Penale Archivi - Pagina 142 di 153

Penale

Intollerabili le offese che arrivano da persone di elevato livello culturale (Cass. pen. n. 11660/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

L.T.A. è stato condannato in primo grado perchè ritenuto responsabile del delitto di diffamazione, consumato tramite e-mail.

La corte d’appello di Roma, con la sentenza di cui in epigrafe, ha confermato la pronunzia di primo grado.

Ricorre per cassazione il difensore e deduce violazione dell’art. 595 c.p. e carenza dell’apparato motivazionale. La stessa sentenza d’appello ammette che sono state adoperate espressioni allusive e suggestive, ma non verifica la sussistenza dell’elemento psicologico, cosa assolutamente necessaria nel caso di specie, perchè le espressioni adoperate non sono di per sè denigratorie.

Sotto altro aspetto, va rilevato che l’imputato era comunque obbligato a fornire (anche tramite internet) informazioni circa la fine della collaborazione col dott. C. nel suo studio medico.

Tale circostanza è stata rappresentata con l’atto di appello, ma il giudice di secondo grado non ha minimamente fornito risposta in ordine a tale considerazione; per meglio dire, la risposta è tautologica e puramente assertiva.

In caso di espressioni non univocamente offensive, è di tutta evidenza che l’indagine va condotta caso per caso.

 

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Il ricorrente va condannato alle spese del grado.

La sentenza di secondo grado è certamente “avara” di motivazione, ma essa non può dirsi nè assente, nè contraddittoria, nè illogica, atteso che il giudice di appello ha adeguatamente chiarito le ragioni per le quali ha inteso non condividere le doglianze dell’impugnante.

Neanche può ritenersi violato l’art. 595 c.p., atteso che la valenza sociale delle espressioni adoperate è di per sè significativamente offensiva e dunque oggettivamente lesiva della reputazione della PO. Dalla sentenza di primo grado, che, in considerazione del contenuto confirmatorio di quella di appello, fa “corpo unico” con quella oggi impugnata, si ricava che, con una e-mail indirizzata a ben 2.500 persone, l’imputato, titolare di uno studio medico, comunicò che il dott. C. non operava più nella predetta struttura sanitaria, in quanto lo stesso era stato “allontanato” per non “dequalificare” lo studio e perchè si voleva salvaguardare la qualità delle prestazioni professionali che il detto studio poteva offrire, anche a scapito della quantità di tali prestazioni.

Il senso della comunicazione è univoco e in tal modo è stato inteso dai giudici del merito: la prosecuzione della collaborazione da parte del C. avrebbe dequalificato lo studio medico, il suo allontanamento si era, pertanto, reso necessario, anche se ciò avrebbe comportato una contrazione del numero delle visite (quantità), atteso che ciò che è importante è preservare la qualità delle prestazioni professionali.

Il Tribunale prima, e la Corte territoriale, poi, hanno, quindi, evidentemente, rilevato – non senza fondamento – che la comunicazione in questione costituisse un vulnus alla reputazione professionale del dott. C., vulnus tanto più grave in quanto procurato da un collega, che si era addirittura deciso ad “allontanarlo” Se pure, dunque, il L.T. avesse, come si sostiene nel ricorso, avvertito la necessità di informare i clienti/pazienti della cessazione della collaborazione del Camere, non è dubbio che egli ciò fece formulando impliciti, ma certamente pesanti (e riconoscibili) apprezzamenti sulla professionalità del collega In presenza di espressioni socialmente denigratorie, specie se formulate da persone di elevato livello culturale (quale certamente è – sino a prova del contrario – un laureato) deve ritenersi che l’agente sia pienamente consapevole della portata offensiva delle stesse e nessuna particolare indagine appare necessaria per accertare in assenza d. concreti elementi di segno contrario, la mancanza della consapevolezza di tale offensivi e della intenzionalità della condotta, essendo il reato ex art. 595 c.p. connotato da dolo generico (tra le tante: cfr. ASN 200449021-RV 231283).

 

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tar di Catania: Relazione del Presidente Biagio Campanella per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012

Redazione

Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia – Sezione staccata di Catania

****

Attività della sezione di Catania nell’anno 2011

 

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012 – Sabato 10 Marzo 2012 – h. 10,15 – Sala Conferenze “C 3” – Le Ciminiere – Viale Africa, Catania

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Notai: nessuna responsabilità se l’immobile venduto è abusivo (Cass. pen. n. 11628/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

Con sentenza emessa il 7.12.2010, ex art. 425 c.p.p., il Gup del tribunale di Firenze ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di P.M.T., C.M. e B.M., in ordine al reato ex artt. 48 e 476 c.p..

La procura presso il tribunale di Firenze ha presentato ricorso per violazione di legge: alle indagate era stato contestato di avere, in due successivi atti di compravendita dello stesso immobile, omesso di rappresentare al notaio come l’immobile fosse già gravato da abusi edilizi, quali l’esser stato trasformato – in assenza del necessario permesso a costruire o DIA – da magazzino C2 in civile abitazione e che, come tale, fosse locato a terzi; inducendo quindi il notaio a rogare un atto ideologicamente falso, nella parte in cui attestava la conformità dell’immobile agli strumenti urbanistici.

Il giudice ha prosciolto gli imputati,avendo ritenuto che il notaio è soggetto qualificato, tenuto a verificare la regolarità urbanistica dell’immobile e non mero soggetto passivo delle dichiarazioni altrui.

Secondo il ricorrente,il giudice non ha tenuto conto che il D.P.R. n. 380 del 2001, art. 46, impone all’alienante di attestare la conformità dell’immobile oggetto della vendita, stabilendo che “Gli atti tra i vivi, sia in forma pubblica, sia in forma privata, aventi per oggetto il trasferimento o costituzione o scioglimento della comunione di diritti reali, relativi ad edifici o loro parti, la cui costruzione è iniziata dopo il 17.3.1985, sono nulli e non possono essere stipulati ove da essi non risultino,per dichiarazione dell’alienante, gli estremi del permesso di costruire o del permesso in sanatoria”.

Ricevuta questa dichiarazione, gli obblighi del notaio possono ritenersi assolti,non risultando dalle norme un suo obbligo di attivarsi – personalmente o tramite suoi delegati – ad eseguire ulteriori verifiche, atte ad accertare la corrispondenza al vero della dichiarazione ricevuta e quando ciò non emerga già dagli atti a sua conoscenza o comunque in suo possesso.

Il ricorso merita accoglimento sia pure con specifiche considerazioni.

Secondo un condivisibile orientamento interpretativo (sez. 5^, n. 35999 del 3.6.08, rv. 241585), è corretta l’esclusione di un obbligo giuridico a carico del pubblico ufficiale rogante di verificare la corrispondenza al vero di quanto dichiarato dal venditore, nel caso di specie, della conformità del bene compravenduto agli strumenti urbanistici. Ed infatti, in linea di principio, nessun obbligo riguarda il notaio, tenuto solo a verificare che, per dichiarazione dell’alienante, risultino gli estremi della conformità agli strumenti urbanistici o della concessione rilasciata in sanatoria, come prescritto – all’epoca di riferimento – dalla L. 28 febbraio 1985, n. 47, art. 17, e art. 40, comma 2, nel testo poi sostanzialmente riprodotto dal D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, art. 46, (cfr., sulla non configurabilità di alcuna attività obbligatoria di accertamento da parte del notaio, che non abbia ricevuto specifico incarico, sulla veridicità delle dichiarazioni a lui rese, Cass. civile Sez. 2, 17.6.1999, n. 6018, rv. 527620). La mancanza di tale dichiarazione od indicazione è sanzionata dalla norma con la nullità dell’atto comunque stipulato ed è anzi prevista come ragione ostativa alla stipula dello stesso atto.

Al di fuori della previsione di qualsivoglia onere, a carico del notaio, di verifica della veridicità della dichiarazione di parte, la norma vieta, dunque, la stipula di un atto di trasferimento privo dei requisiti anzidetti e, indirettamente, richiama la responsabilità dello stesso notaio che, nondimeno, vi provveda, in termini affatto coincidenti alla generale previsione di responsabilità disciplinare, di cui alla legge notarile, per le ordinarie ipotesi di stipula di atti affetti da nullità assoluta.

D’altronde, la L. n. 47 del 1985, art. 21, richiamato dalla L. n. 47 del 1985, art. 40, comma 4, stabilisce l’applicabilità alle ipotesi di stipula di atti nulli – perchè in contrasto con le previsioni della stessa normativa – della L. 16 febbraio 1913, n. 89, art. 28, comma 1, n. 1, che vieta al notaio di ricevere atti espressamente proibiti dalla legge. Divieto, questo, la cui violazione costituisce, dunque, illecito disciplinare a carico del notaio, espressamente sanzionata con la sospensione a norma dell’art. 138, comma 2, della cit. legge di settore. Ed allora, recepita la dichiarazione del privato in ordine all’esistenza ed agli estremi della concessione, l’atto notarile, redatto con le prescntte formalitàe perfettamente valido e corrispondente al canone formale dell’atto pubblico, ai sensi dell’art. 2699 c.c., come tale dotato della forza probante privilegiata e dell’efficacia previste dall’art. 2700 c.c..

Nel caso in esame, secondo il condivisibile orientamento interpretativo sopra indicato, è ravvisabile il reato di cui all’art. 483 c.p., che prevede l’ipotesi in cui il pubblico ufficiale si limiti a trasfondere nell’atto la dichiarazione ricevuta, della cui verità risponde solo il dichiarante in relazione a un preesistente obbligo giuridico di affermare il vero, mentre lo stesso pubblico ufficiale risponde soltanto della conformità dell’atto alla dichiarazione ricevuta. L’esistenza di un obbligo giuridico di dire la verità a carico del privato emerge, in maniera certa, dal sistema positivo. Al di la dell’esigenza di tutela dell’affidamento e dei principi generali della certezza dei rapporti giuridici, affidati alla lealtà e buona fede dei privati ed al rispetto della funzione fidefacente dei funzionar incaricati del relativo esercizio, la stessa sanzione di nullità degli atti di trasferimento, privi dell’indicazione degli estremi della conformità alle norme urbanistiche, ed anzi il tassativo divieto di stipula dell’arto che ne sia privo depongono, univocamente, per la soluzione anzidetto. Si trattaci prescrizioni dettate in funzione di preminenti interessi pubblici, connessi all’ordinata trasformazione del territorio, ritenuti prevalenti rispetto agli interessi della proprietà, con conseguente limitazione della sfera di autonomia privata. E’, infatti, primaria l’esigenza di reprimere e scoraggiare gli abusi edilizi indirettamente perseguita proprio mediante la limitazione alla libera commerciabilità di opere abusive. Tale esigenza resterebbe elusa ove non fosse configurabile un obbligo diventa a carico del privato in ordine alla condizione giuridica dell’immobile oggetto di alienazione ed alla sua corrispondenza agli estremi della conformità alla normativa urbanistica. Pertanto, al di là del merito che sarà oggetto dell’accertamento dell’istruttoria dibattimentale, a carico delle imputate deve procedersi in ordine al reato ex art. 483 c.p..

La sentenza impugnata va annullata con rinvio al tribunale di Firenze per il nuovo esame.

 

P.Q.M.

 

annulla la sentenza impugnata con rinvio al tribunale di Firenze per nuovo esame.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Reato di minaccia: l’espressione «Lei non sa chi sono io… te la farò pagare» configura un reato (Cass. pen. n. 11621/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con la sentenza in epigrafe il Giudice di pace di Salerno ha assolto G.A. dai delitti lui ascritti, di ingiurie e minacce nei confronti di C.L., commessi, in ipotesi accusatoria, il 13 gennaio 2006, ritenendo l’inidoneità offensiva delle espressioni asseritamente minacciose e l’esimente della provocazione per quel che riguarda le ingiurie. Propone ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Salerno, il quale deduce violazione di legge sostanziale e processuale.

In particolare lamenta il P.G. che il giudice di merito non abbia indicato in cosa sarebbe consistito il fatto ingiusto che, nell’occasione per cui si procede, avrebbe potuto legittimamente scatenare la reazione ingiuriosa da parte dell’imputato nei confronti della p.c., irrilevanti essendo per il ricorrente situazioni pregresse di conflittualità e di ostilità, che apparirebbero più che altro aver determinato un risentimento latente (irrilevante ai fini dell’esimente), piuttosto che uno stato di ira che, seppur non contestuale, dovrebbe mantenere quei caratteri di immediatezza che lo distinguerebbero da moventi diversi, quali un covato rancore.

Si duole poi il ricorrente che il Giudice di pace, per giustificare la propria decisione, si sia riferito ad una querela che non risulterebbe mai essere stata acquisita legalmente, nè indicata fra gli atti utilizzabili per la decisione.

In merito alle minacce deduce che, seppur l’espressione lei non sa chi sono io si possa considerare non minacciosa, tuttavia il Giudice di pace avrebbe errato nel considerare non minacciose le restanti espressioni di cui al capo di imputazione, con particolare riguardo a quella: “te la farò pagare” che avrebbe un’oggettiva idoneità a creare turbamento nel destinatario ed avrebbe rilevanza indipendentemente dal timore che in concreto possa aver determinato nella persona offesa. Ha depositato il G. più memorie con cui contrasta diffusamente le argomentazioni del Procuratore generale e lamenta nei suoi riguardi una sorta di persecuzione giudiziaria. Ha poi chiesto il rinvio dell’odierna udienza per un impedimento personale. Rileva in primo luogo il Collegio che, con la regolare notifica dell’avviso di udienza al difensore abilitato al patrocinio avanti le giurisdizioni superiori, si è validamente costituito il rapporto processuale, non essendo prevista per il giudizio di legittimità la partecipazione personale delle parti private, con la conseguenza che non può aver rilievo in questa sede il personale impedimento del prevenuto.

Nel merito il ricorso del Procuratore generale appare fondato.

Invero, il Giudice di pace ha dato per accertata resistenza di un fatto ingiusto attribuibile alla C. (o la ragionevolezza dell’ipotesi in capo all’agente del ricorrere del fatto ingiusto) in base al solo contenuto di una querela che il G. aveva presentato contro la C. lo stesso giorno (13 gennaio 2006) del fatto per cui si procede. Ma non spiega come ritenga accertato nella sua materialità il fatto ingiusto, un comportamento che sia riconducibile alla p.o., mentre si basa solo sulla querela depositata in allegato ad una memoria di parte, dando per scontato che la presentazione di quella querela possa dimostrare l’esistenza di pregresse situazioni di conflittualità tra la C. ed il GR., del quale non chiarisce i rapporti con la CI. che ne qualificassero l’intervento nelle vicende pregresse e giustificassero un suo personale stato d’ira proprio il giorno del fatto in aula. La sentenza impugnata, inoltre, non chiarisce come ritenga accertato il requisito dell’immediatezza della reazione, posto che non indica in che termini, anche temporali, si fossero verificati i pretesi atti illeciti della C., e non è quindi dato comprendere se la pretesa reazione del prevenuto fosse stata immediata, nel senso che il ritardo nella reazione potesse esser dipeso unicamente dalla natura e dalle esigenze proprie degli strumenti adoperati per ritorcere l’offesa, e non fosse piuttosto un’azione determinata da risentimento o rancore, pulsioni ben diverse dall’ira.

Quanto all’imputazione di minacce ritiene il Collegio che l’espressione di cui alla rubrica debba essere valutata nel suo complesso e che il giudice di merito non si sia soffermato adeguatamente a considerare il contesto in cui si inseriva, escludendone ogni idoneità minatoria, laddove l’espressione andava, e andrà valutata dal giudice del rinvio nel concreto ambito nel quale era stata pronunciata, in un contesto cioè di alta tensione verbale, da persona che utilizzando l’espressione che l’avrebbe fatta pagare alla C. essendone capace (non sai chi sono io) colorava e riempiva di contenuti minacciosi la frase pronunciata, perchè nulla ne circoscriveva il significato all’adozione di iniziative lecite, e la supposizione in quel senso del giudice non è collegata a concreti agganci alla realtà di quel momento.

Al proposito questa Corte ha ritenuto (Sez. 5, sent. n. 31693 del 7/6/2001, Rv. 219851, ric. *******) che nel reato di minaccia elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purchè questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente.

La sentenza impugnata andrà quindi annullata con rinvio al giudice di merito per un nuovo esame che rivaluti le risultanze processuali secondo le indicazioni sopra evidenziate e provveda sulle spese sostenute in questo grado dalla parte civile.

P.Q.M.

 

La Corte:

– Rigetta l’istanza di rinvio non essendo necessaria la presenza dell’imputato nel procedimento di legittimità;

– Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al Giudice di pace di Salerno; spese di parte civile al definitivo.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Animali maltrattati: il proprietario del circo è responsabile penalmente (Cass. pen. n. 11606/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 7 febbraio 2011, il Tribunale di Pistoia sez. dist. di Monsummano Terme, ha assolto C.V. dal reato di cui all’art. 544-ter cod. pen. perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.

2. Il predetto era stato chiamato a rispondere del reato contestato per avere, quale gestore e titolare del “(omissis)” senza necessità, ovvero con condotte omissive derivanti da incuria e inosservanza dei principi riconducibili alle caratteristiche etologiche delle singole specie animali, cagionato lesioni a quelli detenuti e, in particolare, per aver provocato agli stessi uno stato di grave sofferenza e decadimento dello stato di salute ed, in ad alcuni volatili, vere e proprie lesioni dell’integrità psicofisica e per aver detenuto ed adibito a spettacoli detti animali in condizioni incompatibili con la loro natura, procurando loro gravi sofferenze.

3. Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pistoia.

Con un unico motivo di ricorso deduce la violazione di legge, rilevando che la sentenza impugnata si fonda sull’erronea lettura dell’art. 19 ter disp. coord. c.p., che il giudice ha considerato quale vera e propria immunità, normativamente prevista, per i reati di cui al Titolo 9^ – bis del Libro Secondo del codice penale, mentre, al contrario, tale disposizione altro non è se non l’esplicitazione del principio di specialità di cui all’art. 15 e della scriminante dell’esercizio di un diritto di cui all’art. 51.

Osserva, altresì, che l’interpretazione offerta dal giudice consentirebbe, in teoria, agli esercenti le attività menzionate dall’art. 19 ter citato, di commettere impunemente i reati disciplinati dal Titolo 9^ – bis e mal si concilierebbe con il disposto dell’art. 544 sexies c.p., il quale, per i reati previsti dagli articoli precedenti, prevede confisca e pene accessorie che inequivocabilmente riguardano anche attività, quali quelle di allevamento e trasporto, che la sentenza impugnata ritiene immuni da sanzioni.

Inoltre, quale ulteriore conseguenza, a fronte della impunità per i suddetti reati, resterebbe paradossalmente intatta la possibilità di sanzionare le meno gravi condotte previste dall’art. 727 c.p., comma 2 non essendo tale disposizione contemplata tra quelle richiamate dall’art. 19 ter disp. coord. c.p..

Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

L’art. 19 ter disp. att. c.p. è stato introdotto dalla L. 20 luglio 2004, n. 189, recante “Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali nonchè l’impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate” la quale ha profondamente innovato la disciplina della tutela degli animali, in precedenza affidata, in via principale, all’art. 727 c.p., che, rispetto alla originale stesura, aveva già subito alcune modifiche ad opera della L. 22 novembre 1993, n. 473 “Nuove norme contro il maltrattamento di animali”.

Esso stabilisce che le disposizioni del Titolo 9^-bis del Libro Secondo del codice penale non si applicano ai casi previsti dalle leggi speciali in materia di caccia, di pesca, di allevamento, di trasporto, di macellazione degli animali, di sperimentazione scientifica sugli stessi, di attività circense, di giardini zoologici, nonchè dalle altre leggi speciali in materia di animali e che le medesime disposizioni non si applicano, altresì, alle manifestazioni storiche e culturali autorizzate dalla regione competente.

2. E’ di tutta evidenza, perchè lo si desume dal tenore letterale della disposizione, come correttamente osservato in ricorso, che l’eccezione deve ritenersi operante solo nel caso in cui le attività in essa menzionate vengano svolte entro l’ambito di operatività delle disposizioni che le disciplinano e che ogni comportamento che esuli da tale ambito è suscettibile di essere penalmente valutato.

Come osservato in dottrina, infatti, la ratio ispiratrice della norma è quella di escludere l’applicabilità delle norme penali poste a tutela degli animali con riferimento ad attività obbiettivamente lesive della loro vita o salute a condizione che siano svolte nel rispetto delle normative speciali che le disciplinano perchè considerate socialmente adeguate al consesso umano.

La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di rilevare, con riferimento alla disciplina sulla caccia, che costituisce ipotesi di sevizia configurante maltrattamento l’utilizzazione come richiamo per la caccia di una cesena viva, imbracata con una cordicella e costretta mediante strattoni a levarsi in volo per poi ricadere pesantemente al suolo o su un albero e che l’uso a scopo venatorio di richiami vivi con tali modalità che, se anche non vietate espressamente dalla L. n. 157 del 1992, debbono ritenersi illecite, non costituisce alcuno dei casi previsti dalla legge speciale in materia cui si riferisce l’art. 19 ter disp. coord. c.p. (Sez. 3 n. 46784, 21 dicembre 2005).

In altra occasione, sempre con riferimento alla disciplina dell’attività venataria, si è ulteriormente precisato che le norme di cui alla L. n. 157 del 1992 non si pongono in rapporto di specialità con tutte le disposizioni del codice penale, in quanto l’art. 19 ter disp. coord. c.p. richiama solo quelle di cui al Titolo 9^-bis del Libro Secondo, senza alcun riferimento alle ipotesi contravvenzionali di cui all’art. 727 c.p. come modificato dalla L. n. 189 del 2004, rispetto al quale la diversa oggettività giuridica e l’assenza di rapporto di specialità, consentono di ritenere il concorso con il reato di cui alla L. n. 157 del 1992, art. 30 (Sez. 3 n. 41742, 30 ottobre 2009).

3. Tra i casi richiamati dall’art. 19 ter disp. coord. c.p. rientra, come si è già detto, l’attività circense, riguardo alla quale è dunque necessario rinvenire la normativa di riferimento.

Detta attività risulta disciplinata, in primo luogo, dalla L. 18 marzo 1968, n. 337 recante “Disposizioni sui circhi equestri e sullo spettacolo viaggiante” che riconosce a tale attività una funzione sociale, sostenendo il consolidamento e lo sviluppo del settore (articolo 1) e fornisce la definizione di “spettacoli viaggianti”, individuando come tali le “attività spettacolari, i trattenimenti e le attrazioni allestiti a mezzo di attrezzature mobili, all’aperto o al chiuso, ovvero i parchi permanenti, anche se in maniera stabile” ed escludendo gli apparecchi automatici e semi-automatici da trattenimento.

La legge non prende però in esame gli aspetti concernenti la detenzione degli animali, così come le successive L. 26 luglio 1975, n. 375; L. 29 luglio 1980, n. 390 e L. 9 febbraio 1982, n. 37 che riguardano l’assegnazione di contributi economici.

E’ tuttavia espressamente consentita la detenzione di animali pericolosi ai sensi della L. 7 febbraio 1992, n. 150 “Disciplina dei reati relativi all’applicazione in Italia della convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione, firmata a Washington il 3 marzo 1973, di cui alla L. 19 dicembre 1975, n. 874, e dei regolamento (CEE) n. 3626/82, e successive modificazioni, nonchè norme per la commercializzazione e la detenzione di esemplari vivi di mammiferi e rettili che possono costituire pericolo per la salute e l’incolumità pubblica” ai sensi dell’art. 6, comma 6, lett. b) (come modificato dalla Legge 426/1998) ai circhi ed alle mostre faunistiche permanenti o viaggianti, dichiarati idonei dalle autorità competenti in materia di salute e incolumità pubblica, sulla base dei criteri generali fissati previamente dalla commissione scientifica competente.

3.1. Detta Commissione Scientifica è stata successivamente istituita con D.M. Ambiente 27 aprile 1993 ed ha fornito alcune “linee guida per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti” oggetto di successive rivisitazioni.

La funzione meramente consultiva della Commissione e l’ambito di operatività delimitato dalla specifica materia disciplinata dalla L. n. 150 del 1992 evidenziano un’efficacia particolarmente contenuta, pur consentendo l’utilizzazione di tali linee guida come utile criterio di riferimento per eventuali valutazioni anche riguardanti il rilievo penale di determinate modalità di detenzione.

Nell’Allegato A viene peraltro espressamente specificato che la valutazione sullo stato di benessere dell’animale deve, in ogni caso, essere effettuata in modo globale, da personale qualificato, tenendo anche conto di particolari esigenze locali, stagionali o legate a singoli animali, che, sebbene possano portare ad un parziale scostamento dai requisiti stabiliti, non compromettano il benessere animale, con la conseguenza che il mancato rispetto di uno o più dei requisiti non integra automaticamente il reato di maltrattamento, la cui valutazione la Commissione rimette al personale qualificato e incaricato dall’Autorità competente, richiamando la L. n. 189 del 2004.

Detta Legge viene successivamente menzionata nel successivo “Protocollo operativo”, stabilendo: “… qualora si riscontrasse che, contrariamente a quanto indicato nella documentazione preventivamente presentata, le strutture di detenzione degli animali non siano adeguate a quanto prescritto, i Servizi veterinari, nel caso che tali carenze non siano sanabili in tempi brevi con adeguate prescrizioni, richiederanno al Comune, se i tempi io consentono, un’ordinanza di sospensione dell’attività circense in toto o limitatamente alla struttura inadeguata. Contemporaneamente, potranno procedere a norma di legge per “Dichiarazione mendace” o, qualora ne esistano gli estremi, ai sensi della L. n. 189 del 2004 (Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali)”. 3.2. Va osservato che detta formulazione appare fuorviante, in quanto sembra voler attribuire ai soggetti preposti ai controlli, in presenza di fatti costituenti reato, la mera facoltà di segnalarli, in contrasto con l’obbligo di denuncia imposto dall’art. 331 c.p.p. ai pubblici ufficiali e agli incaricati di un pubblico servizio.

3.4. La menzionata L. n. 150 del 1992 impone inoltre ai circhi anche la tenuta del registro di detenzione delle specie animali istituito con D.M. Ambiente Tutela Territorio 8 gennaio 2002. 3.5. Altre disposizioni cui devono attenersi gli esercenti attività circense svolta mediante utilizzo di animali possono essere rivenute, ad esempio, nel D.Lgs. 5 Luglio 2007, n. 151 recante “Disposizioni sanzionatorie per la violazione delle disposizioni del regolamento (CE) n. 1/2005 sulla protezione degli animali durante il trasporto e le operazioni correlate” e nel Regolamento (CE) n. 1739/2005 della Commissione, del 21 ottobre 2005, che stabilisce norme sanitarie per la circolazione degli animali da circo tra gli Stati membri.

4. Va ulteriormente osservato che le richiamate disposizioni, oltre a non contemplare tutte le specie animali eventualmente utilizzate negli spettacoli circensi, prendono in considerazione solo alcune delle attività correlate all’utilizzo degli animali, come il trasporto o la mera detenzione, tralasciandone altre certamente non secondarie, come nel caso dell’addestramento, in occasione del quale la violazione delle disposizioni penali poste a tutela degli animali potrebbe comunque verificarsi.

5. L’insieme delle disposizioni in precedenza richiamate risulta, dunque, frammentano e, per quel che qui interessa, sicuramente inidoneo a delineare l’attività circense nel suo complesso.

Ne consegue che l’ambito di operatività dell’art. 19 ter disp. coord. c.p., nei termini come sopra individuati, risulta particolarmente contenuto per quanto riguarda dette attività, lasciando così ampio spazio all’applicazione delle disposizioni penali di cui agli artt. 544-bis e ss. c.p..

6. In conclusione, può quindi affermarsi il principio secondo il quale “l’art. 19 ter disp. coord. c.p non esclude in ogni caso l’applicabilità delle disposizioni del Titolo 9^-bis del Libro Secondo del codice penale all’attività circense ed alle altre attività menzionate, ma esclusivamente a quelle svolte nel rispetto delle normative speciali che espressamente le disciplinano”.

La sentenza impugnata deve dunque essere annullata con le consequenziali statuizioni indicate in dispositivo.

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Pistoia.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Doverosa esclusione se la polizza, sottoscritta dalle mandanti, non è anche a queste intestata (Cons. di giustiz.N.321/12)

Redazione

N. 321/12 Reg.Sent.

N. 406 Reg.Ric.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

ANNO 2011

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

sul ricorso in appello n. 406 del 2011 proposto da***

c o n t r o***

e nei confronti

della IMPRESA **************************, in proprio e quale mandataria del costituendo R.T.I. tra la stessa e la impresa EREDI CONTROINTERESSATA 2 SALVATORE, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati ******** e ******************, elettivamente domiciliata in Palermo, via Libertà n. 171, presso lo studio degli stessi;

della IMPRESA EREDI CONTROINTERESSATA 2 SALVATORE di CONTROINTERESSATA 2 **************È & *********, in persona del legale rappresentante pro tempore, non costituita in giudizio;

per l’annullamento

della sentenza del T.A.R. per la Sicilia – sezione staccata di Catania (sez. IV) – n. 119 del 19 gennaio 2011, notificata il 2 marzo 2011.

Visto l’appello notificato in data 18 marzo 2011 e depositato in data 29 marzo 2011;

Vista la memoria di costituzione dell’impresa appellata;

Vista la memoria di costituzione delle Amministrazioni regionali intimate;

Vista la memoria di costituzione del comune appellato;

Viste le ulteriori memorie depositate dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore alla pubblica udienza del 20 ottobre 2011 il Consigliere *****************;

Uditi, altresì, l’**************, su delega dell’avv. *********, per la società appellante, l’avv. dello Stato ********* per le amministrazioni regionali appellate, l’avv. L. D’Amico per il comune appellato e l’*********************** per la impresa ************************** in proprio e n.q.;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

F A T T O

Il comune di Barcellona Pozzo di Gotto, all’esito di apposito sorteggio, ha nel mese di agosto del 2009 proclamato primo aggiudicatario di un appalto di lavori relativi alla realizzazione di un mercato all’ingrosso per prodotti agricoli il costituendo R.T.I. di cui è mandataria l’Impresa ************************** (d’ora in poi: la Controinteressata) e seconda aggiudicataria la ******à RICORRENTE. Costruzioni s.r.l. Unipersonale (d’ora in poi: la Ricorrente).

La Ricorrente ha proposto ricorso al T.A.R. Catania, sostenendo che l’aggiudicatario R.T.I. avrebbe dovuto essere escluso dalla gara:

a) perchè non in possesso dei requisiti di qualificazione S.O.A. richiesti dal bando;

b) perchè la polizza fideiussoria prodotta dal Raggruppamento era intestata solo alla mandataria.

Si è costituita in quel grado di giudizio la Controinteressata la quale ha sostenuto che la fideiussione depositata comprendeva originariamente una appendice, intestata alla mandante.

La Controinteressata ha altresì proposto ricorso incidentale sostenendo che la ricorrente principale avrebbe dovuto essere esclusa:

a) per aver prodotto un D.U.R.C. irregolare;

b) per aver omesso la produzione del codice identificativo pratica-C.I.P.

Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha respinto il ricorso principale affermando:

a) ai fini dei requisiti di qualificazione del R.T.I. si deve calcolare, ai sensi dell’art. 3 comma 2 D.P.R. n. 34 del 2000, se la somma delle qualifiche di ciascuna impresa partecipante, aumentata del quinto, è almeno pari all’importo concreto dell’appalto (e non al limite massimo teorico della classifica richiesta dal bando);

b) che doveva ritenersi provata la presentazione da parte dell’aggiu-dicataria di una polizza intestata alla mandataria con spillata una appendice recante estensione della garanzia alla mandante.

Il Tribunale ha quindi dichiarato assorbito il ricorso incidentale.

La sentenza è stata impugnata con l’atto di appello oggi all’esa-me dalla soccombente Ricorrente la quale ne ha chiesto l’integrale riforma, previa sospensione dell’esecutività.

Si è costituita in resistenza la controinteressata Controinteressata, riproponendo le censure già dedotte in via incidentale nel corso del giudizio di primo grado e non esaminate dal T.A.R.

Si è costituita in resistenza l’Amministrazione regionale, deducendo anche il difetto di legittimazione passiva dell’Urega.

Si è costituito per resistere il comune di Barcellona Pozzo di Gotto.

Con ordinanza n. 526 del 2001 questo Consiglio ha respinto l’istanza cautelare, “ritenuto che la sentenza impugnata – per quanto è dato delibare nella presente sede – resiste alle critiche dell’appellan-te”.

Le parti hanno presentato memorie, insistendo nelle già rappresentate conclusioni.

All’udienza del 20 ottobre 2011 l’appello è stato trattenuto in decisione.

D I R I T T O

A giudizio del Collegio l’appello – diversamente da quanto ritenuto da questo Consiglio in sede cautelare – è in realtà fondato e va pertanto accolto con integrale riforma della sentenza gravata.

In tal senso va in via pregiudiziale dichiarata l’infondatezza delle censure dedotte dall’aggiudicataria Controinteressata in primo grado, non esaminate dal T.A.R. e qui riproposte dall’appellata in forma incidentale semplificata.

La prima di tali censure è inconsistente, non potendosi sostenere l’inidoneità ai fini della partecipazione alla gara di un D.U.R.C. rilasciato “per aggiudicazione gare d’appalto”.

Per quanto riguarda la omessa allegazione al D.U.R.C., da parte di Ricorrente, del codice identificativo pratica – C.I.P., questo Collegio fa proprie le considerazioni contenute nel parere A.V.C.P. n. 174 del 2011 (proprio relativo ad una gara bandita dall’Urega), nel quale si rileva che la mancata presentazione del predetto codice integra, indipendentemente da quanto al riguardo previsto dal disciplinare, una mera irregolarità non viziante in presenza della quale la stazione appaltante poteva al più esercitare il potere di soccorso documentale di cui all’art. 46 del Codice dei contratti pubblici.

Infatti il C.I.P. (cfr. art. 2 del D.A. 24 febbraio 2006 e s.m.) serve soltanto per identificare la tipologia del D.U.R.C. richiesto dalla impresa, non risultando ad esempio idoneo alla ammissione alla gara il D.U.R.C. rilasciato per pagamento stati di avanzamento in quanto riferito al singolo cantiere.

Ma nel momento in cui il D.U.R.C. riporta espressamente la dicitura “per aggiudicazione appalti” è evidente, a prescindere dal C.I.P., che lo stesso attesta la regolarità contributiva dell’impresa senza limitazione a singoli cantieri o appalti.

Può quindi procedersi all’esame dell’appello principale.

Fondato e assorbente è il motivo mediante il quale l’appellante Ricorrente torna a dedurre l’inidoneità della polizza fideiussoria presentata dal costituendo R.T.I. poi aggiudicatario, in quanto intestata esclusivamente alla mandataria e non anche alla mandante.

Al riguardo è appena il caso di evidenziare in diritto come, secondo la consolidata giurisprudenza, “nel caso di partecipazione di un raggruppamento temporaneo di imprese costituendo ad una gara di appalto, la polizza fideiussoria, mediante la quale viene costituita la cauzione provvisoria, deve essere intestata non solo alla società capogruppo ma anche alle mandanti che sono individualmente responsabili delle dichiarazioni rese per la partecipazione alla gara, ciò al fine di evitare il configurarsi di una carenza di garanzia per la stazione appaltante con riferimento a quei casi in cui l’inadempimento non dipenda dalla capogruppo designata ma dalle mandanti. Conseguentemente, il fideiussore, per assicurare in modo pieno l’operatività della garanzia di fronte ai possibili inadempimenti coperti dalla cauzione provvisoria, deve richiamare la natura collettiva della partecipazione alla gara di più imprese, identificandole singolarmente e contestualmente, e deve dichiarare di garantire con la cauzione provvisoria non solo la mancata sottoscrizione del contratto ma anche ogni altro obbligo derivante dalla partecipazione alla gara” (cfr. Ap. n. 8 del 2005).

Al riguardo questo Consiglio ha poi da tempo precisato che, diversamente da quanto qui sostenuto dal comune, gli effetti giuridici della garanzia non si estendono alle mandanti qualora esse, pur sottoscrivendo la polizza, non ne risultino intestatarie (cfr. C.G.A. n. 141 del 2008).

Ciò puntualizzato in diritto, deve evidenziarsi in fatto che il comune, a seguito della notificazione del ricorso proposto da Ricorrente, ha ritrasmesso il fascicolo della Controinteressata alla Commissione per l’elabo-razione di eventuali controdeduzioni.

Questa, dopo aver ispezionato i documenti, ha rilevato che la polizza in controversia risultava composta di quattro fogli, firmati da entrambe le imprese, e però intestata alla sola mandataria.

Certa di aver in origine attentamente riscontrato la presenza di un appendice al documento originario, la Commissione ha quindi compulsato l’Agenzia assicurativa stipulante, la quale ha confermato, sulla base dei propri registri, che il documento originariamente rilasciato all’A.T.I. Controinteressata constava di 5 (e non 4) fogli separati e spillati, e che la fideiussione era stata estesa alla mandante mediante appendice.

Per l’effetto, sulla scorta di quanto attestato dall’Urega e considerato che la ricorrente non aveva contestato espressamente e nei modi di rito la regolarità dei verbali di gara, la sentenza impugnata ha quindi respinto in fatto la censura ora in rassegna.

Le conclusioni cui è pervenuto il primo Giudice non convincono questo Collegio, alla luce delle considerazioni che seguono.

In primo luogo nello specifico caso all’esame non può farsi applicazione del principio giurisprudenziale, richiamato dal T.A.R., secondo cui qualora la Commissione abbia positivamente vagliato in sede preliminare la regolarità della documentazione amministrativa prodotta dal concorrente deve presumersi – salvo prova contraria – la effettiva presenza di tutti i documenti richiesti dal disciplinare.

Nel caso all’esame, infatti, non si discute della presenza nel plico depositato da Controinteressata del documento materiale ma della sua idoneità intrinseca a garantire gli impegni assunti dalla mandante.

Viene in rilievo quindi una questione non di percezione materiale ma di valutazione giuridica, rispetto alla quale il verbale – oltre a non avere ovviamente fede privilegiata – non sembra in realtà atto nemmeno a fornire quegli elementi presuntivi che in genere la giurisprudenza ritiene probatoriamente significativi ove gravi precisi e concordanti.

D’altra parte, come rileva l’appellante, nel fascicolo Controinteressata non esistono altri elementi documentali (indici, numero complessivo fogli etc.) in qualche modo idonei a far almeno presumere la originaria presenza dell’appendice.

Per quanto riguarda le testimonianze dell’Agenzia assicurativa stipulante esse sono da considerare prive di ogni rilevanza anche solo presuntiva ai fini del presente giudizio, sia perchè alquanto informalmente acquisite dall’***** (che dunque è parte sostanziale nel presente giudizio) senza alcun contraddittorio tra le parti, sia perchè rese quando la questione controversa era ormai conosciuta, sia soprattutto perchè provenienti dal soggetto cui la mancata estensione alla man-dante della garanzia poteva in teoria essere direttamente imputata a titolo di negligenza professionale.

In sostanza, a giudizio di questo Collegio, gli elementi presuntivi che hanno indotto il Tribunale a dare per comprovata la presentazione della appendice si rivelano non adeguatamente consistenti.

Per contro emerge invece chiaramente dagli atti di causa che il comune di Barcellona Pozzo di Gotto per un verso non ha fornito alcun minimo riscontro circa le modalità di custodia dei plichi nel periodo intercorrente tra la ricezione degli stessi dall’Urega e la richiesta d’accesso formulata dalla appellante nel primo giorno utile dopo l’aggiudicazione definitiva.

Per altro verso, e soprattutto, il comune non ha fornito alcun elemento utile a far comprendere se e come mai possa mai essersi verificato – in data anteriore all’accesso di Ricorrente – l’asserito “disguido” consistente nello smarrimento dell’appendice.

Al riguardo, in particolare, è logicamente alquanto inesplicabile l’omissione da parte del comune di ogni chiarimento circa il numero di fotocopie (dei documenti della Controinteressata) effettivamente consegnati alla Ricorrente all’esito della richiesta d’accesso e più in generale sulle modalità operative in base alle quali la richiesta di accesso è stata soddisfatta.

Laddove la giurisprudenza – sia pure in un’ottica speculare rispetto a quella della presente controversia – ha sempre considerata decisiva la concreta deduzione di elementi atti a far ritenere che possa essersi verificata la sottrazione o la sostituzione dei pieghi o altro fatto rilevante ai fini della regolarità della procedura” (cfr. ad es. VI Sez. n. 8224 del 2010).

Sulla base dei superiori rilievi fattuali e applicando doverosamente la decisiva regola processuale sull’onere della prova ex art. 2697 che incombeva incondizionatamente sull’amministrazione resistente, deve dunque ritenersi che l’appendice in controversia mancasse in realtà ab origine, con conseguente inidoneità assoluta della polizza fideiussoria presentata dal R.T.I. appellato.

Sulla base delle considerazioni che precedono l’appello va quindi accolto, con riforma della sentenza impugnata e annullamento degli atti di aggiudicazione impugnati in primo grado.

Non avendo il comune comprovato la avvenuta stipula del contratto non è luogo a pronuncia, allo stato, sulla sorte dell’affidamento.

Ogni altro motivo od eccezione può essere assorbito in quanto ininfluente ed irrilevante ai fini della presente decisione.

Le spese del giudizio possono essere compensate tra tutte le parti costituite, tenendo conto della alterna vicenda processuale.

P. Q. M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l’appello in epigrafe, riforma integralmente la sentenza impugnata e annulla gli atti impugnati in primo grado.

Compensa tra tutte le parti spese e onorari del giudizio.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Palermo il 20 ottobre 2011 dal Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, in camera di consiglio, con l’intervento dei signori: *****************, Presidente, *****************, estensore, ************, ************, ******************, Componenti.

F.to Riccardo Virgilio, Presidente

F.to *****************, Estensore

Depositata in Segreteria

26 marzo 2012

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Interferenze illecite nella vita privata (Sent. N. 7361)

Redazione

Con sentenza emessa al termine di rito abbreviato in data 13 Gennaio 2010, il Tribunale di Sondrio, Sezione distaccata di Morbegno, ha condannato il ******* alla pena di un anno e sei mesi di reclusione, nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile, perché ritenuto colpevole in relazione all’ipotesi ex art.81 cpv c.p. dei reati previsti da: A) art.615-bis, commi primo e secondo, c.p.; B) artt.26, primo comma, e 167, commi primo e secondo, del d.lgs. n.196 del 2003; C) art.595, commi primo e terzo, c.p., reati commessi in danno della Sig.ra S..P. in epoca successiva e prossima all'(omissis) . Il Tribunale ha, altresì, condannato l’imputato al risarcimento dei danni in favore della parte civile e determinato una provvisionale immediatamente esecutiva pari a 15.000,00 Euro.

Il Tribunale ha ritenuto provato che l’imputato, che aveva avuto una relazione sentimentale con la querelante poi interrotta, avesse all’interno dell’abitazione della persona offesa indebitamente fotografato e filmato condotte relative a rapporti sessuali intrattenuti dalla vittima con lui, avesse successivamente mostrato le riprese a M..P. e quindi diffuso le stesse su internet per mezzo di programma di condivisione, così offendendo la reputazione della querelante.

Avverso tale decisione il ******* ha proposto appello i cui articolati motivi sono stati oggetto di specifico esame da parte della Corte di Appello di Milano con riferimento ai singoli capi d’imputazione.

Con riferimento al capo A), la Corte territoriale ha ritenuto che la querela presentata dalla persona offesa nel mese di ottobre 2006 sia stata proposta fuori termine e l’azione penale risulti improcedibile.

Quanto al capo B), la Corte territoriale ha proceduto ex art.597, terzo comma c.p.p. a diversamente qualificare il fatto e ricondurlo alla più grave ipotesi prevista dal secondo comma dell’art.615-bis c.p.. Come ampiamente illustrato a pag.7 della motivazione, i giudici di appello hanno ritenuto provato che l’imputato mostrò a P.M. il filmato (poi consegnato alla vittima e da costei distrutto) che riprendeva il rapporto sessuale intrattenuto con la persona offesa; che uno spezzone del filmato fu collocato su internet, e da qui scaricato su incarico della vittima che ai primi di ottobre ne fu notiziata da un avventore del bar da lei gestito, e allegato alla querela; infine, che dopo la perquisizione negativa subita dall’imputato qualcuno inviò in forma anonima e da una cabina telefonica, situata nei pressi dell’officina del ******* , un messaggio sms alla Sig.ra M..P. del tenore: ‘ero preparato Io rido, Vi conviene?’, messaggio la cui origine può essere ricondotta proprio all’imputato. La condotta di immissione del filmato in rete senza il consenso della persona ripresa in ambiente privato integra, dunque, il più grave reato ex art.615-bis, secondo comma, c.p. e non quello meno grave contestato inizialmente al capo B); rispetto a tale reato la querela risulta tempestivamente proposta.

La Corte territoriale ha, infine, ritenuto che i reati sub B) e C) concorrano tra loro e non risulti alcuna ipotesi di assorbimento, così che ha applicato l’istituto della continuazione e fissato la pena in un anno e quattro mesi di reclusione, con conferma delle statuizioni civili.

Avverso tale decisione il ******* propone ricorso tramite il Difensore, in sintesi lamentando:

1. Errata applicazione di legge e vizio di motivazione ex art.606, lett. b) ed e) c.p.p. per avere la Corte di Appello ritenuto ‘indebita’ l’apprensione delle immagini nonostante in motivazione affermi con chiarezza che la persona offesa era consapevole delle riprese e ad esse consenziente;

2. Vizio di motivazione ex art.606, lett. e) c.p.p. in relazione all’assenza di prova certa che il filmato sia stato immesso in rete proprio dal ricorrente, posto che non vi è prova che il filmato presente su internet sia parte di quello ripreso dal ricorrente, che la stessa persona offesa ha dichiarato di non aver potuto accertare se fosse stato il ricorrente a inserirlo in rete e che la perquisizione presso il domicilio del ricorrente rimase senza esito. Sussiste, poi, vizio ulteriore di motivazione per illogicità dell’affermazione che il filmato effettuato dal ricorrente sia stato immesso nella rete quando né la persona offesa né il Pubblico Ministero ne hanno acquisito e prodotto una copia;

3. Errata applicazione dell’art.597, quinto comma, c.p.p. in relazione alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena e all’assenza di ragioni che possano impedire una prognosi favorevole.

Con memoria depositata in data 4 gennaio 2012 la parte civile osserva:

quanto al primo motivo, le sentenze di merito affermano che il consenso era stato prestato alla effettuazione di fotografie e non alla videoripresa, che dunque può considerarsi abusivamente effettuata, e che la Corte di Appello non ha escluso la sussistenza dell’ipotesi ex art.167 del d.lgs. n.196 del 2003, ma ha ritenuto l’illecito assorbito nel più grave reato ex art.615-bis c.p.;

quanto al secondo e terzo motivo, si tratta di censure in fatto e come tali inammissibili.

Osserva

La differente valutazione in ordine alle condotte relative al capo A), e la rilevanza di tale elemento rispetto all’intera vicenda, che emergono dalla sentenza di appello rispetto a quella di primo grado, nonché il contenuto del ricorso impongono alla Corte di esaminare anche la motivazione della prima decisione, emessa al termine di rito abbreviato.

In sintesi, dalla motivazione della sentenza del Tribunale emerge il convincimento del giudicante in ordine, tra le altre, alle circostanze che:

la persona offesa prestò consenso, successivamente, al rapporto sessuale, allo scatto di alcune fotografie, ma non venne informata delle riprese video-audio che il ricorrente effettuò posizionando su modalità di registrazione l’apparecchio fotografico elettronico in uso; nel mese di gennaio 2006 il ******* mostrò il filmato alla Sig.ra M..P. e prospettò l’ipotesi di mettere il filmato stesso in rete;

– più volte anteriormente all’ottobre 2006 il ******* aveva rivolto alla persona offesa minacce e insulti, anche richiamando l’esistenza del video.

Tali circostanze vengono poste dal Tribunale a fondamento della convinzione che il filmato immesso nella rete e qui rinvenuto nell’ottobre del 2006 sia stato nella disponibilità del ricorrente e da costui utilizzato in modo improprio.

Muovendo da queste premesse, e dunque dall’assenza del consenso della persona offesa alla realizzazione di un filmato poi parzialmente diffuso, la ricostruzione solo in parte coincidente operata dalla Corte di Appello non si pone in contrasto con la qualificazione giuridica che i giudici dell’appello hanno attribuito ai fatti.

Sul punto la Corte osserva che risultano del tutto infondate le censure mosse dal ricorrente alla ricostruzione che conduce alla attribuibilità del filmato posto in rete alla condotta a lui contestata: i giudici di merito hanno fornito a tale proposito una motivazione fondata sugli elementi di fatto sopra ricordati che vengono interpretati in modo non illogico, e dunque non censurabile in sede di legittimità.

Così giudicate manifestamente infondate le censure in ordine all’accertamento dei fatti e alla loro qualificazione giuridica, la Corte deve affrontare il profilo del ricorso che censura la mancata applicazione della sospensione della pena. Deve osservarsi che tale censura risulta inammissibile perché proposta per la prima volta in questa sede. Infatti, il ricorrente non ebbe a sollevare la questione in sede di dichiarazione d’appello: il quinto motivo di appello, l’unico che affronta i temi legati al trattamento sanzionatorio, non contiene una doglianza relativa alla mancata sospensione della pena. Inoltre, una richiesta in tal senso non risulta formalizzata neppure in sede di conclusioni davanti la Corte di Appello (verbale di udienza del 7 Aprile 2011).

Si rileva, infine, che il ricorrente censura in modo del tutto generico la mancata concessione del beneficio ex art. 597 c.p.p., non prospettando né una mancata risposta della Corte territoriale ad esplicita richiesta, né evidenziando ragioni specifiche che avrebbero richiesto l’esercizio dei poteri officiosi da parte del giudicante; il motivo va, sotto questo profilo, ritenuto generico ex art.581, lette) e 591, lett. c) c.p.p..

Sulla base delle considerazioni fin qui svolte il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell’art.616 c.p.p., al pagamento delle spese del presente grado di giudizio.

Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n.186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza ‘Versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità’, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, nonché al versamento della somma di Euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Datore di lavoro e RSPP – Delega delle funzioni – Destinatario della sicurezza (Cass. pen. n. 11425/2012)

Redazione

Fatto

Con sentenza del 13 gennaio 2009 il Tribunale di Torino-sezione distaccata di ****è- dichiarava Bu. Ma. , Ai. Gi. e La. Al. colpevoli del reato di lesioni colpose commesso con violazione di norme antinfortunistiche in danno di Sa. Ma. (reato commesso in (Omissis)) e li condannava alla pena di mesi due di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, al risarcimento dei danni, ad una provvisionale immediatamente esecutiva e alla rifusione delle spese in favore della parte civile costituita, concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti all’aggravante contestata; sostituiva altresì la pena irrogata con la corrispondente pena pecuniaria pari ad euro 2.280.00 di multa.

Agli imputati Bu. Ma. ed Ai. Gi. era stato contestato di avere cagionato, il primo nella qualità di socio ed amministratore della Bu. Cr. %. *********, datore di lavoro, il secondo in qualità di socio della predetta società e direttore del cantiere e responsabile del montaggio di un trabattello mobile alto m.6,50 fornito ed installato per l’effettuazione di lavori di insonorizzazione da eseguirsi all’esterno della sede CI. s.r.l., un grave infortunio a Sa. Ma. , (da cui derivava una malattia insanabile, con una invalidità pari al 100%) che precipitava dalla piattaforma del trabattello che si ribaltava in quanto non stabile e non adeguatamente ancorato alla costruzione, commettendo il fatto con violazione delle norme antinfortunistiche.

Avverso tale decisione hanno proposto appello gli imputati. La Corte di Appello di Torino in data 24.05.2011, con la sentenza oggetto del presente ricorso, confermava la sentenza emessa nel giudizio di primo grado nei confronti degli imputati Bu. Ma. e Ai. Gi. , che condannava altresi’ alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili ed assolveva invece per non aver commesso il fatto l’imputato La. Al. .

Avverso la predetta sentenza Bu. Ma. ed Ai. Gi. proponevano distinti ricorsi per Cassazione chiedendone l’annullamento.

Bu. Ma. censurava la sentenza impugnata per i seguenti motivi:

1) erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione.

Secondo il ricorrente erroneamente i giudici della Corte territoriale avevano ritenuto inefficace la delega ad Ai. Gi. in quanto priva del conferimento di reali poteri di intervento, dal momento che l’ Ai. era socio con pieni poteri. La motivazione sarebbe poi contraddittoria laddove la sentenza impugnata aveva condannato il Bu. , che aveva nominato direttore di cantiere l’ Ai. , consegnandogli e illustrandogli il piano di sicurezza e coordinamento, che quest’ultimo aveva sottoscritto per presa visione e accettazione, mentre invece aveva assolto il La. che era responsabile dei lavori e coordinatore per la progettazione e l’esecuzione degli stessi e quindi doveva operare quotidianamente nel cantiere. Erroneamente poi la Corte territoriale aveva ritenuto che la delega o preposizione ai compiti di sicurezza era abitualmente praticata soltanto nelle aziende di grandi dimensioni, non potendo essere posta a fondamento della responsabilità penale una pratica asseritamente “abituale”.

Ai. Gi. censurava la sentenza impugnata per i seguenti motivi:

1) in via preliminare declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione;

2) Nel merito violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) per omessa valutazione della responsabilità del preposto nell’attività di montaggio del ponte su ruote, in quanto, secondo il ricorrente la responsabilità dell’accaduto sarebbe ascrivibile alla persona offesa Sa. , che aveva la qualità di preposto ed era socio esperto della società appaltatrice dei lavori di insonorizzazione presso il committente e come tale incaricato del montaggio ed utilizzo del ponte a ruote oggetto dell’infortunio;

3) Nel merito, violazione dell’articolo 606 c.p.p., lettera e) per inadeguatezza della motivazione in ordine alla mancata individuazione della persona offesa quale preposto all’attività allorquando avvenne l’infortunio.

Bu. Ma. , a mezzo del suo procuratore speciale Avv. Vi. Ga. del foro di (Omissis), in data 23.02.2012, dichiarava di rinunciare alla prescrizione.

 

Diritto

I proposti ricorsi sono palesemente infondati, in quanto ripropongono questioni di merito a cui la sentenza impugnata ha dato ampia e convincente risposta e mirano ad una diversa ricostruzione del fatto preclusa al giudice di legittimità.

Tanto premesso si osserva che i ricorsi proposti per mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione selezionano un percorso che si esonera dalla individuazione dei capi o dei punti della decisione cui si riferisce 1’impugnazione ed egualmente sì esonerano dalla indicazione specifica degli elementi di diritto che sorreggono ogni richiesta. Le censure che investano la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione impongono una analisi del testo censurato al fine di evidenziare la presenza dei vizi denunziati. Viceversa la censura che denunzia la mancanza di motivazione deve far emergere ciò che manca e che esclude il raggiungimento della funzione giustificativa della decisione adottata. Una censura che denunzia mancanza di motivazione deve cioè fornire specifica indicazione delle questioni precedentemente poste, specifica comparazione tra questioni proposte e risposte date, approfondita e specifica misurazione della motivazione impugnata per evidenziare come, nonostante l’apparente esistenza di un compiuto argomentare, si sia viceversa venuta a determinare la totale mancanza di un discorso giustificativo della decisione e deve fornire attenta individuazione dei vuoti specifici che hanno determinato quella mancanza complessiva.

Tutto ciò non è rintracciabile nei ricorsi proposti da Bu. Ma. e da Ai. Gi. , poichè mancano di qualsiasi considerazione per la motivazione criticata, e lungi dall’individuare specifici vuoti o difetti di risposta che costituirebbero la complessiva mancanza di motivazione, si dolgono del risultato attinto dalla sentenza impugnata e accumulano circostanze che intenderebbero ridisegnare il fatto in chiave per loro favorevole, al fine di ottenere in tal modo una decisione solamente sostitutiva di quella assunta dal giudice di merito.

Nella sentenza oggetto di ricorso è infatti chiaro il percorso motivazionale che ha indotto quei Giudici a confermare la sentenza di primo grado.

La Corte di Appello di Torino ha infatti correttamente ritenuto la responsabilità di Bu.Ma. perchè, quale datore di lavoro, titolare, all’epoca del fatto, della impresa che aveva assunto l’appalto dei lavori di insonorizzazione dello stabilimento CI. , aveva consentito che fosse allestito il ponte su ruote (detto trabattello) che, pur essendo a norma e regolarmente utilizzabile, era però privo di attrezzature antiribaltamento e di idonei ancoraggi alla parete cui si doveva appoggiare, difetti strutturali e di manutenzione che avevano avuto evidente efficienza causale nella effettuazione dell’evento delittuoso. Il Bu. poi non aveva provveduto all’adeguata formazione del personale che doveva usare il trabattello. Nè è fondato il motivo di ricorso secondo cui la sua responsabilità sarebbe esclusa in quanto egli aveva delegato gli adempimenti in tema di sicurezza del lavoro al socio Ai. Gi. .

Come correttamente evidenziato dalla Corte territoriale, che cita altresì pertinente e condivisibile giurisprudenza di questa Corte (cfr., altresi’, Cass., Sez.4, Sent. n.4123 del 10.12.2008, Rv. 242480), in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro (già prima del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 17) il datore di lavoro non poteva delegare, neanche nell’ambito di imprese di grandi dimensioni l’attività di valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore e la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dei rischi.

Per quanto sopra evidenziato la Corte territoriale ha correttamente ritenuto altresì la responsabilità di Ai. Gi. , socio del Bu. con poteri decisionali in materia di vigilanza, in considerazione della posizione di garanzia assunta quale responsabile della sicurezza aziendale, che quindi doveva prevedere anche possibili errori ed imprudenze dei dipendenti nell’uso degli attrezzi e delle macchine da lavoro. Nè poteva ritenersi, come correttamente ha rilevato la sentenza impugnata, che l’infortunio fosse avvenuto a causa del comportamento del preposto e cioè della persona offesa Sa. Ma. , non essendo verosimile che quest’ultimo, dopo avere constatato la difficoltà di ancorare il trabattello al muro, abbia corso il rischio di operare uno spostamento dello stesso senza discenderne e senza avvertire dell’ardita manovra Bu. Ma. e Ai. Gi. , mettendo in pericolo la propria vita e quella del figlio di Ai. Gi. , Lu. , che con lui lavorava. Al contrario il delicato problema della stabilità di tale struttura metallica, su cui si doveva salire fino ad almeno sei metri di altezza, avrebbe dovuto imporre al responsabile della sicurezza Ai.Gi. di assicurarsi della piena rispondenza del “trabattello” alle esigenze di stabilità.

Pertanto nè rispetto ai capi nè rispetto ai punti della sentenza impugnata , nè rispetto all’intera tessitura motivazionale che nella sua sintesi è coerente e completa, è stata in alcun modo configurata la protestata assenza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione.

I ricorsi proposti non vanno in conclusione oltre la mera enunciazione dei vizi denunciati e dunque essi sono inammissibili con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 ciascuno in favore della cassa delle ammende.

Nei confronti di Ai. Gi. ( Bu. Ma. ha rinunciato alla prescrizione) non può invece essere dichiarata la prescrizione del reato (che sarebbe maturata in data 28.05.2011, successivamente quindi alla sentenza di appello, che è datata 24.05.2011), in quanto la dichiarazione di inammissibilità, secondo la concorde giurisprudenza di questa Corte (cfr., tra le altre, Cass., Sez. 1, Sent. n.24688 del 4.06.08, Rv.240594), preclude la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione anche se maturata in data anteriore alla pronuncia della sentenza di appello, ma non dedotta, nè rilevata nel giudizio di merito.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno a quello della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Esercizio abusivo della professione, la Cassazione allarga le maglie del reato (Cass. pen. n. 11545/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 10 novembre 2009 in esito a giudizio abbreviato il Tribunale di Milano condannava C.L. alla pena di legge, dichiarandolo colpevole, limitatamente ai fatti commessi dopo il 7 maggio 2001 (con contestuale declaratoria di improcedibilità per intervenuta prescrizione riguardo a quelli anteriori), dei reati, ritenuti avvinti dalla continuazione, di cui all’art. 640 c.p., art. 61 c.p., comma 1, n. 11, (capo a), artt. 482 e 476 c.p., (capo b) e art. 348 c.p. (capo c), perchè, con artifizi e raggiri consistiti nello spacciarsi per dottore commercialista e nel formare e presentare falsi certificati attestanti il versamento degli importi dovuti (oltre a un falso relativo alla presentazione di una domanda di accertamento di invalidità civile), e nell’ottenere conseguentemente da P.C., F.F. (venditori ambulanti) ed M.E. (madre del P.), così indotti in errore, l’incarico, abusivamente svolto, di tenere la contabilità e provvedere alle dichiarazioni e ai pagamenti relativi ai vari tributi dovuti (e ai contributi previdenziali per l’attività autonoma), e la consegna di somme da versare a tali titoli, tratteneva per sè tali somme, così realizzando un ingiusto profitto, con relativo danno per le parti lese.

Su appello dell’imputato, con sentenza del 10 gennaio 2011, la Corte di appello di Milano confermava la pronuncia del Tribunale.

2. Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato a mezzo del difensore, deducendo, innanzitutto, erronea applicazione della legge penale in ordine a tutti i reati ascritti.

Relativamente al reato di cui all’art. 348 c.p., ha rilevato in particolare che:

– tale norma deve correttamente essere interpretata nel senso che punisce solo lo svolgimento di attività riservate in via esclusiva a una determinata professione;

– anche a voler seguire l’orientamento giurisprudenziale, sposato dai giudici di merito, secondo il quale anche gli atti non riservati ma caratteristici della professione rilevano ai fini della configurazione del reato de quo, purchè svolti in modo continuativo e organizzato, dell’esigenza di tale condizione aggiuntiva la Corte di merito non ha tenuto conto.

Quanto al reato di truffa, il ricorrente assume che lo stesso deve ritenersi assorbito in quello di falso, non essendovi stati artifici o raggiri diversi da quelli rappresentati dall’esibizione degli atti fasulli, effettuata non per acquisire la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento degli incarichi relativi ai versamenti dovuti.

In relazione al reato di falso materiale in atto pubblico, si contesta in sostanza la incongrua valutazione di gravità operata dai giudici di merito e la loro acritica adesione alle accuse provenienti dalle parti lese, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza.

Si denunciano poi nel ricorso anche vizi di motivazione, in primo luogo, in ordine alla riconduzione delle condotte dell’imputato alla nozione di atti caratteristici dell’ambito professionale del commercialista.

Alla stregua degli atti egli sarebbe risultato in realtà un tuttofare, che solo incidentalmente avrebbe posto in essere sporadiche attività fra quelle descritte nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1: andava a prendere il lavoro direttamente presso i mercati all’aperto ove il F. lavorava, ricevendone in cambio somme modeste ed occasionali regalie consistenti in maglieria intima; indicava quale proprio indirizzo non quello di uno studio professionale, come sostenuto, ma solo quello di casa propria, un’abitazione senza una targa che lo indicasse come commercialista, sprovvista di una segreteria o di altri elementi caratteristici di uno studio professionale. Il giudice, sia in primo grado che in appello, non avrebbe fornito spiegazioni su come l’abitazione privata fosse diventata il centro nevralgico di un’attività organizzata, continuativa e professionale.

La motivazione sarebbe poi mancante sui motivi di censura sollevati con i motivi di appello circa l’attendibilità delle dichiarazioni rese dai denunciami, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza, nonchè in ordine alla mancata concessione della circostanza attenuante dell’aver cagionato un danno patrimoniale di lieve entità, posto che quello concretamente accertato ammonterebbe a soli Euro 1671. 3. La Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione, con ordinanza del 13 ottobre 2011, depositata in pari data, ha rimesso la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite, rilevando l’esistenza di un irrisolto contrasto giurisprudenziale (già in precedenza segnalato dall’Ufficio del Massimario, con Relazione n. 1016/2003 del 20 febbraio 2002) sulla determinazione dell’ambito applicativo del reato di cui all’art. 348 c.p., fra un primo orientamento (a cui si è richiamata la difesa) che lo circoscrive allo svolgimento delle attività specificamente riservate da un’apposita norma a una determinata professione, e un secondo filone (inaugurato da Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, dep. 2003, *************, Rv. 223215) che, nel distinguere tra atti “tipici” della professione ed atti “caratteristici”, strumentalmente connessi ai primi, precisa che questi ultimi rilevano solo se vengano compiuti in modo continuativo e professionale “in quanto, anche in questa seconda ipotesi, si ha esercizio della professione per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo”; con la conseguenza – rilevante in riferimento alla fattispecie oggetto del ricorso del C. – che il reato di cui all’art. 348 c.p., sarebbe integrato dall’abusivo svolgimento non solo delle attività specificamente elencate nella seconda parte della previsione di cui al D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, (considerate dalla sentenza Notaristefano come tipiche, e cioè riservate solo ai ragionieri e periti commerciali) ma anche di quelle “relativamente libere”, previste nella prima parte del succitato D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ove poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato, e presentate all’esterno come provenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente.

4. Il Primo Presidente, con decreto del 17 ottobre 2011, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando l’udienza pubblica del 15 dicembre 2011. 5. Con memoria depositata il 25 novembre 2011, la difesa, riepilogando il quadro normativo relativo alle professioni di dottore commercialista e ragioniere, ha messo in evidenza che i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953 (ora abrogati e sostituiti dal D.Lgs. n. 139 del 2005, adottato in attuazione della legge-delega n. 34 del 2005), applicabili al caso di specie ratione temporis, indicavano le attività oggetto delle dette professioni senza però attribuirle ai titolari della relativa abilitazione in via esclusiva:

cosa che non avrebbero legittimamente neanche potuto fare, stante il divieto posto dalla legge-delega, come autorevolmente sottolineato da Corte cost., sent. n. 418 del 1996, che ha riconosciuto la ricomprensione delle dette attività, oltre che nella cornice operativa di altre categorie di liberi professionisti, anche nell’ambito degli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi. A tale indirizzo del giudice delle leggi, che ha considerato esulanti dalla “protezione” degli albi le attività comportanti prestazioni non attribuite in via esclusiva, si sono, secondo la difesa, uniformati di recente, con specifico riferimento alle professioni commerciali, la giurisprudenza civile della Corte di cassazione e il T.A.R. del Lazio.

6. Con memoria depositata il 9 dicembre 2011, la Procura Generale presso questa Corte, oltre a rilevare l’infondatezza degli altri motivi di ricorso, ha aderito alla tesi della riferibilità della fattispecie incriminatrice dell’art. 348 c.p., al solo compimento (abusivo) delle attività attribuite a una determinata professione in via esclusiva, osservando che una sua estensione anche alle attività non esclusive ma caratteristiche della stessa e svolte continuativamente, oltre ad essere in contrasto col principio di cui all’art. 41, comma primo, Cost., si risolverebbe in un’applicazione analogica della legge penale non consentita e violatrice del principio di determinatezza e comporterebbe altresì un’alterazione della struttura del reato, trasformandolo da istantaneo in reato abituale o a condotta plurima. Con specifico riferimento alle professioni commerciali, il P.G. ha ricordato che, come ritenuto da Corte cost., sent. n. 418 del 1996 (a cui si è uniformata la giurisprudenza civile di questa Corte), e in sostanziale ossequio al summenzionato principio costituzionale, i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, non prevedono attribuzioni di attività in via esclusiva (come non le reca il D.Lgs. n. 139 del 2005); in ogni caso, poi, non includono nella specifica elencazione delle attività di riconosciuta competenza tecnica quelle svolte dal ricorrente C..

 

Motivi della decisione

1. La questione controversa.

La questione concreta da cui è scaturita la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite è “se le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti integrino il reato di esercizio abusivo della professione di ragioniere, perito commerciale o dottore commercialista, se svolte – da chi non sia iscritto al relativo albo professionale – in modo continuativo, organizzato e retribuito”.

Essa, peraltro, ne sottende un’altra, di carattere più generale, che attiene all’ambito applicativo della norma dell’art. 348 c.p., in riferimento in particolare al contrasto sulla delimitazione o meno di esso ai soli “atti” attribuiti in via esclusiva a una data professione.

2. Considerazioni introduttive generali sull’art. 348 c.p..

La norma incriminatrice dell’art. 348 c.p., che punisce chi “abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato”, trova la propria ratio nella necessità di tutelare l’interesse generale, di pertinenza della pubblica amministrazione, a che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, vengano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge (in tal senso, testualmente, Sez. 6, n. 1207 del 15/11/1982, dep. 1985, *****, Rv. 167698). Il titolare dell’interesse protetto è, quindi, soltanto lo Stato, e l’eventuale consenso del privato destinatario della prestazione professionale abusiva non può avere valore scriminante.

La norma rinvia, per la sua concreta operatività, ad altre fonti, che, in via di integrazione necessaria, precisino quali sono le professioni soggette alla speciale abilitazione statale e quando il loro esercizio debba considerarsi “abusivo”. Dette fonti integrative sono costituite non solo dalle discipline relative agli ordinamenti professionali ma da tutte quelle (inerenti ad es. alle materie oggetto degli esami di Stato e ai percorsi universitari, ovvero che richiamano, in contesti specifici, il titolo professionale come condizione per l’espletamento di determinati compiti) comunque rilevanti allo scopo (comprensive ora, fra l’altro, delle procedure propedeutiche all’esercizio in Italia di un’attività professionale da parte dei cittadini di uno Stato membro dell’U.E., sulla base del diritto di stabilimento e di quello della libera circolazione dei servizi sanciti dal Trattato U.E.). Viene pacificamente escluso, in ossequio al principio di determinatezza, che eventuali lacune normative possano essere colmate dal giudice penale con il ricorso a regole generali e astratte (Sez. 6, n. 9089 del 03/04/1995, ********, Rv. 202273; sulla stessa linea, fra le altre, nel percorso motivazionale, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, PM in proc. ******* e altro; Sez. 6, n. 27853 dell’11/04/2001, ********; Sez. 6, n. 5672 del 22/04/1997, ***********; Sez. 6, n. 524 del 25/01/1996, PM in proc. ********).

In ragione della detta necessaria eterointegrazione, la norma incriminatrice de qua viene generalmente configurata, sia in dottrina che in giurisprudenza (Sez. 6, n. 47028 del 10/11/2009, *********, Rv. 245305; Sez. 5, n. 41142 del 17/10/2001, *****; Sez. 6, n. 16230 del 05/03/2001, *****; Sez. 6, n. 1632 del 06/12/1996, dep. 1997, *****, Rv. 208185; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 11929 del 09/11/1992, *******) come una norma penale in bianco. A tale costruzione si oppone, peraltro, l’orientamento di una parte della dottrina, fatto proprio anche da Corte cost., 27 aprile 1993, n. 119 (seguita da Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********), secondo il quale l’art. 348 c.p., delinea esaurientemente la fattispecie in tutte le sue componenti essenziali, individuandone come elemento necessario e sufficiente l’osservanza della speciale abilitazione che lo Stato richiede per l’esercizio della professione, mentre i contenuti ed i limiti propri di ciascuna abilitazione non rifluirebbero all’interno della struttura del fatto tipico, costituendo null’altro che un presupposto di fatto che il giudice è chiamato a valutare caso per caso.

Dalla ricognizione delle normative che prevedono e regolano le professioni soggette a speciale abilitazione dello Stato emerge, in via generale, che il conseguimento di tale titolo, da un lato, presuppone il possesso di altri pregressi titoli e, dall’altro, costituisce a sua volta il presupposto (principale ma non esclusivo) per la iscrizione in appositi albi (relativi ai laureati) o elenchi (diplomati), tenuti dai rispettivi ordini e collegi professionali (enti pubblici di autogoverno delle rispettive categorie, a carattere associativo e ad appartenenza necessaria): iscrizione che è configurata essa stessa come condizione per l’esercizio della professione. La “abusività” prevista dalla norma penale viene conseguentemente riconnessa, in pratica, alla mancanza della detta iscrizione (la cui formale esistenza, fraudolentemente acquisita, non può peraltro supplire alla oggettiva assenza della prescritta abilitazione: Sez. 6, n. 3785 del 18/11/1994, dep. 1995, *****, Rv. 201810). Ed è a tale presupposto negativo che direttamente si riferisce la disciplina civilistica delle professioni intellettuali, per negare la facoltà di agire per il pagamento della prestazione (art. 2231 c.c.).

Quanto in particolare alla centrale locuzione “esercita una professione”, essa attiene evidentemente ai contenuti dell’attività professionale e non può che trovare anch’essa la sua concreta integrazione nelle fonti che disciplinano le singole professioni.

In via generale, si può qui ricordare che, ai fini della tutela penale, l’esercizio de quo deve necessariamente esplicarsi con rilevanza esterna (Sez. 6, n. 12890 del 04/05/2000, **********, Rv. 217433; Sez. 5, n. 12177 del 18/02/2002, ********, Rv. 221256).

3. L’orientamento che da rilevanza ai soli atti attribuiti in via esclusiva.

L’indirizzo tradizionale seguito in dottrina e giurisprudenza, al quale si è richiamato il ricorrente e anche il Procuratore Generale, ritiene che gli atti inclusi nella “protezione” penale accordata dall’ordinamento siano solo quelli attribuiti in via esclusiva a una determinata professione. In mancanza di tale presupposto – si è spesso osservato – si determinerebbe una indebita compressione dei diritti di libertà e di iniziativa economica spettanti a ciascun individuo.

In linea con tale impostazione, il reato in parola viene configurato come reato “istantaneo” (con il conseguente verificarsi, in caso di reiterazione programmata degli atti, del fenomeno della continuazione), e si ritiene che basti a integrarlo anche un atto (“riservato”) compiuto in modo occasionale e a titolo gratuito.

Non facili problemi ha ovviamente comportato l’applicazione in concreto del criterio in discorso. Spesso, infatti, dalle singole discipline non si evincono in modo chiaro e univoco gli atti riferibili a una determinata professione con attribuzione in via esclusiva. Non di rado, invero, le norme sugli ordinamenti professionali contengono elencazioni di attività qualificate di pertinenza delle rispettive professioni, senza però specificare se questo ne implichi anche l’esclusiva. Nelle fonti si rinvengono poi anche attribuzioni di competenze formulate in modo assolutamente generico.

Dubbi naturalmente non sorgono quando si sia in presenza di una esplicita e formale attribuzione in via esclusiva (monopolistica o condivisa con altre specifiche categorie), recata dalle stesse regolamentazioni degli ordinamenti professionali (v., ad es., la L. 11 gennaio 1979, n. 12, art. 1, sulla competenza dei consulenti del lavoro in materia di adempimenti inerenti al lavoro dipendente) ovvero derivante da fonti diverse, che al possesso del titolo per il legale esercizio professionale fanno riferimento come condizione necessaria per talune attività (v., ad es., l’art. 83 c.p.c., comma 3, e il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 2).

In mancanza di tali univoche indicazioni, il principale criterio guida è quello sostanzialistico, inerente cioè alla intrinseca specificità e delicatezza di determinate attività, incompatibili con il loro espletamento da parte di soggetti non muniti della relativa abilitazione, richiesta al riguardo per ragioni di essenziale tutela dell’utenza. A tale scopo può essere utile, se non indispensabile, fare riferimento alla funzione oggettiva che alcune professioni assumono nel contesto dei valori sociali, quale delineata dal complessivo coacervo delle norme ad esse attinenti (non escluse quelle che delimitano le competenze delle professioni affini). Tale ricerca è talora indistinguibile da quella rivolta a individuare (prima ancora che l’eventuale requisito dell’esclusività) le stesse attività riferibili in sè a una data professione. E’ il caso della professione medica, in cui sia l’oggettiva essenza sia la contestuale esclusività dell’attività professionale sono generalmente definite in ragione delle finalità di diagnosi delle malattie, prescrizione delle cure e somministrazione dei rimedi, con conseguente riservata inclusione in essa (salve le sfere specificamente assegnate alle professioni sanitarie “minori”) di qualsiasi trattamento pratico, anche non convenzionale (possono ricordarsi al riguardo, in tema di omeopatia, Sez. 6, n. 34200 del 20/06/2007, *******, Rv. 237170; in tema di agopuntura, Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********, Rv. 226199; in tema di attività chiropratica, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, *******, Rv. 225685), che tali finalità persegua.

4. L’indirizzo inaugurato dalla sentenza *************. Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, 2003, *************, Rv. 223215 (che è stata seguita da Sez. 6, n. 26829 del 05/07/2006, *****, Rv. 234420 e ha ricevuto alcune adesioni anche in dottrina), innovando rispetto all’orientamento tradizionale (cui si sono, nel contempo continuate ad attenere Sez. 6, n. 17921 del 11/03/2003, **********, Rv. 224959, e Sez. 6, n. 17702 del 03/03/2004, Bordi, Rv. 228472), ritiene che, ai fini della norma incriminatrice in esame, assumono rilevanza tutti gli atti comunque “caratteristici” di una data professione, ricomprendendosi fra gli stessi, oltre agli atti ad essa attribuiti in via esclusiva – per i quali la sentenza de qua richiama le definizioni di “tipici” o “propri” o “riservati”, e il cui compimento, come si è visto, integra il reato, anche se avvenga in modo isolato e gratuito -, anche quelli che la sentenza definisce “relativamente liberi”, nel senso che chiunque può compierli a titolo occasionale e gratuito, ma il cui compimento (strumentalmente connesso alla professione) resta invece “riservato” se avvenga in modo continuativo, organizzato e remunerato. Anche in questa seconda ipotesi, secondo la Corte, si ha “esercizio della professione”, per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo, ricorrendo parimenti la necessità (che è a base della prevista tutela penale) “di tutelare il cittadino dal rischio di affidarsi, per determinate esigenze, a soggetti inesperti nell’esercizio della professione o indegni di esercitarla”.

Tale teoria “estensiva” è stata elaborata dalla sentenza ************* in occasione dell’esame di una fattispecie attinente – al pari di quella oggetto del presente giudizio – proprio allo svolgimento delle attività di tenuta della contabilità dei clienti, con gestione delle relative posizioni fiscali e degli adempimenti collegati, inclusi la redazione delle denunce obbligatorie e il versamento di quanto a tal titolo dovuto. Nell’occasione la Corte prese in esame la disciplina dell’ordinamento professionale dei ragionieri e periti commerciali, vigente all’epoca dei fatti di causa (così come di quelli oggetto del presente giudizio), contenuta nel D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, recante Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale, emanati in forza della L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recante Delega al Governo della facoltà di provvedere alla riforma degli ordinamenti delle professioni di esercente in economia e commercio e di ragioniere.

L’art. 1 di tale D.P.R., nello stabilire l’oggetto della professione, riconosceva (comma primo) in via preliminare agli iscritti nell’albo dei ragionieri e periti commerciali “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale e di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”. Nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, lo stesso articolo stabiliva poi che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perdite contabili e le consulenze tecniche; c) la revisione dei libri obbligatori e facoltativi delle imprese ed ogni indagine in tema di bilancio, di conti, di scritture e di ogni documento contabile delle imprese; d) i regolamenti e le liquidazioni di avarie marittime; e) le funzioni di sindaco delle società commerciali e degli altri enti;

f) le divisioni di patrimoni, la compilazione dei relativi progetti e piani di liquidazione nei giudizi di graduazione; g) i piani di contabilità per aziende private e pubbliche, i riordinamenti di contabilità per riorganizzazioni aziendali; h) le determinazioni dei costi di produzione nelle imprese industriali, le rilevazioni in materia contabile e amministrativa.

Secondo la sentenza *************, l’elencazione specifica contenuta nella seconda parte dell’articolo riportato è “indicativa di una riserva di competenza, cioè individua la competenza tipica riservata ai ragionieri e ai periti commerciali”, mentre le attività indicate in via generale nella prima parte dei medesimo articolo (cui erano riconducibili quelle compiute dalla imputata nel caso di specie), pur se “relativamente libere” nel senso predetto, integrano il concetto di esercizio della professione in esame, “se poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato e presentate all’esterno come rivenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente”. 5. Posizione assunta dalla sentenza impugnata.

La sentenza impugnata; nel confermare la condanna del C. anche per il reato di cui all’art. 348 c.p., ha fatto puntuale applicazione dell’indirizzo “estensivo” sopra esposto, rilevando che nel caso sottoposto al suo esame gli atti compiuti dal prevenuto, pur non essendo, come tali, riservati in via esclusiva alla professione di ragioniere e perito commerciale, rientravano comunque fra quelli “relativamente liberi”, riconducibili alle competenze indicate in via generale nella prima parte del cit. D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ed, essendo stati compiuti in modo continuativo, sistematico e retribuito, integravano senz’altro il reato predetto.

6. Interpretazione delle norme sugli ordinamenti delle professioni contabili. Prima di affrontare il tema della soluzione del contrasto innescato dalla sentenza *************, è opportuno soffermarsi un po’ più ampiamente sulla disciplina relativa alle professioni contabili vigente all’epoca dei fatti.

Si è già sopra illustrata parte del contenuto del D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1. Tale norma, in effetti, proseguiva (comma secondo) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività ai ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrano nella competenza dei dottori commercialisti, degli avvocati e dei procuratori o che la amministrazione pubblica conferisce, per legge, ai propri dipendenti”.

In ogni caso, infine, la elencazione di cui al primo comma non era considerata ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti” (comma terzo).

Quanto ai dottori commercialisti, il D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, emanato parimenti in forza della ricordata L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recava nel suo art. 1, uno svolgimento sostanzialmente analogo a quello del D.P.R. n. 1068, art. 1, riconoscendo (comma 1) in via preliminare ai dottori commercialisti “competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”, e stabilendo poi, nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perizie e le consulenze tecniche; c) le ispezioni e le revisioni amministrative; d) la verificazione ed ogni altra indagine in merito alla attendibilità di bilanci, di conti, di scritture e d’ogni altro documento contabile delle imprese; e) i regolamenti e le liquidazioni di avarie; f) le funzioni di sindaco e di revisore nelle società commerciali.

La norma, poi, proseguiva (comma 2) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività di cui sopra a persone iscritte nell’albo dei dottori commercialisti “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrino nella competenza dei ragionieri liberi esercenti, degli avvocati e dei procuratori o che l’Amministrazione pubblica conferisce per legge ai propri dipendenti”. A differenza di quanto stabilito per l’esercizio della professione di ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo, la norma (comma 3) prevedeva però la possibilità che l’incarico potesse essere affidato a persone diverse da quelle sopra indicate, purchè nel provvedimento di nomina si giustificassero “i particolari motivi di scelta”.

Infine, con disposizione di tenore analogo a quella contenuta nell’omologa previsione del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, si stabiliva che la predetta elencazione non era da considerarsi ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei dottori commercialisti, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e regolamenti” (comma 4).

Da notare poi che la Legge Delega n. 3060 del 1952, art. 1, stabiliva che il Governo si dovesse uniformare a una serie di principi e criteri direttivi, tra cui rileva, per quanto qui di interesse (come meglio si vedrà più innanzi), il primo:

“a) la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”.

Questo essendo il tenore delle norme, una prima osservazione da fare è che le stesse contengono, accanto a una previsione di competenze definite in modo del tutto generico (prima parte dell’art. 1), un’elencazione specifica di attività ritenute formanti oggetto “in particolare” delle professioni. Ora, tale elencazione, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza ************* e dalla prevalente giurisprudenza (vedi Sez. 6, n. 6157 del 28/02/1985, ***********, Rv. 169824; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 904 del 21/10/1999, dep. 2000, ******, Rv. 215432; Sez. 6, n. 13124 del 14/02/2001, ******, Rv. 218306), non ne comporta per sè l’attribuzione in via esclusiva. L’elencazione è preceduta, invero, dalla semplice locuzione: “In particolare formano oggetto della professione le seguenti attività”. Nell’ultimo comma degli artt. 1, poi (come già sopra ricordato), è espressamente puntualizzato che “L’elencazione di cui ai presente articolo non pregiudica l’esercizio di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti”.

Se quanto sopra si legge doverosamente alla luce della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (come già ricordato) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, non può che concludersi nel senso indicato da Corte cost. n. 418 del 1996, per la quale nelle norme delegate in esame “non si rinviene alcuna attribuzione in via esclusiva di competenze”, e la succitata “espressione a norma di leggi e regolamenti, di cui all’ultimo comma di entrambe le disposizioni (…) dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, deve doverosamente essere intesa non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche (…) con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”. 7. Soluzione del contrasto.

Il contrasto innescato dalla sentenza ************* può e deve essere risolto, ad avviso del Collegio, attraverso una interpretazione estensiva della norma dell’art. 348 c.p., che superi i limiti dell’orientamento tradizionale, recuperando le ragioni sostanziali della detta sentenza, in un’ottica che tenga nel giusto conto la ratio della norma incriminatrice e il contesto normativo in cui è destinata a operare, ma sia nel contempo rispettosa del principio di tassativita.

Secondo l’orientamento sostenuto dalla *************, in sostanza, gli atti caratteristici “relativamente liberi” di una determinata professione, non attribuiti ad essa in via esclusiva, qualificano comunque la medesima e non possono, quindi, essere svolti, da chi non vi sia abilitato, in un modo che ne costituisca di fatto esercizio, e cioè in forma stabile, organizzata e retribuita. In tal modo la tutela penale è estesa, dal singolo atto di per sè riservato, allo svolgimento “sistematico” (riservato solo in quanto tale) di atti qualificanti (anche se singolarmente non riservati). Il tratto comune alle due condotte si rinviene evidentemente nell’essere entrambe espressione tipica e oggettiva dell’esercizio professionale.

Tale assunto è inaccettabile nella concreta applicazione che la sentenza ne fa: come riferito cioè a categorie di attività definite in senso estremamente lato e generico. Esso, infatti, come si è sopra ricordato, è stato applicato in relazione alla generale previsione, contenuta nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, relativa al riconoscimento di “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale, di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”.

Il principio di tassatività delle fattispecie incriminatrici, discendente da quello di legalità e riferibile, come questo, non solo alle previsioni direttamente contenute nelle norme penali ma anche a quelle delle fonti extrapenali che ne costituiscano sostanziale integrazione, impedisce di dare qualsiasi rilievo, ai fini della norma di cui all’art. 348 c.p., a disposizioni di carattere così indeterminato, come quella sopra indicata (e discorso analogo vale, ovviamente, per la consimile disposizione, contenuta nella prima parte del D.P.R 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, secondo cui “Ai dottori commercialisti è riconosciuta competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”).

L’interpretazione estensiva proposta nella Notaristefano è invece da condividere in riferimento a quelle attività che, pur quando non siano attribuite in via esclusiva, siano però qualificate nelle singole discipline, con previsione, beninteso, puntuale e non generica (in rispetto, quindi, del principio di tassativita), come di specifica o particolare competenza di una data professione (tale è, ad es., proprio il caso delle surriportate elencazioni di cui alla seconda parte del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, e D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1). E’ innegabile, infatti, che quando tali attività siano svolte in modo continuativo e creando tutte le apparenze (organizzazione, remunerazione, ecc.) del loro compimento da parte di soggetto munito del titolo abilitante, le stesse costituiscano espressione tipica della relativa professione e ne realizzino quindi i presupposti dell’abusivo esercizio, sanzionato dalla norma penale.

Il concetto di esercizio professionale contiene già in sè un tendenziale tratto di abitualità, e, se è vero che da esso è giusto prescindere a fronte di atti che l’ordinamento riservi come tali, nell’interesse generale, a una speciale abilitazione, ne è naturale, ragionevole ed ermeneuticamente rilevante il recupero in presenza dell’indebita invasione di uno spazio operativo considerato dall’ordinamento come specificamente qualificante una determinata professione, allorchè la stessa sia attuata con modalità idonee a tradire l’affidamento dei terzi, per la tutela dei cui interessi l’esercizio di quella professione è stato sottoposto a particolari cautele.

I precedenti rilievi che spingono a ricondurre le situazioni testè descritte nell’ambito applicativo dell’art. 343 c.p., ricevono un conforto essenziale dal carattere unitario del presidio che il codice penale del 1930 (innovando in ciò rispetto alla legislazione precedente) ha oggettivamente assicurato al complessivo sistema delle professioni soggette ad abilitazione, con una proiezione normativa idonea a inglobarne l’ampliamento e l’evoluzione che ne sono seguiti nel tempo, in un contesto corroborato, fra l’altro, dall’importante riconoscimento costituzionale di cui all’art. 33 Cost., comma 5.

Esistono, come si è già ricordato, ordinamenti professionali “protetti” in cui si rinvengono indicazioni di attività ritenute di competenza “specifica”, ma per le quali manca una espressa attribuzione di esclusiva. Tali indicazioni, nei casi in cui l’attribuzione esclusiva non sia desumibile formalmente aliunde o attraverso il ricordato criterio sostanzialistico, resterebbero, secondo l’orientamento tradizionale, e in maniera irragionevolmente contrastante con la stessa previsione della professione “protetta”, delle vuote nomenclature. Diventa, così, decisivo per l’interprete lo stato reale della legislazione, che, ad onta di sollecitazioni “aperturiste” provenienti da più parti, contempla tuttora un sistema di professioni organizzato in Ordini/Collegi e rispettivi **** ad appartenenza necessaria, non circoscritto alle sole attività destinate alla tutela di essenziali valori costituzionali (come, in particolare, la salute e il diritto alla difesa in giudizio) e non inscindibilmente connesso alla riserva di specifiche attribuzioni esclusive. Di tale assetto si ha significativa conferma nel D.P.R. 5 giugno 2001, n. 328, art. 1, comma 2, (recante Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonchè della disciplina dei relativi ordinamenti), laddove si dice che “Le Norme contenute nel presente regolamento non modificano l’ambito stabilito dalla normativa vigente in ordine alle attività attribuite o riservate, in via esclusiva o meno, a ciascuna professione”.

Gli esposti rilievi logico-sistematici, unitamente allo stesso tenore letterale dell’art. 348 c.p., impongono, dunque, l’adesione all’interpretazione estensiva in discorso. La quale enuclea, in sostanza, accanto alla “riserva” professionale collegata alla attribuzione in esclusiva dell’atto singolo, una riserva collegata allo svolgimento, con modalità tipiche della professione, di atti univocamente ricompresi nella sua competenza specifica: conclusione questa che si rivela, in definitiva – come già precisato -, l’unica coerente con un sistema indistinto di **** in cui non è indispensabile l’esistenza di riserva esclusiva di specifiche attività ma che sono nel contempo ad appartenenza necessaria.

E’ importante, per evitare equivoci applicativi, ribadire con chiarezza che la condotta “abituale” ritenuta punibile in tale ricostruzione deve essere posta in essere con le oggettive apparenze di un legittimo esercizio professionale, perchè solo a questa condizione, in presenza di atti non riservati per se stessi, si viola appunto il principio della generale riserva riferita alla professione in quanto tale, con correlativo tradimento dell’affidamento dei terzi. Ne consegue che quando tali apparenze mancano, sia per difetto di abitualità, organizzazione o remunerazione, sia perchè il soggetto agente espliciti in modo inequivoco che egli non è munito di quella specifica abilitazione e opera in forza di altri titoli o per esperienza personale comunque acquisita, si è fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 348 c.p.. Tale vantazione va compiuta peraltro, in conformità all’interesse protetto dal reato, su un piano generale e oggettivo, e non nella dimensione dello specifico rapporto interpersonale, con quanto ne consegue ai fini della (persistente) irrilevanza scriminante del consenso del singolo destinatario della prestazione abusiva.

Tirando le fila del discorso, si può affermate il seguente principio di diritto: “Concreta esercizio abusivo di una professione, punibile a norma dell’art. 348 c.p., non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva a una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorchè lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”. 8. Soluzione del caso e norme speciali sopravvenute.

Applicando le conclusioni in diritto che precedono alla fattispecie di causa, si deve osservare che le attività ascritte al C. non erano incluse nelle positive elencazioni di quelle considerate di particolare competenza della professione di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale a sensi del D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, vigenti all’epoca. Esse, quindi – escluso, per le ragioni sopra esposte, di poter valorizzare al riguardo le previsioni introduttive di carattere generale contenute negli stessi decreti – restano del tutto fuori del campo di applicabilità dell’art. 348 c.p., quand’anche connotate dai caratteri di continuatività, onerosità e organizzazione.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in relazione all’imputazione di cui all’art. 348 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato. Ne consegue l’eliminazione della relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione.

Per completezza, può aggiungersi che il successivo D.Lgs. 28 giugno 2005, n. 139, emanato in attuazione della delega conferita al Governo con la L. 24 febbraio 2005, n. 34, art. 2, ha sostituito i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, istituendo l’Albo unificato dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, e, oltre a una elencazione di attività comune alle due categorie (riproducente quella già relativa ai commercialisti secondo il D.P.R. n. 1067 del 1953), ha previsto un lungo elenco di altre attività di riconosciuta competenza tecnica dei soli iscritti alla Sezione A (Commercialisti) e un elenco di attività di riconosciuta competenza tecnica degli iscritti alla Sezione B (Esperti contabili) dell’Albo, fra le quali sono state incluse le seguenti: “a) tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, controllo della documentazione contabile, revisione e certificazione contabile di associazioni, persone fisiche o giuridiche diverse dalle società di capitali; b) elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarle e cura degli ulteriori adempimenti tributari”.

Pur non recando più la legge delega n. 39 del 2005, la previsione, già presente nella legge delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (criterio direttivo sub a) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, e pur essendosi, nel D.Lgs. n. 139 del 2005, riformulata la clausola di salvezza per i soggetti non iscritti all’Albo oggetto dei decreto in un modo che sembra riferirsi solo ai professionisti iscritti in altri **** (“Sono fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge ai professionisti iscritti in altri albi”), non si ravvisano ragioni formali (in relazione alle espressioni usate) o sostanziali (in relazione alla natura della professione di esperto contabile) per ritenere che l’inserimento nell’elenco comune agli iscritti alle due Sezioni e nell’elenco separato relativo agli iscritti alla Sezione B comporti ora l’attribuzione in via esclusiva delle relative attività.

Conferma decisiva di tale conclusione discende dalla constatazione che l’unico accenno, presente nella nuova legge delega, ricollegabile in qualche modo a una possibile logica di competenza esclusiva (non monopolistica), la sussistenza e i limiti della cui effettiva realizzazione restano ovviamente da verificare, riguarda gli iscritti alla sezione A e si rinviene in particolare nella lett. d) dell’art. 3, laddove si prevede che “E’ consentita l’attribuzione di nuove competenze agli iscritti nella sezione dell’Albo unico riservata ai laureati specialistici, che presentino profili di interesse pubblico generale, nel rispetto del principio della libertà di concorrenza e fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge a professionisti iscritti ad altri albi. Sono fatte salve, altresì, le attività di natura privatistica già consentite dalla legge agli iscritti a registri, ruoli ed elenchi speciali tenuti dalla pubblica amministrazione”.

La specifica inclusione delle attività di tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, e di elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarie e cura degli ulteriori adempimenti tributari, nell’elenco di quelle riconosciute di competenza tecnica degli iscritti alla sezione B consente però ora senz’altro di ritenere, alla stregua delle conclusioni sopra assunte, che lo svolgimento di esse, se effettuato da soggetto non abilitato con modalità tali da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse dallo stesso provenienti, le apparenze dell’attività professionale svolta da esperto contabile regolarmente abilitato, è punibile a norma dell’art. 348 c.p..

Il principio di diritto che da quanto sopra si può enucleare è il seguente: “Le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti, non integrano il reato di esercizio abusivo delle professioni di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale, quali disciplinate, rispettivamente, dal D.P.R. nn. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, anche se svolte – da chi non sia iscritto ai relativi albi professionali – in modo continuativo, organizzato e retribuito, tale da creare, in assenza di indicazioni diverse, le apparenze di una tale iscrizione; a opposta conclusione, in riferimento alla professione di esperto contabile, deve invece pervenirsi se le condotte in questione siano poste in essere, con le caratteristiche suddescritte, nel vigore del nuovo D.Lgs. n. 139 del 2005”. 9. Raffronto con la giurisprudenza costituzionale e la giurisprudenza civile. Le conclusioni adottate non appaiono incompatibili con quanto affermato dalla citata Corte cost. n. 418 del 1996. Nell’occasione la Consulta venne investita dal giudice a quo, nel corso di una controversia civile relativa al pagamento di compensi per attività di consulenza aziendale espletata da una S.r.l., della questione di legittimità costituzionale del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di dottore commercialista) e D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale), “nella parte in cui riservano concretamente in via esclusiva a quei professionisti l’esercizio professionale nelle materie della economia e della consulenza aziendale”: questione sollevata in particolare in riferimento all’art. 76 della Costituzione, in relazione alla presunta “violazione del criterio direttivo della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, sulla revisione degli ordinamenti professionali di dottore commercialista e di ragioniere, che all’articolo unico, lett. a), dispone che la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”. Gli ultimi commi degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, dettati in applicazione del criterio direttivo della legge delega sul divieto di attribuzione esclusiva delle materie indicate agli iscritti negli albi dei commercialisti, ben lungi dall’aver tale effetto, avevano di contro, secondo il giudice rimettente, concretamente impedito l’esercizio di tale attività di consulenza a chi non fosse iscritto negli albi, dal momento che, secondo il loro tenore testuale, solo i professionisti iscritti in altri albi potevano esercitare nelle stesse materie, purchè loro attribuite da leggi e regolamenti. Poichè nessuna legge prescriveva alcun “albo dei consulenti aziendali”, ne conseguiva che l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale in materia “economica” ai commercialisti e ai ragionieri assorbiva anche quella di consulenza aziendale, determinando l’esercizio esclusivo in favore di questi ultimi.

Nel risolvere la questione con pronuncia interpretativa di rigetto, la Consulta, come si è sopra visto, escluse che nelle norme delegate fossero rinvenibili attribuzioni in via esclusiva di competenze, e interpretò la clausola di cui all’ultimo comma degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, secondo la quale l’elencazione delle attività, oggetto della professione disciplinata, non pregiudica “quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie a norma di leggi e regolamenti” nel senso che l’espressione “a norma di leggi e regolamenti”, doveva essere intesa “non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche, per quel che qui più rileva, con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”.

Com’è evidente dall’oggetto della pronuncia e dal suo tenore formale e sostanziale, il discorso in essa svolto, anche per quanto concerne le importanti enunciazioni di carattere generale (“Al di fuori delle attività comportanti prestazioni che possono essere fornite solo da soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (…), per tutte le altre attività di professione intellettuale o per tutte le altre prestazioni di assistenza o consulenza (…), vige il principio generale di libertà di lavoro autonomo o di libertà di impresa di servizi a seconda del contenuto delle prestazioni e della relativa organizzazione”), si è interamente e costantemente mantenuto sul piano dei problemi inerenti alle attribuzioni esclusive di specifiche attività, da escludere in assenza di univoche indicazioni in contrario (ed escluse in concreto in riferimento ai DD.PP.RR. presi in considerazione). E’ rimasta quindi (e non poteva che rimanere) fuori dal suo ambito la questione della possibile rilevanza, ai fini dell’applicabilità dell’art. 348 c.p., dello svolgimento di specifiche attività attribuite a una professione soggetta ad abilitazione non in via esclusiva ma sotto il profilo della particolare competenza tecnica, attuato (da un non abilitato) in forma sistematica e con le oggettive apparenze del possesso del relativo titolo, e da ritenere, (solo) per e in tali modalità, “riservato” alla professione stessa.

Incompatibili con le conclusioni assunte nella presente decisione non appaiono neppure gli esiti di recenti arresti della giurisprudenza civile di questa Corte, che, in dichiarata adesione alla anzidetta pronuncia del Giudice delle leggi (e a modifica della posizione assunta in precedenza da Sez. 2 civ., n. 21495 del 12/10/2007, Rv. 600035), hanno riconosciuto il diritto di consulenti del lavoro al compenso per le attività di consulenza e valutazione in materia aziendale, ritenute non riservate per legge in via esclusiva ai dottori commercialisti, ai ragionieri e ai periti commerciali (Sez. 2 civ., n. 15530 del 11/06/2008, Rv. 603748), e per le attività di tenuta delle scritture contabili dell’impresa, redazione dei modelli IVA o per la dichiarazione dei redditi, effettuazione di conteggi ai fini dell’IRAP o ai fini dell’ICI, richiesta di certificati o presentazione di domande presso la Camera di Commercio, ritenute non rientranti in quelle riservate solo a soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (Sez. 2 civ., n. 14085 del 11/06/2010, Rv. 613443). Le attività indicate, infatti, da un lato, non erano incluse all’epoca nelle elencazioni specifiche delle attività qualificate come di particolare competenza delle professioni commerciali, e, dall’altro (e al di là di ogni altra possibile considerazione), erano comunque svolte nell’esercizio della professione di consulente del lavoro e, quindi, senza l’indotta apparenza di un esercizio facente capo a soggetto abilitato a professione commerciale.

10. Altri addebiti: a) la truffa.

Quanto agli altri addebiti, in relazione alla contestata imputazione di truffa (art. 640 c.p.), la difesa del ricorrente – nel ribadire le argomentazioni già svolte nei motivi di appello – ne ha sostenuto l’insussistenza, deducendo che la condotta illecita si è esaurita nel reato di falso, cui è stata di recente riconosciuta (da Sez. U, n. 46982 del 25/10/2007, ********, Rv. 237855) la natura di reato plurioffensivo (avente come oggetto sia la fede pubblica che l’interesse privato), e che è stato nella specie posto in essere non per ottenere la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento dell’impegno ad effettuare i dovuti pagamenti.

In realtà; dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, quale emerge dalla motivazione da essi resa (come integrata anche da quella della pronuncia di primo grado), avverso la quale sono state mosse censure risolventisi in deduzioni di fatto ovvero nella denuncia del mancato diretto apprezzamento di rilievi difensivi sostanzialmente privi di decisività e implicitamente superati dalla ampia esposizione e logica valutazione dei molteplici e convergenti elementi probatori (orali e documentali) acquisiti, risulta con chiarezza che il C.: – si presentò con la falsa veste di professionista qualificato; – ottenne in tal modo dai clienti l’incarico di tenerne la contabilità e di curarne gli adempimenti amministrativi e fiscali; – omettendo largamente l’assolvimento di tali adempimenti, si fece consegnare le somme destinate ai pagamenti ad essi correlati; – omettendo tali pagamenti, trattenne per sè le somme ed esibì ai clienti false certificazioni, da lui formate, attestanti i detti pagamenti.

In tale sequenza di comportamenti non c’è dubbio che deve essere – ed è stata correttamente – ravvisata la fattispecie della truffa (aggravata a sensi dell’art. 61 c.p., n. 11), in quanto il conseguimento indebito, da parte del C., delle somme versategli dai clienti è il risultato di una strategia artificiosa e fraudolenta, rispetto alla quale la formazione e l’esibizione degli atti falsi si pone come un aggiuntivo ma non essenziale tassello di completamento, diretto a coprire non un mero casuale inadempimento ma il momento saliente (realizzazione dell’ingiusto profitto) della operazione truffaldina.

Considerata, poi, la reiterazione delle condotte e la inquadrabilità dei falsi inerenti a operazioni precedenti come mezzi per rendere più agevoli le operazioni successive, non può che ricordarsi, in diritto, che, per giurisprudenza consolidata (su cui non ha certo influito la richiamata decisione delle Sezioni Unite Pasquini), i reati di truffa e falso, aventi oggetti giuridici ed elementi strutturali distinti, non possono considerarsi in rapporto di specialità nè sono riconducibili alla figura del reato complesso, di tal che, quanto il falso venga usato come raggiro, essi concorrono fra di loro (Sez. 5, n. 21409 del 05/02/2008, *******, Rv. 240081; Sez. 2, n. 4701 del 16/12/1988, dep. 1989, Piazza, Rv. 180937; Sez. 5, n. 2990 del 18/01/1984, Arenare, Rv. 163439; Sez. 5, n. 5186 del 22/04/1983, ********, Rv. 159355; Sez. 5, n. 862 del 27/10/1978, dep. 1979, *******, Rv. 140899; Sez. 2, n. 12431 del 01/10/1975, *****, Rv. 131600; Sez. 2, n. 443 del 02/04/1973, dep.1974, ****, Rv. 125988; Sez. 5, n. 520 del 26/03/1971, ********, Rv. 118398; Sez. 2, n. 866 del 10/04/1970, dep. 1971, ********, Rv. 117169; Sez. 5, n. 121 del 25/01/1971, ************, Rv. 116902; Sez. 5, n. 1 del 13/01/1970, *****, Rv. 114480; Sez. 5, n. 1073 del 13/11/1968, dep. 1969, *****, Rv. 109964; Sez. 2, n. 532 del 28/03/1966, Savoldini, Rv. 102076).

11. segue: b) il falso.

In relazione alla imputazione di falso materiale (artt. 476 e 482 c.p.), la difesa propone censure che si concretano nella contestazione della valutazione in termini di gravità del delitto in esame, cui sarebbe seguito un rigore sanzionatorio ritenuto eccessivo in relazione, da un lato, al danno cagionato (Euro 1.671,00) e, dall’altro, al rito abbreviato richiesto dall’imputato. Si tratta all’evidenza di censure improponibili, in quanto investono, per di più in modo generico, un punto della decisione, quale la commisurazione della pena, che è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice di merito, come tale sottratta al sindacato di legittimità, ove – come appunto nel caso di specie (v., oltre al formale richiamo ai criteri dettati dall’art. 133 c.p., i riferimenti, rinvenibili nel corpo della motivazione, ai precedenti specifici, alla intensità del dolo, alla capacità a delinquere) – corredata di una motivazione idonea a far emergere la ragione della concreta scelta operata.

12. Il motivo sull’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4.

Resta da esaminare il motivo col quale la difesa sostiene che il giudice d’appello, in presenza di un danno accertato di Euro 1671 (essendo rimasto indeterminato il “maggior danno” ritenuto esistente dal Tribunale), non ha spiegato perchè non sia concedibile l’invocata attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4, omettendo così di rispondere al relativo motivo formulato in appello.

La denunciata omissione è irrilevante, non avendo mai la difesa mosso critiche specifiche alla logica e articolata motivazione con cui la sentenza di primo grado, nel disattendere la richiesta di riconoscimento della detta attenuante, ha evidenziato che, oltre che dagli importi di cui il C. si è direttamente appropriato (determinati solo con riferimento alla soglia minima accertata di Euro 1671,00), il danno subito dalle persone offese è rappresentato anche dalle pesanti conseguenze (pagamento di sovrattasse e sanzioni) ricadenti su di loro (in termini certamente non di “speciale tenuità”) per effetto dei comportamenti dell’imputato.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al capo c) dell’imputazione perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato ed elimina la relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione. Rigetta nel resto ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Esercizio abusivo della professione (Cass. pen. n. 11545/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 10 novembre 2009 in esito a giudizio abbreviato il Tribunale di Milano condannava C.L. alla pena di legge, dichiarandolo colpevole, limitatamente ai fatti commessi dopo il 7 maggio 2001 (con contestuale declaratoria di improcedibilità per intervenuta prescrizione riguardo a quelli anteriori), dei reati, ritenuti avvinti dalla continuazione, di cui all’art. 640 c.p., art. 61 c.p., comma 1, n. 11, (capo a), artt. 482 e 476 c.p., (capo b) e art. 348 c.p. (capo c), perchè, con artifizi e raggiri consistiti nello spacciarsi per dottore commercialista e nel formare e presentare falsi certificati attestanti il versamento degli importi dovuti (oltre a un falso relativo alla presentazione di una domanda di accertamento di invalidità civile), e nell’ottenere conseguentemente da P.C., F.F. (venditori ambulanti) ed M.E. (madre del P.), così indotti in errore, l’incarico, abusivamente svolto, di tenere la contabilità e provvedere alle dichiarazioni e ai pagamenti relativi ai vari tributi dovuti (e ai contributi previdenziali per l’attività autonoma), e la consegna di somme da versare a tali titoli, tratteneva per sè tali somme, così realizzando un ingiusto profitto, con relativo danno per le parti lese.

Su appello dell’imputato, con sentenza del 10 gennaio 2011, la Corte di appello di Milano confermava la pronuncia del Tribunale.

2. Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato a mezzo del difensore, deducendo, innanzitutto, erronea applicazione della legge penale in ordine a tutti i reati ascritti.

Relativamente al reato di cui all’art. 348 c.p., ha rilevato in particolare che:

– tale norma deve correttamente essere interpretata nel senso che punisce solo lo svolgimento di attività riservate in via esclusiva a una determinata professione;

– anche a voler seguire l’orientamento giurisprudenziale, sposato dai giudici di merito, secondo il quale anche gli atti non riservati ma caratteristici della professione rilevano ai fini della configurazione del reato de quo, purchè svolti in modo continuativo e organizzato, dell’esigenza di tale condizione aggiuntiva la Corte di merito non ha tenuto conto.

Quanto al reato di truffa, il ricorrente assume che lo stesso deve ritenersi assorbito in quello di falso, non essendovi stati artifici o raggiri diversi da quelli rappresentati dall’esibizione degli atti fasulli, effettuata non per acquisire la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento degli incarichi relativi ai versamenti dovuti.

In relazione al reato di falso materiale in atto pubblico, si contesta in sostanza la incongrua valutazione di gravità operata dai giudici di merito e la loro acritica adesione alle accuse provenienti dalle parti lese, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza.

Si denunciano poi nel ricorso anche vizi di motivazione, in primo luogo, in ordine alla riconduzione delle condotte dell’imputato alla nozione di atti caratteristici dell’ambito professionale del commercialista.

Alla stregua degli atti egli sarebbe risultato in realtà un tuttofare, che solo incidentalmente avrebbe posto in essere sporadiche attività fra quelle descritte nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1: andava a prendere il lavoro direttamente presso i mercati all’aperto ove il F. lavorava, ricevendone in cambio somme modeste ed occasionali regalie consistenti in maglieria intima; indicava quale proprio indirizzo non quello di uno studio professionale, come sostenuto, ma solo quello di casa propria, un’abitazione senza una targa che lo indicasse come commercialista, sprovvista di una segreteria o di altri elementi caratteristici di uno studio professionale. Il giudice, sia in primo grado che in appello, non avrebbe fornito spiegazioni su come l’abitazione privata fosse diventata il centro nevralgico di un’attività organizzata, continuativa e professionale.

La motivazione sarebbe poi mancante sui motivi di censura sollevati con i motivi di appello circa l’attendibilità delle dichiarazioni rese dai denunciami, caratterizzate da incongruenza e indeterminatezza, nonchè in ordine alla mancata concessione della circostanza attenuante dell’aver cagionato un danno patrimoniale di lieve entità, posto che quello concretamente accertato ammonterebbe a soli Euro 1671. 3. La Sesta Sezione penale della Corte di Cassazione, con ordinanza del 13 ottobre 2011, depositata in pari data, ha rimesso la trattazione del ricorso alle Sezioni Unite, rilevando l’esistenza di un irrisolto contrasto giurisprudenziale (già in precedenza segnalato dall’Ufficio del Massimario, con Relazione n. 1016/2003 del 20 febbraio 2002) sulla determinazione dell’ambito applicativo del reato di cui all’art. 348 c.p., fra un primo orientamento (a cui si è richiamata la difesa) che lo circoscrive allo svolgimento delle attività specificamente riservate da un’apposita norma a una determinata professione, e un secondo filone (inaugurato da Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, dep. 2003, *************, Rv. 223215) che, nel distinguere tra atti “tipici” della professione ed atti “caratteristici”, strumentalmente connessi ai primi, precisa che questi ultimi rilevano solo se vengano compiuti in modo continuativo e professionale “in quanto, anche in questa seconda ipotesi, si ha esercizio della professione per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo”; con la conseguenza – rilevante in riferimento alla fattispecie oggetto del ricorso del C. – che il reato di cui all’art. 348 c.p., sarebbe integrato dall’abusivo svolgimento non solo delle attività specificamente elencate nella seconda parte della previsione di cui al D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, (considerate dalla sentenza Notaristefano come tipiche, e cioè riservate solo ai ragionieri e periti commerciali) ma anche di quelle “relativamente libere”, previste nella prima parte del succitato D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ove poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato, e presentate all’esterno come provenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente.

4. Il Primo Presidente, con decreto del 17 ottobre 2011, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando l’udienza pubblica del 15 dicembre 2011. 5. Con memoria depositata il 25 novembre 2011, la difesa, riepilogando il quadro normativo relativo alle professioni di dottore commercialista e ragioniere, ha messo in evidenza che i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953 (ora abrogati e sostituiti dal D.Lgs. n. 139 del 2005, adottato in attuazione della legge-delega n. 34 del 2005), applicabili al caso di specie ratione temporis, indicavano le attività oggetto delle dette professioni senza però attribuirle ai titolari della relativa abilitazione in via esclusiva:

cosa che non avrebbero legittimamente neanche potuto fare, stante il divieto posto dalla legge-delega, come autorevolmente sottolineato da Corte cost., sent. n. 418 del 1996, che ha riconosciuto la ricomprensione delle dette attività, oltre che nella cornice operativa di altre categorie di liberi professionisti, anche nell’ambito degli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi. A tale indirizzo del giudice delle leggi, che ha considerato esulanti dalla “protezione” degli albi le attività comportanti prestazioni non attribuite in via esclusiva, si sono, secondo la difesa, uniformati di recente, con specifico riferimento alle professioni commerciali, la giurisprudenza civile della Corte di cassazione e il T.A.R. del Lazio.

6. Con memoria depositata il 9 dicembre 2011, la Procura Generale presso questa Corte, oltre a rilevare l’infondatezza degli altri motivi di ricorso, ha aderito alla tesi della riferibilità della fattispecie incriminatrice dell’art. 348 c.p., al solo compimento (abusivo) delle attività attribuite a una determinata professione in via esclusiva, osservando che una sua estensione anche alle attività non esclusive ma caratteristiche della stessa e svolte continuativamente, oltre ad essere in contrasto col principio di cui all’art. 41, comma primo, Cost., si risolverebbe in un’applicazione analogica della legge penale non consentita e violatrice del principio di determinatezza e comporterebbe altresì un’alterazione della struttura del reato, trasformandolo da istantaneo in reato abituale o a condotta plurima. Con specifico riferimento alle professioni commerciali, il P.G. ha ricordato che, come ritenuto da Corte cost., sent. n. 418 del 1996 (a cui si è uniformata la giurisprudenza civile di questa Corte), e in sostanziale ossequio al summenzionato principio costituzionale, i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, non prevedono attribuzioni di attività in via esclusiva (come non le reca il D.Lgs. n. 139 del 2005); in ogni caso, poi, non includono nella specifica elencazione delle attività di riconosciuta competenza tecnica quelle svolte dal ricorrente C..

 

Motivi della decisione

1. La questione controversa.

La questione concreta da cui è scaturita la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite è “se le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti integrino il reato di esercizio abusivo della professione di ragioniere, perito commerciale o dottore commercialista, se svolte – da chi non sia iscritto al relativo albo professionale – in modo continuativo, organizzato e retribuito”.

Essa, peraltro, ne sottende un’altra, di carattere più generale, che attiene all’ambito applicativo della norma dell’art. 348 c.p., in riferimento in particolare al contrasto sulla delimitazione o meno di esso ai soli “atti” attribuiti in via esclusiva a una data professione.

2. Considerazioni introduttive generali sull’art. 348 c.p..

La norma incriminatrice dell’art. 348 c.p., che punisce chi “abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato”, trova la propria ratio nella necessità di tutelare l’interesse generale, di pertinenza della pubblica amministrazione, a che determinate professioni, richiedenti particolari requisiti di probità e competenza tecnica, vengano esercitate soltanto da chi, avendo conseguito una speciale abilitazione amministrativa, risulti in possesso delle qualità morali e culturali richieste dalla legge (in tal senso, testualmente, Sez. 6, n. 1207 del 15/11/1982, dep. 1985, *****, Rv. 167698). Il titolare dell’interesse protetto è, quindi, soltanto lo Stato, e l’eventuale consenso del privato destinatario della prestazione professionale abusiva non può avere valore scriminante.

La norma rinvia, per la sua concreta operatività, ad altre fonti, che, in via di integrazione necessaria, precisino quali sono le professioni soggette alla speciale abilitazione statale e quando il loro esercizio debba considerarsi “abusivo”. Dette fonti integrative sono costituite non solo dalle discipline relative agli ordinamenti professionali ma da tutte quelle (inerenti ad es. alle materie oggetto degli esami di Stato e ai percorsi universitari, ovvero che richiamano, in contesti specifici, il titolo professionale come condizione per l’espletamento di determinati compiti) comunque rilevanti allo scopo (comprensive ora, fra l’altro, delle procedure propedeutiche all’esercizio in Italia di un’attività professionale da parte dei cittadini di uno Stato membro dell’U.E., sulla base del diritto di stabilimento e di quello della libera circolazione dei servizi sanciti dal Trattato U.E.). Viene pacificamente escluso, in ossequio al principio di determinatezza, che eventuali lacune normative possano essere colmate dal giudice penale con il ricorso a regole generali e astratte (Sez. 6, n. 9089 del 03/04/1995, ********, Rv. 202273; sulla stessa linea, fra le altre, nel percorso motivazionale, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, PM in proc. ******* e altro; Sez. 6, n. 27853 dell’11/04/2001, ********; Sez. 6, n. 5672 del 22/04/1997, ***********; Sez. 6, n. 524 del 25/01/1996, PM in proc. ********).

In ragione della detta necessaria eterointegrazione, la norma incriminatrice de qua viene generalmente configurata, sia in dottrina che in giurisprudenza (Sez. 6, n. 47028 del 10/11/2009, *********, Rv. 245305; Sez. 5, n. 41142 del 17/10/2001, *****; Sez. 6, n. 16230 del 05/03/2001, *****; Sez. 6, n. 1632 del 06/12/1996, dep. 1997, *****, Rv. 208185; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 11929 del 09/11/1992, *******) come una norma penale in bianco. A tale costruzione si oppone, peraltro, l’orientamento di una parte della dottrina, fatto proprio anche da Corte cost., 27 aprile 1993, n. 119 (seguita da Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********), secondo il quale l’art. 348 c.p., delinea esaurientemente la fattispecie in tutte le sue componenti essenziali, individuandone come elemento necessario e sufficiente l’osservanza della speciale abilitazione che lo Stato richiede per l’esercizio della professione, mentre i contenuti ed i limiti propri di ciascuna abilitazione non rifluirebbero all’interno della struttura del fatto tipico, costituendo null’altro che un presupposto di fatto che il giudice è chiamato a valutare caso per caso.

Dalla ricognizione delle normative che prevedono e regolano le professioni soggette a speciale abilitazione dello Stato emerge, in via generale, che il conseguimento di tale titolo, da un lato, presuppone il possesso di altri pregressi titoli e, dall’altro, costituisce a sua volta il presupposto (principale ma non esclusivo) per la iscrizione in appositi albi (relativi ai laureati) o elenchi (diplomati), tenuti dai rispettivi ordini e collegi professionali (enti pubblici di autogoverno delle rispettive categorie, a carattere associativo e ad appartenenza necessaria): iscrizione che è configurata essa stessa come condizione per l’esercizio della professione. La “abusività” prevista dalla norma penale viene conseguentemente riconnessa, in pratica, alla mancanza della detta iscrizione (la cui formale esistenza, fraudolentemente acquisita, non può peraltro supplire alla oggettiva assenza della prescritta abilitazione: Sez. 6, n. 3785 del 18/11/1994, dep. 1995, *****, Rv. 201810). Ed è a tale presupposto negativo che direttamente si riferisce la disciplina civilistica delle professioni intellettuali, per negare la facoltà di agire per il pagamento della prestazione (art. 2231 c.c.).

Quanto in particolare alla centrale locuzione “esercita una professione”, essa attiene evidentemente ai contenuti dell’attività professionale e non può che trovare anch’essa la sua concreta integrazione nelle fonti che disciplinano le singole professioni.

In via generale, si può qui ricordare che, ai fini della tutela penale, l’esercizio de quo deve necessariamente esplicarsi con rilevanza esterna (Sez. 6, n. 12890 del 04/05/2000, **********, Rv. 217433; Sez. 5, n. 12177 del 18/02/2002, ********, Rv. 221256).

3. L’orientamento che da rilevanza ai soli atti attribuiti in via esclusiva.

L’indirizzo tradizionale seguito in dottrina e giurisprudenza, al quale si è richiamato il ricorrente e anche il Procuratore Generale, ritiene che gli atti inclusi nella “protezione” penale accordata dall’ordinamento siano solo quelli attribuiti in via esclusiva a una determinata professione. In mancanza di tale presupposto – si è spesso osservato – si determinerebbe una indebita compressione dei diritti di libertà e di iniziativa economica spettanti a ciascun individuo.

In linea con tale impostazione, il reato in parola viene configurato come reato “istantaneo” (con il conseguente verificarsi, in caso di reiterazione programmata degli atti, del fenomeno della continuazione), e si ritiene che basti a integrarlo anche un atto (“riservato”) compiuto in modo occasionale e a titolo gratuito.

Non facili problemi ha ovviamente comportato l’applicazione in concreto del criterio in discorso. Spesso, infatti, dalle singole discipline non si evincono in modo chiaro e univoco gli atti riferibili a una determinata professione con attribuzione in via esclusiva. Non di rado, invero, le norme sugli ordinamenti professionali contengono elencazioni di attività qualificate di pertinenza delle rispettive professioni, senza però specificare se questo ne implichi anche l’esclusiva. Nelle fonti si rinvengono poi anche attribuzioni di competenze formulate in modo assolutamente generico.

Dubbi naturalmente non sorgono quando si sia in presenza di una esplicita e formale attribuzione in via esclusiva (monopolistica o condivisa con altre specifiche categorie), recata dalle stesse regolamentazioni degli ordinamenti professionali (v., ad es., la L. 11 gennaio 1979, n. 12, art. 1, sulla competenza dei consulenti del lavoro in materia di adempimenti inerenti al lavoro dipendente) ovvero derivante da fonti diverse, che al possesso del titolo per il legale esercizio professionale fanno riferimento come condizione necessaria per talune attività (v., ad es., l’art. 83 c.p.c., comma 3, e il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 12, comma 2).

In mancanza di tali univoche indicazioni, il principale criterio guida è quello sostanzialistico, inerente cioè alla intrinseca specificità e delicatezza di determinate attività, incompatibili con il loro espletamento da parte di soggetti non muniti della relativa abilitazione, richiesta al riguardo per ragioni di essenziale tutela dell’utenza. A tale scopo può essere utile, se non indispensabile, fare riferimento alla funzione oggettiva che alcune professioni assumono nel contesto dei valori sociali, quale delineata dal complessivo coacervo delle norme ad esse attinenti (non escluse quelle che delimitano le competenze delle professioni affini). Tale ricerca è talora indistinguibile da quella rivolta a individuare (prima ancora che l’eventuale requisito dell’esclusività) le stesse attività riferibili in sè a una data professione. E’ il caso della professione medica, in cui sia l’oggettiva essenza sia la contestuale esclusività dell’attività professionale sono generalmente definite in ragione delle finalità di diagnosi delle malattie, prescrizione delle cure e somministrazione dei rimedi, con conseguente riservata inclusione in essa (salve le sfere specificamente assegnate alle professioni sanitarie “minori”) di qualsiasi trattamento pratico, anche non convenzionale (possono ricordarsi al riguardo, in tema di omeopatia, Sez. 6, n. 34200 del 20/06/2007, *******, Rv. 237170; in tema di agopuntura, Sez. 6, n. 22528 del 27/03/2003, ********, Rv. 226199; in tema di attività chiropratica, Sez. 6, n. 30590 del 10/04/2003, *******, Rv. 225685), che tali finalità persegua.

4. L’indirizzo inaugurato dalla sentenza *************.

Sez. 6, n. 49 del 08/10/2002, 2003, *************, Rv. 223215 (che è stata seguita da Sez. 6, n. 26829 del 05/07/2006, *****, Rv. 234420 e ha ricevuto alcune adesioni anche in dottrina), innovando rispetto all’orientamento tradizionale (cui si sono, nel contempo continuate ad attenere Sez. 6, n. 17921 del 11/03/2003, **********, Rv. 224959, e Sez. 6, n. 17702 del 03/03/2004, Bordi, Rv. 228472), ritiene che, ai fini della norma incriminatrice in esame, assumono rilevanza tutti gli atti comunque “caratteristici” di una data professione, ricomprendendosi fra gli stessi, oltre agli atti ad essa attribuiti in via esclusiva – per i quali la sentenza de qua richiama le definizioni di “tipici” o “propri” o “riservati”, e il cui compimento, come si è visto, integra il reato, anche se avvenga in modo isolato e gratuito -, anche quelli che la sentenza definisce “relativamente liberi”, nel senso che chiunque può compierli a titolo occasionale e gratuito, ma il cui compimento (strumentalmente connesso alla professione) resta invece “riservato” se avvenga in modo continuativo, organizzato e remunerato. Anche in questa seconda ipotesi, secondo la Corte, si ha “esercizio della professione”, per il quale è richiesta l’iscrizione nel relativo albo, ricorrendo parimenti la necessità (che è a base della prevista tutela penale) “di tutelare il cittadino dal rischio di affidarsi, per determinate esigenze, a soggetti inesperti nell’esercizio della professione o indegni di esercitarla”.

Tale teoria “estensiva” è stata elaborata dalla sentenza ************* in occasione dell’esame di una fattispecie attinente – al pari di quella oggetto del presente giudizio – proprio allo svolgimento delle attività di tenuta della contabilità dei clienti, con gestione delle relative posizioni fiscali e degli adempimenti collegati, inclusi la redazione delle denunce obbligatorie e il versamento di quanto a tal titolo dovuto. Nell’occasione la Corte prese in esame la disciplina dell’ordinamento professionale dei ragionieri e periti commerciali, vigente all’epoca dei fatti di causa (così come di quelli oggetto del presente giudizio), contenuta nel D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, recante Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale, emanati in forza della L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recante Delega al Governo della facoltà di provvedere alla riforma degli ordinamenti delle professioni di esercente in economia e commercio e di ragioniere.

L’art. 1 di tale D.P.R., nello stabilire l’oggetto della professione, riconosceva (comma primo) in via preliminare agli iscritti nell’albo dei ragionieri e periti commerciali “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale e di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”. Nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, lo stesso articolo stabiliva poi che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perdite contabili e le consulenze tecniche; c) la revisione dei libri obbligatori e facoltativi delle imprese ed ogni indagine in tema di bilancio, di conti, di scritture e di ogni documento contabile delle imprese; d) i regolamenti e le liquidazioni di avarie marittime; e) le funzioni di sindaco delle società commerciali e degli altri enti;

f) le divisioni di patrimoni, la compilazione dei relativi progetti e piani di liquidazione nei giudizi di graduazione; g) i piani di contabilità per aziende private e pubbliche, i riordinamenti di contabilità per riorganizzazioni aziendali; h) le determinazioni dei costi di produzione nelle imprese industriali, le rilevazioni in materia contabile e amministrativa.

Secondo la sentenza *************, l’elencazione specifica contenuta nella seconda parte dell’articolo riportato è “indicativa di una riserva di competenza, cioè individua la competenza tipica riservata ai ragionieri e ai periti commerciali”, mentre le attività indicate in via generale nella prima parte dei medesimo articolo (cui erano riconducibili quelle compiute dalla imputata nel caso di specie), pur se “relativamente libere” nel senso predetto, integrano il concetto di esercizio della professione in esame, “se poste in essere in modo continuativo, sistematico e organizzato e presentate all’esterno come rivenienti da professionista qualificato tecnicamente e moralmente”. 5. Posizione assunta dalla sentenza impugnata.

La sentenza impugnata; nel confermare la condanna del C. anche per il reato di cui all’art. 348 c.p., ha fatto puntuale applicazione dell’indirizzo “estensivo” sopra esposto, rilevando che nel caso sottoposto al suo esame gli atti compiuti dal prevenuto, pur non essendo, come tali, riservati in via esclusiva alla professione di ragioniere e perito commerciale, rientravano comunque fra quelli “relativamente liberi”, riconducibili alle competenze indicate in via generale nella prima parte del cit. D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1, ed, essendo stati compiuti in modo continuativo, sistematico e retribuito, integravano senz’altro il reato predetto.

6. Interpretazione delle norme sugli ordinamenti delle professioni contabili. Prima di affrontare il tema della soluzione del contrasto innescato dalla sentenza *************, è opportuno soffermarsi un po’ più ampiamente sulla disciplina relativa alle professioni contabili vigente all’epoca dei fatti.

Si è già sopra illustrata parte del contenuto del D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1. Tale norma, in effetti, proseguiva (comma secondo) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività ai ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrano nella competenza dei dottori commercialisti, degli avvocati e dei procuratori o che la amministrazione pubblica conferisce, per legge, ai propri dipendenti”.

In ogni caso, infine, la elencazione di cui al primo comma non era considerata ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti” (comma terzo).

Quanto ai dottori commercialisti, il D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, emanato parimenti in forza della ricordata L. 28 dicembre 1952, n. 3060, recava nel suo art. 1, uno svolgimento sostanzialmente analogo a quello del D.P.R. n. 1068, art. 1, riconoscendo (comma 1) in via preliminare ai dottori commercialisti “competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”, e stabilendo poi, nell’indicare gli atti rientranti nell’esercizio dell’attività protetta, che “in particolare” formavano oggetto della professione le seguenti attività: a) l’amministrazione e la liquidazione di aziende, di patrimoni e di singoli beni; b) le perizie e le consulenze tecniche; c) le ispezioni e le revisioni amministrative; d) la verificazione ed ogni altra indagine in merito alla attendibilità di bilanci, di conti, di scritture e d’ogni altro documento contabile delle imprese; e) i regolamenti e le liquidazioni di avarie; f) le funzioni di sindaco e di revisore nelle società commerciali.

La norma, poi, proseguiva (comma 2) introducendo l’obbligo per l’autorità giudiziaria e per le pubbliche amministrazioni di affidare normalmente gli incarichi relativi alle predette attività di cui sopra a persone iscritte nell’albo dei dottori commercialisti “salvo che si tratti di incarichi che per legge rientrino nella competenza dei ragionieri liberi esercenti, degli avvocati e dei procuratori o che l’Amministrazione pubblica conferisce per legge ai propri dipendenti”. A differenza di quanto stabilito per l’esercizio della professione di ragionieri e periti commerciali iscritti nell’albo, la norma (comma 3) prevedeva però la possibilità che l’incarico potesse essere affidato a persone diverse da quelle sopra indicate, purchè nel provvedimento di nomina si giustificassero “i particolari motivi di scelta”.

Infine, con disposizione di tenore analogo a quella contenuta nell’omologa previsione del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, si stabiliva che la predetta elencazione non era da considerarsi ostativa all’esercizio “di ogni altra attività professionale dei dottori commercialisti, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e regolamenti” (comma 4).

Da notare poi che la Legge Delega n. 3060 del 1952, art. 1, stabiliva che il Governo si dovesse uniformare a una serie di principi e criteri direttivi, tra cui rileva, per quanto qui di interesse (come meglio si vedrà più innanzi), il primo:

“a) la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”.

Questo essendo il tenore delle norme, una prima osservazione da fare è che le stesse contengono, accanto a una previsione di competenze definite in modo del tutto generico (prima parte dell’art. 1), un’elencazione specifica di attività ritenute formanti oggetto “in particolare” delle professioni. Ora, tale elencazione, contrariamente a quanto affermato dalla sentenza ************* e dalla prevalente giurisprudenza (vedi Sez. 6, n. 6157 del 28/02/1985, ***********, Rv. 169824; Sez. 6, n. 2685 del 18/11/1993, dep. 1994, ********, Rv. 198235; Sez. 6, n. 904 del 21/10/1999, dep. 2000, ******, Rv. 215432; Sez. 6, n. 13124 del 14/02/2001, ******, Rv. 218306), non ne comporta per sè l’attribuzione in via esclusiva. L’elencazione è preceduta, invero, dalla semplice locuzione: “In particolare formano oggetto della professione le seguenti attività”. Nell’ultimo comma degli artt. 1, poi (come già sopra ricordato), è espressamente puntualizzato che “L’elencazione di cui ai presente articolo non pregiudica l’esercizio di ogni altra attività professionale dei ragionieri e periti commerciali, nè quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie di professionisti a norma di leggi e di regolamenti”.

Se quanto sopra si legge doverosamente alla luce della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (come già ricordato) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, non può che concludersi nel senso indicato da Corte cost. n. 418 del 1996, per la quale nelle norme delegate in esame “non si rinviene alcuna attribuzione in via esclusiva di competenze”, e la succitata “espressione a norma di leggi e regolamenti, di cui all’ultimo comma di entrambe le disposizioni (…) dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, deve doverosamente essere intesa non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche (…) con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”. 7. Soluzione del contrasto.

Il contrasto innescato dalla sentenza ************* può e deve essere risolto, ad avviso del Collegio, attraverso una interpretazione estensiva della norma dell’art. 348 c.p., che superi i limiti dell’orientamento tradizionale, recuperando le ragioni sostanziali della detta sentenza, in un’ottica che tenga nel giusto conto la ratio della norma incriminatrice e il contesto normativo in cui è destinata a operare, ma sia nel contempo rispettosa del principio di tassativita.

Secondo l’orientamento sostenuto dalla *************, in sostanza, gli atti caratteristici “relativamente liberi” di una determinata professione, non attribuiti ad essa in via esclusiva, qualificano comunque la medesima e non possono, quindi, essere svolti, da chi non vi sia abilitato, in un modo che ne costituisca di fatto esercizio, e cioè in forma stabile, organizzata e retribuita. In tal modo la tutela penale è estesa, dal singolo atto di per sè riservato, allo svolgimento “sistematico” (riservato solo in quanto tale) di atti qualificanti (anche se singolarmente non riservati). Il tratto comune alle due condotte si rinviene evidentemente nell’essere entrambe espressione tipica e oggettiva dell’esercizio professionale.

Tale assunto è inaccettabile nella concreta applicazione che la sentenza ne fa: come riferito cioè a categorie di attività definite in senso estremamente lato e generico. Esso, infatti, come si è sopra ricordato, è stato applicato in relazione alla generale previsione, contenuta nella prima parte del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, relativa al riconoscimento di “competenza tecnica in materia di ragioneria, di tecnica commerciale, di economia aziendale nonchè in materia di amministrazione e di tributi”.

Il principio di tassatività delle fattispecie incriminatrici, discendente da quello di legalità e riferibile, come questo, non solo alle previsioni direttamente contenute nelle norme penali ma anche a quelle delle fonti extrapenali che ne costituiscano sostanziale integrazione, impedisce di dare qualsiasi rilievo, ai fini della norma di cui all’art. 348 c.p., a disposizioni di carattere così indeterminato, come quella sopra indicata (e discorso analogo vale, ovviamente, per la consimile disposizione, contenuta nella prima parte del D.P.R 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, secondo cui “Ai dottori commercialisti è riconosciuta competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria”).

L’interpretazione estensiva proposta nella Notaristefano è invece da condividere in riferimento a quelle attività che, pur quando non siano attribuite in via esclusiva, siano però qualificate nelle singole discipline, con previsione, beninteso, puntuale e non generica (in rispetto, quindi, del principio di tassativita), come di specifica o particolare competenza di una data professione (tale è, ad es., proprio il caso delle surriportate elencazioni di cui alla seconda parte del D.P.R. n. 1067 del 1953, art. 1, e D.P.R. n. 1068 del 1953, art. 1). E’ innegabile, infatti, che quando tali attività siano svolte in modo continuativo e creando tutte le apparenze (organizzazione, remunerazione, ecc.) del loro compimento da parte di soggetto munito del titolo abilitante, le stesse costituiscano espressione tipica della relativa professione e ne realizzino quindi i presupposti dell’abusivo esercizio, sanzionato dalla norma penale.

Il concetto di esercizio professionale contiene già in sè un tendenziale tratto di abitualità, e, se è vero che da esso è giusto prescindere a fronte di atti che l’ordinamento riservi come tali, nell’interesse generale, a una speciale abilitazione, ne è naturale, ragionevole ed ermeneuticamente rilevante il recupero in presenza dell’indebita invasione di uno spazio operativo considerato dall’ordinamento come specificamente qualificante una determinata professione, allorchè la stessa sia attuata con modalità idonee a tradire l’affidamento dei terzi, per la tutela dei cui interessi l’esercizio di quella professione è stato sottoposto a particolari cautele.

I precedenti rilievi che spingono a ricondurre le situazioni testè descritte nell’ambito applicativo dell’art. 343 c.p., ricevono un conforto essenziale dal carattere unitario del presidio che il codice penale del 1930 (innovando in ciò rispetto alla legislazione precedente) ha oggettivamente assicurato al complessivo sistema delle professioni soggette ad abilitazione, con una proiezione normativa idonea a inglobarne l’ampliamento e l’evoluzione che ne sono seguiti nel tempo, in un contesto corroborato, fra l’altro, dall’importante riconoscimento costituzionale di cui all’art. 33 Cost., comma 5.

Esistono, come si è già ricordato, ordinamenti professionali “protetti” in cui si rinvengono indicazioni di attività ritenute di competenza “specifica”, ma per le quali manca una espressa attribuzione di esclusiva. Tali indicazioni, nei casi in cui l’attribuzione esclusiva non sia desumibile formalmente aliunde o attraverso il ricordato criterio sostanzialistico, resterebbero, secondo l’orientamento tradizionale, e in maniera irragionevolmente contrastante con la stessa previsione della professione “protetta”, delle vuote nomenclature. Diventa, così, decisivo per l’interprete lo stato reale della legislazione, che, ad onta di sollecitazioni “aperturiste” provenienti da più parti, contempla tuttora un sistema di professioni organizzato in Ordini/Collegi e rispettivi **** ad appartenenza necessaria, non circoscritto alle sole attività destinate alla tutela di essenziali valori costituzionali (come, in particolare, la salute e il diritto alla difesa in giudizio) e non inscindibilmente connesso alla riserva di specifiche attribuzioni esclusive. Di tale assetto si ha significativa conferma nel D.P.R. 5 giugno 2001, n. 328, art. 1, comma 2, (recante Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti per l’ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonchè della disciplina dei relativi ordinamenti), laddove si dice che “Le Norme contenute nel presente regolamento non modificano l’ambito stabilito dalla normativa vigente in ordine alle attività attribuite o riservate, in via esclusiva o meno, a ciascuna professione”.

Gli esposti rilievi logico-sistematici, unitamente allo stesso tenore letterale dell’art. 348 c.p., impongono, dunque, l’adesione all’interpretazione estensiva in discorso. La quale enuclea, in sostanza, accanto alla “riserva” professionale collegata alla attribuzione in esclusiva dell’atto singolo, una riserva collegata allo svolgimento, con modalità tipiche della professione, di atti univocamente ricompresi nella sua competenza specifica: conclusione questa che si rivela, in definitiva – come già precisato -, l’unica coerente con un sistema indistinto di **** in cui non è indispensabile l’esistenza di riserva esclusiva di specifiche attività ma che sono nel contempo ad appartenenza necessaria.

E’ importante, per evitare equivoci applicativi, ribadire con chiarezza che la condotta “abituale” ritenuta punibile in tale ricostruzione deve essere posta in essere con le oggettive apparenze di un legittimo esercizio professionale, perchè solo a questa condizione, in presenza di atti non riservati per se stessi, si viola appunto il principio della generale riserva riferita alla professione in quanto tale, con correlativo tradimento dell’affidamento dei terzi. Ne consegue che quando tali apparenze mancano, sia per difetto di abitualità, organizzazione o remunerazione, sia perchè il soggetto agente espliciti in modo inequivoco che egli non è munito di quella specifica abilitazione e opera in forza di altri titoli o per esperienza personale comunque acquisita, si è fuori dell’ambito di applicazione dell’art. 348 c.p.. Tale vantazione va compiuta peraltro, in conformità all’interesse protetto dal reato, su un piano generale e oggettivo, e non nella dimensione dello specifico rapporto interpersonale, con quanto ne consegue ai fini della (persistente) irrilevanza scriminante del consenso del singolo destinatario della prestazione abusiva.

Tirando le fila del discorso, si può affermate il seguente principio di diritto: “Concreta esercizio abusivo di una professione, punibile a norma dell’art. 348 c.p., non solo il compimento senza titolo, anche se posto in essere occasionalmente e gratuitamente, di atti da ritenere attribuiti in via esclusiva a una determinata professione, ma anche il compimento senza titolo di atti che, pur non attribuiti singolarmente in via esclusiva, siano univocamente individuati come di competenza specifica di una data professione, allorchè lo stesso compimento venga realizzato con modalità tali, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse, le oggettive apparenze di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato”. 8. Soluzione del caso e norme speciali sopravvenute.

Applicando le conclusioni in diritto che precedono alla fattispecie di causa, si deve osservare che le attività ascritte al C. non erano incluse nelle positive elencazioni di quelle considerate di particolare competenza della professione di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale a sensi del D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, vigenti all’epoca. Esse, quindi – escluso, per le ragioni sopra esposte, di poter valorizzare al riguardo le previsioni introduttive di carattere generale contenute negli stessi decreti – restano del tutto fuori del campo di applicabilità dell’art. 348 c.p., quand’anche connotate dai caratteri di continuatività, onerosità e organizzazione.

La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in relazione all’imputazione di cui all’art. 348 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato. Ne consegue l’eliminazione della relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione.

Per completezza, può aggiungersi che il successivo D.Lgs. 28 giugno 2005, n. 139, emanato in attuazione della delega conferita al Governo con la L. 24 febbraio 2005, n. 34, art. 2, ha sostituito i D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, istituendo l’Albo unificato dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, e, oltre a una elencazione di attività comune alle due categorie (riproducente quella già relativa ai commercialisti secondo il D.P.R. n. 1067 del 1953), ha previsto un lungo elenco di altre attività di riconosciuta competenza tecnica dei soli iscritti alla Sezione A (Commercialisti) e un elenco di attività di riconosciuta competenza tecnica degli iscritti alla Sezione B (Esperti contabili) dell’Albo, fra le quali sono state incluse le seguenti: “a) tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, controllo della documentazione contabile, revisione e certificazione contabile di associazioni, persone fisiche o giuridiche diverse dalle società di capitali; b) elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarle e cura degli ulteriori adempimenti tributari”.

Pur non recando più la legge delega n. 39 del 2005, la previsione, già presente nella legge delega 28 dicembre 1952, n. 3060, secondo la quale (criterio direttivo sub a) “la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”, e pur essendosi, nel D.Lgs. n. 139 del 2005, riformulata la clausola di salvezza per i soggetti non iscritti all’Albo oggetto dei decreto in un modo che sembra riferirsi solo ai professionisti iscritti in altri **** (“Sono fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge ai professionisti iscritti in altri albi”), non si ravvisano ragioni formali (in relazione alle espressioni usate) o sostanziali (in relazione alla natura della professione di esperto contabile) per ritenere che l’inserimento nell’elenco comune agli iscritti alle due Sezioni e nell’elenco separato relativo agli iscritti alla Sezione B comporti ora l’attribuzione in via esclusiva delle relative attività.

Conferma decisiva di tale conclusione discende dalla constatazione che l’unico accenno, presente nella nuova legge delega, ricollegabile in qualche modo a una possibile logica di competenza esclusiva (non monopolistica), la sussistenza e i limiti della cui effettiva realizzazione restano ovviamente da verificare, riguarda gli iscritti alla sezione A e si rinviene in particolare nella lett. d) dell’art. 3, laddove si prevede che “E’ consentita l’attribuzione di nuove competenze agli iscritti nella sezione dell’Albo unico riservata ai laureati specialistici, che presentino profili di interesse pubblico generale, nel rispetto del principio della libertà di concorrenza e fatte salve le prerogative attualmente attribuite dalla legge a professionisti iscritti ad altri albi. Sono fatte salve, altresì, le attività di natura privatistica già consentite dalla legge agli iscritti a registri, ruoli ed elenchi speciali tenuti dalla pubblica amministrazione”.

La specifica inclusione delle attività di tenuta e redazione dei libri contabili, fiscali e del lavoro, e di elaborazione e predisposizione delle dichiarazioni tributarie e cura degli ulteriori adempimenti tributari, nell’elenco di quelle riconosciute di competenza tecnica degli iscritti alla sezione B consente però ora senz’altro di ritenere, alla stregua delle conclusioni sopra assunte, che lo svolgimento di esse, se effettuato da soggetto non abilitato con modalità tali da creare, in assenza di chiare indicazioni diverse dallo stesso provenienti, le apparenze dell’attività professionale svolta da esperto contabile regolarmente abilitato, è punibile a norma dell’art. 348 c.p..

Il principio di diritto che da quanto sopra si può enucleare è il seguente: “Le condotte di tenuta della contabilità aziendale, redazione delle dichiarazioni fiscali ed effettuazione dei relativi pagamenti, non integrano il reato di esercizio abusivo delle professioni di dottore commercialista o di ragioniere e perito commerciale, quali disciplinate, rispettivamente, dal D.P.R. nn. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, anche se svolte – da chi non sia iscritto ai relativi albi professionali – in modo continuativo, organizzato e retribuito, tale da creare, in assenza di indicazioni diverse, le apparenze di una tale iscrizione; a opposta conclusione, in riferimento alla professione di esperto contabile, deve invece pervenirsi se le condotte in questione siano poste in essere, con le caratteristiche suddescritte, nel vigore del nuovo D.Lgs. n. 139 del 2005”. 9. Raffronto con la giurisprudenza costituzionale e la giurisprudenza civile. Le conclusioni adottate non appaiono incompatibili con quanto affermato dalla citata Corte cost. n. 418 del 1996. Nell’occasione la Consulta venne investita dal giudice a quo, nel corso di una controversia civile relativa al pagamento di compensi per attività di consulenza aziendale espletata da una S.r.l., della questione di legittimità costituzionale del D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1067, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di dottore commercialista) e D.P.R. 27 ottobre 1953, n. 1068, art. 1, commi 1 ed ultimo, (Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale), “nella parte in cui riservano concretamente in via esclusiva a quei professionisti l’esercizio professionale nelle materie della economia e della consulenza aziendale”: questione sollevata in particolare in riferimento all’art. 76 della Costituzione, in relazione alla presunta “violazione del criterio direttivo della Legge Delega 28 dicembre 1952, n. 3060, sulla revisione degli ordinamenti professionali di dottore commercialista e di ragioniere, che all’articolo unico, lett. a), dispone che la determinazione del campo delle attività professionali non deve importare attribuzioni di attività in via esclusiva”. Gli ultimi commi degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, dettati in applicazione del criterio direttivo della legge delega sul divieto di attribuzione esclusiva delle materie indicate agli iscritti negli albi dei commercialisti, ben lungi dall’aver tale effetto, avevano di contro, secondo il giudice rimettente, concretamente impedito l’esercizio di tale attività di consulenza a chi non fosse iscritto negli albi, dal momento che, secondo il loro tenore testuale, solo i professionisti iscritti in altri albi potevano esercitare nelle stesse materie, purchè loro attribuite da leggi e regolamenti. Poichè nessuna legge prescriveva alcun “albo dei consulenti aziendali”, ne conseguiva che l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale in materia “economica” ai commercialisti e ai ragionieri assorbiva anche quella di consulenza aziendale, determinando l’esercizio esclusivo in favore di questi ultimi.

Nel risolvere la questione con pronuncia interpretativa di rigetto, la Consulta, come si è sopra visto, escluse che nelle norme delegate fossero rinvenibili attribuzioni in via esclusiva di competenze, e interpretò la clausola di cui all’ultimo comma degli artt. 1 dei D.P.R. n. 1067 del 1953, e D.P.R. n. 1068 del 1953, secondo la quale l’elencazione delle attività, oggetto della professione disciplinata, non pregiudica “quanto può formare oggetto dell’attività professionale di altre categorie a norma di leggi e regolamenti” nel senso che l’espressione “a norma di leggi e regolamenti”, doveva essere intesa “non con esclusivo riferimento a professioni regolamentate mediante iscrizione ad albo, ma anche, per quel che qui più rileva, con riferimento agli spazi di libertà di espressione di lavoro autonomo e di libero esercizio di attività intellettuale autonoma non collegati a iscrizione in albi”.

Com’è evidente dall’oggetto della pronuncia e dal suo tenore formale e sostanziale, il discorso in essa svolto, anche per quanto concerne le importanti enunciazioni di carattere generale (“Al di fuori delle attività comportanti prestazioni che possono essere fornite solo da soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (…), per tutte le altre attività di professione intellettuale o per tutte le altre prestazioni di assistenza o consulenza (…), vige il principio generale di libertà di lavoro autonomo o di libertà di impresa di servizi a seconda del contenuto delle prestazioni e della relativa organizzazione”), si è interamente e costantemente mantenuto sul piano dei problemi inerenti alle attribuzioni esclusive di specifiche attività, da escludere in assenza di univoche indicazioni in contrario (ed escluse in concreto in riferimento ai DD.PP.RR. presi in considerazione). E’ rimasta quindi (e non poteva che rimanere) fuori dal suo ambito la questione della possibile rilevanza, ai fini dell’applicabilità dell’art. 348 c.p., dello svolgimento di specifiche attività attribuite a una professione soggetta ad abilitazione non in via esclusiva ma sotto il profilo della particolare competenza tecnica, attuato (da un non abilitato) in forma sistematica e con le oggettive apparenze del possesso del relativo titolo, e da ritenere, (solo) per e in tali modalità, “riservato” alla professione stessa.

Incompatibili con le conclusioni assunte nella presente decisione non appaiono neppure gli esiti di recenti arresti della giurisprudenza civile di questa Corte, che, in dichiarata adesione alla anzidetta pronuncia del Giudice delle leggi (e a modifica della posizione assunta in precedenza da Sez. 2 civ., n. 21495 del 12/10/2007, Rv. 600035), hanno riconosciuto il diritto di consulenti del lavoro al compenso per le attività di consulenza e valutazione in materia aziendale, ritenute non riservate per legge in via esclusiva ai dottori commercialisti, ai ragionieri e ai periti commerciali (Sez. 2 civ., n. 15530 del 11/06/2008, Rv. 603748), e per le attività di tenuta delle scritture contabili dell’impresa, redazione dei modelli IVA o per la dichiarazione dei redditi, effettuazione di conteggi ai fini dell’IRAP o ai fini dell’ICI, richiesta di certificati o presentazione di domande presso la Camera di Commercio, ritenute non rientranti in quelle riservate solo a soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione (Sez. 2 civ., n. 14085 del 11/06/2010, Rv. 613443). Le attività indicate, infatti, da un lato, non erano incluse all’epoca nelle elencazioni specifiche delle attività qualificate come di particolare competenza delle professioni commerciali, e, dall’altro (e al di là di ogni altra possibile considerazione), erano comunque svolte nell’esercizio della professione di consulente del lavoro e, quindi, senza l’indotta apparenza di un esercizio facente capo a soggetto abilitato a professione commerciale.

10. Altri addebiti: a) la truffa.

Quanto agli altri addebiti, in relazione alla contestata imputazione di truffa (art. 640 c.p.), la difesa del ricorrente – nel ribadire le argomentazioni già svolte nei motivi di appello – ne ha sostenuto l’insussistenza, deducendo che la condotta illecita si è esaurita nel reato di falso, cui è stata di recente riconosciuta (da Sez. U, n. 46982 del 25/10/2007, ********, Rv. 237855) la natura di reato plurioffensivo (avente come oggetto sia la fede pubblica che l’interesse privato), e che è stato nella specie posto in essere non per ottenere la disponibilità del denaro ma solo per mascherare il mancato assolvimento dell’impegno ad effettuare i dovuti pagamenti.

In realtà; dalla ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito, quale emerge dalla motivazione da essi resa (come integrata anche da quella della pronuncia di primo grado), avverso la quale sono state mosse censure risolventisi in deduzioni di fatto ovvero nella denuncia del mancato diretto apprezzamento di rilievi difensivi sostanzialmente privi di decisività e implicitamente superati dalla ampia esposizione e logica valutazione dei molteplici e convergenti elementi probatori (orali e documentali) acquisiti, risulta con chiarezza che il C.: – si presentò con la falsa veste di professionista qualificato; – ottenne in tal modo dai clienti l’incarico di tenerne la contabilità e di curarne gli adempimenti amministrativi e fiscali; – omettendo largamente l’assolvimento di tali adempimenti, si fece consegnare le somme destinate ai pagamenti ad essi correlati; – omettendo tali pagamenti, trattenne per sè le somme ed esibì ai clienti false certificazioni, da lui formate, attestanti i detti pagamenti.

In tale sequenza di comportamenti non c’è dubbio che deve essere – ed è stata correttamente – ravvisata la fattispecie della truffa (aggravata a sensi dell’art. 61 c.p., n. 11), in quanto il conseguimento indebito, da parte del C., delle somme versategli dai clienti è il risultato di una strategia artificiosa e fraudolenta, rispetto alla quale la formazione e l’esibizione degli atti falsi si pone come un aggiuntivo ma non essenziale tassello di completamento, diretto a coprire non un mero casuale inadempimento ma il momento saliente (realizzazione dell’ingiusto profitto) della operazione truffaldina.

Considerata, poi, la reiterazione delle condotte e la inquadrabilità dei falsi inerenti a operazioni precedenti come mezzi per rendere più agevoli le operazioni successive, non può che ricordarsi, in diritto, che, per giurisprudenza consolidata (su cui non ha certo influito la richiamata decisione delle Sezioni Unite Pasquini), i reati di truffa e falso, aventi oggetti giuridici ed elementi strutturali distinti, non possono considerarsi in rapporto di specialità nè sono riconducibili alla figura del reato complesso, di tal che, quanto il falso venga usato come raggiro, essi concorrono fra di loro (Sez. 5, n. 21409 del 05/02/2008, *******, Rv. 240081; Sez. 2, n. 4701 del 16/12/1988, dep. 1989, Piazza, Rv. 180937; Sez. 5, n. 2990 del 18/01/1984, Arenare, Rv. 163439; Sez. 5, n. 5186 del 22/04/1983, ********, Rv. 159355; Sez. 5, n. 862 del 27/10/1978, dep. 1979, *******, Rv. 140899; Sez. 2, n. 12431 del 01/10/1975, *****, Rv. 131600; Sez. 2, n. 443 del 02/04/1973, dep.1974, ****, Rv. 125988; Sez. 5, n. 520 del 26/03/1971, ********, Rv. 118398; Sez. 2, n. 866 del 10/04/1970, dep. 1971, ********, Rv. 117169; Sez. 5, n. 121 del 25/01/1971, ************, Rv. 116902; Sez. 5, n. 1 del 13/01/1970, *****, Rv. 114480; Sez. 5, n. 1073 del 13/11/1968, dep. 1969, *****, Rv. 109964; Sez. 2, n. 532 del 28/03/1966, Savoldini, Rv. 102076).

11. segue: b) il falso.

In relazione alla imputazione di falso materiale (artt. 476 e 482 c.p.), la difesa propone censure che si concretano nella contestazione della valutazione in termini di gravità del delitto in esame, cui sarebbe seguito un rigore sanzionatorio ritenuto eccessivo in relazione, da un lato, al danno cagionato (Euro 1.671,00) e, dall’altro, al rito abbreviato richiesto dall’imputato. Si tratta all’evidenza di censure improponibili, in quanto investono, per di più in modo generico, un punto della decisione, quale la commisurazione della pena, che è rimesso alla valutazione discrezionale del giudice di merito, come tale sottratta al sindacato di legittimità, ove – come appunto nel caso di specie (v., oltre al formale richiamo ai criteri dettati dall’art. 133 c.p., i riferimenti, rinvenibili nel corpo della motivazione, ai precedenti specifici, alla intensità del dolo, alla capacità a delinquere) – corredata di una motivazione idonea a far emergere la ragione della concreta scelta operata.

12. Il motivo sull’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4.

Resta da esaminare il motivo col quale la difesa sostiene che il giudice d’appello, in presenza di un danno accertato di Euro 1671 (essendo rimasto indeterminato il “maggior danno” ritenuto esistente dal Tribunale), non ha spiegato perchè non sia concedibile l’invocata attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4, omettendo così di rispondere al relativo motivo formulato in appello.

La denunciata omissione è irrilevante, non avendo mai la difesa mosso critiche specifiche alla logica e articolata motivazione con cui la sentenza di primo grado, nel disattendere la richiesta di riconoscimento della detta attenuante, ha evidenziato che, oltre che dagli importi di cui il C. si è direttamente appropriato (determinati solo con riferimento alla soglia minima accertata di Euro 1671,00), il danno subito dalle persone offese è rappresentato anche dalle pesanti conseguenze (pagamento di sovrattasse e sanzioni) ricadenti su di loro (in termini certamente non di “speciale tenuità”) per effetto dei comportamenti dell’imputato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al capo c) dell’imputazione perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato ed elimina la relativa pena di un mese e dieci giorni di reclusione. Rigetta nel resto ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 140 141 142 143 144 153


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!