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Penale

Legittimità delle operazioni elettorali in relazione alle amministrative del Comune di Napoli 2011: Consiglio di Stato , sentenza n. 2731/2012

Redazione

N. 02731/2012 REG.PROV.COLL.

N. 10155/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

…Omissis…

1. Il signor ***, in qualità di cittadino elettore e di candidato con la lista “Il Popolo della ******à”, impugnava in prime cure gli atti del procedimento relativo alle elezioni per il rinnovo della carica di Sindaco e del Consiglio Comunale di Napoli, tenutesi in data 15 e 16 maggio 2011, con successivo turno di ballottaggio il 29 e 30 maggio 2011. In particolare, oltre al verbale di proclamazione degli eletti, il ricorrente contestava gli atti della Commissione elettorale con cui era stata disposta l’ammissione alla competizione di talune liste collegate alla candidatura a Sindaco del dott. ******************. Deduceva, al riguardo, la censura di violazione e falsa applicazione dell’art.14, comma 1, della L. n.53/1990, dell’art.32, comma 9, n.2, del D.P.R. n.570/1960 e dell’art.73, comma 1, del D.Lgs. n.267/2000, in ragione dell’avvenuta autenticazione delle liste in esame ad opera di consiglieri provinciali e comunali in assenza e, comunque, in epoca anteriore alla comunicazione della disponibilità ad eseguire la suddetta attività ed alla conseguente acquisizione, da parte dei soggetti in esame, del potere certificativo.

Con la sentenza appellata i Primi Giudici hanno respinto il ricorso.

La parte appellante contesta gli argomenti posti a fondamento del decisum.

Resistono le parti in epigrafe specificate.

Le parti hanno affidato al deposito di apposite memorie l’ulteriore illustrazione delle rispettive tesi difensive.

All’udienza del 13 aprile 2012 la causa è stata trattenuta per la decisione.

2.L’appello è infondato.

Si deve prendere le mosse dall’esame del dato normativo.

L’art. 14, comma 1, della legge 21 marzo 1990, n. 53 dispone, all’ultimo periodo, che “sono altresì competenti ad eseguire le autenticazioni di cui al presente comma i consiglieri provinciali e i consiglieri comunali che comunichino la propria disponibilità, rispettivamente, al presidente della provincia e al sindaco”.

Come precisato dalla giurisprudenza, la disposizione in esame, nell’ abilitare i consiglieri provinciali e comunali all’autenticazione delle firme dei presentatori delle liste elettorali, ha inteso agevolare il corretto svolgimento del procedimento elettorale, ampliando il novero dei soggetti abilitati all’autenticazione delle firme dei sottoscrittori di liste (C.d.S., sez. V, 11 aprile 1996, n. 402; 18 settembre 2005, n. 4451).

Venendo all’unica quaestio iuris posta dall’appello, la Sezione non ravvisa ragione per discostarsi dall’orientamento interpretativo secondo cui il potere di autenticazione non discende dall’atto di disponibilità o dal ricevimento dello stesso da parte del presidente della provincia o del sindaco, bensì direttamente dalla legge, radicandosi illico et immediate a decorrere dal centottantesimo giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature (cfr. C.d.S., sez. V, 22 settembre 2011, n. 5345).

La tesi della necessità, alla stregua di elementi costitutivi, della formulazione della dichiarazione di disponibilità e della relativa ricezione ad opera del Sindaco o dal Presidente della Provincia è, infatti, contraddetta dal rilievo che la conoscenza della disponibilità ad opera degli organi di vertice dell’amministrazione provinciale e comunale non è funzionale all’esercizio di un potere di autorizzazione, di controllo,inibitorio o conformativo, su una legittimazione che affonda le sue radici su una qualità legalmente tipizzata. Si deve allora la subordinazione del radicarsi della legittimazione ad un incombente che non ha alcuna incidenza funzionale su uno statusregolato in modo compiuto dalla legge non è sorretta da alcuna giustificazione sul piano teleologico e si pone in contrasto con la perseguita esigenza di ampliare l’ambito dei soggetti legittimati all’autenticazione e di semplificare il dispiegarsi del procedimento elettorale.

Ne deriva che la dichiarazione di disponibilità e la relativa ricezione, lungi dall’atteggiarsi a elemento costitutivo della fattispecie o a condizione sospensiva della relativa efficacia, assolve ad una funzione schiettamente notiziale nella misura in cui consente di individuare i soggetti effettivamente disponibili ad esercitare un concreto la potestà astutamente conferita dalla legge, onde evitare che l’espletamento doveroso di tale compito, in assenza di tale dichiarazione di assenso, possa menomare e limitare la peculiare attività del consigliere provinciale o comunale.

Si può allora convenire con l’assunto centrale che sorregge la sentenza gravata, secondo cui la comunicazione al Presidente della Provincia o al Sindaco interessa non già l’esercizio della funzione di autentica, regolata in modo compiuto dalla legge nei sensi sopra specificati, quanto lo svolgimento della carica di consigliere comunale o provinciale da parte di chi l’abbia resa, in considerazione della ravvisata esigenza che il soggetto il quale assume un impegno istituzionale straordinario collegato alla carica di consigliere proceda alla relativa informazione, per ragioni di trasparenza e di efficienza operativa, all’indirizzo dell’organo rappresentativo dell’ente locale di appartenenza.

3. L’appello deve essere, in definitiva, respinto.

Sussistono, tuttavia, giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio in ragione della peculiarità della questione di diritto esaminata.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto,

respinge l ‘appello.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 aprile 2012 con l’intervento dei magistrati:

*************, Presidente

********************, ***********, Estensore

**************, Consigliere

***************, Consigliere

Doris Durante, Consigliere

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 11/05/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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Finanziamenti illeciti: condannata la società ai sensi del D.Lgs. 231/2001 (Cass. pen. n. 17451/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 13/5/2010 ex art. 442 cod. proc. pen., il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Cosenza ha:

a) Condannato la sig.ra M. alla pena di un anno di reclusione in relazione ai reati, uniti dal vincolo della continuazione, previsti dall’art. 640-bis cod. pen. (capo A), dall’art. 483 cod. pen. (capo B), dall’art. 483 cod. pen. (capo C) e dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 2 (capo D), previo assorbimento del reato sub C nella contestazione di cui al capo D;

b) Ordinato la confisca “per equivalente” di quanto in sequestro fino all’ammontare di 291.510,90 Euro;

c) Dichiarato “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.” responsabile dell’illecito amministrativo contestato al capo F D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, ex art. 24, commi 1 e 2, e applicato le relative sanzioni, tra cui la sanzione pecuniaria di 20.000,00 Euro, la sanzione interdittiva prevista dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 9, lett. e) e la confisca “per equivalente” dei beni in sequestro fino all’ammontare di 291.510,90 Euro “senza duplicazione con la confisca disposta nei confronti di M.T.”. 2. Il Giudice ha ritenuto provate le accuse mosse alla sig.ra M., amministratore unico della società “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.” mediante una contestazione molto articolata che ravvisava nella condotta dell’imputata una complessa attività di frode, posta in essere anche mediante le false fatturazioni contestate al capo d), in danno del Ministero delle attività produttive e della banca concessionaria dello stesso (M.P.S. Capital Service Banca per l’Impresa) nel contesto della procedura per l’acquisto da parte della società calabrese di un impianto per la produzione di birra fornito dall’industria slovacca “Potravinarske Strojarne Svidnik a.s.”; frode che ha comportato l’ingiusto profitto di 291.510,90 Euro erogati a titolo di contributo in conto impianti. Le modalità della frode sono state ravvisate dal Giudice dell’udienza preliminare nella utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, quali la fattura n. (omissis) del 26/5/2004 emessa dalla “*******************” relativa ad operazioni di intermediazione oggettivamente e soggettivamente false, e le fatture n. (omissis) del 2004 e n. (omissis) del 2005 emesse dalla “Emi S.r.l.”, fittiziamente interposta rispetto alla “Mep di ************”, che hanno consentito di esporre costi molto maggiori di quelli realmente sopportati per l’acquisto degli impianti; le fatture sopra indicate hanno costituito il fondamento della dichiarazione di contenuto falso indirizzata il 13/472007 dalla sig.ra M. alla banca concessionaria ai sensi del D.P.R. n. 445 del 2000, tra l’altro attestando l’acquisto di macchinari “nuovi di fabbrica” in contrasto con la previsione della L. n. 488 del 1992, nonchè della dichiarazione indirizzata alla banca concessionaria in data 11/6/2007 con cui falsamente garantiva la competitività del prezzo praticato dal fornitore estero e la correttezza dell’operato.

Il Giudice dell’udienza preliminare ha, inoltre, ritenuto sussistere gli estremi della responsabilità della società “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.”, così come contestata ai sensi del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 24, commi 1 e 2, in relazione alle erogazioni pubbliche indebitamente e fraudolentemente percepite grazie alle condotte dell’amministratrice.

3. Con la sentenza in data 30/6/2011 la Corte di appello di Catanzaro ha respinto i numerosi motivi di impugnazione proposti dall’imputata e dalla società citata, confermando la decisione del primo giudice.

La Corte di appello ha respinto, in primo luogo, le censure concernenti la utilizzabilità delle dichiarazioni spontaneamente rese agli inquirenti dai sigg. G., B. e P., persone che all’epoca non rivestivano ancora formalmente la qualità di persone soggette a indagine; ha, poi, ritenuto che anche nell’ipotesi che tali dichiarazioni dovessero essere espunte dal materiale probatorio, la sentenza di primo grado non avrebbe dovuto essere annullata, posto che il Giudice dell’udienza preliminare aveva solo marginalmente fatto uso del loro contenuto ai fini della decisione e risultando la penale responsabilità dell’imputata da plurimi e diversi elementi di prova, tra cui le dichiarazioni del teste A..

La corte territoriale ha respinto, poi, la richiesta di rinnovazione dell’istruttoria ai fini della produzione di atti di indagine difensiva, “essendo il giudizio definibile allo stato degli atti”.

Ha, quindi, respinto le censure degli appellanti (sintetizzate alle pagine 5 e ss. della sentenza) in ordine alla sussistenza della frode e della fittizietà delle fatture contestate.

I giudici di appello hanno ritenuto ampiamente provata (pagine 8 e ss.) l’esistenza dei fatti posti a fondamento della condanna; la inesistenza delle società “************” e “Emi” quali strutture operative, essendo le stesse risultate prive di sede effettiva, di personale e di struttura, e in parte di scritture contabili; la natura fittizia della interposizione della soc. “************”, come compreso dal sig. S., verificatore per conto della banca concessionaria; la natura fittizia della interposizione della società “Emi” (in particolare, pagg. 11-13); l’esistenza di un valore effettivo delle prestazioni assai inferiore a quello fatturato, come da consulenza T.; l’esistenza di apporti di capitale da parte dei soci di fatto che si caratterizzano per essere successivi al pervenimento della prima quota di finanziamento e per essere stati operati in larga parte in contanti (oltre 390.000 Euro su un totale di 577.250,00 per l’anno 2004 e oltre 100.000 Euro per l’anno 2005) con provenienza solo minima (attorno ai 20.000 Euro) dai conti o dai depositi dei soci.

I giudici di appello hanno escluso la riconducibilità dei fatti alla previsione dell’art. 316-ter cod. pen., posto che l’art. 640-bis cod. pen. risulta correttamente applicato in ragione dell’esistenza della induzione in errore dell’ente pubblico. Hanno, poi, escluso che l’imputata sia rimasta estranea al mancato versamento dell’*** all’Erario, evento tipico della cd. “frode carosello” posta in essere mediante la interposizione fittizia rispetto all’effettivo contraente comunitario. Così accertata la responsabilità della sig.ra M., i giudici di appello hanno ritenuto equa la pena inflitta e fondata la misura della confisca “per equivalente” disposta nei confronti dell’imputata e della società “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.” con riferimento all’intero importo erogato, che va qualificato come profitto del reato, non essendo condivisibile la tesi che vorrebbe assoggettabile a confisca solo la quota di erogazione al netto delle spese sostenute.

4. Avverso la decisione della Corte di appello hanno proposto ricorso tramite i Difensori sia la sig.ra M. sia il sig. Mo., quale legale rappresentante della società “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.”.

La sig.ra M. in sintesi lamenta:

a) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 420-ter e 599 c.p.p. e art. 178 c.p.p., lett. c) con riferimento all’ordinanza dibattimentale con cui la Corte di appello ha escluso l’esistenza di legittimo impedimento dell’imputata fondato sulla certificazione medica di gastroenterite acuta con stato febbrile;

b) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 63, 64 e 191 cod. proc. pen. con riferimento alla utilizzazione delle dichiarazioni dei sigg.

G., B. e P., amministratori delegati pro tempore delle società “************” ed “Emi”, versandosi in ipotesi di inutilizzabilità “patologica” e come tale operante anche in sede di rito abbreviato;

c) Errata applicazione di legge e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione agli artt. 125, 546 e 182 cod. proc. pen. e artt. 640, 640-bis, 483 cod. pen. e D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 2 con riferimento al giudizio di penale responsabilità che viene fondato in modo erronea su un inesistente fittizietà delle fatturazioni e sulla infondata convinzione della falsa interposizione delle società “************” (pag.5 e ss. ricorso) e “Emi” (pag.14);

d) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 483, 640 e 640-bis cod. pen., artt. 15, 84 e 316-ter cod. pen.: una volta ritenuta applicabile ai fatti in esame la fattispecie prevista dagli artt. 640 e 640-bis cod. pen., i giudici di appello avrebbero dovuto ritenere assorbiti in essa i reati ex art. 483 cod. pen. contestati ai capi B e C della rubrica.

La giurisprudenza pacificamente considera ricomprese le ipotesi di falso nella fattispecie prevista dall’art. 316-ter cod. pen. (Sez. Un. penali, sentenza n. 16568 del 2007), con la conseguenza che le medesime ipotesi debbono ritenersi ricomprese anche all’interno dell’ipotesi di frode ex art. 640-bis cod. pen., che si pone in rapporto di specialità e “assorbe” quella prevista dall’art. 316-ter cod. pen.. e) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 640, 640-bis, 316-ter, 84 e 15 cod. pen. per avere i giudici di appello erroneamente ritenuto applicabile l’ipotesi di frode ex art. 640 e 640-bis cod. pen. e non la meno grave ipotesi ex art. 316-ter cod. pen., difettando nella condotta della ricorrente, che si è limitata a presentare le fatture contestate, il “quid pluris” richiesto dalla ipotesi x art. 640-bis cod. pen.; l’accoglimento della censura comporterebbe l’annullamento della sentenza anche nel capo che dispone la confisca “per equivalente”, consentita esclusivamente per il reato previsto dall’art. 321 cod. pen. (Sez. Un. penali, sentenza Caruso del 25/6/2009);

f) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 240, 640-quater e 322-ter cod. pen. per avere i giudici di appello erroneamente: 1) omesso di motivare in ordine alla censura con cui si lamentava la duplicazione della misura ablatoria, che ha avuto ad oggetto sia gli impianti e lo stabilimento, sia la somma erogata dall’ente pubblico; 2) esteso la confisca all’intero ammontare delle erogazioni e non alla minor somma corrispondente al profitto indebitamente conseguito grazie alla esposizione di costi in parte fittizi.

Il Sig. M., quale legale rappresentante della società “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.” in qualità di custode e amministratore giudiziario, con l’atto di ricorso in sintesi lamenta:

a) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione all’art. 63 cod. proc. pen. con riferimento alle dichiarazioni spontanee rese alla polizia giudiziaria dai sigg.

G. (legale rappresentante della soc. “************”), B. (legale rappresentante della soc. “Emi”) e P. (titolare della ditta “M.E.P. di ***********”), avendo erroneamente i giudici di appello ritenuto tali dichiarazioni utilizzabili, sebbene costoro avrebbero dovuto essere ascoltati fin dall’inizio con le garanzie difensive spettanti alla persona indagata, e avendone altrettanto erroneamente fatto uso in motivazione (dichiarazioni B. richiamate a pag.13);

b) Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e) per avere la Corte di appello ritenuto marginali le dichiarazioni sopra ricordate e avere successivamente fatto uso delle stesse per motivare al propria decisione;

c) Errata applicazione di legge e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) con riferimento al D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 5, difettando qualsiasi vantaggio economico per la società quale conseguenza delle condotte dell’amministratrice, tanto che la stessa motivazione della sentenza impugnata parla (pagg. 10 e 11) di “grave svantaggio economico” a seguito del compenso di 100 mila Euro riconosciuto alla società “************”;

d) Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e) e violazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione all’art. 192 c.p.p., comma 2, e travisamento del fatto con riferimento alla ritenuta interposizione fittizia di aziende per l’acquisto di macchinar e all’esistenza del “flusso di ritorno”. La motivazione esposta dai giudici di appello sarebbe manifestamente illogica nel momento in cui; ritenuta non rilevante la mancata dimostrazione dei flussi di denaro “di ritorno”, ha poi concentrato la propria attenzione sulle uscite di denaro contante dai conti della “************” e sui conferimenti che i soci apportarono in contanti ala società “Il Mastro Birraio di Calabria”; difettano, tuttavia, elementi concreti che attestino restituzioni non ufficiali di denaro e non è fornita alcuna spiegazione della ragione per cui nell’anno 2004 i soci della società calabrese hanno effettuato conferimenti per oltre 577.000 Euro, di cui oltre 390.000 Euro in contanti, a fronte di trasferimenti dalla banca concessionaria per soli 216.000 Euro. A fronte di queste incoerenze la motivazione elenca una serie di circostanze che dimostrerebbero la fittizietà della interposizione delle due società ricordate, circostanze che ad un più attento esame si rivelano illogiche e contraddittorie (pag. 35 e ss. del ricorso), a partire dalle conclusioni della consulenza disposta dal Pubblico ministero, puntualmente contestate dai consulenti incaricati dalla difesa. A ciò si aggiunga il vero e proprio travisamento delle dichiarazioni del teste A. in cui sono incorsi i giudici di merito (pag.47 e ss.); a tale proposito il ricorso evidenzia (pag.50) la contraddittorietà esistente tra la mancata acquisizione degli atti d’indagine difensiva e il richiamo, alle pagine 9 e 12, al contenuto delle dichiarazioni delle persone sentite dalla difesa. Osserva, poi, la ricorrente (pag.51 e ss.) che le caratteristiche sospette della società “************”, elencate dai giudici di appello, vengono poste impropriamente a carico della sig.ra M. e della società da lei amministrata che, invece, ha regolarmente onorato le fatture emesse; osserva altresì che i giudici di appello hanno omesso di considerare che il contratto tra “Il Mastro Birraio di Calabria” e la “************” esplicitava con chiarezza i rispettivi ruoli, circostanza incompatibile con un progetto fraudolento. Altrettanto errata è la lettura che i giudici di appello hanno effettuato del contratto e della documentazione che legano “Il Mastro Birraio di Calabria” alla soc. “Emi” (pag.61 e ss.) e quest’ultima alla ditta “MEP di ***********”, dal cui esame emerge l’effettività delle prestazioni effettuate dalla MEP e delle attività svolte dal Sig. B. e l’assenza di irregolarità contabili, così che deve parlarsi di travisamento delle prove e di inesistenza di costi fittizi. Del resto, la “Relazione sullo stato finale del programma di investimenti” redatta il 18/4/2008 dalla “MPS Capital Service banca per le Imprese S.p.A.” non ha ravvisato alcun aumento del costo. Va, poi, rilevato che costituisce un evidente vizio motivazionale il fatto che la Corte di appello abbia posto a fondamento della decisione gli esiti della consulenza T., omettendo del tutto di considerare le puntuali osservazioni critiche contenute nelle consulenze redatte da professionisti su incarico della difesa.

In sintesi, considerato anche il difetto di interesse di una società costituita nell’anno 2000 ad attendere tre anni per richiedere un finanziamento, la sentenza impugnata presenta un’evidente violazione delle regole fissate dall’art. 192 cod. proc. pen., avendo posto a fondamento della condanna una serie di indizi che difettano dei requisiti di precisione, di concordanza e di gravità;

e) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione all’art. 640-bis cod. pen. per avere i giudici di merito ignorato il contenuto del par.9.5 del contratto 28/12/2003 stipulato tra “Il Mastro Birraio di Calabria” e la “************”;

f) Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. e) con riferimento all’omesso versamento dell’Iva, posto che la società “Il Mastro Birraio di Calabria” ha integralmente versato importi ed *** alle società asseritamente interposte, così che non si vede come le condotte illecite di queste ultime possano essere addebitate alle ricorrenti;

g) Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) con riferimento alla disciplina prevista dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 e dall’art. 546 cod. proc. pen., nonchè con riferimento al D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 19. Infatti, i giudici avrebbero applicato una sanzione sproporzionata rispetto alla fattispecie storica: una volta ammesso che la società “Il Mastro Birraio di Calabria” non ha avuto specifici vantaggi dall’operazione contestata, i cui vantaggi sarebbero andati alle persone fisiche, l’irrogazione di una sanzione pesante alla società si sostanzia in una duplicazione dell’intervento punitivo, dovendosi considerare anche la confisca disposta sull’intera contribuzione pubblica, frutto dell’errata interpretazione e applicazione del citato art. 19.

Infine, errata risulta l’irrogazione delle misure interdittive, sia perchè sussiste una discrasia fra la motivazione e il dispositivo (v.pag.36 della sentenza di primo grado) non corretta dai giudici di appello nonostante lo specifico motivo di appello: in motivazione si prevedono le sanzioni previste dal D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 9, comma 2, lett. c), d) ed e), ma in dispositivo si irroga la sola sanzione ex lett. e), per di più senza indicarne la durata.

 

Motivi della decisione

1. I ricorsi proposti avverso la sentenza della Corte di appello di Catanzaro meritano parziale accoglimento e la sentenza deve essere annullata nei termini di seguito specificati.

2. Il contenuto dei ricorsi impone alla Corte alcune considerazioni preliminari all’esame del contenuto delle censure, a partire dalla constatazione che la sentenza di appello ha effettuato plurimi rinvii alla conforme decisione di primo grado, con la conseguenza che questo giudice è chiamato a valutare i motivi di ricorso avendo riguardo anche alla motivazione della sentenza del tribunale nella parte in cui la ricostruzione dei fatti ivi operata costituisce premessa indispensabile per comprendere le valutazioni operate con la sentenza qui impugnata.

3. Deve, poi, osservarsi che il contenuto dei motivi di ricorso ricalca in larga parte le censure mosse coi motivi di appello alla sentenza del tribunale; ciò comporta che si versa in molti casi in motivi di ricorso che attengono direttamente al merito della decisione assunta. Tale impostazione dei ricorsi impone alla Corte un’attenta verifica del rispetto delle previsioni contenute nell’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c) e art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), nella parte in cui rendono ravvisabile un vizio di genericità dell’impugnazione. In effetti, secondo il costante orientamento di questa Corte, si considerano generici – con riferimento al contenuto delle disposizioni ora citate -, i motivi che ripropongono davanti al giudice di legittimità le medesime doglianze presentate in sede di appello avverso la sentenza di primo grado e che nella sostanza non tengono conto delle ragioni che la Corte di appello ha posto a fondamento della decisione sui punti contestati. Si tratta di interpretazione costantemente applicata dalla giurisprudenza di questa Corte ed espressa, da ultimo, con la sentenza della Sesta Sezione Penale, n. 22445 del 2009, P.M. in proc.Candita e altri, rv 244181, ove si afferma che “è inammissibile per genericità il ricorso per cassazione, i cui motivi si limitino a enunciare ragioni ed argomenti già illustrati in atti o memorie presentate ai giudice a quo, in modo disancorato dalia motivazione dei provvedimento impugnato”. 4. La ricordata impostazione dei motivi di ricorso impone alla Corte un’ulteriore considerazione, il giudizio di legittimità rappresenta lo strumento di controllo della corretta applicazione della legge sostanziale e processuale e non può costituire un terzo grado volto alla ricostruzione dei fatti oggetto di contestazione. Si tratta di principio affermato in modo condivisibile dalla sentenza delle Sezioni Unite Penali, n. 2120, del 23 novembre 1995-23 febbraio 1996, ******* (rv 203767) e quindi dalla decisione con cui le Sezioni Unite hanno definito i concetti di contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione (n.47289 del 2003, ********, rv 226074).

Una dimostrazione della sostanziale differenza esistente tra i due giudizi può essere ricavata, tra l’altro, dalla motivazione della sentenza n. 26 del 2007 della Corte costituzionale, che (punto 6.1), argomentando in ordine alla modifica introdotta dalla L. n. 46 del 2006 al potere di impugnazione del pubblico ministero, afferma che la esclusione della possibilità di ricorso in sede di appello costituisce una limitazione effettiva degli spazi di controllo sulle decisioni giudiziali in quanto il giudizio avanti la Corte di cassazione è “rimedio (che) non attinge comunque alla pienezza dei riesame di merito, consentito (invece) dall’appello”.

Se, dunque, il controllo demandato alla Corte di cassazione non ha “la pienezza del riesame di merito” che è propria del controllo operato dalle corti di appello, ben si comprende come il nuovo testo dell’art. 606 c.p.p., lett. e) non autorizzi affatto il ricorso a fondare la richiesta di annullamento della sentenza di merito chiedendo al giudice di legittimità di ripercorrere l’intera ricostruzione della vicenda oggetto di giudizio.

Ancora successivamente alla modifica dell’art. 606 c.p.p., lett. e) apportata dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, comma 1, lett. b), l’impostazione qui ricordata è stata ribadita da plurime decisioni di legittimità, a partire dalle sentenze della Seconda Sezione Penale, n.23419 del 23 maggio-14 giugno 2007, PG in proc.Vignaroli (rv 236893) e della Prima Sezione Penale, n. 24667 del 15-21 giugno 2007, ******** (rv 237207). Appare, dunque, del tutto convincente la costante affermazione giurisprudenziale secondo cui è “preclusa al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti” (fra tutte: Sezione Sesta Penale, sentenza n. 22256 del 26 aprile-23 giugno 2006, Bosco, rv 234148).

Ciò non significa, ovviamente, che la presenza di manifesta illogicità della motivazione, rilevante ai sensi della citata lett. e), art. 606 c.p.p., non debba essere riconosciuta allorquando a fronte di plurime ipotesi ricostruttive dei fatti i giudici di merito non abbiano dato conto in modo coerente e corretto sul piano logico delle ragioni per cui l’ipotesi accolta abbia forza sufficiente da escludere la solidità delle ipotesi alternative sottoposte al loro giudizio.

5. Fatte queste premesse di ordine generale, la Corte ritiene di muovere all’esame dei motivi di ricorso affrontando per prime le due censure che attengono al rispetto delle disposizioni procedimentali.

5.1- Viene in luce innanzitutto il motivo di ricorso con cui ci si duole della decisione della Corte di appello di non ritenere sussistente il legittimo impedimento a comparire prospettato dalla sig.ra M. in apertura di udienza. Rileva la Corte che la giurisprudenza ha in più occasioni formulato principi interpretativi della disposizione contenuta nell’art. 420-ter cod. proc. pen. Muovendo dalla considerazione che l’imputato ha facoltà e non obbligo di presenziare alla fase dibattimentale e che il suo diritto di esercitare la propria difesa mediante la presenza in aula deve trovare un contemperamento con le esigenze di celere trattazione del processo, anch’esse tutelate da disposizione di rango costituzionale, la Corte condivide la posizione rigorosa assunta dalla giurisprudenza in ordine all’accertamento della natura “assoluta” dell’impedimento, nel senso che è onere della parte istante documentare tale presupposto senza che sia necessario per il giudicante attivarsi per porre rimedio a una certificazione incompleta (Sez. 2, sentenza n.47622 del 29/10/2008, rv 242295) e senza che sussista un obbligo per il giudicante di richiedere una visita fiscale allorchè ritiene di poter escludere l’esistenza dell’assoluta impossibilità a comparire (Sez.5, sentenza n.5540/2008 del 14/12/2007, rv 239100). In questa prospettiva la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che illegittimo impedimento non può essere riconosciuto in presenza di una certificazione medica che attesti un momentaneo deficit fisico ma sia priva di indicazioni espresse circa il livello dello stato febbrile e circa l’impossibilità di spostamento della persona (Sez.6, sentenza n.24398 del 26/2/2008, rv 240353, in tema di colica renale; Se.6, sentenza n,20811 del 12/5/2010, rv 247348, in tema di faringo-tracheite).

Venendo al caso in esame, la Corte rileva che l’ordinanza censurata dalla ricorrente ha fatto buon uso dei principi ricordati. Il certificato medico in atti difetta dell’indicazione del grado di stato febbrile, evidenzia una forma gastroenterica esistente il giorno precedente l’udienza e si limita a consigliare alcuni giorni di riposo. Questa situazione di fatto sottoposta all’esame della Corte di appello non illogicamente è stata valutata non integrare un’ipotesi di accertata impossibilità assoluta a comparire e va, dunque, escluso che si versi in ipotesi di violazione della legge e del diritto dell’imputata: il primo motivo di ricorso della sig.ra M. deve conclusivamente essere dichiarato inammissibile perchè manifestamente infondato alla luce dell’interpretazione delle norme processuali adottata dalla giurisprudenza citata.

5.2 – Con il secondo motivo di ricorso la sig.ra M. prospetta la violazione degli artt. 63, 64 e 191 cod. proc. pen.. Evidenzia la ricorrente che con riferimento alle fonti di prova G., B. e P. non si è in presenza di dichiarazioni spontanee, come erroneamente ritenuto in sentenza, ma di s.i.t. rese alla polizia giudiziaria in assenza del difensore e delle garanzie di legge sebbene costoro dovessero già qualificarsi come persone soggette a indagine.

Dall’esame degli atti presenti nel fascicolo la Corte ha potuto rilevare che:

a) In data 18/4/2007 la procura della Repubblica procedente dispose la separazione di atti dal procedimento n.1551/2006 RGPM, avente come persone Indagate i Sigg. G., Z., M. e Ma., e provvide ad iscrivere un nuovo procedimento recante il n.2209/2007 RGPM; tale ultimo procedimento aveva ad oggetto l’ipotesi di fatturazioni per operazioni inesistenti poste in essere dalla soc. “************” con riferimento a plurime attività di finanziamento da parte dell’ente pubblico a imprese italiane;

b) Nell’ambito del proc.2209/07 in data 31/10/2008 la polizia giudiziaria che provvide a recarsi presso le sedi delle imprese per accertamenti assunse, ai sensi dell’art. 351 cod. proc. pen., le dichiarazioni del sig. B. e quindi in data 4/11/2008 le dichiarazioni del sig. P.; in particolare il sig. P. fu sentito in ordine al contenuto della documentazione contabile che riguardava i rapporti tra la ditta “MEP” e la soc. “EMI” e in ordine ai rapporti tra la stessa “EMI” e la soc. “Il Mastro Birraio di Calabria”;

c) Successivamente a tale attività d’indagine la procura della Repubblica in data 23/12/2008 dispose la separazione di atti dal proc. n.2209/2007 e la formazione di nuovo procedimento, che prese il numero 6627/2008 RGPM, nel quale risultavano soggetti a indagini la sig.ra M. per i reati ex art. 640-bis cod. pen. e D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 2 e il ******* per il reato D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, ex art. 8.

Sulla base di quanto sopra si può concludere che per il solo sig. G., già iscritto nel registro indagati a seguito dello stralcio che dette vita al procedimento n.2209/2007, sussistevano elementi ostativi all’assunzione di dichiarazioni con forme diverse dall’esame di persona indagata. Quanto al sig. B., le dichiarazioni rese il 31 ottobre 2008 non risultano assunte in violazione delle grazie di legge, posto che elementi indizianti appaiono essere emersi solo successivamente agli atti d’indagine compiuti presso la “MEP” in data 4/11/2008, atti cui fece seguito lo stralcio disposto in data 23/12/2008 con iscrizione dello stesso B. nel registro degli indagati per il reato previsto dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 8. Quanto, infine, al sig. P., deve concludersi che le dichiarazioni da lui rese il 4/11/2008 furono assunte legittimamente dalla polizia giudiziaria, non emergendo elementi di reato come dimostra la circostanza che ancora nel provvedimento di stralcio, per quanto è dato rilevare, lo stesso P. non risulta indicato come persona soggetta a indagine.

Fatte queste premesse, la Corte rileva che i fatti oggetto delle dichiarazioni rese dal sig. B. alla polizia giudiziaria non risultano accertati esclusivamente mediante tale fonte; emerge, infatti, dalla motivazione delle sentenze di merito che l’assenza di partecipazione delle società italiane ai trasporti dei macchinar emerge dalla documentazione commerciale, che attribuisce il trasporto alla responsabilità dell’impresa venditrice straniera, con la conseguenza che le dichiarazioni B. rappresentano soltanto un elemento che rafforza e chiarisce quanto già emerge dal dato documentale.

In conclusione, anche il secondo motivo di ricorso della sig.ra M. risulta manifestamente infondato e deve essere dichiarato inammissibile.

6. Debbono adesso essere affrontati i motivi di ricorso coi quali la sig.ra M. e “Il Mastro Birraio di Calabria S.r.l.” hanno contestato la sussistenza degli illeciti e la correttezza della qualificazione giuridica dei fatti. Attesa la sostanziale coincidenza delle posizioni e atteso il contenuto dei motivi di ricorso della società, che non assume rivendicazioni nei confronti della legale rappresentante (tale non è, certamente, la prospettiva del terzo motivo della società), la Corte ritiene di poter esaminare congiuntamente il terzo motivo M. e i motivi quarto, quinto e sesto della società.

Osserva la Corte che la stessa articolazione del terzo motivo M. e del quarto motivo della società caratterizzano le critiche alla sentenza come vere e proprie censure di merito che, aggredendo uno a uno i singoli argomenti posti a fondamento della decisione, riproducono davanti al giudice di legittimità il meccanismo di critica che i ricorrenti avevano proposto ai giudici di appello. Tale impostazione, dettagliatamente e puntigliosamente perseguita, muove dal presupposto, errato, che la critica al fondamento dei singoli elementi indiziari rappresenti lo strumento col quale denunziare la illogicità del percorso argomentativo seguito dal giudicante nel contesto del denunciato vizio di motivazione integrato dal mancato rispetto del criterio fissato dall’art. 192 c.p.p., comma 2,. Se questo fosse vero, e nel corso del punto 4 che precede la Corte ha illustrato le ragioni del diverso convincimento, non vi sarebbero ragioni per distinguere il giudizio di legittimità da quello di appello, conclusione che, anche dopo la modifica della lett. e), art. 606 cod. proc. pen. non è, come si è detto, condivisibile. In realtà, qualora la Corte dovesse approfondire ognuno degli specifici profili prospettati con l’ampio e dettagliato motivo quarto proposto dalla società, il giudice di legittimità finirebbe per operare come giudice del merito chiamato a valutare la correttezza dei conteggi, la consistenza dei risultati degli accertamenti contabili e fiscali, e così via.

Il compito che, invece, per quanto si è detto in via generale spetta alla Corte è quello di verificare se il giudice del merito sia incorso in uno di quei vizi di travisamento radicale della prova, oppure di manifesta illogicità e incoerenza del percorso motivazionale che sono previsti dall’art. 606 c.p.p., lett. e) come elementi che giustificano la proposizione del ricorso avanti il giudice di legittimità.

Ritiene la Corte che la sentenza impugnata sia immune da tali vizi e non meriti di essere annullata nella parte in cui espone le ragioni della sussistenza degli estremi del meccanismo fraudolento.

In primo luogo deve osservarsi che entrambe le decisioni di merito hanno esaminato in dettaglio gli elementi di prova e la situazione di fatto posta a fondamento della contestazione. In particolare, hanno ritenuto fondata l’ipotesi che la società “************” costituì uno strumento, ma sul piano logico sarebbe forse più corretto dire un fattore, di lievitazione dei costi di acquisto e installazione degli impianti. Sul punto i giudici di merito hanno attribuito un valore univoco alla pluralità di elementi specificamente elencati in sentenza; si tratta di elementi cui i ricorrenti attribuiscono un significato diverso secondo una lettura dei fatti che i giudici hanno motivatamente ritenuto non convincente o, addirittura smentita.

7. A questo proposito la Corte deve rilevare che una parte centrale delle critiche dei ricorrenti non può essere condivisa sul piano logico e ciò comporta un giudizio di sostanziale debolezza delle censure avanzate. Sostengono, infatti, i ricorrenti che l’ipotesi accusatoria viene smentita da due circostanza fondamentali: la regolare registrazione delle operazioni nella contabilità della società calabrese, e l’effettività dei relativi pagamenti; la mancata dimostrazione dell’esistenza del “flusso di ritorno” rispetto alle spese sostenute dalla società. 7.1 – Quanto alla regolarità di registrazione e pagamenti, si tratta di elemento che può dirsi connaturato all’ipotesi criminosa prospettata, posto che i soggetti chiamati a verificare l’operazione e a erogare i contributi avrebbero dato corso alla contribuzione pubblica solo in presenza di pagamenti corrispondenti ai documenti contabili e solo in presenza di spese documentate e giustificate. Del resto, lo stesso reato di utilizzazione di fatture irregolari ha come elemento caratterizzante la formale regolarità della documentazione che la società utilizzatrice porta in contabilità a giustificazione delle spese sostenute per operazioni che in realtà sono in tutto o in parte inesistenti. In altri termini, la correttezza dei dati contabili e bancari de “Il Mastro Birraio di Calabria” non rappresenta affatto una realtà incompatibile con l’ipotesi di accusa.

7.2 – Analoga valutazione deve essere compiuta con riferimento al profilo (quarto motivo del ricorso della società) che concerne le clausole contrattuali, e in particolare il par.9.5, dell’accordo fra “************” e “Il Mastro Birraio di Calabria”; si tratta di clausola che si inserisce nella inevitabile e programmata prospettazione di una realtà commerciale e contabile regolare e conforme al diritto, al pari di quanto è avvenuto per la restante documentazione destinata ad essere ostensibile a terzi e portata a supporto della procedura di finanziamento. Anche in questo caso, non sussiste alcuna inconciliabilità logica fra l’esistenza di “forme” regolari e di una “sostanza” sottostante diversa e irregolare.

7.3 – Venendo al tema del ritorno delle somme uscite dai conti de “Il Mastro Birraio di Calabria”, non illogicamente i giudici di merito (pag.9 della sentenza di primo grado e 15 della sentenza di appello) hanno messo in evidenza come esista in atti la prova che per la società ritenuta fittiziamente interposta si registrano cospicue uscite di denaro contante e nello stesso tempo si registrano consistenti finanziamenti soci da parte della sig.ra M. e del marito operati per contante a partire, essenzialmente, dalla ricezione della prima parte del finanziamento pubblico; fu, infatti, solo dopo tale ricezione (pag.16 sentenza di appello) che la società “Il Mastro Birraio di Calabria” iniziò ad effettuare i pagamenti delle fatture emesse da “************” e “EMI” e fu sempre dopo tale ricezione che ebbero luogo gli apporti soci al capitale sociale.

Ebbene, la Corte considera che non solo tale ragionamento della corte territoriale appare fondato su dati contabili non contestati nella loro materialità, ma esso risulta coerente sul piano logico:

Tingente misura dei conferimenti in contanti è certamente superiore all’importo delle fatture per operazioni inesistenti ipotizzate dall’accusa, ma quei conferimenti si collocano temporalmente in corrispondenza delle operazioni ritenute irregolari e non trovano nè spiegazione logica nè indicazione della fonte.

A questo proposito la Corte evidenzia come a fronte dell’argomentazione dei giudici di merito i ricorrenti abbiano prospettato un difetto di concludenza probatoria (fondata essenzialmente sulla circostanza che l’apporto soci a mezzo contante è stato molto superiore alle somme frutto dell’eventuale illecito), ma non risulta, nè dalla sentenza di appello nè dai motivi di ricorso, che la difesa sia stata esercitata provando una provenienza del denaro contante diversa da quella che i giudici di merito hanno ritenuto come la logica conseguenza della ricostruzione dei fatti.

Sul punto si osserva che la movimentazione di somme in contante per centinaia di migliaia di Euro su base annua si pone in sostanziale contrasto con l’esigenza di tracciabilità delle operazioni e ha impedito agli inquirenti e ai giudici di accertare la provenienza dei fondi; il che avrebbe imposto agli imputati, ove intenzionati a contrastare l’ipotesi ricostruttiva logicamente motivata dagli stessi giudici sulla base di dati contabili e temporali non contestati in sè, di sostenere una diversa ricostruzione mediante un adeguato apporto probatorio che, invece, non è stato introdotto in violazione dei principi fissati dalla giurisprudenza di legittimità (punto 4 che precede).

8. Una volta escluso che i giudici di merito siano incorsi nel vizio di manifesta illogicità in relazione a due pilastri essenziali del percorso che ha condotto all’affermazione di responsabilità dei ricorrenti, occorre affrontare una diversa censura prospettata con riferimento alla sola responsabilità della società calabrese ma, in realtà, potenzialmente rilevante per l’intera impostazione della decisione impugnata. Osserva la società ricorrente con il terzo motivo di ricorso che la sentenza impugnata riconosce l’esistenza di un “grave svantaggio economico” per i bilanci societari (pagine 10 e 11 della motivazione) e che tale affermazione è incompatibile con l’articolazione di un meccanismo fraudolento come quello ritenuto in sentenza. Va considerato, sul punto, che l’esistenza di un (apparente) danno patrimoniale per la società è utilizzato dai giudici di merito come argomento per sostenere il convincimento che le fatture e la contabilità ufficiale non sono attendibili e che l’interposizione fittizia di intermediari, coi relativi costi non necessari, ha avuto lo scopo di accrescere i finanziamenti pubblici e di formare una riserva di denaro non ufficiale, con la conseguenza che per i giudici di merito al termine del percorso illecito la società non ha in realtà riportato alcuna conseguenza negativa a fronte delle uscite che avrebbe potuto evitare senza le intermediazioni fittizie, a fronte della erogazione di somme pubbliche maggiori di quelle corrisposte effettivamente al partner estero, a fronte di una ingente movimentazione di denaro contante che ha accresciuto il capitale sociale mediante gli apporti dei soci.

Va, dunque, escluso che la sentenza impugnata presenti il profilo di contraddittorietà lamentato, così come va escluso che, sotto un diverso profilo, difettino i presupposti di responsabilità amministrativa dell’ente in applicazione del D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 5, commi 1 e 2, attese la composizione nella sostanza personale della società e la ricostruzione dei fatti operata dai giudici di merito.

9. Ad analoga conclusione deve giungersi per quanto concerne la censura mossa alla sentenza impugnata con riferimento al debito ***.

E’ evidente, infatti, che in un situazione di fisiologici rapporti commerciali i responsabili della società “Il Mastro Birraio di Calabria” non sarebbero stati tenuti a verificare la correttezza dell’operato della società intermediaria nè avrebbero potuto essere chiamati a rispondere dell’eventuale violazione da questa commessa.

Tuttavia, tale conclusione, invocata dai ricorrenti, è stata in modo del tutto logico superata dai giudici di merito (pag.18 motivazione di appello) che hanno ritenuto esistente un accordo tra i responsabili delle due società per dare corpo a una “frode carosello” il che annovera tra gli scopi essenziali proprio il vantaggio costituito dal programmato mancato versamento dell’*** da parte della società intermediaria, cui corrisponde la creazione di un credito *** in favore della società operativa.

Quanto detto fin qui impone alla Corte di respingere i motivi di ricorso che censurano la ricostruzione della vicenda e il giudizio di responsabilità dei ricorrenti rispetto alle ipotesi contestate.

10. A tale proposito la Corte osserva che i motivi di ricorso che concernono la qualificazione giuridica dei fatti (motivi quarto e quinto M.) debbono essere considerati manifestamente infondati per le ragioni che seguono.

10.1 – Va in primo luogo escluso che la condotta illecita sia riconducibile alla meno grave ipotesi prevista dall’art. 316-ter cod. pen. (quinto motivo M.). Sul punto appare sufficiente richiamare, a conferma della conclusione cui sono giunti i giudici di merito, le plurime e conformi decisioni assunte dalla giurisprudenza di legittimità con le quali si riconosce all’ipotesi ex art. 316-ter cod. pen. un valore “sussidiario” rispetto al reato di truffa aggravata ex artt. 640 e 640-bis cod. pen. e le si attribuisce una connotazione specifica che prescinde da forme libere di artificiosità e dall’esistenza della “induzione in errore”; si vedano in particolare: Sez. 2, sent. n. 8613 del 12/2/2009, ******* e altri, rv 243313; Sez. 2, sent. n. 46198 del 28/10/2005, ******** e altro, rv 232785; Sez. 6, sent. n. 28665 del 31/572007, PM in proc. ****, rv 237114. Senza dimenticare che con l’ordinanza n. 95 del 2004 la Corte costituzionale ha affermato che l’art. 316-ter cod. pen. costituisce un’ipotesi “residuale”, che assicura una tutela “complementare”, con la conseguenza che spetta al giudice la “valutazione in concreto” dell’applicabilità della disposizione in parola qualora non risulti applicabile la disposizione prevista dall’art. 640-bis cod. pen.. Si è in presenza di un compendio interpretativo di cui la sentenza impugnata ha fatto buon uso, ravvisando motivatamente nelle modalità della condotta gli estremi del più grave reato di truffa aggravata.

10.2 – Con diversa censura (quarto motivo) la ********* lamenta il mancato assorbimento delle ipotesi di falso ex art. 483 cod. pen. in quella di truffa aggravata, chiamando a sostegno la circostanza che detto assorbimento è riconosciuto rispetto al reato previsto dall’art. 316-ter cod. pen.. La Corte ritiene che proprio la specificità della motivazione delle decisioni che ritengono tale ultima disposizione legata da rapporto di specialità e assorbente rispetto all’ipotesi di falso ex art. 483 cod. pen. (per tutte: Sez.Un., sent. n.7537/2011 del 16/12/2010, *******) dimostri come a diversa conclusione debba giungersi con riguardo al reato previsto dagli artt. 640 e 640-bis cod. pen.; sul punto si rinvia anche a Sez. 2, sent. n. 32578 del 24/4/2010, Di ********, che, sollecitata con riferimento all’applicabilità dell’art. 316-ter cod. pen., ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso una decisione di condanna per i reati previsti dall’art. 640 c.p., comma 2 e art. 483 cod. pen.. Del resto, nessuno dubita della circostanza che la ritenuta sussistenza del reato di truffa aggravata in danno dell’ente erogatore commessa con artifici costituiti da fatture per operazioni inesistenti comporti l’assorbimento della condotta D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, ex art. 2 nel reato previsto dagli artt. 640 e 640-bis cod. pen. (si veda: Sez. 2, sent. n. 46198 del 2005, citata), così come nel reato di illecita percezione di pubbliche erogazioni restano assorbiti solo i reati di falso ex artt. 483 e 489 cod. pen., ma non le altre falsità eventualmente commesse, che concorrono con il reato previsto dall’art. 316-ter cod. pen. (si veda: Sez. Un. sent. n. 16568 del 19/4/2007, Carvichi).

11. Quanto alla critica mossa dalla società “Il Mastro Birraio di Calabria” con riferimento all’entità della sanzione (prima parte del settimo motivo), la Corte non ravvisa profili di illegittimità della quantificazione nè di manifesta illogicità della motivazione, così che debbono essere ritenute manifestamente infondate le censure prospettate in termini di inopportunità o di eccessività che attegono a valutazioni di merito precluse in questa sede.

12. Venendo alle censure che concernono la confisca disposta dai giudici di merito sia nei confronti dell’imputata sia nel confronti della società (sesto motivo M. e settimo motivo della società), i ricorrenti lamentano l’esistenza di una duplicazione dell’intervento sanzionatorio e l’errata determinazione dell’importo nella misura di 291.510,90 Euro, corrispondente all’intero importo della somma proveniente dall’ente erogante.

Il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, art. 9, lett. c), e l’art. 19 prevedono tra le sanzioni la confisca del “prezzo o del profitto del reato” oppure la confisca di denaro o beni di valore equivalente.

I ricorrenti affermano che nel caso in esame i giudici di merito hanno fatto coincidere il profitto con l’intero ammontare della somma erogata in modo erroneo, posto che l’eventuale vantaggio ottenuto dai ricorrenti consisterebbe nella parte della somma ricevuta che eccede le spese sostenute.

La Corte di appello ha esaminato la questione alle pagine 20 e 21, giungendo alla conclusione che il concetto di profitto va legato a quello di “beneficio aggiunto di tipo patrimoniale”, cioè con “tutti i vantaggi ricavati dalla commissione dei reati”, senza che si possa distinguere il profitto lordo da quello netto, così che il profitto per l’imputata e per l’impresa consiste nell’intero importo della somma erogata dall’ente pubblico.

Il tema sottoposto al giudizio di questa Corte dai ricorrenti è, dunque, se il profitto del reato coincida con l’intero importo erogato alla società oppure con la minor somma corrispondente alla maggiorazione dei costi documentati attraverso supporti ideologicamente falsi.

Come esposto nelle considerazioni iniziali, il finanziamento ottenuto dalla società “Il Mastro Birraio di Calabria” è stato erogato dal Ministero delle Attività produttive tramite la banca concessionaria ai sensi della L. n. 488 del 1992 previa approvazione del progetto presentato dalla società (n.77228/12). Con le relazioni indicate nel capo di imputazione la sig.ra M. ha portato a supporto della richiesta di liquidazione delle somme erogande sia documentazione ideologicamente falsa (fatture per operazioni inesistenti) sia l’infedele attestazione della competitività del prezzo pagato al fornitore estero per impianti dichiarati come nuovi di fabbrica pur in assenza dei requisiti richiesti per tale qualifica. E’ certo, peraltro, che gli impianti di produzione furono effettivamente consegnati alla società ed effettivamente installati. Non si versa, dunque, nell’ipotesi di radicale simulazione di operazioni destinate ad ottenere finanziamenti integralmente non dovuti, già oggetto di esame da parte di questa Corte con decisioni che hanno fatto coincidere il profitto per il privato con l’intera erogazione (Sez. 2, sent. n. 35355 del 12/5/2011, Meraglia, rv 251178).

La giurisprudenza ha, tuttavia, enucleato anche in tale contesto principi che costituiscono un riferimento per la decisione dei motivi di ricorso proposti dalla sig.ra M. e dalla società. Nel motivare in ordine alla individuazione dei beni da sottoporre a sequestro per equivalente in ipotesi di frode in pubbliche erogazioni, la Corte (Sez. 6, sent. n. 45504 del 23/11/2010, ******) ha annullato con rinvio l’ordinanza con cui il tribunale, decidendo in sede di rinvio su precedente annullamento, aveva omesso di quantificare il profitto derivante dal reato e affermato che “lo stesso andasse ravvisato, in difetto di elementi certi da cui desumere che lo stesso si fosse limitato ad un certo importo, nell’intero ammontare dei finanziamenti erogati sulla scorta delle condotte illecite contestate”. La Corte censurava tale motivazione in quanto il tribunale, non dando attuazione ai principi fissati con la sentenza di annullamento, ha deciso senza fornire “risposta alcuna alle precise obiezioni difensive che avevano contestato la quantificazione dell’illecito”. Rilevava a tale proposito la Corte che la sentenza di annullamento aveva invitato il tribunale a “delimitare l’ambito dell’illecito arricchimento effettivamente conseguito”.

Può, dunque, osservarsi che con riferimento alle pubbliche erogazioni la giurisprudenza ha individuato il profitto del reato di truffa aggravata nel “finanziamento indebitamente ottenuto” (sentenza n.35355 del 2011, citata) oppure nell’ “illecito arricchimento effettivamente conseguito” (sentenza n.45504 del 2010, citata).

Muovendo da tale base interpretativa del disposto dell’art. 19, citato, assume indubbio rilievo quanto le Sezioni Unite hanno avuto modo di affermare con la sentenza n.26654 del 27/3/2008, Fisia Impianti S.p.A. e altro, allorchè ha precisato che: “il profitto del reato, in definitiva, va inteso come il complesso dei vantaggi economici tratti dall’illecito e a questo strettamente pertinenti”.

A parere della Corte quanto detto fin qui impone di ritenere che non tutte le somme ricevute dalla società beneficiata possono considerarsi in quanto tali profitto del reato, ma solo quelle che siano state “indebitamente” percepite e che costituiscano “vantaggio tratto dall’illecito e a questo strettamente pertinente”.

Così fissato il concetto di profitto applicabile al reato in esame, risulta evidente che non può trovare condivisione la conclusione cui sono giunti i giudici di merito nel ritenere che dall’illecita esecuzione del contratto stipulato fra la società “Il Mastro Birraio di Calabria” e il Ministero delle Attività Produttive debba risultare automaticamente travolto l’intero ammontare dell’erogazione perchè, ritiene la Corte di appello, solo in tal modo si impedirebbe agli autori dell’illecito di beneficiare dei proventi del reato.

Se è vero che nel caso in esame non si è in presenza di operazioni integralmente simulate, ma di operazioni sovrafatturate, occorre verificare in concreto quale sia la sfera dell’illecito che ha prodotto vantaggi patrimoniali “indebiti” per la società. Occorre, in altri termini, verificare in primo luogo se il progetto di finanziamento presentato dalla società non sarebbe stato approvato e non avrebbe avuto esecuzione in assenza delle caratteristiche falsamente prospettate e attestate; in tal caso, appare evidente, il profitto per il privato e il danno per l’ente erogante coinciderebbero con l’intero ammontare del finanziamento erogato, posto che in assenza delle attività di frode il rapporto contrattuale non si sarebbe perfezionato. A diversa conclusione deve giungersi ove si accerti che il progetto, per la parte di operazioni effettivamente poste in essere, risulta conforme al dettato della legge e ai criteri di approvazione dell’ente erogante; in tal caso la condotta illecita avrebbe dato causa a erogazioni “indebite” esclusivamente per la quota di operazioni o di costi supportati dalle fatture per operazioni inesistenti e dalle relazioni ideologicamente false presentate dalla sig.ra M. in corso di esecuzione del contratto al fine di ottenere l’erogazione dei fondi in parte non dovuti. Con la conseguenza che il profitto del reato coinciderebbe con la sola parte dei fondi non dovuti, restando lecitamente percepiti da parte della società quelli corrispondenti alle prestazioni effettive che la società stessa ha retribuito ai fornitori.

In conclusione, ai motivi di ricorso in tema di confisca deve rispondersi affermando principio che l’identificazione del profitto cui ancorare il giudizio circa l’entità del profitto e della confisca, diretta o per equivalente, muta a seconda che mediante la condotta fraudolenta sia stata prospettata all’ente erogante una realtà difforme dal vero che ha consentito il perfezionamento del contratto e le successive erogazioni, oppure sia stata prospettata una realtà che ha permesso alla società di ottenere in modo indebito erogazioni maggiori di quelle cui avrebbe avuto diritto.

Sia la sentenza di primo grado sia quella della Corte di appello, interpretando diversamente il dato normativo, hanno ritenuto di quantificare il profitto in misura corrispondente all’intero importo erogato e hanno, così, omesso di effettuare le valutazioni che sono state adesso ricordate e dovranno essere oggetto di un nuovo esame.

La sentenza impugnata viene pertanto annullata sul punto con rinvio al giudice di appello, ai sensi degli artt. 623 e 624 cod. proc. pen..

In sede di rinvio i giudici di merito provvederanno anche a verificare se sussista la “duplicazione” dell’intervento ablativo lamenta dai ricorrenti, posto che dalla motivazione delle decisioni di merito non è dato comprendere con chiarezza se la confisca abbia ad oggetto anche l’impianto e i macchinari e quale sia il contenuto effettivo della formula “senza duplicazione con la confisca disposta nei confronti di M.T.” presente nel dispositivo della sentenza di primo grado.

13. Per quanto concerne, infine, il settimo motivo di ricorso della società, nella parte relativa all’applicazione delle misure interdittive, la Corte osserva quanto segue:

13.1 – la censura sulla mancata irrogazione delle sanzioni interdittive ex lett. c) e d), art. 9, comma 2, da parte del tribunale non è sostenuta da alcun interesse della persona condannata; si tratta, infatti, di discrasia fra la parte motiva e il più favorevole dispositivo che non è stata oggetto di impugnazione da parte del pubblico ministero; il motivo di ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

13.2 – al contrario, risulta fondata la censura in ordine alla mancata definizione della durata dell’unica misura irrogata in dispositivo: l’art. 13, al comma 2 prevede in via generale una durata delle sanzioni interdittive da tre mesi a due anni e i giudici di merito hanno omesso di provvedere alla necessaria quantificazione: il motivo merita accoglimento e la sentenza deve sul punto essere annullata con rinvio ai sensi degli artt. 623 e 624 cod. proc. pen..

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al capo sulla confisca e a quello sulla misura interdittiva, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Catanzaro per nuovo esame. Rigetta i ricorsi nel resto.

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Istigazione ed induzione alla coltivazione di droga (Cass. pen. n. 17752/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Il PROCURATORE GENERALE presso la Corte d’Appello di Trento ricorre in cassazione avverso la sentenza, in data 18.02.2011, della stessa Corte con la quale F.M., in riforma della sentenza di condanna del GUP del Tribunale di Rovereto del 15.12.2009, è stato assolto dai reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 82, perchè il fatto non costituisce reato.

Premette il ricorrente che il F. era stato giudicato in primo grado per avere pubblicamente istigato alla coltivazione e consumazione di marijuana mediante indicazioni su diversi siti internet sul modo di seminare, fra crescere, far maturare e ottenere una resa, provvedere al raccolto, con precisazione dei valori THC, CSD e CSN e pubblicizzando, inoltre, l’uso di lampade, fertilizzanti e bilance.

Si denunciano vizio di motivazione e violazione di legge.

Premette il ricorrente che la Corte distrettuale, dopo un’analisi dei comportamenti contestati con riferimento alla giurisprudenza di legittimità in materia, giunge ad una conclusione chiaramente colpevolista, ma, poi, con salto logico assolve l’Imputato sostenendo la sua buona fede. Tale inaspettata conclusione per il ricorrente è fondata sulla circostanza che il F. in passato era stato assolto da analoga imputazione e, quindi, la Corte ha inteso riferirsi alla disposizione dell’art. 5 c.p. sostenendo la giustificabile ignoranza della portata esatta della norma penale incriminatrice, propiziata dalla pregressa sentenza. Rileva il ricorrente che la precedente sentenza non è stata citata per esteso e nei suoi punti salienti, sicchè non è dato comprendere perchè nel caso di specie si debba derogare al principio generale secondo il quale l’ignoranza della legge non scusa quando è lo stesso prevenuto a mettere in guardia i destinatari delle sue informazioni circa l’illegalità della coltivazione di piante di marijuana o di canapa indiana.

Con un ultimo motivo il Procuratore ******** evidenzia altro aspetto di violazione di legge laddove la Corte ha affermato che, quanto meno, nella volontà e rappresentazione presenti nell’animo del F., si tratterebbe di una semplice propaganda di un punto di vista antiproibizionista.

 

Motivi della decisione

Il ricorso va accolto.

La motivazione della sentenza impugnata è affetta da contraddittorietà laddove, come rileva il ricorrente, da una premessa, con cui si evidenzia che i comportamenti contestati integrano, anche sulla scorta della giurisprudenza in materia di questa Corte, il reato contestato, si giunge alla assoluzione dell’imputato sul rilievo di un suo condizionamento psicologico dovuto ad una precederete assoluzione da analoga imputazione.

Ma a ben vedere, ritiene il Collegio che non si tratti tanto di contraddittorietà della motivazione, che potrebbe essere coerente se effettivamente alla premessa corrispondesse la configurabilità di una effettiva inevitabilità dell’ignoranza della legge penale, piuttosto si verte in una palese violazione di legge per l’erronea interpretazione della disposizione dell’art. 5 c.p., che, sebbene in sentenza non si sia fatto esplicito riferimento ad essa, la si ricava dal contesto globale della motivazione, laddove è stato affermato che: “considerata fa precedente specifica vicenda giudiziaria dell’attuale imputato, già assolto per aver fatto cose non diverse da quelle oggi contestategli, deve essere valutata a suo favore la possibile implicazione di condizionamento psicologico determinato da quella decisione favorevole: condizionamento che, verosimilmente, gli aveva indotto la convinzione di una liceità delle condotte, purchè queste fossero attuate attraverso frammentazioni e le formali separazioni tematiche, tanto è vero che il F., successivamente, aveva anche aumentato il numero dei siti accessibili, portandoli da due iniziali ai numerosi individuati con l’indagine ultima”.

Innanzitutto, si conviene con il ricorrente sul rilievo che la Corte avrebbe dovuto, nel rilevare “il condizionamento psicologico”, riportare anche i dati fattuali oggetto della precedente sentenza per verificarne l’identità e/o corrispondenza con quelli della odierna contestazione, questa carenza già di per sè rende la motivazione non congrua, ed anche contraddittoria; infatti, nel momento in cui si rileva che, rispetto alla vicenda processuale pregressa, il F. aveva anche aumentato i siti internet per veicolare le sue informazioni, già si evidenzia una significativa differenza di condotte.

Ma ciò che rende palese l’erronea interpretazione della disposizione normativa in questione (per altro è stato più volte affermato da questa Corte che l’indagine circa “la buona fede” dell’imputato nel ritenere consentita la condotta contestata deve essere estremamente rigorosa, anche alla luce della pronunzia della Corte Costituzionale n. 364/1988 circa la inevitabilità dell’ignoranza della legge penale) nell’aver ritenuto da parte della Corte distrettuale la sussistenza “della buona fede” è data dalla circostanza che lo stesso imputato ha avvertito “l’esigenza”, ovviamente per assicurarsi l’impunità, di mettere in guardia i destinatari delle sue informazioni circa la illegalità della condotta di coltivazione di piante da cui si ricavano prodotti stupefacenti, con ciò dimostrando di ben sapere la rilevanza penale della sua condotta.

Conferente è l’osservazione del ricorrente nel rilevare l’astuzia dell’imputato, il quale ha frazionato in molti e diversi siti internet i suoi “preziosi” consigli. Di modo che ogni singolo sito assumesse un aspetto commerciale asettico, e solo dall’unione degli stessi apparisse il reale intento di diffondere la coltivazione della canapa indiana al fine di ottenere la produzione di stupefacenti.

Dunque, da tale contesto emerge chiaramente la consapevolezza da parte dell’imputato della illiceità della condotta di coltivazione di tali piante.

Rilevata la incongruità della motivazione essa determina la nullità della sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trento per un nuovo giudizio in ordine alla applicabilità della discriminante di cui trattasi.

Relativamente alla censura, oggetto dell’ultimo motivo del ricorso del Procuratore Generale, essa è da ritenersi infondata in quanto, come già rilevato in premessa, la Corte non ha affatto messo in dubbio la sussistenza del fatto così come contestato, ma ha solo ritenuto che esso non costituisse reato per la carenza dell’elemento psicologico determinata dalla discriminante di cui all’art. 5 c.p..

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trento.

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Riparazione per ingiusta detenzione: sì all’indennizzo anche nei casi di pena ridotta (Cass. pen. n. 17799/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Busto Arsizio ha applicato la pena ex art. 444 c.p.p. nei confronti di C.C. in ordine ai reati di cui all’art. 589 cod. pen. e art. 189 C.d.S., commi 1 e 6: ritenuta la continuazione tra i reati la sanzione è stata determinata in dieci mesi di reclusione.

2. Ricorre per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano deducendo violazione dell’art. 81 c.p., essendo stata ritenuta la continuazione tra reato colposo e reato doloso, trascurando che l’atteggiamento psicologico proprio della continuazione non può ricomprendere reati nei quali l’evento non è voluto; nonchè violazione di legge per la mancata applicazione della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida.

2.1 La difesa ha presentato una memoria deducendo la tardività del gravame; nonchè resistenza dei presupposti di fatto per ritenere la continuazione tra i reati.

3. Il ricorso è tempestivo. La sentenza è stata comunicata al Procuratore Generale in data 10 dicembre 2010 ed il ricorso per cassazione è stato spedito a mezzo posta il 23 dicembre 2010, come emerge dalle informazioni acquisite da questa Suprema Corte presso l’Ufficio competente. E’ stato quindi rispettato il termine di legge di 15 giorni.

3.1 Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbente, giacchè coglie violazione di legge che vulnera alla radice la pronunzia.

Infatti, come ripetutamente e condivisibilmente enunciato da questa Suprema Corte (da ultimo Cass. 4, 19 giugno 2006, rv. 237454) l’istituto della continuazione non è applicabile tra reati dolosi e reati colposi, in quanto l’unicità del disegno criminoso attiene al momento psicologico (dolo) che non può sussistere nei reati colposi nei quali l’evento non è voluto. In principio è stato enunciato in fattispecie identica a quella in esame, afferente a continuazione tra il delitto di omicidio colposo e quello di cui all’art. 189 C.d.S..

La pronunzia impugnata disattende tale principio, così pervenendo anche all’applicazione di una pena illegale; e reca motivazione che, senza considerare le problematiche in esame, si limita a ritenere la continuazione essendosi in presenza del medesimo contesto spazio- temporale.

La sentenza deve essere quindi annullata senza rinvio e gli atti vanno inviati al Tribunale per il prosieguo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenz
a impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Busto Arsizio per l’ulteriore corso.

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Uso di gruppo di sostanze stupefacenti: a determinate condizioni non è reato (Cass. pen. n. 17396/2012)

Redazione
Massima
Il consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, conseguente al mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori, non è penalmente sanzionabile ai sensi dell’art. 73 c. 1-bis, lett. a), d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche dopo le modifiche apportate a tale disposizione dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49. (a cura del **************)

 

Ritenuto in fatto

1. – Con la decisione in epigrafe la Corte d’appello di Salerno ha confermato la sentenza del 16 ottobre 2007 con cui il Tribunale di Vallo della Lucania aveva ritenuto T.B. responsabile del reato di cui all’art. 73 comma 5 d.P.R. 309/1990, per avere detenuto illecitamente e poi ceduto a M.M. uno spinello di hashish, condannandolo alla pena di otto mesi di reclusione ed Euro 2.000 di multa.
2. – Nell’interesse dell’imputato ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia deducendo i motivi di seguito indicati:
– carenza e insufficienza della motivazione con riferimento al rigetto della richiesta di rinnovazione del dibattimento, avente ad oggetto l’escussione di M.M.;
– manifesta illogicità della motivazione, nella parte in cui ha respinto la richiesta di rinnovazione istruttoria, ritenendo che a seguito della novella di cui alla legge n. 49 del 2006 non è più configurabile l’uso di gruppo. Secondo il ricorrente, invece, la legge in materia di stupefacenti non esclude che vi possa essere un uso esclusivamente personale anche in gruppo ed è quanto sarebbe accaduto nel caso in esame, in cui B. e M. avrebbero consumato assieme, ma ciascuno per conto suo, la propria dose.

 

Considerato in diritto

3. – Il ricorso è fondato.
3.1. – Non è condivisibile l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, secondo cui a seguito della novella introdotta dalla legge 49/2006, il c.d. consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, nella duplice ipotesi del mandato all’acquisito ovvero dell’acquisto in comune, è ora sanzionato penalmente e ciò in quanto, non essendo ipotizzabile in questi fatti un uso “esclusivamente” personale della sostanza stupefacente, entrambe le suddette ipotesi sarebbero sussumibili nella fattispecie di cui all’art. 73 comma 1 bis, lett. a) d.P.R. 309/1990.
Invero, la Corte d’appello di Salerno ha seguito un orientamento di questa Corte di cassazione (Sez. II, 5 giugno 2009, n. 23574) che ha ritenuto che il problema della valutazione penale dell’uso di gruppo di stupefacenti, come risolto da una consolidata giurisprudenza della Cassazione (cfr., Sez. Un., 28 maggio 1999, n. 4), sia radicalmente da rivedere a seguito della legge n. 49 del 2006 la quale, nel modificare il d.P.R. n. 309 del 1990, al comma I-bis dell’art. 73 cit. ha stabilito che è punito, con le medesime pene di cui al primo comma chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, illecitamente detiene sostanze stupefacenti o psicotrope che “per quantità (…) ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale”, prevedendo, inoltre, nel novellato art. 75 che è punito con sanzioni amministrative chiunque “… comunque detiene sostanze stupefacenti o psicotrope fuori dall’ipotesi di cui all’art. 73, comma 1 bis…”. Ora, secondo la sentenza citata, le due norme stanno a significare che è soggetto alle sanzioni amministrative solo colui che detiene sostanze stupefacenti o psicotrope al fine di immediato personale consumo e tale conclusione si ottiene dal raffronto della nuova normativa con quella previgente. Si sostiene che il legislatore ha inteso reprimere in modo più severo ogni attività connessa alla circolazione, vendita e consumo di sostanze stupefacenti, così equiparando in tale ottica ogni tipo di sostanza stupefacente, graduando diversamente il trattamento sanzionatorio penale e prevedendo nuove misure repressive. Il mutato quadro legislativo imporrebbe di ripensare l’orientamento giurisprudenziale formatosi sotto il previgente regime, considerato il significato pregnante che l’introduzione dell’avverbio “esclusivamente” assume. Si osserva in proposito che una cosa è “l’uso personale” di sostanze stupefacenti, altra e ben diversa cosa è “l’uso esclusivamente personale”, frase questa che, proprio in virtù dell’avverbio, non può che condurre ad un’interpretazione più restrittiva rispetto a quella corrente nella vigenza del precedente testo. Da ciò l’affermazione che non può più farsi rientrare nell’ipotesi di consumo esclusivamente personale la fattispecie del c.d. uso di gruppo, all’interno della quale è inclusa l’ipotesi in cui un gruppo di persone dia mandato ad uno di loro di acquistare dello stupefacente, sia l’altra ipotesi in cui l’intero gruppo procede all’acquisto di stupefacente destinato ad essere consumato collettivamente.
3.2. – Si tratta di un orientamento che non appare condivisibile e che è stato oggetto di un’approfondita e argomentata critica da parte di una decisione di questa stessa Sezione (Sez. VI, 26 gennaio 2011, n. 8366, D’********), a cui il Collegio ritiene di aderire integralmente, che ha ritenuto che il consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, conseguente al mandato all’acquisto collettivo ad uno degli assuntori, non è penalmente sanzionabile ai sensi dell’art. 73 comma 1 bis, lett. a), d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, anche dopo le modifiche apportate a tale disposizione dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49. In particolare, da un lato si è evidenziato che l’espressione “non esclusivamente personale” ha il medesimo intercambiabile significato di “tassativamente personale”, suggerendo così all’interprete la ragionevole impressione di un’aggiunta ridondante, superflua e pleonastica; dall’altro si è riconosciuto che “il disegno perseguito dai soggetti partecipanti all’acquisto deve caratterizzarsi palesemente nel denominatore comune di un uso esclusivamente personale” e si è precisato che “l’adesione preliminare a simile progetto comune esclude che colui (o coloro) che acquista, su incarico degli altri sodali, si ponga in una posizione di estraneità rispetto ai mandanti l’acquisto destinatari dello stupefacente, come si verifica (in ambito civilistico) per colui che operi in nome e per conto altrui, ma rimanga estraneo agli effetti del negozio che egli ha concluso”. In conclusione, per escludere il rilievo penale della condotta di “uso di gruppo” si richiede che l’acquirente-mandatario, il quale opera materialmente (o conclude) le trattative di acquisto, sia anche lui uno degli assuntori; che sia certa sin dall’inizio l’identità dei componenti il gruppo, nonché manifesta la comune e condivisa volontà di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale e si sia del pari raggiunta un’intesa in ordine al luogo ed ai tempi del relativo consumo; che gli effetti dell’acquisizione traslino direttamente in capo agli interessati, senza passaggi mediati.
3.3. – Una volta affermato che l’uso di gruppo, a determinate condizioni, è una forma di uso “esclusivamente personale”, deve riconoscersi che la condotta dell’imputato rientra in tale ipotesi.
Infatti, dalle dichiarazioni rese da M..M. , puntualmente allegate al ricorso al fine di evidenziare il denunciato travisamento della prova, risulta che i due si erano accordati per incontrasi e fumare assieme uno “spinello”; d’altra parte, è la stessa sentenza a riferire che fu proprio la M. ad incaricare l’imputato di “recuperare un po’ di sostanza”. Sulla base di questi elementi, pacificamente emergenti dagli atti, deve escludersi che vi sia stata una condotta qualificabile come cessione, dovendo affermarsi che si è trattato di un uso di gruppo della sostanza stupefacente: il mandatario (****) ha egli stesso consumato lo “spinello”; risulta la comune volontà di procurarsi la sostanza destinata al paritario consumo personale; non vi sono stati passaggi intermedi.
4. – In conclusione si è trattato di una condotta rilevante solo sul piano amministrativo; pertanto, la sentenza deve essere annullata senza rinvio perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

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Commette il reato di fuga l’automobilista che non si ferma per il tempo necessario all’identificazione (Cass. pen. n. 17220/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La corte di appello di Venezia, con sentenza in data 16 maggio 2011, in parziale riforma di quella del tribunale di Padova, ha assolto T.O. dal reato di cui all’art. 189 C.d.S., comma 7, per insussistenza del fatto e ha rideterminato la pena per la residua imputazione di cui al comma 6 del citato articolo, che prevede la inosservanza del dovere di fermata, in mesi due e venti giorni di reclusione. La corte rilevava che nessun elemento concreto portava a ritenere che il T. fosse o dovesse essere consapevole del fatto che la persona offesa era rimasta “ferita”, come impone l’art. 189, comma 7, atteso che essa aveva riportato il c.d. colpo di frusta, trauma non riconducibile al concetto di ferita, onde l’imputato andava assolto da tale imputazione; andava invece confermata la responsabilità per non essersi il medesimo T. nemmeno fermato dopo l’incidente stradale da lui causato, avendo tamponato con il suo furgone la vettura del D. che era stata sospinta per diversi metri in avanti; la consapevolezza della probabilità di danni a quest’ultimo derivava dalla ovvia percezione delle modalità dell’incidente.

2. Ha presentato ricorso per cassazione il difensore dell’imputato.

Con un primo motivo deduce violazione di legge per quanto riguarda l’elemento soggettivo del reato, non sussistendo, nella specie, la consapevolezza che il sinistro poteva aver causato danno alle persone coinvolte nell’incidente. Il tamponamento è stato percepito in modo non violento da parte dell’ O., l’auto dell’infortunato è stata colpita solo nella parte posteriore, non sbandava o usciva fuori strada e il conducente riportava solo il c.d. colpo della frusta, non percepibile dal T. che, ragionevolmente, aveva creduto di aver danneggiato solo la carrozzeria; inoltre non può sostenersi che l’imputato avesse il dovere di fermarsi per farsi identificare poichè ciò contrasta con il principio “nemo tenetur se detegere” atteso che sarebbe stato inevitabile scoprire che sul suo furgone vi era la mercè provento del furto appena commesso; si trattava dunque di un comportamento inesigibile. Con un secondo motivo si duole del mancato riconoscimento della sospensione condizionale della pena;

rileva che all’imputato erano state concesse le attenuanti generiche in relazione ai fatto che l’imminente paternità poteva essere occasione di reinserimento sociale; la stessa circostanza non è stata ritenuta sufficiente a fondare il giudizio di concessione della sospensione della pena; sarebbe illogico ritenere la prognosi di risocializzazione dell’imputato positiva ai fini delle attenuanti e non della sospensione.

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso non merita accoglimento.

Come già da questa Corte osservato, il nuovo codice della strada all’art. 189 descrive in maniera dettagliata il comportamento che l’utente della strada deve tenere in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, stabilendo un “crescendo” di obblighi in relazione alla maggiore delicatezza delle situazioni che si possono presentare. Così è previsto, per quanto qui interessa, l’obbligo di fermarsi in ogni caso, cui si aggiunge, allorchè vi siano persone ferite, quello di prestare loro assistenza.

L’inottemperanza all’obbligo di fermarsi è punita con la sanzione amministrativa in caso di incidente con danno alle sole cose (comma 5) e con quella penale della reclusione fino a quattro mesi in caso di incidente con danno alle persone (comma 6). In tale seconda ipotesi se il conducente si è dato alla fuga la norma contempla la possibilità dell’arresto in flagranza nonchè la sanzione accessoria della sospensione della patente; la sanzione penale è più grave (reclusione fino ad un anno e multa) per chi non ottempera all’obbligo di prestare assistenza. Si tratta di comportamenti diversi, lesivi di beni giuridici diversi ed attinenti, nel caso dell’inosservanza dell’obbligo di fermarsi, alla necessità di accertare le modalità dell’incidente e di identificare coloro che rimangono coinvolti in incidenti stradali e nel caso di omissione di soccorso, a principi di comune solidarietà.

Nella specie il giudice ha escluso la sussistenza del reato di omissione di soccorso, ritenendo, con valutazione non contestata ed incensurabile, che il tipo di conseguenze derivate dal sinistro, un semplice trauma non direttamente percepibile come ferita, escludesse l’obbligo.

Quanto invece all’obbligo di fermarsi a prestare assistenza, correttamente il giudice ha ravvisato la sussistenza del reato.

Trattasi di un reato omissivo di pericolo, il cui elemento materiale consiste nell’allontanarsi dell’agente dal luogo dell’investimento così da impedire o comunque, ostacolare l’accertamento della propria identità’ personale, l’individuazione del veicolo investitore e la ricostruzione delle modalità dell’incidente; questa Corte ha già avuto modo di precisare che integra il reato di cui all’art. 189 C.d.S., commi 1 e 6, (cosiddetto reato di “fuga”), la condotta di colui che – in occasione di un incidente ricollegabile al suo comportamento da cui sia derivato un danno alle persone – effettui sul luogo del sinistro una sosta momentanea (nella specie “per pochi istanti”), senza consentire la propria identificazione, nè quella del veicolo. Infatti il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini rivolte ai fini dell’identificazione del conducente stesso e del veicolo condotto, perchè, ove si ritenesse che la durata della prescritta fermata possa essere anche talmente breve da non consentire nè l’identificazione del conducente, nè quella del veicolo, nè lo svolgimento di un qualsiasi accertamento sulle modalità dell’incidente e sulle responsabilità nella causazione del medesimo, la norma stessa sarebbe priva di ratio e di una qualsiasi utilità pratica (così sez. 4^ 25.1.2001 n. 20235 rv. 234581); è altresì pacifico che l’elemento soggettivo del detto reato ben può essere integrato dal semplice dolo eventuale, cioè dalla consapevolezza del verificarsi di un incidente, riconducibile al proprio comportamento che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, non essendo necessario che si debba riscontrare l’esistenza di un effettivo danno alle persone. E nella specie è pienamente corretta la valutazione espressa secondo cui il T., per le modalità dell’incidente che aveva visto il suo pesante furgone tamponare l’auto che lo precedeva tanto da cagionarne lo spostamento, doveva rendersi conto della possibilità che il conducente di quest’ultimo avesse riportato danni alla persona.

Nè giova al ricorrente invocare una sorta di esimente collegata al principio “nemo tenetur se detegere”, atteso che l’illiceità dell’azione in precedenza commessa – il furto commesso, la cui refurtiva era sul furgone – esclude che egli potesse fondatamente invocare una tale scriminante. Correttamente motivato e dunque incensurabile è il giudizio che ha portato ad escludere la concedibilità della sospensione condizionale della pena, avendo il giudice rilevato che la pluralità dei beni rinvenuti nel furgone quale provento di furti, il rinvenimento nel furgone di diversi strumenti “di lavoro”, e l’esistenza di precedenti giudiziari inducevano ad una prognosi non favorevole.

2.Conclusivamente il ricorso deve essere rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 

– Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Omicidio colposo: risponde anche del decesso sopravvenuto in fase post-operatoria il medico nella sua veste di capo di una equipe chirurgica (Cass. pen. n. 17222/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Messina, a seguito di giudizio abbreviato, ha affermato la penale responsabilità di A.F. in ordine al reato di omicidio colposo in danno del piccolo R.G..

La pronunzia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello che ha ridotto la pena.

All’imputato, nella veste di capo dell’equipe chirurgica che aveva operato il neonato con un solo giorno di vita per l’esecuzione di ileostomia, è stato mosso l’addebito di non aver disposto il ricovero in unità di terapia intensiva e di non aver comunque dato disposizioni per un articolato monitoraggio dei parametri vitali; con la conseguenza che non veniva diagnosticata tempestivamente una emorragia che, per mancanza delle terapie necessarie, determinava la morte.

2. Ricorre per cassazione l’imputato.

Si lamenta che il giudice di merito ha affermato la responsabilità sulla base di un generico ruolo di garanzia, trascurando l’autonomia professionale dei medici di reparto destinatari, per turno, del paziente ricoverato e quindi titolari del relativo obbligo di assistenza. Si è pure trascurato che l’imputato non era il primario responsabile del reparto e non ha svolto tale funzione, sicchè non ha assunto un ruolo apicale rispetto al sanitario V.P. che si occupò del piccolo subito dopo l’intervento. In realtà, si assume ancora, l’imputato è stato officiato dell’intervento dal primario chirurgo che in quel momento si trovava assente dall’ospedale.

L’intervento è stato eseguito insieme alla detta dottoressa V. che, senza soluzione di continuità, ha iniziato il turno notturno di guardia presso il reparto nel quale era stato ricoverato il piccolo paziente.

Tutta l’attività di monitoraggio e vigilanza sulla situazione del neonato è stata svolta dalla ridetta dottoressa V.. D’altra parte, al termine dell’intervento, non si è proceduto al trasferimento nel reparto di terapia intensiva sia perchè in quello di chirurgia neonatale esisteva tutta l’attrezzatura che consentiva un adeguato monitoraggio, sia perchè la terapia intensiva disponeva di strutture analoghe. Si assume ancora che, contrariamente a quanto erroneamente ritenuto dai giudici di merito, non fu l’imputato a rifiutare il trasferimento in terapia intensiva. In realtà, il personale di tale reparto era stato allertato solo perchè si tratta di una procedura di routine che non comporta di necessità l’effettivo trasferimento in tale ultimo reparto.

Conclusivamente, il garante della salute del minore neonato era la dottoressa V., professionista idonea e capace cui l’imputato aveva demandato il monitoraggio del piccolo paziente. Il ricorrente, per contro, non poteva immaginare eventuali comportamenti trascurati della detta collaboratrice.

3. Il ricorso è infondato.

La pronunzia reca una diffusa ed approfondita valutazione della vicenda. Si parte dalla considerazione che l’imputato, nella veste di capo dell’equipe chirurgica, era gravato da posizione di garanzia che si estende anche al decorso post operatorio come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità. D’altra parte, la delicatezza dell’intervento chirurgico e l’esigenza di un attento monitoraggio postoperatorio era evidente tenuto conto che si trattava di un neonato con un solo giorno di vita; e che la patologia era di non trascurabile rilievo, trattandosi di addome acuto da sospetta occlusione intestinale. Sebbene l’intervento chirurgico posto in essere per la confezione di una ileostomia fosse di relativamente agevole praticabilità e pur essendosi in presenza di atto operatorio ben riuscito, era tuttavia rimarchevole l’esigenza di un attento monitoraggio post operatorio.

L’esigenza di un attento monitoraggio, prosegue la Corte, è del resto documentata dalla circostanza che la responsabile della terapia intensiva si era addirittura recata in reparto ai fini della ricovero in tale servizio; ma il trasferimento non ebbe luogo per iniziativa dell’imputato. Diversi testimoni hanno concordemente riferito in tal senso.

D’altra parte, a fronte del mancato sebbene programmato trasferimento in terapia intensiva, rileva che l’imputato non abbia comunque assicurato un adeguato monitoraggio all’interno del reparto di chirurgia neonatale. I fatti conclamano che il piccolo, durante la notte fu assistito sostanzialmente da una zia; e che l’infermiera di turno, chiamata dalla zia, avverta la dottoressa V., in servizio di turno, dell’aggravarsi della condizione del piccolo paziente.

Tuttavia il piccolo non venne visitato dalla dottoressa che si limitò prescrivere un antidolorifico. Nè venne disposto il monitoraggio completo per verificare la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria, l’ossigenazione e l’elettrocardiogramma.

La pronunzia si spinge a ritenere obiettivamente dissennata la decisione di sottrarre il bambino al trasferimento in terapia intensiva. Si fa a tale riguardo riferimento ad un colloquio dell’imputato con il primario del reparto. Si considera che, pur ad ammettere che le istruzioni in tal senso siano pervenute da detto primario, l’imputato non poteva attenersi ad un passivo ossequio alle istruzioni impartite. Il vincolo gerarchico, infatti, non trova estrinsecazione nella cura concreta del paziente e delle decisioni di natura prettamente mediche da assumere in un caso in cui il primario si trovava completamente estraneo, non avendo partecipato all’intervento chirurgico ed essendo fisicamente assente dalla struttura sanitaria. Il dottor A. dove avrebbe dovuto agire in scienza e coscienza solo sulla base delle sue valutazioni personali. li processo evidenzia che nella vicenda si configurano condotte colpose anche della dottoressa V., processata in distinto giudizio. Peraltro anche ad ammettere che la condotta sanitari^di costei sia stata gravemente colposa, ciò non esclude, secondo la Corte d’appello, la responsabilità concorrente dell’imputato, come ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità. Ne può ipotizzarsi l’esistenza di interruzione del nesso causale.

Conclusivamente, il caso rendeva altamente prevedibile il sopravvenire di complicanze che avrebbero richiesto in ogni caso un attento monitoraggio. Tale monitoraggio non venne disposto anche per trascuratezza del sanitario; e non consentì la tempestiva diagnosi delle complicanze e l’esecuzione delle terapie che avrebbero potuto salvare il paziente.

Tale ponderazione si sottrae alle indicate censure. Essa, in primo luogo, propone una corretta enunciazione del principio di diritto pertinente. Invero, come questa Corte ha già avuto modo di affermare ripetutamente, la posizione di garanzia del capo dell’equipe chirurgica non è limitata all’ambito strettamente operatorio; ma si estende al contesto postoperatorio (Sez. 4^, 8/2/2005, Rv. 23132; Sez. 4^, 1/12/2004, Rv. 230820). Tale enunciazione trova razionale giustificazione nel fatto che il momento immediatamente successivo all’atto chirurgico non è per nulla avulso dall’intervento operatorio; non foss’altro che per il fatto che le esigenze di cura ed assistenza del paziente sono con tutta evidenza rapportate alle peculiarità dell’atto operatorio ed ai suo andamento in concreto: contingenze note al capo equipe più che ad ogni altro sanitario.

Alla luce di tale principio, la Corte territoriale esamina la concreta vicenda processuale, anche alla luce delle informazioni scientifiche offerte dagli esperti. La condizione del paziente neonato era critica ed esposta a rischi plurimi, connessi oltre che alla natura dell’atto operatorio, anche alla tenerissima età. In tale situazione si ritiene che fosse imprescindibile disporre un monitoraggio completo dei parametri vitali. La mancata adozione di tale cautela ha avuto decisivo ruolo nello sviluppo degli accadimenti, impedendo l’esecuzione tempestiva delle procedure occorrenti per fronteggiare la sopraggiunta emorragia. Non era importante che il monitoraggio avvenisse in un reparto od in un altro. Era invece necessario che esso venisse disposto. Per contro, l’imputato ha colpevolmente emesso tale essenziale prescrizione che, come si è visto, afferiva al suo ruolo di garante. E d’altra parte, come in innumerevoli occasioni enunciato da questa Suprema Corte, la concorrente responsabilità della dottoressa V. che ebbe in cura il piccolo paziente nel corso della notte non fa venir meno la primigenia responsabilità del capo equipe che, per quel che si è detto, era tenuto a dare disposizioni cogenti per l’immediato.

Dunque, si è in presenza di argomentazione probatoria conforme ai principi, basata su acquisizioni fattuali altamente significative ed immune da vizi logico-giuridici.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali; nonchè alla rifusione delle spese di parte civile che appare congruo liquidare come in dispositivo.

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; nonchè alla rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio che liquida per ciascuna delle stesse ( T.B. e R.A.) in Euro 1.500,00, oltre IVA, CPA e spese generali come per legge.

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Fisco: paga il contribuente per l’errore del commercialista (Cass. pen. n. 16958/2012)

Redazione
Massima
L’affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate (tale è l’assunto difensivo del ricorrente) – ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1988, art. 3, comma 8, come modificato dal D.P.R. n. 435 del 2001, – non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto. (a cura del **************)

 

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Roma, con sentenza emessa il 24/11/2010, confermava la sentenza del Tribunale di Civitavecchia, in data 15/02/2010, appellata da D.C., imputato del reato di cui al D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 5, – per aver omesso di presentare le prescritte dichiarazioni IVA relativa agli anni di imposta 1999, 2000, 2002, 2003 – e riconosciuto colpevole limitatamente agli anni di imposta 2002 e 2003, con la conseguente condanna alla pena di anni uno e mesi due di reclusione; pena sospesa.

2. L’interessato proponeva ricorso per Cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e).

In particolare il ricorrente esponeva:

a)che non ricorreva l’elemento soggettivo del reato de quo poichè l’omessa trasmissione delle dichiarazioni dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate era dovuta a colpa e/o negligenza del proprio commercialista ( S.G.), cui aveva affidata la tenuta della contabilità;

b) che comunque non ricorreva l’elemento obiettivo del reato de quo, non risultando accertato in modo univoco il superamento della soglia di punibilità penale fissata in Euro 77.468,53 per ogni anno di imposta, ai sensi del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5.

Tanto dedotto il ricorrente chiedeva l’annullamento della sentenza impugnata.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

La sentenza della Corte Territoriale, unitamente alla decisione di 1 grado – i due provvedimenti si integrano a vicenda – ha congruamente motivato i punti fondamentali della decisione.

In particolare i giudici del merito, mediante un esame analitico ed esaustivo delle risultanze processuali, hanno accertato che D.C., quale rappresentante legale della Cantieristica Laziale srl, con sede a (omissis), aveva omesso di presentare la prescritta dichiarazione IVA, fra l’altro, per gli anni di imposta 2002 e 2003, con conseguente evasione della relativa imposta, rispettivamente per un importo di Euro 111.618,47 per l’anno 2002 e di Euro 210.214,67, quanto all’anno 2003 (vedi sent. 2 grado, pagg. 1, 2, 3).

Ricorrevano, pertanto, nella fattispecie gli elementi costitutivi, soggettivo ed oggettivo, del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5, come contestato in atti.

2. Le censure dedotte nel ricorso sono generiche, perchè meramente ripetitive di quanto esposto in sede di Appello. Sono infondate perchè in contrasto con quanto accertato e congruamente motivato dai giudici del merito. Sono, altresì, errate in diritto. All’uopo va ribadito che l’affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate (tale è l’assunto difensivo del ricorrente) – ai sensi del D.P.R. n. 322 del 1988, art. 3, comma 8, come modificato dal D.P.R. n. 435 del 2001, – non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinchè tale mandato sia puntualmente adempiuto conforme Sez. 3^ n. 9163 del 29/10/2009 (depositata 08/03/2010), Rv 246208. 3. Va dichiarato, pertanto, inammissibile il ricorso proposto da D.C. con condanna dello stesso al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria che si determina in Euro 1.000,00.

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna li ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Narcotraffico internazionale: non sussiste il reato di offerta di vendita di droga se vi è desistenza volontaria (Cass. pen. n. 16938/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Il Tribunale di Palermo, giudicando il cittadino venezuelano D.N.M.W.A., la cui posizione processuale era stata separata da quella dei numerosi coimputati italiani e stranieri (incluso il fratello D.N.M.R.) già giudicati, con sentenza in data 3.12.2008 ha assolto l’imputato perchè il fatto non sussiste, ai sensi dell’art. 56 c.p., comma 3, dalla contestata accusa di concorso in illecito tentativo di importazione in Italia di una ingente quantità di cocaina (compresa tra 100 e 200 chili di sostanza) da acquisirsi in Venezuela a cura dello stesso D.N., narcotrafficante internazionale operante il quel Paese, e da far pervenire nel porto di Palermo, mediante dissimulato trasporto navale, ad un “cartello” di acquirenti formato da esponenti della criminalità italiana attivi a Bari ( L. M., L.V.A., un appartenente alla S.C.O. soprannominato “(omissis)”), Pescara ( S.A., L. M., ****, lo stesso D.N.R.), Roma ( La.Mi., D.B.M., M.L.) e Palermo ( T.R., G.R.). Fatto criminoso sviluppatosi a Palermo e altre zone del territorio nazionale ed estero (Venezuela e Spagna) nel periodo tra giugno e ottobre 2002. 1.1. Il Tribunale ha svolto una dettagliata disamina delle convergenti risultanze processuali costituite: a) da una lunga serie di conversazioni telefoniche intercettate su più utenze di coimputati e di D.N.W., attestanti l’evoluzione dei contatti e delle trattative in corso di svolgimento per esportare in Italia l’indicata imponente partita di droga, di rilevantissimo valore commerciale (tanto da implicare il coinvolgimento di più gruppi criminali italiani in veste di acquirenti), conversazioni le più significative delle quali – ai fini del progetto delittuoso- risultano quelle del coimputato L.M. (recatosi più volte a Caracas presso il D.N. per sincerarsi dell’affidabilità del fornitore) e, in modo particolare, quelle tra lo stesso D.N. e l’emissario già operante nel narcotraffico in Italia D.B.M., che (valendosi delle “entrature” del coimputato T. presso il porto di Palermo) avrebbe dovuto individuare il container occultante la partita di droga trasportato da una nave giunta a Palermo, aprirlo con le chiavi portate dal Venezuela e svuotarlo del carico illecito, richiudendolo con sigilli contraffatti prima dei controlli doganali; b) dalle dichiarazioni del coimputato L.M., divenuto collaboratore di giustizia, che – nel confessare la partecipazione alla programmata importazione di droga – ha chiamato in correità il fornitore D.N.W., fornendo ampia descrizione delle trattative per perfezionare l’acquisto, dichiarazioni attendibili, perchè avvalorate dagli inequivoci contenuti delle captate conversazioni intercorse tra il D.N. e più coimputati; c) dalle concordi dichiarazioni di riscontro di più aspetti della complessa operazione di traffico internazionale di droga rese dai coimputati M.L., G.R. e, in parte, D.B.M..

1.2. All’esito dell’analisi dei predetti dati di conoscenza i giudici di primo grado sono pervenuti alla conclusione della ravvisabilità nella vicenda di tutti gli elementi costitutivi del contestato tentativo di importazione dell’ingente quantitativo di stupefacente.

Ad avviso del Tribunale i fatti di causa delineano un quadro di condotte univoche e idonee, nella convergenza degli interessi in gioco messi in luce dalle intercettazioni e dalle rivelazioni del L., al raggiungimento del preventivato obiettivo di far giungere in Italia una consistente partita di cocaina. Le trattative al riguardo avviate tra il fornitore sudamericano della droga, l’odierno imputato D.N.W., e il composito gruppo di acquirenti italiani coordinati dall’intermediazione del correo D. B., si sono protratte per un apprezzabile periodo di tempo. Le stesse trattative non si sono esaurite nello scambio di meri propositi delittuosi o nella formulazione di un progetto generico e indistinto, nè si sono limitate a semplici condotte o atti di mera natura preparatoria di un reato non seguito da una fase potenzialmente esecutiva. Esse sono sfociate in un serio e concreto programma criminoso, definito nelle sue fasi di realizzazione (essendosi anche raggiunto l’accordo di massima sul prezzo di vendita, stabilito in Euro 25.000,00 per ogni chilo di cocaina, e sulle modalità di un anticipato pagamento della metà del prezzo globale e del versamento del saldo ad avvenuta rivendita della droga in Italia). Le varie fasi dell’operazione sono state valutate e progettate anche in taluni aspetti di dettaglio: dalle possibili forme di occultamento della droga per il trasporto navale sino alle modalità del prelevamento del carico, una volta giunto a Palermo, prima dei rituali controlli doganali. L’operazione stessa, del resto, si inserisce nell’ambito di antecedenti spedizioni di droga in Italia realizzate, per quantitativi inferiori, attraverso lo stesso canale internazionale e segnatamente riferibili ai coimputati D.B. e D.N.R. (fratello dell’odierno imputato).

1.3. Tutto ciò chiarito, il Tribunale ha affrontato la problematica delle cause della mancata attuazione del piano criminoso, la cui azione esecutiva non è stata realizzata, rimanendo circoscritta nell’area del contestato tentativo, nella sua tipologia normativa c.d. incompiuta (art. 56 c.p., comma 1: “se l’azione non si compie…”).

Sotto questo profilo i giudici di merito di primo grado hanno ritenuto configurabile nelle condotte del D.N. (e dei coimputati) la fattispecie della desistenza volontaria prevista dall’art. 56 c.p., comma 3, con coerente declaratoria di insussistenza del reato di tentata importazione di cocaina in Italia.

Il Tribunale ha osservato che le trattative per la pianificazione della progettata ingente importazione di droga subiscono un rallentamento dopo il casuale ed imprevisto arresto di D.B. M., l’intermediario dell’operazione in Italia con l’importante ruolo di acquisire il carico di droga non appena giunto a Palermo.

Costui è, infatti, arrestato il 7.8.2002 a Palermo perchè trovato in possesso di 23 chili di marijuana. Tale evento dovuto a cause indipendenti dalle volontà dei coimputati, per quanto importante (le intercettazioni testimoniano il particolare legame che unisce l’imputato D.N.W. al D.B.), non determina – tuttavia- la cessazione delle trattative per l’organizzazione del grosso traffico di cocaina. Contatti e negoziati proseguono. Tant’è che viene individuato nell’imputato M.L. (come da questi confermato) il possibile sostituto del D.B. nel ruolo di intermediario tra le parti dell’accordo criminoso e, a tal fine, il detto M. si pone in contatto con i coimputati palermitani G. e T.. E’ in questa fase, assai successiva all’arresto del D.B., che insorgono più problemi che rendono vieppiù difficoltosa la realizzazione del piano, sì da indurre tutti i partecipi a desistere deliberatamente dal proseguire nella attuazione del progetto. Tali problemi sono individuati dal Tribunale – alla luce delle emergenze probatorie (intercettazioni e dichiarazioni dei coimputati G. e M.) – in primo luogo nel vanificarsi dell’apporto dei complici (finanziatori-acquirenti) palermitani, preoccupati di suscitare, con l’importazione di un quantitativo di droga rilevante come quello preventivato, le reazioni a livello territoriale della criminalità mafiosa locale, non resa previamente partecipe dell’iniziativa. In secondo luogo nelle incomprensioni insorte tra D.N.W. e i correi pescaresi e baresi, che gli rimproverano – tra l’altro – il disinteresse per le sorti del corriere italiano P.R., arrestato il 18.5.2002 all’aeroporto di Caracas in procinto di rientrare in Italia con cinque chili di cocaina, “commissionatigli” da D.N. R. e forniti dall’odierno imputato. Sicchè i potenziali acquirenti baresi (il non identificato “(omissis)”) comunicano esplicitamente a D.N.W. di non essere più interessati al programmato “affare”. In terzo luogo nelle congiunte sopravvenute difficoltà nel reperire (venuti meno alcuni gruppi del cartello di acquirenti) le considerevoli risorse economiche per perfezionare il notevole acquisto di droga e di trovare affidabili canali per trasferire all’estero senza destare sospetti le rilevanti somme di denaro occorrenti per l’acquisto.

A fronte di tutti questi elementi il Tribunale di Palermo ha ritenuto sussistere l’ipotesi della desistenza attiva di cui all’art. 56 c.p., comma 3, scaturita dalla concorde determinazione volontaria dei coimputati, compreso il “fornitore” venezuelano D.N.W..

Una forma volontaria di desistenza, quindi, dipendente unicamente dalla libera scelta degli imputati, atteso che essi – pur dopo l’arresto dell’intermediario D.B. – ben avrebbero potuto proseguire nel già avanzato percorso organizzativo ed esecutivo del piano, come si evince dall’illustrato protrarsi per un buon periodo di tempo delle instaurate trattative finanziarie e logistiche dell’affare. Conclusione cui il Tribunale perviene attraverso l’ampia motivazione della decisione, non senza puntualizzare come tale esito valutativo si coniughi alle analoghe conclusioni raggiunte nel processo principale (decisione incidentale del Tribunale del riesame cautelare; sentenza del g.u.p. in giudizio abbreviato, confermata dalla Corte di Appello di Palermo) a carico dei coimputati di D. N.W., prosciolti con l’analoga formula liberatoria dell’insussistenza del fatto per intervenuta desistenza volontaria ex art. 56 c.p., comma 3, (sentenza Tribunale, p. 58: “…va condiviso l’orientamento delle altre autorità giudiziarie che hanno proceduto nei confronti dei coimputati, sussumendo l’episodio nel reato tentato…anche per evitare inaccettabili disparità di trattamento dei diversi correi nel medesimo fatto… l’inquadramento, per il solo D.N., della fattispecie nel diverso delitto di promessa in vendita, oltre a determinare una obiettiva disparità di trattamento tra i vari coimputati del medesimo fatto di reato, appare in contrasto con la peculiare ipotesi di importazione dall’estero di droga e con lo stato della fase organizzativa ed esecutiva già posta in essere”).

1.4. Come si desume dalle precisazioni appena riportate, il Tribunale di Palermo ha correttamente affrontato, in via preliminare, la tematica della corretta qualificazione giuridica della condotta criminosa attribuita all’imputato e ai correi separatamente giudicati in riferimento alla possibile riconducibilità della specifica condotta di fornitore della droga destinata ad essere importata in Italia dell’imputato D.N. alla diversa ipotesi della semplice offerta o messa in vendita della partita di cocaina, condotta alternativa sanzionata dalla L. S., art. 73, comma 1, da considerarsi, in tesi, compiutamente consumata dal D.N..

I giudici di primo grado muovono, nell’esame della questione, da una decisione di legittimità (Cass. Sez. 4,10.3.2005 n. 44621, Orlando, rv. 232819), secondo cui, in tema di rapporto istituibile tra il reato di tentata cessione di stupefacenti e il reato consumato di offerta in vendita di stupefacenti, qualora tra venditore e acquirente non si raggiunga un accordo perfezionativo della vendita (su qualità, quantità e prezzo della droga), deve ritenersi ravvisabile a carico del venditore il reato consumato di messa in vendita dello stupefacente e non quello di tentata vendita. Ipotesi, quest’ultima, che non sarebbe configurabile perchè il legislatore, con l’art. 73, L.S., ha anticipato – quanto alla vendita e alla cessione delle sostanze stupefacenti – la soglia di punibilità con la previsione delle condotte di messa in vendita e di offerta che, sicuramente antecedenti alla vendita e alla cessione, si connotano – diversamente dalla vendita e dalla cessione – per la non avvenuta “dazione” della droga. Osserva nondimeno il Tribunale che, come può evincersi dalla motivazione della citata sentenza, la S.C. non ha inteso escludere in maniera assoluta la possibilità di configurare il tentativo di cessione di sostanze stupefacenti. Di tal che l’anticipazione della soglia di punibilità non può riguardare indistintamente tutti i casi di cessione o (come nel caso di specie) di importazione dall’estero di droga, poichè si perverrebbe ad una sostanziale estromissione dall’ordinamento giuridico dell’ipotesi del tentativo punibile di tale reato. Nel caso di offerta in vendita di droga per realizzare la consumazione del reato è sufficiente la mera dichiarazione di disponibilità dello stupefacente da parte dell’offerente venditore, purchè seria e astrattamente realizzabile.

Nel caso di disponibilità immediata e concreta della droga oggetto di una cessione o importazione, per altri versi non conclusasi, rimangono ampi margini per ravvisare l’ipotesi del tentativo, ove di questo ricorrano le condizioni. E al fine di un corretto inquadramento della fattispecie concreta si rende indispensabile prendere in considerazione, per non incorrere nell’errore concettuale di un possibile eccesso di anticipazione della soglia di punibilità, anche il contesto generale in cui si sono svolte le trattative tra venditore e potenziali acquirenti e tutte le attività propedeutiche alla cessione. In base alle emergenze probatorie della regiudicanda ascritta al fornitore e venditore D.N.W. si è in presenza di un’articolata attività di narcotraffico tra il Venezuela e l’Italia, nel cui alveo si colloca anche l’episodio di tentata importazione per cui è processo (sentenza, p. 6: “Non si tratta di pure e semplici trattative tra un fornitore straniero, l’odierno imputato, che si dichiarava in possesso di sostanze stupefacenti e possibili acquirenti italiani, ma di un ulteriore carico di cocaina che andava ad aggiungersi ad altri episodi di importazione di droga già conclusi e perfezionati”).

2. Il Procuratore della Repubblica di Palermo ha appellato la sentenza del Tribunale, deducendo l’erronea applicazione della causa esimente prevista dall’art. 56 c.p., comma 3, per illogico apprezzamento dei motivi che hanno provocato la mancata esecuzione della programmata importazione in Italia di 100 o 200 chili di cocaina. Motivi da reputarsi indipendenti dalla volontà del D. N. e dei coimputati e che lasciano, per ciò, invariati gli elementi strutturali del contestato tentativo punibile di importazione di droga. Motivi che vanno individuati soltanto nell’imprevisto e casuale arresto del coimputato D.B.C., la decisività del cui ruolo nel portare a definitiva conclusione la progettata importazione è evidenziata dallo stesso Tribunale. E’ tale arresto che provoca la stasi e l’abbandono del progetto già in via di elaborazione organizzativa e modale, come ancora osserva lo stesso Tribunale.

In via subordinata l’appellante p.m. ha reintrodotto l’ipotesi della sussumibilità della condotta del D.N. nella alternativa ipotesi di reato consumato della offerta in vendita di droga.

Fattispecie che, come statuito dalla giurisprudenza di legittimità, non implica l’accettazione dell’offerta da parte del potenziale acquirente. Accettazione che, per il principio consensualistico di derivazione civilistica che regola anche la compravendita di droga, ricondurrebbe il fatto nella casistica della cessione o vendita.

L’impugnazione del p.m. è stata contrastata da una memoria dei difensori di D.N.W. che, deducendo l’infondatezza della tesi dell’appellante, hanno segnalato come le posizioni di tutti gli altri coimputati nel medesimo reato ascritto al D.N. siano state definite con il proscioglimento per ritenuta desistenza volontaria. La memoria ha addotto che: 1) i coimputati diversi dai due fratelli D.N. (posizioni entrambe separate per ragioni processuali) sono stati prosciolti in primo grado all’esito di giudizio abbreviato con sentenza 9.2.2007 del g.u.p. del Tribunale di Palermo, sentenza che – impugnata dal p.m. – è stata confermata dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza del 28.10.2008; 2) l’imputato D.N.R. è stato prosciolto dalla stessa accusa di tentata importazione di droga con sentenza della Corte di Appello di Palermo del 24.9.2009, passata in giudicato in parte qua, essendo oggetto di ricorso per cassazione per la sola confermata condanna relativa all’episodio criminoso connesso all’operazione di narcotraffico culminata nell’arresto in Venezuela del correo P. (tutte le citate decisioni sono state versate agli atti del processo).

3. Con la sentenza pronunciata il 14.2.2011, richiamata in epigrafe, la Corte di Appello di Palermo, in riforma della sentenza di primo grado e in parziale accoglimento del gravame del p.m., ha ritenuto la condotta di D.N.W. qualificabile come “offerta in vendita consumata di ingente quantitativo di stupefacente del tipo cocaina” e, in ragione della ritenuta diversità del fatto contestato, ha disposto – ai sensi dell’art. 521 c.p.p., comma 2 – la trasmissione degli atti al pubblico ministero per quanto di competenza.

3.1. I giudici di secondo grado hanno condiviso la ricostruzione delle varie fasi della vicenda criminosa oggetto del processo sviluppata dal Tribunale, ma hanno ritenuto erroneo l’apprezzamento della specifica condotta del fornitore D.N.W.. Se è evidente che non basta il mancato perfezionamento dell’accordo sulla compravendita di droga per escludere il tentativo di acquisto quando risultino compiute – come nel caso di specie – attività idonee e dirette in modo non equivoco alla realizzazione dell’acquisto, diversa valutazione deve svolgersi – osserva la sentenza di secondo grado – per la posizione del potenziale venditore – fornitore. Il suo contegno ricade comunque nell’ambito di una offerta o messa in vendita dello stupefacente penalmente rilevante ai sensi dell’art. 73, comma 1, L.S. In tale diversa fattispecie di “anticipata” punibilità, consumata senza necessità di accettazione dell’offerta, deve ricondursi il comportamento dell’imputato venezuelano.

Come puntualizzato dal Tribunale, è pacifico che il D.N. avesse la reale disponibilità (o l’agevole possibilità di procurarsela) dell’imponente quantità di cocaina (100/200 chili) oggetto delle trattative di vendita con i coimputati italiani.

Sbaglia, però, il Tribunale nell’assimilare la posizione dell’imputato a quella dei correi attivi in Italia (acquirenti della cocaina), non tenendo conto della peculiare diversità dei loro rispettivi ruoli. In altri termini, se per i promissari acquirenti italiani può anche ritenersi ravvisabile una volontaria desistenza dal portare a conclusione l’acquisto di droga, la condotta del D. N. operante a Caracas è già esaurita nei suoi aspetti di rilevanza penale nell’ambito della diversa fattispecie, perfezionata in tutti i suoi elementi (reato consumato), di offerta o messa in vendita della droga.

In questa ottica la Corte territoriale rileva, quindi, un “difetto di contestazione” consistito nella omologazione della posizione del D. N., offerente in vendita, a quella dei potenziali acquirenti e destinatari dello stupefacente, i correi per i quali si è proceduto separatamente. Difetto di contestazione avallato dalla sentenza del Tribunale, “che ha ritenuto non sussistente il tentativo senza distinguere le condotte”. 3.2. Nulla precisandosi nel dispositivo della decisione sulle sorti della sentenza del Tribunale all’esito della “riqualificazione” giuridica del fatto reato ascritto a D.N.W., la Corte palermitana ha chiarito nella motivazione della sentenza la contestualità per dir così automatica dell’effetto di annullamento o caducazione della sentenza assolutoria di primo grado.

Premesso che la mancanza di correlazione tra fatto contestato e fatto risultato nel dibattimento deve essere rilevata dal giudice di appello, sia quando la diversità del fatto non sia stata rilevata dal giudice di primo grado, sia quando essa risulti nel giudizio di appello, i giudici di secondo grado osservano che – in forza del combinato disposto degli artt. 521 e 598 c.p.p. – il giudice del gravame non può che rinviare gli atti al pubblico ministero, non trovando applicazione la specifica disciplina dettata dall’art. 604 c.p.p., comma 1, che impone la trasmissione degli atti al giudice di primo grado ed è riferibile alla differente ipotesi della nullità sancita dall’art. 522 c.p.p., in cui il giudice di primo grado abbia condannato per un fatto diverso in violazione delle regole sulle contestazioni dibattimentali. A sostegno di tale assunto la sentenza richiama una decisione di questa S.C. (Cass. Sez. 1, 28.2.2006 n. 8831, *********, rv. 233795), alla luce della quale articola il successivo passaggio della motivazione. In essa si aggiunge che, dovendo il giudice di appello che accerti la diversità della regiudicanda annullare – in applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1 – la sentenza di primo grado, tale esito caducatorio è indotto dal fatto che altrimenti la sentenza di primo grado, in quanto suscettibile di passare in giudicato e di dar luogo alla preclusione di cui all’art. 649 c.p.p., renderebbe inutile la trasmissione degli atti al p.m. perchè proceda per il ritenuto diverso fatto reato.

Di tal che nel caso dell’imputato D.N., la cui condotta si mostra diversa da quella sulla quale si è difeso ed abbisogna di specifica nuova contestazione, l’adottata decisione nella parte in cui dispone la trasmissione degli atti al p.m. serve l’interesse dell’imputato tutelato dall’art. 522 c.p.p., mentre nella parte in cui annulla la sentenza di primo grado ha la funzione di rimuovere ogni possibile preclusione all’iniziativa del p.m. (“il quale tornando ad essere titolare dell’azione penale avrà il solo vincolo di non ripetere la medesima contestazione”). Conseguente è per i giudici di appello la definizione della propria decisione come meramente processuale (“perchè non si pronuncia nè sul fatto contestato, non potendo farlo per non creare preclusioni, nè su quello diverso che emerge dagli atti, non potendo giudicare su un fatto non contestato”). L’annullamento della sentenza di primo grado che si unisce alla restituzione degli atti al p.m. perchè proceda per il fatto diverso non determina, del resto, alcun pregiudizio per l’imputato, posto in grado di difendersi durante le nuove indagini, che possono sfociare anche in una archiviazione, o nel corso del nuovo giudizio (così la citata sentenza di legittimità n. 8831/2006).

Ad avviso dei giudici di appello il fatto che il dispositivo non abbia enunciato formalmente la statuizione di annullamento della sentenza di primo grado impugnata dal p.m. non fa venire meno la certezza della delibata “illegalità della sentenza impugnata per aver ritenuto un fatto diverso”. Per altro l’esplicito riferimento in dispositivo all’art. 521 c.p.p., comma 2, vale a “chiarire senza ombra di dubbio la volontà della Corte di riformare, annullandola, la sentenza impugnata”. Nè argomento contrario potrebbe trarsi dalla mancata indicazione (sempre nel dispositivo) dell’art. 604 c.p.p., perchè nel caso del D.N. la prima sentenza è stata di assoluzione e non di condanna (“per cui, esulando dalla fattispecie le ipotesi disciplinate dall’art. 604 c.p.p., l’esplicito riferimento alla riforma della sentenza non può che essere inteso in senso formale, dovendosi ritenere sul piano sostanziale come vero e proprio annullamento, secondo quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza Paglini” (Cass. S.U., 6.12.1991 n. 2477, *******, rv. 189397, ndr)).

4. Avverso la descritta sentenza di appello hanno proposto ricorso per cassazione i difensori di D.N.W., denunciandone vizi di violazione di legge sotto i due profili di seguito sintetizzati.

4.1. Violazione ed erronea applicazione degli artt. 521, 597, 598, 604 e 605 c.p.p..

Premesso che la statuizione di annullamento della sentenza di primo grado, non indicata nel dispositivo della sentenza e surrogata dalla sua posteriore motivazione, qualifica la specificità dell’interesse impugnatorio del ricorrente (alla conservazione della prima sentenza assolutoria), la decisione impugnata è illegittima e abnorme.

Innanzitutto ai sensi dell’art. 597 c.p.p., in caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento, la cognizione del giudice di appello è limitata alla pronuncia di una sentenza di condanna o di proscioglimento per una causa diversa da quella ritenuta dalla sentenza appellata. La decisione della Corte di Appello di Palermo non rientra in nessuno dei casi previsti dall’art. 597 c.p.p., e fuoriesce dai parametri delimitativi della cognizione del giudice di secondo grado.

In secondo luogo è erroneo il tentativo della Corte di applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, al di fuori dei casi tassativamente previsti da tale norma, secondo cui soltanto in presenza di una sentenza di condanna per un reato concorrente o per un fatto nuovo il giudice di appello è legittimato a dichiarare la nullità della sentenza con connessa trasmissione degli atti al pubblico ministero. Al riguardo la giurisprudenza di legittimità ha chiarito ogni possibile equivoco, affermando che il giudice di appello può esercitare il potere di annullamento del provvedimento impugnato, tipico della giurisdizione di legittimità, nei soli casi previsti dall’art. 604 c.p.p., al di fuori di tali ipotesi tassative applicandosi i principi di conservazione degli atti e di economia processuale (così Cass. Sez. 4, 17.1.2008 n. 13916, Romano, rv. 239221).

In terzo luogo in base alla lettura coordinata dell’art. 597 c.p.p., comma 2, lett. b), e art. 604 c.p.p. (norma, questa, non suscettibile di applicazione analogica), risulta evidentemente inapplicabile il disposto dell’art. 521 c.p.p., comma 2, nei procedimenti di appello instauratisi esclusivamente a seguito di impugnazione proposta dal p.m. avverso una sentenza di assoluzione. Il principio di correlazione tra accusa e sentenza è, d’altra parte, espressamente previsto a tutela del diritto di difesa e non è impropriamente applicabile per una sentenza di assoluzione. Non sottacendosi, inoltre, che la trasmissione degli atti al p.m. per ritenuta diversità del fatto reato va in ogni caso disposta con ordinanza, sì che la decisione di appello ha utilizzato un tipo di provvedimento (sentenza) non previsto dalla legge per il conseguimento degli effetti di cui all’art. 521 c.p.p., comma 2.

In quarto ed ultimo luogo è incongruo il richiamo all’art. 649 c.p.p., operato dalla sentenza di appello in funzione preventiva di preclusioni all’esercizio dell’azione penale per il presunto fatto diverso, atteso che il c.d. principio del ne bis in idem è efficace soltanto nei confronti del medesimo fatto, seppure diversamente qualificato, oggetto di un procedimento definito con sentenza irrevocabile. Nel caso di specie, essendosi in presenza di un “fatto diverso”, nessuna preclusione potrebbe pregiudicare l’esercizio di una “nuova” azione penale da parte del p.m. Ne consegue che la Corte di Appello, pur rilevando un fatto diverso, avrebbe comunque dovuto confermare la sentenza di assoluzione per il fatto (diverso) originariamente contestato al D.N..

4.2. Violazione dell’art. 56 c.p., e art. 73, comma 1 L.S..

Ad ulteriore prova del concreto interesse del ricorrente al ripristino della originaria imputazione appare evidente che la sentenza di appello ha errato nel formulare a carico del D.N. la diversa ipotesi criminosa dell’offerta in vendita di stupefacente.

Già il Tribunale aveva verificato l’eventuale diversa qualificazione giuridica dell’accusa contestata, affrontando in fatto e in diritto la diversa ipotesi dell’offerta in vendita ed escludendola con adeguata e logica motivazione (segue, nel ricorso, la trasposizione delle pagine 4-7 della motivazione del Tribunale sul punto).

Il Tribunale ha ritenuto che la condotta anticipata di mera offerta in vendita era stata largamente superata da tutta una serie di atti posti in essere dall’imputato e tali da configurare la successiva condotta di tentata importazione non andata a buon fine per desistenza volontaria. Dinanzi alle argomentazioni logiche e coerenti della sentenza di primo grado la Corte di Appello non ha valutato se la condotta di offerta in vendita era da ritenersi superata dalla successiva ipotesi di importazione in forma tentata, in difetto di alcun nuovo elemento tale da modificare la già delineata vicenda processuale.

5. Il ricorso proposto nell’interesse di D.N.W., ammissibile, è assistito da fondamento e l’impugnata sentenza della Corte di Appello di Palermo deve essere annullata senza rinvio per insussistenza del fatto reato ascritto all’imputato in applicazione della causa di esclusione della punibilità prevista dall’art. 56 c.p., comma 3. 5.1. Che la composita sentenza di appello definita dalla stessa Corte territoriale meramente processuale, benchè si dilunghi anche nell’esame del merito dell’originaria regiudicanda elevata a carico dell’imputato per affermare la ritenuta diversità del fatto contestato, sia ricorribile per cassazione – in presenza di palese interesse dell’imputato a mantenere ferma la decisione liberatoria di primo grado – è evenienza giuridica non meritevole di particolare commento, atteso il principio generale (art. 111 Cost., art. 568 c.p.p., comma 2) per cui tutte le sentenze, ove non altrimenti impugnabili, sono ricorribili per cassazione senza possibilità di distinzione tra sentenze di merito e sentenze c.d. processuali (cfr.: Cass. Sez. 5, 25.9.2001 n. 38795, *****, rv. 220800; Cass. Sez. 4, 17.1.2008 n. 13916, Romano, rv. 239221, citata nel ricorso dell’imputato; Cass. S.U. 25.6.2009 n. 29529, P.G. in proc. *********, rv. 244108, che ha risolto la questione della ricorribilità per cassazione di una sentenza di annullamento di merito in rapporto agli artt. 607 e 608 c.p.p.; Cass. Sez. 6, 1.7.2009 n. 34828, **********, rv. 244770).

Il richiamo effettuato dalla sentenza di appello all’art. 649 c.p.p., a sostegno dell’affermata duplice natura dell’adottata decisione (sentenza di annullamento processuale; ordinanza di trasmissione degli atti al p.m.) è, del resto, inconferente ed anzi è proprio il principio del divieto del ne bis in idem che concorre a rendere concreto e attuale l’interesse al ricorso dell’imputato. In vero nel caso della decisione di appello in esame difetta per definizione il requisito della “medesimezza del fatto” produttivo della preclusione processuale ad un nuovo giudizio nei confronti del D.N..

Essendosi ipotizzata la diversità del fatto reato ascritto al ricorrente, quale causa della trasmissione degli atti al p.m. per l’esercizio dell’azione penale in ordine al “fatto diverso”, è evidente che, come si osserva in ricorso, nessuna preclusione potrebbe mai incontrare il p.m. nell’esercizio dei suoi poteri di azione. Laddove, invece, palese diviene l’interesse dell’imputato a preservare il passaggio in giudicato della decisione assolutoria sull’altro diverso fatto inizialmente ascrittogli.

5.2. I rilievi di natura processuale formulati con il primo motivo di ricorso sono in gran parte fondati, ancorchè superati e assorbiti dal decisivo accoglimento del secondo motivo di ricorso afferente al merito della decisione impugnata in punto di definizione giuridica (diversa) attribuita alla condotta criminosa di D.N.W..

Messa da canto, perchè non funzionale alla presente decisione, la problematica della discordanza tra il dispositivo (che, solo, integra il decisum della pronuncia) della sentenza di secondo grado, non recante alcuna statuizione sull’annullamento della sentenza di primo grado appellata dal p.m., e la motivazione della sentenza di appello, che indugia nel precisare l’effetto caducatorio della sentenza del Tribunale immanente nella decisione assunta ex art. 521 c.p.p., comma 2, la sentenza impugnata dal D.N. non può definirsi abnorme, ma unicamente viziata da erronea applicazione della legge processuale. Nel senso che erroneamente la Corte di Appello ha sostenuto e giustificato l’avvenuto annullamento della sentenza di primo grado, quando – nella descritta situazione di ritenuta diversità del fatto contestato all’imputato – avrebbe dovuto limitarsi a disporre la trasmissione degli atti al p.m. senza annullare la prima sentenza, non ponendosi nel caso di specie un problema di vanificazione delle garanzie difensive (privazione di un grado di giudizio) del D.N., in quanto prosciolto in primo grado.

5.3. La sentenza impugnata giustifica l’effetto di annullamento della decisione di primo grado riveniente dalla diversa qualificazione del fatto contestato con il supporto della giurisprudenza di legittimità che avvalorerebbe l’illustrata tesi (Cass. Sez. 1, 28.2.2006 n. 8831, *********, rv. 233795 e successive decisioni conformi), sia ponendo l’accento sulle esigenze di salvaguardia dei diritti di difesa dell’imputato, rivelatisi compromessi da una erronea contestazione elusiva del principio di correlazione ex art. 521 c.p.p., sia di evitare, come detto, possibili preclusioni derivanti dal giudicato della prima decisione. Donde la necessità del suo annullamento. A tal fine la sentenza evoca un’applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, che, oltre a porsi in contraddizione con l’estraneità del caso del D.N. (assolto dal Tribunale) alla previsione della ridetta norma, pur rilevata dalla stessa Corte di Appello, è quanto meno impropria.

L’indirizzo della giurisprudenza di legittimità in tema di annullamento della sentenza di primo grado, quando il giudice di appello rilevi la diversità del fatto contestato e restituisca gli atti al p.m. per sanare la violazione delle regole in tema di contestazioni dibattimentali (artt. 521 e 522 c.p.p.), indirizzo cui esplicitamente si richiamano i giudici di appello palermitani, non viene in discussione. Nè possono porsi in dubbio i principi affermati pressochè uniformemente dalle decisioni di legittimità che sostanziano tale orientamento interpretativo dell’art. 604 c.p.p., comma 1 (cfr., ex pluribus: Cass. S.U., 6.12.1991 n. 2477/92, *******, rv. 189397; Cass. Sez. 2, 19.11.2004 n. 47976, ************, rv. 230954; Cass. Sez. 1, 31.1.2006 n. 8351, *******, rv. 233512; Cass. Sez. 1, 17.2.2006 n. 11576, *********, rv. 233792; Cass. Sez. 6, 10.10.2007 n. 47549, P.G. in proc. **********, rv. 238323; Cass. Sez. 1, 17.3.2010 n. 18509, P.G. in proc. ********, rv. 247200; Cass. Sez. 4, 9.2.2010 n. 18135, P.G. in proc. C, rv. 247533).

Ciò che rileva, evidenziando l’errore prospettico in cui è caduta la Corte di Appello, è soltanto il dato per cui tali principi non sono applicabili al caso specie concernente l’imputato D.N..

Per un verso, infatti, la casistica contemplata dall’art. 604 c.p.p., comma 1, la sola in nome della quale è consentito al giudice di appello annullare la sentenza di primo grado, ha carattere tassativo, come deve argomentarsi anche da una recente decisione delle Sezioni Unite di questa Corte regolatrice (Cass. S.U. 27.11.2008 n. 3287/09, rv. 244118), e in tale casistica non possono farsi ricadere vizi diversi da quelli ivi contemplati, quali eventuali vizi della motivazione della sentenza appellata, al pari di quelli ipotizzati dai giudici di appello nella sentenza assolutoria del Tribunale con riguardo alla corretta definizione del fatto costituente la regiudicanda (cfr. ex multis: Cass. Sez. 5, 9.2.2000 n. 727, *********, rv. 215726; Cass. Sez. 5, 8.2.2005 n. 11961, P.C. in proc. **********, rv. 232058; Cass. Sez. 5, 19.2.2010 n. 19051, ********, rv. 247252). Laonde appare quanto meno problematico supporre che del disposto dell’art. 604 c.p.p., comma 1, possa operarsi una applicazione processuale analogica nel senso proprio dell’istituto della analogia (art. 12 preleggi, comma 2).

Per altro e complementare verso la palese inapplicabilità (anche analogica) al caso del ricorrente D.N. delle descritte regole richiamate nella sentenza impugnata discende dal fatto che la sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale nei confronti del D.N. è una sentenza di proscioglimento con formula ampiamente liberatoria (insussistenza del fatto reato), impugnata dal solo p.m. Non già, quindi, una sentenza di condanna o comunque sfavorevole all’imputato, che è la sola decisione considerata annullabile dall’art. 604 c.p.p., comma 1, per violazione del principio di correlazione e della connessa disciplina dibattimentale (art. 516 c.p.p. e ss.). E’ agevole constatare, del resto, quando non ci si limiti alla lettura delle sole massime delle decisioni di questa S.C. – che tutte le sentenze prima citate che, nell’ipotesi di diversità del fatto rilevata in appello, prevedono in uno alla trasmissione degli atti al p.m. il coevo annullamento della sentenza di primo grado, contemplano senza eccezioni casi di sentenze di condanna in primo grado. E ciò è a dirsi anche per quelle isolate decisioni che evocano la possibile applicazione analogica dell’art. 604 c.p.p., comma 1, (Cass. Sez. 5, 27.10.2006 n. 18509, Verde, rv. 247200; Cass. Sez. 4, 9.2.2010 n. 18135, rv. 247533). Applicazione analogica, va precisato per completezza, che è ù tuttavia – calibrata in relazione all’esigenza di prevenire potenziali applicazioni dell’art. 649 c.p.p., in casi in cui la diversità del fatto, non rilevata dal giudice di primo grado, investe condotte punibili non totalmente estranee all’area di “medesimezza” ontologica del fatto storico individuata dagli artt. 516 e 649 c.p.p. (condotte in parte sovrapponibili in più segmenti attuativi ovvero diversamente circostanziate ovvero, ancora, soltanto sussumibili in fattispecie incriminatrici diverse per nomen iuris).

E’ allora chiaro, per concludere, che, in tanto possono correlarsi all’annullamento della sentenza di primo grado pretese esigenze di garanzia dei diritti di difesa dell’imputato, osservandosi – come afferma la sentenza impugnata – che l’annullamento della prima sentenza non pregiudica l’imputato, che può difendersi nel corso delle nuove indagini o nel nuovo giudizio, in quanto la sentenza di primo grado sia una sentenza di condanna (come richiesto dall’art. 604, comma 1). Solo in questo caso la regressione del procedimento alla fase delle indagini preliminari può non essere fonte di nocumento dell’imputato, che in tal caso al disagio di una protratta pendenza giudiziaria (non disgiunto, però, dall’incedere dei termini prescrizionali) si coniuga l’oggettivo beneficio della caducazione di una sentenza che ne ha comunque affermato la penale responsabilità per un determinato fatto reato.

5.4. Ferma l’erronea declaratoria di nullità della sentenza assolutoria di primo grado nei confronti di D.N.W., integrativa di un dispositivo della decisione che a posteriori deve giudicarsi corretto ed esauriente, l’errore più rilevante della sentenza di appello attiene, sul piano sostanziale, alla ritenuta diversità del fatto contestato (rectius contestabile) all’imputato, giudicato riconducibile alla fattispecie incriminatrice della offerta o messa in vendita consumata (le due ipotesi sono lette in giurisprudenza e in dottrina come sinonimi, sebbene non paiano omologabili sul piano strettamente semantico), in luogo del concorso nella tentata importazione di droga in Italia ab origine contestato al D.N..

5.4.1. L’errore della Corte di Appello, che non si è confrontata con la valutazione del tema della corretta qualificazione del fatto pur diffusamente affrontato dal Tribunale, appare indotto da un fuorviato inquadramento del reato previsto dall’art. 73, comma 1 L.S., in base al quale si è finito per valorizzare un segmento dell’azione del D.N. estrapolato dall’interezza della sua condotta e dal complessivo contesto intersoggettivo o relazionale in cui essa si è inserita, contribuendo a dare corpo alla regiudicanda per cui lo stesso D.N. e i suoi coimputati sotto stati tratti a giudizio per rispondere dello stesso reato in concorso tra loro (appunto il tentativo di importazione di droga in Italia). Con ulteriori potenziali conseguenti effetti o sviluppi processuali non considerati dalla Corte di Appello.

Effetti che investono l’applicazione del principio di territorialità della legge penale italiana di cui all’art. 6 c.p., comma 2. Se la condotta del D.N. integra per la Corte di Appello il reato di offerta in vendita di droga a potenziali acquirenti italiani, con cui egli ha avuto contatti telefonici rimanendo in Venezuela, tale reato (consumato a prescindere da ogni possibile o presumibile trattativa negoziale) si perfeziona nel momento e nel luogo in cui avviene l’offerta o manifestazione d’intenti dell’offerente e potenziale venditore. Quindi nel caso del D.N. in Venezuela nel giugno del 2002. Donde l’inesistenza della giurisdizione italiana su siffatto reato, difettando ogni momento di collegamento territoriale (se non astratto o soltanto virtuale) con l’Italia, indispensabile per la punibilità del fatto reato, come prevede l’art. 6 c.p., comma 2, (non ricorrendo le eventuali ulteriori ipotesi di cui agli artt. 7 e 8 c.p.). Ed effetti, ancora, che lambiscono il tema del divieto di reformatio in peius (art. 597 c.p.p., comma 3). Ribadendosi che la sentenza assolutoria di primo grado è stata a suo tempo appellata dal solo p.m., il D.N. – se ritenuto responsabile del reato monosoggettivo consumato di offerta in vendita di droga – potrebbe vedersi infliggere una pena ampiamente superiore a quella prevista nel caso in cui fosse stato giudicato colpevole dell’originario reato di concorso in tentata importazione di droga in Italia.

5.4.2. E’ necessario soffermarsi, allora, sulla esegesi strutturale della fattispecie criminosa prevista dall’art. 73 L.S., rimasta sostanzialmente immutata – quanto alle componenti della materialità del reato – dopo la novella di cui alla L. 21 febbraio 2006, n. 49.

La norma incriminatrice di cui ali art. 73 L.S. sanziona una serie di condotte tipiche equivalenti che si pongono in rapporto di alternatività formale e di progressione criminosa. Quando alcune di tali condotte si susseguono senza soluzione di continuità temporale ed esecutiva e in un medesimo contesto operativo, non si è in presenza di più fatti criminosi (singoli e autonomi reati), ma di una unitaria condotta articolata in più fasi o frazioni esecutive che si fondono inscindibilmente tra loro. E’ soltanto l’analisi del contesto storico in cui si esprimono le condotte antigiuridiche o propedeutiche ad un evento illecito in materia di circolazione di sostanze stupefacenti di uno o più soggetti agenti che permette di decifrare il livello o grado di punibilità delle condotte, cioè delle graduali e crescenti soglie di offensività reale del fatto e, quindi, di inquadrare la fattispecie criminosa, tra quelle alternativamente elencate dall’art. 73, comma 1, L.S., applicabile a quelle condotte.

Come a chiare note emerge dalla ricostruzione sequenziale delle fasi delle complessive condotte collettive dell’odierno imputato D. N. e dei coimputati operanti in Italia sviluppata dalla sentenza del Tribunale in aderenza ai convergenti dati probatori raccolti, ricostruzione che la Corte territoriale sostiene di condividere, è agevole prendere atto di due congiunte e significative evenienze.

L’offerta in vendita della cocaina nell’ingente quantità ipotizzata dalla pubblica accusa riferibile al D.N. non rimane fine a se stessa o isolata sul piano intersoggettivo, ma si inscrive nell’ambito di una serie di rapporti di narcotraffico tra il Venezuela e l’Italia già in atto e di cui sono protagonisti gli stessi D.N. ed i coimputati. Rapporti di cui vi è ampia traccia nelle sentenze versate in atti (e richiamate dal Tribunale) emesse nei confronti di più imputati attivi in Italia. L’offerta in vendita o, per essere più precisi, la messa in vendita della droga (che di questa risulta avere una pronta disponibilità – detenzione e non la sola concreta possibilità di acquisirla) di D.N. W. non si esprime in modo autonomo o individuale, ma si manifesta nel quadro di un contestuale e non scindibile accordo con i coimputati (il “cartello” degli acquirenti italiani con alcuni dei quali già intercorrono “affari” di narcotraffico). Accordo di immediata apprezzabilità penale, anche in ragione del principio consensualistico che regola pure le compravendite (illecite) di sostanze stupefacenti (Cass. Sez.6, 18.4.1995 n.7949, ***********, rv. 201847; Cass. Sez. 5 29.9.2010 n. 39644, Alleanza, rv. 248508), e che fin dall’inizio investe qualità, quantità (100 o 200 chili di cocaina) e perfino il prezzo dell’affare, sviluppandosi poi in trattative e ripetuti contatti intercontinentali per mettere a punto i dettagli organizzativi e logistici del criminoso piano di importazione della droga in Italia, non portato a compimento per la volontaria concorde rinuncia dei soggetti operanti (art. 56 c.p., comma 3).

Le decisioni di legittimità che l’impugnata sentenza di appello richiama per coonestare l’affermata ipotesi dell’autonoma indipendente punibilità dell’offerta in vendita di droga di D. N.W. (per tutte: Cass. Sez. 4, 10.3.2005 n. 44621, Orlando, rv. 232819; Cass. Sez. 1, 25.3.2010 n. 29670, Buffardeci, rv. 248606) valorizzano, non a caso, situazioni e vicende non assimilabili alla regiudicanda coinvolgente il D.N. e i suoi coimputati e nelle quali l’offerta o messa in vendita di droga non si accompagna in termini di contestualità ad alcun vero e serio accordo, sia pure di massima, dell’offerente con i potenziali acquirenti.

5.4.3. Il contegno di offerta in vendita di D.N., insomma, non consuma l’integrale disvalore della sua complessiva condotta di rilievo penale, rappresentandone soltanto un indispensabile previo segmento non separabile dall’unitaria concorsuale vicenda di narcotraffico per cui è processo, che il giudice di primo grado ha correttamente inquadrato nell’ambito del delitto di tentata importazione di droga.

L’art. 73, comma 1, L.S. integra una norma a più fattispecie alternative (condotte plurime), la cui eventuale congiunta realizzazione implica l’assorbimento delle diverse condotte in un unico reato. Quando – come detto – siano poste in essere nello stesso contesto modale e in diacronica e non interrotta concatenazione, più condotte tra quelle sanzionate dall’art. 73, comma 1, L.S. aventi per oggetto materiale un certo quantitativo di sostanza stupefacente, non si determina un fenomeno di concorso formale di reati, ma un unitario fatto criminoso posto in essere nella dinamica esecutiva di un organico ed indivisibile progetto antigiuridico (cfr.: Cass. Sez. 4, 19.11.2008 n. 6203/09, ****, rv. 244101; Cass. Sez. 3, 26.11.2009 n. 8163/10, Merano, rv. 246211; Cass. Sez. 6,11.12.2009 n. 9477/10, *******, rv. 246404). E’ di tutta evidenza che in una situazione di tal genere, in cui le singole condotte illecite afferenti allo stesso progetto di compravendita di droga siano contestuali o cronologicamente contigue e siano riconducibili ad uno stesso soggetto agente o a più soggetti operanti in concorso e previo accordo tra loro, l’unitarietà e la medesimezza del fatto reato, cioè della condotta nel suo complesso e nei suoi segmenti formativi, producono la sussunzione (o assorbimento) del contegno illecito per dir così minore in quello più grave e, in senso lato, onnicomprensivo.

Effetti che assumono una propria specifica significatività quando, come nel caso di specie, una delle frazioni dell’unitario plurisoggettivo comportamento antigiuridico è costituito (come si evince dai dati offerti dalla sentenza di primo grado) da una condotta, più che di semplice offerta o messa in vendita, di reale detenzione illecita dello stupefacente oggetto della concordata transazione. Cioè da una ipotesi criminosa di natura permanente, la cui consumazione si protrae per tutto il tempo in cui si esplica la relazione di disponibilità, materiale e/o giuridica, della droga facente capo al coimputato che, nel quadro dell’accordo criminoso ex art. 110 c.p., inscritto in una collaborazione illecita già in atto, assume il ruolo di fornitore e venditore della sostanza ai coimputati acquirenti (v. Cass. Sez. 4,3.6.2009 n. 34332, ****, rv. 245200).

5.4.4. Nulla ovviamente eccependo il ricorrente D.N. in ordine alla operatività dell’esimente di cui all’art. 56 c.p., comma 3, riconosciuta dalla sentenza di proscioglimento del Tribunale di Palermo (in uniformità alla sua omologa applicazione avvenute per tutti i coimputati del ricorrente separatamente giudicati), non occorre in questa sede – nel rispetto del principio di devolutività dell’impugnazione – soffermasi sull’istituto della desistenza volontaria disciplinato dal citato art. 56 c.p., comma 3. E’ soltanto il pubblico ministero appellante la sentenza assolutoria del Tribunale che ne contesta l’applicazione, ma la sentenza di appello oggi impugnata dal D.N., inquadrando la regiudicanda nell’area della rilevata diversità del reato contestato, coerentemente non ha affrontato tale specifico tema di censura. Il che non esime questa Corte, per le valenze nomofilattiche delle proprie decisioni, dal rilevare incidentalmente che la sentenza di primo grado (derivativamente “confermata” dalla presente decisione) ha offerto ampia e giuridicamente corretta motivazione della ritenuta sussistenza della peculiare causa di risolutiva esclusione della punibilità del contestato reato di tentata importazione concorsuale di droga o, se si preferisce, di esclusione della tipicità normativa del tentativo criminoso per sostanziale difetto del dolo di consumazione dell’azione criminosa.

Dalle osservazioni fin qui illustrare consegue che la palese insussistenza o non configurabilità nella condotta di D.N. M.W.A. dell’ipotesi criminosa alternativa (“diversa”) della “mera” offerta di vendita della droga da esportare dal Venezuela in Italia, ritenuta dalla sentenza della Corte di Appello di Palermo del 14.2.2011, determina l’annullamento senza rinvio di questa decisione per l’insussistenza del predetto fatto reato.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè la condotta di offerta in vendita non sussiste.

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Inutilizzabili le dichiarazioni dei correi in assenza di riscontri oggetti esterni (Cass. pen. n. 16939/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Il processo ha ad oggetto tre omicidi (di S.R., di Vi.Wi. e di P.A.), un tentato omicidio in danno di P.V., derubricato in lesioni e minacce aggravate, e altri reati minori in materia di armi, di sottrazione di cadavere, di tentativi di estorsione. Fatti tutti commessi in Lecce e provincia, all’interno di diversi gruppi malavitosi gravitanti nel sodalizio mafioso denominato “sacra corona unita”, capeggiati da C.F., ****** e V.C..

2. La Corte di assise di Lecce, con sentenza pronunciata il 6 luglio 2007, anche sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia C.F., V.G., G. M., D.S.P., C.S., G. M. e ******, condannò:

– D.F.M. alla reclusione di 6 anni e due mesi per il capo A2 (concorso nella sottrazione del cadavere di S. R.);

– D.T.O. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per due mesi per i reati di cui ai capi E) ed E1: (concorso nell’omicidio di Vi.Wi. e connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma);

– M.G. alla reclusione di due anni e due mesi per il capo A2 (sottrazione del cadavere di S.R.), con l’attenuante della collaborazione di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 8.

– M.N. e V.F. alla reclusione di 18 anni e 2 mesi per il delitto di cui al capo A: (concorso anomalo ex art. 116 c.p. nell’omicidio di S.R.);

– V.C. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per quattro mesi per i reati di cui ai capi A2 (sottrazione del cadavere di S.), F (omicidio di P.A.), e F1 (connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma);

– V.N.I. alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi per i reati di cui al capo D (lesioni gravi e aggravate in danno di P.V.), D1 (connesso reato di detenzione e porto d’armi), F (omicidio di P.A.), F1 (connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma), G (tentativo di estorsione in danno di S.G.), H (evasione).

3. La Corte di assise di appello di Lecce, con la sentenza oggi in esame, ha rigettato gli appelli degli imputati ed ha accolto l’impugnazione del pubblico ministero, dichiarando V.C. colpevole anche dell’omicidio di V.W. e dei connessi reati di detenzione e porto abusivi di arma, rideterminando la pena nell’ergastolo con isolamento diurno di un anno.

4. Ricorrono per cassazione i sei imputati in epigrafe elencati.

4.1. D.F.M. deduce, ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. b) ed c) violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. e vizio di motivazione per contraddittorietà e manifesta illogicità della sentenza.

Lamenta mancata risposta ai motivi di appello concernenti le contrastanti versioni circa la presenza di D.F. alla commissione del fatto-reato, l’incertezza del luogo dove avrebbe dovuto trovarsi il cadavere poi distrutto, le dichiarazioni de relato di C.F. (di cui contesta l’attendibilità), le dichiarazioni di M.G. e la mancanza di relativi riscontri.

4.2. D.T.O. denuncia mancanza, contraddittoria e illogica motivazione, in relazione alla regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, con riferimento all’attendibilità intrinseca ed estrinseca dei collaboratori C.F. e M.G.. Censura la sentenza per avere affermato la responsabilità dell’imputato sulla base di una doppia chiamata in reità de relato, in contrasto con la giurisprudenza di legittimità.

Critica, in particolare, la ritenuta genuinità delle dichiarazioni di M., che conobbe i fatti attraverso la pubblicazione delle accuse di C. sul Quotidiano di Lecce.

4.3. M.N. impugna la sentenza per violazione di legge e inosservanza o erronea applicazione legge penale e per vizio di motivazione (art. 606 cod. proc. pen. comma 1, lett. b) ed e)) in relazione all’art. 192 dello stesso codice, per avere la Corte fondato la dichiarazione di colpevolezza sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vi., nonostante sia stato ritenuto inattendibile, nonchè sulle dichiarazioni di C.F. e S.A..

Censura l’illogicità della motivazione e l’uso errato del principio di frazionabilità delle dichiarazioni con riferimento a quanto riferito da Vi., contraddittoriamente valutato dai giudici come imputato inattendibile e come collaboratore attendibile.

Denuncia violazione di legge ed erronea applicazione legge penale e relativo vizio di motivazione (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) ed e) in relazione all’art. 116 cod. pen..

4.4. V.F. deduce inosservanza o erronea applicazione dell’art. 116, cod. pen., comma 2, e vizio di motivazione per contraddittorietà e manifesta illogicità.

In particolare, censura la ritenuta colpevolezza ex art. 116 cod. pen. per l’omicidio di S., pur in difetto di coscienza e volontà di concorrere con altri nella realizzazione di un qualsiasi reato e denuncia la mancanza di rapporto di causalità materiale e psichico tra la sua condotta e il diverso reato realizzato, avente il carattere dell’eccezionalità per l’azione assolutamente imprevedibile di Vi.Wi., che sparò allo S..

Con un secondo motivo, rubricato “Mancata assunzione di una prova decisiva. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione” lamenta la mancata applicazione dell’attenuante speciale di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 8. 4.5. Il ricorso di V.C. ha ad oggetto tre capi della sentenza impugnata.

A) Con riferimento alla condanna per omicidio di V.W. (capo F dell’imputazione), si deduce, ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. b) ed e), violazione di legge, inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e relativo vizio di motivazione, con riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Si censura la sentenza d’appello per essere pervenuta alla condanna senza avere affrontato il tema dell’attendibilità del collaborante e senza avere adempiuto l’obbligo di motivazione rafforzata sussistente in caso di ribaltamento in appello della sentenza assolutoria di primo grado.

Si critica l’attribuzione alle dichiarazioni del M. del valore di riscontro alla chiamata di correità del C., deducendone anche l’inutilizzabilità per violazione dei termini di cui al D.L. n. 8 del 1991, art. 16 quater, comma 9; si denuncia comunque l’inattendibilità della tardiva indicazione nominativa, avendo in precedenza indicato il nome del “cugino piccolo”, N.I. V..

Si censura ancora di illogicità la motivazione che ha ritenuto la falsità dell’abili addotto dall’imputato, con il conseguente aggravamento del quadro probatorio, anzichè il fallimento dello stesso, come aveva invece valutato la Corte di primo grado.

B) Con riferimento al capo della sentenza relativo alla dichiarazione di colpevolezza per l’omicidio P., si deduce “Violazione di legge. Inosservanza o erronea applicazione della legge penale (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3) e vizio di motivazione per manifesta illogicità e contraddittorietà risultante dal testo del provvedimento impugnato e da altri atti del processo (art. 606 cod. proc. pen., lett. e))”.

Di tali vizi è affermata la sussistenza in relazione all’affermata attendibilità di C.F. e alla valutazione delle sue dichiarazioni, nonchè di quelle di D.S. e M., ritenute come validi riscontri esterni al racconto del C..

Si reitera la censura relativa all’alibi valutato come falso e denuncia e critica l’utilizzazione del principio di frazionamento delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, nonostante le gravi inesattezze riferite con riferimento al luogo del commesso delitto, alla presenza di colui che svolgeva funzioni di “telecamera”, al calibro dell’arma e alla identificazione della motocicletta utilizzate per l’agguato, alle discordanze con quanto riferito dal teste T..

C) Per quanto concerne il capo della condanna relativo alla sottrazione del cadavere di S.R. (capo A2), sono dedotti violazione di legge, inosservanza o erronea applicazione della legge penale (art. 606 cod. proc. pen., lett. b) in relazione all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3,) e vizio di motivazione per manifesta illogicità e contraddittorietà risultante dal testo del provvedimento impugnato e da altri atti del processo (art. 606 cod. proc. pen., lett. e)) 4.6. Anche V.N.I. ha impugnato tre capi della sentenza.

A) con riferimento all’omicidio P. (capi F – F1) propone gli identici motivi del cugino, concorrente nel delitto, C. V..

B) In ordine al reato di minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. (capo D dell’originaria imputazione, poi derubricata) e al connesso reato in materia di armi (capo D1), il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento alle dichiarazioni accusatorie di V.G., M.G. e C.F.. Contesta l’ascrivibilità dell’agguato alla guerra mafiosa del gruppo C. contro il gruppo P.- V., in quanto il P. non era soggetto gravitante nei territorio Leccese trovandosi a Lecce da una sola settimana di ritorno da Milano ove lavorava come elettricista.

C) Per quanto concerne il capo G (tentativo di estorsione in danno di S.G. per costringerlo mediante minaccia ad acquistare sei telecamere per una somma di 3.000 Euro da installare nei pressi della propria abitazione), deduce ex art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen, erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione, per essere stata ritenuta la condotta minatoria solo perchè la parte offesa rimase spaventata dalla visita del V. conosciuto per i suoi trascorsi criminali.

5. Il ricorsi degli imputati saranno di seguito esaminati con riferimento ai diversi capi della sentenza impugnata.

 

Motivi della decisione

1. Concorso in distruzione, soppressione o sottrazione dei cadavere di S.R..

D.F.M. e V.C., unitamente a G. M., sono stati condannati per concorso nella sottrazione del cadavere di S.R. (artt. 110 e 411 cod. pen.), compiuta, su decisione concordata tra C.F. e V.C., quando si diffuse la voce che V.F. stava collaborando con gli inquirenti. Il fatto fu deciso e realizzato per non far ritrovare i resti del cadavere di S., buttato in un pozzo di campagna dopo l’omicidio eseguito da V.W., e così togliere credibilità alle temute dichiarazioni del collaboratore.

1.2. Il ricorso di D.F.M., al limite della ammissibilità, va rigettato.

Le censure rivolte alla sentenza impugnata non hanno fondamento. La Corte d’assise d’appello ha esaurientemente risposto ai motivi dedotti nell’atto di gravame, rilevando non soltanto che il nome di D.F.M., come partecipe alla rimozione del cadavere dello S., fu indicato da tutti i collaboratori di giustizia, ma evidenziando soprattutto che il racconto del M., che ha confessato la propria personale partecipazione al fatto, risulta dettagliato e preciso sulla partecipazione del D.F. e trova precisi riscontri individualizzanti nelle dichiarazioni del C..

Queste risultano per una parte de relato, ma costituiscono accuse dirette nella parte in cui il C. precisò di aver mandato il D.F. “a disposizione” del V. per poter ripulire il pozzo, così confermando l’indicazione fornita dal M. sulla telefonata fatta dal C. al D.F. per spiegargli che bisognava aiutare V.C. a rimuovere un cadavere.

Senza alcun pregio sono le reiterate censure sulla valutazione di attendibilità dei collaboratori C. e M., giustificata dalla sentenza impugnata e da quella di primo grado con motivazione logicamente plausibile, giuridicamente corretta e conforme alla giurisprudenza di legittimità in tema di applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3. 1.3. Le censure mosse da V.C. a questo capo della sentenza vanno dichiarate inammissibili per genericità, limitandosi il ricorrente a denunciare l’asserita contraddittorietà delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia senza farsi carico dell’esauriente motivazione resa dalla Corte d’assise d’appello e sopra riassunta con riferimento alla posizione del D.F..

2. Omicidio di P.A. e connessi reati in materia di armi.

2.1. V.C. e V.I.N. furono tratti a giudizio per rispondere di concorso nell’omicidio di P.A., entrambi in qualità di esecutori materiali, il primo anche come mandante insieme con C.F., per avere, a bordo di motocicletta e con il viso coperto da casco, in una via centrale di (omissis), esploso colpi di pistola contro il P., provocandogli gravissime lesioni che lo portarono alla morte dopo quindici giorni.

Per tale reato, e per il connesso reato di detenzione e porto in luogo pubblico della pistola, i due cugini V. sono stati condannati, con doppia conforme sentenza, alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno (rispettivamente di quattro e di sei mesi per C. e V.I.N.).

La responsabilità degli imputati è stata affermata dalle Corti del merito sulla base della chiamata in correità di C.F., che si dichiarò mandante del delitto (insieme con C. V.), indicando come esecutori materiali lo stesso V. e suo cugino V.I.N..

Il movente dell’omicidio fu individuato nell’appartenenza della vittima al gruppo avversario P.- Vi., che contendeva il territorio di Surbo al gruppo facente capo a V.C. e C.F. e, più specificamente, nel sospetto che il P. avesse ricoperto il ruolo di “telecamera” (una sorta di avvisatore della presenza in un determinato luogo del bersaglio da eliminare) in occasione del duplice omicidio di F.G. e C.D., compiuto il 18.5.1999 nel ristorante “Duca d’Este” di (omissis).

Emerge dalle sentenze di merito che le dichiarazioni accusatorie del C. erano espressione di conoscenza diretta sulla deliberazione del delitto, avendo il chiamante riferito della decisione omicidiaria concordata con V.C.; mentre avevano natura de relato sulle modalità esecutive, per avere ricevuto da V.C., la sera stessa in cui fu commesso il delitto, l’assicurazione che “l’azione” era andata a compimento e per avere successivamente appreso il racconto del delitto da entrambi i cugini V..

Le accuse del C. sono state ritenute riscontrate da quelle di D.S., che apprese del fatto dagli stessi imputati, nel periodo in cui faceva da vivandiere durante la loro latitanza, e da M., che ne ebbe notizia sia dallo stesso C., sia da C. V., con cui condivise un periodo di detenzione nel carcere di Ancona.

2.2. Le censure di malgoverno dei criteri di valutazione della prova e di vizio di motivazione, al limite dell’inammissibilità, vanno rigettate.

La valutazione dei giudici sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia C.F., D.S.P. e G. M. risulta esauriente e completa rispetto alle censure rivolte con gli atti d’appello, indenne da manifesta logicità e contraddittorietà e conforme ai principi che, in tema di applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e 4, sono stati affermati reiteratamente da questa Corte sulla verifica di attendibilità estrinseca ed intrinseca e sulla necessità di riscontri esterni individualizzanti.

La Corte di secondo grado non ha omesso di riesaminare alcuno degli elementi sottoposti alla sua attenzione con gli atti di gravame, sottolineando la convergenza delle dichiarazioni rese dai tre collaboranti sul nucleo essenziale del fatto omicidiario (numero e nomi dei partecipanti, armi utilizzate, uso da parte dei due killer di una motocicletta di grossa cilindrata).

In tale valutazione i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione della giurisprudenza di legittimità, la quale ha reiteratamente precisato che, in tema di prova di delitti maturati nell’ambito d’organizzazione criminale di tipo mafioso, le eventuali smagliature e discrasie, anche di un certo rilievo, rilevabili nelle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboratori di giustizia, sia al loro interno, sia nel confronto tra esse, non implicano, di per sè, il venir meno della loro affidabilità, quando, sulla base d’adeguata motivazione, risulti dimostrata la loro complessiva convergenza nei nuclei fondamentali (Cass. Sez. 1, n. 42990/2008, Rv. 241821, ********; Sez. 6, n. 6425/2010, Rv. 246528, Caramuscio).

Nè i giudici hanno affermato la colpevolezza degli imputati fondandosi sulla convergenza di chiamate de relato da parte dei tre collaboratori, giacchè, come importante riscontro esterno, la sentenza evidenzia la coincidenza tra la circostanza riferita dal C. (il cd. “tentennamento” dell’assassino, che alla fine omise di sparare il “colpo di grazia”, ritenendo già morta la vittima a seguito dei colpi andati a segno) e i particolari relativi alla fase esecutiva del delitto riferiti dal teste T., del tutto estraneo all’ambiente dei collaboratori di giustizia, secondo cui il killer, mentre già stava allontanandosi dopo avere sparato al P., ritornò sui suoi passi per colpire ancora, ma la pistola si inceppò.

Si tratta di significativa coincidenza di particolare di rilievo, giacchè è ben evidente che il mancato colpo finale, ascritto dal C. a “tentennamento” dell’assassino, può ben essere attribuito a inceppamento dell’arma da parte di un testimone terrorizzato per la brutalità e la violenza della scena cui assistette.

In presenza di siffatti, sicuri e consistenti elementi probatori, di trascurabile rilievo appare la questione relativa all’alibi, fallito o falso, dell’imputato V.C..

La Corte non ha mancato di valutare e spiegare le aporie e le divergenze emerse nel racconto dei dichiaranti a proposito di chi, tra i due imputati conducesse la motocicletta e chi fece fuoco contro il P., dell’identificazione dello specifico tipo e marca della motocicletta utilizzata, dell’errata indicazione del luogo dell’attentato data dal C., della presenza nelle vicinanza del luogo del delitto dell’imputato V.P., assolto per mancanza di riscontri esterni alla chiamata operata dal C..

Ognuno di tali elementi è stato analizzato e spiegato nella sentenza in esame e la conclusione cui i giudici sono pervenuti risulta plausibilmente logica, sì da sottrarsi al sindacato di legittimità consentito dall’art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e).

Ne consegue che, a differenza di quanto si dirà relativamente all’omicidio S., in questo caso l’applicazione del cd. principio di frazionabilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ritenuti attendibili e credibili, risulta del tutto corretta.

3. Omicidio di S.R..

3.1. V.F. e M.N. furono rinviati a giudizio per rispondere, in qualità di mandanti, dell’omicidio di S.R., materialmente eseguito il 5 marzo 2001 da W. V. (successivamente ammazzato), per vendicare il mancato pagamento di un quantitativo di stupefacente da parte della vittima.

Sono stati condannati con applicazione della diminuente di cui all’art. 116 cod. pen., comma 2, essendo stato ritenuto il concorso anomalo nel fatto omicidiario commesso da V.W., che aveva esploso un colpo di pistola alla testa di S., mentre questi veniva condotto nell’autovettura guidata da M. verso un luogo più defilato, dove chiedergli conto dell’ammanco del denaro ovvero della cocaina a lui consegnata per la vendita.

I giudici del merito – valutate le dichiarazioni rese da F. V., F. e C.S., D.S.P. e S.A., tutti collaboratori di giustizia – hanno escluso che Vi.Fr., capo del piccolo gruppo dedito al traffico di stupefacenti, avesse impartito al suo braccio destro M.N. l’ordine di uccidere S.. Hanno invece affermato che, una volta scoperto il mancato versamento del denaro corrispondente ad un quantitativo di droga consegnato a S., il Vi. avesse impartito l’ordine di recuperare o cocaina o il danaro equivalente, contemplando “l’ipotesi di una severa lezione, di lesioni personali anche gravissime, ma non anche l’eventualità dell’omicidio”. Le Corti territoriali hanno ritenuto che l’azione repentina di Vi.Wi. “non era stata neppure ipotizzata”, ma che Vi. e M. “avessero previsto e voluto, quantomeno a titolo di dolo eventuale, il delitto di lesioni personali volontarie in danno di S.R.”. 3.2. Le censure principali mosse dai ricorrenti alla sentenza, pur se differenziate, s’incentrano sulla valutazione d’inattendibilità di Vi.Fr. e sulla contestuale utilizzazione del principio di frazionamento delle sue dichiarazioni, nonchè sulla motivazione relativa al concorso anomalo.

Il M. (con i primi due motivi di ricorso) denuncia l’illogicità della motivazione e il malgoverno della regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, nella parte in cui la sentenza fonda la decisione di condanna sulle dichiarazioni dell’inattendibile collaboratore Vi.Fr., dichiarazioni valutate come non credibili nei confronti dello stesso Vi. e di altri imputati ( S. e V.N.I.), ma pienamente utilizzate a carico del ricorrente.

Sia il M. (con il terzo motivo) sia il Vi. (con il primo motivo) criticano poi la sentenza per l’erronea applicazione della legge penale e per vizio di motivazione, con riferimento all’art. 116 cod. pen..

3.3. Osserva il Collegio che i vizi di motivazione, denunciati sotto diversi profili dal M. e dal Vi., sono fondati.

In ordine alla prima questione, si rileva che con riferimento al collaboratore V.F. la sentenza di prima grado – dopo averne rimarcato la “figura assai ambigua”, con “una invincibile tendenza all’auto-elogio” e alla “magniloquenza” che “rende quanto mai difficile discernere la realtà dall’enfasi” – aveva concluso “per una generale inattendibilità delle dichiarazioni” da lui rese, rinviando alla trattazione specifica dell’omicidio S. per l’ulteriore illustrazione della “inverosimiglianza di fondo” del suo racconto.

Con riferimento specifico all’omicidio S., la Corte d’assise valutò lacunosa e poco verosimile la narrazione del Vi., ritenendo che “allorquando rende le sue dichiarazioni sul punto, la sua posizione non è dissimile da quella di qualsiasi altro imputato, che ha … interesse a respingere le accuse, allontanando da sè qualsiasi responsabilità; egli riacquista invece la propria veste giuridica di collaboratore di giustizia allorquando rende dichiarazioni concernente la responsabilità di altri”.

I giudici d’appello hanno condiviso la valutazione frazionata delle dichiarazioni del Vi., operata dalla Corte di primo grado, senza replicare alle puntuali obiezioni dell’appellante M., che contestava la possibilità di operare tale frazionamento una volta esclusa l’attendibilità del dichiarante.

Sul punto sussiste sia il vizio di motivazione sia quello di erronea applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, denunciati dal ricorrente M..

In proposito, va ribadito che, ai fini di una corretta valutazione della chiamata in correità a norma disposto dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, il giudice deve in primo luogo sciogliere il problema della credibilità del dichiarante (confitente e accusatore) in relazione, tra l’altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici;

in secondo luogo deve verificare l’intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; infine egli deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni.

L’esame deve esser compiuto seguendo l’indicato ordine logico non per meccanica adesione alla giurisprudenza di questa Corte, ma perchè non si può procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli “altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità” se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla chiamata in sè, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa (ex pfurimis, v. Cass, Sez. U, n. 1653 del 21/10/1992 Rv. 192465, ******; Cass. Sez. 5, n. 31442 del 28/06/2006, Rv. 235212, *********).

Nel presente caso, i giudici del merito hanno omesso di seguire tali criteri e – pur avendo ritenuto inattendibile il Vi. e inverosimili le dichiarazioni da lui rese in quanto finalizzate ad escludere il proprio coinvolgimento nel delitto – hanno fatto uso delle sue dichiarazioni per affermare la penale responsabilità del M., trascurando di considerare che, normalmente, è proprio la spontanea ammissione delle proprie personali responsabilità in ordine ad un grave delitto a costituire un significativo indice di attendibilità del chiamante in reità o correità anche per le dichiarazioni contra alias.

Sulla possibilità di valutazione frazionata delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, occorre sottolineare che essa non può trasformarsi in un espediente per eludere i criteri innanzi indicati, giacchè il cd. principio di frazionabilità delle dichiarazioni e la possibilità di utilizzare quelle ritenute credibili ed estrinsecamente riscontrate presuppongono l’attendibilità del dichiarante.

Ciò è tanto vero che, in caso di eventuali accertate falsità di parte delle dichiarazioni, per utilizzare le altre parti di dichiarazioni ritenute, il giudice deve giustificare logicamente la ragione che ha originato la falsità, spiegare come e perchè questa non mina la generale attendibilità del dichiarante, dimostrare la mancanza di interferenza tra parti false e il resto del narrato (cfr. Cass. Sez. 6, n. 7627 del 31/01/1996, Rv. 206590, *********; Sez. 6, n. 6221/2006, *******; Sez. 5, n. 37327/2008, Palo; Sez. 4, n. 12349/2008, *************; Sez. 4, n. 9450/2008, *******).

3.4. In ordine all’affermazione di responsabilità penale ex art. 116 cod. pen., la Corte d’appello ha condiviso la valutazione della Corte d’assise, la quale aveva affermato come V.F. e N. M. avessero previsto, quanto meno a titolo di dolo eventuale, il delitto di lesioni personali volontarie in danno di S.R. …, ma non anche il suo assassinio; tuttavia, mentre l’auto guidata da M. si dirigeva verosimilmente verso qualche luogo più defilato, dove condurre l’interrogatorio, W. V. freddò lo S. con un colpo di pistola alla testa”.

Dopo avere correttamente premesso che la responsabilità ex art. 116 cod. pen., comma 2, ricorre quando l’imputato, pur non avendo previsto la commissione del diverso più grave reato da parte dei concorrenti, avrebbe potuto rappresentarsene l’eventualità se, alla luce di tutte le circostanze del caso concreto, avesse fatto uso della normale diligenza, la Corte d’assise di primo grado concluse che “fu gravemente negligente non immaginare che anche in quell’occasione” Vi.Wi., per personalità, storia personale e abitudini, “sarebbe stato armato … e se solo ne avesse avuto la possibilità egli avrebbe usato quell’arma, anche per uccidere, con buona pace degli ordini impartiti da suo zio” Fr. V..

La valutazione delle Corti del merito, secondo cui l’iniziativa omicidiaria di V.W. non costituì un fatto eccezionale, implica la conoscenza da parte di Vi.Fr. che, nella fase di esecuzione dell’ordine da lui impartito al M., avrebbe potuto partecipare anche il nipote W.. Ma di tale conoscenza non v’è dimostrazione nella sentenza impugnata.

Nell’atto di gravame, dopo avere evidenziato l’incarico dato dal Vi. al M. di prendere S.R. e di tenerlo a sua disposizione, si deduceva che Vi. non potesse immaginare che nella vicenda potessero intromettersi persone del gruppo C., ossia, concretamente, che il M. potesse servirsi di Vi.Wi. (appartenente al gruppo malavitoso C.) per ottemperare all’ordine di V.F..

In replica, la Corte d’assise d’appello osserva che Wi.

V., pur facendo parte del gruppo C., era uno dei soci della sala-giochi in cui si incontravano i soggetti appartenenti al gruppo capeggiato da V.F. e che questi non aveva mai affermato di essersi stupito della partecipazione alla spedizione nei confronti dello S. de nipote W..

Ciò tuttavia non equivale all’affermazione, e tanto meno alla dimostrazione, che ****** sapesse o avrebbe dovuto sapere in anticipo, sia pure sulla base delle modalità operative del suo gruppo o delle abitudini del suo uomo di fiducia M., che alla spedizione avrebbe partecipato o quanto meno avrebbe potuto partecipare il W., ciò che risulta indispensabile per addebitare l’accaduto a titolo di art. 116 cod. pen., secondo il criterio della prevedibilità in concreto.

Non meno carente è la motivazione relativa al M..

Rileva il Collegio che non v’è alcun passo della sentenza impugnata da cui risulti la consapevolezza di tale imputato che il giovanissimo W. fosse abitualmente armato.

La Corte d’assise d’appello annota, con riferimento ad entrambi gli imputati, che essi erano “ignari – sebbene per loro grave impudenza – della presenza dell’arma”. Tale affermazione risulta, però, del tutto apodittica nei confronti del M., non essendo accompagnata da alcun riferimento fattuale, cosicchè rimane senza risposta il legittimo quesito del difensore di M., che nell’atto di appello e nel ricorso oggi in esame domanda “per quale via di inferenza logica si deve ritenere che anche il M. sapesse dell’abitudine di Vi.Vi.Wi. di circolare armato”. 3.5. La sentenza va, pertanto, annullata nei confronti di Vi.

F. e M.F., con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce per nuovo giudizio.

4. Omicidio di Vi.Wi. e connessi reati in materia di armi.

V.C. e D.T.O. furono rinviati a giudizio per rispondere dell’omicidio di Vi.Wi., in qualità di esecutori materiali, su mandato di C.F., per avere il V., accompagnato in motocicletta dal conducente D.T., esploso plurimi colpi di pistola contro il Vi., che si trovava in un bar di Surbo il 7 maggio 2002, provocandogli gravissime lesioni che portarono la vittima a morte il successivo 9 novembre.

Per tale delitto e per i connessi reati in materia di armi, il D. T. fu condannato in primo grado alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno per due mesi, mentre il V. fu assolto per non avere commesso.

La Corte d’assise affermò la responsabilità penale di D.T. in quanto sulla sua persona “convergevano due chiamate in reità quella di C. e M. intrinsecamente attendibili e perfettamente autonome, ciò consentendo il reciproco riscontro quanto all’attribuzione dell’omicidio di V.W. a tale imputato”;

V.C. fu, invece, assolto per mancanza di riscontri alle dichiarazioni del C..

La Corte d’assise d’appello ha confermato la prima sentenza nei confronti di D.T. e, in accoglimento del gravame del pubblico ministero, ha dichiarato la responsabilità di V.C. per i reato di cui ai capi E) ed E1), rideterminando la pena dell’ergastolo con isolamento diurno, già inflitta per l’omicidio di P.A., in ergastolo con isolamento diurno per la durata di un anno.

Il movente del delitto è stato indicato nell’inaffidabilità del giovane Vi. a causa della sua tossicodipendenza e nel conseguente pericolo che potesse “pentirsi” e riferire delle vicende delittuose di cui era a conoscenza.

4.1. D.T. ha impugnato la sentenza deducendo mancanza, contraddittoria e illogica motivazione, in relazione alla regola di giudizio di cui all’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, con riferimento alle dichiarazioni de relato dei collaboratori di C.F. e M.. Ha censurato la sentenza per avere affermato la sua responsabilità penale sulla base di una doppia chiamata in reità de relato.

In particolare ha contestato la credibilità e la genuinità delle dichiarazioni di M., per avere conosciute le accuse del C., che aveva riferito della partecipazione e il ruolo del D. T. nell’omicidio Vi., leggendone – come d’abitudine – il resoconto su il Quotidiano di Lecce (edizione del 12 novembre 2003).

La Corte di secondo grado ha rigettato le censure dell’appellante relative alle dichiarazioni de relato, rilevando, per un verso, che quella del C. non poteva essere svalutata come mera chiamata in reità, “atteso che almeno in parte la stessa rivesta natura di chiamata diretta” e, per altro verso, che “in relazione alla convergenti propolazione accusatorie nei riguardi del D.T. provenienti sia da C.F. che dal M. – che anche la chiamata de relato ben può essere idonea a riscontrare altra chiamata in reità de relato”.

Rileva il Collegio che le dichiarazioni del C., mentre erano manifestazione di conoscenza diretta per la parte relativa alla deliberazione dell’omicidio (concordata con V.C.), avevano natura de relato per la parte esecutiva del delitto, relativa al coinvolgimento di D.T..

Il tema delle chiamate in reità o correità da parte di coimputati e imputati di reato connesso ha costituito, per la delicatezza della materia, scivolosa e sempre a rischio di inquinamento, oggetto di grande attenzione da parte del legislatore del codice di procedura penale e della giurisprudenza.

Questa Corte ha più volte affermato che, ex art. 193 cod. proc. pen., comma 3, i riscontri esterni alle chiamate possono essere costituiti anche da ulteriori dichiarazioni accusatone, le quali devono tuttavia caratterizzarsi: a) per la loro convergenza in ordine ai fatto materiale oggetto della narrazione; b) per la loro indipendenza – intesa come mancanza di pregresse intese fraudolente – da suggestioni o condizionamenti che potrebbero inficiare il valore della concordanza; c) per la loro specificità, nel senso che la cd. convergenza del molteplice deve essere sufficientemente individualizzante e riguardare sia la persona dell’incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, fermo restando che non può pretendersi una completa sovrapponibilità degli elementi d’accusa forniti dai dichiaranti, ma deve privilegiarsi l’aspetto sostanziale della loro concordanza sul nucleo centrale e significativo della questione fattuale da decidere (v. per tutte, Cass. Sez. 2, n. 13473/2008, Rv. 239744, Lucchese).

E’ stato anche reiteratamente precisato che ove le dichiarazioni accusatorie siano plurime e convergenti, ma sussista il dubbio di artificiose consonanze, il giudice ha l’obbligo di verificare non soltanto se la convergenza non sia l’esito di collusione o concerto calunnioso, ma anche se non sia il frutto di condizionamenti o reciproche influenze, pur senza alcuna preordinata malafede, dovendo pertanto procedere con particolare severità e scrupolo al giudizio di attendibilità (Cass. Sez. 6, n. 6221 del 20/04/2005, Rv. 233084, *******).

Per quanto concerne le dichiarazioni de refato rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso a norma dell’art. 12 cod. proc. pen. e non confermate dal soggetto indicato come fonte di informazione, è stato affermato che esse possono costituire elemento indiziario idoneo a fondare la dichiarazione di colpevolezza soltanto se confortate, ai sensi dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 da riscontri estrinseci certi, univoci, specifici, individualizzanti, tali da consentire un collegamento diretto ed obiettivo con i fatti contestati e con la persona imputata (Cass. Sez. 6, n. 1639/2003, Rv. 223279 ********).

Plurime chiamate de relato, sottoposte alla verifica di attendibilità intrinseca ed estrinseca e confortate da riscontri esterni aventi le caratteristiche sopra indicate, ben possono ritenersi reciprocamente corroborate e idonee a fondare il giudizio di colpevolezza.

Va invece escluso che il riscontro ad una chiamata in reità o correità de relato possa essere integrato da altra semplice chiamata de relato, non confortata dai predetti riscontri.

Se l’ordinamento processuale ha imposto particolari e rigorose regole di giudizio (art. 192 cod. proc. pen., commi 3 e 4) per la chiamata in reità o correità “diretta”, ossia per le dichiarazioni di cui il coimputato o l’imputato di reato connesso afferma la diretta conoscenza (assumendone la relativa responsabilità), deve escludersi che, in mancanza di altri elementi di riscontro aventi le caratteristiche sopra indicate, due o più chiamate de relato possano reciprocamente ritenersi riscontrate, così da essere poste a base del giudizio di responsabilità penale.

Il legislatore ha apprestato, a richiesta di parte e a sua garanzia, uno obbligatorio specifico meccanismo di controllo anche per la testimonianza indiretta, cioè per la dichiarazione del testimone che “si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone” (art. 195 cod. proc. pen.).

Come è stato esattamente osservato, l’obbligo (o il potere), previsto dall’art. 195 cod. proc. pen., di disporre l’esame delle persone che hanno fornito l’informazione è finalizzato alla ricerca di una convalida e all’ottenimento di un controllo a quanto riferito, posto che, in tali casi, è oscura e incerta l’origine della conoscenza e notevolmente ridotta la possibilità di contestazione e di controesame.

Questo meccanismo di garanzia, espressamente dettato per la testimonianza indiretta, in ipotesi proveniente da soggetto terzo e del tutto disinteressato, costituisce un’indicazione generale, da tener presente, a maggior ragione, per dichiarazioni de relato rese da coimputati o imputati di reato connesso, giacchè in quest’ultimo caso alla debolezza dell’elemento probatorio derivante dal riferimento ad una ulteriore fonte, si aggiunge il sospetto intrinseco a ogni dichiarazione del coimputato o imputato di reato, normalmente interessato a una determinata versione o ricostruzione dei fatti da accertare.

Quando, come nel presente procedimento, non si può escutere la persona come fonte originaria della dichiarazione, per essere l’imputato accusato da quella dichiarazione e, perciò, interessato a smentirla, devono applicarsi le regole e i principi stabiliti in tema di chiamata in correità dall’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, compresa la necessità di riscontri esterni oggettivi, con le caratteristiche sopra indicate.

In tal senso si è già espressa la giurisprudenza di questa Corte, ritenendo che la ricerca di riscontri, a conferma di dichiarazioni caratterizzate da credibilità congenitamente carente, affine a quella della testimonianza indiretta, deve essere particolarmente rigorosa e può costituire prova solo se sorretta da riscontri estrinseci, obiettivi ed individualizzanti, tra i quali non sono ricomprese altre dichiarazioni indirette (Cass. Sez. 5, n. 37239 del 9.7.2010, Rv. 248648, Pg in proc. Canale; n. 43464 del 9.5.2002, Rv. 223544, PM in proc. *****).

La Corte leccese non ha fatto corretta applicazione di tali principi di diritto nell’affermare che anche la chiamata de relato ben può essere idonea a riscontrare altra chiamata in reità de relato nè ha valorizzato altri elementi esterni alla chiamata, a differenza di quanto ha fatto per l’omicidio di P.A., precedentemente esaminato.

Osserva, inoltre, il Collegio che non appare poi logicamente plausibile che nella sentenza impugnata si sostenga la possibilità che il M. non avesse letto il Quotidiano del 12 novembre, a fronte dell’ammissione del collaborante di leggere quello specifico giornale, ciò che rende più probabile che la lettura ci sia stata dell’ipotesi contraria, giacchè il resoconto delle dichiarazioni di C. era argomento di particolare interesse in ambito carcerario, soprattutto in un ambiente territorialmente ristretto come quello leccese e particolarmente da parte di lettori di giornali che potevano essere direttamente coinvolti nei fatto riferiti dal collaboratore C..

Nè di “particolare severità e scrupolo” risulta l’affermazione della permanenza della genuinità delle dichiarazioni del M., “quand’anche avesse letto” quello specifico articolo pubblicato il 12 novembre 2003, giacchè omette di tenere in considerazione l’eventuale condizionamento derivante da siffatta lettura.

Rileva infine il Collegio che fondatamente il ricorrente censura l’impropria utilizzazione, nella motivazione della decisione in esame, della sentenza (non irrevocabile) relativa all’omicidio C. (giudicato separatamente), per il quale il M. aveva chiamato in correità il D.T..

Con riferimento a tale fatto, i giudici del merito (pag. 153) evidenziano come la sentenza di primo grado, che assolse D.T., fosse stata ribaltata in appello. Inoltre, dal ritenuto concorso dei due imputati nello stesso fatto di sangue essi traggono elementi per giustificare la verosimiglianza delle confidenze fatte dal D.T. al complice M. anzichè a C.S., fratello del capo F. e responsabile del gruppo in carcere (pag. 151).

L’annullamento (con rinvio) della condanna del D.T. da parte della Corte di cassazione (Cass. sez. 5, n. 36598 del 12.5.2009) per vizio di motivazione anche sul punto specifico della chiamata in correità da parte del M., priva di valenza l’argomentazione che ha tratto la sentenza impugnata per corroborare le dichiarazioni del M..

4.2. V.C., con riferimento al capo della sentenza relativo all’omicidio di Vi.Wi., si duole dell’erronea applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., comma 3 e relativo vizio di motivazione, con riferimento:

– alla credibilità delle dichiarazioni accusatorie e all’attendibilità dei collaboratori di giustizia, uno dei quali (il M.) aveva riferito il suo nome ben oltre i 180 giorni di al D.L. n. 8 del 1991, art. 16 quater, comma 9;

– alla valutazione dell’alibi dell’imputato, in relazione al quale rileva l’illogicità della motivazione che ne ha ritenuto la falsità anzichè il fallimento, come aveva ritenuto la Corte di primo grado;

– alla valutazione delle testimonianze relativa alle caratteristiche fisiche del killer;

– alla violazione dell’onere di motivazione rafforzata in caso di ribaltamento in appello della sentenza assolutoria di primo grado.

In particolare, il ricorrente censura l’erronea individuazione di un decisivo riscontro esterno alla chiamata di correità del C. nelle dichiarazioni rese da M., il quale, nel corso di interrogatorio reso al P.M. in fase di indagini preliminari, aveva indicato quali esecutori materiali D.T. e V.N.I., e solo successivamente, con lettera indirizzata al pubblico ministero il 3.1.2005, aveva indicato V.C. al posto del cugino N.I..

Riformando la sentenza assolutoria di primo grado, che aveva escluso la ravvisabilità di un valido riscontro nelle dichiarazioni rese di M., la Corte d’assise d’appello, ha ritenuto che le dichiarazione accusatorie del C. fossero riscontrate dalla ritenuta falsità dell’alibi dell’imputato e dalla rivalutata dichiarazione de relato del M..

Questi, in fase di indagini preliminari, nell’interrogatorio reso dinanzi al pubblico ministero il 24 marzo 2004, aveva indicato, quali esecutori materiali dell’omicidio di V.W., D.O. T. e V.N.I., specificando, per quest’ultimo che si trattava del “cugino piccolo”, con evidente riferimento al cugino di V.C..

Nella successiva lettera indirizzata al P.M., il M. aveva scritto che l’omicida non era N.I. bensì V.C., indicazione ripetuta in dibattimento, con la precisazione, a seguito di contestazione, che si era trattato di un errore sulla persona.

Correttamente la Corte d’assise d’appello ha ritenuto l’infondatezza della deduzione d’inutilizzabilità delle dichiarazioni del M., in quanto la sanzione di inutilizzabilità che (ai sensi del D.L. 15 gennaio 1991, n. 8, art. 16 quater, comma 9, convertito nella L. 15 marzo 1991, n. 82, come modificata dalla L. 13 febbraio 2001, n. 45, art. 14) colpisce le dichiarazioni del collaboratore di giustizia rese oltre il termine di centottanta giorni, previsto per la redazione del verbale informativo dei contenuti della collaborazione, trova applicazione solo con riferimento alle dichiarazioni rese fuori del contraddittorio e non a quelle rese nel corso del dibattimento (Cass. Sez. 6, n. 27040 del 22/01/2008, Rv. 241007, *****).

I giudici di secondo grado hanno però liquidato la questione attinente alla credibilità della dichiarazione come una mera svista del dichiarante, osservando come “l’iniziale erronea indicazione del M. non avesse riguardato un soggetto, per così dire terzo, ossia del tutto estraneo ai V. odierno imputati, sicchè appare senz’altro plausibile che, nel contesto di un articolato interrogatorio, il M. potesse avere indicato effettivamente per mera svista uno dei due V. invece dell’altro, cioè facendo in quel momento solo confusione tra i nomi dei due” (p. 167).

La predetta spiegazione manca di plausibilità logica giacchè non si fa carico dell’ovvio rilievo del difensore dell’imputato, che ha evidenziato come un dichiarante che, in rifermento a due cugini che vivono nello stesso ambiente criminale, indica nominativamente uno dei due, con la specificazione che si tratta del “cugino piccolo”, contestualmente sta escludendo il cugino più grande.

Il giudice di primo grado aveva evidenziato che “il M. non ha spiegato in alcun modo, ed attraverso quali passaggi logici, egli avrebbe potuto confondersi su un particolare così importante, come il nome dell’omicida” e i giudici d’appello non hanno fornito una plausibile spiegazione idonea a superare l’affermazione del primo giudice, venendo meno all’obbligo di motivazione rafforzata che grava sul giudice d’appello, tanto più in mancanza di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, nell’ipotesi di riforma di una sentenza assolutoria.

E’ consolidata giurisprudenza di questa Corte che la sentenza di appello che ribalta il giudizio assolutorio di primo grado deve confutare specificamente, a pena di vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati (Cass. Sez. 6, n. 6221/2006, Rv. 233083, *******; Sez. U, n. 45276/2003, Andreotti).

A tale consolidato orientamento di legittimità, occorre aggiungere la considerazione che il principio secondo cui il giudizio di condanna è legittimo “se l’imputato risulta colpevole … al di là di ogni ragionevole dubbio”, (art. 533 cod. proc. pen., comma 1, come modificato dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 5), implica che, in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non più razionalmente sostentile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione di colpevolezza.

Come è stato efficacemente affermato, non basta più “per la riforma caducatrice di un’assoluzione, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere “ogni ragionevole dubbio”, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. La condanna, invero, presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza” (Cass. sez. 6, n. 40159//2011, rv. 251066, *******; sez. 6, n. 40513/2011, *******, n.m.; Sez. 6, n. 4996/2012, rv. 251782, ******).

4.3. Assorbito ogni altro motivo di ricorso, la sentenza va, dunque, annullata nei confronti di D.T.O. e di V.C. in ordine all’omicidio di Vi.Wi. e ai connessi reati in materia di armi, con rinvio per nuovo giudizio.

5. Minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. e connesso reato in materia di armi; tentativo di estorsione in danno di S.G..

I motivi di ricorso dedotti da V.N.I. in relazione a questi capi della sentenza sono inammissibili.

Per quanto riguarda il reato di minacce e lesioni volontarie gravi in danno di P.V. (così derubricata l’originaria imputazione di tentato omicidio) e ai connessi reati in materia di armi, sotto la rubrica della violazione di legge e vizio di motivazione, in realtà il ricorrente avanza censure di merito nel confronto dell’apprezzamento degli elementi probatori operato dalla Corte d’assise d’appello, che ha già rigettato gli analoghi motivi di gravame con motivazione giuridicamente corretta e indenne da vizi logici.

Del tutta generica, e perciò in contrasto con l’obbligo di specificità previsto, a pena d’inammissibilità, dall’art. 581, lett. c) e art. 591 cod. proc. pen., lett. c) è la censura relativa all’affermazione di colpevolezza per il delitto di tentata estorsione in danno di S.G..

6. In conclusione, la sentenza impugnata va annullata nei confronti di M. e di Vi., nonchè di D.T. e di V. limitatamente all’omicidio di Vi.Wi. e ai connessi reati d’armi, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello, che procederà a nuovo giudizio attenendosi ai principi di diritto sopra enunciati.

Va rigettato nel resto il ricorso di V.C.. Devono altresì rigettarsi i ricorsi di D.F. e di N.I. V., con condanna alle spese processuali ex art. 616 cod. proc. pen..

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla la sentenza impugnata nei confronti di ***** e di Vi.Fr., nonchè nei confronti di D.T. O. e di V.C. in ordine all’omicidio di V. W. e ai connessi reati d’armi e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Lecce (Taranto).

Rigetta nel resto il ricorso di V.C..

Rigetta i ricorsi di D.F.M. e di V.N.I., che condanna al pagamento delle spese processuali.

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