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Penale

Impiegati pubblici – Foglio presenza – Atto pubblico (Cass. pen. n. 19299/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. S.A. propone ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Venezia che ha confermato la sentenza del tribunale di Padova che la condannava alla pena di nove mesi di reclusione per avere alterato l’orario d’ingresso e di assenza per la pausa pranzo sul foglio presenze della questura di Padova.
2. Contro la predetta sentenza vengono svolti tre motivi di ricorso:
a. violazione degli articoli 157 e 519 cod. pen. per omessa declaratoria di estinzione dei reati a causa dell’intervenuta prescrizione. Sostiene la ricorrente che i reati fossero già prescritti alla data del 10/02/2011 di deposito della sentenza della Corte d’appello di Venezia, ciò in quanto doveva applicarsi il nuovo e più favorevole termine di operatività della causa estintiva introdotto dall’articolo sei della legge 251-2005, pari ad anni sei.
b. Mancanza ed illogicità della motivazione in relazione alla erronea valutazione delle prove; secondo la ricorrente il tribunale di Padova, contro la cui sentenza è rivolta la presente censura, avrebbe valutato gli elementi probatori in modo asimmetrico fondando il proprio convincimento esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dei testi del pubblico ministero, mentre l’imputata aveva dovuto rinunciare ai propri testi perché si era resa conto della loro inutilità, a fronte delle risposte date dai testi dell’accusa.
c. Inosservanza ed inidonea applicazione della legge penale in relazione alla individuazione delle fattispecie criminose di cui agli articoli 476 e 479 cod. pen.; secondo la ricorrente il cartellino segnatempo non può essere considerato un documento rappresentativo di un unitario atto di attestazione delle ore di effettiva presenza del pubblico funzionario dell’ufficio; ne consegue che la mancata timbratura del cartellino in occasione di un temporaneo allontanamento del funzionario non da luogo alla reticente formazione di un atto pubblico unitario, tale da tradursi in una falsa rappresentazione della realtà, ma è semplicemente l’omissione del compimento dell’atto.

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato; non integra, infatti, il delitto di falso ideologico in atto pubblico la falsa attestazione del pubblico dipendente circa la sua presenza in ufficio riportata nei cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, in quanto documenti che non hanno natura di atto pubblico, ma di mera attestazione del dipendente inerente al rapporto di lavoro, soggetto a disciplina privatistica, documenti che, peraltro, non contengono manifestazioni dichiarative o di volontà riferibili alla P.A. (Sez. U, n. 15983 del 11/04/2006, ****, cui si è conformata la successiva giurisprudenza: La falsa attestazione del pubblico dipendente, circa la presenza in ufficio riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, è condotta fraudolenta, idonea oggettivamente ad indurre in errore l’amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro, ed è dunque suscettibile di integrare il reato di truffa aggravata, ove il pubblico dipendente si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, sempre che siano da considerare economicamente apprezzabili; cfr. sez. 2, n. 34210 del 06/10/2005, ***********).

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio a sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

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Invia una lettera recante espressioni razziste e contente polvere bianca: è procurato allarme aggravato dal fine di discriminazione (Cass. pen. n. 19265/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Trieste, con sentenza dei 9 marzo 2011, ha confermato la sentenza del Tribunale di Trieste del 17 settembre 2008 che aveva condannato D.G. per i reati di procurato allarme per l’Autorità e minacce aggravate da motivi di odio etnico in danno dell’Istituto (omissis).

2. Avverso tale sentenza ha; proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando:

a) violazione di legge in merito alla sussistenza della contestata minaccia difettando il soggetto passivo del delitto di minacce; che non può essere una persona giuridica;

b) ulteriore violazione di legge in merito alla mancata esclusione dell’aggravante delle finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso di cui alla L. n. 205 del 1993, art. 3.

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso è inammissibile.

Si osserva, innanzitutto, come i motivi di ricorso risultino simili se non identici a quelli presentati in sede di appello e logicamente disattesi dalla Corte territoriale, per cui il ricorso sarebbe già affetto da una genericità ai limiti dell’inammissibilità. 2. In ogni caso, quanto ai primo motivo, correttamente i Giudici del merito hanno affermato la sussistenza dei contestato delitto di minaccia, avendone ravvisato, quale soggetto passivo, il personale dell’Istituto (omissis) e quale elemento oggettivo l’inserimento, nella lettera inviata a tale Istituto, di polvere bianca con riferimento alla sostanza tossica dell’antrace e delle frasi deliranti contenenti riferimenti di odio razziale ed etnico.

3. Quanto al secondo motivo, l’orientamento venutosi a consolidare nella giurisprudenza di questa Sezione e che non merita ripensamento è quello secondo cui, per la configurazione dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (D.L. n. 122 del 1993, art. 3, conv. in L. n. 205 del 1993), non sia necessario che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, giacchè ciò varrebbe ad escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si svolga in assenza di terze persone (v. Cass. Sez. 5, 11 luglio 2006 n. 37609).

La circostanza aggravante in parola è configurabile, inoltre, quando essa si rapporti, nell’accezione corrente; ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell’agente (v, a citata Cass. Sez. 5, 23 settembre 2008, n. 38591 nonchè, di recente, Cass. Sez. 5, 29 ottobre 2009 n. 49694 e 23 gennaio 2010 n. 22570).

4. Il ricorso va, in definitiva, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende.

 

P.Q.M.

 

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Prostituta – Stato di soggezione fisica e psichica – Stato di necessità (Cass. pen. n. 19225/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Provvedimento impugnato e motivi del ricorso – Pronunciandosi in sede di revisione (e di rinvio a seguito di annullamento di questa S.C.), con la sentenza qui impugnata, la Corte d’appello ha accolto solo in parte l’istanza di revisione proposta dinanzi ad essa ed ha, così, assolto l’imputata dalla condanna che le era stata inflitta, con sentenza della Corte d’appello di Venezia in data 8.9.03, (per agevolazione e sfruttamento della prostituzione della minore P. N.). Ha, invece, respinto l’istanza di revisione avente ad oggetto la sentenza ex art. 444 c.p.p. pronunciata dal Tribunale di Treviso in data 13.12.04 (avente ad oggetto l’accusa di violazione degli artt. 495 e 496 c.p.p. per avere fornito false generalità a varie autorità di polizia in sede di identificazione). Per l’effetto, la Corte ha disposto che riprendesse anche la esecuzione della pena inflittale.

Avverso tale decisione, l’imputata ha proposto ricorso, tramite il difensore, deducendo:

1) insufficienza e contraddittorietà della motivazione (art. 606 c.p.p.lett. e)) nella quale non si tiene conto a sufficienza della condizione di riduzione in schiavitù nella quale operava l’imputata all’epoca dei controlli. Ciò è tanto vero che lo stesso P.G., in sede di conclusioni in dibattimento, aveva chiesto l’assoluzione della D.. Già con memoria difensiva depositata il 15.12.08, la difesa aveva prodotto documentazione idonea a dimostrare l’adescamento della donna (con finto corteggiamento e promessa di un lavoro), il sequestro dei documenti personali e delle foto dei famigliari poi utilizzate come strumento di ricatto (minaccia di ucciderli e di farli rimanere per sempre solo delle foto), l’induzione a mentire sulla propria identità e, comunque, tutto un contesto di complessiva soggezione totale fisica e mentale al punto che l’imputata era costretta a portare soldi al difensore di H.P. (suo sfruttatore). Lo stato di riduzione in schiavitù, caratterizzato dalla c.d. sindrome di Stoccolma, era stato confermato anche dalla consulenza psicologica svolta sulla persona della D.. A tal fine, si riportano brani della dichiarazione della teste R.S. (una ragazza che, come la D., si prostituiva venendo sfruttata da altro soggetto) che ha confermato di avere, essa stessa, mentito e che tutte le ragazze nella sua condizione “erano costrette a non usare il loro nome”.

Nel ricorso, si rammenta altresì come la D. abbia mentito in più occasioni anche a P.N. ed a F.M. (l’uomo con il quale si è poi sposata) sempre perchè terrorizzata all’idea che potesse accadere qualcosa di male ai propri familiari in (OMISSIS).

Il teste F. ha ricordato che la donna era soggiogata al punto da avere persino timore di rivolgersi ad un legale diverso da quello che rappresentava il suo sfruttatore H. e che egli dovette fare molte pressioni affinchè la donna si affrancasse (f 12 ricorso).

Tanto è dimostrato lo stato di soggezione in cui si trovavano la D. e le donne come lei che anche la P. si era decisa a parlare solo dopo aver saputo che la D. era in carcere per le sue false dichiarazioni e che H. era stato condannato alla pena di 7 anni di reclusione ed era fuggito in Albania (f 13 ricorso).

Per la D. era così inevitabile mentire che – come riferisce il teste F. (doc 11 allegato ai ricorso) nelle dichiarazioni difensive – in vista di una visita e di un intervento medico cui doveva sottoporsi, la donna si era presentata sotto una diversa identità (cosa non potuta dimostrare perchè, purtroppo il ******** – pur ricordando il fatto – non aveva conservato la documentazione clinica del caso – f. 15 ricorso). F. racconta altresì (f. 16 ricorso) di avere appreso l’esatta identità della sua attuale moglie solo dopo l’arresto di H.;

2) errata applicazione dell’art. 54 c.p. dal momento che la D. avrebbe dovuto essere dichiarata non punibile per le false dichiarazioni rese in ordine alle proprie generalità per avere agito in stato di necessità (come dalla stessa riferito nella propria denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Treviso ove riferisce che – dietro minaccia di rappresaglie sulla sua famiglia era stata costretta a dichiarare di chiamarsi G. F. – f. 20 ricorso).

La ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

Con memoria depositata il 17.10.11 la difesa della D. facendo notare che, medio tempore la Corte d’appello si è pronunciata anche sulla richiesta dell’imputata di riparazione per l’ingiusta detenzione e che, sebbene si sia trattato di una liquidazione inferiore alla richiesta, la D. non ha impugnato quella ordinanza perchè suo obiettivo è, soprattutto dimostrare che in questa vicenda ella è stata vittima e non complice”. Ciò del resto era stato colto anche dal Procuratore ******** che, nelle proprie conclusioni, si era espresso proprio in questi termini.

Si insiste, quindi, nel sottolineare che la decisione qui impugnata di reiezione dell’istanza di revisione è censurabile perchè non ha tenuto conto di tutti gli elementi portati all’attenzione dalla difesa con le proprie indagini ed, in particolare delle dichiarazioni, oltre che di R.S. anche di quelle di F. M. e B.A..

2. Motivi della decisione – Il ricorso è fondato.

La decisione qui impugnata, infatti, è affetta da intrinseca contraddittorietà tra la logica che supporta la decisione di assolvere l’imputata dal reato di induzione e sfruttamento della prostituzione e la opposta conclusione di respingere l’istanza di revisione della sentenza con la quale la D. aveva patteggiato la pena in relazione all’accusa di avere fornito false dichiarazioni sulla propria identità personale a varie autorità di polizia.

A fondamento di tale decisione, la Corte afferma che solo la R. (“peraltro, non in dibattimento ma nelle dichiarazioni rese al difensore della D.”) ha affermato che tutte le prostitute erano costrette dai loro sfruttatori a non usare il proprio nome.

In primo luogo, va censurato l’inciso (erroneamente insinuante il sospetto di minor credibilità) relativo alla circostanza che quelle della R. sono dichiarazioni acquisite a seguito di indagini difensive; la cosa, infatti, non le rende, per ciò solo, di rango inferiore essendo stato già affermato da questa S.C. (sez. n. 17.10.07, **********, Rv. 238806; sez. n, 30.1.02, ****, Rv. 221550) che gli elementi di prova raccolti dal difensore ai sensi dell’art. 391 bis c.p.p. sono equiparabili, quanto ad utilizzabilità e forza probatoria, a quelli raccolti dal pubblico ministero e, pertanto, il giudice al quale essi siano stati direttamente presentati ai sensi dell’art. 391 octies non può limitarsi ad acquisirli ma deve valutarli unitamente a tutte le altre risultanze del procedimento, spiegando – ove ritenga di disattenderli – le relative ragioni con adeguato apparato argomentativo.

Nella specie, poi, è indubbio – proprio alla luce di tutto quanto detto in precedenza dai medesimi giudici per spiegare la propria decisione di assoluzione – che le parole della teste R. non sarebbero le sole a legittimare una riconduzione della ripetuta condotta antigiuridica di dichiarare false generalità ad uno stato di coartazione morale dell’ H. nei confronti della presente ricorrente.

Al contrario, lo stato di soggezione della D. è stato pienamente accertate aliunde tanto da venire assolta dall’altra più grave accusa di sfruttamento e la svalutazione delle affermazioni liberatorie della R., oltre ad essere immotivata, non è decisiva.

E’ sufficiente, a tal fine, ricordare alcuni passaggi della decisione impugnata ove si asserisce che “il teste F…..ha confermato lo stato di soggezione e di coartazione in cui all’epoca viveva la donna (f3) ovvero, più avanti, “quanto riferito nel presente giudizio dai testi R. e F. dimostra, dunque, che la D. non condivideva la criminosa attività di sfruttamento della prostituzione svolta in (OMISSIS) dall’ H., ma che ne era una delle vittime” (13).

Proseguendo nel proprio argomentare, la Corte valorizza la complessiva attendibilità della teste P. per giudicare revisionabile la precedente decisione di condanna della D. per induzione e sfruttamento della prostituzione arrivando a sostenere che, anzi, esse “appaiono molto più coerenti con le effettive condizioni di vita dell’odierna imputata, anch’ella per lungo tempo costretta dall’ H., con violenze e minacce, a prostituirsi, nel di lui interesse economico, come riferito dai testi R. e F.”.

Da tutto quanto precede è agevole inferire, sul piano logico, il convincimento dei giudici di appello che la D. versasse in uno stato di sottoposizione morale e materiale tali da – coerentemente – dover essere esclusa rilevanza penale anche a quelle condotte, dalla stessa poste in essere, che erano astrattamente qualificabili come induzione e sfruttamento della prostituzione altrui.

Sta di fatto, poi, che l’accertata condizione di sudditanza della donna dal proprio sfruttatore la costringeva a prostituirsi a propria volta nelle circostanze di tempo e di fatto che quegli voleva ed, ovviamente, anche con le modalità da questi pretese.

A tale stregua, non costituisce certo un salto logico ritenere che, mentire sulla propria identità in caso di controlli da parte delle forze dell’ordine, da parte della ricorrente, potesse costituire, appunto, una delle “modalità” di realizzazione delle condotte imposte dall’ H. alla donna.

Semmai, è una crasi logica il negarlo, come fatto nella decisione impugnata.

Peraltro, anche prescindendo dalla ingiustificata minimizzazione della precisa testimonianza della R. sul punto, e visto che la sentenza ha mostrato di tener conto a pieno delle dichiarazioni dell’attuale marito dell’imputato F., vi è da dire che proprio quest’ultimo ha riferito – come documentatamente attesta la ricorrente nel gravame – che la donna era soggiogata al punto da avergli mentito in più occasioni ed, addirittura, di avere appreso l’esatta identità della sua attuale moglie solo dopo l’arresto di H..

E, comunque, anche la teste P. – alla cui deposizione, come si è detto, la Corte annette grande rilevanza – ha affermato che la D., sempre perchè terrorizzata all’idea che potesse accadere qualcosa di male ai propri familiari in (OMISSIS), le aveva ripetutamente mentito.

In buona sintesi, il clima di complessiva sfiducia reciproca anche tra le stesse vittime di questa squallida vicenda di sfruttamento della prostituzione, messa in piedi dall’ H., e la tendenza alla menzogna erano tali che la stessa P. si era determinata a parlare solo dopo aver saputo che la D. era in carcere per le sue false dichiarazioni e che H. era stato condannato alla pena di 7 anni di reclusione ed era fuggito in (OMISSIS) (f. 13 ricorso).

Significativo – sempre in punto di false attestazioni sulle proprie generalità da parte della D. – è anche quanto riferisce il teste F. (doc. 11 allegato ai ricorso) a proposito della diversa identità rilasciata, persino, al Dott. C. in vista di un intervento chirurgico.

Da tutto ciò, appare evidente che la menzogna (anche sulle proprie generalità) era una sorta di abito mentale indotto dalla complessiva condizione di subornazione nella quale la D., così come altre ragazze costrette a prostituirsi, vivevano e si rapportavano (non solo con le forze dell’ordine ma, a fortori, proprio con queste ultime).

E’ appena il caso di ricordare che, anche di recente questa S.C. (sez. VI, 16.6.11, Gaibiati, Rv. 250878) ha ravvisato la ricorrenza della causa di giustificazione prevista dall’art. 54 C.p. in una fattispecie sicuramente importante (mendaci dichiarazioni per evitare un’accusa penale nei confronti dell’accusato stesso ovvero per il timore di licenziamento) ma non connotata dall’elevato grado di violenza da cui è intrisa la presente vicenda ove alla D. venivano, tra l’altro, continuamente mostrate le foto dei suoi genitori e familiari stretti prospettando la loro morte (sì che gli stessi sarebbero rimasti solo delle “foto”).

Se, quindi, nella specie, la D. è stata ritenuta così soggiogata da doversi escludere la sua responsabilità penale per le condotte poste in essere nei confronti di altre ragazze da lei indotte a prostituirsi, a fortori, è coerente concludere che, alla luce delle dichiarazioni prodotte dalla P. – che hanno confermato e ribadito il complessivo stato di soggezione in cui la D. viveva – avrebbe dovuto essere rivedibile anche la decisione assunta con la sentenza ex art. 444 c.p.p. in relazione alla violazione degli artt. 495 e 496 c.p., perchè si trattava all’evidenza di comportamento necessitato dal timore che in caso di trasgressione alle regole a lei imposte dall’ H., potesse essere posta in pericolo la vita dei suoi familiari in (OMISSIS).

La decisione impugnata è stata, perciò, giustamente censurata dalla ricorrente perchè viziata sul piano logico e per erronea applicazione della legge penale. Essa deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in quanto l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità.

 

P.Q.M.

 

Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p. annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità. 

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Sinistro stradale – Stanchezza – Sosta in corsia di emergenza – Omicidio colposo – Concretizzazione del rischio – Mancanza (Cass. pen. n. 19170/2012)

Redazione
Massima
Correttamente la stanchezza dell’automobilista (riferibile nel caso di specie, all’evidenza, in quella situazione che precede il pericoloso c.d. “colpo di sonno”) può essere inquadrata nel concetto di “malessere” che giustifica la sosta sulla corsia di emergenza ai sensi dell’art. 157, c. 1, lett. d) C.d.S.
Invero, il termine “malessere” non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall’art. 88 c.p., o nell’ipotesi di caso fortuito di cui all’art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione, e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi la stanchezza ed il torpore che sono segni premonitori di un colpo di sonno ed impongono al soggetto, per concrete esigenze di tutela per sé e per gli atri utenti della strada, di interrompere la guida.
La corsia di emergenza non ha la funzione di garantire l’incolumità di quanti possano sbandare ed invaderla, bensì quella di consentire a mezzi di Polizia e/o di soccorso di raggiungere al più presto, senza intralcio, il luogo dove è necessario portarsi per un’emergenza determinata da incidente o da altra grave necessità. Nella fattispecie in esame, pertanto, manca del tutto la c.d. concretizzazione del rischio in relazione a quelle che sono in relazione a quelle che sono le finalità della corsia di emergenza. (a cura del **************)

 

Svolgimento del processo

Il (omissis), alle ore 8,15, sull’autostrada del (omissis), A.G., conducente dell’auto Ford Focus tg. (omissis), che viaggiava in direzione di (omissis), a causa dello scoppio del pneumatico posteriore destro, perdeva il controllo del mezzo che, conseguentemente, deviava in avanti e verso destra; dopo aver effettuato alcune evoluzioni su se stesso in senso orario, il veicolo suddetto andava ad urtare, con la propria parte posteriore centro-sinistra, la parte posteriore dell’autoarticolato Scania/******* tg. (omissis) condotto da N.C. S., fermo sul margine destro della corsia riservata alla sosta di emergenza. A seguito del violento impatto, l’autovettura penetrava con buona parte del proprio abitacolo al di sotto del pianale montacarichi del veicolo semirimorchio, rimanendovi incastrata:

A.G. decedeva sul colpo, mentre gli altri occupanti dell’auto riportavano lesioni personali. Dalla documentazione acquisita si evinceva che l’autoarticolato aveva fatto ingresso in autostrada, attraverso la barriera di (omissis), alle ore 7,35. per cui si stimava che il N. aveva arrestato il veicolo in sosta intorno alle ore 7,40, circa 35 minuti prima del fatto: in proposito risultava smentita la versione resa dal N. il quale, quanto agli orari, aveva dichiarato di essersi fermato in sosta verso le ore 23 circa della sera precedente perchè molto stanco e di essere stato poi svegliato da un urto contro il suo automezzo. Il GUP presso il Tribunale di Roma, con sentenza in data 11.10.2010, dichiarava non doversi procedere perchè il fatto non sussiste nei confronti del N. in ordine al reato di omicidio colposo allo stesso ascritto.

Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore ******** presso la Corte d’Appello di Roma nonchè il difensore e procuratore speciale delle parti civili costituite, deducendo violazione di legge e vizio motivazionale, in particolare sostenendo che il giudicante avrebbe errato nell’assimilare al malessere fisiologico la stanchezza, per giustificare la sosta sulla corsia di emergenza, ed evidenziando che il N. avrebbe potuto fermarsi in luogo di sosta più idoneo e non già sulla corsia di emergenza.

Ha depositato memoria il difensore dell’imputato con argomentazioni finalizzate a contrastare i proposti ricorsi.

Motivi della decisione

I ricorsi sono infondati per le ragioni di seguito indicate.

Correttamente il GUP ha inquadrato la stanchezza (riferibile nel caso di specie, all’evidenza, in quella situazione che precede il pericoloso c.d. “colpo di sonno”) nel concetto di “malessere” che giustifica la sosta sulla corsia di emergenza ai sensi dell’art. 157 C.d.S., comma 1, lett. d). Invero, il termine “malessere” non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall’art. 88 c.p., o nell’ipotesi di caso fortuito di cui all’art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione, e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi la stanchezza ed il torpore che sono segni premonitori di un colpo di sonno ed impongono al soggetto, per concrete esigenze di tutela per sè e per gli atri utenti della strada, di interrompere la guida.

Del tutto legittimamente il GUP ha ritenuto quindi di individuare la causa esclusiva del sinistro nelle anomalie di manutenzione del pneumatico posteriore destro dell’auto condotta dall’ A. (al di sotto dei limiti di gonfiaggio o sottoposto ad eccessivo carico) che ne avevano causato lo scoppio.

Ma c’è di più. Rileva il Collegio che nella concreta fattispecie, manca del tutto la c.d. concretizzazione del rischio in relazione a quelle che sono le finalità della corsia di emergenza posto che la stessa non ha la funzione di garantire l’incolumità di quanti possano sbandare ed invaderla, bensì quella di consentire a mezzi di Polizia e/o di soccorso di raggiungere al più presto, senza intralcio, il luogo dove è necessario portarsi per un’emergenza determinata da incidente o da altra grave necessità.

Le ricorrenti parti civili vanno per legge condannate al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna le parti civili ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

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Risponde di reato di falso ideologico il medico che rilascia il certificato medico senza aver visitato la paziente (Cass. pen. n. 18687/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. B.D. è stato ritenuto responsabile dalla corte di appello di Milano del reato di cui all’art. 480 c.p., in qualità di medico di base convenzionato con il servizio sanitario nazionale e quindi pubblico ufficiale, rilasciava un certificato medico di proroga del prognosi a favore di G.V. senza averla previamente visitata.

2. ****, a sua volta, veniva ritenuta responsabile del reato di cui all’art. 489 c.p., per aver fatto uso della certificazione di cui sopra, pur conoscendone la falsità. 3. La corte d’appello di Milano sovvertiva la pronuncia di primo grado, che aveva assolto entrambi gli imputati rispettivamente per difetto dell’elemento soggettivo e per insufficienza della prova di colpevolezza.

4. Con due distinti atti propongono ricorso entrambi gli imputati;

B.D. con un unico motivo denuncia omessa valutazione dell’elemento psicologico del reato ed in particolare sostiene che il medico avrebbe concesso la proroga sulla base di quanto accertato nella visita effettuata quattro giorni prima, per cui non sarebbe corretto ritenere che egli ha effettuato una valutazione di persistenza della malattia senza visitare la paziente. I sintomi comunicatigli telefonicamente dalla paziente sarebbero stati compatibili con la malattia accertata pochi giorni prima e pertanto il medico legittimamente avrebbe effettuato la modifica della prognosi sulla base di quanto dichiarato per telefono dalla signora G.. Infine, si afferma che l’intera durata della prognosi era già contenuta nel primo certificato medico e comunque che il medico non era nella consapevolezza e soprattutto non voleva certificare fatti non corrispondenti al vero, essendo semmai stato tratto in errore dalle dichiarazioni della paziente; comunque, la condotta può essere ai limite sorretta dall’elemento colposo e dunque non configura alcun reato, posto che il nostro sistema giuridico ignora del tutto la figura del falso documentale colposo.

5. ****, sulla considerazione di inesistenza del reato contestato al sanitario, e cioè del falso certificato, ne deduce la consequenziale inesistenza del reato a lei contestato di uso della falsa certificazione. In particolare, non sussisterebbe il reato contestato al medico in quanto costui, sulla scorta dei proprio sapere medico maturato un’esperienza pluridecennale e sulla base della visita medica effettuata pochi giorni prima in occasione della prima certificazione, poteva legittimamente ritenere, in scienza e coscienza e sulla base di quanto riferito dalla paziente, ancora sussistente la malattia. In sostanza, secondo la ricorrente non sarebbe necessaria l’effettuazione di un’ulteriore visita qualora il sanitario ritenga di essere in possesso aliunde di adeguati strumenti diagnostici. Il reato contestato alla G., dunque, sarebbe ipotizzabile solo se si ritenesse non veritiera la persistenza della malattia, ma tale aspetto non è emersa prova sufficiente.

Motivi della decisione

1. Il ricorso proposto da B.D. è infondato. Si deve prima di tutto precisare che la falsa attestazione attribuita al medico non attiene tanto alle condizioni di salute della paziente, quanto piuttosto al fatto che egli ha emesso il certificato senza effettuare una previa visita e senza alcuna verifica oggettiva delle sue condizioni di salute, non essendo consentito al sanitario effettuare valutazioni o prescrizioni semplicemente sulla base di dichiarazioni effettuate per telefono dai suoi assistiti. Ciò rende irrilevanti le considerazioni sulla effettiva sussistenza della malattia o sulla induzione in errore da parte della paziente. Quanto, poi, alla asserita natura colposa della condotta, ci si chiede come il medico potesse non essere consapevole del fatto che egli stava certificando una patologia medica senza averla previamente verificata, nell’immediatezza, attraverso l’esame della paziente. Su tutti gli aspetti censurati dal ricorrente vi è, comunque, idonea e logica motivazione in atti, per cui non è consentito a questa Corte sostituirsi al giudice del merito nelle valutazioni discrezionali a lui riservate (si vedano, ad esempio, le pagine 4 e 5 della sentenza di appello ed in particolar modo la sentenze di questa stessa sezione citate alla pagina quattro, in merito alla implicita attestazione dell’accertamento diagnostico).

2. Anche il ricorso proposto da **** è infondato. Il motivo di censura si basa esclusivamente sulla ritenuta insussistenza della falsità del documento e dunque sulla inesistenza del reato contestato al medico. Sul punto, quindi, è sufficiente richiamare ie considerazioni espresse al capoverso precedente; una volta ritenuta la falsità della certificazione medica, ne discende necessariamente la responsabilità della ricorrente per aver fatto uso dell’atto falso.

3. In virtù di quanto sopra, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Corte di Giustizia UE: le conclusioni dell’Avvocato generale sulla questione pregiudiziale relativa alla responsabilita penale delle persone giuridiche (causa C-79/11)

Redazione

CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE *****************

presentate il 15 maggio 2012 (1)

Causa C-79/11

Procura della Repubblica

contro

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Gezim Lakja

Elettrifer Srl

Rete Ferroviaria Italiana SpA

(Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Firenze)

«Cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale – Responsabilità penale delle persone giuridiche – Diritto delle vittime dei reati al risarcimento dei danni»

 

 

1. Con la presente domanda di pronuncia pregiudiziale la Corte è chiamata ad interpretare le disposizioni della decisione quadro 2001/220 relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale (2) e, in particolare, l’articolo 9 di tale decisione.

2. La questione che si pone è se e, in caso affermativo, in quale misura, la vittima di un reato possa ottenere un risarcimento dei danni ad essa cagionati in conseguenza di tale fatto, non solo nei confronti della persona o persone fisiche che lo hanno commesso, ma anche nei confronti di una persona giuridica ritenuta responsabile, ai sensi dell’ordinamento giuridico dello Stato membro interessato, della sua commissione.

 

Contesto normativo

Normativa dell’Unione europea

3. Alla riunione straordinaria sulla creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nell’Unione europea, tenutasi a Tampere il 15 e 16 ottobre 1999, il Consiglio europeo ha deciso, tra l’altro, di elaborare norme minime sulla tutela delle vittime della criminalità. Tali norme dovevano includere i diritti al risarcimento dei danni alle vittime cagionati da un reato (3).

4. La decisione quadro è stata adottata allo scopo di dare attuazione a detta risoluzione (4).

5. Il quarto, quinto e settimo considerando della decisione quadro così recitano:

«(4) Occorre che gli Stati membri ravvicinino le loro disposizioni legislative e regolamentari, per raggiungere l’obiettivo di offrire alle vittime della criminalità, indipendentemente dallo Stato membro in cui si trovano, un livello elevato di protezione.

(5) È importante prendere in considerazione e trattare le esigenze della vittima in maniera globale e coordinata, evitando soluzioni frammentarie o incoerenti che possano arrecarle pregiudizi ulteriori.

(…).

(7) Le misure di aiuto alle vittime della criminalità e, in particolare, le disposizioni in materia di risarcimento e di mediazione non riguardano le soluzioni che sono proprie del procedimento civile».

6. L’articolo 1 contiene le seguenti definizioni:

«(a) “vittima”: la persona fisica che ha subito un pregiudizio (…) causat[o] direttamente da atti o omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale di uno Stato membro;

(…)

c) “procedimento penale”: il procedimento penale conforme al diritto nazionale applicabile».

Una definizione del termine «autore del reato» non è invece presente.

7. L’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro (intitolato «Diritto di risarcimento nell’ambito del procedimento penale») precisa quanto segue:

«Ciascuno Stato membro garantisce alla vittima di un reato il diritto di ottenere, entro un ragionevole lasso di tempo, una decisione relativa al risarcimento da parte dell’autore del reato nell’ambito del procedimento penale, eccetto i casi in cui il diritto nazionale preveda altre modalità di risarcimento».

 

Normativa nazionale

8. L’articolo 185 del codice penale italiano prevede la responsabilità risarcitoria dell’autore di un reato nei confronti della vittima alla quale abbia cagionato un danno in conseguenza dei fatti commessi. Tali fatti possono, inoltre, obbligare al risarcimento la persona o le persone (fisiche o giuridiche) che devono rispondere per la condotta dell’autore del reato.

9. L’articolo 74 del codice di procedura penale conferisce alla vittima di tale reato il diritto di costituirsi parte civile in un procedimento penale contro l’imputato. In caso di esito favorevole in tale procedimento la vittima ottiene un risarcimento dall’imputato, nello stesso modo, ma (nella maggior parte dei casi) più rapidamente, che se avesse proposto nei confronti di quest’ultimo un’azione separata dinanzi ai giudici civili, con riferimento allo stesso danno.

10. Fino all’adozione del decreto legislativo n. 231/2001 (in prosieguo: il «decreto legislativo»), nel diritto italiano vigeva il canone societas delinquere non potest (5). Sebbene le persone giuridiche possano essere indirettamente responsabili per gli illeciti commessi dalle persone del cui comportamento esse dovevano rispondere in un’azione civile, esse non potevano, come tali, essere perseguite per aver commesso un reato ai sensi della normativa italiana.

11. L’articolo 1 di detto decreto prevede la responsabilità delle persone giuridiche, formalmente qualificata come responsabilità «amministrativa», con riferimento ad illeciti dipendenti da reato. Tale disposizione si estende agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica. Essa non si applica, tuttavia allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale (6).

12. Il Capo I del decreto legislativo è suddiviso in tre sezioni, la prima delle quali comprende una sezione generale che riporta i criteri di attribuzione della responsabilità ad una persona giuridica ai sensi del decreto. La terza sezione specifica (facendo riferimento alle disposizioni del codice penale) determinati reati in relazione ai quali può essere prevista la responsabilità di una persona giuridica.

13. Per quanto concerne i criteri applicabili, l’articolo 5 del decreto legislativo indica le persone fisiche che, in quanto autori di un reato, possono obbligare la persona giuridica al risarcimento. In sostanza, si tratta (a) delle persone che rivestono funzioni di amministrazione o di direzione e (b) delle persone sottoposte alla vigilanza di coloro che agiscono in tale veste. Gli articoli 6 e 7 specificano le circostanze in cui la responsabilità può essere imputata ad una persona giuridica. Qualora il reato di cui trattasi sia stato commesso da una persona che riveste funzioni di amministrazione o di direzione, sussiste una presunzione di responsabilità della persona giuridica. La menzionata presunzione può essere superata solo qualora tale persona giuridica possa provare di avere adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi, o che tali modelli sono stati fraudolentemente elusi dalle persone che hanno commesso il reato. Per quanto concerne le persone che non rivestono funzioni di amministrazione o di direzione, non sussiste presunzione di responsabilità da parte della persona giuridica. In tal caso è invece necessario dimostrare che la commissione del reato è stata resa possibile dall’inosservanza dei previsti obblighi di direzione o vigilanza.

14. Ai sensi dell’articolo 25 septies del decreto legislativo, i reati figuranti nella sezione speciale comprendono l’omicidio colposo e le lesioni gravi o gravissime.

15. Devono essere menzionate altre quattro disposizioni del decreto legislativo. L’articolo 8 sancisce l’autonomia della responsabilità di una persona giuridica rispetto ad un reato, vale a dire, che essa può sussistere anche qualora la persona fisica che ha commesso il reato di cui trattasi non possa essere identificata o non sia imputabile. Ai sensi dell’articolo 34, alle persone giuridiche imputabili ai sensi delle disposizioni sopra menzionate, si applicano le disposizioni processuali previste dal decreto legislativo nonché, ove applicabili, le disposizioni del codice di procedura penale e del decreto legislativo n. 271/1989 (7). L’articolo 35 prevede, inoltre, che le disposizioni processuali relative ad una persona fisica imputata di un reato sono applicabili ad una persona giuridica imputata ai sensi delle disposizioni di cui sopra, in quanto compatibili. Conformemente all’articolo 36, la competenza a conoscere gli illeciti amministrativi delle persone giuridiche appartiene al giudice penale competente per i reati commessi dalle persone fisiche.

16. L’articolo 74 del codice di procedura penale stabilisce che l’azione civile per il risarcimento del danno subito in conseguenza del reato può essere esercitata nel processo penale dalla vittima di un reato (o dai suoi successori) nei confronti, tra l’altro, dell’imputato.

17. L’articolo 83 del codice di procedura penale dispone quanto segue:

«Il responsabile civile per il fatto dell’imputato può essere citato nel processo penale a richiesta della [vittima di tale fatto] (…). L’imputato può essere citato come responsabile civile per il fatto dei coimputati per il caso in cui venga prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere (…)».

 

Fatti, procedimento e questione pregiudiziale

18. Il 2 ottobre 2008 si è verificato un incidente su un nodo ferroviario vicino a Firenze. L’incidente ha asseritamente avuto luogo in conseguenza di carente esecuzione della prestazione lavorativa (costitutiva di reato colposo ai sensi degli articoli 41, 113 e 589, secondo e quarto comma del codice penale italiano) da parte del sig. ********** e di altre quattro persone (8). Nei riguardi di tali persone il pubblico ministero ha presentato una richiesta di rinvio a giudizio dinanzi all’ufficio del giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze in data 28 luglio 2010. Le persone in questione erano dipendenti della Rete Ferroviaria Italiana (in prosieguo: la «RFI»), azienda pubblica delle ferrovie. In conseguenza dell’incidente, il sig. Marrai è deceduto, il sig. ******** ha subito l’amputazione di una gamba e il sig. ******** è rimasto gravemente ferito. Tutte le vittime erano dipendenti della RFI.

19. L’atto del capo d’imputazione preliminare relativo alle persone di cui trattasi contiene anche la richiesta di rinvio a giudizio di due persone giuridiche chiamate a rispondere dell’incidente, e precisamente, la Elettri Fer (in prosieguo: la «Elettri Fer») e la RFI. La richiesta di rinvio a giudizio si fonda, inter alia, sull’articolo 25 septies del decreto legislativo.

20. Nel procedimento dinanzi al giudice del rinvio, il sig. ******** e i rappresentanti dei parenti stretti del sig. ****** (in prosieguo: i «ricorrenti nella causa principale») hanno chiesto l’ammissione della costituzione di parte civile ai sensi dell’articolo 74 e segg. del codice di procedura penale. Essi chiedono il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e morali subiti in conseguenza dell’incidente, e chiedono al giudice del rinvio l’ammissione della costituzione non solo nei confronti delle persone che avrebbero commesso i reati di cui trattasi, ma anche nei confronti della Elettri Fer e della RFI.

21. Al giudice nazionale viene chiesto di pronunciarsi sull’opposizione presentata avverso tale domanda, con cui si argomenta che la legislazione italiana non consente alle vittime dei reati e ai loro rappresentanti di rivolgere direttamente alle persone giuridiche una richiesta di risarcimento nell’ambito del procedimento penale.

22. Il giudice del rinvio osserva che la questione formulata nell’opposizione è stata oggetto di numerose discussioni, ma che è da considerarsi tuttora irrisolta. Esso rileva che, ai sensi della legislazione nazionale, un reato commesso da una persona giuridica deve essere qualificato come indiretto e sussidiario e non può, pertanto, essere considerato eziologicamente determinante nella commissione dei reati di cui trattasi. Dopo avere esaminato gli argomenti a favore e contrari all’obiezione, esso è del parere che, sebbene la questione non sia esente da dubbi, la corretta interpretazione del diritto nazionale avvalori la tesi delle parti che sollevano l’obiezione.

23. In questo contesto il giudice del rinvio ha sottoposto alla Corte in via pregiudiziale la seguente questione:

«Se la normativa italiana in tema di responsabilità amministrativa degli enti/persone giuridiche di cui al decreto legislativo (…) e successive modificazioni, nel non prevedere “espressamente” la possibilità che gli stessi siano chiamati a rispondere dei danni cagionati alle vittime dei reati nel processo penale, sia conforme alle norme comunitarie in materia di tutela della vittima dei reati nel processo penale».

24. Hanno presentato osservazioni scritte i rappresentanti processuali dei parenti prossimi del sig. Marrai, i governi tedesco, italiano, dei Paesi ***** e austriaco e la Commissione europea. Nell’udienza del 15 marzo 2012 sono comparsi i rappresentanti processuali dei parenti prossimi del sig. Marrai, i rappresentanti dei governi tedesco e italiano, nonché quelli della Commissione per presentare osservazioni orali.

 

Analisi

Osservazioni preliminari

Competenza della Corte

25. La decisione quadro è stata adottata in base agli articoli 31 e 34, paragrafo 2, lettera b), del trattato sull’Unione europea (in prosieguo: il «Trattato UE»). Tali disposizioni facevano parte del Titolo VI del Trattato UE, intitolato «Disposizioni sulla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale». L’articolo 35, paragrafo 1, Trattato UE, sanciva la competenza della Corte a pronunciarsi in via pregiudiziale, tra l’altro, sull’interpretazione delle decisioni quadro stabilite ai sensi di detto titolo, sempre alle condizioni previste da tale articolo. Tali condizioni includevano un requisito previsto dall’articolo 35, paragrafo 2 Trattato UE, in base al quale uno Stato membro deve innanzitutto dichiarare di avere accettato la competenza della Corte a pronunciarsi in via pregiudiziale conformemente al paragrafo precedente. La Repubblica italiana vi ha provveduto con una dichiarazione che ha preso effetto il 1° maggio 1999 (9).

26. Dopo l’adozione della decisione quadro è nel frattempo entrato in vigore il Trattato di Lisbona (10).

27. Come illustrato dalla Corte nella sentenza X (11), l’effetto degli articoli 9 e 10, paragrafo 1, del protocollo n. 36 sulle disposizioni transitorie, allegato al Trattato FEU, è che gli effetti giuridici della decisione quadro sono mantenuti, nonostante l’entrata in vigore di detto Trattato e le attribuzioni della Corte in ordine alle pronunce pregiudiziali restano invariate (12).

28. Pertanto, la Corte è competente a pronunciarsi in via pregiudiziale.

La direttiva 2004/80

29. Sebbene il giudice del rinvio non sollevi specificamente il problema nella questione pregiudiziale, nell’ordinanza di rinvio esso chiede chiarimenti non solo in merito all’interpretazione della decisione quadro, ma anche per quanto concerne l’applicabilità della direttiva 2004/80 (13) alle circostanze descritte in precedenza.

30. Come precisa l’articolo 1 di tale direttiva, essa è applicabile solo qualora sia stato commesso un «reato intenzionale violento», che presenti un elemento transfrontaliero. Nella causa in esame nulla suggerisce che, laddove siano stati commessi reati, essi siano stati commessi intenzionalmente. Né sussiste un elemento transfrontaliero. Detto questo, la direttiva non può trovare applicazione nelle circostanze considerate (14), e non la prenderò in ulteriore considerazione.

Questione pregiudiziale

31. Con la sua questione, il giudice del rinvio chiede chiarimenti per quanto concerne la compatibilità di talune disposizioni nazionali con l’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro. È evidente che la legislazione nazionale consente alla vittima di un reato commesso da una persona fisica di ottenere un risarcimento da tale persona, esercitando a tal fine un’azione civile nel processo penale (15). Qualora il reato sia stato commesso da una persona giuridica, tuttavia, il giudice del rinvio è del parere che tale azione sia improcedibile e che la vittima debba esercitare l’azione in un procedimento civile autonomo instaurato a tal fine (16). Il giudice del rinvio osserva che, ai fini dell’introduzione di un procedimento civile, la vittima ha una possibilità di scelta. Essa può attendere che un’eventuale sentenza di condanna nei confronti degli autori del reato in questione passi in giudicato, tempo stimabile in anni (quantomeno ove sia proposto appello avverso la dichiarazione di colpevolezza o la condanna), prima di introdurre una causa dinanzi al giudice civile; un’azione che richiederebbe, a sua volta, ulteriore decorso di anni. Oppure, in alternativa, può instaurare immediatamente un processo civile parallelo, tuttavia, anche in tal caso, i tempi sarebbero sempre «molto lunghi», con sensibile aggravio di spese.

32. Nella misura in cui, con la sua questione, il giudice del rinvio chiede a codesta Corte di pronunciarsi sulla compatibilità di una misura nazionale con il diritto dell’Unione europea, la Corte non è competente per pronunciarsi su tale questione. Essa può, tuttavia, fornire al giudice a quo tutti gli elementi di interpretazione, che rientrano nel diritto dell’Unione, atti a consentirgli di valutare tale compatibilità per pronunciarsi nella causa per la quale è stato adito (17). Come giustamente rilevato dalla Commissione, la questione può essere riformulata al fine di fornire una risposta utile al giudice del rinvio. In sostanza, la questione è se l’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro, ammetta che si operi una distinzione tra persone fisiche e persone giuridiche che hanno commesso un reato, con riferimento al diritto della vittima di ottenere il risarcimento dei danni causati in conseguenza di tale reato in un procedimento penale a carico di tali persone.

33. Nelle loro osservazioni, i governi tedesco, dei Paesi ***** e austriaco sono unanimi nel sottolineare lo spazio di azione riservato dalla decisione quadro agli Stati membri per la sua attuazione. La Corte ha, in effetti, riconosciuto l’ampio margine discrezionale esistente a tale riguardo (18). Tale aspetto può assumere particolare rilevanza qualora ne risulti una situazione incompatibile con le norme costituzionali dello Stato membro di cui trattasi, mentre un’altra forma di risoluzione non lo sarebbe (19). Al contempo, tuttavia, non si deve dimenticare il fatto che la decisione quadro era volta ad imporre obblighi agli Stati membri per quanto attiene agli obiettivi da essa perseguiti. Di conseguenza, si tratta di un ambito in cui la Corte deve muoversi con cautela. Questo però non significa che non debba procedere affatto.

34. Prima di affrontare la questione di come l’articolo 9, paragrafo 1, debba essere interpretato, merita un breve accenno ciò che tale disposizione non prevede. Esso non impone agli Stati membri di modificare il loro diritto penale sostanziale al fine di introdurre o ampliare la nozione di responsabilità penale delle società (20). In altre parole, esso non obbliga uno Stato membro a creare la responsabilità dove questa non sussiste. Pertanto, uno Stato membro il cui ordinamento giuridico prevede che solo le persone fisiche possono essere condannate per reati, non contravviene alle disposizioni della direttiva quadro, se non prevede, inoltre, la responsabilità delle persone giuridiche che si ritiene possano essere in qualche misura responsabili per tale reato e la possibilità di ottenimento del risarcimento da tali persone giuridiche ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 1. In tale Stato membro la vittima che intende ottenere un risarcimento, con riferimento ad un illecito per il quale la persona fisica di cui trattasi si presume responsabile, deve instaurare un processo civile, con tutte le conseguenze che ne derivano ai sensi dell’ordinamento nazionale.

35. Tuttavia, non è di questo che si tratta nella fattispecie. Sulla base di un’analisi combinata dell’ordinanza di rinvio, delle osservazioni scritte presentate alla Corte e delle osservazioni orali presentate in udienza, a mio avviso la legislazione italiana prevede quanto segue:

– le persone giuridiche possono essere responsabili per la commissione di un illecito dipendente da reato ai sensi delle disposizioni del decreto legislativo;

– l’illecito dipendente da reato rispetto al quale possono essere imputate persone giuridiche è qualificato come illecito amministrativo: tale qualificazione è stata adottata al fine di evitare l’eventuale insorgere di problemi ai sensi della Costituzione italiana, qualora un illecito commesso da una persona giuridica fosse classificato specificamente come «reato».

– i criteri previsti nella sezione generale del decreto legislativo, in base ai quali viene definito l’illecito, sono stabiliti mediante esplicito rinvio alle disposizioni del codice penale (21);

– un illecito commesso da una persona giuridica non deve essere considerato alla stregua di un illecito identico o equivalente commesso da una persona fisica; tale responsabilità viene qualificata come «indiretta e sussidiaria»; ai fini dell’attribuzione della responsabilità ad una persona giuridica è necessario dimostrare che essa è responsabile per gli atti dei propri funzionari e/o dipendenti;

– da ciò consegue che una persona giuridica non deve essere considerata l’«autore» diretto del reato commesso da una persona fisica;

– ciò nondimeno, la responsabilità di una persona giuridica ha come necessario fondamento il fatto che l’illecito sia stato commesso da una persona fisica (22); in altre parole, se tale atto illecito (reato) non è stato commesso, non può sorgere responsabilità della persona giuridica in questione;

– il procedimento a carico di una persona giuridica è promosso dinanzi al giudice penale, è assoggettato alle disposizioni del codice di procedura penale e sarà riunito con il procedimento penale a carico della persona o persone fisiche che avrebbero commesso l’illecito di cui trattasi (23).

36. Anche se la legislazione italiana non consente alla vittima di un reato di ottenere, costituendosi parte civile in tale procedimento ai sensi dell’articolo 74 del codice di procedura penale, una condanna al risarcimento a carico di una persona giuridica in un procedimento penale, risulta che lo stesso effetto può essere conseguito, in pratica, per altra via. In una sentenza pronunciata nell’ottobre 2010, la Sesta sezione penale della Corte Suprema di Cassazione ha dichiarato quanto segue:

«(…) nel processo ex [decreto legge] la posizione del danneggiato è comunque garantita, in quanto oltre a poter tutelare immediatamente i propri interessi davanti al giudice civile, può citare l’ente come responsabile civile ai sensi dell’articolo 83 codice di procedura penale nel giudizio che ha ad oggetto la responsabilità penale dell’autore del reato, commesso nell’interesse nella persona giuridica, e lo può fare – normalmente – nello stesso processo in cui si accerti la responsabilità dell’ente» (24).

37. Naturalmente, spetta al giudice del rinvio verificare che quanto precede rappresenti una valutazione accurata della posizione ai sensi della legislazione nazionale.

38. Si pone la questione se le disposizioni sopra descritte siano compatibili con l’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro.

39. L’articolo 9, paragrafo 1, tutela le vittime dei reati, imponendo agli Stati membri di predisporre soluzioni per il risarcimento di tali vittime entro un lasso di tempo ragionevole nell’ambito del procedimento penale. Ottenendo una decisione con tali modalità, le vittime del reato beneficiano, come rilevato dalla Commissione, di una procedura al contempo più rapida e meno costosa di quanto non lo sarebbe, se dovessero proporre azione separata dinanzi ai giudici civili.

40. La disposizione consta di due parti. Nella prima parte essa stabilisce la regola generale, secondo cui gli Stati membri hanno l’obbligo di garantire alla vittima di un reato il diritto di ottenere, entro un ragionevole lasso di tempo, una decisione relativa al risarcimento da parte dell’autore del reato nell’ambito del procedimento penale. La seconda parte costituisce una deroga a questa regola generale, la quale è applicabile «eccetto i casi» in cui il diritto nazionale preveda altre modalità di risarcimento.

41. Esaminerò la regola generale stabilita nella prima parte dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro prima di passare alla deroga di cui alla seconda parte.

 

La regola generale

42. Si pone la questione di quali siano le condizioni fondamentali, in presenza delle quali l’articolo 9, paragrafo 1, impone agli Stati membri di garantire che una decisione relativa al risarcimento alla vittima del danno subito in conseguenza di un reato sia resa entro un ragionevole lasso di tempo. In primo luogo, deve essere stato commesso un reato. In secondo luogo, deve essere possibile, in base all’ordinamento giuridico dello Stato membro di cui trattasi, proporre un procedimento penale nei confronti dell’imputato relativamente a tale atto. In terzo luogo, deve sussistere un procedimento penale.

43. Se prendiamo un esempio semplice, l’applicazione di tali condizioni è chiara. Supponiamo che, in un dato Stato membro, la guida irresponsabile da parte di «X», durante l’esercizio della sua attività lavorativa per «Y» (persona giuridica), causi un incidente che arreca pregiudizio a una o più vittime. Tale Stato membro accoglie il principio della responsabilità penale delle società con riferimento ai reati e persegue dinanzi al giudice penale, nelle forme ordinarie, le persone giuridiche che avrebbero commesso tali reati. Supponiamo, inoltre, che la nozione di «autore del reato» di cui all’articolo 9, paragrafo 1, sia applicabile alle persone giuridiche (tornerò su questo punto più avanti (25)). In conseguenza di tale incidente, sia X (in quanto persona fisica che direttamente ha causato l’incidente), sia Y (in quanto persona giuridica indirettamente responsabile per averlo causato), sono imputati dinanzi al giudice penale. Essi sono accusati di avere commesso reati strettamente collegati. In siffatta ipotesi è chiaro che la decisione quadro impone ad uno Stato membro, l’ordinamento giuridico del quale non preveda già la possibilità per le vittime di chiedere e (ove opportuno) ottenere un risarcimento attraverso il procedimento penale, di modificare la propria legislazione nazionale per conformarsi all’articolo 9, paragrafo 1.

44. La causa in esame non è, tuttavia, così semplice.

45. Prendendo ora in considerazione le condizioni esposte al paragrafo 42 supra, ritengo, in primo luogo, che la decisione quadro non riguardi tanto la qualificazione tecnica del «reato» ai sensi della legislazione nazionale, quanto la sua natura fondamentale. La decisione quadro concerne la sostanza, piuttosto che la forma. Pur tenendo conto dell’ampio potere discrezionale conferito alle autorità nazionali quanto alle concrete modalità di conseguimento delle finalità sottese alla decisione quadro, la Corte ha altresì dichiarato che, salvo rischiare di svuotarla del suo effetto utile, occorre effettuarne un’interpretazione teleologica (26).

46. Pertanto, non può essere rilevante ai fini dell’accertamento della conformità all’articolo 9, paragrafo 1, la circostanza che l’ordinamento nazionale qualifichi il reato di cui trattasi come «indiretto e sussidiario». La responsabilità penale delle società è, per sua stessa natura, difficilmente diretta o primaria. Per ragioni di completezza, aggiungo che non è necessario che le persone fisiche e le persone giuridiche siano ritenute responsabili con riferimento allo stesso atto. Né l’articolo 9, paragrafo 1, impone che, affinché le persone giuridiche rientrino nel suo ambito di applicazione, una o più persone fisiche debbano prima essere imputate con riferimento al reato di cui trattasi.

47. Per quanto concerne la qualificazione, in base alla legislazione italiana, dell’illecito commesso da una persona giuridica, come illecito «amministrativo» (27), ritengo che si debba nondimeno applicare lo stesso principio di interpretazione. Appare chiaro, dal quarto considerando della decisione quadro, che lo scopo di quest’ultima è offrire alle vittime della criminalità un «livello elevato di protezione». Ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 1, una delle modalità con le quali essa si propone di perseguire detto obiettivo è mettere a disposizione di tali vittime un risarcimento, attraverso il procedimento penale intentato con riferimento all’illecito che ha dato origine al danno in questione. Convengo che l’adozione della decisione quadro non imponeva agli Stati membri di introdurre la nozione di responsabilità penale delle società nella loro legislazione nazionale, se essa non faceva parte in precedenza del loro ordinamento (28). Ritengo, tuttavia, che uno Stato membro che effettivamente accolga tale nozione come parte del suo ordinamento, non possa allora essere sollevato dall’obbligo, ad esso incombente, di offrire una tutela ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 1, accampando motivi sostanzialmente formali.

48. Nella fattispecie, l’ordinamento giuridico dello Stato membro di cui trattasi prevede la responsabilità delle persone giuridiche rispetto agli illeciti, secondo modalità che dispongono (1) che i criteri in base ai quali viene definito l’illecito siano sanciti mediante rinvio alle disposizioni del codice penale, (2) che il necessario fondamento della responsabilità di una persona giuridica sia il fatto che un illecito sia stato commesso da una persona fisica e (3) che il procedimento a carico di una persona giuridica sia promosso dinanzi al giudice penale, sia assoggettato alle disposizioni del codice di procedura penale e, in circostanze normali, sia riunito con il procedimento a carico della persona o persone fisiche che avrebbero commesso l’illecito di cui trattasi. All’articolo 9, paragrafo 1, deve essere data un’interpretazione teleologica, che privilegi la sostanza rispetto alla forma. Di conseguenza, il fatto che la legislazione nazionale qualifichi come «amministrativa» la responsabilità delle persone giuridiche rispetto agli illeciti non è, a mio parere, sufficiente ad escludere l’applicazione di detto articolo e, quindi, l’obbligo di offrire tutela alla vittima di tali reati.

49. In secondo luogo, l’atto di cui trattasi deve dare luogo ad un procedimento a carico di un autore del reato. Mentre nell’articolo 1, lettera a), della decisione quadro viene definito il termine «vittima», non esiste una corrispondente definizione dell’espressione «autore del reato» (29). In tali circostanze, ritengo che all’espressione debba essere attribuito il suo significato naturale e consueto. Si tratta di un termine di ampia portata, utilizzato in un contesto in cui, se il legislatore avesse voluto utilizzare un’accezione ristretta, lo avrebbe fatto. Non ho, pertanto, grandi difficoltà a concludere che «autore del reato» deve essere interpretato in maniera da comprendervi non solo le persone fisiche, ma anche le persone giuridiche, accusate della commissione di illeciti.

50. In terzo luogo, deve sussistere un procedimento penale. Tale requisito è evidente; in mancanza, l’articolo 9, paragrafo 1, sarebbe privo di significato. L’articolo 1, lettera c), della decisione quadro, stabilisce che tale nozione deve essere intesa facendo riferimento al diritto nazionale applicabile. In altre parole, non esiste una nozione europea armonizzata di ciò che si è inteso comprendere nel termine «procedimento penale». Dal momento che, nella fattispecie, non sembrano esserci dubbi sul fatto che il procedimento in questione sia un procedimento penale – un punto confermato dal governo italiano all’udienza (30), non mi pare necessario procedere ad un ulteriore approfondimento di tale elemento.

51. Se le menzionate condizioni sono soddisfatte, lo Stato membro di cui trattasi deve garantire che la sua legislazione nazionale contenga disposizioni che consentano alla vittima di un illecito di poter partecipare al procedimento penale, in maniera tale che sia in grado, nell’ambito di detto procedimento, di far valere una richiesta di adeguato risarcimento nei confronti dell’imputato. Incluso nei confronti delle persone giuridiche.

52. Al paragrafo 36, supra, ho fatto riferimento ad una decisione della Corte Suprema di Cassazione, sulla quale il governo italiano ha richiamato l’attenzione della Corte nelle sue osservazioni e che è stata oggetto di lunghe discussioni all’udienza. In base a tale sentenza le vittime di un reato che coinvolge persone giuridiche non possono, in effetti, avvalersi dell’articolo 74 del codice di procedura penale allo scopo di costituirsi parte civile in un processo a carico di persone giuridiche. Nondimeno, in pratica, esse sono comunque tutelate dal momento che (1) possono proporre azione civile nei confronti di dette persone e (2) possono invocare l’articolo 83 di detto codice per proporre azione dinanzi al giudice penale per altra via. La prima ipotesi, vale a dire, la possibilità di avviare un procedimento civile – non presenta interesse per l’attuale discussione. Il giudice del rinvio ha infatti osservato che i tempi che tale scelta comporta sono suscettibili di dilatarsi (31). Qualora ciò si verificasse, la tutela che la decisione quadro intende offrire non sarebbe garantita. Per contro, ritengo potenzialmente rilevante la possibilità di richiamarsi all’articolo 83 del codice. Posto che ciò rappresenti, in effetti, una possibile alternativa per le vittime di tali reati, il fatto che la legislazione italiana possa loro impedire di costituirsi parte civile in tale procedimento non incide sulla questione se la legislazione nazionale soddisfi le condizioni dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro.

53. Le parti hanno espresso pareri differenti sull’applicabilità di tale sentenza alla controversia principale, applicabilità che spetta al giudice del rinvio stabilire.

54. Alla luce dell’insieme delle suesposte considerazioni ritengo che la regola generale sancita dalla prima parte dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro debba essere interpretata nel senso che, quando l’ordinamento giuridico di uno Stato membro consente di instaurare un procedimento nei confronti di persone giuridiche con riferimento ad un illecito, la circostanza che tale ordinamento possa qualificare la responsabilità rispetto a tale illecito come «indiretta e sussidiaria» e/o «amministrativa» non solleva tale Stato membro dall’obbligo di applicare le disposizioni del menzionato articolo rispetto alle persone giuridiche se: (1) i criteri in base ai quali viene definito l’illecito sono sanciti mediante rinvio alle disposizioni del codice penale; (2) alla base della responsabilità di una persona giuridica riguardo a detto atto vi è sostanzialmente la commissione di un illecito da parte di una persona fisica, e (3) il procedimento a carico di una persona giuridica è promosso dinanzi al giudice penale, è assoggettato alle disposizioni del codice di procedura penale e, in circostanze normali, verrà riunito con il procedimento a carico della persona o persone fisiche che avrebbero commesso l’illecito di cui trattasi.

 

La deroga

55. La regola generale di cui all’articolo 9, paragrafo 1, è applicabile «eccetto i casi in cui il diritto nazionale preveda altre modalità di risarcimento».

56. I governi tedesco e dei Paesi ***** sostengono che la deroga è applicabile alla controversia principale. Allorché le vittime possono proporre azione nei confronti delle persone giuridiche che si presume abbiano commesso il reato dinanzi ai giudici civili, lo Stato membro non avrebbe alcun obbligo di garantire che le azioni possano essere esercitate contro tali persone nell’ambito del procedimento penale.

57. Non condivido questa tesi.

58. Trattandosi di una deroga alla regola generale sancita nella prima parte dell’articolo 9, paragrafo 1, all’eccezione deve essere data interpretazione restrittiva (32). Interpretare la deroga nel senso che essa esclude dalla regola generale tutti i casi che coinvolgono una specifica categoria di autori del reato, vale a dire le persone giuridiche, rischierebbe di trasformare l’eccezione in regola. Non si può ritenere che il legislatore intendesse giungere a siffatto risultato. La deroga è concepita per trovare applicazione nei «casi in cui». A tale riguardo rinvio ai lavori preparatori della decisione quadro, che documentano una discussione tenutasi durante una riunione del gruppo di lavoro competente del Consiglio, nel corso della quale è stato esaminato il testo della decisione quadro (33). Dai verbali di tale riunione emerge che le delegazioni svedese, austriaca e tedesca avevano proposto l’eliminazione delle parole di cui trattasi (34). I verbali documentano, inoltre, che la presidenza (francese) aveva sottolineato il fatto che «senza [tale] frase, il paragrafo 1 sarebbe svuotato di significato».

59. Ciò non significa che non possano mai verificarsi circostanze in cui la deroga sia applicabile. A tale riguardo, condivido il parere della Commissione, secondo cui devono sussistere circostanze oggettive che giustifichino tale risultato. Queste devono includere i casi in cui la regola generale non può essere applicata per ragioni pratiche, ad esempio, qualora il danno conseguente alla commissione del reato non possa essere accertato o non possa essere accertato con precisione sufficiente, affinché un’azione possa essere esercitata prima della conclusione del procedimento penale nei confronti dell’autore del reato. L’esclusione delle persone giuridiche, come categoria, dall’ambito di applicazione dell’articolo 9, paragrafo 1, non può, tuttavia, essere oggettivamente giustificata.

60. Concludo, pertanto, che la deroga alla regola generale sancita nella seconda parte dell’articolo 9, paragrafo 1, non può essere interpretata nel senso che esclude dalla regola generale stabilita nella prima parte di detto articolo, tutti i casi che coinvolgono una specifica categoria di autori del reato, come le persone giuridiche.

 

Rilievi conclusivi

Applicazione dei principi sopra esposti alla causa principale

61. Nel procedimento principale spetta al giudice del rinvio compiere quanto segue. In primo luogo, esso deve accertare se le persone giuridiche interessate abbiano commesso un reato ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro. Per giungere a detta conclusione esso deve prendere in considerazione non solo le norme nazionali concernenti la natura di un illecito, ma anche i principi enunciati al paragrafo 48 supra. In secondo luogo, esso deve accertare se tali persone debbano essere qualificate come «autori del reato» ai sensi della disposizione in parola. Nell’esaminare tale aspetto esso deve tenere presenti i rilievi di cui al punto 49 supra. In terzo luogo, deve valutare se il procedimento di cui trattasi sia un procedimento penale ai sensi del menzionato articolo. A tal fine, deve tenere conto delle considerazioni di cui al paragrafo 50 supra. Da ultimo, deve determinare se sussistano circostanze eccezionali, tali da giustificare l’applicazione della deroga di cui alla seconda parte dell’articolo 9, paragrafo 1). Se, dopo aver proceduto in tal senso, conclude che si applica la regola e la deroga non è invece applicabile, esso deve valutare se la legislazione nazionale soddisfi effettivamente detta regola generale.

62. A tale riguardo, propongo le seguenti osservazioni generali.

63. La Corte ha già dichiarato che il principio secondo il quale la legislazione nazionale deve essere interpretata in conformità al diritto dell’Unione europea si impone riguardo alle decisioni quadro adottate nell’ambito del Titolo VI del Trattato sull’Unione Europea. Applicando la normativa nazionale, il giudice del rinvio chiamato ad interpretarla è tenuto a farlo per quanto possibile alla luce della lettera e dello scopo della decisione quadro al fine di conseguire il risultato perseguito da questa e di conformarsi così alle disposizioni del Trattato (35).

64. Al contempo, tuttavia, la Corte ha statuito a più riprese che l’obbligo per il giudice del rinvio di interpretare il diritto nazionale conformemente al diritto dell’Unione europea trova i suoi limiti nei principi generali del diritto, ed in particolare in quelli di certezza del diritto e di non retroattività. In altri termini, il principio non può servire da fondamento ad un’interpretazione contra legem del diritto nazionale. Tale principio richiede tuttavia che il giudice del rinvio prenda in considerazione, se del caso, il diritto nazionale nel suo complesso per valutare in che misura quest’ultimo può ricevere un’applicazione tale da non sfociare in un risultato contrario a quello perseguito dalla decisione quadro (36).

65. Da ultimo, il giudice del rinvio rileva che, interpretando la legislazione nazionale con le modalità proposte dai ricorrenti nella causa principale, si rischierebbe di violare la norma di diritto nazionale che osta all’applicazione analogica in malam partem delle disposizioni del codice penale.

66. Non è solo la legislazione nazionale a vietare l’applicazione delle disposizioni di diritto penale in tal modo. Già nel 1963, la Commissione europea per i diritti dell’uomo ha deciso che procedere in tal senso costituirebbe una violazione dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, in base alla quale, nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale (37). Un approccio analogo è stato adottato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sua giurisprudenza (38).

67. Il testo dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione è formulato in termini identici a quelli della parte pertinente dell’articolo 49, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. A seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, con effetto dal 1° dicembre 2009, la Carta ha acquisito forza di diritto primario (39). Ai sensi dell’articolo 52, paragrafo 3, della Carta, laddove essa contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla Convenzione, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla Convenzione.

68. Un’applicazione analogica in malam partem delle disposizioni di diritto penale nazionale potrebbe o meno violare il diritto nazionale (non intendo esprimere un’opinione con riferimento a tale questione). Resta, tuttavia, la questione dell’applicazione di tale principio nel contesto dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro.

69. L’articolo 9, paragrafo 1, non impone ad uno Stato membro di modificare in alcun modo il diritto penale sostanziale nazionale (40). Né tale disposizione incide sulla misura del risarcimento dovuto ad una vittima con riferimento a perdite o danni ad essa cagionati in conseguenza della commissione di un illecito; nella decisione quadro nulla lascia ritenere che l’importo di cui trattasi debba essere calcolato diversamente, a seconda che si tratti di un procedimento penale o di un procedimento civile. In quanto diretta a tutelare gli interessi delle vittime di reati, ciò che la decisione compie è anticipare il momento in cui il risarcimento di cui trattasi sarebbe versato. Si tratta di una questione procedurale; essa non incide in alcun modo sulla responsabilità penale dell’obbligato. Considerato tale presupposto, non vedo alcun fondamento sulla base del quale il principio in malam partem possa trovare applicazione nell’interpretazione da me proposta nelle presenti conclusioni dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro.

 

Conclusione

70. Ritengo pertanto che la Corte debba rispondere come segue alla questione sottopostale dal Tribunale di Firenze:

«La regola generale sancita nella prima parte dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro del Consiglio 2001/220/GAI del 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale deve essere interpretata nel senso che, qualora l’ordinamento giuridico di uno Stato membro preveda la possibilità di instaurare un procedimento nei confronti di persone giuridiche con riferimento ad un illecito, la circostanza che tale ordinamento possa qualificare la responsabilità rispetto a tale illecito come «indiretta e sussidiaria» e/o «amministrativa» non solleva tale Stato membro dall’obbligo di applicare le disposizioni del menzionato articolo rispetto alle persone giuridiche se (1) i criteri in base ai quali viene definito l’illecito sono sanciti mediante rinvio alle disposizioni del codice penale, (2) alla base della responsabilità di una persona giuridica vi è sostanzialmente la commissione di un illecito da parte di una persona fisica e (3) il procedimento a carico di una persona giuridica è promosso dinanzi al giudice penale, è assoggettato alle disposizioni del codice di procedura penale e, in circostanze normali, verrà riunito con il procedimento a carico della persona o persone fisiche che avrebbero commesso l’illecito di cui trattasi.

Alla deroga a tale regola generale, sancita nella seconda parte dell’articolo 9, paragrafo 1, deve essere data interpretazione restrittiva. Essa non può essere interpretata nel senso che esclude dalla regola generale stabilita nella prima parte di tale articolo tutti i casi che coinvolgono una specifica categoria di autori del reato, come le persone giuridiche».

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1 – Lingua originale: l’inglese.

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2 – Decisione quadro del Consiglio 2001/220/GAI del 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale (GU 2001, L 82, pag. 1) (in prosieguo: la «decisione quadro»).

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3 – V. paragrafo 32 delle conclusioni della riunione del Consiglio europeo tenutasi a Tampere il 15 e 16 ottobre 1999.

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4 – V. il terzo considerando della decisione quadro.

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5 – O, per riprendere l’espressione usata nell’ordinanza di rinvio, «no soul to damn, no body to kick».

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6 – All’udienza è stato confermato che nessuna delle persone giuridiche menzionate al paragrafo 19 infra rientra in tale esenzione.

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7 – Decreto legislativo del 28 luglio 1989, contenente le norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale.

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8 – Questa è la tesi indicata nell’ordinanza di rinvio. Dal fascicolo del giudice nazionale risulta che, di fatto, dei reati di cui trattasi potrebbero essere imputate complessivamente sei persone e ciò si riflette nell’elenco delle parti che figurano sulla copertina delle presenti conclusioni.

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9 – V., in proposito, informazione relativa alla data di entrata in vigore del Trattato di Amsterdam nella GU 1999, L 114, p. 56.

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10 – Il 1° dicembre 2009.

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11 – Sentenza del 21 dicembre 2011, (C-507/10, non ancora pubblicata nella Raccolta, punti 18-22).

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12 – Ai sensi dell’articolo 10, paragrafo 3, del protocollo, la disposizione transitoria di cui all’articolo 10, paragrafo 1, cessa di avere effetto cinque anni dopo l’entrata in vigore del trattato di Lisbona, vale a dire, il 30 novembre 2014.

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13 – Direttiva del Consiglio 2004/80/CE del 29 aprile 2004 relativa all’indennizzo delle vittime di reato (GU 2004 L 261, p. 15).

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14 – V., in proposito, sentenza del 28 giugno 2007, Dell’Orto (C-467/05, Racc. pag. I-5557, punto 57).

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15 – Ai sensi dell’articolo 74 del codice di procedura penale.

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16 – V., inoltre, paragrafo 36 infra.

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17 – V., in tal senso, fra le altre, sentenza dell’8 giugno 2006, WWF Italia e a. (C-60/05, Racc. pag. I-5083, punto 18).

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18 – V. sentenza 21 ottobre 2010, Eredics e Sápi (C-205/09, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 38).

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19 – V., per quanto concerne la posizione in Italia, paragrafo 35 infra.

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20 – V., in tal senso, le conclusioni dell’avvocato generale ****** del 12 maggio 2011 Gueye e Sánchez (C-483/09 e C-1/10, non ancora pubblicate nella Raccolta, paragrafo 39.

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21 – V. paragrafo 12 supra.

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22 – V. sentenza della Corte Suprema di Cassazione del 5 ottobre 2010, Cass. pen. n. 2251/11, punto 11.2.2, in cui tale Corte ha definito la perpetrazione di un reato da parte di persone fisiche un «presupposto fondamentale» per il sorgere della responsabilità a carico delle persone giuridiche che devono rispondere per la loro condotta.

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23 – La riunione non ha (evidentemente) luogo qualora siano applicabili le disposizioni dell’articolo 8 del decreto legislativo e il procedimento sia intentato esclusivamente nei confronti della persona giuridica.

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24 – V. punto 11.2.5 della sentenza di cui alla nota 22 supra.

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25 – V. paragrafo 49.

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26 – V., in tal senso, le conclusioni nella causa Gueye e Sánchez, cit. alla nota 20 supra, paragrafi 57 e 58. Anche se detta causa si riferisce all’interpretazione dell’articolo 3 della decisione quadro, gli articoli 3 e 9 trovano entrambi espressione nel contesto di una decisione adottata al fine di garantire che le esigenze delle vittime siano prese in considerazione e trattate in maniera globale. A mio parere non c’è ragione di interpretare l’articolo 9 diversamente dall’articolo 3 sotto tale profilo.

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27 – V. paragrafo 11 supra.

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28 – V. paragrafo 34 supra.

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29 – Si è discusso a riguardo in sede di udienza della sentenza della Corte nella causa Dell’Orto, cit. alla nota 14 supra, e delle conclusioni dell’avvocato generale ****** in detta causa. Se la sentenza Dell’Orto conferma che, sia fondandosi su una lettura letterale, sia basandosi su un’interpretazione teolologica, la «vittima» può essere solo una persona fisica, da tale sentenza non è possibile desumere la corretta interpretazione di «autore del reato».

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30 – Ai sensi dell’articolo 36 del decreto legislativo. V. paragrafo 15 supra.

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31 – V. paragrafo 31 supra.

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32 – V., a tal riguardo, le conclusioni dell’avvocato generale ****** presentate nella causa Dell’Orto, cit. alla nota 14 supra, paragrafi 81 e 82.

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33 – V. relazione del gruppo «Cooperazione in materia penale» dell’11 luglio 2000, documento 10387/00 ***** 54.

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34 – All’epoca dei fatti, la formulazione di cui trattasi si riferiva a «casi specifici». Ritengo che nulla consegua all’eliminazione della parola «specifici».

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35 – V. sentenza del 16 giugno 2005, ****** (C-105/03, Racc. pag. I-5285, punto 43).

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36 – V., in tal senso, sentenza ******, cit. alla nota 35 supra, punti 44 e 47. V. inoltre, in un contesto diverso, sentenza del 5 ottobre 2004, ******** e a. (C-397/01 e C-403/01, Racc. pag. I-8835, punti 118 e 119).

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37 – V. sentenza X/Austria, ricorso n. 1852/63, Yearbook 8, pagg. 190, 198. V., inoltre, sentenza X/Regno Unito, ricorso n. 6683/74, 3 D.R. 95.

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38 – V. sentenza Kokkinakis/Grecia, ricorso n. 14307/88, 260-A, punto 51.

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39 – V. articolo 6 paragrafo 1, del TUE.

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40 – V. paragrafo 34 supra,

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Dentisti: necessaria l’abilitazione per effettuare l’intervento. E l’attenuante del risarcimento del danno non si estende al concorrente (Cass. pen. n. 18154/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. – Con sentenza dell’11 giugno 2008 il Tribunale di Trieste, all’esito di giudizio abbreviato, ha condannato M.L. e **** alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione ciascuno, in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 348 c.p., pena interamente condonata.

Sulle impugnazioni degli Imputati la Corte d’appello di Trieste ha accolto la richiesta, formulata dal solo M., di sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria, confermando nel resto la sentenza di primo grado.

Secondo l’imputazione M., di professione odontotecnico, avrebbe esercitato abusivamente la professione di odontoiatra nello studio dentistico di A., regolarmente abilitato all’esercizio odontoiatrico, con il quale lavorava.

La vicenda processuale trae origine dalla denuncia di B. M., la quale ha riferito di avere subito una serie di estrazioni dentarie da parte di M. e di essersi resa conto che questi non avrebbe potuto svolgere tale attività quando, di fronte alla necessità di prescriverle una cura antibiotica a seguito di un’infezione manifestatasi dopo l’intervento, si era rivolto a A. per farsi redigere la ricetta.

I giudici di merito hanno riconosciuto la responsabilità di M., indicato dalla B. come la persona che ha effettuato l’estrazione dentaria; mentre per A. hanno sostenuto trattarsi di una responsabilità di tipo concorsuale.

2. – Contro la sentenza d’appello hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati.

2.1. – Nel suo ricorso M. ha dedotto i seguenti motivi:

– violazione dell’art. 192 c.p. e vizio di motivazione, in ordine alla valutazione delle dichiarazioni rese da B.M., ritenute credibili nonostante la evidente inattendibilità della testimonianza resa, in cui afferma, tra l’altro, di non avere mai prestato il consenso all’estrazione e di non essersi resa conto di avere subito l’estrazione di tredici denti nel corso delle due sedute cui è stata sottoposta;

– violazione dell’art. 603 c.p.p. e mancanza di motivazione in ordine alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria;

– violazione dell’art. 62 c.p., n. 6 e art. 587 c.p.p., in quanto i giudici gli hanno erroneamente negato l’estensione degli effetti della circostanza attenuante collegata all’avvenuto risarcimento del danno alla persona offesa da parte del coimputato A..

2.2. – Nel ricorso presentato dal difensore di A. vengono dedotti i seguenti motivi:

– violazione degli artt. 110 e 192 c.p.p. e conseguente vizio di motivazione, in quanto si sostiene, da un lato, che la sentenza impugnata non abbia indicato in che modo l’imputato avrebbe concorso, anche solo moralmente, nel reato commesso da M., dall’altro, che i giudici hanno fondato il loro giudizio sulle dichiarazioni inattendibili di B.M.;

– violazione dell’art. 603 c.p.p. e mancanza di motivazione, in relazione alla mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e all’omesso esame delle dichiarazioni assunte ai sensi dell’art. 391- bis c.p.p., riguardanti nuove prove emerse successivamente al giudizio di primo grado;

– violazione dell’art. 62 c.p., n. 6 e vizio di motivazione, per non avere la Corte esteso ex art. 587 c.p.p. ad A. la doglianza relativa alla mancata concessione dell’attenuante di cui all’avvenuto risarcimento in favore della persona offesa.

Motivi della decisione

3. – I ricorso sono entrambi infondati.

3.1. – Riguardo alla posizione di M. la sentenza ha considerato attendibile le dichiarazioni rese dalla B.: i giudici hanno sottolineato che la teste ha riconosciuto nell’imputato l’autore delle estrazioni dentarie e hanno ritenuto irrilevanti le censure difensive dirette ad evidenziare alcune incongruenze nelle sue dichiarazioni, inidonee ad intaccare il contenuto fondante delle accuse. Del resto il ricorrente, con il primo motivo, non fa altro che riproporre le stesse deduzioni già sollevate in appello, senza prendere neppure in considerazione le motivazioni offerte dalla sentenza d’appello in ordine alla attendibilità della testimone.

Inammissibile è il secondo motivo, in quanto del tutto generico e aspecifico nel lamentare la mancanza di motivazione in relazione al diniego di rinnovazione istruttoria, omettendo finanche di indicare quali sarebbero state le nuove prove sopravvenute dopo il giudizio di primo grado.

Infondato è il terzo motivo, sebbene per ragioni diverse da quelle affermate dalla Corte territoriale che si è riferita ad un indirizzo giurisprudenziale che considera l’attenuante in oggetto di natura soggettiva.

Questo Collegio ritiene, sulla base di una recente decisione delle Sezioni unite, che in tema di concorso di persone nel reato, ove un solo concorrente abbia provveduto all’integrale risarcimento del danno, la relativa circostanza attenuante non si estende ai compartecipi, a meno che essi non manifestino una concreta e tempestiva volontà di riparazione del danno (Sez. un., 22 gennaio 2009, n. 5941, Pagani), circostanza quest’ultima che non si rinviene nella presente fattispecie, in cui l’imputato non ha neppure rappresentato la semplice intenzione di riparare il danno cagionato.

3.2. – Quanto alla posizione di A. la sentenza ha correttamente motivato la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato posto in essere dal coimputato. Infatti, risponde, a titolo di concorso, del delitto di esercizio abusivo di una professione, chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di un’attività professionale, per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato (Sez. 6, 9 aprile 2009, n. 17894, **********): nella specie è evidente che A. fosse stato a conoscenza dell’attività abusiva svolta dal suo collaboratore, come dimostra la vicenda, riferita dalla B., della prescrizione dell’antibiotico dopo l’intervento eseguito dal M..

Per quanto riguarda le censure sulla pretesa inattendibilità della testimone valgono le considerazioni svolte in precedenza.

Infondato è anche il secondo motivo, in quanto correttamente la Corte d’appello non ha preso in considerazione le dichiarazioni acquisite ai sensi dell’art. 391-ter c.p.p., prodotte nel corso dell’udienza, in mancanza di richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

Inammissibile è l’ultimo motivo proposto dal momento che il ricorrente lamenta la mancata estensione dell’attenuante dell’avvenuto risarcimento del danno, nonostante gli sia stata riconosciuta.

4. – All’infondatezza dei motivi proposti consegue il rigetto dei ricorsi, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

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Legittimità delle operazioni elettorali in relazione alle amministrative del Comune di Napoli 2011: Consiglio di Stato , sentenza n. 2731/2012

Redazione

N. 02731/2012 REG.PROV.COLL.

N. 10155/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

…Omissis…

1. Il signor ***, in qualità di cittadino elettore e di candidato con la lista “Il Popolo della ******à”, impugnava in prime cure gli atti del procedimento relativo alle elezioni per il rinnovo della carica di Sindaco e del Consiglio Comunale di Napoli, tenutesi in data 15 e 16 maggio 2011, con successivo turno di ballottaggio il 29 e 30 maggio 2011. In particolare, oltre al verbale di proclamazione degli eletti, il ricorrente contestava gli atti della Commissione elettorale con cui era stata disposta l’ammissione alla competizione di talune liste collegate alla candidatura a Sindaco del dott. ******************. Deduceva, al riguardo, la censura di violazione e falsa applicazione dell’art.14, comma 1, della L. n.53/1990, dell’art.32, comma 9, n.2, del D.P.R. n.570/1960 e dell’art.73, comma 1, del D.Lgs. n.267/2000, in ragione dell’avvenuta autenticazione delle liste in esame ad opera di consiglieri provinciali e comunali in assenza e, comunque, in epoca anteriore alla comunicazione della disponibilità ad eseguire la suddetta attività ed alla conseguente acquisizione, da parte dei soggetti in esame, del potere certificativo.

Con la sentenza appellata i Primi Giudici hanno respinto il ricorso.

La parte appellante contesta gli argomenti posti a fondamento del decisum.

Resistono le parti in epigrafe specificate.

Le parti hanno affidato al deposito di apposite memorie l’ulteriore illustrazione delle rispettive tesi difensive.

All’udienza del 13 aprile 2012 la causa è stata trattenuta per la decisione.

2.L’appello è infondato.

Si deve prendere le mosse dall’esame del dato normativo.

L’art. 14, comma 1, della legge 21 marzo 1990, n. 53 dispone, all’ultimo periodo, che “sono altresì competenti ad eseguire le autenticazioni di cui al presente comma i consiglieri provinciali e i consiglieri comunali che comunichino la propria disponibilità, rispettivamente, al presidente della provincia e al sindaco”.

Come precisato dalla giurisprudenza, la disposizione in esame, nell’ abilitare i consiglieri provinciali e comunali all’autenticazione delle firme dei presentatori delle liste elettorali, ha inteso agevolare il corretto svolgimento del procedimento elettorale, ampliando il novero dei soggetti abilitati all’autenticazione delle firme dei sottoscrittori di liste (C.d.S., sez. V, 11 aprile 1996, n. 402; 18 settembre 2005, n. 4451).

Venendo all’unica quaestio iuris posta dall’appello, la Sezione non ravvisa ragione per discostarsi dall’orientamento interpretativo secondo cui il potere di autenticazione non discende dall’atto di disponibilità o dal ricevimento dello stesso da parte del presidente della provincia o del sindaco, bensì direttamente dalla legge, radicandosi illico et immediate a decorrere dal centottantesimo giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature (cfr. C.d.S., sez. V, 22 settembre 2011, n. 5345).

La tesi della necessità, alla stregua di elementi costitutivi, della formulazione della dichiarazione di disponibilità e della relativa ricezione ad opera del Sindaco o dal Presidente della Provincia è, infatti, contraddetta dal rilievo che la conoscenza della disponibilità ad opera degli organi di vertice dell’amministrazione provinciale e comunale non è funzionale all’esercizio di un potere di autorizzazione, di controllo,inibitorio o conformativo, su una legittimazione che affonda le sue radici su una qualità legalmente tipizzata. Si deve allora la subordinazione del radicarsi della legittimazione ad un incombente che non ha alcuna incidenza funzionale su uno statusregolato in modo compiuto dalla legge non è sorretta da alcuna giustificazione sul piano teleologico e si pone in contrasto con la perseguita esigenza di ampliare l’ambito dei soggetti legittimati all’autenticazione e di semplificare il dispiegarsi del procedimento elettorale.

Ne deriva che la dichiarazione di disponibilità e la relativa ricezione, lungi dall’atteggiarsi a elemento costitutivo della fattispecie o a condizione sospensiva della relativa efficacia, assolve ad una funzione schiettamente notiziale nella misura in cui consente di individuare i soggetti effettivamente disponibili ad esercitare un concreto la potestà astutamente conferita dalla legge, onde evitare che l’espletamento doveroso di tale compito, in assenza di tale dichiarazione di assenso, possa menomare e limitare la peculiare attività del consigliere provinciale o comunale.

Si può allora convenire con l’assunto centrale che sorregge la sentenza gravata, secondo cui la comunicazione al Presidente della Provincia o al Sindaco interessa non già l’esercizio della funzione di autentica, regolata in modo compiuto dalla legge nei sensi sopra specificati, quanto lo svolgimento della carica di consigliere comunale o provinciale da parte di chi l’abbia resa, in considerazione della ravvisata esigenza che il soggetto il quale assume un impegno istituzionale straordinario collegato alla carica di consigliere proceda alla relativa informazione, per ragioni di trasparenza e di efficienza operativa, all’indirizzo dell’organo rappresentativo dell’ente locale di appartenenza.

3. L’appello deve essere, in definitiva, respinto.

Sussistono, tuttavia, giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio in ragione della peculiarità della questione di diritto esaminata.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto,

respinge l ‘appello.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 aprile 2012 con l’intervento dei magistrati:

*************, Presidente

********************, ***********, Estensore

**************, Consigliere

***************, Consigliere

Doris Durante, Consigliere

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 11/05/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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Videocamera verso le finestre del vicino: tutela della privacy solo per atti non visibili dall’esterno (Cass. pen. n. 18035/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

D.S.R., parte civile, per il tramite del difensore avv. ********, ricorre con due motivi avverso la sentenza del 5-3- 2010 con la quale la Corte d’Appello di Napoli, in accoglimento dell’appello dell’imputato M.A.P.L., aveva assolto quest’ultimo dal reato di cui all’art. 615 bis cod. pen., in riforma della sentenza del Tribunale di Nola in data 24-2-2006, ritenendo non provato che fossero state effettuate videoriprese all’interno dell’abitazione della p.o., non ricorrendo quindi gli elementi costitutivi del reato alla stregua della giurisprudenza di questa corte secondo cui il reato non è configurabile in caso di riprese di comportamenti non sottratti alla normale osservazione dall’esternò (Cass 25453/2011), essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni da renderlo tendenzialmente non visibile agli estranei.

1) Con il primo motivo si deduceva violazione della legge penale in relazione all’art. 615 bis cod. pen. in quanto dal testimoniale assunto era risultato che, in occasione del fatto, l’imputato si trovava nei pressi dell’abitazione della p.o. e aveva direzionato la videocamera verso l’interno della casa per tre o quattro minuti, e lo stesso M. aveva ammesso, nel corso di un’assemblea condominiale, l’effettuazione delle riprese.

2) Con il secondo violazione e falsa applicazione della legge processuale penale, mancanza e manifesta illogicità della motivazione. L’esattezza della pronuncia di assoluzione era smentita dalle argomentazioni della sentenza di primo grado che aveva ricostruito la vicenda attraverso la puntuale valutazione delle dichiarazioni testimoniali, a fronte dell’assenza di argomentazioni logico-giuridiche a sostegno della decisione di secondo grado, che tali risultanze aveva ignorato.

Si chiedeva quindi l’annullamento della sentenza.

Il difensore dell’imputato, avv. *********, ha depositato memoria difensiva con la quale sollecita la declaratoria di inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza, rilevando come entrambi i motivi si risolvano in censure alla motivazione della sentenza, per contro adeguata sul punto della mancata prova di riprese effettuate all’interno dell’abitazione.

 

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e va disatteso.

Contrariamente all’assunto del ricorrente che deduce erronea applicazione dell’art. 615 bis cod. pen. e si duole dell’assenza di argomentazioni logico-giuridiche a sostegno della decisione di secondo grado, l’iter argomentativo della sentenza impugnata risponde al principio di indubbia esattezza, ripetutamente affermato da questa corte, secondo cui, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei, se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza. Nella specie, come correttamente osservato dalla corte territoriale, non è provata l’effettuazione di riprese di quanto si svolgeva all’interno dell’abitazione, e quindi di atti di vita privata dei suoi abitanti. Infatti le prove richiamate dal ricorrente danno conto di riprese dalla pubblica via genericamente dirette verso la casa (la suocera del D.S. aveva riferito che giungendo presso i familiari, aveva notato che l’imputato stava riprendendo l’interno della loro abitazione, senza ulteriori specificazioni), e le ammissioni dell’imputato nel corso di una seduta del consiglio comunale, pure valorizzate nel ricorso, riguardano l’effettuazione di riprese per documentare un abuso edilizio che il D.S. avrebbe commesso. Nè le prime nè le seconde legittimano quindi la conclusione di un attentato alla privacy della p.o. e della sua famiglia, non risultando provato che le riprese fossero indebite, ovvero, come sopra chiarito, dirette a carpire atti della vita privata degli abitanti, svolti in modo da renderli tendenzialmente non visibili all’esterno (cfr. Cass. 40577/2008; 25453/2011). Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo anche nei casi di pena ridotta (Cass. pen. n. 17799/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Busto Arsizio ha applicato la pena ex art. 444 c.p.p. nei confronti di C.C. in ordine ai reati di cui all’art. 589 cod. pen. e art. 189 C.d.S., commi 1 e 6: ritenuta la continuazione tra i reati la sanzione è stata determinata in dieci mesi di reclusione.

2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano deducendo violazione dell’art. 81 c.p., essendo stata ritenuta la continuazione tra reato colposo e reato doloso, trascurando che l’atteggiamento psicologico proprio della continuazione non può ricomprendere reati nei quali l’evento non è voluto; nonchè violazione di legge per la mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

2.1 La difesa ha presentato una memoria deducendo la tardività del gravame; nonchè resistenza dei presupposti di fatto per ritenere la continuazione tra i reati.

3. Il ricorso è tempestivo. La sentenza è stata comunicata al Procuratore Generale in data 10 dicembre 2010 ed il ricorso per cassazione è stato spedito a mezzo posta il 23 dicembre 2010, come emerge dalle informazioni acquisite da questa Suprema Corte presso l’Ufficio competente. E’ stato quindi rispettato il termine di legge di 15 giorni.

3.1 Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbente, giacchè coglie violazione di legge che vulnera alla radice la pronunzia.

Infatti, come ripetutamente e condivisibilmente enunciato da questa Suprema Corte (da ultimo Cass. 4, 19 giugno 2006, rv. 237454) l’istituto della continuazione non è applicabile tra reati dolosi e reati colposi, in quanto l’unicità del disegno criminoso attiene al momento psicologico (dolo) che non può sussistere nei reati colposi nei quali l’evento non è voluto. In principio è stato enunciato in fattispecie identica a quella in esame, afferente a continuazione tra il delitto di omicidio colposo e quello di cui all’art. 189 C.d.S..

La pronunzia impugnata disattende tale principio, così pervenendo anche all’applicazione di una pena illegale; e reca motivazione che, senza considerare le problematiche in esame, si limita a ritenere la continuazione essendosi in presenza del medesimo contesto spazio- temporale.

La sentenza deve essere quindi annullata senza rinvio e gli atti vanno inviati al Tribunale per il prosieguo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenz
a impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Busto Arsizio per l’ulteriore corso.

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