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Penale

Datore di lavoro – Informazione, formazione ed addestramento – Macchina ed attrezzatura da lavoro (Cass. pen. n. 10862/2012)

Redazione

Fatto e Diritto

1. Il Tribunale di Ivrea ha affermato la penale responsabilità dell’imputato in epigrafe in ordine al reato di lesioni personali commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro. La pronunzia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha ridotto la pena.

All’imputato, nella qualità di datore di lavoro, è stato mosso l’addebito di aver messo a disposizione del dipendente ***** una apparecchiatura non del tutto appropriata tanto che un pesante pezzo sul quale stava operando scivolava dalla sede della lavorazione cagionandogli lesioni personali al polso.

2. Ricorre per cassazione l’imputato. Si espone che il primo giudice ha affermato la responsabilità avendo ritenuto che solo dopo il fatto avesse avuto luogo adeguata attività di formazione; sebbene la questione della formazione non fosse stata dedotta in imputazione.

D’altra parte, la Corte d’appello, travisando la prova, ha affermato che solo dopo l’incidente l’azienda ha apportato al macchinario in questione le modifiche idonee a garantire la sicurezza dell’operatore. Tale affermazione è contrastata dal contenuto del verbale redatto dallo SPRESAL, di cui vengono anche citati alcuni brani.

3. Il ricorso è infondato.

La prima sentenza, richiamata e confermata dal giudice d’appello, reca una approfondita disamina della vicenda. Si espone che la ricostruzione dei fatti emerge dalla deposizione testimoniale dell’ispettrice del lavoro intervenuta subito dopo il fatto. Costei ha riferito che il lavoratore stava operando su una macchina che faceva fotografie e misurazioni tridimensionali dei pezzi. Per compiere tale operazione il lavoratore aveva agganciato un pesante pezzo di circa 90 kg ad una gru denominata “capretta”, dalla quale però lo aveva sganciato per posizionarlo correttamente. Nel corso dell’operazione il pezzo era caduto sul braccio del lavoratore colpendolo al polso e cagionandogli una lesione tendinea. Fu quindi contestata la non completa idoneità delle attrezzature e fu demandato all’azienda di adottare le modifiche appropriate al fine di assicurare un aggancio permanente dei pezzi. La teste ha soggiunto che in occasione di un secondo sopralluogo fu constatato che l’azienda aveva creato una corretta procedura di esecuzione delle operazioni ed aveva appositamente informato i lavoratori. Costei ha infine spiegato che il dipendente non aveva subito una completa formazione ed informazione, che ebbe luogo in modo appropriato solo dopo il sinistro. Tale ricostruzione degli accadimenti è stata confermata dal lavoratore infortunato. Da tali acquisizioni si è tratta la dimostrazione della responsabilità colposa dell’imputato.

La sentenza d’appello, contrariamente a quanto dedotto, ribadisce la valutazione compiuta dal primo giudice evidenziando che solo dopo il fatto furono apportate modifiche idonee a garantire la sicurezza dell’operatore. Ciò dimostra che l’apparato era nel suo complesso potenzialmente idoneo a provocare infortuni del tipo di quello subito dal lavoratore.

Tale complessivo apprezzamento è basato su deposizioni testimoniali complete, qualificate e significative. Il dato di decisivo rilievo è che l’apparato di cui si discute era gestito in modo non appropriato a causa del precoce distacco del pezzo dall’apparato che lo agganciava e lo tratteneva. Fu quindi necessaria una revisione delle procedure che implicò anche una più puntuale ed adeguata informazione nei confronti dei lavoratori che quelle procedure dovevano porre in essere. Si tratta del punto che inquadra e risolve il caso; e rispetto al quale non può ipotizzarsi travisamento della prova alla luce di un non meglio precisato verbale di cui vengono vagamente evocati alcuni isolati frammenti.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Cassazione: nei casi di errore giudiziario va risarcito singolarmente ogni aspetto del danno morale (Cass. n. 10878/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. – Con ordinanza della Corte d’Appello di Brescia, in data 22/4/2010, è stata liquidata a S.R. la somma di Euro 473.000,00 (Euro 443.000,00 per la riparazione, ed Euro 30.000.00 per il debito contratto con il difensore per prestazioni professionali) a titolo di riparazione per l’errore giudiziario per il quale aveva scontato giorni 1130 di carcere per il delitto di violenza sessuale in danno della figlia L., all’epoca dell’età di cinque anni, ottenendo poi proscioglimento pieno, per insussistenza del fatto, in sede di revisione.

La cifra suddetta risultava dalla somma dei seguenti importi:

– Euro 28.000 per perdita di retribuzione durante la detenzione;

– Euro 10.000 per differenze retributive durante il primo periodo dopo la scarcerazione;

– Euro 15.000 per minore entità contributi previdenziali;

– Euro 65.000 per danno biologico;

– Euro 200,00 per danno esistenziale, consistente nel deterioramento dei già difficili rapporti familiari, specie con la figlia;

– Euro 125.000 per danno morale;

– Euro 30.000 per spese di difesa per il primo giudizio, limitate all’onorario di uno solo dei due difensori;

– Euro 30.000 per debito contratto con il difensore per prestazioni professionali.

La Corte, accogliendo l’istanza del Ministero dell’Economia, convenuto, liquidava non l’intera somma, ma una rendita vitalizia, fissata in Euro 1845,84 mensili, pari ad Euro 22.150,00 annuali.

2.- Contro la decisione hanno presentato ricorso sia il convenuto Ministero dell’Economia e Finanze, sia l’interessato S., per una pluralità di motivi.

2.1 Il Ministero convenuto ha basato il ricorso su tre motivi, per violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare eccependo che:

1. La somma di Euro 30.000 per spese del giudizio di condanna non poteva essere liquidata, non potendosi le spese suddette ritenersi derivanti dalla condanna, essendo ad essa precedenti;

2. La somma liquidata per il deterioramento dei rapporti con la figlia doveva essere rivista, in quanto i rapporti erano deteriorati già prima della condanna ed anche successivamente non erano migliorati, avendo la ragazza, divenuta maggiorenne, rifiutato di rivedere il padre; 3. Per il danno esistenziale non poteva essere liquidata alcuna somma, essendo lo stesso soltanto un ordinario danno non patrimoniale, chiamato con altro nome.

2. 2 – Lo S. con plurimi motivi denuncia violazione di legge e vizio di motivazione, in particolare:

1. Nulla era stato liquidato per la detenzione subita, sulla base di una asserita inammissibilità di doppia liquidazione, in base al criterio risarcitorio e a quello equitativo;

2. La brusca “perdita” del rapporto con la figlia, prima particolarmente intenso, era stata qualificata come semplice “deterioramento”;

3. La scelta di attribuire una rendita vitalizia in luogo del pagamento di tutta la somma dovuta non era correttamente motivata, non potendosi ritenere tale il riferimento ad eventuali rischi, da parte dell’interessato, di cadere preda di “atteggiamenti predatori di terzi “a causa del suo “costante stato di prostrazione e depressione” e della sua carenza di specifiche competenze per amministrare la somma liquidata;

4. La limitazione all’importo relativo ad un solo difensore delle liquidabili spese di difesa del processo conclusosi con la condanna non aveva una giustificazione valida;

5. Non si era provveduto a liquidare alcunchè per i danni consistenti nell’addebito nella causa di separazione, nella privazione del diritto di voto per anni e nella perdita di immagine;

6. La mancata liquidazione dei danni da invalidità temporanea e da perdita di chance era stata giustificata, senza motivazione specifica, da asserite carenze probatorie o da carenze di presupposti;

7. Mentre era stato liquidato il danno da differenze retributive, nulla era stato liquidato per la perdita di possibilità di progressione reddituale, perchè non dimostrata, e immotivatamente nulla per minore importo del trattamento pensionistico;

8. La motivazione relativamente alla compensazione, per la metà, delle spese di lite era infondata.

2.3 – Il Procuratore Generale, nella persona del Dott. ***************, con richiesta scritta, ha concluso per l’accoglimento parziale di entrambi i ricorsi così come indicato in epigrafe.

2.4 – Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con memoria scritta, depositata in termini, espone che nel ricorso si è posto in evidenza, contrariamente a quanto statuito dalla Corte di Appello nella ordinanza impugnata, che ai fini della valutazione del diritto vantato in giudizio dallo S., quale causa ostativa alla riparazione, che questi aveva un rapporto assolutamente burrascoso anche con la figlia, che anzi ebbe appunto ad accusarlo, come si evinceva dagli atti di causa.

E, dunque, la decisione impugnata tralascia di considerare degli elementi che costituivano causa ostativa al riconoscimento della domanda dello S..

La Corte non ha considerato che, sebbene detto comportamento non sia penalmente rilevante, il medesimo appariva, tuttavia, sicuramente integrare una condotta quantomeno idonea ad aver concorso all’erronea valutazione del giudice, circostanza che assume necessariamente rilevanza nell’ambito della valutazione ai fini risarcitori.

In conclusione, nel riportarsi al ricorso, ha chiesto l’accoglimento dei propri motivi con il rigetto e/o l’inammissibilità di quelli dell’interessato.

1. Entrambi i ricorsi sono parzialmente fondati, ed andranno accolti nei limiti indicati più avanti.

1.1 – Incominciando con l’esaminare il ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanze, non va, decisamente, presa in considerazione l’argomentazione posta in premessa della memoria difensiva, atteso che con essa si contesta il diritto alla indennità per ingiusta detenzione mai eccepita nè in sede di costituzione innanzi alla Corte d’Appello, nè con il ricorso odierno e, per altro, la somma di cui trattasi è stata liquidata allo S. ai sensi dell’art. 643 c.p.p..

Quanto ai motivi posti a base del ricorso, tranne il primo, gli altri sono da ritenersi infondati.

1.2 – Relativamente al primo motivo si concorda, sul punto, con quanto evidenziato dal Procuratore Generale con il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte: i costi del giudizio di revisione vanno esclusi, ai sensi di quanto chiaramente disposto dall’art. 643 c.p.p., dal novero dei danni risarcibili, non rientrando nelle conseguenze personali della condanna (Sez. 4, Sentenza n. 4166 del 07/11/2007 Cc; Rv. 238669) “La riparazione dell’errore giudiziario va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivate dalla condanna: nella liquidazione non possono invece essere compresi i costi sostenuti per il giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali”; ad uguale conclusione occorre giungere anche per le spese della difesa nel giudizio conclusosi con la condanna, non potendo considerare le stesse “derivanti dalla condanna”, come richiesto testualmente dall’art. 643 c.p.p..

La norma, invero, fa riferimento per la liquidazione della riparazione alla durata della eventuale espiazione di pena, ed alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna. Nessun richiamo viene effettuato ai costi del giudizio di revisione, che esulano dal concetto di conseguenze personali, in quanto non è rintracciabile nel sistema un principio che ponga a carico dello Stato le spese sostenute dall’imputato per il giudizio nel quale viene assolto. Le conseguenze personali sono quelle che ineriscono alla salute, al pregiudizio cagionato sul piano lavorativo, affettivo, cui si aggiungono le conseguenze più strettamente familiari.

Pertanto, in riferimento a tale punto, l’ordinanza impugnata va annullata senza rinvio limitatamente alla liquidazione di Euro 30.000,00 per spese di difesa che va eliminata.

1.3 – La censura posta a base del secondo motivo non intacca la tenuta logica della motivazione sul punto della impugnata ordinanza non ravvisandosi vizi, apparendo corretta dal punto di vista logicogiuridico, anche sotto il profilo propriamente quantitativo, e non essendo in alcun punto il percorso motivazionale contrastante con considerazioni di buon senso, in materia così delicata. La Corte d’Appello ha ben evidenziato che il rapporto del padre con la figlia si sia deteriorato, notevolmente, in seguito alla condanna del primo per violenza sessuale ai danni della figlia, all’età di cinque anni;

che è un fatto innegabile che la liquidazione della cifra di Euro 200.000,00 sia derivata non solo dall’incidenza della condanna sul legame padre-figlia, ma anche dalla “particolare intensità della sensazione di ingiustizia subita”. La liquidazione per tale voce, perciò, non può essere censurata in questa sede di legittimità. 1.4 – Si concorda con il procuratore ******** nel rilevare la infondatezza del terzo motivo perchè la Corte della riparazione non opera una distinzione tra danno esistenziale e danno morale, ma considera il primo come un aspetto del secondo, ed infatti, nel liquidare quest’ultimo, precisa che è stato “depurato dalle precedenti voci specifiche, e riguarda solo sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Nel caso in esame, non si ha una duplicazione di liquidazione, ma una diversificazione delle voci costituenti un unico danno, che viene quindi liquidato con una somma costituita da due diverse e distinte operazioni di valutazione; in sostanza la somma complessiva (Euro 200000 – a titolo di danno esistenziale – + Euro 125.000 a titolo di danno morale) anche se non esplicitamente unificata/deriva da due addendi, entrambi giustificati come denominazione e come liquidazione.

Il Collegio sul punto ritiene di non discostarsi dalla giurisprudenza di questa stessa sezione (Sez. 4, Sentenza n. 22688 del 18/03/2009 Cc. Rv. 243990) con cui si è affermato che, se è vero che le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 26972 dell’11.11.2008 hanno, tra l’altro, statuito che non è ammissibile nel nostro ordinamento il danno definito “esistenziale”, inteso quale la perdita areddituale della persona, costituendo una simile perdita, ove causata da un fatto illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, ne1 più ne1 meno che un ordinario danno non patrimoniale, di per se risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente sol perchè diversamente denominato, non è men vero che non può non tenersi conto nella liquidazione del danno non patrimoniale, nella sua globalità, di tutte le peculiari sfaccettature di cui si compone nel caso concreto, quali: l’interruzione delle attività lavorative e di quelle ricreative, l’interruzione dei rapporti affettivi e di quelli interpersonali, il mutamento radicale peggiorativo e non voluto delle abitudini di vita.

2. – Passando alla trattazione del ricorso dello S. pienamente fondato è il primo motivo.

In ordine alla richiesta dell’interessato di liquidazione di una somma per la detenzione subita è necessario premettere alcuni principi fissati da questa Corte (Sez. 4, Sentenza n. 2050 del 25/11/2003 Cc. Rv. 227669). E’ comunemente riconosciuto che la riparazione per l’errore giudiziario, come quella per l’ingiusta detenzione, non ha natura di risarcimento del danno ma (e qui il consenso è meno univoco) di semplice indennità o indennizzo in base a principi di solidarietà sociale per chi sia stato ingiustamente privato della libertà personale o ingiustamente condannato.

L’origine solidaristica della previsione dei due casi di riparazione non esclude però che ci si trovi in presenza di diritti soggettivi qualificabili di diritto pubblico cui si contrappone, specularmente, un’obbligazione dello Stato da qualificare parimenti di diritto pubblico. Il criterio seguito dalla legge e diretto ad escludere una tutela obbligata di tipo risarcitorio risponde ad una precisa finalità: se il legislatore avesse costruito la riparazione dell’errore giudiziario, o dell’ingiusta detenzione, come risarcimento dei danni avrebbe dovuto richiedere, per coerenza sistematica, che il danneggiato fornisse non solo la dimostrazione dell’esistenza dell’elemento soggettivo, fondante la responsabilità per colpa o per dolo, nelle persone che hanno agito ma anche la prova dell’entità dei danni subiti. Ciò si sarebbe peraltro posto in un quadro di conflitto con l’esigenza (fondata non solo su una precisa disposizione della nostra Costituzione – art. 24, comma 4 – ma anche sull’art. 5, comma 5, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e sull’art. 9, n. 5, del Patto internazionale dei diritti civili e politici) di garantire un adeguato ristoro a chi sia stato comunque ingiustamente condannato o privato della libertà personale senza costringerlo a defatiganti controversie sull’esistenza dell’elemento soggettivo di chi aveva agito e sulla determinazione dei danni.

E’ stato altresì affermato che la riparazione per l’errore giudiziario o per l’ingiusta detenzione rientrano in quei casi in cui il pregiudizio deriva da una condotta conforme all’ordinamento che però ha prodotto un danno che deve comunque essere riparato, per la quale si è fatto ricorso alla figura dell’atto lecito dannoso:

l’atto è stato infatti emesso nell’esercizio di un’attività legittima (e doverosa) da parte degli organi dello Stato anche se, in tempi successivi, ne è stata dimostrata (non l’illegittimità ma) l’erroneità o l’ingiustizia.

Un inconveniente del sistema delineato è costituito dalla necessità di utilizzare, prevalentemente se non esclusivamente, criteri equitativi per la liquidazione dell’indennizzo. Il giudice, per limitare il margine di discrezionalità, ineliminabile in questa forma di liquidazione, può soltanto utilizzare parametri, non previsti normativamente, che valgano a rendere razionali, trasparenti e non casuali i criteri utilizzati. Si tratta quindi di verificare, in questa ottica, se possano essere utilizzati per la liquidazione dell’indennizzo anche criteri normativi previsti per la liquidazione del danno.

La necessità di utilizzare criteri equitativi non è esclusa, nel caso della riparazione dell’errore giudiziario, dall’eliminazione dell’aggettivo “equa” che qualificava la riparazione e che più non compare nell’art. 643 c.p.p., comma 1, a differenza di quanto previsto dall’art. 571 dell’abrogato codice di rito e dal vigente art. 314 in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione. Dottrina e giurisprudenza sono infatti concordi nel ritenere che il mancato espresso richiamo all’equità sia privo di concreta rilevanza, come confermato anche dalla relazione al progetto preliminare del codice, essendo ineliminabile l’uso di criteri equitativi per determinare in concreto, con la successiva traduzione in termini monetar, le conseguenze dell’ingiusta condanna.

Il mancato richiamo all’equità da parte dell’art. 643 può però consentire di affermare che non è inibito al giudice della riparazione fare riferimento anche a criteri di natura risarcitoria che possono validamente contribuire a restringere i margini di discrezionalità inevitabilmente esistenti nella liquidazione di tipo esclusivamente equitativo. E infatti in dottrina si è affermato che “attraverso la procedura di riparazione dell’errore giudiziario, la vittima può in definitiva ottenere………… la liquidazione dei danni provocati dall’ingiusta condanna”. Più di un autore, d’altra parte, ha ravvisato nella riparazione per l’errore giudiziario una componente indennitaria e una risarcitoria, quasi si trattasse di un tertium genus rispetto alle due forme di ristoro.

E dunque, in tema di riparazione dell’errore giudiziario, il giudice nel procedimento di liquidazione del danno può utilizzare sia il criterio, risarcitorio, con riferimento ai danni patrimoniali e non patrimoniali, sia il criterio equitativo, limitandolo alle voci non esattamente quantificabili. Alla stregua dei principi esposti, su questo punto, non può ritenersi corretto il procedimento seguito dalla Corte bresciana laddove ha così motivato “la corte ritiene preferibile l’adozione del criterio risarcitorio, al fine di meglio analizzare ed illustrare sia le voci di danno che i relativi importi risarcitorì ed anche per l’oggettiva difficoltà, in relazione a lunghi periodi di detenzione, di indicare adeguati criteri di valutazione equitativa dell’indennizzo”, e conclude affermando che “conseguentemente nulla è dovuto sulla base del semplice calcolo del periodo di detenzione”.

Si conviene con il Procuratore Generale nel rilevare che, in diritto, non è affatto corretta la costruzione logica per la quale, data la difficoltà di valutare equitativamente l’indennizzo per lunghi periodi di detenzione, si preferisce scegliere un altro criterio e non liquidare nulla per tale specifico danno, essendo dettato proprio per queste ipotesi la norma generale per la quale “Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa” (art. 1226 c.c.). Ed infatti appunto per questo tipo di difficoltà è indicata la necessità, per il giudice, di fare ricorso a criteri equitativi, che sono proprio quelli indicati dalla giurisprudenza in relazione sia alla riparazione dell’errore giudiziario, sia a quella per l’ingiusta detenzione. Inoltre, la proclamata incompatibilità dell’adozione del criterio risarcitorio e di quello equitativo, pena una inammissibile duplicazione di liquidazione, viene meno, ragionevolmente, in relazione a danni non quantificabili con esattezza, come per esempio quello arrecato dalla condanna ai rapporti tra padre e figlia, per il quale “la liquidazione dovrà tenere conto, con giudizio esclusivamente equitativo, del danno differenziale”.

In conclusione, il danno conseguente alla detenzione va liquidato autonomamente anche in ossequio alla dizione letterale dell’art. 643, e nella liquidazione andrà utilizzato un criterio equitativo senza i limiti stabiliti dall’art. 315 c.p.p., per la riparazione del danno da ingiusta detenzione. La impugnata ordinanza va, pertanto, annullata limitatamente alla omessa liquidazione del danno relativo alla detenzione, con rinvio sul punto alla Corte d’Appello di Brescia.

2.1 – Infondati sono tutti gli altri motivi posti a base del ricorso dello S.. Quanto al secondo motivo valgono le stesse considerazioni svolte nell’analisi del secondo motivo del ricorso del Ministero evidenziandosi che la Corte, nel liquidare la voce di cui al punto 2 della premessa, ha affermato che la condanna ” ha costituito una cesura di tale rapporto, in quanto le convinzioni della figlia hanno trovato una conferma nel provvedimento giudiziario”, e, dunque, il rapporto padre-figlia non è stato considerato come semplice “deterioramento”. 2.2 – Non si conviene con il Procuratore Generale nel ritenere che la scelta di liquidare una rendita e non l’intera somma sia “al di fuori dell’ordinario”, essendo tale modalità specificamente prevista dall’art. 343 c.p.p., n. 2, in alternativa al pagamento in un’unica soluzione. Mentre è vero che il giudice, una volta optato per la rendita, deve tener conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno.

Ebbene, la Corte della riparazione non si è sottratta a quest’obbligo di motivazione avendo reso palesi le ragioni della scelta con il riferimento alle condizioni di salute dell’interessato ed alle ragioni di cautela di non mettere a sua disposizione una considerevole somma in un’unica soluzione, dettate dall’esigenza di evitare w il rischio, anche per il pericolo di atteggiamenti predatori di terzi (proprio in considerazione dello stato di salute psicologico cui si è fatto riferimento, n.d.r.), di dispersione del capitale, che deve essere, invece, finalizzato alla cura della sua persona”.

Il Collegio ritiene che tali argomentazioni, logiche ed aderenti al dato normativo, impediscono la censura in chiave di vizio di motivazione dell’impugnata ordinanza sul punto.

2.3 – Per quanto riguarda il quarto motivo appare corretta la determinazione della Corte di liquidare gli onorari di un solo difensore, atteso che, la prova dell’esistenza del debito per spese di onorari per Euro 30.000,00 si riferisce ad un solo professionista.

Si osserva che neanche è applicabile il criterio equitativo in quanto questo, come già evidenziato, assume carattere residuale ma esclusivamente per quei danni di cui sia certa l’esistenza ma che non possono essere provati nel loro preciso ammontare, il che, evidentemente, non si verifica nel caso in esame nel quale i compensi pagati ben possono essere documentati con regolari fatture o, quanto meno, con dichiarazioni di coloro che hanno effettuato le prestazioni o con altri mezzi di prova idonei a dimostrare l’avvenuto pagamento o l’esistenza certa del debito.

2.4 – La trattazione delle censure poste a base del quinto e sesto motivo può essere contestuale.

La Corte ha liquidato il danno morale, e, a parte “l’intensità della sensazione di ingiustizia subita ed il deterioramento dei già difficili rapporti familiari, in particolare con quello della figlia L.”, questi ultimi aspetti qualificati come danno esistenziale, ma riconducibili a quello morale, per quanto argomentato al punto “1.4”, le altre voci, oggetto della censura di cui al quinto motivo (addebito nella causa di separazione, privazione del diritto di voto per anni e la perdita di immagine), anche se non specificamente indicati, dal contesto motivazionale dell’impugnata ordinanza, sono state ricomprese nel danno morale per il quale è stata liquidata la cospicua somma di Euro 125.000,00, Si parla infatti nel provvedimento di “ulteriori sofferenze morali e di adattamento psicologico”. Dalle argomentazioni riportate emerge che si tratta di danni non patrimoniali considerati ascrivibili alla categoria del danno morale soggettivo e l’uso del criterio riparatorio ricordato si sottrae alle censure proposte perchè, pur opinabile (perchè si tratta di indennizzare non la detenzione in sè ma le sofferenze che da essa derivano), non appare manifestamente illogico e non può quindi essere sindacato dal giudice di legittimità, trattandosi di valutazione di merito con cui il giudice della riparazione ha inteso disciplinare la sua discrezionalità con l’utilizzazione di un criterio usato su temi affini.

2.5 – In ordine al sesto motivo si osserva che la Corte della riparazione ha liquidato il danno biologico specificando che lo stesso è stato determinato da “una seria sindrome depressiva e da un’autostima che, non alta prima, sembra essere stata particolarmente compromessa” in sintonia con i principi affermati in materia da questa Corte, secondo cui il danno biologico, frutto di elaborazione giurisprudenziale (ma ha trovato significative conferme a livello legislativo con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 38 del 2000, e della L. n. 57 del 2001) è costituito dalla compromissione, di natura areddituale, dell’integrità psicofisica della persona.

Generalmente è ritenuto necessario che a questa compromissione si accompagni una perdita o riduzione di funzioni vitali, anche non definitiva. La lesione del bene giuridico tutelato non necessariamente comporta un pregiudizio di natura patrimoniale ed è anzi svincolata da tale pregiudizio. Se questo è il concetto e la portata del danno biologico correttamente la Corte distrettuale non ha liquidato i danni da invalidità temporanea come richiesta in ragione del fatto che tale accezione rientra, per la sua natura temporanea di una minore capacità fisica e psicologica del soggetto, nel liquidato danno biologico.

La censura che ha ad oggetto la mancata liquidazione dei danni da “perdita di chance” è altresì infondata.

Com’è noto il danno da perdita di chance è un tema che trova le sue origini nell’elaborazione della dottrina e giurisprudenza francesi accolti nel nostro ordinamento in virtù di principi volti a garantire l’integrale risarcimento dei danni subiti in base al combinato disposto degli artt. 2043 e 1223 c.c.. La chance la cui perdita è ritenuta risarcibile è stata definita, nelle più recenti elaborazioni della giurisprudenza civile di legittimità, come una “concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato” precisandosi che non costituisce “una mera aspettativa di fatto ma un’entità patrimoniale a se stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile d’autonoma valutazione, onde la sua perdita, id est la perdita della possibilità consistente di conseguire il risultato utile del quale risulti provata la sussistenza, configura un danno concreto ed attuale” (così Cass. civ., sez. 3^, 4 marzo 2004 n. 4400, in Foro it., 2004, 1^, 1403). Il danno in esame consiste quindi nella perdita della possibilità di ottenere un risultato favorevole e si distingue dal danno derivato dalla perdita dal mancato conseguimento del medesimo risultato.

Vi sono aspetti riguardanti questa forma di danno ancora discussi (per es. se si tratti di danno emergente o lucro cessante; se si tratti di danno presente o futuro) ma l’evoluzione dottrinale e giurisprudenziale ha rovesciato l’impostazione più risalente che vi ravvisava una aspettativa di mero fatto. Naturalmente deve trattarsi di un pregiudizio concreto, e non ricollegato ad un’ipotesi congetturale, che è stato in più occasioni ravvisato nell’occasione concreta di ottenere un rapporto di lavoro, di partecipare con esito positivo ad un concorso ma anche ad un’ipotesi di sopravvivenza o esito favorevole di un trattamento terapeutico. Irrilevante è invece la qualificazione della posizione giuridica soggettiva lesa dopo la sentenza delle SS.UU. civili 22 luglio 1999 n. 500, in Foro it., 1999, 1^, 2487 che ha ritenuto risarcibile anche il danno provocato da lesione di posizioni giuridiche soggettive diverse dai diritti soggettivi; è stato inoltre osservato che il danno da perdita di chance si atteggia, sotto il profilo causale, come applicazione del principio dell’aumento del rischio invece giustamente rifiutato per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità penale. Quanto alla ripartizione dell’onere probatorio si è affermato che l’onere di provare la perdita di chance incombe sulla parte che agisce per ottenere il risarcimento ma che la prova del danno può essere fornita anche secondo un calcolo di probabilità o per presunzioni ma pur sempre in base a circostanze di fatto puntualmente allegate (v. Cass. civ., sez. 3^, 21 luglio 2003 n. 11322, in Foro it., 2004, 1^, 155).

Ciò premesso si osserva che, nel caso in esame, non è ben chiaro se la Corte di merito abbia ritenuto non risarcibile o non provato il danno da perdita di chance.

La succinta motivazione sul punto per un verso denunzia la genericità della richiesta ma, subito dopo, sembra invece contestarne l’ammissibilità sia sotto il profilo della carenza di presupposti che di mancanza di prova. Il Collegio ritiene che il rigetto della richiesta sia stata determinata dalla mancanza totale della prova del fatto. E, non pare che sul punto l’interessato abbia allegato concrete circostanze, anche su base presuntiva e di probabilità, per stabilire se egli ha perso, in ragione della detenzione e di tutta la vicenda processuale che lo ha coinvolto, occasioni per migliorare la sua posizione professionale.

2.5 – La Corte bresciana ha liquidato la somma di Euro 15.000,00 per minore entità dei contributi previdenziali per il periodo di inattività, e, dunque, ha indennizzato lo S. tenendo conto del trattamento pensionistico. Per quanto riguarda l’eccepita mancata liquidazione per la perdita di possibilità di progressione reddituale, ci si riporta a quanto argomentato al punto 2.4.. Dunque, il settimo motivo è infondato.

2.6 – Da ultimo (ottavo motivo) relativamente all’eccepito vizio di motivazione riguardante la compensazione, in ragione della metà, delle spese di lite, si osserva che la Corte della riparazione, nella sua valutazione discrezionale di liquidazione delle spese del giudizio riparatorio, ha evidenziato le ragioni della sua determinazione ritenendo, alla luce del principio della soccombenza del diritto civile, che la domanda dello S., anche in considerazione della resistenza del convenuto Ministero, è stata in larga parte respinta.

2.7 – Quanto alla liquidazione delle spese di questo giudizio di legittimità, in sintonia con quanto ritenuto nell’impugnata ordinanza, in considerazione dell’accoglimento parziale di entrambi i ricorsi il Collegio reputa di compensarle integralmente tra le parti.

 

P.Q.M.

 

Annulla l’ordinanza impugnata in parziale accoglimento del ricorso dello S.R., limitatamente alla omessa liquidazione del danno relativo alla detenzione e rinvia sul punto alla Corte d’Appello di Brescia.

Annulla, inoltre, senza rinvio l’ordinanza medesima, in parziale accoglimento del ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanza, limitatamente alla liquidazione di e 30.000,00 per spese di difesa;

liquidazione che elimina. Rigetta nel resto i ricorsi e compensa integralmente le spese tra le parti del presente giudizio.

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Infortunio sul lavoro – Delega di funzioni – Datore di lavoro – Obbligo di vigilanza “alta” (Cass. pen. n. 10702/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

1. A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Aosta ha adottato pronunzia assolutoria nei confronti dell’imputata in epigrafe in ordine al reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in danno di F. G.. La pronunzia è stata riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha affermato la penale responsabilità dell’imputata e la ha altresì condannata al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili.

 

All’imputata, nella veste di legale rappresentante della Monte Bianco arti e servizi Srl, è stato mosso l’addebito di aver consentito che il dipendente F. procedesse al taglio di alcune piante a bordo del cestello di un mezzo meccanico denominato “ragno”, senza l’adozione delle necessarie precauzioni, con la conseguenza che il lavoratore veniva a contatto con la linea elettrica a media tensione che si trovava nei pressi, riportandone lesioni letali. Alla donna è stato in particolare mosso l’addebito di non aver adeguatamente valutato il rischio, di non aver adottato misure tecniche ed organizzative appropriate e di non aver in particolare adottato la precauzione risolutiva costituita dalla interruzione temporanea della erogazione dell’energia elettrica nel corso della lavorazione.

 

2. Ricorre per cassazione l’imputata deducendo diversi motivi.

 

Si lamenta che erroneamente è stata attribuita all’imputata la veste di legale rappresentante della società e quindi di datore di lavoro.

 

Si è tratto argomento dell’art. 20 dello statuto sociale che attribuisce la legale rappresentanza al consigliere delegato nominato. In realtà l’imputata non aveva ricevuto alcuna delega esterna che riguardasse la rappresentanza dell’ente; bensì solo, ai sensi dell’articolo 8 dello statuto, una delega interna relativa alla gestione amministrativa in senso stretto.

 

In ogni caso, si è trascurato che il richiamato art. 8 dell’atto costitutivo della società conteneva una formale delega nei confronti di S.M., relativa gli aspetti operativi della gestione, comprensivi della sicurezza del lavoro. Tale delega corrispondeva ai requisiti di legge ed era quindi idonea a determinare l’esonero da responsabilità per l’imputata.

 

La pronunzia è altresì censurabile quando attribuisce profili di colpa insussistenti. La ricorrente era in condizione di fare giustificatamente affidamento sulla altrui capacità gestionale, aveva competenze esclusivamente amministrative e contabili; e non era quindi in grado, in ogni caso, di apprezzare l’adeguatezza del piano operativo di sicurezza relativo ai lavori che si eseguivano.

 

Oggetto di censura è pure il giudizio afferente al nesso causale. La stessa sentenza di merito riconosce che il giorno dell’infortunio il lavoratore rimasto folgorato spostò arbitrariamente l’autocestello da una zona all’altra dell’area condominiale, invece di attendere l’arrivo del S. che avrebbe dovuto procedere personalmente allo spostamento. Se dunque l’avvio dei lavori ebbe luogo prima del previsto, ne consegue che se anche la ricorrente avesse programmato di chiedere l’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica, tale richiesta sarebbe stata formulata solo in un momento successivo a quello in cui avvenne l’infortunio mortale. Ne consegue l’irrilevanza dell’omissione addebitata ai fini della causazione dell’evento.

 

Si censura, infine la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, sebbene esse non avessero proposto impugnazione avverso la pronunzia assolutoria.

 

3. Il ricorso è fondato.

 

Nel caso in esame non assume decisivo rilievo il tema della legate rappresentanza dell’ente quale base per l’individuazione della figura del garante della sicurezza e della conseguente sfera di responsabilità. Si tratta piuttosto di comprendere se, accanto all’indiscussa responsabilità del S., separatamente giudicato, cui era demandata la gestione dei profili operativi della società, possa configurarsi pure quella dell’imputata. La risposta a tale cruciale interrogativo è stata correttamente data dal primo giudice che ha chiaramente posto in luce l’esistenza di valida delega, da parte dell’ente al S., della parte “tecnico- operativa” mentre alla M. era delegata la “parte amministrativa”. Il S. aveva anche presentato alla ASL la dichiarazione inerente allo svolgimento dei compiti prevenzionistici ed all’assunzione dei compiti inerenti al servizio di prevenzione e protezione. La delega trova rituale fonte nell’atto costitutivo della s.r.l.. Il tribunale ne ha tratto la lineare conseguenza che unico destinatario della disciplina antinfortunistica fosse lo stesso S.; anche in considerazione del fatto che la M. non risultava avesse in alcuna guisa esercitato funzioni afferenti alla sicurezza o comunque operative.

 

A fronte di tale lineare disamina del caso, conforme ai più consolidati principi nella materia ed aderente ad acquisizioni fattuali di univoco significato, la sentenza impugnata fa leva precipuamente sulla veste di legale rappresentante e configura la responsabilità per violazione dell’obbligo di vigilanza in ordine all’organizzazione del cantiere. Si assume che si riscontra assoluta inerzia della donna rispetto ai residui obblighi di vigilanza controllo ed intervento sostitutivo inerenti alla sua posizione di garanzia come datore di lavoro, posizione non venuta meno per effetto dell’attribuzione al S. della gestione della sicurezza del lavoro, ma solo modificatasi nei suoi contenuti obbligatori”. In particolare si addebita all’imputata il totale disinteresse rispetto al problema della sicurezza del cantiere, non essendosi accorta delle lacune nella gestione della prevenzione del rischio derivante dalla possibile interferenza della linea elettrica aerea con le operazioni di taglio delle piante; e di conseguenza di non aver potuto intervenire per sopperire, con iniziativa propria, all’inadempienza dell’obbligato principale.

 

Tale apprezzamento è censurabile. Occorre rammentare che la delega di funzioni è ora disciplinata precipuamente dall’art. 16 del T.U. sulla sicurezza. Essa non è consentita per la valutazione dei rischi e l’elaborazione del documento sulla sicurezza, nonchè per la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi. Inoltre, la delega non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite.

 

Sebbene la disciplina sia successiva al fatto in esame, essa propone enunciazioni che in parte recepiscono diffusi orientamenti della prassi e della dottrina; ed in parte sembrano essere espressione del principio di razionalità.

 

Il tema della vigilanza presenta particolare interesse; anche perchè in passato si è discusso se una delega piena determinasse il venir meno dell’obbligo di vigilanza e, soprattutto, se in ogni caso essa, implicando solo un ruolo di sorveglianza, determinasse il permanere di una posizione di garanzia.

 

Pare che queste incertezze siano fugate dalla nuova normativa che colma una lacuna di quella precedente e, come si è accennato, recepisce opinioni condivise da questa Corte ed accreditate già nel passato sia in dottrina che in giurisprudenza. Va dunque ribadito che la delega di cui si discute non fa venir meno l’obbligo di vigilanza.

 

Tuttavia, come il richiamato art. 16 chiarisce, si parla qui di una vigilanza “alta”, che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato; e che si attua anche attraverso i sistemi t di verifica e controllo previsti dall’art. 30, comma 4, che a sua volta disciplina il modello di organizzazione e gestione idoneo ad avere efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Tale rinvio costituisce una norma assai rilevante, che introduce nel sistema della responsabilità penale un importante frammento del sistema di responsabilità degli enti; e rende al contempo più chiara la reale natura dell’obbligo di vigilanza. Ciò che maggiormente interesse è che la vigilanza, quale che ne sia l’esatta estensione, di certo non può identificarsi con un’azione di vigilanza sulla concreta, minuta conformazione delle singole lavorazioni che la legge affida, appunto, al garante. Se così non fosse, l’istituto della delega si svuoterebbe di qualsiasi significato. La delega ha senso se il delegante (perchè non sa, perchè non può, perchè non vuole agire personalmente) trasferisce incombenze proprie ad altri, cui demanda i pertinenti poteri: al delegato vengono trasferite le competenze afferenti alla gestione del rischio lavorativo. Ne consegue che l’obbligo di vigilanza del delegante è distinto da quello del delegato. Esso riguarda, come si è accennato, precipuamente la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato medesimo e non impone il controllo, momento per momento, delle modalità di svolgimento delle lavorazioni. Dunque, erra certamente la Corte d’appello quando Ipotizza un dovere di vigilanza esteso sino a controllare personalmente la gestione di aspetti contingenti delle singole lavorazioni.

 

Da quanto precede discende che, non esistendo la posizione di garanzia che fonda l’imputazione della condotta omissiva ex art. 40 cpv. c.p., la sentenza va annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto.

 

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto.

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Nota a corte di cassazione, sez. iv penale – sentenza 19 marzo 2012, n. 10684

Redazione

Ritenuto in fatto

P.M. propone ricorso per cassazione avverso la sentenza del G.u.p. del Tribunale di Milano, del 9 marzo 2011, che, su opposizione dell’imputato avverso il decreto penale di condanna in precedenza emesso, lo ha ritenuto colpevole del reato di guida in stato di ebbrezza alcolica della propria bicicletta (con a bordo anche il figlio minore dell’imputato) – tasso alcolemico rilevato pari a 2,96 e 2,59 g/l – e lo ha condannato alla pena di mesi uno, giorni quindici di arresto e 1.000,00 € di ammenda; sostituita la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria.

Deduce il ricorrente: a) eccezione d’incostituzionalità dell’art. 186 del CdS, con riferimento all’art. 3 della Costituzione, in relazione alla prevista applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per tutti i casi di conduzione di veicoli in stato di ebbrezza alcolica, senza differenziare quelli di guida di veicoli a motore e quelli di guida di un velocipede; b) vizio di motivazione della sentenza impugnata in punto di affermazione della responsabilità dell’imputato e di diniego delle circostanze attenuanti generiche.

Considerato in diritto

1 – Priva di rilievo è, nel caso di specie, la questione di costituzionalità dell’art. 186 del CdS, sollevata dal ricorrente con riferimento all’applicabilità, nel caso di violazione di detta norma, della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida. Questione riproposta, benché detta sanzione non sia stata mai applicata e malgrado il giudizio di manifesta infondatezza della stessa, già condivisibilmente espresso dal giudice del merito, e la sua evidente irrilevanza, pure segnalata dallo stesso giudice, posto che la giurisprudenza unanime di questa Corte ritiene tale sanzione non applicabile ai casi, come di specie, in cui la violazione si realizzi ponendosi alla guida di un mezzo per il quale non è prescritta alcuna abilitazione alla guida.

2 – Infondato è, nel merito, il ricorso.

A) In punto di responsabilità, il giudice del merito ha rilevato che l’imputato, al personale di P.G. intervenuto a seguito di segnalazione pervenuta al 112, era stato indicato, da un addetto alla vigilanza, come il conducente della bicicletta – sulla quale si trovava anche un bambino – che avanzava in equilibrio precario, cadendo continuamente e ponendo, quindi, in pericolo la propria incolumità, nonché quella del figlio e degli altri utenti della strada. Il giudicante ha altresì ricordato che la stessa moglie dell’imputato aveva riferito che il marito era aduso a simili comportamenti, tanto che ella aveva deciso di separarsi. Lo stesso P. , d’altra parte, ha ricordato ancora il giudicante, ha dichiarato in udienza che quando era intervenuto il personale di P.G. lui era già sceso dalla bicicletta, in tal guisa avendo implicitamente ammesso di essersi trovato alla guida del velocipede fino a pochi momenti prima, come riferito a detto personale dagli addetti alla vigilanza.

Alla stregua di tali emergenze, del tutto legittimamente è stata affermata la responsabilità del P. , nulla rilevando, evidentemente, che gli agenti intervenuti non lo abbiano direttamente sorpreso alla guida della bicicletta.

B) Infondato è il motivo di ricorso concernente il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, legittimamente motivato dall’assenza di circostanze idonee a sminuire la gravità dei fatti di cui l’imputato si è reso responsabile.

Il ricorso deve essere, dunque, rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Sicurezza sul lavoro: circoscritto l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro se c’è delega di funzioni (Cass. pen. n. 10702/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. A seguito di giudizio abbreviato, il Tribunale di Aosta ha adottato pronunzia assolutoria nei confronti dell’imputata in epigrafe in ordine al reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in danno di F. G.. La pronunzia è stata riformata dalla Corte d’appello di Torino che ha affermato la penale responsabilità dell’imputata e la ha altresì condannata al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili.

All’imputata, nella veste di legale rappresentante della Monte Bianco arti e servizi Srl, è stato mosso l’addebito di aver consentito che il dipendente F. procedesse al taglio di alcune piante a bordo del cestello di un mezzo meccanico denominato “ragno”, senza l’adozione delle necessarie precauzioni, con la conseguenza che il lavoratore veniva a contatto con la linea elettrica a media tensione che si trovava nei pressi, riportandone lesioni letali. Alla donna è stato in particolare mosso l’addebito di non aver adeguatamente valutato il rischio, di non aver adottato misure tecniche ed organizzative appropriate e di non aver in particolare adottato la precauzione risolutiva costituita dalla interruzione temporanea della erogazione dell’energia elettrica nel corso della lavorazione.

2. Ricorre per cassazione l’imputata deducendo diversi motivi.

Si lamenta che erroneamente è stata attribuita all’imputata la veste di legale rappresentante della società e quindi di datore di lavoro.

Si è tratto argomento dell’art. 20 dello statuto sociale che attribuisce la legale rappresentanza al consigliere delegato nominato. In realtà l’imputata non aveva ricevuto alcuna delega esterna che riguardasse la rappresentanza dell’ente; bensì solo, ai sensi dell’articolo 8 dello statuto, una delega interna relativa alla gestione amministrativa in senso stretto.

In ogni caso, si è trascurato che il richiamato art. 8 dell’atto costitutivo della società conteneva una formale delega nei confronti di S.M., relativa gli aspetti operativi della gestione, comprensivi della sicurezza del lavoro. Tale delega corrispondeva ai requisiti di legge ed era quindi idonea a determinare l’esonero da responsabilità per l’imputata.

La pronunzia è altresì censurabile quando attribuisce profili di colpa insussistenti. La ricorrente era in condizione di fare giustificatamente affidamento sulla altrui capacità gestionale, aveva competenze esclusivamente amministrative e contabili; e non era quindi in grado, in ogni caso, di apprezzare l’adeguatezza del piano operativo di sicurezza relativo ai lavori che si eseguivano.

Oggetto di censura è pure il giudizio afferente al nesso causale. La stessa sentenza di merito riconosce che il giorno dell’infortunio il lavoratore rimasto folgorato spostò arbitrariamente l’autocestello da una zona all’altra dell’area condominiale, invece di attendere l’arrivo del S. che avrebbe dovuto procedere personalmente allo spostamento. Se dunque l’avvio dei lavori ebbe luogo prima del previsto, ne consegue che se anche la ricorrente avesse programmato di chiedere l’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica, tale richiesta sarebbe stata formulata solo in un momento successivo a quello in cui avvenne l’infortunio mortale. Ne consegue l’irrilevanza dell’omissione addebitata ai fini della causazione dell’evento.

Si censura, infine la condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite, sebbene esse non avessero proposto impugnazione avverso la pronunzia assolutoria.

3. Il ricorso è fondato.

Nel caso in esame non assume decisivo rilievo il tema della legate rappresentanza dell’ente quale base per l’individuazione della figura del garante della sicurezza e della conseguente sfera di responsabilità. Si tratta piuttosto di comprendere se, accanto all’indiscussa responsabilità del S., separatamente giudicato, cui era demandata la gestione dei profili operativi della società, possa configurarsi pure quella dell’imputata. La risposta a tale cruciale interrogativo è stata correttamente data dal primo giudice che ha chiaramente posto in luce l’esistenza di valida delega, da parte dell’ente al S., della parte “tecnico- operativa” mentre alla M. era delegata la “parte amministrativa”. Il S. aveva anche presentato alla ASL la dichiarazione inerente allo svolgimento dei compiti prevenzionistici ed all’assunzione dei compiti inerenti al servizio di prevenzione e protezione. La delega trova rituale fonte nell’atto costitutivo della s.r.l.. Il tribunale ne ha tratto la lineare conseguenza che unico destinatario della disciplina antinfortunistica fosse lo stesso S.; anche in considerazione del fatto che la M. non risultava avesse in alcuna guisa esercitato funzioni afferenti alla sicurezza o comunque operative.

A fronte di tale lineare disamina del caso, conforme ai più consolidati principi nella materia ed aderente ad acquisizioni fattuali di univoco significato, la sentenza impugnata fa leva precipuamente sulla veste di legale rappresentante e configura la responsabilità per violazione dell’obbligo di vigilanza in ordine all’organizzazione del cantiere. Si assume che si riscontra assoluta inerzia della donna rispetto ai residui obblighi di vigilanza controllo ed intervento sostitutivo inerenti alla sua posizione di garanzia come datore di lavoro, posizione non venuta meno per effetto dell’attribuzione al S. della gestione della sicurezza del lavoro, ma solo modificatasi nei suoi contenuti obbligatori”. In particolare si addebita all’imputata il totale disinteresse rispetto al problema della sicurezza del cantiere, non essendosi accorta delle lacune nella gestione della prevenzione del rischio derivante dalla possibile interferenza della linea elettrica aerea con le operazioni di taglio delle piante; e di conseguenza di non aver potuto intervenire per sopperire, con iniziativa propria, all’inadempienza dell’obbligato principale.

Tale apprezzamento è censurabile. Occorre rammentare che la delega di funzioni è ora disciplinata precipuamente dall’art. 16 del T.U. sulla sicurezza. Essa non è consentita per la valutazione dei rischi e l’elaborazione del documento sulla sicurezza, nonchè per la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi. Inoltre, la delega non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite.

Sebbene la disciplina sia successiva al fatto in esame, essa propone enunciazioni che in parte recepiscono diffusi orientamenti della prassi e della dottrina; ed in parte sembrano essere espressione del principio di razionalità.

Il tema della vigilanza presenta particolare interesse; anche perchè in passato si è discusso se una delega piena determinasse il venir meno dell’obbligo di vigilanza e, soprattutto, se in ogni caso essa, implicando solo un ruolo di sorveglianza, determinasse il permanere di una posizione di garanzia.

Pare che queste incertezze siano fugate dalla nuova normativa che colma una lacuna di quella precedente e, come si è accennato, recepisce opinioni condivise da questa Corte ed accreditate già nel passato sia in dottrina che in giurisprudenza. Va dunque ribadito che la delega di cui si discute non fa venir meno l’obbligo di vigilanza.

Tuttavia, come il richiamato art. 16 chiarisce, si parla qui di una vigilanza “alta”, che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato; e che si attua anche attraverso i sistemi t di verifica e controllo previsti dall’art. 30, comma 4, che a sua volta disciplina il modello di organizzazione e gestione idoneo ad avere efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Tale rinvio costituisce una norma assai rilevante, che introduce nel sistema della responsabilità penale un importante frammento del sistema di responsabilità degli enti; e rende al contempo più chiara la reale natura dell’obbligo di vigilanza. Ciò che maggiormente interesse è che la vigilanza, quale che ne sia l’esatta estensione, di certo non può identificarsi con un’azione di vigilanza sulla concreta, minuta conformazione delle singole lavorazioni che la legge affida, appunto, al garante. Se così non fosse, l’istituto della delega si svuoterebbe di qualsiasi significato. La delega ha senso se il delegante (perchè non sa, perchè non può, perchè non vuole agire personalmente) trasferisce incombenze proprie ad altri, cui demanda i pertinenti poteri: al delegato vengono trasferite le competenze afferenti alla gestione del rischio lavorativo. Ne consegue che l’obbligo di vigilanza del delegante è distinto da quello del delegato. Esso riguarda, come si è accennato, precipuamente la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato medesimo e non impone il controllo, momento per momento, delle modalità di svolgimento delle lavorazioni. Dunque, erra certamente la Corte d’appello quando Ipotizza un dovere di vigilanza esteso sino a controllare personalmente la gestione di aspetti contingenti delle singole lavorazioni.

Da quanto precede discende che, non esistendo la posizione di garanzia che fonda l’imputazione della condotta omissiva ex art. 40 cpv. c.p., la sentenza va annullata senza rinvio per non aver commesso il fatto.

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto.

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Datore di lavoro ed infortunio sul lavoro – Comportamento abnorme del lavoratore – Destinatario della sicurezza (Cass. pen. n. 10712/2012)

Redazione

Fatto

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Roma, in parziale riforma della sentenza di primo grado, fermo restando il giudizio di responsabilità per il reato di lesioni colpose gravi aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica, concedeva il beneficio della sospensione condizionale della pena all’appellante MA. Fa. . Trattavasi di un infortunio sul lavoro occorso in data (Omissis) al lavoratore Vi. Cl. , dipendente della ditta SE. s.r.l., esecutrice dei lavori di realizzazione di una pensilina presso l’entrata principale del Policlinico (Omissis), il quale, mentre era intento ad installare un ponteggio di tubi e giunti, perdeva l’equilibrio e precipitava al suolo riportando lesioni che comportavano una inabilità al lavoro per un tempo superiore ai 40 giorni. Il Ma. era stato chiamato a risponderne quale titolare della Ditta SE. s.r.l., essendosi ravvisati a suo carico profili di colpa specifica, fondata sulla inosservanza del obbligo di dotare il dipendente di una cintura di sicurezza con dissipatore di energia.

Avverso la predetta decisione propone ricorso per cassazione Ma. Fa. articolando sei motivi.

Con il primo motivo lamenta che la Corte di merito, pur rilevando che il Ma. aveva conferita delega scritta, ritualmente accettata, per la sicurezza sul lavoro in riferimento ai lavoratori della SE. s.r.l., aveva ritenuto la persistenza della posizione di garanzia in capo al ricorrente. Con lo stesso motivo censura la decisione anche nella parte in cui afferma che l’osservanza delle norme di sicurezza ricadeva in capo all’imputato, in quanto era presente nel cantiere, mentre il responsabile della sicurezza era assente. Ciò alla luce del principio che il legale rappresentante della società aveva l’obbligo di accertarsi della presenza in cantiere dell’addetto alla sicurezza. Sul punto il ricorrente contesta innanzitutto la sua presenza nel cantiere al momento dell’incidente ed in secondo luogo l’assenza dal cantiere del responsabile della sicurezza, emergente dalla documentazione in atti. Lamenta altresì la infondatezza dell’affermazione sul rilievo che la temporanea presenza del datore di lavoro, qualora esista una delega valida per la sicurezza, non ha alcun effetto giuridico.

Con il secondo motivo lamenta che illogicamente la Corte di merito aveva ritenuto che l’evento fosse riconducibile alla condotta colposa dell’imputato, pur essendo stato il medesimo assolto dalla contravvenzione di non aver fornito una cintura di sicurezza idonea e pur avendo la parte offesa chiarito di avere ottenuto adeguata formazione e tutti i dispositivi di sicurezza. La sentenza, inoltre, aveva trascurato di considerare che la stessa parte offesa aveva dichiarato che al momento del sinistro era legata al ponteggio con un cordino d’acciaio lungo m. 1,50 e che l’incidente era dipeso esclusivamente da un malore e da una sua dimenticanza nella operazione di imbracatura. Si sostiene, inoltre, che tutta la manovra di aggancio era un’attività demandata esclusivamente all’operaio, anche perchè solo questi poteva salire sul ponteggio e che nel caso di un ponteggio alto solo due metri il dissipatore d’energia ( cioè un sistema di sicurezza che attutisce la caduta come un elastico non avrebbe funzionato perchè il ponteggio era troppo basso).

Sempre in tema di causazione del fatto, si rileva che la sentenza aveva specificato che il lavoratore aveva subito le lesioni descritte nel capo di imputazione a seguito dell’impatto con il terreno, mentre dalle risultanze processuali (v. in particolare le dichiarazioni rese dal capocantiere) sarebbe emerso che il Vi. aveva subito le lesioni a seguito dell’urto con la impalcatura.

Con il terzo motivo si ripropone la questione dell’abnormità del comportamento del lavoratore, sostenendo che una pronuncia di condanna significherebbe configurare un’ipotesi di responsabilità oggettiva del datore di lavoro in quanto: se l’evento si fosse verificato a causa del cordino “lasco” tale errore nella procedura di aggancio non poteva in alcun modo essere controllato dal Ma. ; se l’evento si fosse verificato a causa dell’urto contro la impalcatura il riferimento al cordino “lasco” sarebbe inesatto.

Con il quarto motivo si prospetta la manifesta illogicità della motivazione con riferimento al giudizio di responsabilità, tenuto conto che il Ma. era stato assolto dalla contravvenzione di non aver fornito adeguata attrezzatura al lavoratore e che, in ogni caso, la negligenza del lavoratore nell’effettuare la manovra di aggancio del cordino al ponteggio escludeva il nesso di causalità.

Con il quinto e sesto motivo, strettamente connessi, si duole della contraddittorietà della motivazione laddove aveva affermato la penale responsabilità del datore di lavoro pur dando atto detta esistenza di una specifica e valida delega conferita dal medesimo in materia di sicurezza del lavoro. Si sottolinea che l’eventuale temporanea assenza del delegato, contrariamente a quanto sostenuto nella sentenza impugnata, non giustifica l’affermazione di responsabilità del datore di lavoro. Si denuncia altresì il travisamento del fatto nella parte in cui il giudicante aveva affermato l’assenza del delegato nel cantiere al momento dell’incidente, sostenendosi che la stessa persona offesa aveva affermato che il capocantiere era presente.

 

Diritto

Il ricorso è fondato.

è nota la giurisprudenza di rigore della Corte di legittimità in tema di rilevanza della colpa del lavoratore ai fini e per gli effetti di escludere o no l’addebito di responsabilità a carico del datore di lavoro.

Vale il principio in forza del quale, di norma, la responsabilità del datore di lavoro non è esclusa dai comportamenti negligenti, trascurati, imperiti del lavoratore, che abbiano contribuito alla verificazione dell’infortunio.

Ciò in quanto al datore di lavoro è imposto (anche) di esigere il rispetto delle regole di cautela da parte del lavoratore: cosicchè il datore di lavoro è “garante” anche della correttezza dell’agire del lavoratore.

Per l’effetto, la colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale (articolo 41 c.p., comma 1).

Per mitigare gli effetti del richiamato principio, vale peraltro il concorrente principio dell’interruzione del nesso causale, esplicitato normativamente dall’articolo 41 c.p., comma 2, in forza del quale, facendosi eccezione proprio al concorrente principio dell’equivalenza delle cause, quella sopravvenuta del tutto eccezionale ed imprevedibile, in alcun modo legata a quelle che l’hanno preceduta, finisce con l’assurgere a causa esclusiva di verificazione dell’evento.

In tal caso, anche la condotta colposa del datore di lavoro che possa essere ritenuta antecedente remoto dell’evento dannoso, essendo intervenuto un comportamento assolutamente eccezionale ed imprevedibile del lavoratore, finisce con l’essere neutralizzata e privata di qualsivoglia rilevanza efficiente rispetto alla verificazione di un evento, che, per l’effetto, è addebitabile materialmente e giuridicamente al lavoratore.

Per interrompere il nesso causale occorre, comunque, un comportamento del lavoratore che sia “anomalo” ed “imprevedibile” e, come tale, “inevitabile”; cioè un comportamento che ragionevolmente non può farsi rientrare nell’obbligo di garanzia posto a carico del datore di lavoro (cfr., tra le altre, Sezione 4, 4 luglio 2003, *******; nonchè, Sezione 4, 12 febbraio 2008, **********).

Nella vicenda esaminata, la ricostruzione operata dal giudice di merito depone per la non riconducibilità dell’evento lesivo alla condotta colpevole del datore di lavoro: la dimenticanza del lavoratore – pur debitamente formato e fornito dello strumentario di sicurezza – che non ha provveduto ad allacciare in modo adeguato il cordino di sicurezza, è stata la causa assorbente che ha determinato l’evento lesivo, non impedendo di arrestare la caduta provocata dal malore.

Trattasi di causa non solo imprevedibile, ma anche inevitabile, giacchè il contesto della prestazione del lavoro non poteva certo consentire al titolare della posizione di garanzia una persistente attività di costante verifica dell’utilizzo dello strumentario di sicurezza.

Ma a ben vedere, qui si pone, proprio alla luce della ricostruzione della vicenda operata in sede di merito, un ulteriore profilo per addivenire ad una soluzione liberatoria.

Infatti, la descrizione della vicenda incriminata non consente di apprezzare finanche la “colpa” del datore di lavoro che è pur sempre come ovvio il presupposto dell’addebito, anche nella concorrente presenza della colpa del lavoratore infortunato.

La colpa va accertata, nel senso che va individuata la regola di condotta generica o specifica che si assume violata e, rispetto a tale norma, in ossequio ai principi generali vigenti in materia, va verificata la sussistenza dei presupposti della prevedibilità e della evitabilità del fatto dannoso verificatosi.

Qui non risulta individuata – nè individuabile- una regola cautelare in ipotesi violata che possa ricollegarsi all’evento, essendo stato accertato in sede di merito vi è stata assoluzione per l’addebito contravvenzionale che il datore di lavoro aveva assolto ai propri obblighi cautelari, dotando il lavoratore del necessario presidio di sicurezza e informandolo/formandolo al riguardo in maniera adeguata.

Gli argomenti come sopra sviluppati escludono alcun rilievo di possibile segno contrario all’affermazione contenuta in sentenza circa la sussistenza/persistenza della posizione di garanzia in capo al prevenuto in ragione dell’assenza del capo cantiere: i rilievi sviluppati in punto di nesso causale e di colpa elidono persistente rilevanza a tali considerazioni.

 

P.Q.M.

annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

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Decreto di sequestro preventivo per equivalente – Beni da sottoporre a sequestro – Individuazione demandata in sede esecutiva – Individuazione valore economico – Estremi catastali (Cass. pen. n. 10438/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

 

Il Tribunale di Napoli, con ordinanza emessa il 27/06/011 – provvedendo sulla richieste di riesame avanzate da G. S. e D.F.M., avverso il decreto di sequestro preventivo per equivalente, come disposto in atti dal Gip del Tribunale di Napoli – accoglieva il gravame, disponendo l’immediata restituzione di quanto in sequestro agli aventi diritto.

 

Il PM presso il Tribunale di Napoli proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e); il tutto limitatamente al sequestro preventivo relativo ai beni immobili.

 

In particolare il PM ricorrente, mediante articolate argomentazioni, esponeva:

 

1. che il sequestro preventivo per equivalente funzionale alla confisca dei beni, era legittimo anche se l’individuazione in concreto dei beni medesimi era stata demandata al PM in sede di esecuzione del decreto medesimo;

 

2. che il valore degli immobili sequestrati desunto dalle rendite catastali era legittimo, senza necessità di accertare il valore dei beni secondo i prezzi correnti del mercato immobiliare.

 

Tanto dedotto, il PM chiedeva l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

 

Il PG della Cassazione, nell’udienza in Camera di Consiglio dell’08/02/012, ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

 

 

 

 

Motivi della decisione

 

Il ricorso è fondato.

 

Il Gip del Tribunale di Napoli, previa richiesta del PM sede, con decreto emesso il 12/04/011, disponeva il sequestro preventivo destinato alla confisca per equivalente dei beni immobili (anche per quota parte) mobili registrati, valori immobiliari, nonchè di somme di denaro presenti sui conti correnti, il tutto, ex art. 322 ter c.p., L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143, nei confronti di G.S., indagato per il reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 ter, perchè nella qualità di rappresentante legale della “***** srl” non versava l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, in riferimento al periodo di imposta 2007 per l’ammontare di Euro 250.193,00^ somma costituente profitto del reato.

 

Il sequestro preventivo veniva disposto sui citati beni immobili e mobili per un valore pari alla predetta somma di Euro 250.193,00.

 

Il Gip demandava al PM, in sede di esecuzione, l’individuazione in concreto dei beni da sottoporre a sequestro sino alla concorrenza dell’importo massimo di Euro 290.193,00. In sede di esecuzione il sequestro preventivo attingeva (oltre sei autovetture/furgoni, come individuati in atti) due immobili per un valore catastale di Euro 314.879,04; beni facenti parte di un fondo patrimoniale intestato a G.S. e D.F.M.; il tutto sino alla concorrenza delle quote del 50%, riconducibile al G..

 

Il Tribunale di Napoli – in sede di riesame, ex art. 324 c.p.p., – con ordinanza emessa il 27/06/2011 dichiarava la nullità dell’esecuzione del sequestro ed ordinava la restituzione di quanto in sequestro agli aventi diritto.

 

Il PM proponeva ricorso per Cassazione, limitatamente al sequestro preventivo relativo ai beni immobili.

 

Tanto premesso sui termini essenziali della vicenda in esame, si rileva che la decisione del Tribunale di Napoli, nella sostanza, si fonda sui seguenti assunti principali:

 

a) è illegittimo il decreto di sequestro preventivo per equivalente nella parte in cui non individua in concreto i beni da sottoporre a sequestro, ma demanda al PM, in sede esecutiva la individuazione dei beni medesimi;

 

b) l’individuazione del valore degli immobili mediante gli estremi catastali è arbitraria, dovendosi far riferimento sempre ai valori correnti nel mercato immobiliare.

 

Trattasi di deduzioni errate in diritto per le seguenti ragioni principali:

 

1. in materia di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, ai sensi dell’art. 322 ter c.p.; L. n. 244 del 2007, art. 1, comma 143, – ove non sia possibile, in sede di emissione del decreto, individuare specificamente i beni e le cose da sequestrare – è legittimo demandare all’organo preposto all’esecuzione del provvedimento l’individuazione dei beni medesimi. Gli interessati, gravati del sequestro dei beni individuati in sede di esecuzione, potranno attivare con completezza ed esaustività, la tutela integrale dei propri diritti, mediante gli appositi istituti giuridici previsti in materia di misure cautelari reali, quali istanza di revoca, appello, ex art. 322 bis c.p.p., anche con riferimento alla corrispondenza tra le cose sequestrate ed il valore ed i limiti fissati con l’ordine giudiziale (conforme Cass. Sez. 3^ sent. n. 12580 del 25/02/010).

 

2. Il riferimento agli estimi catastali – ai fini dell’individuazione del valore economico dei beni immobili da sottoporre a sequestro preventivo – non costituisce di per sè solo valutazione arbitraria.

 

I parametri catastali relativi ai beni immobili, costituiscono, invero, valori determinati in virtù di procedure disciplinate dalla specifica normativa attinente alla materia de qua. La eventuale non congruità del valore economico determinato in virtù degli estimi catastali in rapporto al valore commerciale corrente nel mercato immobiliare, potrà essere fatta valere dagli interessati nelle forme di rito mediante gli appositi istituti giuridici, quali l’istanza di revoca, le impugnazioni, ex artt. 324 e 322 bis c.p.p..

 

Va annullata, pertanto, l’ordinanza del Tribunale di Napoli in data 27/06/011, con rinvio a detto ufficio giudiziario per un nuovo esame.

 

 

P.Q.M.

 

LA CORTE Annulla con rinvio la impugnata ordinanza al Tribunale di Napoli.

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Patrocinio a spese dello Stato – Redditi da attività illecite – Presupposti reddituali – Inversione onere di documentazione (Cass. pen. n. 10125/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

 

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Acqui Terme ricorre in cassazione avverso l’ordinanza, in data 11.05.2011, dello stesso Tribunale di rigetto della opposizione, D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 84, proposta avverso il decreto di liquidazione di competenze professionali per la difesa in regime di patrocinio a spese dello Stato in favore di P.N., difeso dall’avv. C.R..

 

Il ricorrente espone che il suo Ufficio aveva chiesto, in sede di opposizione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 84, la revoca del decreto di liquidazione dei compensi e dello stesso decreto di ammissione ai gratuito patrocinio di cui alla premessa, “trattandosi di imputato che all’evidenza trae dal crimine i proventi per mantenersi un tenore di vita che fa venir meno la condizione necessaria per il riconoscimento del patrocinio a spese dello Stato”.

 

Evidenziava che se si fosse appunto tenuto conto del certificato del casellario del P., si sarebbe rilevato che trattasi di imputato con una mole ingente di precedenti penali, tant’è che nel procedimento in esame gli viene contestata la recidiva reiterata specifica anche infraquinquennale per tutta una serie di condanne per reati contro il patrimonio, reati dalla cui commissione trae ovviamente notevoli ricavi, che investe tra l’altro anche nell’attività di acquisto e vendita si sostanze stupefacenti.

 

Chiedeva altresì la riduzione dei compensi liquidati, in quanto dovendosi “tener conto della natura dell’impegno professionale richiesto,in relazione all’incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa”, è evidente che nel caso di specie la somma complessiva liquidata è erronea (in relazione alle voci non dovute e riconosciute ripetutamente) ed eccessiva (con riferimento ai valori).

 

Il Presidente del Tribunale, nell’impugnato provvedimento, pur dando atto che l’imputato “risulta avere numerosi precedenti penali anche per reati contro il patrimonio”, ha ridotto parzialmente la somma liquidata per i compensi, ha compensato le spese tra le parti ed ha rigettato il primo motivo di opposizione con motivazione contraddittoria ed erronea.

 

Si denuncia relativamente alla richiesta di revoca dell’ammissione dell’imputato patrocinio a spese dello Stato: Inosservanza ed erronea applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 96, nonchè dell’art. 2729 c.c..

 

Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

 

Si deduce che ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato il giudice deve tenere conto anche dei redditi da attività illecite posseduti dall’istante, la cui esistenza può essere provata con gli ordinari mezzi di prova, tra cui le presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c..

 

E costituisce senz’altro presunzione semplice ai fini della esclusione del beneficio – per chiara volontà del Legislatore – l’avere l’imputato riportato una serie di condanne – ovviamente per reati contro il patrimonio o per motivi di lucro – indicate nel casellario, che depongono per una condizione di abbienza incompatibile con il patrocinio gratuito. E se trattasi di presunzione semplice, legislativamente prevista, non è richiesta nessuna specifica ulteriore disposizione normativa che legittimi – come mostra invece di ritenere il Tribunale – l’inversione dell’onere della prova, inversione che discende appunto dalla presunzione.

 

Si argomenta, inoltre, che palesemente erroneo è nel caso di specie sostenere, in contrasto con la certificazione penale, che non si ravvisa una sequenza così elevata di reati, locuzione francamente poco comprensibile, nè sostenere altresì che dagli atti non emerge l’entità dei profitti illeciti tratti dall’attività delittuosa, il che equivale a svuotare di significato il riferimento alle risultanze del casellario di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 96, inciso appositamente inserito dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 12 ter comma 1, lett. d).

 

Se infatti si dovesse in ogni caso richiedere la prova rigorosa e specifica dell’entità complessiva dei profitti illeciti, che non risulta mai dal casellario, ma da altri elementi di prova, il riferimento alle risultanze del casellario sarebbe stata una aggiunta assolutamente inutile. Con richiesta scritta il Procuratore Generale, nella persona del Dott. ****************, ha chiesto accogliersi il ricorso.

 

Il ricorso va accolto.

 

Si concorda con il ricorrente in ordine at principio di diritto affermato da questa Suprema Corte (da epoca ben antecedente alla Legge di Conversione del 24 luglio 2008, n. 125, del D.L. 23 maggio 2008, che ha introdotto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76, comma 4 bis), che ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato rilevano anche i redditi da attività illecite, che possono essere accertati con gli ordinari mezzi di prova, tra cui le presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c. (ex ceteris, Sez. 6, 17 aprile 1998, n. 1390; Sez. 4, 4 ottobre 2005, n. 45159).

 

Nella fattispecie in esame non rileva la recente sentenza della Corte Costituzionale del 14 – 16 aprile 2010, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale del precitato D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 76, comma 4 bis, “nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati indicati nella stessa norma il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non ammette la prova contraria”. Il Giudice delle leggi, difatti, ha ritenuto che “ciò che contrasta con i principi costituzionali è il carattere assoluto di tale presunzione”, come introdotta da quel precitato comma, e che “la norma censurata sia costituzionalmente illegittima nella parte in cui non ammette la prova contraria”; mentre “l’introduzione, costituzionalmente obbligata, della prova contraria, non elimina dall’ordinamento la presunzione prevista dal legislatore, che continua dunque ad implicare una inversione dell’onere di documentare la ricorrenza dei presupposti reddituali per l’accesso al patrocinio. Spetterà al ricorrente dimostrare, con allegazioni adeguate, il suo stato di non abbienza, e spetterà al giudice verificare l’attendibilità di tali allegazioni, avvalendosi di ogni necessario strumento di indagine”. Nella fattispecie che occupa, come rileva il Procuratore ********, il Presidente del Tribunale ha considerato le condanne risultanti dal certificato penale del P. per reati, consumati e tentati, contro il patrimonio ed i conseguenti redditi illeciti pervenuti al medesimo, ma ha ritenuto che tali proventi non siano quantificabili ed in tal senso non opera quella presunzione cui ha fatto riferimento il ricorrente, basata unicamente sulla lettura del certificato penale, di superamento dei limiti reddituali previsti dal D.P.R. n. 115 del 2002, ostativo al beneficio del patrocinio a spese dello Stato. Il ricorrente non ha dimostrato, con allegazioni adeguate, il suo stato di non abbienza, a fronte delle legittime presunzioni circa i suoi illeciti arricchimenti. Il provvedimento impugnato, va pertanto annullato con rinvio al Tribunale di Acqui Terme per nuovo esame.

 

 

P.Q.M.

 

Annulla il provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Acqui Terme per nuovo esame.

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Contrassegno invalidi – Esibizione sul parabrezza in assenza di autorizzazione – Mero illecito amministrativo (Cass. pen. n. 9859/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

 

1. Ricorre il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, avverso la sentenza di non luogo a procedere perchè il fatto non sussiste, emessa dai gip del locale tribunale il 26.1.2011, nei confronti di A.L., imputati dei reati di sostituzione di persona e truffa.

 

2. Secondo l’accusa, l’imputato aveva utilizzato indebitamente il permesso invalidi nr. (omissis) e il relativo telepass nr.

 

(omissis), rilasciato in favore di P.I., esibendo il relativo contrassegno sul parabrezza di un’autovettura di cui aveva la disponibilità per accedere liberamente all’interno delle zone a traffico limitato e per percorrere le corsie preferenziali dell’area urbana del Comune di Firenze, attribuendosi falsamente lo status di accompagnatore al servizio della P., nonostante che la titolare del permesso non fosse a bordo dell’autovettura, e conseguendo l’ingiusto profitto della fruizione gratuita delle aree di parcheggio e della elusione delle sanzioni amministrative previste per la violazione dei divieti di circolazione.

 

2.1 Per quel che riguarda il reato di cui all’art. 494 c.p., il gip ne escludeva la sussistenza sul rilievo dell’inidoneità dell’apposizione del permesso invalidi su un’autovettura, a determinare la situazione di inganno rilevante ai fini della falsità personale, dal momento che il contrassegno comporta la semplice attestazione dell’impiego di un veicolo al servizio del titolare, ma non documenta della qualità del conducente come “accompagnatore”, figura, peraltro, nemmeno “istituzionalizzata” nella normativa di riferimento.

 

2.2.Per quel che riguarda il reato di truffa, il gip rilevava che nella specie mancava i tipico schema del delitto previsto dall’art. 640 c.p., per difetto di un atto di disposizione patrimoniale della P.A. collegato ad una condotta decettiva.

 

Il gip considerava conclusivamente dei tutto insufficienti a sostenere l’accusa in giudizio, gli elementi di prova acquisiti agli atti.

 

3. Il Pg territoriale deduce il vizio di violazione di legge e il difetto di motivazione della sentenza impugnata, in relazione alle norme del codice della strada che regolano la concessione e l’utilizzazione di veicoli al servizio di persone invalide.

 

3.1. Rileva il requirente che l’uso dei relativi permessi deve ritenersi strettamente personale, e che (“usurpazione” di permessi altrui con la fraudolenta esibizione del relativo contrassegno, non può ritenersi compreso nel sistema sanzionatorio di cui all’art. 188 C.d.S., comma 5, sconfinando in questo caso, la condotta del conducente, nelle contestate ipotesi di reato. Contesta poi, l’attinenza al caso di specie dei precedenti giurisprudenziali indicati dal gip e cita a sostegno delle proprie deduzioni, Cass. Sez. 5^, nr. 12753 del 1998 e altre.

 

 

Motivi della decisione

 

Il ricorso è infondato 1. Ed invero, per quel che riguarda l’ipotesi della sostituzione di persona, sono perfettamente condivisibili le argomentazioni del gip, perchè in effetti la condotta di reato non può essere integrata dalla semplice esibizione, sul parabrezza di un’ autovettura, del contrassegno invalidi, in quanto non implicante una “dichiarazione” di attestazione della presenza del titolare del permesso a bordo dell’autovettura medesima, come presupposto dell’auto attribuzione della qualità di “accompagnatore” da parte del conducente; il contrassegno invece, come bene nota il provvedimento impugnato, serve esclusivamente a stabilire un collegamento “oggettivo” tra una determinata autovettura e un soggetto portatore di problemi di mobilità. Francamente eterogeneo, rispetto alla fattispecie in esame è poi il precedente invocato dal PM, ricorrente, relativo ad un caso in cui l’agente aveva interloquito personalmente e direttamente con pubblici ufficiali, esibendo una “paletta” della polizia per simulare la propria appartenenza all’amministrazione dell’interno.

 

2. Quanto al reato di truffa, il gip richiama correttamente l’ormai consolidata giurisprudenza di questa Corte a proposito dell’analoga fattispecie dell’esposizione sul parabrezza di un’autovettura, di un contrassegno assicurativo materialmente falsificato (cfr. Corte di Cassazione Nr 23941 del 30/04/2009 ******).

 

2.1. Anche nel caso in esame, infatti, manca, come requisito implicito della fattispecie tipica del reato di truffa, l’atto di disposizione patrimoniale che costituisce l’elemento intermedio derivante dall’errore ed è causa dell’ingiusto profitto con altrui danno. Ciò perchè, pur ammettendosi la configurabilità di un atto dispositivo di carattere omissivo, l’atto di disposizione patrimoniale non potrebbe essere ravvisabile nel fatto che gli organi comunali di controllo, indotti in errore, non abbiano contestato le infrazioni amministrative, nè nel fatto che l’ente comunale abbia subito V inadempienza dell’agente. Il reato non sarebbe infatti comunque ipotizzabile, perchè manca in casi del genere la necessaria cooperazione della vittima.

 

2.2. Inoltre, non ricorre la necessaria sequenza “artificio – induzione in errore – profitto”, perchè, al contrario, il profitto della condotta contestata all’imputato sarebbe realizzato immediatamente, grazie all’elusione dei controlli, e al conseguente, mancato versamento delle somme che sarebbero state dovute in conseguenza delle violazioni amministrative, o per la sosta del veicolo all’interno di zone a traffico limitato.

 

23. Peraltro, tra l’Andreotti e la pubblica amministrazione non sussisteva, prima delle violazioni amministrative che costituirebbero il sostrato economico della truffa, alcun rapporto di “debito”, tributario o di altra natura; sicchè il comportamento fraudolento in nessun modo poteva correlarsi ad un “danno” dell’ente territoriale interessato, neppure dilatando al massimo la nozione di atto di disposizione di carattere omissivo. Se il profitto conseguito dall’imputato, infatti, era quello derivante dalla circolazione “abusiva” dell’autovettura al servizio dell’invalido, esso era un fatto del tutto neutro agli effetti di un ipotetico danno del comune di Firenze, proprio perchè quella condotta non era destinata a spostare “risorse” economiche dal soggetto in ipotesi “truffato” all’autore di tale condotta. Simili principi, d’altra parte, ha applicato la giurisprudenza di questa Corte, anche quando ha affermato che non integra il delitto di tentata truffa la condotta costituita dalla produzione di falsa documentazione a sostegno di un ricorso al prefetto avverso l’ordinanza-ingiunzione di pagamento di una sanzione amministrativa per violazione delle norme sulla circolazione stradale.

 

2.4. Nel caso di specie, infine, contrariamente a quanto sostiene il PM impugnante, la condotta contestata agli imputati è oggetto di una specifica previsione normativa, che riconduce “senza residui” il fatto nell’ambito di un mero illecito amministrativo. Nel quarto e nell’art. 188 C.d.S., comma 5, sono infatti contemplate tutte le possibili ipotesi di abuso delle strutture stradali riservate agli invalidi, dalla loro utilizzazione in assenza di autorizzazione, o fuori delle condizioni e dei limiti dell’autorizzazione, all’uso improprio dell’autorizzazione. Soprattutto il confronto tra T’eccesso d’uso” e l'”uso improprio” dell’autorizzazione, è illuminante della volontà del legislatore di “coprire” con la norma speciale anche i casi di chi utilizzi indebitamente un permesso invalidi altrui, consentendo anche in questo caso l’operatività del principio di specialità di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9, applicabile quando il medesimo fatto sia punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa (cfr., ad es., in tema di inottemperanza del conducente di un veicolo all’invito a fermarsi da parte di un ufficiale di polizia municipale Corte di Cassazione 17/09/2008 ********, che ha ritenuto ravvisabile in questo caso, l’illecito amministrativo previsto dall’art. 192 C.d.S., comma 1, e non il reato di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità previsto dall’art. 650 c.p.).

 

Alla stregua delle precedenti considerazioni, il ricorso deve essere pertanto rigettato.

 

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso.

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Scrive commenti irriguardosi in un blog: non è punibile se ricorre la provocazione (Cass. pen. n. 9907/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con la sentenza indicata in epigrafe il Tribunale di Milano riformava in parte la sentenza di condanna emessa dal Giudice di pace di quella stessa città il 25 maggio 2009 nei confronti di C.C., imputato dei reati di ingiuria e diffamazione in danno di M. M., dichiarando lo stesso non punibile ai sensi dell’art. 599 c.p., per avere commesso il fatto a seguito di provocazione.

Avverso la pronuncia anzidetta il difensore della persona offesa, costituitasi parte civile, ha proposto ricorso per cassazione, affidato alle ragioni di censura indicate in parte motiva.

 

Motivi della decisione

1. – Con unico motivo d’impugnazione parte ricorrente si duole della valutazione delle risultanze processuali, segnatamente delle dichiarazioni di testi R. ed A., ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), c) ed e) in relazione all’art. 599 c.p., art. 546 c.p.p., comma 1, lett. c), art. 192 c.p.p., comma 1, art. 125 c.p.p., comma 3. 2, – La doglianza si colloca ai limiti dell’ammissibilità e, ad ogni modo, è sicuramente priva di fondamento.

Non merita, infarti, censura di sorta il costrutto motivazionale della pronuncia impugnata che, sovvertendo motivatamente, la statuizione di condanna del primo giudice, ha riconosciuto l’applicabilità alla fattispecie della causa di non punibilità della provocazione. Si tratta di argomentato apprezzamento di merito che, in quanto conforme ai principi di diritto in subiecta materia, si sottrae al sindacato di legittimità. E’, infatti, indiscusso insegnamento di questa Corte regolatrice che la causa di non punibilità della provocazione sussiste non solo quando il fatto ingiusto altrui integra gli estremi dell’illecito civile o penale, ma anche quando esso sia lesivo di regole comunemente accettate nella civile convivenza (cfr., tra le altre, Cass. sez. 5, 11.3.2009, n. 21455, rv. 243506). Ed in linea con siffatta enunciazione è stato ritenuto provocatorio il comportamento della persona offesa, dirigente amministrativo dell’azienda presso cui lavorava la moglie dell’imputato, per via di espressioni irriguardose proferite all’indirizzo della donna, peraltro licenziata con modalità ritenute illegittime, tanto che il licenziamento era stato poi impugnato con ricorso al giudice del lavoro. La reazione del C., sostanziatasi nell’immediato inoltro ad un blog di mail di commento sferzante all’indirizzo della dirigente M.M. è stata motivatamente ritenuta scriminata dall’esimente in questione. D’altro canto, è anche pacifico che in tema di riconoscimento dell’esimente della provocazione di cui all’art. 599 c.p., il fatto ingiusto altrui può costituire provocazione anche se diretto verso persona diversa da colui che reagisce, ma a costui legata da particolari rapporto, come quello di coniugio (cfr. sul tema, Cass. sez. 5, 12,2,1992, n. 4664, rv. 189859).

Di talchè, correttamente ne è stata riconosciuta l’applicabilità alla reazione del marito, benchè le offese fossero indirizzate alla moglie.

3. – Per quanto precede, il ricorso – complessivamente considerato – deve essere rigettato, con le consequenziali statuizioni espresse i dispositivo.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processali.

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