsivoglia riferimento al contenuto della sentenza, al rapporto fra la condotta dell’imputato e quella del coimputato, alle ragioni dell’assoluzione di quest’ultimo.

4. – Ne consegue il rigetto del ricorso, senza condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, trattandosi di soggetto minorenne all’epoca dei fatti.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bancarotta fraudolenta per dissipazione da gioco d’azzardo: illogicità della sentenza di condanna (Cass. pen. n. 40195/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 3 febbraio 2011 la Corte d’Appello di Trieste, confermando la decisione assunta dal Tribunale di Udine, ha riconosciuto Bi.E. responsabile dei delitti di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice documentale in relazione al fallimento della società «Euromedia s.n.c. di Bi.E. & C.», di cui era stato socio amministratore, e dell’impresa individuale Euromedia di Bo.E., della quale era stato socio occulto nonché del delitto di bancarotta fraudolenta documentale in relazione al fallimento della società «Rete Italia Servizi di Bo.E. & C. sas» di cui era stato amministratore di fatto: reati unificati nella previsione di cui all’art. 219, comma 2, n. 1) legge fall..
2. Ha proposto personalmente ricorso per cassazione l’imputato, affidandolo a un solo motivo Con esso ripropone l’assunto a tenore del quale egli aveva agito in condizioni di incapacità di intendere e di volere, in quanto condizionato dal vizio del gioco d’azzardo che lo aveva indotto a cospicue perdite patrimoniali in un breve arco temporale, lamenta che la Corte d’Appello abbia negato l’espletamento di un apposita perizia psichiatrica, sull’errato presupposto che non fosse dimostrato il suo assoggettamento al vizio del gioco, sebbene la prova testimoniale avesse confermato la circostanza.

Considerato in diritto

1. Il ricorso merita accoglimento, sussistendo un vizio di manifesta illogicità che inficia il costrutto argomentativo della sentenza impugnata.
2. Il capo d imputazione contestato ad Bi.E. – in concorso con Bo.E., la cui posizione e stata stralciata – conteneva, nel descrivere il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, un espresso ed inequivocabile riferimento alla destinazione al gioco d’azzardo dei fondi appartenuti alla società «Euromedia s.n.c. di Bi.E. & C.», nonché della società di fatto gestita sotto l’apparenza di una ditta individuale intestata al Bo.; proprio in virtù dell’ipotizzata dilapidazione dei beni sociali per il pagamento dei debiti di gioco la condotta illecita ipotizzata e stata inquadrata nella previsione normativa della «dissipazione» piuttosto che della «distrazione» alternativamente prevista dall’art. 216 legge fall..
2.1 Non risponde dunque, ai canoni della logica l’avere la Corte d’Appello confermato il giudizio di responsabilità del Bi. per il reato, così come ascrittogli, pur escludendo – per ritenuta mancanza di prova – che egli avesse «dissipato nelle case da gioco le risorse finanziarie delle società da lui amministrate fino a cagionarne il dissesto e il conseguente fallimento».
2.2 Se il giudice di secondo grado ha ritenuto, così come appare potersi desumere dal complessivo apparato motivazionale, che l’apprensione dei fondi delle società avesse avuto una finalità diversa dall’impiego nel gioco d’azzardo, e si fosse quindi connotata in modo da costituire non una dissipazione, ma una distrazione, la corretta statuizione da assumere non era la conferma del giudizio di colpevolezza in ordine al reato contestato, ma la trasmissione degli atti al pubblico ministero in ottemperanza al disposto dell’art. 521 cod. proc. pen.. Di contro la conferma della condanna, per la ritenuta sussistenza del fatto contestato nel capo d’imputazione, è incompatibile con la motivazione addotta – che esclude la dilapidazione dei fondi nel gioco d’azzardo – e non fornisce adeguata risposta alla richiesta di integrazione istruttoria, avanzata dalla difesa allo scopo di appurare se il vizio del gioco avesse determinato nel Bi. l’incapacità di autodeterminarsi.
3. La problematica inerente alla capacità di intendere e di volere dell’imputato, rimasta irrisolta nel giudizio di appello, è in tutta evidenza suscettibile di estendere la sua portata anche ai reati connessi di bancarotta – semplice e fraudolenta – documentale: onde la sentenza impugnata va annullata nella sua interezza con rinvio, per nuovo giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Trieste.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d’Appello di Trieste, per nuovo giudizio.

Così deciso il 13 luglio 2012.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Condannato a risarcire il danno all’ente il funzionario pubblico che usa l’auto di servizio di notte per scopi privati (Cass. pen. n. 40108/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 20.12.10 la Corte di Appello di Torino, in parziale riforma della sentenza emessa in data 16.4.2007 dal G.U.P. del Tribunale di Ivrea, appellata dall’imputato P.G., riconosciuta al predetto l’attenuante prevista dall’art. 323 bis c.p., rideterminava al pena al medesimo inflitta in mesi due di reclusione, sostituita con la corrispondente pena della multa di Euro 2.280,00;

condannava, inoltre, l’imputato al risarcimento del danno morale nei confronti della costituita parte civile comunale liquidata in Euro 1.000,00 e confermava nel resto l’impugnata sentenza. Al P. era imputato il peculato d’uso – riconosciuto dalla sentenza di primo grado in luogo dell’originaria accusa di peculato – dell’autovettura di servizio nella serata del (omissis), nel corso della quale era rimasto coinvolto in un sinistro stradale.

2. Propone ricorso per cassazione l’imputato ed il suo difensore deducendo:

violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e per vizio della motivazione in ordine alla sussistenza del peculato d’uso, pur a fronte dell’assenza di un apprezzabile danno patrimoniale e pur in presenza della circostanza di cui all’art. 54 c.p., sia pure in forma putativa.

Violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) per erronea applicazione dell’art. 314 c.p., comma 2 a fattispecie ad essa non riconducibile e disapplicazione dell’art. 54 c.p. quanto meno per erronea supposizione.

In particolare veniva attaccato il punto della sentenza relativo alla circolazione dell’autovettura per circa due ore, non essendo condivisibile – secondo il ricorso – tale conclusione sul mero rilievo che il suo prelievo era avvenuto presumibilmente – secondo quanto recitava l’annotazione a firma del Comandante Pa. alle ore 21,30 e l’incidente alle ore 23,30. Quanto allo stato di necessità, il ricorso faceva leva sullo “stato confusionale” in cui era apparso l’imputato dopo l’incidente, prova inadeguatamente valutata della necessità addotta di assumere il farmaco, anche se erroneamente supposta che, comunque, inciderebbe sul dolo richiesto per l’integrazione della ritenuta fattispecie.

Violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. c) ed e) in relazione alle statuizioni in materia civile pur in assenza di tempestivo deposito delle conclusioni scritte in sede di giudizio di prima istanza. A tal riguardo la sentenza di secondo grado ha confermato le erronee statuizioni della prima sentenza con motivazione contraddittoria e sanante errores in procedendo della prima sentenza.

Violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. e) per vizio di motivazione in ordine al risarcimento per danno morale in relazione alla pur ritenuta “breve durata della indebita sottrazione del veicolo” che pur doveva escludere anche la stessa configurabilità del peculato d’uso in quanto assente era la capacità di ledere la funzionalità della P.A.” non produttivo di un “danno patrimoniale apprezzabile”.

Violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione all’art. 317 bis c.p. in quanto nella specie non si sarebbe verificato il presupposto applicativo della ipotesi in esame, costituito dalla inflizione di una condanna alla reclusione essendo stato l’imputato condannato ad una sanzione sostitutiva di carattere pecuniario.

Con memoria difensiva successivamente depositata è stata richiamata la più recente giurisprudenza di legittimità in ordine alla irrilevanza penale dell’uso momentaneo dell’auto di servizio.

Motivi della decisione

Il ricorso è inammissibile.

1. La recente giurisprudenza di legittimità, valorizzando il principio di offensività che permea il diritto penale e considerando il carattere plurioffensivo del reato che tutela sia l’interesse al buon andamento della pubblica amministrazione sia l’interesse all’integrità patrimoniale dell’Ente pubblico, esclude la sussistenza del reato laddove “l’uso momentaneo della cosa” non abbia leso in modo apprezzabile gli anzidetti interessi (Sez. 6, n. 7177 del 27.10.2011, Mola, rv 249459; idem, n. 10233 del 10.1.2007, Stranieri, rv 235941; idem, n. 9216 dell’I.2.2005, ******) ( così da ultimo, Sez. 6, Sentenza n. 5006 del 12/01/2012 Rv. 251785 Imputato: ********).

2. Ebbene, la Corte territoriale ha considerato espressamente entrambi i profili appena ricordati con motivazione priva di vizi logici e giuridici, richiamando – da un lato – l’uso apprezzabile per un periodo di tempo non trascurabile e – dall’altro – la sottrazione della vettura alle esigenze dell’ente. Cosicchè ogni altra considerazione del ricorso, attraverso il vizio motivazionale o quello di sussunzione, finisce per involgere valutazioni in fatto del compendio probatorio non proponibili in sede di legittimità.

3. Anche in riferimento alla esclusione dello stato di necessità, la sentenza palesa una giustificazione del tutto adeguata e priva di vizi giuridici, allorquando richiama le divergenti giustificazioni date al momento del fatto e, comunque, l’assenza di inevitabiiità del pericolo di danno, prospettandosi diverse altre possibilità di risoluzione dell’ipotizzata emergenza senza ricorrere all’illecito uso dell’autovettura di servizio.

4. Quanto al terzo motivo di gravame manifestamente infondata è la dedotta contraddittorietà motivazionale condividendo la Corte l’affermazione circa la concludenza dell’avvenuto deposito delle conclusioni scritte e prima della decisione.

5. Inammissibile è il quarto motivo che, attraverso la formale censura motivazionale, prospetta in sostanza una deduzione in fatto in ordine alla ritenuta sussistenza del danno morale rispetto alla quale la gravata sentenza ha fornito motivazione del tutto logica e priva di vizi allorquando lo ha correlato con la lesione della P.A. dovuta all’indebito uso della autovettura ed alle sue conseguenze.

6. Manifestamente infondato è l’ultimo motivo di ricorso in quanto l’applicazione della pena accessoria è conseguente – ai sensi dell’art. 317bis c.p. e nei limiti dell’art. 28 c.p., comma 4 – alla originaria inflizione della pena detentiva, poi convertita nella pena pecuniaria.

7. In conclusione va dichiarata l’inammissibilità del ricorso con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, di quelle in favore della costituita parte civile che si liquidano in Euro 2.000,00 oltre I.V.A. e C.P.A. , ed, infine, alla somma che si stima equo irrogare nella misura di Euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della cassa delle ammende lo condanna altresì alla rifusione delle spese sostenute dalla parete civile che liquida in Euro duemila oltre IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 26 settembre 2012.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Misura cautelare: istanza di riesame (Cass. pen. 40078/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con ordinanza in data 30.3.2012 il Tribunale di Brescia, costituito ex art. 309 cod. proc. pen., dichiarava inammissibile l’istanza di riesame proposta da **** avverso il provvedimento del Gip dello stesso Tribunale che aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere.

Rilevava, a ragione, che l’istanza era stata avanzata in data 20.3.2012 oltre il termine di cui all’art. 309 c.p.p., commi 1 e 3, atteso che l’ordinanza cautelare era stata notificata all’indagato l’1.12.2011 e l’avviso di deposito al difensore era stato notificato in data 30.11.2011 con le forme di cui all’art. 148 c.p.p., comma 2 – bis, ossia a mezzo telefax.

Riteneva infondata la prospettazione difensiva secondo la quale la notifica dell’avviso di deposito di cui all’art. 293 c.p.p., comma 3 deve essere effettuata con le forme di cui all’art. 148 c.p.p., comma 1 non potendosi ritenere alcun motivo di urgenza, presupposto necessario ai sensi dell’art. 149 cod. proc. pen..

2. Ha proposto ricorso per cassazione il S., a mezzo del difensore di fiducia, deducendo la violazione degli artt. 148 e 149 c.p.p. e art. 293 c.p.p., comma 3.

Rileva, in specie, che l’istanza di riesame è ammissibile non avendo il difensore mai ricevuto la notifica dell’avviso di deposito della ordinanza cautelare, ai sensi dell’art. 293 c.p.p., comma 3, dal quale decorre il termine di cui all’art. 309 c.p.p., comma 3.

Ritiene il ricorrente che l’avviso di deposito dell’ordinanza cautelare deve essere notificata al difensore con le forme ordinarie, mentre la notifica con le forme di cui all’art. 148 c.p.p., comma 2 – bis è consentita soltanto qualora sia necessario avvisare il difensore di particolari incombenze (come l’interrogatorio) la cui natura giustifica la straordinaria forma di comunicazione. Richiama sul punto Sez. 5 n. 22707 del 2010. e Sez. U., n. 18751 del 26/02/2003.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.

E’ stato affermato in più occasioni che il mezzo del telefax è strumento idoneo ai fini della notifica al difensore, indipendentemente dalla natura di urgenza dell’atto da notificare (Sez. 2, n. 8031 del 09/02/2010 – dep. 01/03/2010, *****, rv. 246450; Sez. 3, n. 6395 del 28/01/2010 – dep. 17/02/2010, Zahir, rv. 246256).

Affatto diversa è la disciplina di cui all’art. 149 cod. proc. pen. che riguarda l’avviso o convocazione a mezzo del telefono o telegrafo.

Ritiene, quindi, il Collegio che l’ordinanza impugnata ha fatto corretta applicazione delle suddette disposizioni alla luce anche della pronuncia delle Sez. U., n. 28451, 28/04/2011, ********, a seguito della quale deve ritenersi superato quanto affermato dalla decisione richiamata dal ricorrente, Sez. 5, n. 22797 del 15/04/2010 – dep. 15/06/2010, Orru1, rv. 247515.

Invero, le sezioni unite nella citata sentenza, chiamate a decidere sulla specifica questione della legittimità della notifica di un atto a mezzo telefax, a norma dell’art. 148 c.p.p., comma 2 bis, all’imputato o ad altra parte privata in ogni caso in cui possa o debba effettuarsi mediante consegna al difensore ribadisce che tutte le notifiche al difensore possono essere effettuate con il mezzo del telefax.

In conclusione ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento della spese processuali.

La cancelleria dovrà provvedere all’adempimento prescritto dall’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Dispone trasmettersi a cura della cancelleria copia del provvedimento al Direttore dell’istituto penitenziario ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Morte per droga: annullati gli arresti domiciliari al pusher abituale della vittima che non può essere ritenuto responsabile senza la certezza della cessione (Cass. pen. n. 40061/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 24/l/2012 il G.I.P. del Tribunale di Larino disponeva la misura degli arresti domiciliari nei confronti di T.N., per i delitti di cessione continuata di eroina e per il delitto di cui all’art. 586 c.p. per avere determinato la morte di D.B.M. in conseguenza dell’assunzione della droga ricevuta dall’indagato (acc. in …) .
2. Con ordinanza del 15/2/2012 il Tribunale del riesame di Campobasso, dopo avere premesso che la sera dei fatti certamente l’indagato e la vittima si erano trovati insieme ed unitamente avevano consumato droga, evidenziava che dalle indagini svolte, allo stato, non era certo essere stato il T. a cedere al D.B. la dose letale, ben essendo possibile che a cederla fosse stato tale A.L., senza che l’indagato avesse svolto il ruolo di intermediario nell’acquisto.
Il Tribunale pertanto annullava la misura cautelare e disponeva la liberazione del T., considerato che l’accusa di cessione di droga in favore di altri tossicodipendenti (G.F.), valutata la non particolare gravità del fatto, non giustificava il mantenimento della misura.
3. Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Larino, lamentando:
3.1. la erronea applicazione della legge per avere il giudice di merito fatto applicazione dei canoni di cui all’art. 192, co. II, tra cui la “univocità” degli indizi, destinati a disciplinare la materia delle prove, ma non anche (salve le eccezioni di cui al comma 1 bis dell’art. 273) la materia delle misure cautelari;
3.2. il vizio di motivazione ed in particolare la contraddittorietà, laddove il Riesame, dopo avere valutato che effettivamente nel pomeriggio del 21 maggio il T. era stata contattato numerosissime volte dal D. B., evidentemente per procacciarsi l’eroina; dopo avere ritenuto provato che i due si trovassero insieme al momento dell’assunzione della droga ed anche del decesso (tenuto conto che secondo la C.T.U. la morte era intervenuta subito dopo l’assunzione dell’eroina); irragionevolmente aveva ritenuto difettare la univocità degli indizi circa il fatto che fosse stato proprio il T. a procurare alla vittima la droga. Il Tribunale dunque non aveva valorizzato il contesto degli eventi ed il fatto che proprio il T. era stato ripetutamente contattato per l’acquisto della droga, era stato per lungo tempo insieme alla vittima ed era stata l’ultima persona a vederlo in vita: da ciò emergevano gravi indizi che proprio l’indagato avesse ceduto al D.B. la dose letale. Significativa era anche l’intercettazione ambientale del 23/11/2011 in cui il T. N., discorrendo con il fratello Gi., significativamente gli dice, parlando della vicenda. “…..se non mi incontrava quel giorno…..”.
Peraltro dai tabulati acquisiti emergeva il giorno 21 maggio un numero rilevante di contatti del T. con due note spacciatrici, quali M. S. e tale “J.“, a dimostrazione del fatto che quantomeno egli era stato colui che aveva svolto il ruolo di intermediario nell’acquisto della droga.
3.3. il difetto di motivazione ove non era stata ritenuta la presenza di esigenze cautelari, a fronte della presenza di attuali e reiterati contatti del P. con trafficanti di droga.

 

Considerato in diritto

4. Il ricorso è inammissibile in quanto in parte manifestamente infondato e, per altra parte, perché sostenuto da motivi che non sono consentiti nel giudizio di legittimità.
4.1. In ordine al primo motivo di censura va premessa la differenza tra i concetti di “indizi” nell’art. 192 c.p.p. e quelli proposti nell’art. 273 c.p.p.
Nel primo caso si tratta dei c.d. “indizi probatori” che danno rilevanza nel nostro ordinamento alla prova logica o indiretta.
Nel secondo caso si tratta di “indizi di colpevolezza”, per significare che ai fini cautelari è sufficiente, per adottare la misura, un giudizio di qualificata probabilità in ordine alla responsabilità dell’imputato (cfr. sul punto Cass. Sez. 2, sentenza n. 18103 del 10/01/2003 Cc. (dep. 16/04/2003), Rv. 224395).
La ragione per la quale in sede cautelare viene utilizzato in modo improprio il termine “indizi” va ricercata in una risalente tradizione (cfr. art. 252 del cod. proc. pen. del 1930) e nel fatto che le misure cautelari possono essere adottate sia nella fase delle indagini preliminari che in quella processuale e, pertanto, l’utilizzazione di termini quali “fonti di prova” o “prove” sarebbe stata imprecisa ed insufficiente.
Ciò detto va delibato se per valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza (art. 273) sia necessario utilizzare, in caso di presenza di prove indirette, il canone di valutazione di cui all’art. 192, co. II, c.p.p.
La risposta non può che essere positiva.
Invero la disposizione del citato secondo comma, laddove prevede che gli indizi debbano essere plurimi precisi e concordanti, stabilisce un divieto probatorio di portata generale, derogato, in via di eccezione, nel caso in cui le prove indirette abbiano i suddetti caratteri.
Pertanto in assenza della pluralità e concordanza degli indizi, la discrezionalità valutativa del giudice non può esercitarsi in quanto difettante la certezza del fatto da cui trarre il convincimento.
Né può dirsi che il fatto che non sia richiamato il secondo comma dell’art. 192 in seno all’art. 273 significhi la inapplicabilità della prima disposizione alla materia cautelare.
Infatti, il codice di rito, nel pretendere perché possa essere adottata misura cautelare, la presenza di “gravi indizi di colpevolezza”, non può che richiamare anche il citato secondo comma che, oltre a codificare una regola di inutilizzabilità, costituisce una canone di prudenza nella valutazione della “probabilità” di colpevolezza necessaria per esercitare il potere cautelare.
Pertanto non sussiste alcuna incompatibilità applicativa tra il secondo comma dell’art. 192 ed i primi due commi dell’art. 273, norme destinate a svolgere ruoli differenti. Infatti, mentre la prima disposizione indica i criteri in base ai quali possa ritenersi acquisito agli atti un fatto a valenza probatoria; le disposizioni dell’art. 273 prevedono, in sede cautelare, dei criteri di valutazione probatoria basati sul canone della “probabilità”, in deroga al principio del “al di là di ogni ragionevole dubbio” operativo in sede di giudizio.
4.2. Quanto alle doglianze relative alla valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari (ritenute insussistenti), preliminarmente va ricordato quali siano i limiti del sindacato della Corte di Cassazione in materia cautelare. In particolare è stato più volte ribadito che “l’ordinamento non conferisce alla Corte alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alcun potere di riconsiderazione delle caratteristiche soggettive degli indagati, ivi compreso l’apprezzamento delle esigenze cautelari e delle misure ritenute adeguate, trattandosi di accertamenti rientranti nel compito esclusivo ed insindacabile del giudice cui è stata richiesta l’applicazione delle misura cautelare e del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità è perciò circoscritto all’esclusivo esame dell’atto impugnato al fine di verificare che il testo di esso sia rispondente a due requisiti, uno di carattere positivo e l’altro di carattere negativo, il cui possesso rende l’atto insindacabile: 1) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; 2) l’assenza nel testo dell’esposizione di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento” (Cass. IV, n. 2050/96, imp. *********, rv. 206104; Cass. Sez. Ili, Sentenza n. 40873/2010, imp. Merja, rv. 248698).
Le censure mosse dal P.M. all’ordinanza, esprimono solo un dissenso rispetto alla ricostruzione del fatto ed invitano ad una rilettura nel merito della vicenda, non consentita nel giudizio di legittimità, a fronte di una motivazione del provvedimento impugnato che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.
Si impone per quanto detto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

 

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La sentenza di patteggiamento può essere annullata se il giudice ha applicato erroneamente la continuazione (Cass. pen. n. 40049/2012)

Redazione

Cass. pen. Sez. IV, Sent., (ud. 21-06-2012) 10-10-2012, n. 40049

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del G.I.P. del Tribunale di S.M. Capua Vetere del 9/11/2011, emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p., veniva applicata all’imputato D.M. la pena di mesi otto di reclusione, per il delitto di cui all’art. 590 c.p., per lesioni colpose in danno di T.N. e R.M., delitto aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale; nonchè per il delitto di cui all’art. 189 C.d.S. (omissione dell’obbligo di prestare assistenza: acc. in (omissis)). La pena veniva determinata riconoscendo in favore dell’imputato le attenuanti generiche e, tra i fatti, il vincolo della continuazione.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il P.G. presso la Corte di Appello di Napoli, lamentando la erronea applicazione della legge penale ed il difetto di motivazione in ordine al riconoscimento del vincolo della continuazione.

Motivi della decisione

3. Il ricorso fondato.

Invero il giudice di merito nel ratificare l’accordo tra le parti ha, senza alcuna motivazione, riconosciuto il vincolo della continuazione tra un delitto colposo (art. 590 c.p.) ed un delitto doloso (art. 189 C.d.S.), peraltro senza spiegare in alcun modo come fosse configurabile un preventivo medesimo disegno criminoso tra i fatti, tenuto conto che l’omissione di assistenza poteva essere consumata solo dopo l’occasionale incidente stradale provocato dal D..

Va ricordato che questa Corte di legittimità ha statuito che con il ricorso per cassazione avverso la sentenza di patteggiamento è consentito denunciare l’erronea qualificazione giuridica del fatto, così come prospettata nell’accordo delle parti e recepita dal giudice, in quanto la qualificazione giuridica del fatto è materia sottratta alla disponibilità di parte e l’errore su di essa costituisce errore di diritto rilevante ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) (Cass. S.U., 5/2000, ****).

Consegue che l’erronea applicazione della legge ed il difetto di motivazione rilevati travolgono il patto ed impongono l’annullamento della sentenza senza rinvio.

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’imprenditore che detiene presso la propria abitazione grosse somme di denaro rischia una condanna per dichiarazione fraudolenta (Cass. pen. n. 40055/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

Con ordinanza in data 21 settembre 2010, il Tribunale dl Trani annullava il decreto 12 luglio 2010, del GIP dello stesso Tribunale di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, contestualmente disponendo la restituzione di quanto sottoposto a sequestro, in accoglimento dell’istanza di riesame proposta, ex art. 324 e segg. cod. proc. pen., da: B. M. quale indagato del delitto di cui all’art. 4 D.l.vo n. 74 del 2000 (per aver omesso di indicare nella dichiarazione dei redditi relativi all’anno 2008, la somma di euro 305.135,38 quale reddito di impresa percepito, così determinando un’evasione IRPEF pari ad euro 124.328,21 superiore al 10% degli elementi attivi indicati nella dichiarazione).
Con sentenza n. 21855/2011 la Corte di cassazione -Sezione Terza penale, in accoglimento del ricorso proposto dal Pubblico Ministero presso il Tribunale di Trani, annullava la succitata ordinanza 21 settembre 2010, rinviando gli atti allo stesso Tribunale per nuovo esame.
Con ulteriore ordinanza 18 luglio 2011 il Tribunale di Trani, in sede di riesame rigettava l’istanza di riesame proposta nell’interesse di B. M. confermando il suddetto decreto di sequestro preventivo emesso il 12 luglio 2010 dal GIP del Tribunaie di Trani.
Avverso tale pronunzia ricorre per cassazione B. M., per tramite del difensore, lamentando con un unico motivo, il vizio di illogicità e di contraddittorietà della motivazione.
Contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale in ordine al difetto di plausibile giustificazione circa il possesso delle somme di danaro in contanti, di cui al libretto di deposito (ed oggetto della contestazione), assume il difensore che, mediante la documentazione prodotta e la consulenza tecnica di parte, si era dimostrato che trattavasi del ricavato di atti di compravendita di immobili, corrisposto con assegni non trasferibili, emessi in favore dell’indagato, prima convertiti in danaro contante, in seguito prelevato dal B. M. e custodito presso la propria abitazione, come attestato delle ricevute bancarie di prelievo allegate al ricorso. Come peraltro già rilevato dalla Corte di cassazione con la sentenza di annullamento dell’ordinanza di accoglimento della richiesta di riesame, avrebbe dovuto escludersi l’obbligo dell’indicazione di dette somme nella dichiarazione dei redditi poiché, essendo la vendita degli immobili avvenuta cinque anni dopo l’acquisto, era venuto meno l’intento speculativo, vertendosi in materia di eventuali plusvalenze non tassabili.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e deve quindi esser respinto con il conseguente onere del pagamento delle spese processuali a carico del ricorrente, ex art. 616 cod. proc. pen.
Osserva preliminarmente il Collegio che, secondo il chiaro disposto dell’art. 325, comma 1, del codice di rito, il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza di riesame in tema di sequestro preventivo è ammissibile solo per violazione di legge. E’ vero che, in base all’orientamento costante peraltro consolidatosi nel tempo della giurisprudenza di legittimità (cfr. ex multis: Sez. 6 n. 3265/1999; Sez. 6 n. 24250/2003; S.U. n. 25932/2008) la totale mancanza di motivazione, come pure la motivazione soltanto apparente, integrano l’ipotesi di violazione di legge (art. 606, comma primo, lett. c) e non quella del vizio di motivazione (art. 606, comma primo, lett. e). Nella concreta fattispecie è tuttavia del tutto pacifico che il ricorrente ebbe ad impugnare l’ordinanza reiettiva dell’istanza di riesame, unicamente deducendo vizi di motivazione, neppure accennando ad eventuali violazioni di legge nelle quali sarebbe incorso il Tribunale, sotto i ricordati profili della mancanza assoluta o della mera apparenza della motivazione. Per completezza di esposizione, giova sottolineare che il provvedimento impugnato, per quanto in questa sede rileva in relazione alle pur infondate censure dedotte, giunge ad escludere, seguendo un congruo e coerente iter argomentativo, la verosimiglianza della tesi difensiva dell’avvenuta detenzione,per lungo tempo, del corrispettivo in contanti delle vendite immobiliari e del successivo deposito in libretto bancario delle somme, solamente nell’anno 2007; donde l’ovvia conclusione – assolutamente rilevante agli effetti dell’affermata sussistenza del fumus boni juris del reato di infedele dichiarazione e della riconosciuta legittimità del decreto di sequestro preventivo per equivalente de quo – della violazione all’obbligo di indicare le suddette somme nella denunzia dei redditi per il periodo d’imposta del 2008, trattandosi, come conclusivamente chiarito dal Tribunale, di elementi reddituali attivi, rilevanti “quantomeno sotto il profilo indiziario, sufficiente per la presente fase cautelare”.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Cosi deciso in Roma,lì 7 febbraio 2012.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Responsabili il proprietario e l’amministratore di condominio per l’inquilino fulminato dall’impianto privo di “salva-vita” (Cass. pen. n. 40050/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Catania, con sentenza dell’1/12/2008, dichiarato colpevole P. S. del delitto di all’art. 589, cod. pen., ai danni di C. G. condannò il medesimo alla pena stimata di giustizia e assolse M. T. dalla stessa imputazione perché il fatto non costituisce reato.
1.1. Al fine di favorire una più agevole comprensione della vicenda è bastevole ricordare in questa sede che il C. secondo la ricostruzione operata dai giudici di merito, raggiunto da scarica elettrica mentre si trovava sotto la doccia, dopo aver vanamente disattivato l’interruttore generale della propria abitazione, stante che la dispersione elettrica non era cessata, si era recato sulla terrazza, ove erano alloggiate le vasche dell’acqua, ivi rimanendo folgorato (verrà trovato dai soccorritori aggrappato alla ringhiera). Notata la presenza dl un cavo elettrico poggiato su un tubo conducente acqua potabile, collocato, a sua volta, vicino la ringhiera, veniva rilevata dal personale ENEL una rilevante dispersione elettrica.
2. La Corte d’appello dl Catania, con sentenza dell’8/11/2011,investita della cognizione impugnatoria dall’appello proposto dall’imputato,dalla Procura Generale, dalle parti civili e, in via incidentale, da M. T. in parziale riforma dell’impugnata sentenza, dichiarò la penale responsabilità anche della M. (proprietaria dell’alloggio abitato dalla vittima), che condannò, applicate le attenuanti
generiche e, ritenuto il concorso di colpa della vittima nella misura del 20%, alla pena sospesa reputata dl giustizia.
3. Entrambi gli imputati proponevano ricorso per cassazione.
3.1. Con il primo motivo viene eccepito <<il difetto di motivazione determinato dall’erronea interpretazione ed applicazione del principio di causalità nel reato colposo>>.
L’evento dipese, a parere dei ricorrenti, dall’improvvido, arbitrario ed illogico comportamento del C. il quale, in presenza di dispersione elettrica, invece che contattare personale specializzato, pensò di salire sulla terrazza, alla quale non aveva diritto di accedere, ove, peraltro, non si trovavano i contatori dell’energia elettrica, ma solo le vasche dell’acqua.
Il tecnico ***** sentito in qualità di teste, ebbe ad affermare che l’appartamento era dotato di <<salvavita>, che il predetto, dopo il fatto, aveva provveduto a sostituire e, quindi, se la dispersione era dipesa da un malfunzionamento del differenziale, nessun rimprovero poteva muoversi agli imputati.
Inoltre, l’ing. S. non era stato in condizione di escludere con certezza assoluta che l’impianto elettrico non fosse in alcun modo protetto.
3.2. La motivazione della sentenza era incorsa in manifesta illogicità nell’affermare che il P. dovesse considerarsi amministratore di fatto dell’immobile, abitato dalla vittima. Solo per ragioni di affetto filiale si era prestato saltuariamente ad occuparsi, dietro richiesta dell’anziana madre, dello stabile; nessuna delega aveva mai ricevuto e, peraltro, l’avversa ricostruzione dipendeva dalle dichiarazioni interessate dei parenti della vittima.

Considerato in diritto

4. Il ricorso va disatteso perché infondato.
4.1. Errano i ricorrenti nel sostenere che la Corte territoriale sia incorsa in vizio motivazionale, in questa sede censurabile, nel fare applicazione del principio di causalità.
Senza che occorra conoscere se l’impianto elettrico dell’abitazione fosse dotato, come la legge richiede, di interruttore differenziale, è certo che ove fosse stato regolarmente posto in essere strumento efficiente di tal fatta il tragico evento non si sarebbe dato, perché l’immediata disattivazione elettrica avrebbe impedito la folgorazione.
In ogni caso il giudice del merito, sul punto non smentito, attraverso ragionamento pienamente condivisibile ha chiarito, anche sulla base degli accertamenti tecnici svolti, che Il modo d’essere degli impianti (peraltro l’intiero gruppo pompa-autoclave appariva assemblato in modo rudimentale e alquanto approssimativo) e la loro allocazione facevano escludere che al predetto impianto elettrico (cioè quello che adduceva l’energia elettrica al gruppo} fosse assicurata protezione mediante il cd. salvavita (pagg. 7 e 8 della sentenza di secondo grado).
Nessuna condotta, peraltro, estranea all’id quod plerumque accidit può attribuirsi alla vittima, la quale, percepita la scarica elettrica mentre era sotto la doccia, salì sul terrazzo, evidentemente di libero accesso (e nulla rileva che in questa sede i ricorrenti asseriscano che la vittima non avesse titolo civilistico al fine), per accertarsi della ragione della dispersione. Ivi, come,non smentita,ha precisato la Corte d’Appello di Catania, l’uomo, senza che avesse in alcun modo armeggiato rischiosamente con i fili elettrici, venne attinto dalla mortale scarica per avere contemporaneamente toccato il tubo conduttore dell’elettricità all’autoclave e l’inferriata a potenziale elettrico zero.
In definitiva, anche a riconoscere un modesto concorso colposo della stessa vittima, quantificato dal giudice del merito nel 20%, correttamente è stato escluso che l’evento sia stato autonomamente procurato da questa.
4.2. Del pari infondato risulta il secondo motivo.
Anche in questo caso, infatti, vengono mossi rilievi che attengono al merito della motivazione, in questa sede non censurabile.
Sul punto, invero, la motivazione del giudice del merito appare logica ed esaustiva, dovendosi, inoltre, escludere l’ipotizzato travisamento.
Correttamente la Corte di Catania ha evidenziato l’irrilevanza della formale residenza o meno in loco di P. S. il quale, peraltro, parlando dell’abitazione di via Plebiscito, la indica come <<casa mia>>, ammettendo di trattenervisi spesso a dormire, anche in assenza dell’anziana madre; egli si occupava, invece della genitrice, di riscuotere i canoni, rilasciandone ricevuta; egli si occupò, dopo l’evento, di fare mettere a norma l’impianto. In definitiva, come, peraltro, appare conforme a quel che solitamente avviene in simili casi, assunse il ruolo di amministratore di fatto, vicariando la madre, oramai in età piuttosto avanzata. Ovviamente, si tratta d’una assunzione di responsabilità e garanzia che non richiedeva formalità di sorta, a comprovare la quale è risultato soddisfacente il vaglio istruttorio (escussione testimoniale), apoditticamente avversato in ricorso, senza l’apporto di alcuna specifica allegazione che concretamente lo abbia posto in dubbio.
All’epilogo consegue la condanna dei ricorrenti alle spese.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Cosi deciso in Roma il 10/7/2012.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Coltivazione illecita di semi e piantine di marijuana (Cass. pen. n. 40060/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del Tribunale di Verona del 17/11/2011, emessa ai sensi dell’art. 444 c.p.p., veniva applicata all’imputato B. G. la pena di anni quattro di reclusione ed Euro 17.000 di multa, per il delitto di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73 per la coltivazione illecita di 102 piantine di marijuana, nonchè per la detenzione di 343 semi della medesima sostanza (acc. in (omissis)).

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato personalmente lamentando la violazione di legge, in quanto essendo nel capo di imputazione contestata la recidiva reiterata, specifica infraquinquennale, il giudice non avrebbe dovuto ammettere, ai sensi del comma 1 bis dell’art. 444, il patteggiamento c.d. “allargato”.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è inammissibile.

Dispone l’art. 568 c.p.p., comma 4 che per proporre impugnazione è necessario avervi interesse.

Questa Corte di legittimità ha avuto modo di statuire in proposito che l’impugnazione, per essere ammissibile, deve tendere all’eliminazione della lesione di un diritto, non essendo prevista la possibilità di proporre un’impugnazione che miri unicamente all’esattezza giuridica della decisione, senza che ne consegua un vantaggio pratico per il ricorrente, o addirittura ne consegua un danno (cfr. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 47675 del 24/11/2011 Ud. (dep. 21/12/2011), Rv. 252183).

In un caso a analogo a quello per cui si procede questa Corte ha precisato che “L’ammissibilità del ricorso per cassazione dell’imputato contro la sentenza che, su richiesta delle parti, abbia applicato la pena della reclusione superiore a due anni in ordine ad un reato per il quale la legge esclude il cosiddetto patteggiamento “allargato” è condizionata alla ricorrenza di un interesse concreto e certo ad ottenere l’annullamento della sentenza patteggiata” (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 38401 del 09/07/2008Ud. (dep. 09/10/2008) Rv. 241285).

Pertanto, non avendo l’imputato nel suo ricorso indicato un interesse specifico all’annullamento della sentenza, che rispetto al giudizio ordinario, ha comportato per lui rilevanti benefici premiali, si impone la declaratoria di inammissibilità del ricorso in carenza del requisito di cui all’art. 568 c.p.p., comma 4.

Segue, per legge, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè (trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile alla volontà, e quindi a colpa, del ricorrente: cfr. Corte Costituzionale, sent. N. 186 del 7-13 giugno 2000) al versamento a favore della cassa delle ammende di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 1.500,00.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.500 alla Cassa delle ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Compie atti osceni sul balcone: per la prova della colpevolezza sufficiente la dichiarazione della persona offesa (Cass. pen. n. 39824/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 12/04/2011 la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la sentenza del Tribunale di Locri di condanna di A.N. per il reato di cui all’art. 527 c.p. (per avere compiuto atti osceni consistiti nel masturbarsi su un balcone) e lo ha condannato alla pena di mesi otto di reclusione. I giudici hanno rilevato come la materialità del fatto fosse provata dalle dichiarazioni della parte offesa C.N. , del fidanzato e della sorella della stessa e da un altro testimone, quali persone, tutte, che non avevano motivi di astio verso l’imputato che legittimassero il dubbio di una accusa arbitraria; hanno aggiunto che le discordanze esistenti tra le prove dichiarative non hanno incrinato l’attendibilità dei testi, tutti concordi nel narrare la parte rilevante della condotta antigiuridica e hanno richiamato a riprova l’esistenza agli atti di un filmino (che ha ripreso solo la parte finale della condotta e pertanto non è in perfetta sintonia con le dichiarazioni testi) e che l’imputato ha ammesso il fatto pur minimizzandolo, La Corte territoriale ha inoltre escluso che la fattispecie fosse colposa e che fosse applicabile l’indulto (stante l’intervenuta concessione della sospensione condizionale della pena).
2. Per l’annullamento della sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato personalmente. Dopo avere trasposto nel ricorso, da pag. 1 a pag. 23, il contenuto dell’atto di appello già interposto nei confronti della sentenza di primo grado nonché il contenuto della sentenza di appello, deduce, con un primo motivo, inosservanza di norme processuali nonché mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione. Con un primo motivo, denunciante erroneità dei criteri adottati in punto di valutazione della prova, lamenta che la pronuncia impugnata sia fondata sulle sole dichiarazioni della persona offesa, non supportate da riscontri, se non assolutamente ambigui. La sentenza impugnata avrebbe infatti riprodotto sostanzialmente alla lettera la motivazione della sentenza di primo grado in tal modo dandosi luogo a motivazione apparente in violazione dell’art. 125 c.p.p.; inoltre in essa vi sarebbe una mera elencazione delle risultanze processuali senza che però siano esposti i criteri adottati per la valutazione delle stesse ai fini dell’attribuzione all’imputato del fatto – reato. Con un secondo motivo, volto ad invocare l’erronea applicazione della legge penale e la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, censura la valutazione di attendibilità delle dichiarazioni della parte civile, da sottoporre ad un vaglio critico particolarmente rigoroso e dei testimoni le cui dichiarazioni sarebbero contraddittorie. Per dimostrare il suo assunto il ricorrente passa in analitica rassegna il narrato dei vari dichiaranti per focalizzare la diversità tra le prime dichiarazioni e quelle dibattimentali nonché le divergenze dei vari racconti; questi sono poi smentiti dal filmato che dimostrerebbe come l’operatore si sia sporto notevolmente dal balcone dal quale, quindi, non era visibile ciò che l’imputato stesse facendo nel piano sottostante. In tale ambito di complessiva doglianza lamenta poi che i giudici non abbiano tenuto conto della situazione di attrito tra la parte civile e l’imputato per ragioni di cattivo vicinato e non abbiano considerato la necessità di riscontrare positivamente le dichiarazioni degli altri testi anche mediante riscontri esterni. Con un terzo motivo, volto a denunciare mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla valutazione delle dichiarazioni testimoniali, lamenta che i giudici non abbiano in particolare considerato l’ipotesi alternativa segnalata dalla Difesa relativa ad un gesto non sessuale malamente interpretato, senza motivare in ordine alla richiesta di derubricazione del reato di cui all’imputazione in quello ex art. 527, comma 3, c.p. Infine, con un ultimo motivo, rileva che avrebbe dovuto essere applicato l’indulto solo o in concorso con la sospensione condizionale della pena e che è insufficiente la motivazione, affidata a clausole di stile, in ordine al regime sanzionatorio, già invocato nei limiti del minimo edittale della pena.

Considerato in diritto

3. Va anzitutto, metodologicamente, premesso che, con riguardo al ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), c.p.p., la denunzia di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione, ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività, non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto. Al contrario, è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione (Sez. 2, n. 18163 del 22/04/2008, *******, Rv. 239789; n. 7380 del 2007, Rv. 235716);
Ciò posto, le doglianze complessivamente poste con i primi due motivi con riferimento all’assunzione delle dichiarazioni della persona offesa quale elemento di prova asseritamente non supportato da riscontri, e alla valutazione di attendibilità del complessivo dato testimoniale, sono manifestamente infondate. Questa Corte ha più volte puntualizzato che la testimonianza della persona offesa costituisce una vera e propria fonte di prova sulla quale può essere anche esclusivamente fondata l’affermazione di colpevolezza dell’imputato, a condizione che sia intrinsecamente attendibile, in particolare laddove la persona offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice di pretese economiche, e che di ciò si dia adeguata motivazione (Sez. 3, n. 28913 del 03/05/2011, C. ed altro, Rv. 251075; Sez. 6, n. 27322 del 14/04/2008, ******** e altri, Rv. 240524; Sez. 3, n. 34110 del 27/04/2006, Rv. 234647); la valutazione effettuata dal giudice di merito in ordine a detta attendibilità, ove adeguatamente, appunto, motivata, resta quindi preclusa in sede di legittimità.
Nella specie, a fronte delle censure dell’appellante, peraltro costruite attraverso un’esasperata frammentazione degli elementi di prova, in contrasto con la già ricordata necessità di una valutazione complessiva, e sostanzialmente ripropositive della linea difensiva già esaminata dal giudice di prime cure, la Corte territoriale, anche richiamando il contenuto della sentenza di primo grado, ha correttamente evocato la giurisprudenza di questa Corte or ora ricordata; ha, quindi, rilevato, recependo anche l’opportunità, suggerita da detta giurisprudenza, di riscontri esterni laddove la persona offesa sia portatrice di pretese economiche (Sez. 1, n. 29372 dei 24/06/2010, *********, Rv. 248016), che l’impianto accusatorio emergente dalle dichiarazioni di C.N. ha trovato puntuale conferma non solo nelle dichiarazioni rese dalla sorella e dal fidanzato della stessa (che si trovavano, assieme alla persona offesa, al momento dei fatti, nell’appartamento posto al piano superiore rispetto a quello di A.), ma anche nella testimonianza resa da L.P. quale persona che si trovava nella propria abitazione, posta al terzo piano parallelo al piano di abitazione della persona offesa. La valorizzazione, in particolare, delle dichiarazioni di L. , quale soggetto del tutto disinteressato rispetto alla vicenda, rappresenta, anzi, una implicita e allo stesso tempo logica risposta alle ragioni di non adeguata valutazione di attendibilità rappresentate, secondo il ricorrente, da motivi di attrito per cattivo vicinato intercorrenti tra imputato e persona offesa, dimoranti nel medesimo edificio condominiale. La Corte reggina ha aggiunto, poi, che lo stesso sviluppo, anche cronologico, dei fatti come raccontati dalla persona offesa (in relazione, progressivamente, all’avere udito, mentre si trovava sul balcone, dei gemiti di piacere, all’essersi affacciata vedendo A. che, con i pantaloni abbassati, teneva con la mano destra uno specchietto puntato verso l’alto e si toccava, con la mano sinistra, le parti intime, all’avere quindi richiamato la sorella, subito corsa in cucina e poi postasi a filmare la parte finale della condotta criminosa), è significativamente confermato dallo stesso filmato, acquisito quale prova documentale ex art. 234 c.p.p., che, infatti, riprendendo, in conformità a tale dinamica, soltanto la parte finale della condotta criminosa, evidenzia che l’imputato teneva in mano il solo specchietto e con l’altra mano era “impegnato con il basso ventre”.
In definitiva, dunque, la sentenza impugnata risulta avere adeguatamente motivato, senza imperfezioni logiche, in ordine alla valutazione di idoneità degli elementi emersi dal giudizio a dimostrare la responsabilità dell’imputato in ordine al reato ascrittogli, ciò bastando, alla stregua della premessa sopra posta, a sottrarre la stessa al sindacato di questa Corte.
4. Anche il terzo motivo, inteso a denunciare la mancata derubricazione del reato contestato in quello di cui all’art. 527, comma 3, c.p. sul presupposto di un fraintendimento del gesto dell’imputato, è del tutto infondato. La sentenza impugnata ha motivatamente affermato, logicamente attribuendo all’uso dello specchietto rivolto verso l’alto un significato di evidente corroborazione della sussistenza dei fatti, sulla inconsistenza della tesi. Del resto, qualsivoglia lettura alternativa dei fatti si porrebbe in contrasto con il principio più volte affermato da questa Corte, secondo cui, essendo il sindacato della Cassazione quello di sola legittimità, continua, pur dopo la modifica dell’art. 606 lett. e) c.p.p., introdotta dalla l. n. 46 del 2006, ad esulare dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione anche laddove venga prospettata dal ricorrente una diversa e più adeguata valutazione delle risultanze processuali (da ultimo, Sez. 2, n. 23419 del 23/05/2007, P.G. in proc. *********, Rv. 236893).
5. Con riguardo, infine, all’ultimo motivo, puntualmente la Corte d’Appello ha richiamato l’indirizzo espresso da Sez. U., n. 36837 del 15/07/2010, P.G. in proc. ******, Rv. 247940, secondo cui con la sentenza di condanna non può essere contestualmente applicato l’indulto e disposta la sospensione condizionale della pena, in quanto quest’ultimo beneficio prevale sul primo. Si è, sul punto, sottolineato che con l’applicazione del beneficio della sospensione prende le mosse un complesso iter generativo di diversi e non contestuali effetti, quello, immediato ed accessorio, della sospensione dell’esecuzione della pena e quello, principale, ma futuro ed eventuale, della estinzione del reato, effetti però tra loro strettamente collegati ed entrambi da subito contemplati; il condono è, invece, applicabile solo ed esclusivamente in relazione a pene suscettibili di esecuzione; è dunque inconciliabile con siffatto principio una applicazione dell’indulto in contestualità con una decisione di sospensione della pena ex art. 163 c.p., ossia in relazione ad una pena non suscettibile in quel momento di esecuzione e, quindi, in una situazione nella quale viene ad essere impedita l’operatività del beneficio indulgenziale, il quale non è, in concreto, in grado di agire sotto alcun profilo.
5.1. Neppure la motivazione a sostegno della terminazione della pena inflitta merita censura, stante l’avvenuta irrogazione, da parte del Tribunale, che ha richiamato esaustivamente, in particolare con riferimento a luogo e modalità dell’azione, i parametri dell’art. 133 c.p., della pena di mesi otto di reclusione a fronte di una “forbice” edittale ricompresa tra i tre mesi nel minimo e i tre anni nel massimo. Nell’ipotesi in cui la determinazione della pena non si discosti eccessivamente dai minimi edittali, il giudice ottempera infatti all’obbligo motivazionale di cui all’art. 125, comma 3, c.p., anche ove adoperi espressioni come “pena congrua”, “pena equa”, “congruo aumento”, ovvero si richiami alla gravità del rato o alla personalità del reo (tra le tante, Sez. 3, n. 33773 del 29/05/2007, ********, Rv. 237402).
6. La manifesta infondatezza dei motivi impone pertanto la declaratoria di inammissibilità del ricorso con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di cui all’art. 616 c.p.p. da determinarsi nella misura di Euro 1.000,00.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa della Ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 140 141 142 143 144 175


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!