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Penale

Cassazione: la richiesta di perizia psichiatrica si può presentare anche dopo il giudizio abbreviato (Cass. pen. n. 430/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

La Corte di appello di Venezia, con sentenza del 25.11.2010, confermava la sentenza 12.2.2010 pronunziata dal GIP del Tribunale di Verona in esito a giudizio celebrato con il rito abbreviato, che aveva affermato la responsabilità penale di M.G. in ordine al reato di cui:

– agli artt. 81 cpv., 609 bis e 609 ter c.p. per avere – con azioni ripetute – costretto la nipote F.G., di (omissis) anni, a subire atti sessuali consistiti in palpeggiamenti nelle zone intime, rapporti orali e tentativo di penetrazione, con violenza perpetrata nel sopraffarla con la propria forza fisica e nel tenerle a forza la testa prendendola per i capelli, nonchè con minaccia integrata attraverso l’imposizione di non rivelare a nessuno i fatti accaduti altrimenti la madre si sarebbe arrabbiata con lei – in (omissis), dal (omissis) e, riconosciute circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, lo aveva condannato, con la diminuente del rito, alla pena principale di anni sei di reclusione, ed alle relative pene accessorie, nonchè al risarcimento dei danni, in favore dei genitori della F., costituitisi parti civili, liquidati definitivamente ed in via equitativa in Euro 80.000,00 con statuizione di provvisoria esecutività.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il difensore del M., il quale ha eccepito:

– violazione di legge e vizio della motivazione per la mancata assunzione di una prova decisiva, essendo stata denegata la richiesta rinnovazione del dibattimento attraverso l’espletamento di una nuova perizia “che fugasse ogni dubbio circa la capacità di intendere e di volere dell’imputato”.

Sul punto si erano espressi in modo diametralmente opposto il perito psichiatra incaricato dal GIP in sede di incidente probatorio ed il consulente della difesa, pur convenendo entrambi di trovarsi di fronte a persona affetta da “sindrome da lobo frontale post- contusiva” (conseguente a trauma da sinistro stradale), per la quale l’osservazione radiologica aveva evidenziato la presenza di un “focolaio malacico in regione fronto-basale parmediana destra”. Il perito di ufficio aveva diagnosticato un “disturbo del comportamento sessuale in modificazione della personalità dovuta a condizione medica generale. Funzione intellettiva limite”, affermando però che ciò non era sufficiente ad incidere sulla capacità di intendere e di volere; il consulente di parte, invece, aveva considerato tutt’altro che trascurabile la lesione cerebrale ed idonea ad influire sul controllo pulsionale.
Motivi della decisione

Il ricorso è fondato e meritevole di accoglimento.

1. Il giudizio di primo grado è stato celebrato con rito abbreviato subordinato ad un esame in contraddittorio del perito di ufficio e del consulente di parte, essendosi concentrato il procedimento sul tema relativo alla capacità di intendere e di volere dell’imputato.

La sussistenza integrale di detta capacità è stata affermata dal G.I.P. e, con i motivi di appello, la difesa ha chiesto la rinnovazione del dibattimento attraverso l’effettuazione di un’ulteriore perizia, della quale si è prospettata la necessità per dirimere il contrasto sul punto formatosi tra le conclusioni formulate dai due esperti già nominati.

La Corte di merito ha rigettato tale richiesta sulla base delle seguenti argomentazioni:

– La sussistenza della capacità di intendere e di volere sarebbe stata sostanzialmente affermata da entrambi gli esperti, “cosicchè ciò di cui si può controvertere è solo se la patologia di cui l’imputato è affetto sia tale da farne scemare grandemente la capacità”. Una valutazione attenta delle considerazioni rispettivamente svolte dagli esperti medesimi, anche alla luce dei comportamenti tenuti dall’imputato, porta comunque ad “escludere che si possa ritenere esistente un livello di perturbazione della sfera volitiva dell’imputato tale da connotarsi come rientrante nella previsione dell’art. 89 c.p.”.

E’ vero che, secondo la letteratura specialistica, a lesioni del tipo di quelle subite dal M. possono seguire modifiche comportamentali anche fortemente incidenti sulle capacità del soggetto di contenere le proprie spinte istintuali.

Il perito d’ufficio (dr. Ma.), tuttavia, al riguardo, “ha preso atto di come l’imputato abbia dimostrato nel corso della sua esistenza successiva al sinistro di saper gestire le situazioni pertinenti alla normale vita di relazione, costruendosi una famiglia e affermandosi senza problemi.- nei limiti del suo contesto sociale e formativo complessivo – nel mondo del lavoro, e, soprattutto, di come abbia saputo far fronte, senza cedimenti istintuali incontrollabili, anche all’accresciuta pulsione sessuale che l’avrebbe contraddistinto dopo il sinistro, sapendo gestire quelle pulsioni anche accettando i rifiuti oppostogli da soggetti dell’altro sesso da lui avvicinati”.

Il consulente di parte (prof. R.), dopo un’iniziale prospettazione di totale incapacità dell’imputato di rendersi conto del valore e del disvalore dei propri comportamenti, aveva sfumato tale asserzione, affermando che il M. si sarebbe reso conto che gli approcci sessuali con la nipote minorenne non erano “giusti”, in una situazione, però, in cui “la spinta di fronte a questo non essere giusto è molto fragile”, non avendo l’imputato “i mezzi cognitivi pieni”.

Non era necessario, dunque, un’ulteriore approfondimento circa la capacità dell’imputato, in quanto già dall’esame dei contributi offerti dai due esperti in contraddittorio era emerso che quello sicuramente “aveva una debolezza dei mezzi cognitivi in relazione alla sua pulsione sessuale”, ma ciò gli impediva di percepire il confine tra il lecito e l’illecito (e di contenere, quindi, le sue pulsioni istintive) solo “per le cose meno chiare e più sfumate”.

Nel caso oggetto del presente giudizio, invece, “si era di fronte a comportamenti dai confini netti e chiari”, dei quali i suoi mezzi cognitivi erano sicuramente idonei a fargli percepire l’illiceità.

– “Nel giudizio di appello che segue alla scelta di aderire ad un giudizio abbreviato non vi sarebbero preclusioni ove fosse in dubbio l’esistenza della capacità di intendere e di volere dell’imputato, atteso che, per gli effetti che ne discendono anche sulla capacità di partecipare coscientemente al proprio giudizio, l’art. 70 c.p.p. ne impone la verifica, anche d’ufficio, in ogni momento in cui quei dubbi insorgano; mentre nel caso in cui si discuta esclusivamente di una situazione patologica che possa solo scemare la capacità di intendere e di volere, l’ulteriore approfondimento istruttorio verrebbe ad essere sottoposto ai limiti propri della rinnovazione del dibattimento in appello in caso di giudizio abbreviato”. Limiti secondo i quali alle parti non può riconoscersi alcun potere di iniziativa (poichè esse, prestando il consenso all’adozione del rito abbreviato, hanno definitivamente rinunciato alla prova in sede di appello), mentre è consentito al giudice, ai sensi dell’art. 603 c.p.p., comma 3, disporre d’ufficio i mezzi di prova ritenuti assolutamente necessari per l’accertamento dei fatti che formano oggetto della decisione (criterio fatto proprio dall’art. 441 c.p.p., comma 5).

2. A fronte delle anzidette enunciazioni della Corte di merito, il Collegio ribadisce l’orientamento, più volte espresso della giurisprudenza di questa Corte Suprema, secondo il quale l’imputato che chiede il giudizio abbreviato rinuncia (ove non abbia subordinato la richiesta ad una integrazione probatoria) all’acquisizione di ulteriori elementi di prova concernenti la sussistenza del fatto e la responsabilità che ne deriva. Non rinuncia, però, nè potrebbe rinunciare, all’accertamento dell’imputabilità, che è inderogabilmente affidato al giudice, il quale, ove nel corso del giudizio abbreviato sorga il problema della capacità di intendere e di volere del giudicabile – così come quello della sua cosciente partecipazione al processo, cui fa riferimento l’art. 70 c.p.p. – può disporre i necessari accertamenti (vedi Cass.: Sez. 1, 19/12/1990 – 5/3/2001, n. 4519; Sez. 6, 25/5-24/8/1993, n. 7982; Sez. 1, 22/11 – 29/12/1995, n. 12774).

Deve rilevarsi, pertanto, che la richiesta di perizia psichiatrica per l’accertamento di eventuali vizi di mente anche soltanto parziali, non è in astratto inconciliabile con il rito abbreviato (la cui ammissione presuppone che l’imputato abbia la piena capacità di intendere e di volere), spettando comunque al giudice la valutazione delle risultanze processuali per apprezzare la meritevolezza della richiesta medesima (così Cass., Sez. 4, 12/4- 1/6/2005, n. 20593).

Anche nel giudizio abbreviato in fase di appello l’accertamento dell’imputabilità costituisce una verifica doverosa per il giudice, riguardando un presupposto necessario in mancanza del quale nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato e non è, quindi, riconducibile al concetto di acquisizione di nuove prove, per cui esiste la preclusione rappresentata dalla particolarità del rito prescelto (Cass., Sez. 4, 18/4-23/5/1995, n. 5924).

E’ compito delle scienze psichiatriche accertare se sussista il vizio totale o parziale di mente ed al riguardo non possono mai valere indicazioni di carattere generale, dovendosi indagare, caso per caso, con criterio clinico, sulla natura dei meccanismi psichici e psicopatologici messi in atto in ogni fattispecie.

Nella vicenda in esame, a fronte di un acciaiato stato di malattia dell’imputato (ma anche di una mancata decisa confutazione delle argomentazioni del consulente di parte da parte del perito di ufficio, giustificata dal giudice di primo grado quale “scarsa inclinazione alla discussione”), risulta carente la necessaria valutazione della documentazione clinica e dei metodi di conduzione degli accertamenti di natura psichiatrica rispettivamente effettuati dai due esperti contrapposti.

La Corte territoriale, in sostanza, ha escluso la necessità di ulteriori approfondimenti senza indicare sulla base di quali criteri clinici o indagini concrete di tipo psichiatrico risulti evidente che la accertata condizione morbosa dell’imputato non sia idonea ad escluderne o diminuirne le capacità intellettive o volitive.

3. La sentenza impugnata, conseguentemente, deve essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia, alla quale viene demandato un compiuto accertamento che riguardi:

– sia lo stato di malattia dell’imputato nelle sue connotazioni di gravità e di intensità, con indagine estesa a verificare se esso sia idoneo a determinare e in effetti abbia determinato una situazione psichica incontrollabile ed ingestibile, tale da rendere l’agente incolpevolmente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, di indirizzarli e di percepire il disvalore del fatto commesso;

– sia il nesso eziologico con gli specifici fatti di reato commesso, si da poter qualificare il riscontrato stato patologico come la causa della condotta criminosa.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia.

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Extracomunitari – Lavoratori clandestini – Reato di schiavitù (Cass. pen. n. 251/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto
1. Con il provvedimento impugnato l’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Lecce in data 15.4.2011, con la quale veniva applicata la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di G. L. per i reati di cui agli artt.416 coc. pen. (capo A), 600 cod. pen. (capo B), 629 cod. pen. (capo C), 12 d.lgs. n. 286 del 1998 (capo D) e 640 cod. pen. (capo E), veniva annullata limitatamente al capo B e confermata per il resto.
I reati ipotizzati a carico dell’indagato, nella sua qualità di amministratore della s.r.l. T. impresa impegnata nella realizzazione di impianti per la produzione di energia fotovoltaica nel Salento, riguardavano l’impiego nei cantieri della società di lavoratori extracomunitari, taluni dei quali privi di permesso di soggiorno, in condizioni di sfruttamento con protrazione dell’orario di lavoro anche oltre le dodici ore giornaliere ed in situazioni ambientali di pioggia e terreno fangoso e con retribuzioni inferiori a quelle pattuite, accettate dai dipendenti a seguito di minacce di licenziamento.
La ravvisabilità del reato di cui all’art. 600 cod.pen. veniva esclusa per la mancanza del presupposto di uno stato di soggezione continuativa tale da privare i soggetti passivi della libertà di autodeterminarsi e di alternative alle condizioni di lavoro contestate, viceversa accettate in quanto ritenute comunque convenienti. La minaccia di licenziamento in caso di rifiuto di dette condizioni era invece ritenuta tale da integrare il reato di estorsione, mentre la presenza di lavoratori irregolari veniva considerata idonea al conseguimento di un ingiusto profitto, costituito dalla corresponsione di misere retribuzioni, approfittando di detta condizione di irregolarità, e dunque a configurare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; e si ritenevano altresì sussistenti le esigenze cautelari rappresentate dai pericoli di reiterazione dei reati e di inquinamento della prova.
2. Il Procuratore della Repubblica ricorrente deduce:
2.1. violazione di legge e mancanza o illogicità della motivazione in ordine all’esclusione dei gravi indizi per il reato di cui all’art. 600 cod. pen., osservando che il reato è adeguatamente integrato dall’approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica e non richiede la totale eliminazione della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, ma che comunque quest’ultimo requisito era nella specie ravvisabile nella posizione di lavoratori extracomunitari indigenti e pertanto costretti ad accettare le descritte condizioni di lavoro in mancanza di legittime alternative di vita.
2.2. L’indagato ricorrente deduce:
violazione di legge in ordine alla sussistenza di gravi indizi per il reato di cui all’art. 629 cod. pen., osservando che le uniche minacce ritenute accertate con l’ordinanza impugnata, ossia quelle di licenziamento, si collocavano successivamente all’instaurazione consensuale del rapporto di lavoro;
2.3. violazione di legge ed illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla sussistenza di gravi indizi per il reato di cui all’art.12 d.lgs. n.2 86 del 1998, contestando la ravvisabilità del fine di conseguire ingiusto profitto in presenza di un limitato numero di lavoratori irregolari rispetto a quelli complessivamente impiegati in un’attività lecita;
2.4. violazione di legge e mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi per il reato associativo;
2.5. violazione di legge ed illogicità e contraddittorietà della motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari, richiamando il contenuto del ricorso avverso l’ordinanza applicativa in ordine alle condizioni lavorative effettivamente praticate ed osservando che l’avvenuto sequestro preventivo delle quote sociali, dell’azienda, delle attrezzature e dei materiali della T. non consentiva comunque all’indagato di continuare ad operare come amministratore.

Considerato in diritto
1. II motivo di ricorso presentato dal Procuratore della Repubblica in ordine all’esclusione dei gravi indizi per il reato di cui all’art. 600 cod. pen. è infondato.
Premesso che il ricorrente non contesta le conclusioni dell’ordinanza impugnata sull’esclusione di taluni aspetti, originariamente contestati, attinenti alle posizioni personali dei dipendenti ed alle modalità del lavoro, laddove si evidenziava il limitato numero degli stranieri privi di permesso di soggiorno rispetto al totale, il superamento solo in poche occasioni e per effettive necessità dell’orario lavorativo di dodici ore consecutive, la prosecuzione del lavoro su terreno fangoso ma non in caso di forti precipitazioni e la corrispondenza delle retribuzioni effettivamente corrisposte con quelle indicate nelle buste paga, pari mediamente ad €.1.000 mensili, i riferimenti del ricorso alle condizioni comunque gravose ed alla scarsa retribuzione del lavoro non risultano invero sufficienti ad integrare la fattispecie criminosa ipotizzata. Quest’ultima prevede quale evento l’induzione o il mantenimento nella vittima di uno stato di soggezione continuativo, che deve tradursi in un effettivo pregiudizio della libertà della persona di determinarsi nelle proprie scelte esistenziali; e tale non può essere considerata l’adesione all’offerta di un lavoro pur gravoso, svolto in condizioni ambientali disagiate e malamente retribuito, laddove tale offerta sia liberamente accettata dal lavoratore e quest’ultimo possa in ogni momento sottrarvisi (Sez. 5, n.13532 del 10.2.2011, imp. F., Rv.249970). Né siffatta libertà di scelta può essere ritenuta coartata dalla sola circostanza dell’essere il lavoratore straniero, sia lo stesso o meno in condizioni di clandestinità, per il vero nella specie ricorrenti solo per taluni dei dipendenti. Se è vero infatti che la necessità richiamata dall’art. 600 cod. pen. non deve raggiungere gli estremi dello stato rilevante ai sensi dell’art.54 cod. pen., essendo sufficiente una situazione di debolezza idonea a condizionare la volontà della vittima (Sez. 3, n.21630 del 6.5.2010, imp. E., Rv.247641), in talune letture ricondotto alla posizione di vulnerabilità di cui alla decisione-quadro dell’Unione Europea del 19.7.2002 sulla tratta degli essere umani (Sez. 3, n.2841 del 26.10.2006, imp. D., Rv.236022), è vero altresì che un effettivo condizionamento della volontà nell’accettare condizioni lavorative quali quelle descritte non può essere ravvisato nella mera esigenza di prestare un lavoro per ottenere sostentamento, identificabile nella generalità delle situazioni personali e non corredata da connotati qualitativi ulteriori negli stranieri regolarmente o irregolarmente entrati nel territorio nazionale alla ricerca di migliori condizioni di vita; occorrendo che a detta condizione si aggiungano fattori di ulteriore e più stringente incidenza sulla libertà personale e di circolazione della vittima, quali, esemplificativamente, quelle individuate da questa Corte nella necessità di saldare il debito contratto con i soggetti che abbiano agevolato l’immigrazione clandestina dello straniero (Sez. 5, n.46128 del 13.11.2008, imp. I., Rv.241999).
Irrilevanti sono inoltre i vaghi riferimenti ad atteggiamenti minacciosi presenti in talune intercettazioni telefoniche citate dal ricorrente, evidentemente insufficienti a giustificare una scelta di necessità nell’accettazione delle prestazioni lavorative in esame.
L’ordinanza impugnata è pertanto correttamente motivata sul punto.
2. II motivo di ricorso presentato dall’indagato in ordine alla sussistenza di gravi indizi per il reato di cui all’art. 629 cod. pen. è anch’esso infondato.
La questione, nei termini in cui viene oggi proposta dall’indagato ricorrente, non risulta per il vero specificamente devoluta nei motivi precisati all’udienza di riesame, vertenti sul diverso aspetto del non essere il G. I’addetto alla gestione del personale; il che ne preclude l’esame in questa sede (Sez. 5, n.139 del 16.1.1997, imp. P., Rv.207259). In ogni caso, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il delitto di estorsione è configurabile nella minaccia di licenziamento rivolta al dipendente al fine di accettare condizioni di lavoro inadeguatamente retribuite e comunque non corrispondenti alle leggi ed ai contratti collettivi (Sez. 2, n.36642 del 21.9.2007, imp. L., Rv.238918).
3. Infondato è altresì il motivo di ricorso presentato dall’indagato in ordine alla sussistenza di gravi indizi per il reato di cui all’art. 12 d.lgs. n. 286 del 1998.
Anche in questo caso si tratta di motivo non incluso fra quelli precisati a sostegno della richiesta di riesame; non senza considerare che il richiamo dell’ordinanza impugnata all’accertata presenza, fra i lavoratori impiegati dalla T., di almeno diciannove stranieri irregolari, costituisce adeguata
motivazione in ordine alla configurabilità del reato anche sotto il profilo dell’elemento del fine di ingiusto profitto, ritenuto non illogicamente pur con riferimento ad una parte dei dipendenti dell’impresa.
4. Pure infondato è il motivo di ricorso presentato dall’indagato in ordine alla sussistenza di gravi indizi per il reato associativo.
Si tratta anche in questo caso di questione non espressamente devoluta in sede di riesame. E comunque l’ordinanza impugnata motivava sulla sussistenza del legame associativo nell’evidenziare il rilevante contributo dei soci ed amministratori della società, e fra questi dell’indagato, nella realizzazione dei reati, per la loro posizione dirigenziale e la loro competenza tecnica; rilievo che, nel suo riferirsi a reati consumati nella conduzione di un’impresa in forma associata ed alla condivisione da parte dell’indagato delle relative finalità, implica il riconoscimento della sussistenza della fattispecie in oggetto.
5. Infondato è infine il motivo di ricorso presentato dall’indagato in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari.
A fronte di una questione ancora una volta non posta specificamente all’attenzione del Tribunale, quest’ultimo motivava peraltro adeguatamente sul punto evidenziando in proposito la gravità dei reati, la professionalità nella loro realizzazione e la posizione di legale rappresentante ricoperta dall’indagato.
II ricorso deve in conclusione essere rigettato, seguendone la condanna dell’indagato ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del pubblico ministero e quello del L. G. che condanna al pagamento delle spese processuali.
Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art.94 comma 1 ter disp. att.cod. proc. pen.

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Impugnazioni: se il termine per depositare la sentenza cade in un giorno festivo quello per impugnare decorre dal giorno successivo (Cass. pen. n. 155/2012)

Redazione

Svolgimento del processo 1. Con sentenza del 27 settembre 2007 il Tribunale di Roma dichiarava R.A. e M.O. responsabili del reato continuato di truffa aggravata e tentata truffa aggravata loro ascritto al capo A), commesso sino al (omissis), e il R. anche del reato di tentata estorsione a lui ascritto al capo B), commesso il (omissis), e, riconosciute al solo M. le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, ritenuta la continuazione fra i fatti di cui ai capi A) e B), condannava: R. alla pena di quattro anni di reclusione e di 1.500,00 Euro di multa, con interdizione dai pubblici uffici per cinque anni; M. alla pena, condizionalmente sospesa, di due anni di reclusione e di 1.000,00 Euro di multa. Condannava inoltre i due imputati al pagamento in solido delle spese processuali e al risarcimento dei danni, da liquidare in separato giudizio, nei confronti delle parti civili San Paolo IMI s.p.a., Banco di Napoli s.p.a. e Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., assegnando provvisionali di 50.000,00 Euro in favore di ciascuna.

Secondo la contestazione al capo A), il R., quale legale di quindici dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in favore dei quali il pretore di Napoli aveva emesso sentenza di condanna al pagamento di 18 milioni di lire oltre spese legali, e il M., quale Giudice dell’esecuzione e in violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata, avevano posto in essere una serie di artifizi e raggiri (consistiti nell’avere dato luogo a una fittizia proliferazione dei crediti dei dipendenti delle Ferrovie e del legale, dapprima mediante la loro cessione al R. e da questo a trentacinque associazioni di fatto fittiziamente create, quindi mediante la promozione di trentacinque distinte procedure esecutive nei confronti di terzi debitori, l’intervento di ciascuna delle trentacinque associazioni nelle procedure intentate dalle altre, la mancata verifica, ad opera del giudice M., della legittimazione delle cessionarie e la mancata riunione delle procedure) cui erano conseguiti l’emanazione di trentacinque ordinanze di assegnazione, in ognuna delle quali erano liquidate in favore di ciascuna delle trentacinque associazioni e, a titolo di spese del procedimento, in favore dell’avv. R., somme calcolate sul valore complessivo di tutti i crediti azionati, in via diretta o per intervento, per un totale di circa 7 miliardi di lire, nonchè la notifica di 3.675 precetti ai tre terzi pignorati (1.225 per ciascuno): con tali artifizi e raggiri avendo indotto “in errore i terzi pignorati (Banco di Napoli, San paolo IMI e Poste Italiane) circa l’effettiva entità e spettanza dei crediti” e conseguito un ingiusto profitto con corrispondente danno del debitore e dei terzi.

Avevano quindi posto in essere ulteriori atti idonei diretti in modo non equivoco a conseguire un ulteriore ingiusto profitto, pari alla residua somma oggetto dei precetti.

Al solo R. era inoltre addebitato, al capo B), un tentativo di estorsione nei confronti del vicedirettore della filiale del Banco di Napoli di Avellino, posto in essere con la minaccia di attivare altre 34.000 procedure esecutive.

1.1. Con sentenza pronunciata in data 12 febbraio 2009 la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava non doversi procedere nei confronti di entrambi gli imputati in ordine ai reati loro rispettivamente ascritti perchè estinti per prescrizione; confermava la sentenza di primo grado limitatamente alle statuizioni civili e condannava, per l’effetto, gli appellanti in solido a rifondere alle parti civili presenti nel giudizio d’appello, Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. e San Paolo IMI s.p.a., le spese di assistenza relative al grado.

1.2. Il deposito della motivazione veniva riservato nel termine di 60 giorni (cadente il 13 aprile 2009, che coincideva con il lunedì di Pasqua); la motivazione era depositata entro tale termine (il 9 aprile 2009).

1.3. A giustificazione della decisione, la Corte di appello rilevava che a norma della L. n. 251 del 2005 (la sentenza di primo grado era successiva all’entrata in vigore di detta legge), tutti i reati contestati erano prescritti, dovendosi ritenere il termine massimo di sette anni e sei mesi per i fatti di cui al capo A) commessi sino al (omissis), e il termine massimo di otto anni e quattro mesi per la tentata estorsione di cui al capo B) commessa il (omissis), e considerare la sospensione complessiva di tali termini per sette mesi e ventinove giorni.

Affermava che andava per tale ragione valutato se esistevano prove “evidenti e incontrovertibili” dell’innocenza o dell’estraneità degli imputati rispetto ai fatti loro attribuiti, e osservava al riguardo che le numerose prove dichiarative e la copiosa documentazione acquisite militavano nel senso del difetto di prove evidenti dell’innocenza o dell’estraneità degli imputati, per tutti i reati.

Confermava quindi le statuizioni civili, affermando che le condotte tenute dagli imputati, pur prive oramai di rilevanza penale, costituivano fatti illeciti, produttivi in via diretta e immediata di danni per i soggetti costituiti parti civili.

2. R.A. ha proposto ricorso con atto a duplice firma, personale e del difensore, avvocato *************, depositato in data 29 maggio 2009 (ovverosia il 46 giorno a far data dal 13 aprile).

Chiede l’annullamento di entrambe le sentenze di merito e di sedici ordinanze, predibattimentali e dibattimentali, del giudice di primo grado, così individuate: ordinanze in data 04/07/2003 concernenti la ritualità della notifica del decreto di citazione a giudizio e dichiarazione di contumacia (1), il rigetto dell’eccezione di nullità sollevata in proposito, ex art. 171 c.p.p., comma 1, lett. d), con memoria 26-30/06/2003 (2), il rigetto della eccezione sollevata con memoria 05/03/2003 di nullità della richiesta di rinvio a giudizio (3); ordinanze in data 04/12/2003, di rigetto delle eccezioni avanzate in udienza di nullità: della richiesta di rinvio a giudizio (4), della notifica del decreto di citazione a giudizio (5); della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso dell’udienza preliminare (6); ordinanza in pari data 04/12/2003, di rinvio all’udienza del 12/12/2003 (7); ordinanza in data 12/12/2003, di rigetto dell’eccezione avanzata con memoria 10/12/2003, di nullità ex art. 184 c.p.p., comma 3, in relazione al rinvio a tale udienza (8); ordinanza in data 15/05/2007, di rinvio ex art. 108 c.p.p. all’udienza del 25/05/2007 (9); ordinanza in data 25/5/2007, di rinvio ex art. 108 c.p.p. all’udienza del 01/06/2007 (10); ordinanza in data 01/06/2007, di rinvio ex art. 108 c.p.p. all’udienza del 04/06/2007 (11); ordinanza in data 01/06/2007, di esclusione della documentazione allegata alle memorie 25/05/2007 e 01/06/2007 (12);

ordinanza in data 04/06/2007, di rinvio ex art. 108 c.p.p. all’udienza del 05/06/2007 (13); ordinanza in data 04/06/2007, di esclusione delle denunce allegate alla memoria in pari data (14);

ordinanza in data 27/09/2007, di rigetto della richiesta di termine a difesa ex art. 108 c.p.p. (15); ordinanza in data 27/09/2007, di esclusione della denunzia allegata alla memoria in pari data (16). E invoca ogni conseguente statuizione, compreso l’annullamento senza rinvio delle disposizioni in favore delle parti civili.

Articola trentanove profili di censura, enunciandoli come altrettanti “motivi”, che, sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., denunziano:

2.1. violazione degli artt. 111 e 24 Cost; art. 6 C.E.D.U.; art. 121 c.p.p., comma 2, art. 125 c.p.p., comma 3, art. 546 c.p.p., comma 1, lett. e) e art. 598 c.p.p.; vizi della motivazione, per omesso esame ed omessa ricognizione dei motivi di appello (cinquantatre) e delle memorie presentate in appello (sette);

2.2. vizi di motivazione in relazione alla illustrazione della vicenda, non essendosi considerata la ricostruzione difensiva, suffragata dalla documentazione allegata, che smentiva sia le prospettazioni delle parti civili sia quanto affermato nelle sentenze di merito;

2.3. vizi di motivazione con riguardo all’individuazione dell’ammontare dei crediti, non essendosi considerato che esistevano due classi, distinte e separate, di crediti vantati nei confronti delle Ferrovie dello Stato (trentacinque, il cui ammontare complessivo, nell’anno 1997, era pari a lire 345.000.000) e nei confronti dei terzi (ulteriori trentacinque, il cui ammontare complessivo finale era pari, nel settembre dell’anno 1999, a lire 4.434.000.000);

2.4. vizi di motivazione con riferimento al numero dei crediti azionati nei confronti delle Ferrovie, in numero pari a trentacinque (15 dei lavoratori e 20 dell’avv. R.), nella sentenza del Tribunale (a pagine 15-17) erroneamente facendosi riferimento ad un solo credito (“predetto credito iniziale”);

2.5. vizi di motivazione con riferimento alla asserita fittizia costituzione delle trentacinque associazioni, legittimamente avvenuta invece in forza della L. n. 266 del 1991, nell’ambito di una risalente ed ancor più ampia attività solidaristica ed associativa (costituzione di sessanta associazioni), prima della pronuncia delle sentenze nei confronti delle Ferrovie dello Stato e sei anni prima che le stesse associazioni divenissero (nell’anno 1997) cessionarie dei crediti dei dipendenti delle Ferrovie e dell’avvocato R.; senza perciò che vi fosse alcuna relazione tra la costituzione delle associazioni e i trentacinque crediti nei confronti delle Ferrovie loro ceduti;

2.6. vizi di motivazione in relazione all’affermata assenza di attività delle trentacinque associazioni, essendovi invece prova certa della loro attività precedente rispetto alla cessione dei crediti di cui si discute;

2.7. violazione di legge, in relazione all’art. 36 c.c. e alla L. n. 266 del 1991, e vizi di motivazione, poichè, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, le associazioni erano conformi a legge;

2.8. vizi di motivazione con riferimento alla omessa considerazione del fatto che l’avv. R. si era servito già delle associazioni in occasione del fallimento “***********” (dichiarato con sentenza del Tribunale di Napoli n. 366 del 1996), in data 12 febbraio 1997, prima dei fatti;

2.9. vizi di motivazione con riferimento alla ipotizzata “fittizia proliferazione di crediti” a mezzo di un istituto, quello della cessione dei crediti, perfettamente legale;

2.10. violazione dell’art. 474 c.p.c. e vizi di motivazione in relazione al medesimo aspetto, essendo ininfluente la cessione dei crediti per il debitore e l’azione esecutiva essendo azione titolata;

2.11. violazione dell’art. 24 Cost. e degli artt. 499 e segg. c.p.p., e vizi di motivazione, atteso che gli interventi spiegati nei trentacinque procedimenti esecutivi costituivano esercizio di un diritto, motivato dalle ragioni operative già indicate al secondo motivo;

2.11-bis (numerato in ricorso quale 11^ motivo) violazione degli artt. 99 e segg. c.p.c., artt. 112, 274, 543 e segg. c.p.c., e vizio di motivazione, in relazione alla mancata riunione delle varie procedure esecutive, la riunione e la separazione dei procedimenti costituendo provvedimenti ordinatori discrezionali e insindacabili, che non incidono sulle domande, diminuendole o aumentandole, e la riunione non incidendo sull’autonomia delle cause riunite;

2.12. vizi di motivazione, con riferimento alla influenza della omessa riunione dei procedimenti, sull’assunto che ove i trentacinque procedimenti esecutivi fossero stati riuniti, identico sarebbe stato l’esito;

2.13. vizi di motivazione con riferimento alla mancata verifica della legittimazione dei creditori instanti, risultando pacifiche in atti le cessioni alle trentacinque associazioni, che quali creditori cessionari avevano certamente legittimazione attiva all’azione esecutiva;

2.14. vizi di motivazione in relazione alle osservazioni sulle spese processuali, la liquidazione delle stesse costituendo materia estranea all’assegnazione, ai precetti ed agli assegni emessi dai terzi, ed oggetto di assegnazione essendo stato solo l’importo pignorato, non l’importo delle spese liquidate;

2.15. vizi di motivazione in relazione alla proliferazione dei costi delle opposizioni dei terzi, poichè gli atti della procedura erano tutti in carta libera (come risultava dagli atti dell’opposizione proposta dall’Istituto San Paolo);

2.16. violazioni di legge (dell’art. 640 c.p., nonchè degli artt. 65 e 546 c.p.c.) e vizi di motivazione con riferimento alla sussistenza degli artifizi o raggiri, non essendovi stata, per le ragioni esposte, alcuna “proliferazione” di crediti;

2.17. violazione dell’art. 640 c.p. e vizio di motivazione con riguardo alla induzione in errore dell’Istituto San Paolo, insussistente attesa la notifica nei suoi confronti, in data 24 novembre 1997, su istanza delle trentacinque associazioni, di trentacinque atti di pignoramento presso terzi, ove le pretese erano analiticamente esplicate, e attesa l’evoluzione della procedura, da cui risultava che detta banca aveva piena cognizione e puntuale comunicazione di ogni aspetto della vicenda;

2.18. violazione dell’art. 640 c.p. e vizio di motivazione, per le medesime ragioni, con riguardo alla induzione in errore del Banco di Napoli;

2.19. violazione di legge e vizio di motivazione, con riguardo, per ragioni analoghe, alla induzione in errore sia del Banco di Napoli sia dell’Istituto San Paolo;

2.20. violazione di legge e vizio di motivazione, altresì, con riguardo alla esistenza di atti di disposizione determinati da induzione in errore con artifici e raggiri del Banco di Napoli e dell’Istituto San Paolo;

2.21. violazione di legge (in riferimento anche agli artt. 65 e segg. e 546 c.p.c.) e vizio di motivazione per la impossibilità di configurare l’atto di disposizione richiesto per la integrazione del delitto di truffa giacchè tale atto, secondo la ricostruzione accusatoria, consisterebbe nella dazione degli assegni di pagamento da parte degli istituti di credito pignorati, aventi quali custodi la veste di ausiliari del giudice, in esecuzione dell’ordine del giudice stesso, in tesi autore del reato;

2.22. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla sussistenza dell’ingiusto profitto, stante la coincidenza tra gli importi dei pignoramenti avvenuti nelle procedure esecutive (345 milioni di lire) e gli importi delle assegnazioni a carico di ciascuno dei tre terzi; costituendo ius receptum, per quanto concerneva il pagamento delle così dette spese successive, che il creditore può intimarne nel precetto il pagamento;

2.23. violazione di legge e vizio di motivazione per l’omessa considerazione dell’insegnamento offerto dalla pronuncia n. 1471 del 1996 delle Sezioni unite civili (il creditore può, con l’atto di precetto, intimare il pagamento delle spese e dei diritti ad esso inerenti);

2.24. violazione degli artt. 56 e 629 c.p. e vizi di motivazione con riferimento alla tentata estorsione per insussistenza di violenza e minaccia, nessun teste avendo mai dichiarato di avere udito l’avv. R. minacciare l’attivazione di 34.000 procedure esecutive, nè risultava in atti alcuno scritto che recava tale minaccia;

2.25. violazione degli artt. 56 e 629 c.p. e vizi di motivazione, essendo evidente l’impossibilità pratica e giuridica che fossero esperite altre 32.775 procedure esecutive (34.000 meno 1.225), in assenza di altrettante copie esecutive delle ordinanze e dei precetti; risultando inoltre dagli atti che era stato azionato uno solo dei 1.225 titoli e precetti, in termini di pignoramento mobiliare presso il debitore;

2.26. violazione dell’artt. 2043 c.c. e dell’art. 388 c.p., comma 5, artt. 640, 56 e 629 c.p., e vizi di motivazione, giacchè le banche pignorate si erano rese inadempienti nei confronti delle associazioni creditrici ed assegnatane nonostante l’obbligo di effettuare immediatamente il disposto pagamento, così rendendosi responsabili di illecito aquiliano e di mancata esecuzione dolosa di provvedimenti del giudice, lucrando sulla valuta e favorendo le Ferrovie, vanificando le trentacinque pronunce giurisdizionali;

2.27. violazione degli artt. 56 e 629 c.p. e vizi di motivazione, con riferimento alla sussistenza dell’ingiusto profitto, per ragioni analoghe a quelle esposte in merito all’insussistenza dell’ingiusto profitto riguardo al delitto di truffa (motivi 2.22 e 2.23);

2.28. vizi di motivazione e contraddittorietà della sentenza del Tribunale, che aveva peccato di parzialità, travisamenti ed omissioni nella esposizione delle deposizioni rese dai testi Me., B., V., Ma., F., m. e V.P.;

2.29. vizi della motivazione della sentenza impugnata che aveva:

omesso di considerare le cinque condanne al pagamento delle spese in favore dell’avv. R., difensore distrattario; individuato l’importo iniziale delle condanne in 18 milioni di lire, anzichè in 70 milioni di lire; omesso di considerare i crediti originari dell’avv. R.; affermato contrariamente al vero che nelle ordinanze di assegnazione erano state liquidate spese in favore dell’avv. R.; erroneamente dubitato della legittimazione attiva delle associazioni creditrici, pacificamente sussistente e oggetto di verifica nelle ordinanze di assegnazione del giudice M. e affermato che le associazioni non avevano prodotto l’atto costitutivo; fatto erroneo riferimento alle Ferrovie come uno dei terzi esecutati e alla liquidazione delle spese nelle ordinanze di assegnazione, il cui oggetto era semplicemente l’importo pignorato, oltre che le spese di precetto; arbitrariamente affermato la consapevolezza dell’imputato di operare contra ius;

2.30. vizi di motivazione della sentenza laddove aveva affermato che l’imputato era consapevole dell’ingiustizia della sua pretesa, essendo al contrario il ricorrente animato dalla consapevolezza di operare secundum ius;

2.31. violazione dell’art. 237 c.p.p., per l’omessa acquisizione delle denunce e degli altri documenti provenienti dal R., oggetto delle ordinanze in data 1 giugno, 4 giugno e 27 settembre 2007, elencate ai nn. 12, 14 e 16 all’inizio del ricorso;

2.32. violazione degli artt. 640, 56 e 629 c.p. e vizi di motivazione per l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti ai capi A) e B) dell’imputazione, sulla base di quanto prima complessivamente rappresentato, ed in considerazione della correttezza della condotta tenuta dal ricorrente;

2.33. violazione dell’art. 129 c.p.p. e vizio di motivazione in riferimento alla declaratoria di improcedibilità per prescrizione, perchè l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti all’imputato avrebbe dovuto portare al proscioglimento nel merito ai sensi del comma 2 della disposizione evocata;

2.34. violazione della legge processuale e nullità dell’intero procedimento, ex art. 179 c.p.p., per nullità della citazione per l’udienza del 4 luglio 2003, non avendo l’imputato avuto conoscenza della stessa, perchè ricoverato in ospedale; erroneità delle ordinanze di rigetto delle relative eccezioni e di dichiarazione di contumacia del 4 luglio 2003 e del 4 dicembre 2003, indicate all’inizio ai punti 1, 2 e 5;

2.35. violazione dell’art. 108 c.p.p. e della normativa di sistema nell’ordinamento interno (artt. 24 e 111 Cost.) e internazionale (art. 6, p. 1 e 3, della Convenzione E.D.U.), e nullità dell’intero procedimento, in ragione dell’incongruità dei termini a difesa concessi dal Tribunale alle udienze del 15 maggio 2007, del 25 giugno 2007, del 1 giugno 2007 e del 4 giugno 2007, nonchè del diniego del termine a difesa nell’udienza del 27 settembre 2007; nullità, quelle evidenziate, tutte ritualmente eccepite sia prima sia dopo il compimento dei relativi atti; nonchè disparità di trattamento, le richieste di differimento del Pubblico ministero per studio degli atti processuali essendo state tutte accolte;

2.36. violazione dell’art. 178 c.p.p., lett. c), art. 180 c.p.p. e art. 416 c.p.p., comma 1, e nullità dell’intero sviluppo processuale, erroneità delle ordinanze impugnate indicate all’inizio ai punti 3 e 4 (del 04/07/2003 e 04/12/2003), giacchè la richiesta di rinvio a giudizio del R. non era stata preceduta dall’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio;

2.37. violazione dell’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), artt. 179, 180 e 419 c.p.p., nullità dell’intero procedimento, erroneità dell’ordinanza impugnata indicata all’inizio, al punto 6 (del 04/12/2003), atteso che all’eccezione di omissione o nullità della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di udienza preliminare che riguardava in particolare anche l’attività dell’agente postale, il Tribunale aveva risposto elusivamente affermando che la notifica risultava ritualmente effettuata dall’ufficiale giudiziario e non aveva quindi affrontato la questione della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di udienza preliminare, successivamente alla rinnovazione dell’avviso ex art. 415-bis c.p.p..

2.38. violazione dell’art. 578 c.p.p. e vizio di motivazione con riferimento alla conferma dei capi e delle disposizioni concernenti gli interessi civili, non essendovi stati esame, nè ricognizione, a tal fine, dei motivi d’appello.

3. M.O. ha proposto ricorso, anch’esso a firma personale e del difensore, avvocato *************, chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

3.1. Con il primo motivo denunzia vizi della motivazione e violazione dell’art. 129 c.p.p., perchè la Corte di appello, come già il Tribunale: (a) aveva erroneamente rimarcato la mancata verifica della legittimazione dei creditori procedenti e intervenienti; b) aveva erroneamente segnalato la mancata doverosa riunione dei procedimenti;

c) aveva altrettanto erroneamente affermato che il giudice dell’esecuzione doveva dar corso ad una procedura unitaria.

Si erano supposti poteri d’ufficio estranei ai margini di operatività, vincolati, del giudice dell’esecuzione; le verifiche, in difetto di opposizione da parte del debitore esecutato, non erano dovute; il M. aveva svolto gli accertamenti d’ufficio cui era tenuto (concernenti le condizioni di ammissibilità dell’azione esecutiva, i requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito).

La riunione era discrezionale e non era mai stata “eccepita” o sollecitata dal debitore esecutato; quand’anche fosse stata disposta, il giudice dell’esecuzione non avrebbe dovuto liquidare un unico onorario, in ragione della vigenza della tariffa forense, approvata con D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, art. 5, comma 4, che prevede aumenti a scalare rispetto al numero dei procedimenti, del fatto che la liquidazione unica mai avrebbe potuto concernere comunque l’attività anteriore alla riunione, del principio che nel processo esecutivo l’onere delle spese processuali non segue la soccombenza, ma la soggezione del debitore all’esecuzione.

Si era dimenticato che, emesse le ordinanze di assegnazione, le stesse non sono più revocabili d’ufficio, ma solo, eventualmente, suscettibili d’opposizione; si era dunque trascurato che l’attività del M. era per ogni verso vincolata e che era alle parti che spettava eventualmente proporre opposizione.

In assenza di qualsivoglia indizio idoneo a dimostrare un legame tra le condotte degli imputati, doveva escludersi ogni ipotesi di concorso nel reato di truffa; il ricorrente era estraneo alle operazioni di cessione dei crediti, notifica dei precetti ed esecuzione dei pignoramenti e, dunque, alla contestata attività di proliferazione dei crediti in precedenza avviata dal R., ed era stato designato quale giudice dell’esecuzione dal Pretore dirigente secondo rigorosi criteri tabellari; a lui non potevano addebitarsi le successive iniziative del coimputato, che circa un anno e mezzo dopo il deposito delle ordinanze le aveva azionate come se si trattasse di titoli esecutivi, in palese violazione dell’art. 95 c.p.c..

I Giudici di secondo grado non potevano ignorare che le statuizioni inerenti alla determinazione delle spese non costituivano “titolo esecutivo”, per cui non potevano giustificarsi le successive intimazioni dei precetti, con cui s’era azionato un credito inesistente ammontante complessivamente a circa sette miliardi.

3.2. Con il secondo motivo denunzia violazione dell’art. 578 c.p.p. e difetto di motivazione in relazione alla conferma delle statuizioni civili; la Corte di merito aveva omesso di esaminare, agli effetti civili, le numerose censure rivolte alla sentenza di primo grado con i motivi d’appello (già per altro riproposti in sostanza con il primo motivo).

3.3. Con il terzo motivo denunzia violazione dell’art. 129 c.p.p., comma 1 e art. 578 c.p.p., avendo il Giudice d’appello omesso di verificare che il decorso della prescrizione, per quel che ineriva la posizione del M., era già maturato nelle more del processo di primo grado: l’attività giurisdizionale del ricorrente si era definitivamente conclusa alla data del 10 giugno 1998 con il deposito delle ordinanze di cui al capo d’imputazione; lo stesso aveva anche concluso il proprio mandato di vice Pretore alla data del 31 dicembre 1997. La commissione del reato andava al più anticipata al momento della emissione delle ordinanze e la prescrizione era maturata alla fine del mese di luglio dell’anno 2007, in data anteriore alla pronuncia resa in primo grado; il Giudice d’appello non poteva decidere perciò sulle istanze della parte civile.

4. In data 24 luglio 2010, il ricorrente R.A. depositava, ex art. 585 c.p.p., comma 4, atto contenente sei “motivi” nuovi, deducendo:

4.1, l’insussistenza del fatto-reato di truffa e violazioni di legge:

(1^ “motivo”) per inosservanza dell’art. 25 Cost., comma 2, art. 14 preleggi e art. 1 c.p., ovverosia dei principi di legalità e tassatività della fattispecie, e del divieto di analogia in materia penale; (2^ “motivo”) per inosservanza dell’art. 117 Cost., comma 1, e dell’art. 7 C.E.D.U., come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo; (3^ “motivo”) per inosservanza dell’art. 117 Cost., comma 1, e dell’art. 6 C.E.D.U., come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo;

4.2. la violazione degli artt. 129, 530 e 578 c.p.p.: (4^ “motivo”) per l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti; (5^ “motivo”) per il mancato rispetto dei principi di diritto enunciati da Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009; (6^ “motivo”) per la necessità, per l’effetto, di dichiarare a norma dell’art. 578 c.p.p. l’insussistenza dei fatti-reato in rubrica ascritti.

5. Con note di udienza del 7 settembre 2010, le parti civili San Paolo IMI s.p.a. e Banco di Napoli s.p.a. hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso proposto dal R., perchè tardivamente depositato in data 29 maggio 2009, ossia un giorno dopo la scadenza del termine di 45 giorni, previsto dall’art. 585 c.p.p., comma 1, lett. c).

6. Il ricorrente R.A. depositava il 20 settembre 2010, undici memorie difensive che ribadivano e illustravano ulteriormente le censure con specifico riferimento: (1^ memoria) alla violazione dei principi di legalità e del giusto processo; (2^ memoria) alle censure del coimputato, osservando che, diversamente da quanto esposto nel ricorso proposto dal M., le associazioni creditrici non potevano agire nuovamente contro le originarie debitrici Ferrovie dello Stato, senza aver prima – e vanamente – agito nei confronti dei terzi; (3^ memoria) alla nullità radicale del processo per omessa citazione a giudizio; (4^ memoria) alla nullità radicale del processo per violazione dell’art. 108 c.p.p.;

(5^ memoria) alla necessità di dichiarare le nullità verificatesi in primo grado e di tutti gli atti conseguenti; (6^ memoria) alla violazione degli artt. 578 e 125 c.p.p.; (7^ memoria) alla necessità di annullamento senza rinvio; (8^ memoria) all’assenza di induzione in errore e di atto di disposizione dei terzi pignorati, ausiliari del giudice; (9^ memoria) all’inesistenza di ingiusto profitto; (10^ memoria) alla insussistenza della tentata estorsione; (11^ memoria) alla violazione dell’art. 129 c.p.p., comma 2. 7. Il 24 settembre 2010, il R. depositava altra memoria, in replica alle note di udienza delle parti civili, con la quale illustrava l’infondatezza della censura di tardiva proposizione del ricorso, in particolare sottolineando che, seguendo la tesi opposta, alla parte sarebbero rimasti per impugnare solo quarantaquattro giorni, con un esito contrastante rispetto ai principi affermati dall’art. 3 Cost., comma 1, e art. 24 Cost., comma 2, nonchè dall’art. 6 C.E.D.U..

8. In data 10 novembre 2010, il R. depositava atto a sua firma con il quale riepilogava ed elencava correttamente il numero dei motivi di ricorso già articolati (39 originari e 6 nuovi), segnalando che erano stati erroneamente indicati come undicesimo (11^) sia l’undicesimo sia il dodicesimo motivo; illustrava ulteriori controdeduzioni all’eccezione della parte civile, ribadendo il contenuto della memoria del 24 settembre 2010 (la proroga ex art. 172, comma 3, non aveva ad oggetto il dies a quo per l’impugnazione, ma il dies ad quem per il deposito della sentenza).

9. All’esito dell’udienza celebrata in data 24 settembre 2010, la Seconda Sezione penale di questa Corte pronunciava ordinanza con la quale, rilevato che in ordine alla questione della tardività del ricorso del R. si profilava un contrasto tra la giurisprudenza indicata come prevalente (Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261; Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622) e quella assunta come minoritaria (Sez. 6 n. 42785 del 25/10/2001, ********, Rv. 220425) ma condivisa, rimetteva i ricorsi alle Sezioni Unite, ritenendo necessario il loro intervento.

10. Con decreto emesso in data 15 ottobre 2010 il Presidente Aggiunto assegnava il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione del ricorso l’udienza del 25 novembre 2010.

Il 25 novembre 2010 il ricorso veniva rinviato a causa di un difetto di notifica, alla udienza del 25 maggio 2011. 11. Il 23 maggio il ricorrente R. depositava, in vista dell’udienza del 25 maggio, dieci atti di memoria, con i quali, riprendendo argomenti già trattati, illustrava: (1^ memoria) la questione di diritto rimessa alle Sezioni unite; (2^ memoria) la violazione dell’art. 388 c.p., comma 5, ad opera dei terzi esecutati;

(3^ memoria) le conseguenze delle decisioni di merito in termini di frustrazione, in concreto, del giudicato portato dalle sentenze dei giudici civili che avevano conosciuto dei crediti posti in esecuzione; (4^ memoria) l’utilizzazione impropria dello strumento penale a tutela di ragioni civili che potevano semmai essere fatte valere con opposizioni; (5^ memoria) la violazione del principio di legalità prodotto dalla condanna per reati non configurabili; (6^ memoria) la violazione dei principi affermati in tema di truffa da Sez. U, n. 7537 del 10/02/2011; (7^ memoria) la violazione dell’art. 129 c.p.p., comma 2; (8^ memoria) la “criminalizzazione” del principio enunciato dalle Sezioni Unite civili nella sentenza n. 1471 del 1996 (al creditore istante è consentito intimare con il precetto il pagamento delle spese ad esso inerenti); (9^ memoria) la violazione del favor innocentiae e dei principi enunciati da Sez. U, n. 35490 del 28/05/2010 e Sez. 3, n. 6261 del 12/01/2010 in tema di rapporti tra gli artt. 129 e 578 c.p.p.; (10^ memoria) la violazione degli artt. 6 e 7 C.E.D.U., in ordine in particolare al dovere dei giudici di esaminare effettivamente gli argomenti e le deduzioni delle parti, di rispettare i giudicati nonchè ai principi di legalità, di effettività della tutela a mezzo della esecuzione delle decisioni e di legalità. 12. All’udienza del 25 maggio 2011, costituite le parti, il Procuratore Generale, in via preliminare, ai fini e per gli effetti di quanto affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con la sentenza 11 dicembre 2007, ********, informava le parti che intendeva sollevare il problema della diversa qualificazione giuridica dei fatti ascritti ai due ricorrenti al capo A) della rubrica.

Anticipava a tale proposito che ad avviso della Procura Generale la sentenza impugnata difettava nella individuazione degli elementi costitutivi del delitto di truffa, in specie l’induzione in errore e l’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito – non ravvisabile nelle ordinanze di assegnazione.

Apparivano per contro gli estremi del delitto di abuso di ufficio (ex art. 110 c.p. e art. 323 c.p., comma 2), attesi i riferimenti espliciti, nella contestazione, alla violazione di norme di legge, in specie al disposto dell’art. 273 c.p.p., comma 1, ancorchè non formalmente richiamato, e all’ingiusto vantaggio patrimoniale per il R. e per le trentacinque associazioni creditrici, costituito – come da capo d’imputazione – per il primo nell’assurda e abnorme proliferazione delle spese processuali, vantate, liquidate e in parte riscosse; per le seconde nell’emissione, in favore di ogni società, di trentacinque ordinanze di assegnazione, ciascuna per l’intero importo del credito vantato; con contestuale e corrispondente danno ingiusto per la società esecutata e per i terzi pignorati.

Le parti chiedevano termine.

Il Collegio, ritenuto che alle difese doveva essere assicurato tempo congruo per formulare eventuali controdeduzioni in merito alla prospettiva di una diversa qualificazione dei fatti, rinviava, impregiudicata ogni decisione sul merito, all’udienza del 29 settembre 2011. 13. Il 14 settembre l’avvocato *********** ha depositato note d’udienza per le parti civili San Paolo IMI e Banco di Napoli, con le quali:

– insiste nella eccezione di tardività del ricorso, nuovamente illustrandone le ragioni, in specie sotto il profilo della natura del termine per il deposito delle sentenze, per il quale il dies ad quem non sarebbe suscettibile quindi di proroga ope legis al giorno successivo non festivo, se quello di scadenza è festivo (richiamando la giurisprudenza in tema di non soggezione dei termini di cui all’art. 544 c.p.p. alla sospensione in periodo feriale);

– insiste per la correttezza della qualificazione dei fatti contestati al capo A) alla stregua di truffa, osservando che il Procuratore ******** avrebbe del tutto impropriamente evocato rilievi riferibili alla fattispecie della cosiddetta truffa processuale, in cui è il giudice ad essere la vittima diretta dell’inganno; nel caso in esame il giudice non era destinatario dell’inganno ma coautore dello stesso; l’intervento del giudice in tale veste comportava la configurabilità del delitto di truffa, gli artifici e raggiri rappresentati dalla maliziosa suddivisione del credito originario e dalla maliziosa mancata riunione, condotte che avevano indotto in errore i terzi sulla entità e spettanza effettive dei crediti;

– osserva che la violazione di specifiche norme di legge ad opera del M. comportava semmai il concorso tra l’abuso di ufficio, che non esauriva l’intera condotta illecita, in specie quella prodromica del R. al quale il M. era rimasto estraneo, e la truffa contestata.

14. Il 23 settembre perveniva memoria a firma dell’avvocato *******, nell’interesse dell’imputato M., trasmessa a mezzo fax.

Nella memoria, in replica alle osservazioni del Procuratore ********:

si contesta la doverosità della riunione, osservandosi che la norma applicabile non era l’art. 273 c.p.c., ma, semmai, l’art. 274 c.p.c.;

si rileva che, a considerare il fatto alla stregua di abuso, esso doveva ritenersi esaurito con le ordinanze di assegnazione, quindi il 10 giugno 1998; si rimarca la conseguenza della prescrizione già maturata alla data della sentenza di primo grado. In relazione al primo aspetto si ribadisce poi la prospettazione difensiva secondo cui le ordinanze di esecuzione non erano titoli esecutivi e il R. in base ad esse non poteva procedere a intimazione con 3.673 atti di precetto, intimando il pagamento di circa sette miliardi di lire.

15. Il 27 settembre il R. ha depositato altre quattordici memorie con le quali: (1^ memoria) afferma che in caso di riqualificazione dei fatti contestati al capo A) alla stregua di abuso, per il quale è prevista l’attribuzione al Tribunale in composizione collegiale, si sarebbero dovute annullare senza rinvio entrambe le sentenze di merito; (2^ memoria) richiama le deduzioni in tema di tempestività del ricorso, nullità per omessa citazione in primo grado e per violazione dell’art. 108 c.p.p.; (3^ memoria) assume che l’ipotetico abuso, commesso il 10/06/1998, era prescritto prima della sentenza del Tribunale; (4^ memoria) denunzia la falsità di quanto descritto nel capo A), a proposito della qualifica di difensore antistatario del R.; (5^ memoria) denunzia (richiamando precedenti osservazioni) falsità ed erroneità nelle deduzioni in tema di regole processuali civili del M., affermando che evidentemente il coimputato non conosce il codice di rito civile; (6^) afferma che non poteva in alcun modo ritenersi che l’imputazione contenesse un implicito riferimento all’art. 273 c.p.c., semmai all’art. 274 c.p.c.; (7^ memoria) rinnova le censure relative all’affermata omessa verifica della legittimazione dei creditori cessionari; (8^ memoria) rinnova le censure in ordine alla falsità delle affermazioni relative alle liquidazioni di spese a suo favore e alla irrilevanza delle riunioni o separazioni sulle spese;

(9^ memoria) rimarca che il M. aveva sciolto le riserve oltre i termini di legge, con danno dei pignoranti e vantaggio delle Ferrovie; aveva limitato l’importo assegnato a quello pignorato anzichè a quello oggetto del riconoscimento di debito, con ingiusto vantaggio per le Ferrovie e svantaggio per le associazioni; (10^ memoria) afferma che se violazioni di legge vi erano state, essere erano perciò tutte a favore del debitore Ferrovie e che non era ravvisabile alcun profitto o vantaggio contra ius delle creditrici;

(11^ memoria) contesta l’elemento soggettivo dell’abuso, ovvero l’esistenza di dolo intenzionale di vantaggio patrimoniale o danno ingiusto; (12^ memoria) torna sugli argomenti della 9^ e 10^ memoria, assumendo che l’abuso a vantaggio delle associazioni era smentito dai fatti; (13^ memoria) sostiene che in ogni caso il R. sarebbe rimasto estraneo ad ogni abuso, non risultando tra i due imputati rapporti personali o altri dati da cui indurre un accordo, nè prove di intesa, neppure essendo il R. destinatario dell’atto, che anzi aveva comunicato alle Ferrovie; (14^ memoria) afferma che emergeva per tabulas l’insussistenza dei reati, sia di truffa sia di abuso e la negazione dell’evidenza sfociava nell’arbitrarietà.
Motivi della decisione

1. La questione rimessa alle Sezioni Unite.

Il quesito rimesso alle Sezioni Unite deve essere precisato nel seguente: “se la regola secondo cui il termine stabilito a giorni, che scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno non festivo, riguardi anche il termine di deposito della sentenza, con conseguenti effetti sull’inizio di decorrenza del termine per impugnare”. 1.1. Per chiarezza, è bene riassumere i termini del problema.

La Seconda Sezione ha rimesso i ricorsi alle Sezioni Unite ravvisando profili di contrasto in ordine alla soluzione da dare alla questione preliminare della tempestività del ricorso del R., sollevata con memoria della parte civile San Paolo s.p.a..

La sentenza impugnata è stata pronunciata dalla Corte di appello di Roma in data 12 febbraio 2009, alla presenza di entrambi gli imputati. Al momento della lettura del dispositivo il deposito della motivazione veniva riservato nel termine di 60 giorni, cadente il 13 aprile 2009, che coincideva con il lunedì di Pasqua. La motivazione è stata depositata il 9 aprile 2009, dunque entro il termine. Il ricorso del R. è stato depositato in data 29 maggio 2009, ovverosia il quarantaseiesimo giorno a far data dal giorno festivo del 13 aprile 2009.

Il ricorso sarebbe dunque tardivo se si dovesse calcolare il termine di quarantacinque giorni – assegnato per l’ipotesi in esame dal disposto coordinato dell’art. 585 c.p.p., comma 1, lett. c), e comma 2, lett. c), – come decorrente dal giorno festivo coincidente con la scadenza del termine determinato dal giudice per il deposito della sentenza; sarebbe tempestivo se la data di decorrenza dovesse essere riferita al primo giorno non festivo successivo.

1.2. A tale proposito il Collegio rimettente rileva che secondo un orientamento giurisprudenziale (espresso da Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261; Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622) in materia di termini stabiliti a giorni, la proroga prevista per i giorni festivi dall’art. 172 c.p.p., comma 3, riguarda esclusivamente la scadenza dei termini stessi, e non anche l’inizio della loro decorrenza, la quale pertanto non potrebbe essere prorogata di diritto, anche quando debba essere in concreto riferita ad un giorno festivo. Da tale orientamento discenderebbe nel caso di specie che il termine per l’impugnazione dovrebbe farsi decorrere dal 13 aprile 2009, e il ricorso del R. sarebbe inammissibile.

La Sezione rimettente ritiene però che siffatta interpretazione contrasterebbe con il tenore letterale dell’art. 585 c.p.p., comma 2, laddove stabilisce che i termini previsti dal comma 1 dello stesso articolo decorrono in ogni caso dalla scadenza del termine per il deposito della sentenza (Sez. 6 n. 42785 del 25/10/2001, ********, Rv. 220425), senza riferimento alcuno al computo dei dati temporali ex art. 172 c.p.p., facendo in tal modo coincidere il dies a quo per proporre l’impugnazione con il dies ad quem relativo alla scadenza del termine per il deposito della sentenza, prorogabile di diritto al primo giorno non festivo successivo a quello festivo di scadenza.

Avuto riguardo alla ratio dell’art. 585 c.p.p., consistente nell’evitare di dare avviso alle parti del deposito della sentenza in tutti i casi in cui la stessa è depositata nei termini di legge o indicati dal giudice, i parametri di commisurazione di entrambi i predetti termini non potrebbero che essere identici, e sarebbe illogico ritenere decorrente dal giorno festivo il termine per la proposizione del ricorso per cassazione, pur dovendosi individuare in quello successivo non festivo il termine di scadenza per il deposito della sentenza.

2. Effettivamente, Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261, ha ritenuto l’inammissibilità dell’impugnazione proposta, nel caso al suo esame, il giorno successivo a quello di scadenza del termine, calcolando come data d’inizio il giorno festivo in cui secondo il calendario comune scadeva il termine per il deposito della sentenza, richiamando la consolidata giurisprudenza secondo cui la regola posta dall’art. 172 c.p.p., comma 3, non s’estende al termine iniziale (o intermedio) festivo. Nello stesso senso s’è espressa Sez. 4, n. 2625 del 21/09/1999, ********, Rv.

215000. 2.1. Tali sentenze non hanno tuttavia specificamente considerato l’aspetto che il dies a quo del termine per impugnare decorre, ex art. 585 c.p.p., comma 2, lett. e), dal dies ad quem per il deposito della motivazione della sentenza; che questo, cadendo in giorno festivo, andava di diritto prorogato; che, non ricorrendo ipotesi di sospensione diversamente operanti per i due termini, la decorrenza dell’inizio dell’uno dalla fine dell’altro equivale secondo il calendario comune alla coincidenza del giorno d’inizio con il giorno di fine.

2.2. Nella sentenza ******* si cita, come precedente conforme, Sez. 6, n. 82 del 22/11/2002, Khaidou, Rv. 225708, relativa alla decorrenza del termine di cui all’art. 309 c.p.p., comma 9, e l’ordinanza di rimessione richiama altresì Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622, relativa alla decorrenza dei termini d’impugnazione a far data dal primo giorno successivo alla sospensione feriale (16 settembre), cadente in giorno festivo.

Si tratta però di precedenti non esattamente in termini.

2.3. Sez. 6, n. 82 del 2002, Khaidou, si riferisce ad ipotesi significativamente diversa giacchè la decorrenza del termine di cui all’art. 309 c.p.p., comma 9, è ancorata, da quella stessa disposizione, a una data determinata in base alla materiale trasmissione degli atti ad opera del Pubblico ministero.

2.3. Ipotesi radicalmente differente è quindi quella esaminata da Sez. 2, n. 23694 del 2008, *********, e dalle molte decisioni simili relative alla decorrenza dei termini d’impugnazione a far data dalla cessazione del periodo feriale (16 settembre), in situazione in cui il termine per il deposito della sentenza scade entro detto periodo.

Quando ciò accade, difatti, all’assenza di soluzione di continuità tra termini (piano normativo) non corrisponde assenza di soluzione di continuità anche tra date del calendario comune (piano naturalistico). Il giorno di inizio del termine per impugnare non coincide più con il giorno in cui viene a cadere il termine fissato per legge o determinato dal giudice per il deposito della sentenza, perchè questo, a differenza dell’altro, non è soggetto alla sospensione prevista dalla L. 7 ottobre 1969, n. 742, art. 1 (Sez. U, n. 7478 del 19/06/1996, *********, Rv. 205335). Con la conseguenza che, ove il termine per la redazione della sentenza venga a collocarsi in detto periodo, la regola della decorrenza giuridica non determina coincidenza naturale di date, perchè, intervenendo l’ulteriore regola della sospensione feriale, il termine per proporre impugnazione inizia autonomamente a decorrere dalla fine del periodo di sospensione.

3. Tornando alle decisioni invece pertinenti e all’ordinanza di rimessione, occorre rilevare che se si trattasse davvero di stabilire soltanto se, in materia di termini processuali stabiliti a giorni, la proroga di diritto, in caso di scadenza in giorno festivo, al giorno successivo riguardi anche l’inizio della decorrenza, il quesito non giustificherebbe incertezza alcuna.

3.1. L’art. 172 c.p.p., comma 3, dispone che “il termine stabilito a giorni, il quale scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno successivo non festivo”. La disposizione, tassativa nel dato letterale, nega implicitamente ogni rilievo all’ipotesi che i giorni festivi vengano a cadere all’inizio o durante il decorso del termine:

salva, ovviamente, diversa previsione normativa che si ponga come lex specialis rispetto alla regola generale (come, ad esempio, quella di cui all’art. 477 c.p.p., comma 2). Nè fra termine iniziale e termine finale è predicabile identità di situazioni o è spendibile analogia di rado. La disposizione assicura che allorchè sono fissati dei termini per il compimento di uno specifico atto, o per lo svolgimento di una data attività, “l’interessato possa svolgere l’attività sottoposta a termine anche nell’ultimo giorno utile” (Corte cost., ord. n. 80 del 1967). Ma solo al perfezionamento dell’esistenza giuridica dell’atto, che normalmente si realizza con deposito, ricezione, verbalizzazione o ratifica del funzionario addetto all’ufficio, è indispensabile che il termine non cada in giorno in cui gli uffici sono chiusi; non all’eventuale attività di studio, preparazione, compilazione.

Sul punto appaiono d’altronde concordi dottrina e risalente e consolidata giurisprudenza (cfr., in relazione all’analoga disposizione recata dall’art. 180 c.p.p. del 1930, Sez. 4, n. 2523 del 17/10/1969, *******, Rv. 113386; Sez. 5, n. 873 del 03/03/1971, **********, Rv. 117940; Sez. 2, n. 1385, 03/12/1984, dep. 1985, Annessi, Rv. 167824; Sez. 2, n. 274 del 25/01/1984, ********, Rv. 163027, e in relazione al codice vigente, tra molte neppure massimate, Sez. 6, n. 28290 del 03/06/2003 ***********, Rv. 226354).

La proroga di diritto del giorno di scadenza non riguarda dunque il giorno d’inizio, così come non riguarda i giorni intermedi.

3.2. Per rispondere agli argomenti delle parte civile, che ha sollevato la questione e che ha insistito su tale aspetto con la memoria e nella discussione orale, può solamente aggiungersi che non riguarda in alcun modo l’ipotesi in esame neppure il problema, sul quale effettivamente si registra una qualche divergenza di orientamenti, della riferibilità della previsione dell’art. 273 c.p.p., comma 3, anche ai termini dilatori.

Dilatorio è il termine entro il quale a un soggetto è impedito il compimento di determinate attività, essendo il tempo intermedio riservato al compimento di attività di altri, di regola a pena di decadenza. Il medesimo lasso temporale potrà dunque rappresentare per taluno un termine dilatorio e per tal altro un termine perentorio, ma non v’è dubbio che la natura del termine assegnato ad un soggetto non dipende nè dal dato cronologico in sè nè dall’attività che altri possa compiere o non compiere nel medesimo tempo, bensì dalla funzione della regola temporale per ciascuno posta. E’ decisamente da escludere, perciò, che il termine per impugnare o – in relazione a quanto si dirà – il termine per motivare la sentenza, che individua il tempo entro il quale tali attività possono e debbono essere compiute, siano riconducibili alla nozione di termine dilatorio.

4. Il profilo rilevante per il caso in esame non concerne però l’autonoma decorrenza dei termini stabiliti a giorni, ma piuttosto, come d’altra parte evidenzia la stessa ordinanza di rimessione, il modo d’operare della regola fissata dall’art. 271 c.p.p., comma 3, quando a venire in considerazione siano i termini per impugnare che decorrono, ex art. 585 c.p.p., da quelli assegnati, dalla legge o dal giudice, per il deposito della sentenza: ovverosia l’individuazione del dies a quo allorchè questo coincide per legge e senza che intervengano sospensioni, con il dies ad quem di un altro termine stabilito a giorni.

Per intendere, si prenda il termine di cinque giorni previsto dall’art. 294 c.p.p., comma 1, per il cd. interrogatorio di garanzia, che è ancorato ad un accadimento, la cattura del soggetto colpito da misura cautelare, che può verificarsi naturalmente in qualsiasi giorno dell’anno. Tale termine è un normale termine processuale a giorni al quale, in assenza di una diversa disposizione normativa, non possono che applicarsi, per individuarsi il momento di decorrenza, le regole generali dell’art. 172 c.p.p., commi 2 e 4, (Sez. 6, n. 10863 del 05/03/2007, Venari, Rv. 235931). Sicchè se l’arresto avviene in giorno prefestivo, dies a quo non computatur (art. 172 c.p.p., comma 4) e il termine comincia decorrere dal giorno festivo; se viene a cadere in giorno festivo inizia dal giorno successivo, non in virtù dell’art. 172, comma 3, ma sempre in ragione del comma 4.

Situazione diversa è, invece, quella in cui l’inizio del termine non è autonomo e fisso, nel senso che non coincide con una data autonomamente fissata o con un accadimento, verificatosi in una certa data fenomenologicamente determinata, considerato nella sua materialità; ma va correlato alla scadenza di altro termine a giorni ed ha, per tale ragione, natura mobile e derivata da altro momento che va individuato in base a un criterio composito, fatto di calcolo materiale e regola giuridica, che è nel caso in esame il termine per il deposito della sentenza.

5. Deve verificarsi allora, anzitutto, se l’art. 172 c.p.p., comma 3, si applichi alle sentenze. La soluzione non può essere che positiva.

Nessuna indicazione normativa consente di limitare la portata del disposto dell’art. 172 c.p.p., comma 3, ai soli atti o attività delle parti o ai soli termini perentori. La regola della proroga del termine che cade in giorno festivo al primo giorno immediatamente successivo non festivo, risponde, per altro, a principio generale applicabile nei più diversi settori dell’ordinamento (basterà ricordare l’art. 155 c.p.c., comma 4).

Neppure esiste alcuna ragione extratestuale che giustifichi la limitazione della sfera d’applicazione della norma in esame alla sola attività delle parti. Anche il giudice, come le parti, dipende, per il deposito dei suoi atti dagli uffici di cancelleria. Ove l’ultimo giorno in tesi utile coincida con un giorno festivo, la chiusura degli uffici comporterebbe, per il giudice nello stesso modo che per le parti, l’impossibilità materiale di fruire dell’ultimo giorno utile.

La giurisprudenza è sul punto consolidata: si vedano, tra molte, Sez. 6, n. 4571 del 01/12/1995 *******, Rv. 204007; Sez. 2, n. 5699 del 21/10/1997 *********, Rv. 209027; Sez. 6, n. 1795 del 21/05/1998, ********, Rv. 211252; Sez. 4, n. 42736 del 17/10/2007, *******, Rv. 238304, in tema di termine di dieci giorni per la decisione del tribunale del riesame; Sez. 2, n. 4546 del 24/10/1994, *******, Rv.

200003, in tema di interrogatorio ex art. 294 c.p.p.; nonchè, con riferimento all’analoga disciplina del codice previgente: Sez. 6, n. 175 del 21/01/1989, Montefusco, Rv. 180478, in tema di convalida dell’arresto; Sez. 1, n. 876 del 27/03/1985, ********, Rv. 169293; Sez. 1, n. 1206 del 20/12/1983, Rigamo, Rv. 162562, in tema di termini per la presentazione al giudizio direttissimo.

Si è discusso, e talora si discute ancora, in specie in materia civile e pur senza alcun fondamento, se la regola sia applicabile ai termini perentori. Non si è mai dubitato invece che concerna anche i termini ordinatori (cfr. da ultimo Sez. 1 civ., n. 5254 del 04/04/2003, Rv. 562171; Sez. 4 pen., n. 4658 del 17/12/1976, Romano, Rv. 135569), per i quali non è in linea generale nè particolare prevista alcuna limitazione del regime della prorogabilità. 6. Anche per i termini per proporre impugnazione decorrenti “dalla scadenza del termine stabilito dalla legge o determinato dal giudice per il deposito della sentenza” (art. 585 c.p.p., comma 2, lett. c)), l’individuazione del momento d’inizio non può che dipendere, pertanto, dal criterio composito di cui si è detto, costituito dal computo materiale dei giorni assegnati per il deposito e dall’applicazione della regula iuris che dispone la proroga di quello cadente in giorno festivo al successivo non festivo.

Per conseguenza, se il giorno finale del primo termine è festivo, esso è prorogato al primo giorno immediatamente successivo non festivo e da tale giorno non festivo decorre il secondo termine: non perchè il giorno festivo non sarebbe calcolabile quale giorno iniziale di decorrenza, ma semplicemente perchè il giorno iniziale di decorrenza del secondo termine coincide con quello in cui cade il primo termine, sicchè la proroga di diritto del primo comporta lo spostamento dell’inizio della decorrenza del secondo.

6.1. Sotto l’aspetto sistematico tale criterio è poi l’unico conforme allo scopo delle regole poste dall’art. 585 c.p.p., di evitare, mediante il sistema di prefissazione di termini per il deposito, costi e tempi per le notificazioni; scopo che è ragionevolmente perseguito soltanto se si assicura equanimemente alle parti il diritto di proporre impugnazione con pienezza dei tempi previsti per l’esercizio di tale diritto. Così, da un lato, se il deposito è ritardato, anche di un solo giorno, occorre procedere a notifica; dall’altro, se la sentenza è ritualmente depositata nel giorno post-festivo successivo a quello astrattamente coincidente con lo scadere del termine, non può conseguirne per la parte la perdita di un giorno rispetto al termine che deve esserle riconosciuto.

Ad analoga soluzione pervengono d’altronde, in materia di computo dei termini dettata dall’art. 155 c.p.c., le Sezioni civili di questa Corte, allorchè rilevano che la previsione del comma 4 di tale norma si applica anche nel caso in cui il dies ad quem prorogato di diritto costituisca, a sua volta, dies a quo per il termine dato a chi intenda contraddire o ricorrere avverso l’atto per il cui deposito è previsto termine finale cadente in giorno festivo (Sez. 1 civ., n. 13201 del 05/06/2006, Rv. 590480).

6.2. Concludendo, in relazione al quesito per il quale i ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite, devono essere affermati i seguenti principi di diritto:

“la regola per cui il termine stabilito a giorni, il quale scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno successivo non festivo, posta nello specifico dall’art. 172 c.p.p., comma 3, si applica anche agli atti e ai provvedimenti del giudice, e si riferisce perciò anche al termine per la redazione della sentenza”;

“nei casi in cui, come nell’art. 585 c.p.p., comma 2, lett. c), è previsto che il termine assegnato per il compimento di una attività processuale decorra dalla scadenza del termine assegnato per altra attività processuale, la proroga di diritto del giorno festivo in cui il precedente termine venga a cadere al primo giorno successivo non festivo, determina lo spostamento altresì della decorrenza del termine successivo con esso coincidente”;

“tale situazione non si verifica ove ricorrano cause di sospensione quale quella prevista per il periodo feriale che, diversamente operando per i due termini, comportino una discontinuità in base al calendario comune tra il giorno in cui il primo termine scade e il giorno da cui deve invece calcolarsi l’inizio del secondo”.

Ne discende la tempestività e quindi l’ammissibilità sotto tale profilo del ricorso proposto dall’imputato R.A..

7. Le altre questioni da esaminare.

Una volta assegnati alle Sezioni Unite, sia il ricorso del R. sia quello del M. devono essere esaminati interamente, non essendo previsto per le Sezioni Unite penali che possano limitare la loro decisione alla questione controversa (Sez. U, n. 17 del 21/06/2000 Primavera, Rv. 216660).

Atteso il numero delle questioni prospettate e la grande congerie di atti difensivi, specie del R., è necessaria una ricapitolazione per dare ordine all’esame.

R. ha enunciato nel ricorso trentanove “motivi” di censura, molti dei quali rappresentano tuttavia mere articolazioni di doglianze rivolte agli stessi capi e punti, ulteriormente sviluppati, senza aspetti di novità sostanziali, in innumerevoli “motivi nuovi” e memorie. Le doglianze sono riconducibili: (a) a violazioni della legge processuale che inficerebbero lo svolgimento del processo sin dall’origine; (b) a errata applicazione della legge sostanziale penale e processuale civile, in relazione alla configurabilità dei reati contestati (c) a violazione degli artt. 129 e 578 c.p.p. in relazione alla declaratoria della prescrizione con conferma delle statuizioni civili senza esame dei motivi di appello; (d) a difetti di motivazione (a volta prospettati sotto l’aspetto di violazioni di legge) che renderebbero in ogni caso errata o carente la decisione impugnata.

M. ha articolato tre motivi, approfonditi nelle memorie, riferiti: (a) alla insussistenza della truffa e, in particolare, alla non configurabilità del suo concorso; (b) alla violazione degli artt. 129 e 578 c.p.p. per le medesime ragioni indicate dal R., ancorchè facenti riferimento ad argomenti difensivi in parte differenti; (c) alla prescrizione già maturata, per la sua posizione, prima della sentenza di primo grado.

Il Procuratore ******** ha chiesto la qualificazione dei fatti contestati a titolo di truffa alla stregua di abuso d’ufficio, e le parti hanno replicato opponendosi.

Vanno perciò esaminate le questioni concernenti: le nullità del giudizio di primo grado; la richiesta di riqualificazione e la configurabilità della truffa; la prescrizione maturata antecedentemente alla sentenza di primo grado; la sussistenza della violazione degli artt. 129 e 578 c.p.p. e le questioni di merito che eventualmente residuano (sotto l’aspetto della motivazione della sentenza impugnata).

8. Le nullità denunziate dal ricorso R..

Il ricorso R. denuncia molteplici violazioni della legge processuale verificatesi in primo grado, che avrebbero prodotto nullità, in tesi assolute e comunque già tempestivamente dedotte, idonee a travolgere la sentenza del Tribunale. Denuncia altresì che la Corte di appello ha omesso di esaminare le analoghe censure a lei prospettate con l’atto d’appello.

Le questioni sono in astratto rilevanti, giacchè i giudici del merito hanno deciso non solo in ordine al reato, per il quale è sopravvenuta la declaratoria di prescrizione in appello, ma anche in ordine al risarcimento dei danni cagionati dal reato.

In questa situazione, di condanna agli effetti civili confermata in appello, il principio che, qualora già risulti una causa di estinzione del reato, la sussistenza di una nullità di ordine generale non è rilevabile nel giudizio di legittimità (Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, *********, Rv. 220511) non opera, perchè, come puntualizza Sez. U, n. 17179 del 27/02/2002, *****, Rv. 221403, la nullità può incidere sulla validità delle statuizioni civili.

Sez. U, ***** si occupava del caso in cui la prescrizione matura successivamente al giudizio d’appello che ha confermato la condanna sia penale sia civile dell’imputato. La situazione non muta però nel caso in cui la sentenza d’appello dichiara la prescrizione dei reati ma conferma le statuizioni civili. Se la nullità travolgesse il giudizio di secondo grado, ma non quello di primo grado, la Corte di Cassazione dovrebbe comunque annullare la sentenza impugnata con riferimento ai capi che riguardano l’azione civile e rinviare, ex art. 622 c.p.p., al giudice civile competente per valore in grado di appello. Se la nullità travolge il giudizio di primo grado, entrambe le sentenze di merito vanno annullate senza rinvio, con azzeramento dei capi relativi agli interessi civili, giacchè il difetto di una valida sentenza di condanna anche generica dell’imputato, pronunciata a favore della parte civile in primo grado, impedisce l’applicabilità dell’art. 578 c.p.p. nei giudizi d’impugnazione (così anche Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, **********, Rv. 244273).

Le censure appaiono però tutte manifestamente infondate, quando non tardive o per altro verso parimenti inammissibili.

9. Il difetto di motivazione sulle questioni di diritto.

In primo luogo non sono rilevanti le doglianze relative alla mancanza di motivazione della sentenza d’appello o ai difetti di motivazione delle ordinanze del giudice di primo grado, sulle eccezioni di nullità (1^ motivo, in genere; specificamente, altresì, 37^ motivo), non riferendosi alle questioni di diritto l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e).

Non vi è dubbio, alla luce di quanto si è detto al punto che precede, che la Corte di merito aveva il dovere di esaminare le eccezioni con cui si prospettavano nullità d’ordine generale e assolute che potevano travolgere il giudizio di primo grado.

La soluzione da dare alle questioni di diritto, processuali o sostanziali che siano, non attiene però al contesto della giustificazione, ma al contesto della decisione, sicchè quello che importa per la validità della sentenza è soltanto la correttezza di questa, e non rileva che la Corte di appello non abbia espressamente motivato in ordine all’infondatezza o inammissibilità delle eccezioni, se esse sono effettivamente infondate o inammissibili.

In relazione alle questioni di diritto che si riferiscono alle condizioni di procedibilità o alla ritualità del processo nel cui ambito è stata pronunziata la sentenza impugnata (cfr., per la diversa regola nel caso in cui la questione concerna la rituale formazione di un atto di altro procedimento, Sez. U, n. 45189 del 17/11/2004, ********, Rv. 229245), il giudice di legittimità è inoltre giudice del fatto (processuale), e ha per tale motivo la possibilità di verificare d’ufficio quanto risulta dagli atti (tra molte decisioni, anche a Sezioni Unite, basti Sez. U, n. 42792 del 31/10/2001, **********, Rv. 220092) purchè le questioni e eccezioni sollevate siano sufficientemente specifiche da consentire di individuare l’atto o l’attività processuale cui si riferiscono.

Ovviamente, vi sono questioni di diritto anche processuali che presuppongono accertamenti o valutazioni di fatto, e solo in questo caso si deve distinguere tra sindacabilità ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), della motivazione sui presupposti fattuali, se censurata, e correttezza delle regole di diritto ad essi applicate (tra molte, Sez. 4, n. 47891 del 28/09/2004, *****, Rv. 230568).

10. Le eccezioni concernenti in particolare la richiesta di rinvio a giudizio.

Il ricorrente denunzia (36^ motivo, riferito alle ordinanze del 4 luglio e del 4 dicembre 2003) la nullità della richiesta di rinvio a giudizio, sotto due profili: a) l’avviso ex art. 415-bis c.p.p. si riferiva solamente alla truffa; b) la richiesta di rinvio a giudizio non era stata preceduta dall’interrogatorio richiesto dall’imputato.

10.1. In relazione al primo aspetto (a), va rilevato che dagli atti emerge che: il 5 marzo 2003, in vista della prima udienza (del 6 marzo 2003, rinviata In limine), il R., identificato a mezzo tessera dell’ordine, depositava in cancelleria memoria a firma dell’avvocato *******, con la quale si eccepiva la nullità della richiesta di rinvio a giudizio in data 3 giugno 2002 (dep. 7 giugno 2002); nella seconda udienza, il 4 luglio 2003, il Pubblico ministero prendeva la parola in ordine all’eccezione prospettata con la precedente memoria, e osservava che a seguito di analoga eccezione già sollevata dal difensore, il Giudice per le indagini preliminari aveva restituito gli atti al Pubblico Ministero ai fini della rinnovazione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, sicchè era stata emessa una nuova richiesta di rinvio a giudizio, preceduta da rituale avviso di conclusione delle indagini preliminari anche per l’imputazione in precedenza mancante; i difensori degli imputati si rimettevano; il Tribunale rigettava l’eccezione, rilevando che dagli atti risultava che il vizio denunziato era stato “superato”, in conformità a quanto indicato dal Pubblico ministero;

all’udienza del 4 dicembre il R., finalmente comparso personalmente, rinnovava “preliminarmente”, fra le altre, anche l’eccezione respinta, senza specificare tuttavia alcunchè in ordine alle osservazioni del Pubblico ministero e del Tribunale.

10.2. A fronte delle ricordate emergenze e delle specifiche considerazioni del Tribunale, (l’avviso era stato rinnovato, completo), sia le eccezioni a suo tempo formulate sia le censure rinnovate con gli atti d’impugnazione appaiono dunque non solo manifestamente infondate, ma anche del tutto generiche.

10.3. In relazione al secondo aspetto (b), dagli atti emerge che:

nella già ricordata memoria per l’udienza del 6 marzo 2003, datata 5 marzo 2003 a firma dell’avvocato *******, l’eccezione era stata formulata con riferimento esclusivo all’omessa menzione della tentata estorsione nell’avviso e nell’invito a rendere interrogatorio; nella stessa memoria si evidenziava inoltre in premessa che l’avviso ex art. 415-bis era stato notificato il 20 marzo 2001, che il R. aveva chiesto di essere interrogato, che il Pubblico ministero gli aveva notificato in data 13/04/2001 invito per la presentazione; che il R. non si era presentato; che il Pubblico ministero aveva successivamente chiesto il rinvio a giudizio anche per il reato di tentata estorsione.

Sempre dagli atti emerge che all’udienza del 4 luglio 2003, dopo che il Tribunale aveva respinto le eccezioni sollevate con la memoria del 5 marzo, il difensore si era rimesso; che il R. non ha mai, neppure implicitamente, affermato (nè in ricorso nè nell’atto d’appello) che a seguito del rinnovato avviso ex art. 415-bis c.p.p. avesse altresì rinnovato la richiesta di essere interrogato. Al carteggio processuale è affollata, inoltre, solamente la richiesta del R. di essere interrogato in data 9 aprile 2001 (p. 140).

10.4. L’interrogatorio non risulta dunque richiesto a seguito del secondo avviso ex art. 415-bis c.p.p.. L’eccezione non è stata per altro sollevata tempestivamente, sicchè la nullità, se anche fosse stata sussistente, non era più deducibile nè con i motivi d’appello nè con il ricorso per cassazione, non rientrando in alcuna delle ipotesi considerate dall’art. 179 c.p.p. e trattandosi invece, pacificamente, di nullità a regime intermedio, ex art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), soggetta alle preclusioni dell’art. 180 c.p.p. (come ricorda tra molte, Sez. 6, n. 19674 del 30/03/2004, Seminario Roncai, Rv. 228337).

La censura è per conseguenza inammissibile sotto ogni profilo.

11. Le eccezioni concernenti le notifiche per l’udienza preliminare.

Il ricorrente denunzia (37 motivo riferito all’ordinanza del 4 dicembre 2003) la nullità della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, nonchè l’erroneità del rigetto della relativa eccezione.

11.1. Dagli atti emerge che all’udienza del 4 dicembre 2003 il R. personalmente aveva eccepito la nullità della notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, perchè nella relata l’ufficiale postale aveva omesso di specificare la mancanza o la inidoneità di persone abilitate a ricevere il plico; il Tribunale respingeva l’eccezione osservando che la notifica risultava ritualmente effettuata avendo l’ufficiale giudiziario indicato tutte le attività svolte fino al deposito del plico presso l’ufficio postale.

Il carteggio processuale (p. 127 e seguenti, in specie p. 135 e 136, I volume atti Tribunale) documenta che il 20 giugno 2002 la cancelleria del Giudice dell’udienza preliminare richiedeva all’ufficiale giudiziario la notifica della richiesta di rinvio a giudizio datata 3 giugno 2002 e dell’avviso in data 17 giugno 2002 di fissazione dell’udienza preliminare per il giorno 18 ottobre 2002; il 28 giugno 2002 l’ufficiale giudiziario, attestando che aveva trovato l’abitazione chiusa e che mancavano portieri e vicini, aveva proceduto ai sensi dell’art. 157 c.p.p. (al deposito dell’atto e alla spedizione di raccomandata); nella cartolina della raccomandata spedita dall’agente postale si legge che il giorno 11 luglio 2002, stante la temporanea assenza del destinatario, si immetteva avviso in casella; le notifiche erano regolarmente effettuate ai difensori di fiducia del R.; il 14 ottobre 2002 il R. personalmente depositava in cancelleria dichiarazione di revoca del difensore avvocato *******, indirizzata al G.u.p., “uff. 21, dott. Di ******”, “ud. prel. 18.10.2002”. 11.2. Anche volendosi prescindere dalla tempestività dell’eccezione (relativa alla mera incompletezza della notificazione per l’udienza preliminare), deve osservarsi dunque che risulta che l’imputato aveva conoscenza del contenuto degli atti e che l’eccezione riguarda un aspetto formale – l’omissione della enunciazione della mancanza dei soggetti indicati dall’art. 157 c.p.p., comma 1 – che neppure l’art. 177 c.p.p. richiama fra le cause di nullità (comunque relative). Ad ogni buon conto, va ribadito che la “mancanza” di persone abilitate a ricevere il piego non deve essere riferita dall’ufficiale giudiziario, nè dall’agente postale, mediante formule sacramentali o la pedissequa ripetizione della dizione normativa (cfr., seppure in relazione a diversa fattispecie, Sez. U. civ., n. 11332 del 30/05/2005, Rv. 582127); è situazione di fatto che può essere certificata o risultare in modo inequivocabile da molte diverse attestazioni, riferite al fatto di avere trovato il domicilio chiuso, di non avere avuto risposta, di non avere trovato alcuno, di essere stati costretti a procedere mediante deposito dell’atto e immissione dell’avviso nella cassetta postale. Ciò che conta è, in altri termini, che risulti che l’ufficiale giudiziario e l’agente postale si siano recati sul posto e che, non avendo trovato alcuno, abbiano proceduto correttamente, a norma dell’art. 157 c.p.p., comma 8.

La censura è per tali ragioni, da un lato manifestamente infondata, dall’altro generica perchè il ricorrente neppure sostiene che nella casa v’era qualcuno che avrebbe potuto ricevere l’atto.

12. Le eccezioni concernenti la notifica del decreto di rinvio a giudizio.

E’ quindi denunziata (34^ motivo, riferito alle ordinanze del 4 luglio 2003 e 4 dicembre 2003) la nullità per omissione della notifica del decreto di rinvio a giudizio e l’illegittimità della dichiarazione di contumacia fatta all’udienza del 4 luglio 2003.

Si afferma: (a) che all’udienza di comparizione del 6 marzo 2003 il Tribunale, verificato il difetto di notifica del decreto ex art. 429 c.p.p. e non essendo il R. comparso, aveva correttamente disposto la rinnovazione della notifica del predetto decreto e del verbale di udienza, con rinvio all’udienza del 4 luglio 2003; (b) che con memoria del 26-30 giugno 2003, per l’udienza del 4 luglio 2003, il difensore aveva eccepito la nullità derivante dall’omessa citazione dell’imputato, allegando copia conforme della relata dell’atto da notificare, datata 18 aprile 2003, in cui si diceva che la copia firmata era stata “lasciata nel domicilio del suddetto sig. R.A. consegnandola a mani come all’originale”, senza che risultasse la persona a mani della quale la copia era stata consegnata e i suoi rapporti con il destinatario; (c) che, ciò nonostante, il Tribunale, all’udienza del 4 luglio 2003, aveva ritenuto ritualmente eseguita la notifica ex art. 157 c.p.p., dichiarando la contumacia del R., nonostante dal testo stesso della relata del 18 aprile 2003 emergesse il mancato espletamento della consegna e non esistesse in atti altra copia o originale; (d) che il difetto era equivalente ad omessa notifica perchè il R. non aveva avuto conoscenza della stessa, essendo rimasto ricoverato in ospedale dal 15 aprile al 19 aprile 2003 e, quindi, in day hospital, dal 16 giugno 2003 all’11 settembre 2003, come documentato.

12.1. Tra gli atti trasmessi a questa Corte dai giudici di merito non è, all’attualità, rinvenibile l’originale della notifica del decreto di rinvio a giudizio la cui rinnovazione era stata disposta per il 4 luglio 2003. L’eccezione è però e comunque sotto ogni aspetto manifestamente infondata.

Lo sviluppo processuale secondo la sentenza del Tribunale e i verbali è il seguente.

Il 18 ottobre 2002, all’esito dell’udienza preliminare, veniva emesso il decreto che disponeva il giudizio; all’udienza del 6 marzo 2003, assenti il R. e il suo difensore, sostituito ex art. 97 c.p.p., comma 4, dall’avvocato ******* difensore del M., il Tribunale rappresentava alle parti che dalla relata in atti della notificazione del decreto di rinvio a giudizio per tale udienza risultava che “l’imputato R., presa visione del contenuto dell’atto si è rifiutato di riceverlo”; quindi, su richiesta del Pubblico ministero, disponeva la rinnovazione della notificazione degli atti introduttivi al R. rinviando al 4 luglio 2003, dando altresì atto che era stata depositata la memoria di cui si è parlato al par. 10.1., depositata personalmente dal R..

Nella seconda udienza, del 4 luglio 2003, per l’imputato R. era presente l’avvocato ********** ex art. 97 c.p.p., comma 4; il Tribunale, dato atto preliminarmente che era pervenuta memoria del difensore di fiducia del R. con la quale si eccepiva l’omessa notifica (del decreto di rinvio a giudizio e del verbale della precedente udienza), respingeva l’eccezione rilevando che la notifica risultava regolarmente eseguita ai sensi dell’art. 157 c.p.p., come attestato dalla relata in atti, ed erano stati ritualmente eseguiti gli avvisi previsti dalla legge, e dichiarava per l’effetto la contumacia del R.. Veniva quindi ammessa la costituzione della parte civile San Paolo quale società incorporante il Banco di Napoli già costituito, si respingevano le eccezioni relative all’udienza preliminare di cui si è già detto ai paragrafi precedenti, le parti chiedevano l’ammissione delle prove; il difensore del R., in particolare, chiedeva il controesame dei testi del Pubblico ministero e l’esame degli imputati; si rinviava al 31 ottobre 2003.

Il 31 ottobre 2003, terza udienza, a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato **********, il R. nominava difensore l’avvocato ********, che chiedeva termine a difesa; il Tribunale in accoglimento della richiesta rinviava al 4 dicembre 2003. Il 4 dicembre 2003 era presente il R. e la dichiarazione di contumacia veniva revocata;

il R. personalmente eccepiva tuttavia, in via preliminare e tra l’altro, la nullità, ex art. 171 c.p.p., comma 1, lett. d), del decreto disponente il giudizio e della sua notifica perchè dalla relata non risultava indicato alcunchè in ordine alla persona cui era stata consegnata la copia. Il Tribunale richiamava in risposta quanto detto all’udienza del 4 luglio e rinviava quindi al 12 dicembre 2003 in accoglimento della richiesta di termini a difesa avanzata dal nuovo difensore del R..

12.2. A fronte di tali dati, la prima osservazione da fare è che in realtà la notifica del decreto di rinvio a giudizio, per l’udienza del 6 marzo 2003, era già rituale. Il rifiuto del destinatario di ricevere materialmente l’atto, dopo la presa di cognizione dei suoi contenuti, attestati dall’ufficiale giudiziario, equivale infatti nel sistema a consegna.

Espressa enunciazione di tale regola recano la L. 20 novembre 1982, n. 890, art. 8, comma 1, ultima parte, e art. 138 c.p.c., comma 2; ad essa fanno inequivocabile riferimento, disciplinando le specifiche modalità di conservazione degli atti rifiutati, ove il destinatario sia detenuto, l’art. 156 c.p.p., comma 2, e art. 57 disp. att. c.p.p.. E’ inoltre evidente che l’art. 157, comma 7, laddove si riferisce alle “persone” indicate al comma 1, seconda parte, prevedendo che in caso di loro rifiuto si proceda nuovamente alla ricerca dell’imputato, si riferisce alle sole persone diverse dell’imputato abilitate a ricevere copia dell’atto in sua vece a norma del richiamato comma 1. E’ d’altronde principio generale, sia sostanziale sia processuale, che il rifiuto di una prestazione o di un adempimento da parte del destinatario non possa inficiare l’adempimento medesimo.

Sul punto, la giurisprudenza anche penale di questa Corte è assolutamente conforme. ******à ricordare: Sez. 4, n. 4672 del 04/12/2008, Vasta, non massimata, secondo cui in tema di notificazione del decreto di citazione a giudizio, non è necessario procedere alle ulteriori ricerche di cui all’art. 157 c.p.p., comma 7, qualora a rifiutare di ricevere l’atto sia il destinatario, e non una delle persone indicate dal comma 1 dello stesso articolo; Sez. 5, n. 829 del 08/10/1992 dep. 1993, *******, Rv. 193479, secondo cui la notificazione eseguita personalmente all’imputato, mediante consegna di copia, può essere operata in qualsiasi luogo e il rifiuto di riceverla non ha rilevanza alcuna e la notificazione si ha per eseguita; Sez. 4, n. 6907 del 16/10/1967, dep. 1968, *************.

106616, che enuncia analogo principio in tema di rifiuto della notificazione del verbale di infrazioni stradali sul rilievo che la notificazione delle contravvenzioni al codice della strada, non potute contestare immediatamente al contravventore, va eseguita con le stesse norme dettate dal codice di procedura penale per la notifica degli atti all’imputato non detenuto.

Vi è in atti, inoltre, la prova che l’imputato aveva avuto effettiva conoscenza dei contenuti dell’atto rifiutato, non soltanto mercè l’attestazione dell’ufficiale giudiziario sul fatto che ne aveva preso visione prima di rifiutarlo, fidefacente e mai contestata, ma anche in base al dato, già riferito al par. 10.1., che il R. il giorno precedente l’udienza si era recato personalmente nella cancelleria del Tribunale a depositare la memoria con cui svolgeva eccezioni esclusivamente in relazione alla ritualità dell’udienza preliminare.

La contumacia del R. avrebbe dovuto dunque essere dichiarata sin dalla prima udienza.

12.3. E’ opportuno ad ogni buon conto rimarcare che allorchè il Tribunale ha respinto l’eccezione relativa alla seconda (per quanto detto superflua) notifica degli atti introduttivi, ha evidentemente esaminato l’originale, dando atto della ritualità degli avvisi effettuati ai sensi dell’art. 157 c.p.p., di cui non vi è traccia nella copia della relata esibita dal difensore, senza che le parti presenti sollevassero alcuna obiezione. La successiva dispersione dell’originale, quale che ne sia la causa, non è perciò sufficiente ad infirmare la constatazione fattane dal giudice procedente. Le deduzioni con le quali si prospetta che la notifica non poteva essere avvenuta a mani proprie, essendo il R. ricoverato in ospedale, sono del tutto irrilevanti sul punto della ritualità degli avvisi.

Mentre l’eccezione avanzata, sempre in relazione a tale seconda notifica, ex art. 171, comma 1, lett. d), era comunque sanata, a mente dell’art. 184 c.p.p., comma 1, per essersi l’imputato presentato e per essere stati concessi, seppure in accoglimento della richiesta diversamente motivata del difensore, termini a difesa.

13. L’eccezione riferita alla mancata acquisizione di documenti e denunzie prodotte dall’imputato.

In relazione alla mancata acquisizione di memorie e denunzie da lui prodotte il 25 maggio, il 1 giugno, il 4 giugno e il 27 settembre 2007, il R. denunzia la violazione dell’art. 237 c.p.p. (31 motivo, in relazione alle ordinanze in data 1 giugno, 4 giugno e 27 settembre 2007).

13.1. La norma evocata si riferisce ai documenti probatori (Sez. U, n. 26795 del 28/03/2006, ******, Rv. 234267, ha già chiarito come le norme sui documenti, tra cui l’art. 237 c.p.p., siano concepite e formulate con esclusivo riferimento ai documenti formati fuori del processo nel quale si chiede o si dispone che essi facciano ingresso, e come solo a questi siano dunque riferibili).

La denunzia di mancata acquisizione a norma dell’art. 237 c.p.p., non può che risolversi, perciò, nella doglianza di mancata acquisizione di prove, di natura documentale. Per potere essere considerata dovrebbe, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), contenere perlomeno specifico riferimento alla decisività dei documenti non acquisiti e alla riconducibilità della richiesta di acquisizione alle ipotesi dell’art. 495 c.p.p., comma 2. 13.2. Nel caso in esame, al contrario, dallo svolgimento della vicenda processuale emerge che detti documenti erano stati prodotti – quando non anche solo materialmente posati sul banco del Tribunale mentre questo era in camera di consiglio, come da attestazione del cancelliere allegata al verbale 27 settembre 2007 – dopo la chiusura dell’istruzione dibattimentale e la conclusione della discussione, avvenuta il 27 febbraio 2007. In assenza dei presupposti per provvedere ai sensi dell’art. 523 c.p.p., comma 6, e art. 507 c.p.p., neppure evocati e non emergenti dagli atti, correttamente quei documenti sono stati restituiti al ricorrente.

14. La questione sui termini a difesa.

Sostiene il R. (35^ motivo, in relazione alle ordinanze 15 maggio 2007, 25 maggio 2007, 1 giugno 2007, 4 giugno 2007, 27 settembre 2007) che sarebbero stati gravemente lesi il suo diritto di difesa e il suo diritto a un equo processo, perchè per quattro volte, a fronte di richiesta di termini formulata dal difensore ogni volta nuovamente nominato, sarebbero stati disposti rinvii non congrui (dal 15 al 25 maggio 2007, dal 25 maggio al 1 giugno 2007, dal 1 al 4 giugno 2007, dal 4 al 5 giugno 2007) e infine, a fronte di nuova analoga richiesta, sarebbe stato persino negato il rinvio (il 27 settembre 2007): in patente violazione dell’art. 108 c.p.p..

14.1 Si deve iniziare ancora una volta dagli atti.

Nelle prime due udienze, del 6 marzo e 4 luglio 2003, il R. era rappresentato dall’avvocato **********, sostituito entrambe le volte ex art. 97 c.p.p., comma 4. Il 4 luglio le parti, compreso il sostituto dell’avvocato *******, articolavano richiesta di prove; si rinviava al 31 ottobre. Il 31 ottobre 2003, a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato *******, il R. nominava difensore l’avvocato ********, che chiedeva termine a difesa; il Tribunale rinviava, in accoglimento della richiesta, al 4 dicembre 2003. Il 4 dicembre 2003 il R. (la cui contumacia veniva revocata), a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato *****, datata 24 novembre 2003, pervenuta in sezione il 28 novembre 2003, nominava in udienza difensore l’avvocato ************, che chiedeva termine a difesa; si rinviava al 12 dicembre 2003, data in cui veniva sentito un teste. Il 2 marzo 2004 R. nominava nuovo difensore l’avvocato ************* e produceva memoria. Nelle udienze successive venivano esaminati i testimoni e i documenti, veniva sentito M., mentre R. rifiutava di rendere esame ma faceva dichiarazioni spontanee, producendo memorie e copiosa documentazione.

Il 31 marzo 2006 si dichiarava chiuso il dibattimento; discutevano il Pubblico ministero e il difensore delle Ferrovie. Nel prosieguo discuteva l’altra parte civile e il difensore del M., mentre il R. rendeva ancora dichiarazioni spontanee producendo memorie, sinchè, il 27 febbraio 2007, il suo difensore concludeva, il R. rendeva altre dichiarazioni e produceva altre memorie; si rinviava al 27 marzo 2007 per eventuali repliche del Pubblico ministero. Il 27 marzo 2007 il Pubblico ministero chiedeva rinvio perchè non gli erano state trasmesse le memorie prodotte dall’imputato in sede di conclusioni; il R. produceva ulteriori memorie. Il 24 aprile 2007 il Tribunale disponeva ex art. 507 c.p.p. un’integrazione dell’istruttoria dibattimentale che veniva revocata, dopo un rinvio, il 15 maggio 2007. Lo stesso 15 maggio l’avvocato ***** rinunziava al mandato e il R. nominava l’avvocato *********, che chiedeva un termine a difesa di 60 giorni; si rinviava al 25 maggio in accoglimento della richiesta difensiva (primo rinvio denunziato come incongruo).

Il 25 maggio 2007 l’avvocato ********* rinunziava al mandato e il R. nominava l’avvocato ******* che chiedeva termine a difesa, contestualmente producendo altre memorie; il Pubblico ministero rinunziava alla replica; il Tribunale rinviava comunque al 1 giugno 2007 in accoglimento della richiesta difensiva (secondo rinvio denunziato come incongruo).

Il 1 giugno 2007 l’avvocato ******* rinunziava al mandato e R. nominava l’avvocato ********* che chiedeva termine; il R. produceva memoria che veniva acquisita assieme a quella del 25 maggio, con esclusione della documentazione allegata ad entrambe; si rinviava al 4 giugno 2007 in accoglimento della richiesta difensiva (terzo rinvio denunziato come incongruo).

Il 4 giugno 2007 l’avvocato ********* rinunziava al mandato e R. nominava l’avvocato *****, che chiedeva termine; R. produceva memoria che veniva acquisita, con esclusione della denunzia allegata;

si rinviava in accoglimento della richiesta difensiva al 5 giugno 2007 (quarto rinvio denunziato come incongruo).

Il 5 giugno 2007, tuttavia, il procedimento veniva rinviato per legittimo impedimento dell’imputato, impegnato in altro procedimento a suo carico; si rinviava al 15 giugno 2007. Il 15 giugno si rinviava per omessa notifica del precedente rinvio all’imputato (dalla relazione dei Carabinieri risultava che il R., presente in cancelleria il 12 giugno 2007, alla vista dei Carabinieri che intendevano notificargli il verbale si era dato a precipitosa fuga);

veniva acquisita ulteriore memoria del R.. Il 22 giugno 2007 R. ricusava il giudice; il procedimento veniva sospeso in attesa della decisione della Corte di appello; il 6 luglio, 13 luglio, 19 luglio e 18 settembre si rinviava ancora in attesa della decisione della Corte di appello. Il 27 settembre 2007, veniva acquisita la decisione della Corte di appello di inammissibilità della ricusazione; R. produceva memorie con allegati, depositava rinunzia al mandato dell’avvocato ***** e nominava nuovo difensore l’avvocato ************** che chiedeva termine; il Tribunale acquisiva la memoria escludendo gli allegati e, su sollecitazione della parte civile, rigettava la richiesta di termine a difesa (ultimo provvedimento denunziato); R. rendeva altre dichiarazioni; il Pubblico ministero rinunziava ancora alla replica e il Tribunale emetteva sentenza.

14.2. Riassumendo: nel corso del giudizio di primo grado si sono succeduti ben otto difensori, compreso quello che è poi tornato ad assistere il R. in appello e in Cassazione.

Le ultime cinque rinunce e sostituzioni, in relazione alle quali l’imputato lamenta che i termini a difesa non erano congrui o (per l’ultima) non erano stati concessi, sono avvenute dopo che le parti avevano concluso e si era rinviato solo per replica del Pubblico ministero, dato che il R., contestualmente e dopo la discussione del suo difensore aveva prodotto nuove memorie e documenti; le ultime quattro sostituzioni sono addirittura successive alla rinunzia alla replica da parte del Pubblico ministero; le rinunzie depositate dal R. sono identiche nel riferirne la ragione alla scarsità di tempo, ma i difensori sostituiti e i nuovi nominati non sono mai comparsi e non risulta accettazione delle nomine fatte in udienza dal R.; di fatto dopo l’ultimo rinvio per termini a difesa il processo è slittato di oltre tre mesi e mezzo (per impedimento dell’imputato, per essersi il R. sottratto alla notifica del rinvio, per via di una inammissibile ricusazione del giudice); per tutte le udienze impiegate, dopo la conclusione della discussione (27 febbraio 2007) e la revoca dell’ordinanza ex art. 507 c.p.p. (15 luglio 2007), ad accondiscendere alle richieste di termini a difesa dei nuovi difensori, l’unica attività svolta è stata ascoltare e riascoltare il R. che chiedeva di rendere spontanee dichiarazioni, e acquisire sue ulteriori memorie.

15. L’abuso del processo.

L’analitica esposizione delle vicende processuali fin qui condotta serve alla constatazione di come anche l’avvicendamento di difensori, realizzato a chiusura del dibattimento secondo uno schema reiterato non giustificato da alcuna reale esigenza difensiva, non avesse altra funzione che ottenere, come le eccezioni di nullità manifestamente infondate prima esaminate e la ricusazione dichiarata inammissibile, una dilatazione dei tempi processuali: che ha poi sortito, anche se solo nel prosieguo, l’effetto della declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione.

Lo svolgimento e la definizione del processo di primo grado sono stati insomma ostacolati da un numero esagerato di iniziative difensive, ciascuna in astratto di per sè espressione di una facoltà legittima, ma che, essendo in concreto del tutto prive di fondamento e di scopo conforme alle ragioni per cui dette facoltà sono riconosciute, hanno realizzato un abuso del processo, che rende le questioni di nullità prospettate in relazione all’art. 108 c.p.p. manifestamente infondate.

15.1. Si intende parlare, in relazione all’aspetto in esame, specificamente di abuso degli strumenti difensivi del processo penale per ottenere non garanzie processuali effettive o realmente più ampie, ovvero migliori possibilità di difesa, ma una reiterazione tendenzialmente infinita delle attività processuali.

Ciò non di meno, per chiarire sin d’ora quali sono i termini oggettivi che consentono di qualificare abusiva una qualsivoglia strategia processuale, civile o penale, condotta apparentemente in nome del diritto fatto valere, non può non ricordarsi che è oramai acquisita una nozione minima comune dell’abuso del processo che riposa sull’altrettanto consolidata e risalente nozione generale dell’abuso del diritto, riconducibile al paradigma dell’utilizzazione per finalità oggettivamente non già solo diverse ma collidenti (“pregiudizievoli”) rispetto all’interesse in funzione del quale il diritto è riconosciuto.

Il carattere generale del principio dipende dal fatto che, come osserva autorevole Dottrina, ogni ordinamento che aspiri a un minimo di ordine e completezza tende a darsi misure, per così dire di autotutela, al fine di evitare che i diritti da esso garantiti siano esercitati o realizzati, pure a mezzo di un intervento giurisdizionale, in maniera abusiva, ovvero eccessiva e distorta.

Sicchè l’esigenza di individuare limiti agli abusi s’estende all’ordine processuale e trascende le connotazioni peculiari dei vari sistemi, essendo ampiamente coltivata non solo negli ordinamenti processuali interni, ma anche in quelli sovrannazionali. E viene univocamente risolta, a livello normativo o interpretativo, nel senso che l’uso distorto del diritto di agire o reagire in giudizio, rivolto alla realizzazione di un vantaggio contrario allo scopo per cui il diritto stesso è riconosciuto, non ammette tutela.

In relazione alla nozione di abuso riferita ai diritti di azione, è sufficiente richiamare, per la materia processuale civile, Sez. U. civ., n. 23726 del 15/11/2007, Rv. 599316, che rimarca come nessun procedimento giudiziale possa essere ricondotto alla nozione di processo giusto ove frutto, appunto, di abuso del processo “per esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltrechè la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi”.

In ambito sovrannazionale l’art. 35, p. 3 (a) (già 35, p. 3, e prima 27) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (secondo cui la Corte dichiara irricevibile ogni ricorso individuale presentato ai sensi dell’art. 34 se ritiene che “il ricorso è incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, manifestamente infondato o abusivo”) consente, nella interpretazione consolidata della Corte di Strasburgo, di ritenere “abusivo” e dunque irricevibile il ricorso quando la condotta ovvero l’obiettivo del ricorrente sono manifestamente contrari alla finalità per la quale il diritto di ricorrere è riconosciuto. In altri termini, come dice l’esplicazione della norma divulgata dalla Corte di Strasburgo nella “Guida pratica sulla ricevibilità” (in www.echr.coe.int) al punto 134: “La nozione di abuso ai sensi dell’art. 35 p. 3 a) deve essere compresa nel suo senso comune contemplato dalla teoria generale del diritto – ossia (come) il fatto, da parte del titolare di un diritto, di attuarlo al di fuori della sua finalità in modo pregiudizievole (La notion “d’abus”, au regard de l’article 35 p. 3 a), doit erre compnse dans son sens ordinaire retenu par la theorie generale du droit – à savoir le fait, par le titulaire d’un droit, de le mettre en oeuvre en dehors de sa finalitè d’une maniere prejudiciable).

Pertanto, è abusivo qualsiasi comportamento di un ricorrente manifestamente contrario alla vocazione del diritto di ricorso stabilito dalla Convenzione e che ostacoli il buon funzionamento della Corte e il buono svolgimento del procedimento dinanzi ad essa (Des lors, est abusif tout comportement d’un requerant manifestement contraire à la vocation du droit de recours etabli par la Convention et entravant le bon fonctionnement de la Cour ou le bon deroulement de la procedure devant elle) (Molubovs e altri c. Lettonia, p.p. 62 e 65)”. Non può non ricordarsi inoltre il provvedimento della Corte EDU del 18 ottobre 2011, ******** c. Serbia, ric. n. 56551/11, per quanto successivo alla presente decisione, in relazione al “concetto di abuso, ai sensi dell’art. 35 p. 3 della Convenzione (…) inteso (…) come esercizio dannoso di un diritto, per scopi diversi da quelli per i quali è previsto”.

Amplissima è poi la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE che richiama la nozione di abuso per affermare la regola interpretativa che colui il quale si appelli al tenore letterale di disposizioni dell’ordinamento comunitario per far valere avanti alla Corte un diritto che confligge con gli scopi di questo (è contrario all’obiettivo perseguito da dette disposizioni), non merita che gli si riconosca quel diritto (v. in particolare sentenza 20 settembre 2007, causa C-16/05, Tum e ****, punto 64; sentenza 21 febbraio 2006, causa C-255/02, Halifax e a., e ivi citate, a punto 68).

15.2. Alla luce della giurisprudenza delle Sezioni Unite civili, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, l’abuso del processo consiste, dunque, in un vizio, per sviamento, della funzione; ovvero, secondo una più efficace definizione riferita in genere all’esercizio di diritti potestativi, in una frode alla funzione.

E quando, mediante comportamenti quali quelli descritti all’inizio del presente paragrafo 15, si realizza uno sviamento o una frode alla funzione, l’imputato che ha abusato dei diritti o delle facoltà che l’ordinamento processuale astrattamente gli riconosce, non ha titolo per invocare la tutela di interessi che non sono stati lesi e che non erano in realtà effettivamente perseguiti.

16. L’art. 108 c.p.p., in particolare.

Tornando all’art. 108 c.p.p., la disposizione prevede la concessione di un congruo termine a difesa, con riferimento alle situazioni di difensore nominato d’ufficio o di fiducia in sostituzione del precedente nei casi di “rinunzia, revoca o incompatibilità” (per la non estensibilità della previsione cfr. Corte cost. sent. n. 470 del 1997, ordd. nn. 162 del 1998, 464 del 1998, 17 del 2006). La prescrizione non è espressamente accompagnata da una specifica sanzione di nullità in caso di sua violazione; ciò non di meno l’eventuale violazione determina, secondo orientamenti consolidati, una nullità a regime intermedio in forza della norma generale posta dall’art. 178 c.p.p., comma 1, lett. c), in quanto incide sull’assistenza dell’imputato.

Sicchè non può dare luogo a nullità alcuna il diniego di termini a difesa o la concessione di termini a difesa ridotti rispetto a quelli previsti dall’art. 108 c.p.p., comma 1, quando nessuna lesione o menomazione ne derivi, in assoluto, all’esercizio effettivo del diritto alla difesa tecnica.

16.1. La disposizione d’altronde, come rimarca Corte cost., ord. n. 16 del 2006, è esclusivamente dedicata a disciplinare l’istituto del termine a difesa – il quale presuppone, ma non regola, la revoca o la rinuncia del difensore precedentemente nominato -, di modo che, in assenza di altra norma che espressamente disciplini anche tali facoltà, essa si presta a uso arbitrario.

L’uso arbitrario trasmoda poi in patologia processuale, dunque in abuso, quando l’arbitrarietà degrada a mero strumento di paralisi o di ritardo e il solo scopo è la difesa dal processo, non nel processo: in contrasto e a pregiudizio dell’interesse obiettivo dell’ordinamento e di ciascuna delle parti a un giudizio equo celebrato in tempi ragionevoli.

In questo caso non soltanto la norma non legittima ex post eccezioni di nullità, ma va escluso, in radice, che il diritto in essa previsto possa essere riconosciuto.

16.2. In conclusione, nè il rigetto della richiesta finale di termini a difesa nè i rinvii per un numero di giorni inferiori rispetto a quelli indicati dall’art. 108 c.p.p. hanno prodotto alcuna nullità, non avendo determinato una reale lesione del diritto di difesa dell’imputato o di altri sui diritti fondamentali. Deve anzi riconoscersi che del tutto correttamente il giudice del merito ha rigettato la richiesta finale di un rinvio ai sensi dell’art. 108 c.p.p., che nella situazione processuale considerata (in cui il Pubblico ministero aveva rinunciato a replicare e quindi non v’era ulteriore spazio per la discussione) il ricorrente non aveva titolo per invocare.

17. La riqualificazione della condotta di truffa in abuso d’ufficio, chiesta dal Procuratore Generale.

Come anticipato, il Procuratore ******** ha chiesto la qualificazione dei fatti contestati come truffa alla stregua di abuso d’ufficio, osservando che gli elementi della fattispecie descritta nell’art. 323 c.p. sono tutti in fatto già contenuti nell’imputazione. La richiesta comporta la preliminare constatazione di quanto in effetti è stato contestato e addebitato nelle sentenze di merito.

17.1. I fatti addebitati al R. e al M. a titolo di truffa, secondo il capo d’imputazione, sono nel dettaglio i seguenti.

R. aveva agito quale legale di quindici dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in favore dei quali il Pretore di Napoli aveva emesso sentenza di condanna delle Ferrovie al pagamento della somma complessiva di lire 17.674.860, oltre accessori e spese legali.

M. aveva agito quale “Vice Pretore onorario della Pretura di Avellino con funzioni di Giudice dell’esecuzione e in violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata”. In concorso avevano posto in essere una fittizia e artificiosa proliferazione di crediti attraverso: (a) la cessione dei crediti iniziali dei lavoratori verso le Ferrovie dello Stato, liquidati nelle sentenze di merito, all’avv. R. e da questi a trentacinque associazioni di fatto, tutte denominate con nomi di santi, aventi sede presso lo studio del medesimo avvocato e fittiziamente costituite al solo scopo d’illecita proliferazione; (b) la promozione di procedure esecutive da parte di tutte le predette associazioni, nella forma del pignoramento presso terzi (dodici soggetti, dei quali solo tre avevano reso dichiarazione positiva circa l’esistenza di un loro debito); (c) l’intervento di ciascuna associazione nella procedura esecutiva promossa dalle altre; (d) la mancata riunione da parte del Giudice dell’esecuzione, avv. M., di tutte le procedure nonostante l’identità delle pretese; (d1) la mancata verifica della legittimazione dei creditori istanti e (d2) l’emanazione, da parte del medesimo Giudice onorario, di trentacinque ordinanze di assegnazione, in ognuna delle quali erano liquidate somme in favore di ciascuna delle trentacinque associazioni ed era liquidata, a titolo di spese del procedimento, in favore del procuratore avv. R., una somma calcolata sul valore complessivo di tutti i crediti azionati, in via diretta o per intervento, e dunque lire 5.900.000 in ciascuna procedura per ciascun soggetto, per complessivi 7 miliardi (di lire) circa; (e) la notifica di 3.675 precetti a tre terzi pignorati, San Paolo IMI s.p.a., Banco di Napoli e Poste s.p.a. (1.225 per ciascuno), con i quali veniva richiesta la complessiva somma di circa 4 miliardi e 434 milioni.

I due imputati avevano così, in concorso, indotto “in errore i terzi pignorati circa l’effettiva entità e spettanza dei crediti” e conseguito “un ingiusto profitto per l’avv. R. in ragione del versamento, da parte del terzo esecutato San Paolo IMI s.p.a., di trentaquattro assegni circolari dell’importo di lire 42.553.316 ciascuno, di un assegno circolare dell’importo di lire 41.318.546 e di un assegno circolare dell’importo di lire 1.400.000, nonchè in ragione del versamento, da parte del terzo esecutato Banco di Napoli s.p.a., di trentacinque vaglia cambiari dell’importo di lire 42.107.275 ciascuno e di trentacinque vaglia cambiari dell’importo di lire 386.374 ciascuno”, “con corrispondente danno patrimoniale di rilevante entità per il debitore Ferrovie dello Stato s.p.a.”.

Avevano poi tentato di conseguire un ulteriore ingiusto profitto – pari alla residua somma oggetto dei precetti – in danno del debitore Ferrovie dello Stato s.p.a., non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla loro volontà. 17.2. Il Tribunale ha condannato gli imputati per truffa evidenziando, ai fini che qui rilevano: la natura fittizia delle trentacinque associazioni cessionarie, costituite ai sensi dell’art. 36 c.c. e della L. n. 266 del 1991, aventi tutte nomi di santi e quale oggetto sociale attività di beneficenza, di fatto non operanti; l’assenza di giustificazione economica sostanziale della cessione dei crediti a tali associazioni di fatto; la circostanza che il R. aveva agito nella duplice veste di rappresentante legale e difensore delle trentacinque associazioni che, in data 12 novembre 1997, avevano notificato alle Ferrovie dello Stato trentacinque atti di precetto, per importi variabili da 3 a 18 milioni di lire, cui aveva fatto seguito l’avvio di trentacinque procedure esecutive nella forma del pignoramento mobiliare presso terzi, ex artt. 543 ss. c.p.c.; la circostanza che ciascuna delle trentacinque associazioni – tutte egualmente sia rappresentate sia difese dal R. – aveva agito ex art. 543 per la propria quota di credito e che ciascuna delle altre trentaquattro era altresì intervenuta per tale quota nell’ambito delle diverse procedure, tanto avendo determinato un numero complessivo di 1.225 pretese creditorie azionate, contemporaneamente, da ciascuna nella veste di creditore procedente e per altre trentaquattro volte in quella di creditore interveniente;

la circostanza che tutte le procedure erano state trattate dal M. nella medesima udienza, del 22 dicembre 1997; la circostanza che per tutte il M. si era riservato la decisione depositando poi, il 10 giugno 1998, trentacinque ordinanze di assegnazione identiche, salvo l’ammontare delle cifre assegnate; che in tutte il M. aveva liquidato per ciascun creditore, in ciascuna procedura, la somma di lire 5.900.000; la circostanza che l’importo pignorato ammontava complessivamente a 345 milioni di lire, pari a 115 milioni per ogni terzo da dividersi per trentacinque, ma l’importo delle somme liquidate, comprese le spese di procedura e gli onorari di precetto, era complessivamente superiore a 7 miliardi di lire (lire 5.900.000 a ciascun creditore per trentacinque procedure, il tutto trentacinque volte); il fatto che di seguito il R. aveva notificato ai tre terzi pignorati 3.675 precetti, pari a 1.225 precetti per ciascuno, con i quali era richiesta la somma complessiva di circa 4 miliardi di lire.

17.3. La Corte di appello ha quindi in particolare osservato: che l’abnorme proliferazione delle spese era stata resa possibile dalla mancata verifica ad opera del M., giudice dell’esecuzione, della legittimazione dei creditori procedenti e intervenuti, ovverosia delle trentacinque associazioni di fatto, nonchè dalla omessa riunione delle varie procedure, alla quale il giudice doveva provvedere al fine di rendere operante il concorso dei creditori, dando corso a una procedura unitaria nei confronti di ciascuno dei terzi esecutati.

17.4. I ricorrenti hanno sostenuto di contro la legittimità del loro operato, e il R. ha allegato al ricorso, a mò di esempio della ritualità formale dei procedimenti e delle assegnazioni, tra l’altro una delle ordinanze di assegnazione, da cui risulta: una somma pignorata pari a lire 6.000.000; l’intervento delle altre trentaquattro associazioni; l’imputazione della somma assegnata ex art. 510 c.p.c. alle sole spese del procedimento; la liquidazione per ciascun creditore di spese della procedura per lire 5.900.000, oltre accessori e somme successive; la dichiarazione, per l’effetto, della “incapienza del credito” per sorti, interessi e il residuo delle spese, posto a carico delle Ferrovie e ammontante per ciascun creditore a lire 5.772.480, di cui lire 1.467.579 per residui onorari di avvocato, lire 4.207.062 per residui diritti di procuratore, lire 97.839 per residui esborsi.

17.5. Esattamente, dunque, il Procuratore ******** osserva che nel fatto contestato e ritenuto dai giudici del merito può già integralmente individuarsi una condotta integrante il reato di abuso d’ufficio, ascritta in concorso ai due imputati (ex art. 110 c.p. e art. 323 c.p., comma 2).

Del tutto esplicito è il riferimento, nel capo d’imputazione, alla condotta abusiva del giudice dell’esecuzione concretatasi nella violazione di norme di legge, in specie del disposto dell’art. 273 c.p.c., comma 1, ancorchè non formalmente richiamato, e alla intenzionale produzione d’ingiusto vantaggio patrimoniale per il R. e per le trentacinque associazioni creditrici con contestuale e corrispondente danno ingiusto per la società esecutata e per i terzi pignorati.

Sulla sussistenza di una condotta oggettivamente abusiva del M. i giudici del merito hanno, come si è visto, ampiamente motivato segnalando sia gli aspetti costitutivi di specifiche violazioni di legge sia l’obiettiva esistenza di una eclatante ingiusta locupletazione patrimoniale del R. a danno delle persone offese, alla cui produzione era inequivocabilmente funzionale l’attività abusiva.

In ordine a tali aspetti i ricorrenti si sono ampiamente difesi nei giudizi di merito, hanno sviluppato specifiche censure nei ricorsi, hanno quindi ribadito e illustrato le rispettive prospettazioni con le memorie prodotte a seguito del termine loro riconosciuto dalla Corte a seguito della anticipazione in udienza del problema della esatta qualificazione dei fatti, posta dal Procuratore Generale.

17.6. Si deve poi concordare con il Procuratore ******** anche quando osserva che non soltanto l’abuso d’ufficio è stato astrattamente contestato e ritenuto in concreto realizzato dalle sentenze di merito, ma che le censure articolate in entrambi i ricorsi a tale proposito appaiono palesemente infondate o irrilevanti.

Si tratta difatti di censure pressochè esclusivamente in diritto, che si risolvono nella tesi dell’assenza delle omissioni di attività doverose contestate e della conformità invece a legge dell’operato del M. quale giudice dell’esecuzione. E in relazione agli aspetti di diritto prospettati, che hanno in concreto peso risolutivo, può darsi risposta da questa Corte per ragioni analoghe a quelle esposte al par. 9, a prescindere dalle eventuali carenze motivazionali della sentenza impugnata in relazione alle deduzioni sviluppate con gli atti di gravame.

18. La configurabilità dell’abuso d’ufficio.

Occorre al proposito premettere che quello che nelle loro deduzioni i ricorrenti paiono presupporre è che in tema di abuso d’ufficio il requisito della violazione di norme di legge s’estende al punto da richiedere che, allorchè la violazione è commessa dal giudice, l’abuso è configurabile solo se l’inosservanza concerne disposizioni tassative o la cui violazione è sanzionata da nullità.

Diversamente, ciò che in linea generale deve ritenersi rilevante ai fini della violazione di legge, è che l’atto di ufficio non sia stato posto in essere nel rispetto delle norme di legge che regolano un’attività ovvero che attribuiscono al pubblico ufficiale il “potere” di compierla.

18.1. Per qualsivoglia pubblica funzione autoritativa, in tanto può parlarsi di esercizio legittimo in quanto tale esercizio sia diretto a realizzare lo scopo pubblico in funzione del quale è attribuita la potestà, che del potere costituisce la condizione intrinseca di legalità. Secondo la giurisprudenza nettamente prevalente di questa Corte, si ha pertanto violazione di legge, rilevante a norma dell’art. 323 c.p., non solo quando la condotta di un qualsivoglia pubblico ufficiale sia svolta in contrasto con le norme che regolano l’esercizio del potere (profilo della disciplina), ma anche quando difettino le condizioni funzionali che legittimano lo stesso esercizio del potere (profilo dell’attribuzione), ciò avendosi quando la condotta risulti volta alla sola realizzazione di un interesse collidente con quello per il quale il potere è conferito.

Anche in questa ipotesi si realizza un vizio della funzione legale, che è denominato sviamento di potere e che integra violazione di legge perchè sta a significare che la potestà non è stata esercitata secondo lo schema normativo che legittima l’attribuzione (in termini analoghi, tra le tante, Sez. 6, n. 5820 del 09/02/1998, ********, Rv. 211110; Sez. 6, n. 28389 del 19/05/2004, ********, Rv. 229594; Sez. 6, n. 12196 dell’11/03/2005, *************, Rv. 231194; Sez. 6, n. 38965 del 18/10/2006, *****, Rv. 235277; Sez. 6, n. 41402 del 25/09/2009, **********, Rv. 245287; Sez. 5, n. 35501 del 16/06/2010, *******, Rv. 248496; Sez. 6, n. 35597 del 05/07/2011, *******).

Non interessa, in questa sede, verificare se tali arresti s’attaglino a tutta l’azione amministrativa. Certamente valgono allorchè si tratta di definire l’ambito dell’attività per legge doverosa dei giudici. La peculiarità della categoria sta nel fatto che per dettato costituzionale i giudici sono soggetti alla legge ed esercitano una funzione, quella giurisdizionale, che postula terzietà e imparzialità e si attua in un giusto processo il cui primo requisito è d’essere regolato dalla legge. Se si fa riferimento ai “doveri propri della pubblica funzione esercitata”, si parla dunque anzitutto e inequivocabilmente di terzietà e di indifferenza rispetto agli interessi e ai soggetti coinvolti nel processo e di rispetto della legge, tassativa o ordinatoria che sia.

Neppure può indurre in errore, per il giudice, il riferimento che sovente si fa alla discrezionalità per indicare i suoi poteri di valutazione del merito. Se per discrezionalità s’intende, come per la pubblica amministrazione, la valutazione d’opportunità che attiene alla fase di ponderazione degli interessi, l’attività del giudice non ha di regola nulla di discrezionale. Il suo agire in funzione di arbitro e regolatore di una pretesa di parte non è connotato da libertà della scelta ma, come detto, dal principio di legalità ed è in tali termini sempre doveroso. Altra cosa è la cosiddetta discrezionalità che coincide con la valutazione di merito che compete al giudice effettuare allorchè si tratta di ricostruire la materialità del fatto (sostanziale o processuale) in vista della qualificazione di esso dal punto di vista della legge, cui in ogni caso consegue il cosiddetto “potere-dovere” – ossia il dovere che sorge da un potere (recte, da una potestà) a esercizio necessario – della applicazione della norma al caso concreto in essa sussumibile.

Altra cosa ancora è il giudizio secondo equità o la commisurazione equitativa del quantum, che non riguardano le situazioni in esame e che restano in ogni caso ancorati a parametri previsti dalla legge nonchè al rispetto del principio di eguaglianza, comportante in primo luogo rispetto della parcondicio civium.

18.2. Tornando al caso in esame e considerata la contestazione, il riferimento alla violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata, nell’ambito di una ipotesi di concorso nell’attività tesa a procurare ingiusto vantaggio a colui che aveva intentato l’azione esecutiva (ovverosia al R. che agiva in proprio come difensore e sotto il nome delle associazioni pignoranti di cui era rappresentante e titolare) a scapito del debitore e dei terzi, richiama perciò anzitutto la violazione del dovere di imparzialità e terzietà (cfr. Sez. 6, n. 9862 del 20/01/2009, *******, Rv. 243532) e del principio della soggezione alla legge, cui si collegano specifici doveri del giudice, da un lato d’astensione, dall’altro di non ledere alcune parti procurando un vantaggio ingiusto ad altre (cfr., con le dovute differenze, Sez. 6, n. 3391 del 14/12/1995, ******, Rv. 204496), da cui non va certamente esente il giudice dell’esecuzione.

Il contesto in cui è inserito il richiamo, relativo a un’abnorme lievitazione delle spese liquidate in favore delle associazioni creditrici facenti capo al coimputato, inequivocabilmente rimanda, inoltre, alla violazione del dovere del giudice di vigilare che le parti si comportino con lealtà e probità, secondo quanto previsto dall’art. 88 c.p.c., in relazione ai connessi poteri in tema di riduzione o condanna alle spese, ai sensi quantomeno dell’art. 92 c.p.c.. E sul punto relativo alla estensione e ai contenuti del dovere di conformazione al canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, che ripetendo forza normativa dall’art. 2 Cost. deve improntare anche le azioni giudiziarie per il soddisfacimento della pretesa sostanziale, è sufficiente richiamare le considerazioni di Sez. U. civ., n. 23726 del 15/11/2007, Rv. 599316.

Anche prescindendosi dall’addebito relativo all’omessa verifica della legittimazione delle società cessionarie (evidentemente da intendere esteso alla inverosimile esistenza, alla luce dell’art. 476 c.p.c., e allegazione di tante copie munite di formula esecutiva quante servivano a legittimare l’assegnazione pro quota dei compendi pignorati in favore dei trentacinque creditori che agivano ognuno, in via principale o di intervento, per trentacinque volte), sta infine, e come giustamente è stato segnalato dal Procuratore Generale con rilievo decisivo, il riferimento alla omessa riunione delle trentacinque procedure in ciascuna delle quali avevano partecipato in forma di intervento i medesimi trentacinque creditori pignoranti, e alla liquidazione, ciò nonostante, a titolo di spese per ciascuno dei creditori in ognuna delle procedure, di una somma calcolata sul valore complessivo dei crediti azionati. Riferimento che inequivocabilmente e correttamente evoca la violazione di legge costituita dalla mancata adozione dei provvedimenti doverosi previsti dall’art. 273 c.p.c.: non già dal solo art. 274 c.p.c., come sostengono i ricorrenti.

Le trentacinque procedure intentate dai trentacinque cessionari, avrebbero potuto forse all’inizio essere formalmente considerate solo connesse (agli effetti dell’art. 274 c.p.c.); tuttavia la partecipazione per l’assegnazione, in ciascuna, di ognuno dei trentacinque pignoranti, come intervenienti, replicava ed estendeva le medesime pretese in ciascuna, e rendeva perciò le procedure complessivamente identiche quanto a soggetti e ad oggetto. Sicchè a venire in rilievo era alla sostanza il divieto di bis in idem, che costituisce principio generale immanente alle nozioni stesse, correlate, di azione e processo, valevole per ogni tipo di procedura.

Nè può dubitarsi dell’applicabilità dell’art. 273 c.p.c. alle procedure esecutive. Il principio di tendenziale unitarietà della esecuzione, il cui primo postulato è che più creditori possono colpire il medesimo bene con unico pignoramento, ha indotto dottrina e giurisprudenza a dare per scontato il dato, liquidando la soluzione positiva con pochissime parole, evidentemente perchè non sembrava necessario soffermarsi più di tanto sull’eventualità – ritenuta al limite dell’inverosimiglianza – che gli stessi creditori potessero agire sullo stesso bene con più procedure contemporanee davanti allo stesso giudice, senza che questo procedesse a riunirle. Per altro, persino nell’ipotesi di pignoramenti successivi, per giurisprudenza risalente e consolidata il giudice dell’esecuzione che venga comunque a conoscenza (d’ufficio o su rilievo di parte) della contemporanea pendenza di due procedimenti esecutivi ricollegabili a due pignoramenti diretti sul medesimo bene, deve necessariamente provvedere alla riunione dei due procedimenti esecutivi, e anche ove ciò comporti la revoca del provvedimento di assegnazione eventualmente emesso e non ancora eseguito (Sez. 3 civ., n. 1703 del 12/06/1973, Rv. 364627; Sez. 3 civ., n. 4713 del 11/07/1983, Rv. 429605; Sez. 3 civ., n. 17029 del 20/07/2010, Rv. 614235; Sez. 3 civ., n. 20595 del 04/10/2010, Rv. 615419, che specifica come, in materia di espropriazione di crediti presso terzi, il pignoramento successivo di quote diverse del medesimo credito non costituisca pignoramento di beni diversi, ma di un bene unitario).

All’aspetto in esame della vicenda oggetto d’imputazione pienamente si confanno, d’altro canto, i rilievi svolti in generale nella trattazione del tema dell’abuso del processo, nonchè, più in particolare, le considerazioni di Sez. U. civ., n. 23726 del 2007, già più volte richiamata, sul fatto che la disarticolazione, da parte del creditore, dell’unità sostanziale del rapporto, sia pur nella fase patologica della coazione all’adempimento, oltre a violare il generale dovere di correttezza e buona fede, in quanto attuata nel processo e tramite il processo, si risolve automaticamente anche in abuso dello stesso.

18.3. In conclusione, nel caso in esame l’evidente pretestuosità del frazionamento dei crediti, non avente altra funzione che quella, realizzata, di far lievitare le spese legali in progressione geometrica e assolutamente sproporzionata alla sorte, comportava il dovere del giudice, innanzi al quale la situazione di abuso si era manifestata, di intervenire facendo applicazione d’ogni norma che gli consentisse di arginare detto abuso: in modo diretto ovvero avvalendosi, in via sussidiaria, dei poteri riconosciutigli dall’art. 88 c.p.c., anche al fine, nel caso in esame di rilevanza decisiva, di escludere le spese eccessive e superflue.

In relazione alle altre deduzioni difensive sul punto, è quindi sufficiente aggiungere che la tesi secondo cui il frazionamento dei crediti e delle procedure non era idonea ad incidere sulla entità delle somme assegnate e liquidate e non avrebbe procurato un profitto del tutto ingiustificato al R., che operava nella doppia veste di rappresentante delle associazioni creditrici e di difensore, con pari danno dei terzi debitori e del debitore principale, è del tutto priva di fondamento. La incidenza e la locupletazione sono in re, nel divario prodotto tra valore delle somme dovute per sorte e spese liquidate nei giudizi di merito, da un lato; nell’ammontare, dall’altro, delle spese legali prodotte mediante le procedure oggetto di contestazione, che avevano raggiunto (senza contare le anomalie immediatamente rilevabili nella formazione dei precetti, redatti a mò di trattatelli giurisprudenziali con riproduzione per esteso delle sentenze di legittimità ritenute rilevanti, riflettentisi nel collegato calcolo delle spese autoliquidate) un valore 100 volte maggiore rispetto alle prime (da 70 milioni a 7 miliardi, a stare agli stessi calcoli del ricorrente): e senza ancora esaurire nè il debito principale nè le spese liquidate per le procedure, secondo quanto risulta dallo stesso atto d’assegnazione prodotto in copia dal R..

A fronte di tali dati obiettivi, irrilevanti appaiono le osservazioni che s’appuntano su aspetti assolutamente marginali, specie in relazione alla natura di conferma di condanna generica della sentenza impugnata. Irrilevanti sono in particolare le deduzioni circa i limiti entro i quali l’ordinanza di assegnazione ha valore di titolo esecutivo (e in cui si confonde tra accertamento doveroso del giudice dell’esecuzione circa l’idoneità del titolo e la correttezza della quantificazione del credito operata dal creditore nel precetto, che non fa però stato e non costituisce titolo – cfr. Sez. 3 civ., n. 5510 del 08/04/2003, Rv. 561980 – e valore di titolo esecutivo, invece, dell’ordinanza di assegnazione nei confronti del terzo e a favore dell’assegnatario per le spese liquidate nel provvedimento e per le spese conseguenti e necessarie per la sua concreta attuazione – cfr. Sez. 3 civ., n. 3976 del 18/03/2003, Rv. 561189 -). E irrilevanti sono ancora, a fronte dell’ammontare raggiunto, le puntualizzazioni in ordine alla veste di procuratore antistatario, o non antistatario, attribuibile al R., ovvero alle divergenze, nell’ordine di pochi milioni, delle somme dovute in forza delle sentenze di condanna o alla loro imputazione.

Inammissibili sono inoltre le deduzioni: sulla conformità a legge della costituzione delle associazioni cessionarie perchè irrilevanti; sulla effettiva operatività di tali associazioni, in quanto similmente impiegate per la cessione di crediti in occasione del fallimento “***********”, perchè contraddittoria e non conducente; sulla non artificiosità del frazionamento dei crediti mediante cessione alle trentacinque associazioni e sulla conformità a legge degli istituti di diritto sostanziale e processuale attivati, perchè prive di intrinseca consistenza e ancorate ad aspetti esclusivamente formali non pertinenti; sulle asserite violazioni degli obblighi incombenti ai custodi poste in essere dalle persone offese e su illeciti civili e penali ad esse ascrivibili, perchè costituenti ardite costruzioni avulse da dati di realtà relativi alla legalità delle pretese e con essi anzi in contrasto; sulla ingiustizia del profitto e sulla intenzionalità della condotta abusiva, perchè del tutto generiche e manifestamente infondate a fronte dei dati obiettivi già rilevati.

Quello che conta è che le procedure di cui si discute non avevano la funzione che è propria dei procedimenti di esecuzione, di realizzare coattivamente il comando contenuto nelle sentenze di condanna, ma tendevano al solo scopo di produrre e moltiplicare spese legali e che ciò è stato reso possibile grazie alla violazione dei doveri di controllo e intervento del giudice dell’esecuzione. Nessuno degli argomenti difensivi lambisce l’aspetto dell’immanente e complessivo vizio funzionale, nè supera perciò l’evidenza delle violazioni di legge.

19. L’assorbimento nella truffa.

Ciò nonostante non può accogliersi la sollecitazione alla riqualificazione di tali fatti alla stregua del solo reato di abuso d’ufficio.

Proprio la enunciazione delle condotte integranti tale reato nell’ambito della contestazione del reato di truffa, rende palese che il fatto di abuso è stato considerato assorbito in quello più ampio di truffa, in virtù della clausola di consunzione contenuta nell’art. 323 c.p.p. (“salvo che il fatto non costituisca un più grave reato”), che impone di considerare la fattispecie d’abuso d’ufficio quale residuale e sussidiaria e che è diretta, indipendentemente da un rapporto di specialità tra fattispecie astratte, ad escludere l’applicazione del precetto penale nel caso in cui la condotta materiale di abuso, integri al tempo stesso un reato più grave e in esso si consumi. E ciò si verifica non solo quando il fatto commesso realizza un ulteriore reato che implica l’abuso di poteri dell’ufficio (peculato, corruzione, estorsione) ma anche quando una fattispecie criminosa di diverso contenuto illecito (truffa, falso) è commessa, o è aggravata, mediante un comportamento che costituisce abuso di ufficio, sempre però che la condotta integrante l’abuso s’esaurisca interamente nella fattispecie maggiore.

Non essendovi stata impugnazione ad opera del Pubblico ministero della sentenza di primo grado sul punto, non è compito di questa Corte stabilire se l’assorbimento è anche in fatto corretto, il dato storico è quanto rileva.

Il reato d’abuso sarebbe suscettibile di autonoma considerazione, pertanto, solo nell’ipotesi in cui, come rileva il Procuratore generale, non fosse ravvisabile la truffa per difetto di alcuno dei suoi elementi costitutivi. Ma questo allo stato, e contrariamente a quanto affermano i ricorrenti, non può dirsi.

20. La condotta di truffa.

I ricorrenti hanno contestato la configurabilità della truffa sotto molteplici profili, ma l’argomento di diritto, in base al quale è stata chiesta dal Procuratore generale la riqualificazione, è che non sarebbero ravvisabili nel caso in esame l’induzione in errore e l’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito della truffa – non individuabile nelle ordinanze di assegnazione.

20.1. Deve ricordarsi dunque che effettivamente nella formulazione dell’art. 640 c.p. la condotta tipica, consistente nella realizzazione di artifici o raggiri, introduce una serie causale che porta agli eventi di ingiusto profitto con altrui danno passando attraverso l’induzione in errore; e che l’induzione in errore pur rappresentando il modo in cui si manifesta il nesso causale, non lo esaurisce. Dottrina e giurisprudenza tradizionalmente concordano nel rilevare che il passaggio dall’errore agli eventi consumativi deve essere contrassegnato da un elemento sottaciuto dal legislatore, costituito dal comportamento “collaborativo” della vittima che per effetto dell’induzione arricchisce l’artefice del raggiro e si procura da sè medesimo danno. La collaborazione della vittima per effetto del suo errore rappresenta in altri termini il requisito indispensabile perchè ingiusto profitto e danno possano dirsi determinati dalla condotta fraudolenta dell’agente; e costituisce il tratto differenziale del reato in esame rispetto ai fatti di mera spoliazione da un lato, ai reati con collaborazione della vittima per effetto di coartazione dall’altro.

Tradizionalmente codesto requisito implicito, ma essenziale, della truffa quale fatto di arricchimento a spese di chi dispone di beni patrimoniali, realizzato tramite lo stesso grazie all’inganno, è definito “atto di disposizione patrimoniale”. 20.2. La definizione è tuttavia imprecisa, nel senso che apparentemente evoca categorie civilistiche rispetto alle quali è impropria. Nulla nella formulazione della norma consente difatti di restringere l’ambito della “collaborazione carpita mediante inganno” ad un atto di disposizione da intendersi nell’accezione rigorosa del diritto civile e di escludere, all’inverso, che il profitto altrui e il danno proprio o di colui del cui patrimonio l’ingannato può legittimamente disporre, sia realizzato da costui mediante una qualsiasi attività rilevante per il diritto, consapevole e volontaria ma determinata dalla falsa rappresentazione della realtà in lui indotta. Più corretto e semplice è allora dire che per l’integrazione della truffa occorre, e basta, un comportamento del soggetto ingannato che sia frutto dell’errore in cui è caduto per fatto dell’agente e dal quale derivi causalmente una modificazione patrimoniale, a ingiusto profitto del reo e a danno della vittima.

Se, insomma, il senso riposto dell’atto di disposizione è che il danno deve potersi imputare ad un’azione che viene svolta all’interno della sfera patrimoniale aggredita, causata da errore e produttiva di danno e ingiusto profitto, il profilo penalisticamente rilevante della cooperazione della vittima non deve necessariamente riposare nella sua qualificabilità in termini di atto negoziale e neppure di atto giuridico in senso stretto, bastando la sua idoneità a produrre danno. Il così detto atto di disposizione ben può consistere per tali ragioni in un permesso o assenso, nella mera tolleranza o in una traditio, in un atto materiale o in un fatto omissivo: quello che conta è che sia un atto volontario, causativo di ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Non può per conseguenza in linea teorica escludersi che tale atto volontario consista nella dazione di denaro effettuata nella erronea convinzione di dovere eseguire un ordine del giudice conforme a legge.

Che poi nella vicenda in esame ricorresse in concreto tale ipotesi è questione di fatto che attiene al contesto della giustificazione, da esaminare alla luce delle censure sulla violazione del dovere di motivazione imposto dall’art. 578 c.p.p..

21. La violazione degli artt. 129 e 578 c.p.p..

Per unitarietà di discorso, va anticipato che la Corte di appello, dopo avere osservato quanto riportato al punto 17.3., ovverosia dopo avere trattato esclusivamente della esistenza di un uso oggettivamente abusivo dell’istituto della cessione dei crediti e delle procedure esecutive, si è limitata a osservare, anche ai fini della conferma delle statuizioni civili, che mancavano le condizioni per il proscioglimento ai sensi del capoverso dell’art. 129 c.p.p..

La sentenza impugnata, nel confermare la condanna degli imputati al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, non ha dunque specificamente esaminato i motivi di merito dell’atto di appello, evocando una disposizione, quella dell’art. 129 c.p.p., comma 2, che andava al contrario coordinata con la norma posta dall’art. 578 c.p.p..

Questa impone difatti al giudice dell’appello, quando deve dichiarare estinto il reato per amnistia o prescrizione verificatasi nelle more del giudizio di secondo grado, di decidere sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza impugnata che concernono gli interessi civili. E, come rammenta Set. U, n. 35490 del 28/05/2009, **********, Rv. 244273, ciò comporta che in relazione agli effetti civili la valutazione da compiersi ad opera del giudice d’appello che dichiari la prescrizione del reato, non è legata ai canoni di economia processuale fissati dall’art. 129 c.p.p., comma 2, ma è la stessa che deve assistere ogni decisione che confermi una condanna: approfondita nell’esame richiesto dal compendio probatorio acquisito ed esauriente nelle risposte da dare in fatto ai motivi d’appello.

21.1. Per quanto concerne le condotte contestate a titolo di truffa, deve perciò riconoscersi che, escluse le questioni che questa Corte ha potuto autonomamente esaminare in quanto in diritto o in quanto comunque palesemente inammissibili, restano senza risposta nella motivazione della sentenza impugnata le deduzioni di merito articolate negli atti d’appello di entrambi gli imputati: in ordine alla sussistenza della induzione in errore di coloro che avevano partecipato alle procedure di cui si discute per conto delle persone offese e all’induzione in errore, per conseguenza, di coloro che del patrimonio delle persone offese potevano legittimamente disporre; in ordine alla sussistenza, quindi, di un atto di disposizione volontario, ma frutto di induzione in errore, delle persone offese, nel senso prima precisato; in ordine alla sussistenza del concorso di entrambi gli imputati nelle svariate condotte di truffa ovvero di abuso contestate e alla natura intenzionale, per l’effetto, delle violazioni di legge realizzate dal M..

21.2. Analoghe carenze affliggono d’altronde, negli stessi limiti, la sentenza impugnata in relazione al reato di tentata estorsione contestato al capo B), che interessa la sola posizione del R..

Anche con riferimento a tale reato, le considerazioni già svolte in punto di contrarietà a diritto dell’agire complessivo del R. consentono sin d’ora di dichiarare manifestamente infondate le censure concernenti l’ingiustizia del profitto. Tuttavia occorre riconoscere che la Corte di appello non ha dato alcuna risposta alle doglianze con le quali si contestavano le prove dichiarative su cui è basata l’affermazione di responsabilità per la realizzazione del tentativo di estorsione. E poichè la costituzione di parte civile dell’istituto San Paolo si riferisce pure alla tentata estorsione, anche in relazione a codeste doglianze alla Corte d’appello era richiesta una valutazione di merito approfondita, alla quale non può supplire la Corte di legittimità. 21.3. Limitatamente agli aspetti evidenziati la sentenza impugnata dovrà dunque essere annullata con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente in grado d’appello.

22. La deduzione del M. sulla prescrizione.

Manifestamente infondata è invece l’eccezione relativa alla prescrizione articolata nel ricorso M..

Il ricorrente muove dall’assunto che il suo contributo s’era esaurito con l’emissione delle ordinanze di assegnazione e sostiene che per tale ragione in relazione alla sua posizione il reato doveva ritenersi prescritto prima della sentenza di primo grado. Anche ad ammettere il presupposto fattuale, la conclusione è però del tutto erronea.

Il fatto reato oggetto d’imputazione è unitario e, vuoi che lo si voglia considerare alla stregua di abuso, vuoi che resista (nel giudizio di rinvio) la contestazione di truffa, trattandosi in entrambi i casi di reato d’evento, esso si consuma con la realizzazione dell’ingiusto profitto. Non ha alcun rilievo, al riguardo, l’eventualità che un concorrente abbia posto materialmente in atto una condotta meramente prodromica o conclusasi in anticipo rispetto al momento consumativo.

Dalla sentenza di primo grado (pag. 5) risulta che l’ultima dazione, di 70 vagli cambiari, per un importo complessivo superiore a lire 1.400.000.000 s’è avuta il 10 dicembre 1999. Considerati i termini di prescrizione, pari a sette anni e sei mesi, e le sospensioni nel corso del dibattimento di primo grado pari a undici mesi e nove giorni, la prescrizione è dunque maturata il 19 maggio 2008, senz’altro dopo la sentenza di primo grado, del 27 settembre 2007; sarebbe in ogni caso successiva anche a considerare solo le sospensioni pari a sette mesi e 29 giorni, cui si riferisce la sentenza d’appello.

23. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata ai sensi dell’art. 622 c.p.p. limitatamente agli effetti civili, con rinvio alla Corte di appello di Roma in sede civile perchè proceda a nuovo esame degli aspetti di merito indicati ai paragrafi 21.1 e 21.2.

I ricorsi vanno per il resto rigettati.

Le spese processuali tra le parti dovranno essere regolate, anche in relazione al presente giudizio, secondo l’esito di quello di rinvio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili e rinvia alla Corte di appello di Roma in sede civile. Rigetta i ricorsi nel resto. Spese processuali tra le parti al definitivo.

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Notificazione – Ricorso per cassazione – Giorno festivo

Redazione

Ritenuto in fatto

 

1. Con sentenza del 27 settembre 2007 il Tribunale di Roma dichiarava R.A. e M.O. responsabili del reato continuato di truffa aggravata e tentata truffa aggravata loro ascritto al capo A), commesso sino al (…) , e il R. anche del reato di tentata estorsione a lui ascritto al capo B), commesso il (…) , e, riconosciute al solo M. le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, ritenuta la continuazione fra i fatti di cui ai capi A) e B), condannava: R. alla pena di quattro anni di reclusione e di 1.500,00 Euro di multa, con interdizione dai pubblici uffici per cinque anni; M. alla pena, condizionalmente sospesa, di due anni di reclusione e di 1.000,00 Euro di multa. Condannava inoltre i due imputati al pagamento in solido delle spese processuali e al risarcimento dei danni, da liquidare in separato giudizio, nei confronti delle parti civili San Paolo IMI s.p.a., Banco di Napoli s.p.a. e Rete Ferroviaria Italiana s.p.a., assegnando provvisionali di 50.000,00 Euro in favore di ciascuna.

Secondo la contestazione al capo A), il R. , quale legale di quindici dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in favore dei quali il pretore di Napoli aveva emesso sentenza di condanna al pagamento di 18 milioni di lire oltre spese legali, e il M. , quale Giudice dell’esecuzione e in violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata, avevano posto in essere una serie di artifizi e raggiri (consistiti nell’avere dato luogo a una fittizia proliferazione dei crediti dei dipendenti delle Ferrovie e del legale, dapprima mediante la loro cessione al R. e da questo a trentacinque associazioni di fatto fittiziamente create, quindi mediante la promozione di trentacinque distinte procedure esecutive nei confronti di terzi debitori, l’intervento di ciascuna delle trentacinque associazioni nelle procedure intentate dalle altre, la mancata verifica, ad opera del giudice M. , della legittimazione delle cessionarie e la mancata riunione delle procedure) cui erano conseguiti l’emanazione di trentacinque ordinanze di assegnazione, in ognuna delle quali erano liquidate in favore di ciascuna delle trentacinque associazioni e, a titolo di spese del procedimento, in favore dell’avv. R. , somme calcolate sul valore complessivo di tutti i crediti azionati, in via diretta o per intervento, per un totale di circa 7 miliardi di lire, nonché la notifica di 3.675 precetti ai tre terzi pignorati (1.225 per ciascuno): con tali artifizi e raggiri avendo indotto “in errore i terzi pignorati (Banco di Napoli, San paolo IMI e Poste Italiane) circa l’effettiva entità e spettanza dei crediti” e conseguito un ingiusto profitto con corrispondente danno del debitore e dei terzi. Avevano quindi posto in essere ulteriori atti idonei diretti in modo non equivoco a conseguire un ulteriore ingiusto profitto, pari alla residua somma oggetto dei precetti.

Al solo R. era inoltre addebitato, al capo B), un tentativo di estorsione nei confronti del vicedirettore della filiale del Banco di Napoli di Avellino, posto in essere con la minaccia di attivare altre 34.000 procedure esecutive.

1.1. Con sentenza pronunciata in data 12 febbraio 2009 la Corte di appello di Roma, in riforma della decisione di primo grado, dichiarava non doversi procedere nei confronti di entrambi gli imputati in ordine ai reati loro rispettivamente ascritti perché estinti per prescrizione; confermava la sentenza di primo grado limitatamente alle statuizioni civili e condannava, per l’effetto, gli appellanti in solido a rifondere alle parti civili presenti nel giudizio d’appello, Rete Ferroviaria Italiana s.p.a. e San Paolo IMI s.p.a., le spese di assistenza relative al grado.

1.2. Il deposito della motivazione veniva riservato nel termine di 60 giorni (cadente il 13 aprile 2009, che coincideva con il lunedì di Pasqua); la motivazione era depositata entro tale termine (il 9 aprile 2009).

1.3. A giustificazione della decisione, la Corte di appello rilevava che a norma della legge n. 251 del 2005 (la sentenza di primo grado era successiva all’entrata in vigore di detta legge), tutti i reati contestati erano prescritti, dovendosi ritenere il termine massimo di sette anni e sei mesi per i fatti di cui al capo A) commessi sino al (…) , e il termine massimo di otto anni e quattro mesi per la tentata estorsione di cui al capo B) commessa il (…) , e considerare la sospensione complessiva di tali termini per sette mesi e ventinove giorni.

Affermava che andava per tale ragione valutato se esistevano prove “evidenti e incontrovertibili” dell’innocenza o dell’estraneità degli imputati rispetto ai fatti loro attribuiti, e osservava al riguardo che le numerose prove dichiarative e la copiosa documentazione acquisite militavano nel senso del difetto di prove evidenti dell’innocenza o dell’estraneità degli imputati, per tutti i reati.

Confermava quindi le statuizioni civili, affermando che le condotte tenute dagli imputati, pur prive oramai di rilevanza penale, costituivano fatti illeciti, produttivi in via diretta e immediata di danni per i soggetti costituiti parti civili.

2. R.A. ha proposto ricorso con atto a duplice firma, personale e del difensore, avvocato C. S., depositato in data 29 maggio 2009 (ovverosia il 46 giorno a far data dal 13 aprile).

Chiede l’annullamento di entrambe le sentenze di merito e di sedici ordinanze, predibattimentali e dibattimentali, del giudice di primo grado, così individuate: ordinanze in data 04/07/2003 concernenti la ritualità della notifica del decreto di citazione a giudizio e dichiarazione di contumacia (1), il rigetto dell’eccezione di nullità sollevata in proposito, ex art. 171, comma 1, lett. d), cod. proc. pen. con memoria 26-30/06/2003 (2), il rigetto della eccezione sollevata con memoria 05/03/2003 di nullità della richiesta di rinvio a giudizio (3); ordinanze in data 04/12/2003, di rigetto delle eccezioni avanzate in udienza di nullità: della richiesta di rinvio a giudizio (4), della notifica del decreto di citazione a giudizio (5); della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso dell’udienza preliminare (6); ordinanza in pari data 04/12/2003, di rinvio all’udienza del 12/12/2003 (7); ordinanza in data 12/12/2003, di rigetto dell’eccezione avanzata con memoria 10/12/2003, di nullità ex art. 184, comma 3, cod. proc. pen., in relazione al rinvio a tale udienza (8); ordinanza in data 15/05/2007, di rinvio ex art. 108 cod. proc. pen. all’udienza del 25/05/2007 (9); ordinanza in data 25/5/2007, di rinvio ex art. 108 cod. proc. pen. all’udienza del 01/06/2007 (10); ordinanza in data 01/06/2007, di rinvio ex art. 108 cod. proc. pen. all’udienza del 04/06/2007 (11); ordinanza in data 01/06/2007, di esclusione della documentazione allegata alle memorie 25/05/2007 e 01/06/2007 (12); ordinanza in data 04/06/2007, di rinvio ex art. 108 cod. proc. pen. all’udienza del 05/06/2007 (13); ordinanza in data 04/06/2007, di esclusione delle denunce allegate alla memoria in pari data (14); ordinanza in data 27/09/2007, di rigetto della richiesta di termine a difesa ex art. 108 cod. proc. pen. (15); ordinanza in data 27/09/2007, di esclusione della denunzia allegata alla memoria in pari data (16). E invoca ogni conseguente statuizione, compreso l’annullamento senza rinvio delle disposizioni in favore delle parti civili.

Articola trentanove profili di censura, enunciandoli come altrettanti “motivi”, che, sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen., denunziano:

2.1. violazione degli artt. 111 e 24 Cost; 6 C.E.D.U.; 121, comma 2, 125, comma 3, 546, comma 1, lett. e) e 598 cod. proc. pen.; vizi della motivazione, per omesso esame ed omessa ricognizione dei motivi di appello (cinquantatre) e delle memorie presentate in appello (sette);

2.2. vizi di motivazione in relazione alla illustrazione della vicenda, non essendosi considerata la ricostruzione difensiva, suffragata dalla documentazione allegata, che smentiva sia le prospettazioni delle parti civili sia quanto affermato nelle sentenze di merito;

2.3. vizi di motivazione con riguardo all’individuazione dell’ammontare dei crediti, non essendosi considerato che esistevano due classi, distinte e separate, di crediti vantati nei confronti delle Ferrovie dello Stato (trentacinque, il cui ammontare complessivo, nell’anno 1997, era pari a lire 345.000.000) e nei confronti dei terzi (ulteriori trentacinque, il cui ammontare complessivo finale era pari, nel settembre dell’anno 1999, a lire 4.434.000.000);

2.4. vizi di motivazione con riferimento al numero dei crediti azionati nei confronti delle Ferrovie, in numero pari a trentacinque (15 dei lavoratori e 20 dell’avv. R. ), nella sentenza del Tribunale (a pagine 15-17) erroneamente facendosi riferimento ad un solo credito (“predetto credito iniziale”);

2.5. vizi di motivazione con riferimento alla asserita fittizia costituzione delle trentacinque associazioni, legittimamente avvenuta invece in forza della legge n. 266 del 1991, nell’ambito di una risalente ed ancor più ampia attività solidaristica ed associativa (costituzione di sessanta associazioni), prima della pronuncia delle sentenze nei confronti delle Ferrovie dello Stato e sei anni prima che le stesse associazioni divenissero (nell’anno 1997) cessionarie dei crediti dei dipendenti delle Ferrovie e dell’avvocato R. ; senza perciò che vi fosse alcuna relazione tra la costituzione delle associazioni e i trentacinque crediti nei confronti delle Ferrovie loro ceduti;

2.6. vizi di motivazione in relazione all’affermata assenza di attività delle trentacinque associazioni, essendovi invece prova certa della loro attività precedente rispetto alla cessione dei crediti di cui si discute;

2.7. violazione di legge, in relazione all’art. 36 cod. civ. e alla legge n. 266 del 1991, e vizi di motivazione, poiché, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, le associazioni erano conformi a legge;

2.8. vizi di motivazione con riferimento alla omessa considerazione del fatto che l’avv. R. si era servito già delle associazioni in occasione del fallimento “*****” (dichiarato con sentenza del Tribunale di Napoli n. 366 del 1996), in data 12 febbraio 1997, prima dei fatti;

2.9. vizi di motivazione con riferimento alla ipotizzata “fittizia proliferazione di crediti” a mezzo di un istituto, quello della cessione dei crediti, perfettamente legale;

2.10. violazione dell’art. 474 cod. proc. civ. e vizi di motivazione in relazione al medesimo aspetto, essendo ininfluente la cessione dei crediti per il debitore e l’azione esecutiva essendo azione titolata;

2.11. violazione dell’art. 24 Cost. e degli artt. 499 e seguenti cod. proc. pen., e vizi di motivazione, atteso che gli interventi spiegati nei trentacinque procedimenti esecutivi costituivano esercizio di un diritto, motivato dalle ragioni operative già indicate al secondo motivo;

2.11-bis (numerato in ricorso quale 11^ motivo) violazione degli artt. 99 e seguenti, 112, 274, 543 e seguenti, cod. proc. civ., e vizio di motivazione, in relazione alla mancata riunione delle varie procedure esecutive, la riunione e la separazione dei procedimenti costituendo provvedimenti ordinatori discrezionali e insindacabili, che non incidono sulle domande, diminuendole o aumentandole, e la riunione non incidendo sull’autonomia delle cause riunite;

2.12. vizi di motivazione, con riferimento alla influenza della omessa riunione dei procedimenti, sull’assunto che ove i trentacinque procedimenti esecutivi fossero stati riuniti, identico sarebbe stato l’esito;

2.13. vizi di motivazione con riferimento alla mancata verifica della legittimazione dei creditori instanti, risultando pacifiche in atti le cessioni alle trentacinque associazioni, che quali creditori cessionari avevano certamente legittimazione attiva all’azione esecutiva;

2.14. vizi di motivazione in relazione alle osservazioni sulle spese processuali, la liquidazione delle stesse costituendo materia estranea all’assegnazione, ai precetti ed agli assegni emessi dai terzi, ed oggetto di assegnazione essendo stato solo l’importo pignorato, non l’importo delle spese liquidate;

2.15. vizi di motivazione in relazione alla proliferazione dei costi delle opposizioni dei terzi, poiché gli atti della procedura erano tutti in carta libera (come risultava dagli atti dell’opposizione proposta dall’Istituto San Paolo);

2.16. violazioni di legge (dell’art. 640 cod. pen., nonché degli artt. 65 e 546 cod. proc. civ.) e vizi di motivazione con riferimento alla sussistenza degli artifizi o raggiri, non essendovi stata, per le ragioni esposte, alcuna “proliferazione” di crediti;

2.17. violazione dell’art. 640 cod. pen. e vizio di motivazione con riguardo alla induzione in errore dell’Istituto San Paolo, insussistente attesa la notifica nei suoi confronti, in data 24 novembre 1997, su istanza delle trentacinque associazioni, di trentacinque atti di pignoramento presso terzi, ove le pretese erano analiticamente esplicate, e attesa l’evoluzione della procedura, da cui risultava che detta banca aveva piena cognizione e puntuale comunicazione di ogni aspetto della vicenda;

2.18. violazione dell’art. 640 cod. pen. e vizio di motivazione, per le medesime ragioni, con riguardo alla induzione in errore del Banco di Napoli;

2.19. violazione di legge e vizio di motivazione, con riguardo, per ragioni analoghe, alla induzione in errore sia del Banco di Napoli sia dell’Istituto San Paolo;

2.20. violazione di legge e vizio di motivazione, altresì, con riguardo alla esistenza di atti di disposizione determinati da induzione in errore con artifici e raggiri del Banco di Napoli e dell’Istituto San Paolo;

2.21. violazione di legge (in riferimento anche agli artt. 65 e seguenti e 546 cod. proc. civ.) e vizio di motivazione per la impossibilità di configurare l’atto di disposizione richiesto per la integrazione del delitto di truffa giacché tale atto, secondo la ricostruzione accusatoria, consisterebbe nella dazione degli assegni di pagamento da parte degli istituti di credito pignorati, aventi quali custodi la veste di ausiliari del giudice, in esecuzione dell’ordine del giudice stesso, in tesi autore del reato;

2.22. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla sussistenza dell’ingiusto profitto, stante la coincidenza tra gli importi dei pignoramenti avvenuti nelle procedure esecutive (345 milioni di lire) e gli importi delle assegnazioni a carico di ciascuno dei tre terzi; costituendo ius receptum, per quanto concerneva il pagamento delle così dette spese successive, che il creditore può intimarne nel precetto il pagamento;

2.23. violazione di legge e vizio di motivazione per l’omessa considerazione dell’insegnamento offerto dalla pronuncia n. 1471 del 1996 delle Sezioni unite civili (il creditore può, con l’atto di precetto, intimare il pagamento delle spese e dei diritti ad esso inerenti);

2.24. violazione degli artt. 56 e 629 cod. pen. e vizi di motivazione con riferimento alla tentata estorsione per insussistenza di violenza e minaccia, nessun teste avendo mai dichiarato di avere udito l’avv. R. minacciare l’attivazione di 34.000 procedure esecutive, né risultava in atti alcuno scritto che recava tale minaccia;

2.25. violazione degli artt. 56 e 629 cod. pen. e vizi di motivazione, essendo evidente l’impossibilità pratica e giuridica che fossero esperite altre 32.775 procedure esecutive (34.000 meno 1.225), in assenza di altrettante copie esecutive delle ordinanze e dei precetti; risultando inoltre dagli atti che era stato azionato uno solo dei 1.225 titoli e precetti, in termini di pignoramento mobiliare presso il debitore;

2.26. violazione degli artt. 2043 cod. civ. e degli artt. 388, comma 5, 640, 56, 629 cod. pen., e vizi di motivazione, giacché le banche pignorate si erano rese inadempienti nei confronti delle associazioni creditrici ed assegnatane nonostante l’obbligo di effettuare immediatamente il disposto pagamento, così rendendosi responsabili di illecito aquiliano e di mancata esecuzione dolosa di provvedimenti del giudice, lucrando sulla valuta e favorendo le Ferrovie, vanificando le trentacinque pronunce giurisdizionali;

2.27. violazione degli artt. 56 e 629 cod. pen. e vizi di motivazione, con riferimento alla sussistenza dell’ingiusto profitto, per ragioni analoghe a quelle esposte in merito all’insussistenza dell’ingiusto profitto riguardo al delitto di truffa (motivi 2.22 e 2.23);

2.28. vizi di motivazione e contraddittorietà della sentenza del Tribunale, che aveva peccato di parzialità, travisamenti ed omissioni nella esposizione delle deposizioni rese dai testi Me. , B. , V. , Ma. , F. , m. e V.P. ;

2.29. vizi della motivazione della sentenza impugnata che aveva: omesso di considerare le cinque condanne al pagamento delle spese in favore dell’avv. R. , difensore distrattario; individuato l’importo iniziale delle condanne in 18 milioni di lire, anziché in 70 milioni di lire; omesso di considerare i crediti originari dell’avv. R. ; affermato contrariamente al vero che nelle ordinanze di assegnazione erano state liquidate spese in favore dell’avv. R. ; erroneamente dubitato della legittimazione attiva delle associazioni creditrici, pacificamente sussistente e oggetto di verifica nelle ordinanze di assegnazione del giudice M. e affermato che le associazioni non avevano prodotto l’atto costitutivo; fatto erroneo riferimento alle Ferrovie come uno dei terzi esecutati e alla liquidazione delle spese nelle ordinanze di assegnazione, il cui oggetto era semplicemente l’importo pignorato, oltre che le spese di precetto; arbitrariamente affermato la consapevolezza dell’imputato di operare contra ius;

2.30. vizi di motivazione della sentenza laddove aveva affermato che l’imputato era consapevole dell’ingiustizia della sua pretesa, essendo al contrario il ricorrente animato dalla consapevolezza di operare secundum ius;

2.31. violazione dell’art. 237 cod. proc. pen., per l’omessa acquisizione delle denunce e degli altri documenti provenienti dal R. , oggetto delle ordinanze in data 1 giugno, 4 giugno e 27 settembre 2007, elencate ai nn. 12, 14 e 16 all’inizio del ricorso;

2.32. violazione degli artt. 640 e 56, 629 cod. pen. e vizi di motivazione per l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti ai capi A) e B) dell’imputazione, sulla base di quanto prima complessivamente rappresentato, ed in considerazione della correttezza della condotta tenuta dal ricorrente;

2.33. violazione dell’art. 129 cod. proc. pen. e vizio di motivazione in riferimento alla declaratoria di improcedibilità per prescrizione, perché l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti all’imputato avrebbe dovuto portare al proscioglimento nel merito ai sensi del comma 2 della disposizione evocata;

2.34. violazione della legge processuale e nullità dell’intero procedimento, ex art. 179 cod. proc. pen., per nullità della citazione per l’udienza del 4 luglio 2003, non avendo l’imputato avuto conoscenza della stessa, perché ricoverato in ospedale; erroneità delle ordinanze di rigetto delle relative eccezioni e di dichiarazione di contumacia del 4 luglio 2003 e del 4 dicembre 2003, indicate all’inizio ai punti 1, 2 e 5;

2.35. violazione dell’art. 108 cod. proc. pen. e della normativa di sistema nell’ordinamento interno (artt. 24 e 111 Cost.) e internazionale (art. 6, p. 1 e 3, della Convenzione E.D.U.), e nullità dell’intero procedimento, in ragione dell’incongruità dei termini a difesa concessi dal Tribunale alle udienze del 15 maggio 2007, del 25 giugno 2007, del 1 giugno 2007 e del 4 giugno 2007, nonché del diniego del termine a difesa nell’udienza del 27 settembre 2007; nullità, quelle evidenziate, tutte ritualmente eccepite sia prima sia dopo il compimento dei relativi atti; nonché disparità di trattamento, le richieste di differimento del Pubblico ministero per studio degli atti processuali essendo state tutte accolte;

2.36. violazione degli artt. 178, lett. c), 180 e 416, comma 1, cod. proc. pen. e nullità dell’intero sviluppo processuale, erroneità delle ordinanze impugnate indicate all’inizio ai punti 3 e 4 (del 04/07/2003 e 04/12/2003), giacché la richiesta di rinvio a giudizio del R. non era stata preceduta dall’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio;

2.37. violazione degli artt. 178, comma 1, lett. c), 179, 180 e 419 cod. proc. pen., nullità dell’intero procedimento, erroneità dell’ordinanza impugnata indicata all’inizio, al punto 6 (del 04/12/2003), atteso che all’eccezione di omissione o nullità della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di udienza preliminare che riguardava in particolare anche l’attività dell’agente postale, il Tribunale aveva risposto elusivamente affermando che la notifica risultava ritualmente effettuata dall’ufficiale giudiziario e non aveva quindi affrontato la questione della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di udienza preliminare, successivamente alla rinnovazione dell’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen..

2.38. violazione dell’art. 578 cod. proc. pen. e vizio di motivazione con riferimento alla conferma dei capi e delle disposizioni concernenti gli interessi civili, non essendovi stati esame, né ricognizione, a tal fine, dei motivi d’appello.

3. M.O. ha proposto ricorso, anch’esso a firma personale e del difensore, avvocato I. B., chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata.

3.1. Con il primo motivo denunzia vizi della motivazione e violazione dell’art. 129 cod. proc. pen., perché la Corte di appello, come già il Tribunale: (a) aveva erroneamente rimarcato la mancata verifica della legittimazione dei creditori procedenti e intervenienti; b) aveva erroneamente segnalato la mancata doverosa riunione dei procedimenti; c) aveva altrettanto erroneamente affermato che il giudice dell’esecuzione doveva dar corso ad una procedura unitaria.

Si erano supposti poteri d’ufficio estranei ai margini di operatività, vincolati, del giudice dell’esecuzione; le verifiche, in difetto di opposizione da parte del debitore esecutato, non erano dovute; il M. aveva svolto gli accertamenti d’ufficio cui era tenuto (concernenti le condizioni di ammissibilità dell’azione esecutiva, i requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità del credito).

La riunione era discrezionale e non era mai stata “eccepita” o sollecitata dal debitore esecutato; quand’anche fosse stata disposta, il giudice dell’esecuzione non avrebbe dovuto liquidare un unico onorario, in ragione della vigenza dell’art. 5, comma 4, della tariffa forense, approvata con D.M. 5 ottobre 1994, n. 585, che prevede aumenti a scalare rispetto al numero dei procedimenti, del fatto che la liquidazione unica mai avrebbe potuto concernere comunque l’attività anteriore alla riunione, del principio che nel processo esecutivo l’onere delle spese processuali non segue la soccombenza, ma la soggezione del debitore all’esecuzione.

Si era dimenticato che, emesse le ordinanze di assegnazione, le stesse non sono più revocabili d’ufficio, ma solo, eventualmente, suscettibili d’opposizione; si era dunque trascurato che l’attività del M. era per ogni verso vincolata e che era alle parti che spettava eventualmente proporre opposizione.

In assenza di qualsivoglia indizio idoneo a dimostrare un legame tra le condotte degli imputati, doveva escludersi ogni ipotesi di concorso nel reato di truffa; il ricorrente era estraneo alle operazioni di cessione dei crediti, notifica dei precetti ed esecuzione dei pignoramenti e, dunque, alla contestata attività di proliferazione dei crediti in precedenza avviata dal R. , ed era stato designato quale giudice dell’esecuzione dal Pretore dirigente secondo rigorosi criteri tabellari; a lui non potevano addebitarsi le successive iniziative del coimputato, che circa un anno e mezzo dopo il deposito delle ordinanze le aveva azionate come se si trattasse di titoli esecutivi, in palese violazione dell’art. 95 cod. proc. civ..

I Giudici di secondo grado non potevano ignorare che le statuizioni inerenti alla determinazione delle spese non costituivano “titolo esecutivo”, per cui non potevano giustificarsi le successive intimazioni dei precetti, con cui s’era azionato un credito inesistente ammontante complessivamente a circa sette miliardi.

3.2. Con il secondo motivo denunzia violazione dell’art. 578 cod. proc. pen. e difetto di motivazione in relazione alla conferma delle statuizioni civili; la Corte di merito aveva omesso di esaminare, agli effetti civili, le numerose censure rivolte alla sentenza di primo grado con i motivi d’appello (già per altro riproposti in sostanza con il primo motivo).

3.3. Con il terzo motivo denunzia violazione degli artt. 129, comma 1 e 578 cod. proc. pen., avendo il Giudice d’appello omesso di verificare che il decorso della prescrizione, per quel che ineriva la posizione del M. , era già maturato nelle more del processo di primo grado: l’attività giurisdizionale del ricorrente si era definitivamente conclusa alla data del 10 giugno 1998 con il deposito delle ordinanze di cui al capo d’imputazione; lo stesso aveva anche concluso il proprio mandato di vice Pretore alla data del 31 dicembre 1997. La commissione del reato andava al più anticipata al momento della emissione delle ordinanze e la prescrizione era maturata alla fine del mese di luglio dell’anno 2007, in data anteriore alla pronuncia resa in primo grado; il Giudice d’appello non poteva decidere perciò sulle istanze della parte civile.

4. In data 24 luglio 2010, il ricorrente R.A. depositava, ex art. 585 comma 4, cod. proc. pen., atto contenente sei “motivi” nuovi, deducendo:

4.1, l’insussistenza del fatto-reato di truffa e violazioni di legge: (1^ “motivo”) per inosservanza degli artt. 25, comma secondo, Cost, 14 preleggi e 1 cod. pen., ovverosia dei principi di legalità e tassatività della fattispecie, e del divieto di analogia in materia penale; (2^ “motivo”) per inosservanza dell’art. 117, comma primo, Cost. e dell’art. 7 C.E.D.U., come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo; (3^ “motivo”) per inosservanza dell’art. 117, comma primo, Cost. e dell’art. 6 C.E.D.U., come interpretato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo;

4.2. la violazione degli art. 129, 530 e 578 cod. proc. pen.: (4^ “motivo”) per l’evidente insussistenza dei fatti-reato ascritti; (5^ “motivo”) per il mancato rispetto dei principi di diritto enunciati da Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009; (6^ “motivo”) per la necessità, per l’effetto, di dichiarare a norma dell’art. 578 cod. proc. pen. l’insussistenza dei fatti-reato in rubrica ascritti.

5. Con note di udienza del 7 settembre 2010, le parti civili San Paolo IMI s.p.a. e Banco di Napoli s.p.a. hanno chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso proposto dal R. , perché tardivamente depositato in data 29 maggio 2009, ossia un giorno dopo la scadenza del termine di 45 giorni, previsto dall’art. 585, comma 1, lett. c), cod. proc. pen..

6. Il ricorrente R.A. depositava il 20 settembre 2010, undici memorie difensive che ribadivano e illustravano ulteriormente le censure con specifico riferimento: (1^ memoria) alla violazione dei principi di legalità e del giusto processo; (2^ memoria) alle censure del coimputato, osservando che, diversamente da quanto esposto nel ricorso proposto dal M. , le associazioni creditrici non potevano agire nuovamente contro le originarie debitrici Ferrovie dello Stato, senza aver prima – e vanamente – agito nei confronti dei terzi; (3^ memoria) alla nullità radicale del processo per omessa citazione a giudizio; (4^ memoria) alla nullità radicale del processo per violazione dell’art. 108 cod. proc. pen.; (5^ memoria) alla necessità di dichiarare le nullità verificatesi in primo grado e di tutti gli atti conseguenti; (6^ memoria) alla violazione degli artt. 578 e 125 cod. proc. pen.; (7^ memoria) alla necessità di annullamento senza rinvio; (8^ memoria) all’assenza di induzione in errore e di atto di disposizione dei terzi pignorati, ausiliari del giudice; (9^ memoria) all’inesistenza di ingiusto profitto; (10^ memoria) alla insussistenza della tentata estorsione; (11^ memoria) alla violazione dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen..

7. Il 24 settembre 2010, il R. depositava altra memoria, in replica alle note di udienza delle parti civili, con la quale illustrava l’infondatezza della censura di tardiva proposizione del ricorso, in particolare sottolineando che, seguendo la tesi opposta, alla parte sarebbero rimasti per impugnare solo quarantaquattro giorni, con un esito contrastante rispetto ai principi affermati dagli artt. 3, comma primo, e 24, comma secondo, Cost., nonché dall’art. 6 C.E.D.U..

8. In data 10 novembre 2010, il R. depositava atto a sua firma con il quale riepilogava ed elencava correttamente il numero dei motivi di ricorso già articolati (39 originari e 6 nuovi), segnalando che erano stati erroneamente indicati come undicesimo (11^) sia l’undicesimo sia il dodicesimo motivo; illustrava ulteriori controdeduzioni all’eccezione della parte civile, ribadendo il contenuto della memoria del 24 settembre 2010 (la proroga ex art. 172, comma 3, non aveva ad oggetto il dies a quo per l’impugnazione, ma il dies ad quem per il deposito della sentenza).

9. All’esito dell’udienza celebrata in data 24 settembre 2010, la Seconda Sezione penale di questa Corte pronunciava ordinanza con la quale, rilevato che in ordine alla questione della tardività del ricorso del R. si profilava un contrasto tra la giurisprudenza indicata come prevalente (Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261; Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622) e quella assunta come minoritaria (Sez. 6 n. 42785 del 25/10/2001, ********, Rv. 220425) ma condivisa, rimetteva i ricorsi alle Sezioni Unite, ritenendo necessario il loro intervento.

10. Con decreto emesso in data 15 ottobre 2010 il Presidente Aggiunto assegnava il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissando per la trattazione del ricorso l’udienza del 25 novembre 2010.

Il 25 novembre 2010 il ricorso veniva rinviato a causa di un difetto di notifica, alla udienza del 25 maggio 2011.

11. Il 23 maggio il ricorrente R. depositava, in vista dell’udienza del 25 maggio, dieci atti di memoria, con i quali, riprendendo argomenti già trattati, illustrava: (1^ memoria) la questione di diritto rimessa alle Sezioni unite; (2^ memoria) la violazione dell’art. 388, comma quinto, cod. pen., ad opera dei terzi esecutati; (3^ memoria) le conseguenze delle decisioni di merito in termini di frustrazione, in concreto, del giudicato portato dalle sentenze dei giudici civili che avevano conosciuto dei crediti posti in esecuzione; (4^ memoria) l’utilizzazione impropria dello strumento penale a tutela di ragioni civili che potevano semmai essere fatte valere con opposizioni; (5^ memoria) la violazione del principio di legalità prodotto dalla condanna per reati non configurabili; (6^ memoria) la violazione dei principi affermati in tema di truffa da Sez. U, n. 7537 del 10/02/2011; (7^ memoria) la violazione del comma 2 dell’art. 129 cod. proc. pen.; (8^ memoria) la “criminalizzazione” del principio enunciato dalle Sezioni Unite civili nella sentenza n. 1471 del 1996 (al creditore istante è consentito intimare con il precetto il pagamento delle spese ad esso inerenti); (9^ memoria) la violazione del favor innocentiae e dei principi enunciati da Sez. U, n. 35490 del 28/05/2010 e Sez. 3, n. 6261 del 12/01/2010 in tema di rapporti tra gli artt. 129 e 578 cod. proc. pen.; (10^ memoria) la violazione degli artt. 6 e 7 C.E.D.U., in ordine in particolare al dovere dei giudici di esaminare effettivamente gli argomenti e le deduzioni delle parti, di rispettare i giudicati nonché ai principi di legalità, di effettività della tutela a mezzo della esecuzione delle decisioni e di legalità.

12. All’udienza del 25 maggio 2011, costituite le parti, il Procuratore Generale, in via preliminare, ai fini e per gli effetti di quanto affermato dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con la sentenza 11 dicembre 2007, ********, informava le parti che intendeva sollevare il problema della diversa qualificazione giuridica dei fatti ascritti ai due ricorrenti al capo A) della rubrica.

Anticipava a tale proposito che ad avviso della Procura Generale la sentenza impugnata difettava nella individuazione degli elementi costitutivi del delitto di truffa, in specie l’induzione in errore e l’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito – non ravvisabile nelle ordinanze di assegnazione.

Apparivano per contro gli estremi del delitto di abuso di ufficio (ex artt. 110 e 323, secondo comma, cod. pen.), attesi i riferimenti espliciti, nella contestazione, alla violazione di norme di legge, in specie al disposto dell’art. 273, comma primo, cod. proc. civ., ancorché non formalmente richiamato, e all’ingiusto vantaggio patrimoniale per il R. e per le trentacinque associazioni creditrici, costituito – come da capo d’imputazione – per il primo nell’assurda e abnorme proliferazione delle spese processuali, vantate, liquidate e in parte riscosse; per le seconde nell’emissione, in favore di ogni società, di trentacinque ordinanze di assegnazione, ciascuna per l’intero importo del credito vantato; con contestuale e corrispondente danno ingiusto per la società esecutata e per i terzi pignorati.

Le parti chiedevano termine.

Il Collegio, ritenuto che alle difese doveva essere assicurato tempo congruo per formulare eventuali controdeduzioni in merito alla prospettiva di una diversa qualificazione dei fatti, rinviava, impregiudicata ogni decisione sul merito, all’udienza del 29 settembre 2011.

13. Il 14 settembre l’avvocato D. T. ha depositato note d’udienza per le parti civili San Paolo IMI e Banco di Napoli, con le quali:

– insiste nella eccezione di tardività del ricorso, nuovamente illustrandone le ragioni, in specie sotto il profilo della natura del termine per il deposito delle sentenze, per il quale il dies ad quem non sarebbe suscettibile quindi di proroga ope legis al giorno successivo non festivo, se quello di scadenza è festivo (richiamando la giurisprudenza in tema di non soggezione dei termini di cui all’art. 544 cod. proc. pen. alla sospensione in periodo feriale);

– insiste per la correttezza della qualificazione dei fatti contestati al capo A) alla stregua di truffa, osservando che il Procuratore ******** avrebbe del tutto impropriamente evocato rilievi riferibili alla fattispecie della cosiddetta truffa processuale, in cui è il giudice ad essere la vittima diretta dell’inganno; nel caso in esame il giudice non era destinatario dell’inganno ma coautore dello stesso; l’intervento del giudice in tale veste comportava la configurabilità del delitto di truffa, gli artifici e raggiri rappresentati dalla maliziosa suddivisione del credito originario e dalla maliziosa mancata riunione, condotte che avevano indotto in errore i terzi sulla entità e spettanza effettive dei crediti;

– osserva che la violazione di specifiche norme di legge ad opera del M. comportava semmai il concorso tra l’abuso di ufficio, che non esauriva l’intera condotta illecita, in specie quella prodromica del R. al quale il M. era rimasto estraneo, e la truffa contestata.

14. Il 23 settembre perveniva memoria a firma dell’avvocato *******, nell’interesse dell’imputato M. , trasmessa a mezzo fax.

Nella memoria, in replica alle osservazioni del Procuratore ********: si contesta la doverosità della riunione, osservandosi che la norma applicabile non era l’art. 273 cod. proc. civ., ma, semmai, l’art. 274 cod. proc. civ.; si rileva che, a considerare il fatto alla stregua di abuso, esso doveva ritenersi esaurito con le ordinanze di assegnazione, quindi il 10 giugno 1998; si rimarca la conseguenza della prescrizione già maturata alla data della sentenza di primo grado. In relazione al primo aspetto si ribadisce poi la prospettazione difensiva secondo cui le ordinanze di esecuzione non erano titoli esecutivi e il R. in base ad esse non poteva procedere a intimazione con 3.673 atti di precetto, intimando il pagamento di circa sette miliardi di lire.

15. Il 27 settembre il R. ha depositato altre quattordici memorie con le quali: (1^ memoria) afferma che in caso di riqualificazione dei fatti contestati al capo A) alla stregua di abuso, per il quale è prevista l’attribuzione al Tribunale in composizione collegiale, si sarebbero dovute annullare senza rinvio entrambe le sentenze di merito; (2^ memoria) richiama le deduzioni in tema di tempestività del ricorso, nullità per omessa citazione in primo grado e per violazione dell’art. 108 cod. proc. pen.; (3^ memoria) assume che l’ipotetico abuso, commesso il 10/06/1998, era prescritto prima della sentenza del Tribunale; (4^ memoria) denunzia la falsità di quanto descritto nel capo A), a proposito della qualifica di difensore antistatario del R. ; (5^ memoria) denunzia (richiamando precedenti osservazioni) falsità ed erroneità nelle deduzioni in tema di regole processuali civili del M. , affermando che evidentemente il coimputato non conosce il codice di rito civile; (6^) afferma che non poteva in alcun modo ritenersi che l’imputazione contenesse un implicito riferimento all’art. 273 cod. proc. civ., semmai all’art. 274 cod. proc. civ.; (7^ memoria) rinnova le censure relative all’affermata omessa verifica della legittimazione dei creditori cessionari; (8^ memoria) rinnova le censure in ordine alla falsità delle affermazioni relative alle liquidazioni di spese a suo favore e alla irrilevanza delle riunioni o separazioni sulle spese; (9^ memoria) rimarca che il M. aveva sciolto le riserve oltre i termini di legge, con danno dei pignoranti e vantaggio delle Ferrovie; aveva limitato l’importo assegnato a quello pignorato anziché a quello oggetto del riconoscimento di debito, con ingiusto vantaggio per le Ferrovie e svantaggio per le associazioni; (10^ memoria) afferma che se violazioni di legge vi erano state, essere erano perciò tutte a favore del debitore Ferrovie e che non era ravvisabile alcun profitto o vantaggio contra ius delle creditrici; (11^ memoria) contesta l’elemento soggettivo dell’abuso, ovvero l’esistenza di dolo intenzionale di vantaggio patrimoniale o danno ingiusto; (12^ memoria) torna sugli argomenti della 9^ e 10^ memoria, assumendo che l’abuso a vantaggio delle associazioni era smentito dai fatti; (13^ memoria) sostiene che in ogni caso il R. sarebbe rimasto estraneo ad ogni abuso, non risultando tra i due imputati rapporti personali o altri dati da cui indurre un accordo, né prove di intesa, neppure essendo il R. destinatario dell’atto, che anzi aveva comunicato alle Ferrovie; (14^ memoria) afferma che emergeva per tabulas l’insussistenza dei reati, sia di truffa sia di abuso e la negazione dell’evidenza sfociava nell’arbitrarietà.

 

Considerato in diritto

 

1. La questione rimessa alle Sezioni Unite.

Il quesito rimesso alle Sezioni Unite deve essere precisato nel seguente: “se la regola secondo cui il termine stabilito a giorni, che scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno non festivo, riguardi anche il termine di deposito della sentenza, con conseguenti effetti sull’inizio di decorrenza del termine per impugnare”.

1.1. Per chiarezza, è bene riassumere i termini del problema.

La Seconda Sezione ha rimesso i ricorsi alle Sezioni Unite ravvisando profili di contrasto in ordine alla soluzione da dare alla questione preliminare della tempestività del ricorso del R. , sollevata con memoria della parte civile San Paolo s.p.a.

La sentenza impugnata è stata pronunciata dalla Corte di appello di Roma in data 12 febbraio 2009, alla presenza di entrambi gli imputati. Al momento della lettura del dispositivo il deposito della motivazione veniva riservato nel termine di 60 giorni, cadente il 13 aprile 2009, che coincideva con il lunedì di Pasqua. La motivazione è stata depositata il 9 aprile 2009, dunque entro il termine. Il ricorso del R. è stato depositato in data 29 maggio 2009, ovverosia il quarantaseiesimo giorno a far data dal giorno festivo del 13 aprile 2009.

Il ricorso sarebbe dunque tardivo se si dovesse calcolare il termine di quarantacinque giorni – assegnato per l’ipotesi in esame dal disposto coordinato dell’art. 585, comma 1, lett. c), e comma 2, lett. c), cod. proc. pen. – come decorrente dal giorno festivo coincidente con la scadenza del termine determinato dal giudice per il deposito della sentenza; sarebbe tempestivo se la data di decorrenza dovesse essere riferita al primo giorno non festivo successivo.

1.2. A tale proposito il Collegio rimettente rileva che secondo un orientamento giurisprudenziale (espresso da Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261; Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622) in materia di termini stabiliti a giorni, la proroga prevista per i giorni festivi dall’art. 172, comma 3, cod. proc. pen., riguarda esclusivamente la scadenza dei termini stessi, e non anche l’inizio della loro decorrenza, la quale pertanto non potrebbe essere prorogata di diritto, anche quando debba essere in concreto riferita ad un giorno festivo. Da tale orientamento discenderebbe nel caso di specie che il termine per l’impugnazione dovrebbe farsi decorrere dal 13 aprile 2009, e il ricorso del R. sarebbe inammissibile.

La Sezione rimettente ritiene però che siffatta interpretazione contrasterebbe con il tenore letterale dell’art. 585, comma 2, cod. proc. pen., laddove stabilisce che i termini previsti dal comma 1 dello stesso articolo decorrono in ogni caso dalla scadenza del termine per il deposito della sentenza (Sez. 6 n. 42785 del 25/10/2001, ********, Rv. 220425), senza riferimento alcuno al computo dei dati temporali ex art. 172 cod. proc. pen., facendo in tal modo coincidere il dies a quo per proporre l’impugnazione con il dies ad quem relativo alla scadenza del termine per il deposito della sentenza, prorogabile di diritto al primo giorno non festivo successivo a quello festivo di scadenza. Avuto riguardo alla ratio dell’art. 585 cod. proc. pen., consistente nell’evitare di dare avviso alle parti del deposito della sentenza in tutti i casi in cui la stessa è depositata nei termini di legge o indicati dal giudice, i parametri di commisurazione di entrambi i predetti termini non potrebbero che essere identici, e sarebbe illogico ritenere decorrente dal giorno festivo il termine per la proposizione del ricorso per cassazione, pur dovendosi individuare in quello successivo non festivo il termine di scadenza per il deposito della sentenza.

2. Effettivamente, Sez. 3, n. 133 del 19/11/2008, dep. 2009, *******, Rv. 242261, ha ritenuto l’inammissibilità dell’impugnazione proposta, nel caso al suo esame, il giorno successivo a quello di scadenza del termine, calcolando come data d’inizio il giorno festivo in cui secondo il calendario comune scadeva il termine per il deposito della sentenza, richiamando la consolidata giurisprudenza secondo cui la regola posta dall’art. 172, comma 3, cod. proc. pen., non s’estende al termine iniziale (o intermedio) festivo. Nello stesso senso s’è espressa Sez. 4, n. 2625 del 21/09/1999, ********, Rv. 215000.

2.1. Tali sentenze non hanno tuttavia specificamente considerato l’aspetto che il dies a quo del termine per impugnare decorre, ex art. 585, comma 2, lett. e) cod. proc. pen., dal dies ad quem per il deposito della motivazione della sentenza; che questo, cadendo in giorno festivo, andava di diritto prorogato; che, non ricorrendo ipotesi di sospensione diversamente operanti per i due termini, la decorrenza dell’inizio dell’uno dalla fine dell’altro equivale secondo il calendario comune alla coincidenza del giorno d’inizio con il giorno di fine.

2.2. Nella sentenza ******* si cita, come precedente conforme, Sez. 6, n. 82 del 22/11/2002, Khaidou, Rv. 225708, relativa alla decorrenza del termine di cui all’art. 309, comma 9, cod. proc. pen., e l’ordinanza di rimessione richiama altresì Sez. 2, n. 23694 del 15/05/2008, *********, Rv. 240622, relativa alla decorrenza dei termini d’impugnazione a far data dal primo giorno successivo alla sospensione feriale (16 settembre), cadente in giorno festivo.

Si tratta però di precedenti non esattamente in termini.

2.3. Sez. 6, n. 82 del 2002, Khaidou, si riferisce ad ipotesi significativamente diversa giacché la decorrenza del termine di cui all’art. 309, comma 9, cod. proc. pen., è ancorata, da quella stessa disposizione, a una data determinata in base alla materiale trasmissione degli atti ad opera del Pubblico ministero.

2.3. Ipotesi radicalmente differente è quindi quella esaminata da Sez. 2, n. 23694 del 2008, *********, e dalle molte decisioni simili relative alla decorrenza dei termini d’impugnazione a far data dalla cessazione del periodo feriale (16 settembre), in situazione in cui il termine per il deposito della sentenza scade entro detto periodo.

Quando ciò accade, difatti, all’assenza di soluzione di continuità tra termini (piano normativo) non corrisponde assenza di soluzione di continuità anche tra date del calendario comune (piano naturalistico). Il giorno di inizio del termine per impugnare non coincide più con il giorno in cui viene a cadere il termine fissato per legge o determinato dal giudice per il deposito della sentenza, perché questo, a differenza dell’altro, non è soggetto alla sospensione prevista dall’art. 1 legge 7 ottobre 1969, n. 742 (Sez. U, n. 7478 del 19/06/1996, *********, Rv. 205335). Con la conseguenza che, ove il termine per la redazione della sentenza venga a collocarsi in detto periodo, la regola della decorrenza giuridica non determina coincidenza naturale di date, perché, intervenendo l’ulteriore regola della sospensione feriale, il termine per proporre impugnazione inizia autonomamente a decorrere dalla fine del periodo di sospensione.

3. Tornando alle decisioni invece pertinenti e all’ordinanza di rimessione, occorre rilevare che se si trattasse davvero di stabilire soltanto se, in materia di termini processuali stabiliti a giorni, la proroga di diritto, in caso di scadenza in giorno festivo, al giorno successivo riguardi anche l’inizio della decorrenza, il quesito non giustificherebbe incertezza alcuna.

3.1. L’art. 172, comma 3, cod. proc. pen. dispone che “il termine stabilito a giorni, il quale scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno successivo non festivo”. La disposizione, tassativa nel dato letterale, nega implicitamente ogni rilievo all’ipotesi che i giorni festivi vengano a cadere all’inizio o durante il decorso del termine: salva, ovviamente, diversa previsione normativa che si ponga come lex specialis rispetto alla regola generale (come, ad esempio, quella di cui all’art. 477, comma 2, cod. proc. pen.). Né fra termine iniziale e termine finale è predicabile identità di situazioni o è spendibile analogia di rado. La disposizione assicura che allorché sono fissati dei termini per il compimento di uno specifico atto, o per lo svolgimento di una data attività, “l’interessato possa svolgere l’attività sottoposta a termine anche nell’ultimo giorno utile” (Corte cost., ord. n. 80 del 1967). Ma solo al perfezionamento dell’esistenza giuridica dell’atto, che normalmente si realizza con deposito, ricezione, verbalizzazione o ratifica del funzionario addetto all’ufficio, è indispensabile che il termine non cada in giorno in cui gli uffici sono chiusi; non all’eventuale attività di studio, preparazione, compilazione.

Sul punto appaiono d’altronde concordi dottrina e risalente e consolidata giurisprudenza (cfr., in relazione all’analoga disposizione recata dall’art. 180 del codice di rito del 1930, Sez. 4, n. 2523 del 17/10/1969, *******, Rv. 113386; Sez. 5, n. 873 del 03/03/1971, **********, Rv. 117940; Sez. 2, n. 1385, 03/12/1984, dep. 1985, Annessi, Rv. 167824; Sez. 2, n. 274 del 25/01/1984, ********, Rv. 163027, e in relazione al codice vigente, tra molte neppure massimate, Sez. 6, n. 28290 del 03/06/2003 ***********, Rv. 226354).

La proroga di diritto del giorno di scadenza non riguarda dunque il giorno d’inizio, così come non riguarda i giorni intermedi.

3.2. Per rispondere agli argomenti delle parte civile, che ha sollevato la questione e che ha insistito su tale aspetto con la memoria e nella discussione orale, può solamente aggiungersi che non riguarda in alcun modo l’ipotesi in esame neppure il problema, sul quale effettivamente si registra una qualche divergenza di orientamenti, della riferibilità della previsione dell’art. 273, comma 3, cod. proc. pen., anche ai termini dilatori.

Dilatorio è il termine entro il quale a un soggetto è impedito il compimento di determinate attività, essendo il tempo intermedio riservato al compimento di attività di altri, di regola a pena di decadenza. Il medesimo lasso temporale potrà dunque rappresentare per taluno un termine dilatorio e per tal altro un termine perentorio, ma non v’è dubbio che la natura del termine assegnato ad un soggetto non dipende né dal dato cronologico in sé né dall’attività che altri possa compiere o non compiere nel medesimo tempo, bensì dalla funzione della regola temporale per ciascuno posta. È decisamente da escludere, perciò, che il termine per impugnare o – in relazione a quanto si dirà – il termine per motivare la sentenza, che individua il tempo entro il quale tali attività possono e debbono essere compiute, siano riconducibili alla nozione di termine dilatorio.

4. Il profilo rilevante per il caso in esame non concerne però l’autonoma decorrenza dei termini stabiliti a giorni, ma piuttosto, come d’altra parte evidenzia la stessa ordinanza di rimessione, il modo d’operare della regola fissata dall’art. 271, comma 3, cod. proc. pen., quando a venire in considerazione siano i termini per impugnare che decorrono, ex art. 585 cod. proc. pen., da quelli assegnati, dalla legge o dal giudice, per il deposito della sentenza: ovverosia l’individuazione del dies a quo allorché questo coincide per legge e senza che intervengano sospensioni, con il dies ad quem di un altro termine stabilito a giorni.

Per intendere, si prenda il termine di cinque giorni previsto dall’art. 294, comma 1, cod. proc. pen. per il cd. interrogatorio di garanzia, che è ancorato ad un accadimento, la cattura del soggetto colpito da misura cautelare, che può verificarsi naturalmente in qualsiasi giorno dell’anno. Tale termine è un normale termine processuale a giorni al quale, in assenza di una diversa disposizione normativa, non possono che applicarsi, per individuarsi il momento di decorrenza, le regole generali dell’art. 172, commi 2 e 4, cod. proc. pen. (Sez. 6, n. 10863 del 05/03/2007, Venari, Rv. 235931). Sicché se l’arresto avviene in giorno prefestivo, dies a quo non computatur (art. 172, comma 4, cod. proc. pen.) e il termine comincia decorrere dal giorno festivo; se viene a cadere in giorno festivo inizia dal giorno successivo, non in virtù del comma 3 dell’art. 172, ma sempre in ragione del comma 4.

Situazione diversa è, invece, quella in cui l’inizio del termine non è autonomo e fisso, nel senso che non coincide con una data autonomamente fissata o con un accadimento, verificatosi in una certa data fenomenologicamente determinata, considerato nella sua materialità; ma va correlato alla scadenza di altro termine a giorni ed ha, per tale ragione, natura mobile e derivata da altro momento che va individuato in base a un criterio composito, fatto di calcolo materiale e regola giuridica, che è nel caso in esame il termine per il deposito della sentenza.

5. Deve verificarsi allora, anzitutto, se l’art. 172, comma 3, cod. proc. pen., si applichi alle sentenze. La soluzione non può essere che positiva.

Nessuna indicazione normativa consente di limitare la portata del disposto dell’art. 172, comma 3, cod. proc. pen. ai soli atti o attività delle parti o ai soli termini perentori. La regola della proroga del termine che cade in giorno festivo al primo giorno immediatamente successivo non festivo, risponde, per altro, a principio generale applicabile nei più diversi settori dell’ordinamento (basterà ricordare l’art. 155, comma quarto, cod. proc. civ.).

Neppure esiste alcuna ragione extratestuale che giustifichi la limitazione della sfera d’applicazione della norma in esame alla sola attività delle parti. Anche il giudice, come le parti, dipende, per il deposito dei suoi atti dagli uffici di cancelleria. Ove l’ultimo giorno in tesi utile coincida con un giorno festivo, la chiusura degli uffici comporterebbe, per il giudice nello stesso modo che per le parti, l’impossibilità materiale di fruire dell’ultimo giorno utile.

La giurisprudenza è sul punto consolidata: si vedano, tra molte, Sez. 6, n. 4571 del 01/12/1995 *******, Rv. 204007; Sez. 2, n. 5699 del 21/10/1997 *********, Rv. 209027; Sez. 6, n. 1795 del 21/05/1998, ********, Rv. 211252; Sez. 4, n. 42736 del 17/10/2007, *******, Rv. 238304, in tema di termine di dieci giorni per la decisione del tribunale del riesame; Sez. 2, n. 4546 del 24/10/1994, *******, Rv. 200003, in tema di interrogatorio ex art. 294 cod. proc. pen.; nonché, con riferimento all’analoga disciplina del codice previgente: Sez. 6, n. 175 del 21/01/1989, Montefusco, Rv. 180478, in tema di convalida dell’arresto; Sez. 1, n. 876 del 27/03/1985, ********, Rv. 169293; Sez. 1, n. 1206 del 20/12/1983, Rigamo, Rv. 162562, in tema di termini per la presentazione al giudizio direttissimo.

Si è discusso, e talora si discute ancora, in specie in materia civile e pur senza alcun fondamento, se la regola sia applicabile ai termini perentori. Non si è mai dubitato invece che concerna anche i termini ordinatori (cfr. da ultimo Sez. 1 civ., n. 5254 del 04/04/2003, Rv. 562171; Sez. 4 pen., n. 4658 del 17/12/1976, Romano, Rv. 135569), per i quali non è in linea generale né particolare prevista alcuna limitazione del regime della prorogabilità.

6. Anche per i termini per proporre impugnazione decorrenti “dalla scadenza del termine stabilito dalla legge o determinato dal giudice per il deposito della sentenza” (art. 585, comma 2, lett. c), cod. proc. pen.), l’individuazione del momento d’inizio non può che dipendere, pertanto, dal criterio composito di cui si è detto, costituito dal computo materiale dei giorni assegnati per il deposito e dall’applicazione della regula iuris che dispone la proroga di quello cadente in giorno festivo al successivo non festivo.

Per conseguenza, se il giorno finale del primo termine è festivo, esso è prorogato al primo giorno immediatamente successivo non festivo e da tale giorno non festivo decorre il secondo termine: non perché il giorno festivo non sarebbe calcolabile quale giorno iniziale di decorrenza, ma semplicemente perché il giorno iniziale di decorrenza del secondo termine coincide con quello in cui cade il primo termine, sicché la proroga di diritto del primo comporta lo spostamento dell’inizio della decorrenza del secondo.

6.1. Sotto l’aspetto sistematico tale criterio è poi l’unico conforme allo scopo delle regole poste dall’art. 585 cod. proc. pen., di evitare, mediante il sistema di prefissazione di termini per il deposito, costi e tempi per le notificazioni; scopo che è ragionevolmente perseguito soltanto se si assicura equanimemente alle parti il diritto di proporre impugnazione con pienezza dei tempi previsti per l’esercizio di tale diritto. Così, da un lato, se il deposito è ritardato, anche di un solo giorno, occorre procedere a notifica; dall’altro, se la sentenza è ritualmente depositata nel giorno post-festivo successivo a quello astrattamente coincidente con lo scadere del termine, non può conseguirne per la parte la perdita di un giorno rispetto al termine che deve esserle riconosciuto.

Ad analoga soluzione pervengono d’altronde, in materia di computo dei termini dettata dall’art. 155 cod. proc. civ., le Sezioni civili di questa Corte, allorché rilevano che la previsione del quarto comma di tale norma si applica anche nel caso in cui il dies ad quem prorogato di diritto costituisca, a sua volta, dies a quo per il termine dato a chi intenda contraddire o ricorrere avverso l’atto per il cui deposito è previsto termine finale cadente in giorno festivo (Sez. 1 civ., n. 13201 del 05/06/2006, Rv. 590480).

6.2. Concludendo, in relazione al quesito per il quale i ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite, devono essere affermati i seguenti principi di diritto:

“la regola per cui il termine stabilito a giorni, il quale scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno successivo non festivo, posta nello specifico dall’art. 172, comma 3, cod. proc. pen., si applica anche agli atti e ai provvedimenti del giudice, e si riferisce perciò anche al termine per la redazione della sentenza”;

“nei casi in cui, come nell’art. 585, comma 2, lett. c), cod. proc. pen., è previsto che il termine assegnato per il compimento di una attività processuale decorra dalla scadenza del termine assegnato per altra attività processuale, la proroga di diritto del giorno festivo in cui il precedente termine venga a cadere al primo giorno successivo non festivo, determina lo spostamento altresì della decorrenza del termine successivo con esso coincidente”;

“tale situazione non si verifica ove ricorrano cause di sospensione quale quella prevista per il periodo feriale che, diversamente operando per i due termini, comportino una discontinuità in base al calendario comune tra il giorno in cui il primo termine scade e il giorno da cui deve invece calcolarsi l’inizio del secondo”.

Ne discende la tempestività e quindi l’ammissibilità sotto tale profilo del ricorso proposto dall’imputato R.A. .

7. Le altre questioni da esaminare.

Una volta assegnati alle Sezioni Unite, sia il ricorso del R. sia quello del M. devono essere esaminati interamente, non essendo previsto per le Sezioni Unite penali che possano limitare la loro decisione alla questione controversa (Sez. U, n. 17 del 21/06/2000 Primavera, Rv. 216660).

Atteso il numero delle questioni prospettate e la grande congerie di atti difensivi, specie del R. , è necessaria una ricapitolazione per dare ordine all’esame.

R. ha enunciato nel ricorso trentanove “motivi” di censura, molti dei quali rappresentano tuttavia mere articolazioni di doglianze rivolte agli stessi capi e punti, ulteriormente sviluppati, senza aspetti di novità sostanziali, in innumerevoli “motivi nuovi” e memorie. Le doglianze sono riconducibili: (a) a violazioni della legge processuale che inficerebbero lo svolgimento del processo sin dall’origine; (b) a errata applicazione della legge sostanziale penale e processuale civile, in relazione alla configurabilità dei reati contestati (c) a violazione degli artt. 129 e 578 cod. proc. pen. in relazione alla declaratoria della prescrizione con conferma delle statuizioni civili senza esame dei motivi di appello; (d) a difetti di motivazione (a volta prospettati sotto l’aspetto di violazioni di legge) che renderebbero in ogni caso errata o carente la decisione impugnata.

M. ha articolato tre motivi, approfonditi nelle memorie, riferiti: (a) alla insussistenza della truffa e, in particolare, alla non configurabilità del suo concorso; (b) alla violazione degli artt. 129 e 578 cod. proc. pen. per le medesime ragioni indicate dal R. , ancorché facenti riferimento ad argomenti difensivi in parte differenti; (c) alla prescrizione già maturata, per la sua posizione, prima della sentenza di primo grado.

Il Procuratore ******** ha chiesto la qualificazione dei fatti contestati a titolo di truffa alla stregua di abuso d’ufficio, e le parti hanno replicato opponendosi.

Vanno perciò esaminate le questioni concernenti: le nullità del giudizio di primo grado; la richiesta di riqualificazione e la configurabilità della truffa; la prescrizione maturata antecedentemente alla sentenza di primo grado; la sussistenza della violazione degli artt. 129 e 578 cod. proc. pen. e le questioni di merito che eventualmente residuano (sotto l’aspetto della motivazione della sentenza impugnata).

8. Le nullità denunziate dal ricorso R. .

Il ricorso R. denuncia molteplici violazioni della legge processuale verificatesi in primo grado, che avrebbero prodotto nullità, in tesi assolute e comunque già tempestivamente dedotte, idonee a travolgere la sentenza del Tribunale. Denuncia altresì che la Corte di appello ha omesso di esaminare le analoghe censure a lei prospettate con l’atto d’appello.

Le questioni sono in astratto rilevanti, giacché i giudici del merito hanno deciso non solo in ordine al reato, per il quale è sopravvenuta la declaratoria di prescrizione in appello, ma anche in ordine al risarcimento dei danni cagionati dal reato.

In questa situazione, di condanna agli effetti civili confermata in appello, il principio che, qualora già risulti una causa di estinzione del reato, la sussistenza di una nullità di ordine generale non è rilevabile nel giudizio di legittimità (Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, *********, Rv. 220511) non opera, perché, come puntualizza Sez. U, n. 17179 del 27/02/2002, *****, Rv. 221403, la nullità può incidere sulla validità delle statuizioni civili.

Sez. U, ***** si occupava del caso in cui la prescrizione matura successivamente al giudizio d’appello che ha confermato la condanna sia penale sia civile dell’imputato. La situazione non muta però nel caso in cui la sentenza d’appello dichiara la prescrizione dei reati ma conferma le statuizioni civili. Se la nullità travolgesse il giudizio di secondo grado, ma non quello di primo grado, la Corte di Cassazione dovrebbe comunque annullare la sentenza impugnata con riferimento ai capi che riguardano l’azione civile e rinviare, ex art. 622 cod. proc. pen., al giudice civile competente per valore in grado di appello. Se la nullità travolge il giudizio di primo grado, entrambe le sentenze di merito vanno annullate senza rinvio, con azzeramento dei capi relativi agli interessi civili, giacché il difetto di una valida sentenza di condanna anche generica dell’imputato, pronunciata a favore della parte civile in primo grado, impedisce l’applicabilità dell’art. 578 cod. proc. pen. nei giudizi d’impugnazione (così anche Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, **********, Rv. 244273).

Le censure appaiono però tutte manifestamente infondate, quando non tardive o per altro verso parimenti inammissibili.

9. Il difetto di motivazione sulle questioni di diritto.

In primo luogo non sono rilevanti le doglianze relative alla mancanza di motivazione della sentenza d’appello o ai difetti di motivazione delle ordinanze del giudice di primo grado, sulle eccezioni di nullità (1^ motivo, in genere; specificamente, altresì, 37^ motivo), non riferendosi alle questioni di diritto l’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen..

Non vi è dubbio, alla luce di quanto si è detto al punto che precede, che la Corte di merito aveva il dovere di esaminare le eccezioni con cui si prospettavano nullità d’ordine generale e assolute che potevano travolgere il giudizio di primo grado.

La soluzione da dare alle questioni di diritto, processuali o sostanziali che siano, non attiene però al contesto della giustificazione, ma al contesto della decisione, sicché quello che importa per la validità della sentenza è soltanto la correttezza di questa, e non rileva che la Corte di appello non abbia espressamente motivato in ordine all’infondatezza o inammissibilità delle eccezioni, se esse sono effettivamente infondate o inammissibili.

In relazione alle questioni di diritto che si riferiscono alle condizioni di procedibilità o alla ritualità del processo nel cui ambito è stata pronunziata la sentenza impugnata (cfr., per la diversa regola nel caso in cui la questione concerna la rituale formazione di un atto di altro procedimento, Sez. U, n. 45189 del 17/11/2004, ********, Rv. 229245), il giudice di legittimità è inoltre giudice del fatto (processuale), e ha per tale motivo la possibilità di verificare d’ufficio quanto risulta dagli atti (tra molte decisioni, anche a Sezioni Unite, basti Sez. U, n. 42792 del 31/10/2001, **********, Rv. 220092) purché le questioni e eccezioni sollevate siano sufficientemente specifiche da consentire di individuare l’atto o l’attività processuale cui si riferiscono.

Ovviamente, vi sono questioni di diritto anche processuali che presuppongono accertamenti o valutazioni di fatto, e solo in questo caso si deve distinguere tra sindacabilità ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. della motivazione sui presupposti fattuali, se censurata, e correttezza delle regole di diritto ad essi applicate (tra molte, Sez. 4, n. 47891 del 28/09/2004, *****, Rv. 230568).

10. Le eccezioni concernenti in particolare la richiesta di rinvio a giudizio.

Il ricorrente denunzia (36^ motivo, riferito alle ordinanze del 4 luglio e del 4 dicembre 2003) la nullità della richiesta di rinvio a giudizio, sotto due profili: a) l’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. si riferiva solamente alla truffa; b) la richiesta di rinvio a giudizio non era stata preceduta dall’interrogatorio richiesto dall’imputato.

10.1. In relazione al primo aspetto (a), va rilevato che dagli atti emerge che: il 5 marzo 2003, in vista della prima udienza (del 6 marzo 2003, rinviata In limine), il R. , identificato a mezzo tessera dell’ordine, depositava in cancelleria memoria a firma dell’avvocato *******, con la quale si eccepiva la nullità della richiesta di rinvio a giudizio in data 3 giugno 2002 (dep. 7 giugno 2002); nella seconda udienza, il 4 luglio 2003, il Pubblico ministero prendeva la parola in ordine all’eccezione prospettata con la precedente memoria, e osservava che a seguito di analoga eccezione già sollevata dal difensore, il Giudice per le indagini preliminari aveva restituito gli atti al Pubblico Ministero ai fini della rinnovazione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, sicché era stata emessa una nuova richiesta di rinvio a giudizio, preceduta da rituale avviso di conclusione delle indagini preliminari anche per l’imputazione in precedenza mancante; i difensori degli imputati si rimettevano; il Tribunale rigettava l’eccezione, rilevando che dagli atti risultava che il vizio denunziato era stato “superato”, in conformità a quanto indicato dal Pubblico ministero; all’udienza del 4 dicembre il R. , finalmente comparso personalmente, rinnovava “preliminarmente”, fra le altre, anche l’eccezione respinta, senza specificare tuttavia alcunché in ordine alle osservazioni del Pubblico ministero e del Tribunale.

10.2. A fronte delle ricordate emergenze e delle specifiche considerazioni del Tribunale, (l’avviso era stato rinnovato, completo), sia le eccezioni a suo tempo formulate sia le censure rinnovate con gli atti d’impugnazione appaiono dunque non solo manifestamente infondate, ma anche del tutto generiche.

10.3. In relazione al secondo aspetto (b), dagli atti emerge che: nella già ricordata memoria per l’udienza del 6 marzo 2003, datata 5 marzo 2003 a firma dell’avvocato *******, l’eccezione era stata formulata con riferimento esclusivo all’omessa menzione della tentata estorsione nell’avviso e nell’invito a rendere interrogatorio; nella stessa memoria si evidenziava inoltre in premessa che l’avviso ex art. 415-bis era stato notificato il 20 marzo 2001, che il R. aveva chiesto di essere interrogato, che il Pubblico ministero gli aveva notificato in data 13/04/2001 invito per la presentazione; che il R. non si era presentato; che il Pubblico ministero aveva successivamente chiesto il rinvio a giudizio anche per il reato di tentata estorsione.

Sempre dagli atti emerge che all’udienza del 4 luglio 2003, dopo che il Tribunale aveva respinto le eccezioni sollevate con la memoria del 5 marzo, il difensore si era rimesso; che il R. non ha mai, neppure implicitamente, affermato (né in ricorso né nell’atto d’appello) che a seguito del rinnovato avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. avesse altresì rinnovato la richiesta di essere interrogato. Al carteggio processuale è affollata, inoltre, solamente la richiesta del R. di essere interrogato in data 9 aprile 2001 (p. 140).

10.4. L’interrogatorio non risulta dunque richiesto a seguito del secondo avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen.. L’eccezione non è stata per altro sollevata tempestivamente, sicché la nullità, se anche fosse stata sussistente, non era più deducibile né con i motivi d’appello né con il ricorso per cassazione, non rientrando in alcuna delle ipotesi considerate dall’art. 179 cod. proc. pen. e trattandosi invece, pacificamente, di nullità a regime intermedio, ex artt. 178 comma 1, lett. c), cod. proc. pen., soggetta alle preclusioni dell’art. 180 cod. proc. pen. (come ricorda tra molte, Sez. 6, n. 19674 del 30/03/2004, Seminario Roncai, Rv. 228337).

La censura è per conseguenza inammissibile sotto ogni profilo.

11. Le eccezioni concernenti le notifiche per l’udienza preliminare.

Il ricorrente denunzia (37 motivo riferito all’ordinanza del 4 dicembre 2003) la nullità della notifica della richiesta di rinvio a giudizio e dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, nonché l’erroneità del rigetto della relativa eccezione.

11.1. Dagli atti emerge che all’udienza del 4 dicembre 2003 il R. personalmente aveva eccepito la nullità della notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare, perché nella relata l’ufficiale postale aveva omesso di specificare la mancanza o la inidoneità di persone abilitate a ricevere il plico; il Tribunale respingeva l’eccezione osservando che la notifica risultava ritualmente effettuata avendo l’ufficiale giudiziario indicato tutte le attività svolte fino al deposito del plico presso l’ufficio postale.

Il carteggio processuale (p. 127 e seguenti, in specie p. 135 e 136, I volume atti Tribunale) documenta che il 20 giugno 2002 la cancelleria del Giudice dell’udienza preliminare richiedeva all’ufficiale giudiziario la notifica della richiesta di rinvio a giudizio datata 3 giugno 2002 e dell’avviso in data 17 giugno 2002 di fissazione dell’udienza preliminare per il giorno 18 ottobre 2002; il 28 giugno 2002 l’ufficiale giudiziario, attestando che aveva trovato l’abitazione chiusa e che mancavano portieri e vicini, aveva proceduto ai sensi dell’art. 157 cod. proc. pen. (al deposito dell’atto e alla spedizione di raccomandata); nella cartolina della raccomandata spedita dall’agente postale si legge che il giorno 11 luglio 2002, stante la temporanea assenza del destinatario, si immetteva avviso in casella; le notifiche erano regolarmente effettuate ai difensori di fiducia del R. ; il 14 ottobre 2002 il R. personalmente depositava in cancelleria dichiarazione di revoca del difensore avvocato *******, indirizzata al G.u.p., “uff. 21, dott. Di ******”, “ud. prel. 18.10.2002”.

11.2. Anche volendosi prescindere dalla tempestività dell’eccezione (relativa alla mera incompletezza della notificazione per l’udienza preliminare), deve osservarsi dunque che risulta che l’imputato aveva conoscenza del contenuto degli atti e che l’eccezione riguarda un aspetto formale – l’omissione della enunciazione della mancanza dei soggetti indicati dall’art. 157, comma 1, cod. proc. pen. – che neppure l’art. 177 cod. proc. pen. richiama fra le cause di nullità (comunque relative). Ad ogni buon conto, va ribadito che la “mancanza” di persone abilitate a ricevere il piego non deve essere riferita dall’ufficiale giudiziario, né dall’agente postale, mediante formule sacramentali o la pedissequa ripetizione della dizione normativa (cfr., seppure in relazione a diversa fattispecie, Sez. U. civ., n. 11332 del 30/05/2005, Rv. 582127); è situazione di fatto che può essere certificata o risultare in modo inequivocabile da molte diverse attestazioni, riferite al fatto di avere trovato il domicilio chiuso, di non avere avuto risposta, di non avere trovato alcuno, di essere stati costretti a procedere mediante deposito dell’atto e immissione dell’avviso nella cassetta postale. Ciò che conta è, in altri termini, che risulti che l’ufficiale giudiziario e l’agente postale si siano recati sul posto e che, non avendo trovato alcuno, abbiano proceduto correttamente, a norma dell’art. 157, comma 8, cod. proc. pen..

La censura è per tali ragioni, da un lato manifestamente infondata, dall’altro generica perché il ricorrente neppure sostiene che nella casa v’era qualcuno che avrebbe potuto ricevere l’atto.

12. Le eccezioni concernenti la notifica del decreto di rinvio a giudizio.

È quindi denunziata (34^ motivo, riferito alle ordinanze del 4 luglio 2003 e 4 dicembre 2003) la nullità per omissione della notifica del decreto di rinvio a giudizio e l’illegittimità della dichiarazione di contumacia fatta all’udienza del 4 luglio 2003.

 

Si afferma: (a) che all’udienza di comparizione del 6 marzo 2003 il Tribunale, verificato il difetto di notifica del decreto ex art. 429 cod. proc. pen. e non essendo il R. comparso, aveva correttamente disposto la rinnovazione della notifica del predetto decreto e del verbale di udienza, con rinvio all’udienza del 4 luglio 2003; (b) che con memoria del 26-30 giugno 2003, per l’udienza del 4 luglio 2003, il difensore aveva eccepito la nullità derivante dall’omessa citazione dell’imputato, allegando copia conforme della relata dell’atto da notificare, datata 18 aprile 2003, in cui si diceva che la copia firmata era stata “lasciata nel domicilio del suddetto sig. R.A. consegnandola a mani come all’originale”, senza che risultasse la persona a mani della quale la copia era stata consegnata e i suoi rapporti con il destinatario; (c) che, ciò nonostante, il Tribunale, all’udienza del 4 luglio 2003, aveva ritenuto ritualmente eseguita la notifica ex art. 157 cod. proc. pen., dichiarando la contumacia del R. , nonostante dal testo stesso della relata del 18 aprile 2003 emergesse il mancato espletamento della consegna e non esistesse in atti altra copia o originale; (d) che il difetto era equivalente ad omessa notifica perché il R. non aveva avuto conoscenza della stessa, essendo rimasto ricoverato in ospedale dal 15 aprile al 19 aprile 2003 e, quindi, in day hospital, dal 16 giugno 2003 all’11 settembre 2003, come documentato.

12.1. Tra gli atti trasmessi a questa Corte dai giudici di merito non è, all’attualità, rinvenibile l’originale della notifica del decreto di rinvio a giudizio la cui rinnovazione era stata disposta per il 4 luglio 2003. L’eccezione è però e comunque sotto ogni aspetto manifestamente infondata.

Lo sviluppo processuale secondo la sentenza del Tribunale e i verbali è il seguente.

Il 18 ottobre 2002, all’esito dell’udienza preliminare, veniva emesso il decreto che disponeva il giudizio; all’udienza del 6 marzo 2003, assenti il R. e il suo difensore, sostituito ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen. dall’avvocato ******* difensore del M. , il Tribunale rappresentava alle parti che dalla relata in atti della notificazione del decreto di rinvio a giudizio per tale udienza risultava che “l’imputato R. , presa visione del contenuto dell’atto si è rifiutato di riceverlo”; quindi, su richiesta del Pubblico ministero, disponeva la rinnovazione della notificazione degli atti introduttivi al R. rinviando al 4 luglio 2003, dando altresì atto che era stata depositata la memoria di cui si è parlato al par. 10.1., depositata personalmente dal R. .

Nella seconda udienza, del 4 luglio 2003, per l’imputato R. era presente l’avvocato ********** ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen.; il Tribunale, dato atto preliminarmente che era pervenuta memoria del difensore di fiducia del R. con la quale si eccepiva l’omessa notifica (del decreto di rinvio a giudizio e del verbale della precedente udienza), respingeva l’eccezione rilevando che la notifica risultava regolarmente eseguita ai sensi dell’art. 157 cod. proc. pen., come attestato dalla relata in atti, ed erano stati ritualmente eseguiti gli avvisi previsti dalla legge, e dichiarava per l’effetto la contumacia del R. . Veniva quindi ammessa la costituzione della parte civile San Paolo quale società incorporante il Banco di Napoli già costituito, si respingevano le eccezioni relative all’udienza preliminare di cui si è già detto ai paragrafi precedenti, le parti chiedevano l’ammissione delle prove; il difensore del R. , in particolare, chiedeva il controesame dei testi del Pubblico ministero e l’esame degli imputati; si rinviava al 31 ottobre 2003.

Il 31 ottobre 2003, terza udienza, a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato **********, il R. nominava difensore l’avvocato ********, che chiedeva termine a difesa; il Tribunale in accoglimento della richiesta rinviava al 4 dicembre 2003. Il 4 dicembre 2003 era presente il R. e la dichiarazione di contumacia veniva revocata; il R. personalmente eccepiva tuttavia, in via preliminare e tra l’altro, la nullità, ex art. 171, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., del decreto disponente il giudizio e della sua notifica perché dalla relata non risultava indicato alcunché in ordine alla persona cui era stata consegnata la copia. Il Tribunale richiamava in risposta quanto detto all’udienza del 4 luglio e rinviava quindi al 12 dicembre 2003 in accoglimento della richiesta di termini a difesa avanzata dal nuovo difensore del R. .

12.2. A fronte di tali dati, la prima osservazione da fare è che in realtà la notifica del decreto di rinvio a giudizio, per l’udienza del 6 marzo 2003, era già rituale. Il rifiuto del destinatario di ricevere materialmente l’atto, dopo la presa di cognizione dei suoi contenuti, attestati dall’ufficiale giudiziario, equivale infatti nel sistema a consegna.

Espressa enunciazione di tale regola recano gli artt. 8, comma 1, ultima parte, legge 20 novembre 1982, n. 890, e 138, comma secondo, cod. proc. civ.; ad essa fanno inequivocabile riferimento, disciplinando le specifiche modalità di conservazione degli atti rifiutati, ove il destinatario sia detenuto, gli artt. 156, comma 2, cod. proc. pen., e 57 disp. att. cod. proc. pen.. È inoltre evidente che l’art. 157, comma 7, laddove si riferisce alle “persone” indicate al comma 1, seconda parte, prevedendo che in caso di loro rifiuto si proceda nuovamente alla ricerca dell’imputato, si riferisce alle sole persone diverse dell’imputato abilitate a ricevere copia dell’atto in sua vece a norma del richiamato comma 1. È d’altronde principio generale, sia sostanziale sia processuale, che il rifiuto di una prestazione o di un adempimento da parte del destinatario non possa inficiare l’adempimento medesimo.

Sul punto, la giurisprudenza anche penale di questa Corte è assolutamente conforme. ******à ricordare: Sez. 4, n. 4672 del 04/12/2008, Vasta, non massimata, secondo cui in tema di notificazione del decreto di citazione a giudizio, non è necessario procedere alle ulteriori ricerche di cui all’art. 157, comma 7, cod. proc. pen., qualora a rifiutare di ricevere l’atto sia il destinatario, e non una delle persone indicate dal comma 1 dello stesso articolo; Sez. 5, n. 829 del 08/10/1992 dep. 1993, *******, Rv. 193479, secondo cui la notificazione eseguita personalmente all’imputato, mediante consegna di copia, può essere operata in qualsiasi luogo e il rifiuto di riceverla non ha rilevanza alcuna e la notificazione si ha per eseguita; Sez. 4, n. 6907 del 16/10/1967, dep. 1968, *************. 106616, che enuncia analogo principio in tema di rifiuto della notificazione del verbale di infrazioni stradali sul rilievo che la notificazione delle contravvenzioni al codice della strada, non potute contestare immediatamente al contravventore, va eseguita con le stesse norme dettate dal codice di procedura penale per la notifica degli atti all’imputato non detenuto.

Vi è in atti, inoltre, la prova che l’imputato aveva avuto effettiva conoscenza dei contenuti dell’atto rifiutato, non soltanto mercé l’attestazione dell’ufficiale giudiziario sul fatto che ne aveva preso visione prima di rifiutarlo, fidefacente e mai contestata, ma anche in base al dato, già riferito al par. 10.1., che il R. il giorno precedente l’udienza si era recato personalmente nella cancelleria del Tribunale a depositare la memoria con cui svolgeva eccezioni esclusivamente in relazione alla ritualità dell’udienza preliminare.

La contumacia del R. avrebbe dovuto dunque essere dichiarata sin dalla prima udienza.

12.3. È opportuno ad ogni buon conto rimarcare che allorché il Tribunale ha respinto l’eccezione relativa alla seconda (per quanto detto superflua) notifica degli atti introduttivi, ha evidentemente esaminato l’originale, dando atto della ritualità degli avvisi effettuati ai sensi dell’art. 157 cod. proc. pen., di cui non vi è traccia nella copia della relata esibita dal difensore, senza che le parti presenti sollevassero alcuna obiezione. La successiva dispersione dell’originale, quale che ne sia la causa, non è perciò sufficiente ad infirmare la constatazione fattane dal giudice procedente. Le deduzioni con le quali si prospetta che la notifica non poteva essere avvenuta a mani proprie, essendo il R. ricoverato in ospedale, sono del tutto irrilevanti sul punto della ritualità degli avvisi. Mentre l’eccezione avanzata, sempre in relazione a tale seconda notifica, ex art. 171, comma 1, lett. d), era comunque sanata, a mente dell’art. 184, comma 1, cod. proc. pen., per essersi l’imputato presentato e per essere stati concessi, seppure in accoglimento della richiesta diversamente motivata del difensore, termini a difesa.

13. L’eccezione riferita alla mancata acquisizione di documenti e denunzie prodotte dall’imputato.

In relazione alla mancata acquisizione di memorie e denunzie da lui prodotte il 25 maggio, il 1 giugno, il 4 giugno e il 27 settembre 2007, il R. denunzia la violazione dell’art. 237 cod. proc. pen. (31 motivo, in relazione alle ordinanze in data 1 giugno, 4 giugno e 27 settembre 2007).

13.1. La norma evocata si riferisce ai documenti probatori (Sez. U, n. 26795 del 28/03/2006, ******, Rv. 234267, ha già chiarito come le norme sui documenti, tra cui l’art. 237 cod. proc. pen., siano concepite e formulate con esclusivo riferimento ai documenti formati fuori del processo nel quale si chiede o si dispone che essi facciano ingresso, e come solo a questi siano dunque riferibili).

La denunzia di mancata acquisizione a norma dell’art. 237 cod. proc. pen., non può che risolversi, perciò, nella doglianza di mancata acquisizione di prove, di natura documentale. Per potere essere considerata dovrebbe, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen., contenere perlomeno specifico riferimento alla decisività dei documenti non acquisiti e alla riconducibilità della richiesta di acquisizione alle ipotesi dell’art. 495, comma 2, cod. proc. pen..

13.2. Nel caso in esame, al contrario, dallo svolgimento della vicenda processuale emerge che detti documenti erano stati prodotti – quando non anche solo materialmente posati sul banco del Tribunale mentre questo era in camera di consiglio, come da attestazione del cancelliere allegata al verbale 27 settembre 2007 – dopo la chiusura dell’istruzione dibattimentale e la conclusione della discussione, avvenuta il 27 febbraio 2007. In assenza dei presupposti per provvedere ai sensi degli artt. 523, comma 6, e 507 cod. proc. pen., neppure evocati e non emergenti dagli atti, correttamente quei documenti sono stati restituiti al ricorrente.

14. La questione sui termini a difesa.

Sostiene il R. (35^ motivo, in relazione alle ordinanze 15 maggio 2007, 25 maggio 2007, 1 giugno 2007, 4 giugno 2007, 27 settembre 2007) che sarebbero stati gravemente lesi il suo diritto di difesa e il suo diritto a un equo processo, perché per quattro volte, a fronte di richiesta di termini formulata dal difensore ogni volta nuovamente nominato, sarebbero stati disposti rinvii non congrui (dal 15 al 25 maggio 2007, dal 25 maggio al 1 giugno 2007, dal 1 al 4 giugno 2007, dal 4 al 5 giugno 2007) e infine, a fronte di nuova analoga richiesta, sarebbe stato persino negato il rinvio (il 27 settembre 2007): in patente violazione dell’art. 108 cod. proc. pen..

14.1 Si deve iniziare ancora una volta dagli atti.

Nelle prime due udienze, del 6 marzo e 4 luglio 2003, il R. era rappresentato dall’avvocato **********, sostituito entrambe le volte ex art. 97, comma 4, cod. proc. pen.. Il 4 luglio le parti, compreso il sostituto dell’avvocato *******, articolavano richiesta di prove; si rinviava al 31 ottobre. Il 31 ottobre 2003, a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato *******, il R. nominava difensore l’avvocato ********, che chiedeva termine a difesa; il Tribunale rinviava, in accoglimento della richiesta, al 4 dicembre 2003. Il 4 dicembre 2003 il R. (la cui contumacia veniva revocata), a seguito di rinuncia al mandato dell’avvocato *****, datata 24 novembre 2003, pervenuta in sezione il 28 novembre 2003, nominava in udienza difensore l’avvocato ************, che chiedeva termine a difesa; si rinviava al 12 dicembre 2003, data in cui veniva sentito un teste. Il 2 marzo 2004 R. nominava nuovo difensore l’avvocato ************* e produceva memoria. Nelle udienze successive venivano esaminati i testimoni e i documenti, veniva sentito M. , mentre R. rifiutava di rendere esame ma faceva dichiarazioni spontanee, producendo memorie e copiosa documentazione.

Il 31 marzo 2006 si dichiarava chiuso il dibattimento; discutevano il Pubblico ministero e il difensore delle Ferrovie. Nel prosieguo discuteva l’altra parte civile e il difensore del M. , mentre il R. rendeva ancora dichiarazioni spontanee producendo memorie, sinché, il 27 febbraio 2007, il suo difensore concludeva, il R. rendeva altre dichiarazioni e produceva altre memorie; si rinviava al 27 marzo 2007 per eventuali repliche del Pubblico ministero. Il 27 marzo 2007 il Pubblico ministero chiedeva rinvio perché non gli erano state trasmesse le memorie prodotte dall’imputato in sede di conclusioni; il R. produceva ulteriori memorie. Il 24 aprile 2007 il Tribunale disponeva ex art. 507 cod. proc. pen. un’integrazione dell’istruttoria dibattimentale che veniva revocata, dopo un rinvio, il 15 maggio 2007. Lo stesso 15 maggio l’avvocato ***** rinunziava al mandato e il R. nominava l’avvocato *********, che chiedeva un termine a difesa di 60 giorni; si rinviava al 25 maggio in accoglimento della richiesta difensiva (primo rinvio denunziato come incongruo).

Il 25 maggio 2007 l’avvocato ********* rinunziava al mandato e il R. nominava l’avvocato ******* che chiedeva termine a difesa, contestualmente producendo altre memorie; il Pubblico ministero rinunziava alla replica; il Tribunale rinviava comunque al 1 giugno 2007 in accoglimento della richiesta difensiva (secondo rinvio denunziato come incongruo).

Il 1 giugno 2007 l’avvocato ******* rinunziava al mandato e R. nominava l’avvocato ********* che chiedeva termine; il R. produceva memoria che veniva acquisita assieme a quella del 25 maggio, con esclusione della documentazione allegata ad entrambe; si rinviava al 4 giugno 2007 in accoglimento della richiesta difensiva (terzo rinvio denunziato come incongruo).

Il 4 giugno 2007 l’avvocato ********* rinunziava al mandato e R. nominava l’avvocato *****, che chiedeva termine; R. produceva memoria che veniva acquisita, con esclusione della denunzia allegata; si rinviava in accoglimento della richiesta difensiva al 5 giugno 2007 (quarto rinvio denunziato come incongruo).

Il 5 giugno 2007, tuttavia, il procedimento veniva rinviato per legittimo impedimento dell’imputato, impegnato in altro procedimento a suo carico; si rinviava al 15 giugno 2007. Il 15 giugno si rinviava per omessa notifica del precedente rinvio all’imputato (dalla relazione dei Carabinieri risultava che il R. , presente in cancelleria il 12 giugno 2007, alla vista dei Carabinieri che intendevano notificargli il verbale si era dato a precipitosa fuga); veniva acquisita ulteriore memoria del R. . Il 22 giugno 2007 R. ricusava il giudice; il procedimento veniva sospeso in attesa della decisione della Corte di appello; il 6 luglio, 13 luglio, 19 luglio e 18 settembre si rinviava ancora in attesa della decisione della Corte di appello. Il 27 settembre 2007, veniva acquisita la decisione della Corte di appello di inammissibilità della ricusazione; R. produceva memorie con allegati, depositava rinunzia al mandato dell’avvocato ***** e nominava nuovo difensore l’avvocato ************** che chiedeva termine; il Tribunale acquisiva la memoria escludendo gli allegati e, su sollecitazione della parte civile, rigettava la richiesta di termine a difesa (ultimo provvedimento denunziato); R. rendeva altre dichiarazioni; il Pubblico ministero rinunziava ancora alla replica e il Tribunale emetteva sentenza.

14.2. Riassumendo: nel corso del giudizio di primo grado si sono succeduti ben otto difensori, compreso quello che è poi tornato ad assistere il R. in appello e in Cassazione.

Le ultime cinque rinunce e sostituzioni, in relazione alle quali l’imputato lamenta che i termini a difesa non erano congrui o (per l’ultima) non erano stati concessi, sono avvenute dopo che le parti avevano concluso e si era rinviato solo per replica del Pubblico ministero, dato che il R. , contestualmente e dopo la discussione del suo difensore aveva prodotto nuove memorie e documenti; le ultime quattro sostituzioni sono addirittura successive alla rinunzia alla replica da parte del Pubblico ministero; le rinunzie depositate dal R. sono identiche nel riferirne la ragione alla scarsità di tempo, ma i difensori sostituiti e i nuovi nominati non sono mai comparsi e non risulta accettazione delle nomine fatte in udienza dal R. ; di fatto dopo l’ultimo rinvio per termini a difesa il processo è slittato di oltre tre mesi e mezzo (per impedimento dell’imputato, per essersi il R. sottratto alla notifica del rinvio, per via di una inammissibile ricusazione del giudice); per tutte le udienze impiegate, dopo la conclusione della discussione (27 febbraio 2007) e la revoca dell’ordinanza ex art. 507 cod. proc. pen. (15 luglio 2007), ad accondiscendere alle richieste di termini a difesa dei nuovi difensori, l’unica attività svolta è stata ascoltare e riascoltare il R. che chiedeva di rendere spontanee dichiarazioni, e acquisire sue ulteriori memorie.

15. L’abuso del processo.

L’analitica esposizione delle vicende processuali fin qui condotta serve alla constatazione di come anche l’avvicendamento di difensori, realizzato a chiusura del dibattimento secondo uno schema reiterato non giustificato da alcuna reale esigenza difensiva, non avesse altra funzione che ottenere, come le eccezioni di nullità manifestamente infondate prima esaminate e la ricusazione dichiarata inammissibile, una dilatazione dei tempi processuali: che ha poi sortito, anche se solo nel prosieguo, l’effetto della declaratoria di estinzione dei reati per prescrizione.

Lo svolgimento e la definizione del processo di primo grado sono stati insomma ostacolati da un numero esagerato di iniziative difensive, ciascuna in astratto di per sé espressione di una facoltà legittima, ma che, essendo in concreto del tutto prive di fondamento e di scopo conforme alle ragioni per cui dette facoltà sono riconosciute, hanno realizzato un abuso del processo, che rende le questioni di nullità prospettate in relazione all’art. 108 cod. proc. pen. manifestamente infondate.

15.1. Si intende parlare, in relazione all’aspetto in esame, specificamente di abuso degli strumenti difensivi del processo penale per ottenere non garanzie processuali effettive o realmente più ampie, ovvero migliori possibilità di difesa, ma una reiterazione tendenzialmente infinita delle attività processuali.

Ciò non di meno, per chiarire sin d’ora quali sono i termini oggettivi che consentono di qualificare abusiva una qualsivoglia strategia processuale, civile o penale, condotta apparentemente in nome del diritto fatto valere, non può non ricordarsi che è oramai acquisita una nozione minima comune dell’abuso del processo che riposa sull’altrettanto consolidata e risalente nozione generale dell’abuso del diritto, riconducibile al paradigma dell’utilizzazione per finalità oggettivamente non già solo diverse ma collidenti (“pregiudizievoli”) rispetto all’interesse in funzione del quale il diritto è riconosciuto.

Il carattere generale del principio dipende dal fatto che, come osserva autorevole Dottrina, ogni ordinamento che aspiri a un minimo di ordine e completezza tende a darsi misure, per così dire di autotutela, al fine di evitare che i diritti da esso garantiti siano esercitati o realizzati, pure a mezzo di un intervento giurisdizionale, in maniera abusiva, ovvero eccessiva e distorta.

Sicché l’esigenza di individuare limiti agli abusi s’estende all’ordine processuale e trascende le connotazioni peculiari dei vari sistemi, essendo ampiamente coltivata non solo negli ordinamenti processuali interni, ma anche in quelli sovrannazionali. E viene univocamente risolta, a livello normativo o interpretativo, nel senso che l’uso distorto del diritto di agire o reagire in giudizio, rivolto alla realizzazione di un vantaggio contrario allo scopo per cui il diritto stesso è riconosciuto, non ammette tutela.

In relazione alla nozione di abuso riferita ai diritti di azione, è sufficiente richiamare, per la materia processuale civile, Sez. U. civ., n. 23726 del 15/11/2007, Rv. 599316, che rimarca come nessun procedimento giudiziale possa essere ricondotto alla nozione di processo giusto ove frutto, appunto, di abuso del processo “per esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltreché la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi”.

In ambito sovrannazionale l’articolo 35, p. 3 (a) (già 35, p. 3, e prima 27) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (secondo cui la Corte dichiara irricevibile ogni ricorso individuale presentato ai sensi dell’articolo 34 se ritiene che “il ricorso è incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi Protocolli, manifestamente infondato o abusivo”) consente, nella interpretazione consolidata della Corte di Strasburgo, di ritenere “abusivo” e dunque irricevibile il ricorso quando la condotta ovvero l’obiettivo del ricorrente sono manifestamente contrari alla finalità per la quale il diritto di ricorrere è riconosciuto. In altri termini, come dice l’esplicazione della norma divulgata dalla Corte di Strasburgo nella “Guida pratica sulla ricevibilità” (in www.echr.coe.int) al punto 134: “La nozione di abuso ai sensi dell’articolo 35 p. 3 a) deve essere compresa nel suo senso comune contemplato dalla teoria generale del diritto – ossia (come) il fatto, da parte del titolare di un diritto, di attuarlo al di fuori della sua finalità in modo pregiudizievole (La notion “d’abus”, au regard de l’article 35 p. 3 a), doit erre compnse dans son sens ordinaire retenu par la théorie generale du droit – à savoir le fait, par le titulaire d’un droit, de le mettre en oeuvre en dehors de sa finalité d’une manière préjudiciable). Pertanto, è abusivo qualsiasi comportamento di un ricorrente manifestamente contrario alla vocazione del diritto di ricorso stabilito dalla Convenzione e che ostacoli il buon funzionamento della Corte e il buono svolgimento del procedimento dinanzi ad essa (Dès lors, est abusif tout comportement d’un requérant manifestement contraire à la vocation du droit de recours établi par la Convention et entravant le bon fonctionnement de la Cour ou le bon déroulement de la procedure devant elle) (Molubovs e altri e. Lettonia, p.p. 62 e 65)”. Non può non ricordarsi inoltre il provvedimento della Corte EDU del 18 ottobre 2011, ******** c. Serbia, ric. n. 56551/11, per quanto successivo alla presente decisione, in relazione al “concetto di abuso, ai sensi dell’articolo 35 p. 3 della Convenzione (…) inteso (…) come esercizio dannoso di un diritto, per scopi diversi da quelli per i quali è previsto”.

Amplissima è poi la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE che richiama la nozione di abuso per affermare la regola interpretativa che colui il quale si appelli al tenore letterale di disposizioni dell’ordinamento comunitario per far valere avanti alla Corte un diritto che confligge con gli scopi di questo (è contrario all’obiettivo perseguito da dette disposizioni), non merita che gli si riconosca quel diritto (v. in particolare sentenza 20 settembre 2007, causa C-16/05, Tum e ****, punto 64; sentenza 21 febbraio 2006, causa C-255/02, Halifax e a., e ivi citate, a punto 68).

15.2. Alla luce della giurisprudenza delle Sezioni Unite civili, della Corte di Strasburgo e della Corte di Lussemburgo, l’abuso del processo consiste, dunque, in un vizio, per sviamento, della funzione; ovvero, secondo una più efficace definizione riferita in genere all’esercizio di diritti potestativi, in una frode alla funzione.

E quando, mediante comportamenti quali quelli descritti all’inizio del presente paragrafo 15, si realizza uno sviamento o una frode alla funzione, l’imputato che ha abusato dei diritti o delle facoltà che l’ordinamento processuale astrattamente gli riconosce, non ha titolo per invocare la tutela di interessi che non sono stati lesi e che non erano in realtà effettivamente perseguiti.

16. L’art. 108 cod. proc. pen., in particolare.

Tornando all’art. 108 cod. proc. pen., la disposizione prevede la concessione di un congruo termine a difesa, con riferimento alle situazioni di difensore nominato d’ufficio o di fiducia in sostituzione del precedente nei casi di “rinunzia, revoca o incompatibilità” (per la non estensibilità della previsione cfr. Corte cost. sent. n. 470 del 1997, ordd. nn. 162 del 1998, 464 del 1998, 17 del 2006). La prescrizione non è espressamente accompagnata da una specifica sanzione di nullità in caso di sua violazione; ciò non di meno l’eventuale violazione determina, secondo orientamenti consolidati, una nullità a regime intermedio in forza della norma generale posta dall’art. 178, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., in quanto incide sull’assistenza dell’imputato.

Sicché non può dare luogo a nullità alcuna il diniego di termini a difesa o la concessione di termini a difesa ridotti rispetto a quelli previsti dall’art. 108, comma 1, cod. proc. pen., quando nessuna lesione o menomazione ne derivi, in assoluto, all’esercizio effettivo del diritto alla difesa tecnica.

16.1. La disposizione d’altronde, come rimarca Corte cost., ord. n. 16 del 2006, è esclusivamente dedicata a disciplinare l’istituto del termine a difesa – il quale presuppone, ma non regola, la revoca o la rinuncia del difensore precedentemente nominato -, di modo che, in assenza di altra norma che espressamente disciplini anche tali facoltà, essa si presta a uso arbitrario.

L’uso arbitrario trasmoda poi in patologia processuale, dunque in abuso, quando l’arbitrarietà degrada a mero strumento di paralisi o di ritardo e il solo scopo è la difesa dal processo, non nel processo: in contrasto e a pregiudizio dell’interesse obiettivo dell’ordinamento e di ciascuna delle parti a un giudizio equo celebrato in tempi ragionevoli.

In questo caso non soltanto la norma non legittima ex post eccezioni di nullità, ma va escluso, in radice, che il diritto in essa previsto possa essere riconosciuto.

16.2. In conclusione, né il rigetto della richiesta finale di termini a difesa né i rinvii per un numero di giorni inferiori rispetto a quelli indicati dall’art. 108 cod. proc. pen. hanno prodotto alcuna nullità, non avendo determinato una reale lesione del diritto di difesa dell’imputato o di altri sui diritti fondamentali. Deve anzi riconoscersi che del tutto correttamente il giudice del merito ha rigettato la richiesta finale di un rinvio ai sensi dell’art. 108 cod. proc. pen., che nella situazione processuale considerata (in cui il Pubblico ministero aveva rinunciato a replicare e quindi non v’era ulteriore spazio per la discussione) il ricorrente non aveva titolo per invocare.

17. La riqualificazione della condotta di truffa in abuso d’ufficio, chiesta dal Procuratore Generale.

Come anticipato, il Procuratore ******** ha chiesto la qualificazione dei fatti contestati come truffa alla stregua di abuso d’ufficio, osservando che gli elementi della fattispecie descritta nell’art. 323 cod. pen. sono tutti in fatto già contenuti nell’imputazione. La richiesta comporta la preliminare constatazione di quanto in effetti è stato contestato e addebitato nelle sentenze di merito.

17.1. I fatti addebitati al R. e al M. a titolo di truffa, secondo il capo d’imputazione, sono nel dettaglio i seguenti.

R. aveva agito quale legale di quindici dipendenti delle Ferrovie dello Stato, in favore dei quali il Pretore di Napoli aveva emesso sentenza di condanna delle Ferrovie al pagamento della somma complessiva di lire 17.674.860, oltre accessori e spese legali. M. aveva agito quale “Vice Pretore onorario della Pretura di Avellino con funzioni di Giudice dell’esecuzione e in violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata”. In concorso avevano posto in essere una fittizia e artificiosa proliferazione di crediti attraverso: (a) la cessione dei crediti iniziali dei lavoratori verso le Ferrovie dello Stato, liquidati nelle sentenze di merito, all’avv. R. e da questi a trentacinque associazioni di fatto, tutte denominate con nomi di santi, aventi sede presso lo studio del medesimo avvocato e fittiziamente costituite al solo scopo d’illecita proliferazione; (b) la promozione di procedure esecutive da parte di tutte le predette associazioni, nella forma del pignoramento presso terzi (dodici soggetti, dei quali solo tre avevano reso dichiarazione positiva circa l’esistenza di un loro debito); (c) l’intervento di ciascuna associazione nella procedura esecutiva promossa dalle altre; (d) la mancata riunione da parte del Giudice dell’esecuzione, avv. M. , di tutte le procedure nonostante l’identità delle pretese; (d1) la mancata verifica della legittimazione dei creditori istanti e (d2) l’emanazione, da parte del medesimo Giudice onorario, di trentacinque ordinanze di assegnazione, in ognuna delle quali erano liquidate somme in favore di ciascuna delle trentacinque associazioni ed era liquidata, a titolo di spese del procedimento, in favore del procuratore avv. R. , una somma calcolata sul valore complessivo di tutti i crediti azionati, in via diretta o per intervento, e dunque lire 5.900.000 in ciascuna procedura per ciascun soggetto, per complessivi 7 miliardi (di lire) circa; (e) la notifica di 3.675 precetti a tre terzi pignorati, San Paolo IMI s.p.a., Banco di Napoli e Poste s.p.a. (1.225 per ciascuno), con i quali veniva richiesta la complessiva somma di circa 4 miliardi e 434 milioni.

I due imputati avevano così, in concorso, indotto “in errore i terzi pignorati circa l’effettiva entità e spettanza dei crediti” e conseguito “un ingiusto profitto per l’avv. R. in ragione del versamento, da parte del terzo esecutato San Paolo IMI s.p.a., di trentaquattro assegni circolari dell’importo di lire 42.553.316 ciascuno, di un assegno circolare dell’importo di lire 41.318.546 e di un assegno circolare dell’importo di lire 1.400.000, nonché in ragione del versamento, da parte del terzo esecutato Banco di Napoli s.p.a., di trentacinque vaglia cambiari dell’importo di lire 42.107.275 ciascuno e di trentacinque vaglia cambiari dell’importo di lire 386.374 ciascuno”, “con corrispondente danno patrimoniale di rilevante entità per il debitore Ferrovie dello Stato s.p.a.”.

Avevano poi tentato di conseguire un ulteriore ingiusto profitto – pari alla residua somma oggetto dei precetti – in danno del debitore Ferrovie dello Stato s.p.a., non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla loro volontà.

17.2. Il Tribunale ha condannato gli imputati per truffa evidenziando, ai fini che qui rilevano: la natura fittizia delle trentacinque associazioni cessionarie, costituite ai sensi dell’art. 36 cod. civ. e della L. n. 266 del 1991, aventi tutte nomi di santi e quale oggetto sociale attività di beneficenza, di fatto non operanti; l’assenza di giustificazione economica sostanziale della cessione dei crediti a tali associazioni di fatto; la circostanza che il R. aveva agito nella duplice veste di rappresentante legale e difensore delle trentacinque associazioni che, in data 12 novembre 1997, avevano notificato alle Ferrovie dello Stato trentacinque atti di precetto, per importi variabili da 3 a 18 milioni di lire, cui aveva fatto seguito l’avvio di trentacinque procedure esecutive nella forma del pignoramento mobiliare presso terzi, ex artt. 543 ss. cod. proc. civ.; la circostanza che ciascuna delle trentacinque associazioni – tutte egualmente sia rappresentate sia difese dal R. – aveva agito ex art. 543 per la propria quota di credito e che ciascuna delle altre trentaquattro era altresì intervenuta per tale quota nell’ambito delle diverse procedure, tanto avendo determinato un numero complessivo di 1.225 pretese creditorie azionate, contemporaneamente, da ciascuna nella veste di creditore procedente e per altre trentaquattro volte in quella di creditore interveniente; la circostanza che tutte le procedure erano state trattate dal M. nella medesima udienza, del 22 dicembre 1997; la circostanza che per tutte il M. si era riservato la decisione depositando poi, il 10 giugno 1998, trentacinque ordinanze di assegnazione identiche, salvo l’ammontare delle cifre assegnate; che in tutte il M. aveva liquidato per ciascun creditore, in ciascuna procedura, la somma di lire 5.900.000; la circostanza che l’importo pignorato ammontava complessivamente a 345 milioni di lire, pari a 115 milioni per ogni terzo da dividersi per trentacinque, ma l’importo delle somme liquidate, comprese le spese di procedura e gli onorari di precetto, era complessivamente superiore a 7 miliardi di lire (lire 5.900.000 a ciascun creditore per trentacinque procedure, il tutto trentacinque volte); il fatto che di seguito il R. aveva notificato ai tre terzi pignorati 3.675 precetti, pari a 1.225 precetti per ciascuno, con i quali era richiesta la somma complessiva di circa 4 miliardi di lire.

17.3. La Corte di appello ha quindi in particolare osservato: che l’abnorme proliferazione delle spese era stata resa possibile dalla mancata verifica ad opera del M. , giudice dell’esecuzione, della legittimazione dei creditori procedenti e intervenuti, ovverosia delle trentacinque associazioni di fatto, nonché dalla omessa riunione delle varie procedure, alla quale il giudice doveva provvedere al fine di rendere operante il concorso dei creditori, dando corso a una procedura unitaria nei confronti di ciascuno dei terzi esecutati.

17.4. I ricorrenti hanno sostenuto di contro la legittimità del loro operato, e il R. ha allegato al ricorso, a mò di esempio della ritualità formale dei procedimenti e delle assegnazioni, tra l’altro una delle ordinanze di assegnazione, da cui risulta: una somma pignorata pari a lire 6.000.000; l’intervento delle altre trentaquattro associazioni; l’imputazione della somma assegnata ex art. 510 cod. proc. civ. alle sole spese del procedimento; la liquidazione per ciascun creditore di spese della procedura per lire 5.900.000, oltre accessori e somme successive; la dichiarazione, per l’effetto, della “incapienza del credito” per sorti, interessi e il residuo delle spese, posto a carico delle Ferrovie e ammontante per ciascun creditore a lire 5.772.480, di cui lire 1.467.579 per residui onorari di avvocato, lire 4.207.062 per residui diritti di procuratore, lire 97.839 per residui esborsi.

17.5. Esattamente, dunque, il Procuratore ******** osserva che nel fatto contestato e ritenuto dai giudici del merito può già integralmente individuarsi una condotta integrante il reato di abuso d’ufficio, ascritta in concorso ai due imputati (ex artt. 110 e 323, secondo comma, cod. pen.).

Del tutto esplicito è il riferimento, nel capo d’imputazione, alla condotta abusiva del giudice dell’esecuzione concretatasi nella violazione di norme di legge, in specie del disposto dell’art. 273, comma 1, cod. proc. civ., ancorché non formalmente richiamato, e alla intenzionale produzione d’ingiusto vantaggio patrimoniale per il R. e per le trentacinque associazioni creditrici con contestuale e corrispondente danno ingiusto per la società esecutata e per i terzi pignorati.

Sulla sussistenza di una condotta oggettivamente abusiva del M. i giudici del merito hanno, come si è visto, ampiamente motivato segnalando sia gli aspetti costitutivi di specifiche violazioni di legge sia l’obiettiva esistenza di una eclatante ingiusta locupletazione patrimoniale del R. a danno delle persone offese, alla cui produzione era inequivocabilmente funzionale l’attività abusiva.

In ordine a tali aspetti i ricorrenti si sono ampiamente difesi nei giudizi di merito, hanno sviluppato specifiche censure nei ricorsi, hanno quindi ribadito e illustrato le rispettive prospettazioni con le memorie prodotte a seguito del termine loro riconosciuto dalla Corte a seguito della anticipazione in udienza del problema della esatta qualificazione dei fatti, posta dal Procuratore Generale.

17.6. Si deve poi concordare con il Procuratore ******** anche quando osserva che non soltanto l’abuso d’ufficio è stato astrattamente contestato e ritenuto in concreto realizzato dalle sentenze di merito, ma che le censure articolate in entrambi i ricorsi a tale proposito appaiono palesemente infondate o irrilevanti.

Si tratta difatti di censure pressoché esclusivamente in diritto, che si risolvono nella tesi dell’assenza delle omissioni di attività doverose contestate e della conformità invece a legge dell’operato del M. quale giudice dell’esecuzione. E in relazione agli aspetti di diritto prospettati, che hanno in concreto peso risolutivo, può darsi risposta da questa Corte per ragioni analoghe a quelle esposte al par. 9, a prescindere dalle eventuali carenze motivazionali della sentenza impugnata in relazione alle deduzioni sviluppate con gli atti di gravame.

18. La configurabilità dell’abuso d’ufficio.

Occorre al proposito premettere che quello che nelle loro deduzioni i ricorrenti paiono presupporre è che in tema di abuso d’ufficio il requisito della violazione di norme di legge s’estende al punto da richiedere che, allorché la violazione è commessa dal giudice, l’abuso è configurabile solo se l’inosservanza concerne disposizioni tassative o la cui violazione è sanzionata da nullità.

Diversamente, ciò che in linea generale deve ritenersi rilevante ai fini della violazione di legge, è che l’atto di ufficio non sia stato posto in essere nel rispetto delle norme di legge che regolano un’attività ovvero che attribuiscono al pubblico ufficiale il “potere” di compierla.

18.1. Per qualsivoglia pubblica funzione autoritativa, in tanto può parlarsi di esercizio legittimo in quanto tale esercizio sia diretto a realizzare lo scopo pubblico in funzione del quale è attribuita la potestà, che del potere costituisce la condizione intrinseca di legalità. Secondo la giurisprudenza nettamente prevalente di questa Corte, si ha pertanto violazione di legge, rilevante a norma dell’art. 323 cod. pen., non solo quando la condotta di un qualsivoglia pubblico ufficiale sia svolta in contrasto con le norme che regolano l’esercizio del potere (profilo della disciplina), ma anche quando difettino le condizioni funzionali che legittimano lo stesso esercizio del potere (profilo dell’attribuzione), ciò avendosi quando la condotta risulti volta alla sola realizzazione di un interesse collidente con quello per il quale il potere è conferito.

Anche in questa ipotesi si realizza un vizio della funzione legale, che è denominato sviamento di potere e che integra violazione di legge perché sta a significare che la potestà non è stata esercitata secondo lo schema normativo che legittima l’attribuzione (in termini analoghi, tra le tante, Sez. 6, n. 5820 del 09/02/1998, ********, Rv. 211110; Sez. 6, n. 28389 del 19/05/2004, ********, Rv. 229594; Sez. 6, n. 12196 dell’11/03/2005, *************, Rv. 231194; Sez. 6, n. 38965 del 18/10/2006, *****, Rv. 235277; Sez. 6, n. 41402 del 25/09/2009, **********, Rv. 245287; Sez. 5, n. 35501 del 16/06/2010, *******, Rv. 248496; Sez. 6, n. 35597 del 05/07/2011, *******).

Non interessa, in questa sede, verificare se tali arresti s’attaglino a tutta l’azione amministrativa. Certamente valgono allorché si tratta di definire l’ambito dell’attività per legge doverosa dei giudici. La peculiarità della categoria sta nel fatto che per dettato costituzionale i giudici sono soggetti alla legge ed esercitano una funzione, quella giurisdizionale, che postula terzietà e imparzialità e si attua in un giusto processo il cui primo requisito è d’essere regolato dalla legge. Se si fa riferimento ai “doveri propri della pubblica funzione esercitata”, si parla dunque anzitutto e inequivocabilmente di terzietà e di indifferenza rispetto agli interessi e ai soggetti coinvolti nel processo e di rispetto della legge, tassativa o ordinatoria che sia.

Neppure può indurre in errore, per il giudice, il riferimento che sovente si fa alla discrezionalità per indicare i suoi poteri di valutazione del merito. Se per discrezionalità s’intende, come per la pubblica amministrazione, la valutazione d’opportunità che attiene alla fase di ponderazione degli interessi, l’attività del giudice non ha di regola nulla di discrezionale. Il suo agire in funzione di arbitro e regolatore di una pretesa di parte non è connotato da libertà della scelta ma, come detto, dal principio di legalità ed è in tali termini sempre doveroso. Altra cosa è la cosiddetta discrezionalità che coincide con la valutazione di merito che compete al giudice effettuare allorché si tratta di ricostruire la materialità del fatto (sostanziale o processuale) in vista della qualificazione di esso dal punto di vista della legge, cui in ogni caso consegue il cosiddetto “potere-dovere” – ossia il dovere che sorge da un potere (recte, da una potestà) a esercizio necessario -della applicazione della norma al caso concreto in essa sussumibile. Altra cosa ancora è il giudizio secondo equità o la commisurazione equitativa del quantum, che non riguardano le situazioni in esame e che restano in ogni caso ancorati a parametri previsti dalla legge nonché al rispetto del principio di eguaglianza, comportante in primo luogo rispetto della parcondicio civium.

18.2. Tornando al caso in esame e considerata la contestazione, il riferimento alla violazione dei doveri propri della pubblica funzione esercitata, nell’ambito di una ipotesi di concorso nell’attività tesa a procurare ingiusto vantaggio a colui che aveva intentato l’azione esecutiva (ovverosia al R. che agiva in proprio come difensore e sotto il nome delle associazioni pignoranti di cui era rappresentante e titolare) a scapito del debitore e dei terzi, richiama perciò anzitutto la violazione del dovere di imparzialità e terzietà (cfr. Sez. 6, n. 9862 del 20/01/2009, *******, Rv. 243532) e del principio della soggezione alla legge, cui si collegano specifici doveri del giudice, da un lato d’astensione, dall’altro di non ledere alcune parti procurando un vantaggio ingiusto ad altre (cfr., con le dovute differenze, Sez. 6, n. 3391 del 14/12/1995, ******, Rv. 204496), da cui non va certamente esente il giudice dell’esecuzione.

Il contesto in cui è inserito il richiamo, relativo a un’abnorme lievitazione delle spese liquidate in favore delle associazioni creditrici facenti capo al coimputato, inequivocabilmente rimanda, inoltre, alla violazione del dovere del giudice di vigilare che le parti si comportino con lealtà e probità, secondo quanto previsto dall’art. 88 cod. proc. civ., in relazione ai connessi poteri in tema di riduzione o condanna alle spese, ai sensi quantomeno dell’art. 92 cod. proc. civ.. E sul punto relativo alla estensione e ai contenuti del dovere di conformazione al canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, che ripetendo forza normativa dall’art. 2 Cost. deve improntare anche le azioni giudiziarie per il soddisfacimento della pretesa sostanziale, è sufficiente richiamare le considerazioni di Sez. U. civ., n. 23726 del 15/11/2007, Rv. 599316.

Anche prescindendosi dall’addebito relativo all’omessa verifica della legittimazione delle società cessionarie (evidentemente da intendere esteso alla inverosimile esistenza, alla luce dell’art. 476 cod. proc. civ., e allegazione di tante copie munite di formula esecutiva quante servivano a legittimare l’assegnazione pro quota dei compendi pignorati in favore dei trentacinque creditori che agivano ognuno, in via principale o di intervento, per trentacinque volte), sta infine, e come giustamente è stato segnalato dal Procuratore Generale con rilievo decisivo, il riferimento alla omessa riunione delle trentacinque procedure in ciascuna delle quali avevano partecipato in forma di intervento i medesimi trentacinque creditori pignoranti, e alla liquidazione, ciò nonostante, a titolo di spese per ciascuno dei creditori in ognuna delle procedure, di una somma calcolata sul valore complessivo dei crediti azionati. Riferimento che inequivocabilmente e correttamente evoca la violazione di legge costituita dalla mancata adozione dei provvedimenti doverosi previsti dall’art. 273 cod. proc. civ.: non già dal solo art. 274 cod. proc. civ., come sostengono i ricorrenti.

Le trentacinque procedure intentate dai trentacinque cessionari, avrebbero potuto forse all’inizio essere formalmente considerate solo connesse (agli effetti dell’art. 274 cod. proc. civ.); tuttavia la partecipazione per l’assegnazione, in ciascuna, di ognuno dei trentacinque pignoranti, come intervenienti, replicava ed estendeva le medesime pretese in ciascuna, e rendeva perciò le procedure complessivamente identiche quanto a soggetti e ad oggetto. Sicché a venire in rilievo era alla sostanza il divieto di bis in idem, che costituisce principio generale immanente alle nozioni stesse, correlate, di azione e processo, valevole per ogni tipo di procedura.

Né può dubitarsi dell’applicabilità dell’art. 273 cod. proc. civ. alle procedure esecutive. Il principio di tendenziale unitarietà della esecuzione, il cui primo postulato è che più creditori possono colpire il medesimo bene con unico pignoramento, ha indotto dottrina e giurisprudenza a dare per scontato il dato, liquidando la soluzione positiva con pochissime parole, evidentemente perché non sembrava necessario soffermarsi più di tanto sull’eventualità – ritenuta al limite dell’inverosimiglianza – che gli stessi creditori potessero agire sullo stesso bene con più procedure contemporanee davanti allo stesso giudice, senza che questo procedesse a riunirle. Per altro, persino nell’ipotesi di pignoramenti successivi, per giurisprudenza risalente e consolidata il giudice dell’esecuzione che venga comunque a conoscenza (d’ufficio o su rilievo di parte) della contemporanea pendenza di due procedimenti esecutivi ricollegabili a due pignoramenti diretti sul medesimo bene, deve necessariamente provvedere alla riunione dei due procedimenti esecutivi, e anche ove ciò comporti la revoca del provvedimento di assegnazione eventualmente emesso e non ancora eseguito (Sez. 3 civ., n. 1703 del 12/06/1973, Rv. 364627; Sez. 3 civ., n. 4713 del 11/07/1983, Rv. 429605; Sez. 3 civ., n. 17029 del 20/07/2010, Rv. 614235; Sez. 3 civ., n. 20595 del 04/10/2010, Rv. 615419, che specifica come, in materia di espropriazione di crediti presso terzi, il pignoramento successivo di quote diverse del medesimo credito non costituisca pignoramento di beni diversi, ma di un bene unitario).

All’aspetto in esame della vicenda oggetto d’imputazione pienamente si confanno, d’altro canto, i rilievi svolti in generale nella trattazione del tema dell’abuso del processo, nonché, più in particolare, le considerazioni di Sez. U. civ., n. 23726 del 2007, già più volte richiamata, sul fatto che la disarticolazione, da parte del creditore, dell’unità sostanziale del rapporto, sia pur nella fase patologica della coazione all’adempimento, oltre a violare il generale dovere di correttezza e buona fede, in quanto attuata nel processo e tramite il processo, si risolve automaticamente anche in abuso dello stesso.

18.3. In conclusione, nel caso in esame l’evidente pretestuosità del frazionamento dei crediti, non avente altra funzione che quella, realizzata, di far lievitare le spese legali in progressione geometrica e assolutamente sproporzionata alla sorte, comportava il dovere del giudice, innanzi al quale la situazione di abuso si era manifestata, di intervenire facendo applicazione d’ogni norma che gli consentisse di arginare detto abuso: in modo diretto ovvero avvalendosi, in via sussidiaria, dei poteri riconosciutigli dall’art. 88 cod. proc. civ., anche al fine, nel caso in esame di rilevanza decisiva, di escludere le spese eccessive e superflue.

In relazione alle altre deduzioni difensive sul punto, è quindi sufficiente aggiungere che la tesi secondo cui il frazionamento dei crediti e delle procedure non era idonea ad incidere sulla entità delle somme assegnate e liquidate e non avrebbe procurato un profitto del tutto ingiustificato al R. , che operava nella doppia veste di rappresentante delle associazioni creditrici e di difensore, con pari danno dei terzi debitori e del debitore principale, è del tutto priva di fondamento. La incidenza e la locupletazione sono in re, nel divario prodotto tra valore delle somme dovute per sorte e spese liquidate nei giudizi di merito, da un lato; nell’ammontare, dall’altro, delle spese legali prodotte mediante le procedure oggetto di contestazione, che avevano raggiunto (senza contare le anomalie immediatamente rilevabili nella formazione dei precetti, redatti a mò di trattatelli giurisprudenziali con riproduzione per esteso delle sentenze di legittimità ritenute rilevanti, riflettentisi nel collegato calcolo delle spese autoliquidate) un valore 100 volte maggiore rispetto alle prime (da 70 milioni a 7 miliardi, a stare agli stessi calcoli del ricorrente): e senza ancora esaurire né il debito principale né le spese liquidate per le procedure, secondo quanto risulta dallo stesso atto d’assegnazione prodotto in copia dal R. .

A fronte di tali dati obiettivi, irrilevanti appaiono le osservazioni che s’appuntano su aspetti assolutamente marginali, specie in relazione alla natura di conferma di condanna generica della sentenza impugnata. Irrilevanti sono in particolare le deduzioni circa i limiti entro i quali l’ordinanza di assegnazione ha valore di titolo esecutivo (e in cui si confonde tra accertamento doveroso del giudice dell’esecuzione circa l’idoneità del titolo e la correttezza della quantificazione del credito operata dal creditore nel precetto, che non fa però stato e non costituisce titolo – cfr. Sez. 3 civ., n. 5510 del 08/04/2003, Rv. 561980 – e valore di titolo esecutivo, invece, dell’ordinanza di assegnazione nei confronti del terzo e a favore dell’assegnatario per le spese liquidate nel provvedimento e per le spese conseguenti e necessarie per la sua concreta attuazione – cfr. Sez. 3 civ., n. 3976 del 18/03/2003, Rv. 561189 -). E irrilevanti sono ancora, a fronte dell’ammontare raggiunto, le puntualizzazioni in ordine alla veste di procuratore antistatario, o non antistatario, attribuibile al R. , ovvero alle divergenze, nell’ordine di pochi milioni, delle somme dovute in forza delle sentenze di condanna o alla loro imputazione.

Inammissibili sono inoltre le deduzioni: sulla conformità a legge della costituzione delle associazioni cessionarie perché irrilevanti; sulla effettiva operatività di tali associazioni, in quanto similmente impiegate per la cessione di crediti in occasione del fallimento “***********”, perché contraddittoria e non conducente; sulla non artificiosità del frazionamento dei crediti mediante cessione alle trentacinque associazioni e sulla conformità a legge degli istituti di diritto sostanziale e processuale attivati, perché prive di intrinseca consistenza e ancorate ad aspetti esclusivamente formali non pertinenti; sulle asserite violazioni degli obblighi incombenti ai custodi poste in essere dalle persone offese e su illeciti civili e penali ad esse ascrivibili, perché costituenti ardite costruzioni avulse da dati di realtà relativi alla legalità delle pretese e con essi anzi in contrasto; sulla ingiustizia del profitto e sulla intenzionalità della condotta abusiva, perché del tutto generiche e manifestamente infondate a fronte dei dati obiettivi già rilevati.

Quello che conta è che le procedure di cui si discute non avevano la funzione che è propria dei procedimenti di esecuzione, di realizzare coattivamente il comando contenuto nelle sentenze di condanna, ma tendevano al solo scopo di produrre e moltiplicare spese legali e che ciò è stato reso possibile grazie alla violazione dei doveri di controllo e intervento del giudice dell’esecuzione. Nessuno degli argomenti difensivi lambisce l’aspetto dell’immanente e complessivo vizio funzionale, né supera perciò l’evidenza delle violazioni di legge.

19. L’assorbimento nella truffa.

Ciò nonostante non può accogliersi la sollecitazione alla riqualificazione di tali fatti alla stregua del solo reato di abuso d’ufficio.

Proprio la enunciazione delle condotte integranti tale reato nell’ambito della contestazione del reato di truffa, rende palese che il fatto di abuso è stato considerato assorbito in quello più ampio di truffa, in virtù della clausola di consunzione contenuta nell’art. 323 cod. proc. pen. (“salvo che il fatto non costituisca un più grave reato”), che impone di considerare la fattispecie d’abuso d’ufficio quale residuale e sussidiaria e che è diretta, indipendentemente da un rapporto di specialità tra fattispecie astratte, ad escludere l’applicazione del precetto penale nel caso in cui la condotta materiale di abuso, integri al tempo stesso un reato più grave e in esso si consumi. E ciò si verifica non solo quando il fatto commesso realizza un ulteriore reato che implica l’abuso di poteri dell’ufficio (peculato, corruzione, estorsione) ma anche quando una fattispecie criminosa di diverso contenuto illecito (truffa, falso) è commessa, o è aggravata, mediante un comportamento che costituisce abuso di ufficio, sempre però che la condotta integrante l’abuso s’esaurisca interamente nella fattispecie maggiore.

Non essendovi stata impugnazione ad opera del Pubblico ministero della sentenza di primo grado sul punto, non è compito di questa Corte stabilire se l’assorbimento è anche in fatto corretto, il dato storico è quanto rileva.

Il reato d’abuso sarebbe suscettibile di autonoma considerazione, pertanto, solo nell’ipotesi in cui, come rileva il Procuratore generale, non fosse ravvisabile la truffa per difetto di alcuno dei suoi elementi costitutivi. Ma questo allo stato, e contrariamente a quanto affermano i ricorrenti, non può dirsi.

20. La condotta di truffa.

I ricorrenti hanno contestato la configurabilità della truffa sotto molteplici profili, ma l’argomento di diritto, in base al quale è stata chiesta dal Procuratore generale la riqualificazione, è che non sarebbero ravvisabili nel caso in esame l’induzione in errore e l’atto dispositivo – elemento costitutivo implicito della truffa – non individuabile nelle ordinanze di assegnazione.

20.1. Deve ricordarsi dunque che effettivamente nella formulazione dell’art. 640 cod. pen. la condotta tipica, consistente nella realizzazione di artifici o raggiri, introduce una serie causale che porta agli eventi di ingiusto profitto con altrui danno passando attraverso l’induzione in errore; e che l’induzione in errore pur rappresentando il modo in cui si manifesta il nesso causale, non lo esaurisce. Dottrina e giurisprudenza tradizionalmente concordano nel rilevare che il passaggio dall’errore agli eventi consumativi deve essere contrassegnato da un elemento sottaciuto dal legislatore, costituito dal comportamento “collaborativo” della vittima che per effetto dell’induzione arricchisce l’artefice del raggiro e si procura da sé medesimo danno. La collaborazione della vittima per effetto del suo errore rappresenta in altri termini il requisito indispensabile perché ingiusto profitto e danno possano dirsi determinati dalla condotta fraudolenta dell’agente; e costituisce il tratto differenziale del reato in esame rispetto ai fatti di mera spoliazione da un lato, ai reati con collaborazione della vittima per effetto di coartazione dall’altro.

Tradizionalmente codesto requisito implicito, ma essenziale, della truffa quale fatto di arricchimento a spese di chi dispone di beni patrimoniali, realizzato tramite lo stesso grazie all’inganno, è definito “atto di disposizione patrimoniale”.

20.2. La definizione è tuttavia imprecisa, nel senso che apparentemente evoca categorie civilistiche rispetto alle quali è impropria. Nulla nella formulazione della norma consente difatti di restringere l’ambito della “collaborazione carpita mediante inganno” ad un atto di disposizione da intendersi nell’accezione rigorosa del diritto civile e di escludere, all’inverso, che il profitto altrui e il danno proprio o di colui del cui patrimonio l’ingannato può legittimamente disporre, sia realizzato da costui mediante una qualsiasi attività rilevante per il diritto, consapevole e volontaria ma determinata dalla falsa rappresentazione della realtà in lui indotta. Più corretto e semplice è allora dire che per l’integrazione della truffa occorre, e basta, un comportamento del soggetto ingannato che sia frutto dell’errore in cui è caduto per fatto dell’agente e dal quale derivi causalmente una modificazione patrimoniale, a ingiusto profitto del reo e a danno della vittima.

Se, insomma, il senso riposto dell’atto di disposizione è che il danno deve potersi imputare ad un’azione che viene svolta all’interno della sfera patrimoniale aggredita, causata da errore e produttiva di danno e ingiusto profitto, il profilo penalisticamente rilevante della cooperazione della vittima non deve necessariamente riposare nella sua qualificabilità in termini di atto negoziale e neppure di atto giuridico in senso stretto, bastando la sua idoneità a produrre danno. Il così detto atto di disposizione ben può consistere per tali ragioni in un permesso o assenso, nella mera tolleranza o in una traditio, in un atto materiale o in un fatto omissivo: quello che conta è che sia un atto volontario, causativo di ingiusto profitto altrui a proprio danno e determinato dall’errore indotto da una condotta artificiosa. Non può per conseguenza in linea teorica escludersi che tale atto volontario consista nella dazione di denaro effettuata nella erronea convinzione di dovere eseguire un ordine del giudice conforme a legge.

Che poi nella vicenda in esame ricorresse in concreto tale ipotesi é questione di fatto che attiene al contesto della giustificazione, da esaminare alla luce delle censure sulla violazione del dovere di motivazione imposto dall’art. 578 cod. proc. pen..

21. La violazione degli artt. 129 e 578 cod. proc. pen..

Per unitarietà di discorso, va anticipato che la Corte di appello, dopo avere osservato quanto riportato al punto 17.3., ovverosia dopo avere trattato esclusivamente della esistenza di un uso oggettivamente abusivo dell’istituto della cessione dei crediti e delle procedure esecutive, si è limitata a osservare, anche ai fini della conferma delle statuizioni civili, che mancavano le condizioni per il proscioglimento ai sensi del capoverso dell’art. 129 cod. proc. pen..

La sentenza impugnata, nel confermare la condanna degli imputati al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, non ha dunque specificamente esaminato i motivi di merito dell’atto di appello, evocando una disposizione, quella dell’art. 129, comma 2, cod. proc. pen., che andava al contrario coordinata con la norma posta dall’art. 578 cod. proc. pen..

Questa impone difatti al giudice dell’appello, quando deve dichiarare estinto il reato per amnistia o prescrizione verificatasi nelle more del giudizio di secondo grado, di decidere sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza impugnata che concernono gli interessi civili. E, come rammenta Set. U, n. 35490 del 28/05/2009, **********, Rv. 244273, ciò comporta che in relazione agli effetti civili la valutazione da compiersi ad opera del giudice d’appello che dichiari la prescrizione del reato, non è legata ai canoni di economia processuale fissati dall’art. 129, comma 2, cod. proc. pen., ma è la stessa che deve assistere ogni decisione che confermi una condanna: approfondita nell’esame richiesto dal compendio probatorio acquisito ed esauriente nelle risposte da dare in fatto ai motivi d’appello.

21.1. Per quanto concerne le condotte contestate a titolo di truffa, deve perciò riconoscersi che, escluse le questioni che questa Corte ha potuto autonomamente esaminare in quanto in diritto o in quanto comunque palesemente inammissibili, restano senza risposta nella motivazione della sentenza impugnata le deduzioni di merito articolate negli atti d’appello di entrambi gli imputati: in ordine alla sussistenza della induzione in errore di coloro che avevano partecipato alle procedure di cui si discute per conto delle persone offese e all’induzione in errore, per conseguenza, di coloro che del patrimonio delle persone offese potevano legittimamente disporre; in ordine alla sussistenza, quindi, di un atto di disposizione volontario, ma frutto di induzione in errore, delle persone offese, nel senso prima precisato; in ordine alla sussistenza del concorso di entrambi gli imputati nelle svariate condotte di truffa ovvero di abuso contestate e alla natura intenzionale, per l’effetto, delle violazioni di legge realizzate dal M. .

21.2. Analoghe carenze affliggono d’altronde, negli stessi limiti, la sentenza impugnata in relazione al reato di tentata estorsione contestato al capo B), che interessa la sola posizione del R. .

Anche con riferimento a tale reato, le considerazioni già svolte in punto di contrarietà a diritto dell’agire complessivo del R. consentono sin d’ora di dichiarare manifestamente infondate le censure concernenti l’ingiustizia del profitto. Tuttavia occorre riconoscere che la Corte di appello non ha dato alcuna risposta alle doglianze con le quali si contestavano le prove dichiarative su cui è basata l’affermazione di responsabilità per la realizzazione del tentativo di estorsione. E poiché la costituzione di parte civile dell’istituto San Paolo si riferisce pure alla tentata estorsione, anche in relazione a codeste doglianze alla Corte d’appello era richiesta una valutazione di merito approfondita, alla quale non può supplire la Corte di legittimità.

21.3. Limitatamente agli aspetti evidenziati la sentenza impugnata dovrà dunque essere annullata con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente in grado d’appello.

22. La deduzione del M. sulla prescrizione.

Manifestamente infondata è invece l’eccezione relativa alla prescrizione articolata nel ricorso M. .

Il ricorrente muove dall’assunto che il suo contributo s’era esaurito con l’emissione delle ordinanze di assegnazione e sostiene che per tale ragione in relazione alla sua posizione il reato doveva ritenersi prescritto prima della sentenza di primo grado. Anche ad ammettere il presupposto fattuale, la conclusione è però del tutto erronea.

Il fatto reato oggetto d’imputazione è unitario e, vuoi che lo si voglia considerare alla stregua di abuso, vuoi che resista (nel giudizio di rinvio) la contestazione di truffa, trattandosi in entrambi i casi di reato d’evento, esso si consuma con la realizzazione dell’ingiusto profitto. Non ha alcun rilievo, al riguardo, l’eventualità che un concorrente abbia posto materialmente in atto una condotta meramente prodromica o conclusasi in anticipo rispetto al momento consumativo.

Dalla sentenza di primo grado (pag. 5) risulta che l’ultima dazione, di 70 vagli cambiari, per un importo complessivo superiore a lire 1.400.000.000 s’è avuta il 10 dicembre 1999. Considerati i termini di prescrizione, pari a sette anni e sei mesi, e le sospensioni nel corso del dibattimento di primo grado pari a undici mesi e nove giorni, la prescrizione è dunque maturata il 19 maggio 2008, senz’altro dopo la sentenza di primo grado, del 27 settembre 2007; sarebbe in ogni caso successiva anche a considerare solo le sospensioni pari a sette mesi e 29 giorni, cui si riferisce la sentenza d’appello.

23. In conclusione, la sentenza impugnata deve essere annullata ai sensi dell’art. 622 cod. proc. pen. limitatamente agli effetti civili, con rinvio alla Corte di appello di Roma in sede civile perché proceda a nuovo esame degli aspetti di merito indicati ai paragrafi 21.1 e 21.2.

I ricorsi vanno per il resto rigettati.

Le spese processuali tra le parti dovranno essere regolate, anche in relazione al presente giudizio, secondo l’esito di quello di rinvio.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili e rinvia alla Corte di appello di Roma in sede civile. Rigetta i ricorsi nel resto. Spese processuali tra le parti al definitivo.

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Sulla sostituzione della custodia cautelare con gli arresti domiciliari decide il medico nominato dal giudice (Cass. pen. n. 32/2012)

Redazione

Svolgimento del processo Avverso la sentenza indicata in epigrafe, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Teramo, del 14.10.2010, di condanna di D. S.M., per i reati di furto aggravato dalla destrezza e di rapina, alla pena di anni due e mesi quattro di reclusione ed Euro 800,00 di multa, ritenute le attenuanti generiche e la continuazione tra i reati, ricorre la difesa del D.S., chiedendo l’annullamento della sentenza e deducendo a motivi:

a) l’illogicità e la contraddittorietà della motivazione nella parte in cui il Tribunale, dopo aver dato atto del racconto confuso dello S., parte offesa del furto, ha ritenuto il furto pienamente provato, proprio sulla base delle predette dichiarazioni;

analoga motivazione la Corte ha reso in merito alla testimonianza di B.R. che, in effetti, è stata imprecisa e affetta da evidenti contraddizioni;

b) la carenza assoluta di motivazione in ordine al 3^ motivo di appello che postulava la derubricazione del reato di rapina in quello di furto con destrezza;

c) la carenza assoluta di motivazione in ordine al 4^ motivo di appello che postulava il riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4;

d) la carenza assoluta di motivazione in ordine al 5^ motivo di appello che eccepiva la nullità dell’udienza del 23.9.05 a causa dell’assenza del D.S., che aveva rinunciato a presenziare all’udienza in altro processo “dimenticando” di avere udienza, contemporaneamente anche nel procedimento in esame.
Motivi della decisione

2. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

2.1 Il primo motivo di ricorso è generico e manifestamente infondato nella parte in cui censura la valutazione delle dichiarazioni delle parti lese, S.A. e B.R., che pur connotate da rilevanti dimenticanze ed inverisimiglianze, sono state ritenute credibili dalla Corte territoriale.

Il ricorrente con il dedotto motivo tenta di accreditare una diversa ricostruzione dei fatti sulla base di un diverso apprezzamento degli elementi di prova, senza riuscire a evidenziare i profili di contraddittorietà o di incongruità logica del provvedimento impugnato.

Al giudice di legittimità, tuttavia, resta preclusa – in sede di controllo della motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perchè ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa: un tale modo di procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo giudice del fatto.

2.2 Manifestamente infondato è il motivo di ricorso relativo alla richiesta di derubricazione del reato in danno di B.R. in furto con strappo, tenuto conto che, come emerge dalla motivazione della sentenza a pag. 4 la condotta dell’imputato fu “violenta, essendo il B. caduto a terra a seguito della spinta datagli dal D.S.”. 2.3 Manifestamente infondata è la doglianza relativa alla mancata motivazione in ordine alla richiesta di riconoscimento della attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 4: il motivo di appello relativo alla attenuante è stato, infatti, formulato in modo assolutamente generico, essendosi il ricorrente limitato ad indicare che “il primo episodio si trattava di 155,50 Euro e per la rapina di Euro 50,00. Superfluo ogni ulteriore commento laddove lo stesso giudice monocratico accenna ad una ridotta portata offensiva dei fatti”.

L’assoluta indeterminatezza del motivo secondo la giurisprudenza consolidata di legittimità, esime la Corte di merito dal dover motivare in ordine al mancato accoglimento di istanze.

2.4 Anche l’ultimo motivo è manifestamente infondato perchè si limita a denunciare, genericamente, la mancata partecipazione dell’imputato all’ultima udienza del processo di primo grado senza articolare in forma piana, comprensibile e precisa, le ragioni di tale assenza.

3.Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonchè ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle Ammende della somma di mille Euro, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di mille Euro alla Cassa delle Ammende.

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Intercettazioni: anche se illegittime possono essere utilizzate per altre indagini (Cass. pen. n. 64/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione 1.- Con la ordinanza in epigrafe la sezione del riesame del Tribunale di Palermo, decidendo in sede di rinvio disposto dalla sentenza di questa Corte, sez. 6, 31.5.2001, n. 830, sulla impugnazione avverso la ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Palermo in data 13.1.2011, in parziale accoglimento della richiesta avanzata da F.V. ha riformato la decisione annullando, limitatamente alla posizione di tale imputato e al reato contestato al capo a). l’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Avverso detta pronunzia ricorre F.V. lamentando, con unico complesso motivo, violazione di legge (negli artt. 271 e 273 c.p.p., art. 627 c.p.p., comma 3) e vizio di motivazione in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per il reato di estorsione contestato nel capo e) dell’imputazione.

Rileva infatti l’indagato che il Tribunale ha sostanzialmente disatteso la decisione sul rinvio. Premesso che nella stessa era stata stabilita l’invalidità dei decreti con i quali il GIP aveva autorizzato le intercettazioni telefoniche che coinvolgono l’indagato (per essere le stesse derivate dall’originaria intercettazione disposta con decreto del PM in data 24.1.2009 sulla scorta di gravi indizi desunti da “riservate acquisizioni investigative”, che invece non possono costituire oggetto dei suddetti indizi), osserva F. che il Tribunale ha nondimeno ritenuto che l’annullamento riguardasse solo tale decreto, e non anche i successivi e derivati, con ciò disattendendo l’obbligo di uniformarsi alla sentenza di legittimità. 2. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Nella sentenza di questa Corte in cui è stato accolto il ricorso dell’imputato e annullata l’ordinanza impugnata, la motivazione si articola nel seguente modo: sulla premessa dell’impugnativa sulla validità dei decreti con i quali il GIP autorizzò le intercettazioni che riguardavano l’indagato; sulla decisione di accoglimento del ricorso dietro l’argomento della invalidità dei decreti autorizzativi fondati su indizi di reato costituiti da riservate acquisizioni investigative. Deve tuttavia prestarsi attenzione al fatto che la Corte, così decidendo, mentre non ha indicato gli specifici decreti colpiti da invalidità, non provvedendo infatti ad annullarne nessuno, ha pure disposto rinvio al Tribunale per nuovo esame. La decisione adottata da questa Corte nel provvedimento di rinvio è dunque chiara: fissato il principio della invalidità dei decreti autorizzativi di intercettazioni telefoniche fondati su indizi integrati esclusivamente da informazioni riservate e confidenziali, spetta al Tribunale di esaminare i provvedimenti autorizzativi adottati dal GIP e stabilire quali di essi, in applicazione dell’esposto principio, debbano essere ritenuti colpiti da invalidità.

Pertanto, l’interpretazione del provvedimento data dall’indagato, secondo cui la sentenza di rinvio avrebbe annullato entrambi i decreti autorizzativi di cui si fa questione: il n. 155/09 e 516/09, e non soltanto il primo, quale atto originariamente affetto da invalidità, è destituita di ogni fondamento.

Orbene, correttamente interpretando il compito a esso spettante, il Tribunale ha nuovamente esaminato i due decreti in oggetto, giungendo alla decisione di dichiarare l’inutilizzabilità delle intercettazioni autorizzate dal decreto n. 155/09 – perchè i gravi indizi di colpevolezza posti a ragione del relativo decreto erano costituiti esclusivamente da informazioni confidenziali – e invece la validità del decreto 516/09, in quanto non derivante dal precedente ma fondato su gravi indizi di colpevolezza sia desunti dalle intercettazioni inutilizzabili – in quanto valutabili come mero fatto storico giustificativo dell’ulteriore attività investigativa svoltasi nei confronti dell’indagato, sia autonomamente desunti da tale ulteriore attività investigativa.

Quanto al primo profilo, deve richiamarsi la costante interpretazione (da ultimo ribadita in Cass. sez. 1, 2.3.2010, n. 16293) in forza della quale, in tema di intercettazioni, il decreto autorizzativo di cui all’art. 267 c.p.p. può trovare il suo presupposto in qualsiasi notizia di reato, anche desunta da precedenti intercettazioni inutilizzabili (v. Cass., sez. 6A, 22.11.2007, n. 47109).

Coerentemente con tale principio è stato altresì affermato che la inutilizzabilità degli esiti di intercettazioni telefoniche non preclude affatto la possibilità di condurre indagini per l’accertamento dei fatti reato eventualmente emersi dalle stesse, non operando, in materia di inutilizzabilità, il principio, stabilito per le nullità dall’art. 185 c.p.p., della trasmissibilità del vizio agli atti consecutivi a quello dichiarato nullo (così Cass., Sez. 1A, 06/03/2008, n. 12685; Cass., Sez. 2A, 4/3/2008, n. 12105).

Sulla base di questi arresti, del tutto legittimamente le intercettazioni inutilizzabili sono state adoperate come fatto storico in forza del quale è stata giustificata l’ulteriore attività investigativa di osservazione e ascolto, culminata nel decreto n. 516/09. Con riguardo al secondo profilo, deve osservarsi che il decreto da ultimo citato era determinato, quanto alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, dalla ulteriore attività investigativa concretizzatasi in servizi di osservazione e di intercettazione ambientale presso l’immobile sito in (OMISSIS), nel quale è avvenuto l’incontro tra l’odierno indagato, L.G. e I.A.S.. La registrazione di tale incontro assai peculiare ed evidente nelle sue finalità di convegno di matrice mafiosa attesa, come ben sottolineato nella ordinanza impugnata, la personalità dei tre soggetti, di rilevante spessore criminale; le modalità e il luogo scelto per l’incontro particolarmente adatto per garantire riservatezza, e perciò indicato come sito di rilevanza investigativa.

Orbene i risultati delle descritte attività investigative e delle intercettazioni telefoniche disposte in ragione delle stesse con il decreto 516/09 concretizzano, secondo il Tribunale, i gravi indizi di colpevolezza necessari per la misura cautelare. La difesa dell’indagato contesta la sussistenza di tali indizi, ma fonda il proprio argomento sulla inutilizzabilità delle intercettazioni discendenti dal decreto da ultimo citato che, invece, per le ragioni espostele ritenersi pienamente valido e fonte perciò di intercettazioni pienamente utilizzabili.

3. – Per il rigetto del ricorso, il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali.

4. – Poichè a questa pronuncia non consegue la rimessione in libertà del detenuto deve conseguentemente disporsi ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter che copia del provvedimento sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario per i provvedimenti di cui al comma 1 bis della citata norma.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Si provveda a norma dell’art. 94 disp. att. c.p.p..

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Cassazione: per la confisca deve esserci una sproporzione fra reddito e valore economico dei beni (Cass. pen. n. 63/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. – Con la ordinanza in epigrafe la sezione del riesame del Tribunale di Messina, decidendo sulla impugnazione avverso la ordinanza emessa dal GIP del Tribunale di Messina in data 16.6.2011, ha confermato la decisione sul sequestro preventivo D.L. n. 306 del 1992, ex art. 12 sexies, su beni appartenenti a I.G..

Avverso detta pronunzia ricorre l’ I. lamentando:

1. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacchè, in relazione ai beni personali dell’ I., il Tribunale ha semplicemente affermato la sussistenza di una sproporzione tra beni sottoposti a misura e redditi dell’imputato senza procedere, previamente, all’accertamento del valore dei primi;

2. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacchè, in relazione ai beni personali dell’ I., il Tribunale ha semplicemente affermato la sussistenza di una sproporzione tra beni sottoposti a misura e redditi dell’imputato senza procedere, previamente, all’accertamento dei questi ultimi;

3. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacchè, in relazione ai beni personali dell’ I., il Tribunale ha ritenuto insussistenti redditi da lavoro dipendente dell’ I. e della di lui moglie, mentre in realtà tali redditi sussistono;

4. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacchè, in relazione ai beni personali dell’ I., il Tribunale ha omesso il giudizio sulla sproporzione tra il valore dell’autovettura sottoposta a sequestro e i redditi dell’imputato e della di lui moglie.

2. – Il ricorso è fondato.

Osserva innanzi tutto il Collegio che in tema di riesame delle misura cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali; ne consegue che non possono essere dedotti con il predetto mezzo di impugnazione vizi della motivazione, atteso che nel predetto concetto di “violazione di legge”, come indicato nell’art. 111 Cost., e art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) e c), non rientrano anche la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione, che sono invece separatamente previsti come motivo di ricorso (peraltro non applicabile al ricorso ex art. 325 c.p.p.) dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), (Cass. SS.UU., 28.1.2004 n. 5876).

E pertanto il sindacato demandato alla Corte di Cassazione in subiecta materia ha un orizzonte circoscritto, dovendo essere limitato, per espresso disposto normativo, alla assoluta mancanza di motivazione ovvero alla presenza di motivazione meramente apparente.

E la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo altresì di evidenziare (Cass. sez. 2^, 22.5.1997 n. 3513), con riferimento alla problematica del riesame delle misure cautelari, che il legislatore ha in tal modo inteso sanzionare l’elusione da parte del giudice del riesame del suo compito istituzionale di controllo “in concreto” del provvedimento impugnato, riconducibile alla prescrizione dell’obbligo di motivazione di cui all’art. 125 c.p.p., comma 3, sanzionato a pena di nullità, e dunque deducibile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c).

Un siffatto sostanziale rifiuto di provvedere si traduce in una peculiare mancanza assoluta di motivazione, riconducibile alla violazione tipica di una norma processuale prevista a pena di nullità (art. 125 c.p.p., comma 3) e pertanto deducibile con il ricorso per cassazione anche nella limitata estensione consentita dall’art. 325 c.p.p.; per contro esulano dalla previsione del predetto art. 325 c.p.p., quei vizi della motivazione consistenti nell’omesso esame, nel contesto dell’iter argomentativo svolto dal Tribunale del riesame per dare contezza delle proprie determinazioni, di specifici fatti ovvero nella illogica o contraddittoria valutazione degli stessi, essendo tali vizi rilevanti ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), ma non dell’art. 325 c.p.p..

Su questa premessa deve osservarsi che i giudici di merito non si sono attenuti al precetto legale secondo cui al fine di disporre il sequestro finalizzato alla confisca conseguente a condanna per uno dei reati indicati nel D.L. 8 giugno 1992, n. 306, art. 12 sexies commi 1 e 2, conv. con modificazioni nella L. 7 agosto 1992, n. 356, (modifiche urgenti al nuovo c.p.p. e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa) deve provarsi l’esistenza di una sproporzione tra il reddito dichiarato dal condannato o i proventi della sua attività economica e il valore economico dei beni da confiscare (senza che non risulti una giustificazione credibile circa la provenienza di essi). Ai fini della “sproporzione”, i termini di raffronto dello squilibrio, oggetto di rigoroso accertamento nella stima dei valori economici in gioco, devono essere fissati nel reddito dichiarato o nelle attività economiche non al momento della misura rispetto a tutti i beni presenti, ma nel momento dei singoli acquisti rispetto al valore dei beni di volta in volta acquisiti.

Anche sulla scorta di queste considerazioni – stabilmente recepite in giurisprudenza (cfr., tra le molte, Cass., sez. 1^, 25.5.11, n. 25894) – il requisito della sproporzione postula l’esatta individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, l’attribuzione agli stessi di un preciso valore, e il raffronto tra tali valori e le capacità economiche del soggetto destinatario della misura cautelare reale.

Il Tribunale di Messina ha ritenuto sussistente la sproporzione in parola valutando complessivamente i beni assoggettati a sequestro da un lato e i redditi complessivamente maturati dall’indagato e dal coniuge dall’altro, senza individuare il tempo delle singole acquisizioni, il preciso valore delle stesse e i redditi in essere in quei momenti.

3. – Deve pertanto disporsi l’annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Messina per nuovo esame secondo gli esposti parametri valutativi.

P.Q.M.

Annulla l’impugnata ordinanza e dispone che gli atti siano trasmessi al Tribunale di Messina per nuovo esame.

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DURC formatosi in seguito al silenzio assenso (TAR Sent. N. 00028/2012)

Redazione

N. 00028/2012 REG.PROV.COLL.

N. 02302/2011 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

(Sezione Terza Quater)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2302 del 2011, proposto da***

contro***

nei confronti di***

per l’annullamento

della determinazione n. 3 dell’11 febbraio 2011, con cui è stata disposta l’aggiudicazione definitiva, in favore del R.T.I. con capogruppo CONTROINTERESSATA ITALIA S.p.a., della gara per l’appalto del servizio integrato di gestione e manutenzione dell’edificio I.N.A.I.L. ad uso uffici, sito in Roma, ************, n. 6 e di tutti gli atti ivi richiamati e, in particolare, di tutti i verbali di gara (dal primo del 18 giugno 2010 all’ultimo del 20 dicembre 2010 e, ove occorra, del bando di gara pubblicato in GUCE con avviso spedito il 16.4.2010; del disciplinare di gara e relativi allegati; del Capitolato e relativi allegati, in particolare nella parte in cui stabilisce che “la mancata compilazione e/o trasmissione del modulo (DURC) non costituisce causa di esclusione;

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di CONTROINTERESSATA ITALIA S.p.a. e dell’ I.N.A.I.L. – Istituto Nazionale per Assicurazione Contro Infortuni sul Lavoro;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 19 dicembre 2011 il Cons. ******************** e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO

Con ricorso notificato l’11 marzo 2011 e depositato il successivo 16 marzo i ricorrenti impugnano i provvedimenti indicati in epigrafe e ne chiedono l’annullamento.

Riferiscono in fatto di aver partecipato alla gara, indetta dall’I.N.A.I.L. per l’appalto del servizio integrato di gestione e manutenzione dell’edificio I.N.A.I.L. ad uso uffici sito in Roma, Piazzale Pastore, n. 6 e di essersi classificata al secondo posto, con punti 714,31.

A seguito dell’aggiudicazione definitiva dell’appalto de quo disposto in favore del R.T.I. con capogruppo CONTROINTERESSATA ITALIA S.p.a., i ricorrenti, con nota 8 marzo 2011, comunicavano all’Amministrazione, ai sensi dell’art. 243 del d. lgs. n. 163 del 2006, le ragioni per le quali il Raggruppamento aggiudicatario avrebbe dovuto essere escluso.

Deducono i seguenti motivi:

1. violazione degli artt. 39, 42, 45 d. lgs. n. 163 del 2006; violazione del bando di gara, par. III.2.3, del disciplinare di gara artt. 1.A.2 e 4, n. 8; allegato I/D del disciplinare sub n. 5; mancato possesso del requisito della fascia di classificazione indicata dalla lett. G) per le attività di pulizia. Violazione dell’art. 4 D.M. n. 274 del 1997; omessa comunicazione della variazione in negativo della fascia di classificazione. Falsa dichiarazione circa il possesso dei requisiti di capacità tecnico-organizzativa (art. 75 d.P.R. n. 445 del 2000; art. 48 d. lgs. n. 163 del 2006 e n. 12, All. 1/A del disciplinare).

Assumono le ricorrenti che il Raggruppamento aggiudicatario avrebbe dovuto essere escluso, sia perché la ******à mandante (CONTROINTERESSATA 2) non possiede il requisito della fascia g) di classificazione per le attività di pulizia ex D.M. n. 274 del 1997, prescritto dal bando a pena di esclusione (cfr. n. 5 dell’All. 1/D del disciplinare), dovendosi scorporare dai servizi di pulizia effettuati nel triennio di riferimento quelli di facchinaggio e trasloco e quelli di giardinaggio e di manutenzione delle aree verdi; sia a causa delle false dichiarazioni rese in occasione della compilazione del modello allegato 1/D ove dichiara “di essere in possesso dell’iscrizione nel registro delle imprese … di cui alla legge n. 82 del 1994 ed al D.M. n. 274 del 1997 nella fascia di classificazione indicata alla lettera g) per le attività di pulizia”.

Aggiungono che la CONTROINTERESSATA 2 ha violato anche l’obbligo di comunicazione della variazione negativa di cui all’art. 4 del citato D.M. n. 247, posto che da oltre due anni il volume di affari, nel settore pulizie, non è sufficiente per l’iscrizione nella fascia di classificazione g);

2. falsa dichiarazione in ordine all’inesistenza di soggetti cessati dalla carica. Omessa dichiarazione del possesso dei requisiti di moralità professionale da parte di soggetti cessati dalla carica; violazione dell’art. 38, lett. C), d. lgs. n. 163 del 2006; dell’art. 4, n. 3 del disciplinare di gara; allegato 1/B del disciplinare sub 2; violazione dell’art. 75 d.P.R. n. 445 del 2000; n. 12 All. 1/A del disciplinare.

Altro motivo secondo cui il Raggruppamento controinteressato avrebbe dovuto essere escluso è ravvisabile nella circostanza che il preposto alla gestione tecnica ai sensi del D.M. n. 274 del 1997 ( sig. *******) per la società IMPRESAN, incorporata dalla CONTROINTERESSATA 2 nel dicembre 2008, sia un soggetto cessato dalla carica nell’ultimo triennio e che, come tale, avrebbe dovuto presentare la dichiarazione di cui all’All. 1/B, sicché la carenza di tale dichiarazione, espressamente prevista a pena di esclusione (art. 4, n. 3 del disciplinare) e la presenza della falsa dichiarazione sulla inesistenza di soggetti cessati dalla carica avrebbero dovuto determinare l’esclusione del Raggruppamento controinteressato;

3. Violazione dell’art. 38, lett. g). d. lgs. n. 163 del 2006. Dichiarazione mendace con riferimento al possesso dei requisiti de quibus. Violazione della par condicio; eccesso di potere per disparità di trattamento, difetto di istruttoria.

La censura attiene alla regolarità contributiva. Assume, infatti, la ricorrente che dalla documentazione prodotta è dato rilevare che la società mandante del raggruppamento (Controinteressata 3 Delta) ha prodotto due DURC: nel primo, l’INPS dichiara la regolarità contributiva alla data del 21 aprile 2010; nel secondo, risulta che alla data del 5 ottobre 2010 l’I.N.P.S. non si è pronunciato.

Sempre nei riguardi della CONTROINTERESSATA 3 DELTA S.r.l., nonostante la dichiarazione di regolarità fiscale di cui all’All. 1/A del disciplinare, l’Agenzia delle Entrate, di contro, ha accertato delle debenze con rateizzazioni pendenti al momento della presentazione dell’offerta.

Sottolineano i ricorrenti che il requisito di regolarità tributaria, essendo condizione di partecipazione alla gara, deve essere posseduto al momento della scadenza del termine di presentazione dell’offerta e della verifica delle dichiarazioni.

Avanzano, infine, domanda di risarcimento del danno.

Con atto notificato il 4 aprile 2011 e depositato il successivo 5 aprile, la CONTROINTERESSATA ITALIA S.p.a. ha proposto ricorso incidentale deducendo:

1. Violazione e falsa applicazione degli artt. 4, n. 2) e 8 del Disciplinare di gara, nonché degli artt. 38, commi 2, 3 e 4 del d. lgs. n. 163 del 2006, dell’art. 43 d.P.R. n. 445 del 2000 e dell’art. 3 d. lgs. n. 494 del 1996, come modificato dal d. lgs. n. 276 del 2003. Eccesso di potere per difetto di istruttoria, falso presupposto.

RICORRENTE 4 S.p.a. e una delle consorziate di RICORRENTE, la Ideal Building Maintenance s.c.a.r.l., hanno omesso la produzione del DURC al fine di comprovare l’insussistenza di violazioni in materia di obbligo previdenziale ed assistenziale;

2. Violazione e falsa applicazione dell’art. 38, comma 1, lett. b) e c) e comma 2 d. lgs. n. 163 del 2006, nonché degli artt. 46 e 47 del d.P.R. n. 445 del 2000.

Mancata dichiarazione ex art. 38, lett. b) e c) da parte del sig. **************** in quanto procuratore nominato con atto in data 11.2.2009 a tempo indeterminato e tuttora in carica in qualità di delegato per la sicurezza della CMS;

3. Violazione e falsa applicazione degli artt. 4 e 8 del Disciplinare di gara e dell’art. 75 d.P.R. n. 554 del 1998, nonché degli artt. 19, 46 e 47 del d.P.R. n. 445 del 2000; eccesso di potere per difetto di istruttoria e falso presupposto.

Mancata attestazione di conformità all’originale di due certificati;

4. Violazione e falsa applicazione del punto III.2.3 del Bando di gara, dell’art. 48, comma 2, nonché dell’art. 38, commi 1 e 2 del d. lgs. n. 163 del 2006.

Viene dedotto che RICORRENTE 5 S.r.l. non possiede la certificazione di qualità richiesta a pena di esclusione quale specifico requisito della capacità tecnica, vale a dire possesso della certificazione in corso di validità UNI EN ISO 9001:2000, avendo prodotto esclusivamente una certificazione ISO 9001:2008 relativa alle attività di pulizia, sanificazione, disinfezione, disinfestazione e derattizzazione in ambienti civili, industriali ed ospedalieri, nonché di facchinaggio, traslochi e servizi reception;

5. Violazione e falsa applicazione dell’art. 4, n. 5) del Disciplinare di gara. Eccesso di potere per difetto di istruttoria, illogicità, irragionevolezza.

Omessa allegazione della dichiarazione di cui al n. 5 dell’art. 4 del Disciplinare;

6. Violazione e falsa applicazione dell’art. 38, comma 1, d. lgs. n. 163 del 2006, nonché dei principi di correttezza e buon andamento della P.A.; eccesso di potere sotto vari profili.

Il dott. ***************, Presidente e legale rappresentante della Kineo Enery s.r.l. (Consorziata del RICORRENTE incaricata dell’esecuzione dell’appalto) ha dichiarato di aver riportato tre condanne relative a reati in materia ambientale. A fronte di ciò la Stazione appaltante avrebbe dovuto disporre l’esclusione dalla gara, mentre ha ritenuto che le tre condanne non fossero idonee a compromettere la moralità professionale e che quindi l’Impresa e l’intero R.T.I. RICORRENTE non dovessero essere esclusi.

L’I.N.A.I.L., costituitosi in giudizio, ha concluso per la infondatezza del ricorso principale, nonché del ricorso incidentale.

Anche la controinteressata CONTROINTERESSATA ITALIA S.p.a si è costituita in giudizio, concludendo per il rigetto del ricorso.

All’Udienza del 19 dicembre 2011 la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

Come esposto in narrativa il RICORRENTE – Consorzio Ricorrente Soc. Coop. e le altre società ricorrenti impugnano la determinazione con cui è stata disposta l’aggiudicazione definitiva, in favore del R.T.I. controinteressato, della gara d’appalto per l’affidamento del servizio integrato di gestione e manutenzione dell’edificio dell’I.N.A.I.L., adibito ad uso uffici, sito in Roma.

Il Collegio inizia la disamina del ricorso principale, di cui è palese l’infondatezza.

Con il primo motivo le ******à istanti deducono la carenza del requisito della fascia di classificazione per l’attività di pulizia, di cui al D.M. n. 274/1997, in capo alla ******à mandante CONTROINTERESSATA 2 S.r.l. e richiesto dalla lex specialis, non potendo essere ricompresi nei servizi di pulizia effettuati nel triennio di riferimento quelli di facchinaggio e trasloco e quelli di giardinaggio e di manutenzione delle aree verdi. In sostanza, le ricorrenti assumono che il volume di affari relativamente ai servizi di pulizia realizzato nel triennio 2007-2009 sarebbe mediamente pari ad euro 1.524.014,55 e, quindi, insufficiente per l’attribuzione della fascia di classificazione g).

L’assunto non può essere condiviso.

Dagli atti di causa è dato rilevare che la società mandante del R.T.I. controinteressato nella dichiarazione richiesta dal punto III.2.3 del bando di gara e dal disciplinare, ai fini della capacità tecnica, in realtà ha dichiarato di essere in possesso del requisito di iscrizione nel registro delle imprese nella fascia di classificazione indicata dalla lett. g) dell’art. 3 del D.M. n. 274 del 1997 per le attività di pulizia, nonché di aver realizzato complessivamente negli ultimi tre esercizi un fatturato specifico di importo non inferiore ad euro 5.000.000,00 per i servizi riportati nell’elenco allegato alla presente dichiarazione svolti durante il triennio di riferimento, completi del rispettivo importo, data e destinatario.

A questo proposito appare utile precisare che non va confuso il fatturato dichiarato per comprovare il possesso del requisito di cui al par. III.2.3 del bando relativo alla capacità tecnica con il fatturato complessivamente posseduto dalla CONTROINTERESSATA 2 per le pulizie e certificato dalla Camera di Commercio.

Orbene, il fatturato medio della CONTROINTERESSATA 2 per i soli servizi di pulizia nel triennio 2007-2008-2009 è pari a 2.089.800,80, importo superiore a quello previsto per la fascia f) (€ 2.065.827,60) di cui al citato art. 3 D.M. 274 del 1997 quale limite minimo per conseguire la classificazione in fascia g).

E’ utile, altresì, precisare che il comma 2 dell’art. 3 del ripetuto decreto ministeriale dispone che “l’impresa viene classificata in base al volume di affari, al netto dell’IVA, realizzato mediamente nell’ultimo triennio o nel minor periodo di attività, comunque non inferiore a due anni. La classe di attribuzione è quella immediatamente superiore al predetto importo medio. (…)”.

Inoltre, il certificato rilasciato dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura di Roma (all. 9 della produzione documentale dell’I.N.A.I.L.) attesta che l’Impresa ha realizzato un volume di affari fino ad € 4.131.665,00 con la conseguenza che a norma dell’art. 3 del D.M. n. 271 del 1997, deve essere classificata nella lett. g).

La predetta certificazione costituisce atto pubblico, facente piena fede fino a querela di falso ed è volta a garantire la Stazione appaltante circa il possesso, da parte del concorrente, della capacità tecnica necessaria per l’oggetto dell’appalto

Il Disciplinare di gara, inoltre, al punto 1.A.2 disponeva che in caso di R.T.I., ciascuna impresa mandante avrebbe dovuto possedere un fatturato specifico, nel triennio 2007-2009, per i servizi ivi indicati, pari ad € 4.600.000,00.

Da quanto sopra si ricava che tutte le condizioni della lex specialis sono state rispettate e, conseguentemente nessuna contestazione può essere mossa all’operato dell’amministrazione.

Con il secondo motivo le ricorrenti deducono che il preposto alla gestione tecnica ai sensi del D.M. n. 274 del 1997 ( sig. *******) per la società IMPRESAN, incorporata dalla CONTROINTERESSATA 2 nel dicembre 2008, sia un soggetto cessato dalla carica nell’ultimo triennio e che, come tale, avrebbe dovuto presentare la dichiarazione di cui all’All. 1/B, sicché la carenza di tale dichiarazione, espressamente prevista a pena di esclusione (art. 4, n. 3 del disciplinare) e la presenza della falsa dichiarazione sulla inesistenza di soggetti cessati dalla carica avrebbero dovuto determinare l’esclusione del Raggruppamento contro interessato.

Premette il Collegio che la lex di gara non disciplina un obbligo specifico in tal senso, ma si limita a richiamare genericamente la “insussistenza delle cause di esclusione di cui all’art. 38 del d. lgs. n. 163 del 2006” .

Al riguardo, sussiste in giurisprudenza contrasto interpretativo. Tuttavia il Collegio ritiene di aderire al più recente indirizzo giurisprudenziale che pone l’accento sulla tassatività delle cause di esclusione e che tali clausole siano di stretta interpretazione con la conseguenza che l’art. 38 richiede il possesso dei requisiti di ordine generale soltanto in capo al soggetto concorrente (Cons. Stato, Sez. V, 15 novembre 2010, n. 8044; TAR Veneto, Sez. I, 10 gennaio 2011, n. 12).

E’ stato, infatti, affermato che in materia di procedure ad evidenza pubblica, le clausole di esclusione poste dalla legge o dal bando in ordine alle dichiarazioni cui è tenuta la impresa partecipante alla gara sono di stretta interpretazione dovendosi dare esclusiva prevalenza alle espressioni letterali in esse contenute restando preclusa ogni forma di estensione analogica diretta ad evidenziare significati impliciti, che rischierebbe di vulnerare l’affidamento dei partecipanti, la par condicio dei concorrenti e l’esigenza della più ampia partecipazione (tra molte: Cons. Stato, sez. V, 28 settembre 2005 n. 5194; V, 13 gennaio 2005 n. 82; IV, 15 giugno 2004 n. 3903; VI, 2 aprile 2003 n. 1709),

Consegue che le norme di legge e di bando che disciplinano i requisiti soggettivi di partecipazione alle gare pubbliche devono essere interpretate nel rispetto del principio di tipicità e tassatività delle ipotesi di esclusione che di per sé costituiscono fattispecie di restrizione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 della Costituzione, oltre che dal Trattato comunitario.

In considerazione, quindi, della mancanza nel codice appalti di una norma, con effetto preclusivo, che preveda in caso di cessione d’azienda un obbligo specifico di dichiarazioni in ordine ai requisiti soggettivi della cedente riferita agli amministratori e direttori tecnici della cedente, non può ritenersi nella specie necessaria tale dichiarazione per il preposto alla gestione tecnica. Nè varrebbe richiamare gli artt. 51 e 49 del codice, dal momento che dette norme si occupano, rispettivamente, delle diverse ipotesi nelle quali la cessione del ramo di azienda sia avvenuta nel corso della gara ovvero il concorrente ricorra ad imprese ausiliarie mediante l’istituto dell’avvalimento al fine di integrare i propri requisiti di partecipazione. Ne discende che in assenza di apposita norma, e siccome la cessione di azienda comporta non una successione a titolo universale del cessionario al cedente bensì una successione nelle posizioni attive e passive relative all’azienda tra soggetti che conservano distinta personalità giuridica, non può essere esclusa l’impresa cessionaria del ramo d’azienda che non abbia presentato le relative dichiarazioni in ordine alla posizione della società cedente.

Comunque non è di poco conto evidenziare che nel caso di specie il sig. ******* è cessato dal servizio per dimissioni già dal gennaio 2005 (V. istanza di dimissioni in atti), quindi ben oltre il triennio anteriore alla gara e che dal certificato del Casellario giudiziale e dei carichi pendenti nulla risulta a suo carico.

Con il terzo motivo di ricorso le ricorrenti lamentano la falsità delle dichiarazioni rese dalla ditta CONTROINTERESSATA 3 DELTA S.r.l., nonché irregolarità contributiva e fiscale a carico di quest’ultima.

La doglianza è infondata.

E’ agevole rilevare dagli atti di causa che la società in argomento ha presentato in fase di gara una dichiarazione ( DURC) rilasciata il 6 maggio 2010, dal quale risulta sia la regolarità contributiva alla data del 21 aprile 2010 che la regolarità assicurativa alla data del 23 aprile 2010.

I rilievi delle ricorrenti si appuntano, in particolare, sul certificato DURC, emesso in data 9 novembre 2010, da cui risulta che alla data del 5 ottobre 2010 l’I.N.P.S. “non si è pronunciato”.

Giova precisare in proposito che detto certificato non è stato presentato dalla controinteressata bensì è stato richiesto direttamente dalla Stazione appaltante ai fini della verifica dei requisiti ex art. 38 del d. lgs. n. 163 del 2006.

La frase riportata nel certificato, secondo cui “l’I.N.P.S. non si è pronunciato”, a differenza di quanto affermato dalle ricorrenti, indica semplicemente che l’Ente non si è pronunciato nel termine di 30 giorni dalla data della richiesta e, in base della Circolare n. 5 del 30 gennaio 2008 del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, si è formato il silenzio assenso, significando, quindi, implicito attestato di regolarità.

Sul punto si è pronunciato il Giudice di appello il quale ha rilevato che “L’emissione di un DURC incompleto per mancata pronuncia di uno degli enti tenuti al rilascio non impedisce di ritenere implicitamente certificata la regolarità contributiva, per la parte non considerata dalla certificazione esplicita, con il compiersi del termine prescritto per la formazione del silenzio assenso” (Cons. Stato, Sez. V, 11 gennaio 2011, n. 83).

La giurisprudenza ha, peraltro, precisato che il DURC anche se si è formato in virtù del silenzio assenso, assume, tuttavia, la valenza di una dichiarazione di scienza da collocarsi tra gli atti di certificazione o di attestazione redatti da un pubblico ufficiale ed aventi carattere meramente dichiarativo di dati in possesso della pubblica amministrazione, assistito da pubblica fede ai sensi dell’art. 2700 c.c., facente pertanto prova fino a querela di falso. Attesa la natura giuridica del DURC non residua in capo alla Stazione appaltante alcun margine di valutazione o di apprezzamento in ordine ai dati ed alle circostanze in esso contenute (Cons. Stato, sez. IV, 12 marzo 2009, n. 1458).

In relazione alla regolarità fiscale, su cui pure si appuntano le censure delle ricorrenti, si osserva che dall’attestazione rilasciata dall’Agenzia delle Entrate di Roma 2 in data 19 gennaio 2011 emerge che nell’anno 2009 alla Controinteressata 3 Delta è stata notificata una cartella esattoriale per violazioni relative all’anno 2005 (importo pari ad euro 58.839,06) e che detto debito risulta essere stato dilazionato in 24 rate mensili.

Orbene, secondo principi pacificamente affermati in giurisprudenza ed anche secondo quanto emerge dai pareri dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici n. 23 del 2009 e n. 219 del 2010, “la richiesta di rateizzazione di pagamenti di contributi previdenziali ed assistenziali e di imposte e tasse non può essere assimilata ad una causa di esclusione dalla partecipazione ad una pubblica gara d’appalto e, pertanto, ai fini della regolarità contributiva, previdenziale e fiscale non rileva esclusivamente la dimostrazione di una regolarità interamente in essere al momento della presentazione dell’offerta ma acquisisce pari rilievo la prova di aver beneficiato, entro tale termine, di misure variamente sananti i cui pagamenti, dilazionati nell’arco temporale consentito, siano in corso di adempimento”

In sostanza, quindi, l’accoglimento dell’istanza di rateazione antecedente la presentazione della domanda di partecipazione consente di ritenere sussistente il requisito della regolarità fiscale (TAR Toscana, Sez. I, 13 luglio 2010, n. 2529; Determinazione dell’Autorità di Vigilanza n. 1 del 12 gennaio 2010).

Può dunque concludersi che la CONTROINTERESSATA 3 DELTA, al momento della presentazione dell’offerta, poteva considerarsi in regola fiscalmente.

Per le suesposte argomentazioni, il ricorso principale deve essere respinto.

La reiezione del ricorso principale comporta, altresì, la improcedibilità del ricorso incidentale.

Le spese di giudizio vanno poste a carico della parte soccombente e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Terza Quater)

definitivamente pronunciando sul ricorso principale, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Dichiara improcedibile il ricorso incidentale.

Condanna il R.T.I., ricorrente al pagamento, in favore dell’Ente resistente e della controinteressata al pagamento delle spese di giudizio, che si liquidano in euro 4.000,00 (quattromila/00) da dividersi in parti eguali tra le stesse.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 19 dicembre 2011 con l’intervento dei magistrati:

************, Presidente

********************, ***********, Estensore

**************, Consigliere

L’ESTENSORE

 

IL PRESIDENTE

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 02/01/2012

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

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La buona condotta per l’iscrizione all’albo è principio ineludibile: irrilevante la riabilitazione penale (Cass. n. 30790/2011)

Redazione

Svolgimento del processo

Con provvedimento in data 26.4.2004 l’Ordine degli Psicologi della Liguria respingeva la domanda di iscrizione del dottor M. Consiglio per carenza del requisito della condotta moralmente irreprensibile, stante la sussistenza a suo carico di più di sessanta condanne penali nonchè per l’esistenza di una condanna per esercizio abusivo della professione di psicologo, e tutto in contrasto con la L. n. 56 del 1989, art. 7, lett. b (ordinamento della professione di psicologo).

Il M., con ricorso al Tribunale di Genova depositato il 27.7.2004, impugnava detto provvedimento (deducendo che l’Ordine non aveva il potere di sindacare l’intervenuta riabilitazione penale e che il reato di abusivo esercizio della professione non rilevava agli effetti di detto art. 7 della L. cit.).

L’adito Tribunale di Genova con sentenza in data 23.12.2004, annullava la delibera e dichiarava il diritto del M. all’iscrizione all’albo professionale; detto Tribunale riteneva non configurabile il requisito della buona condotta in quanto non previsto dall’art. 7 in questione. A seguito del ricorso con cui l’Ordine proponeva reclamo avverso la suddetta decisione (deducendo che il requisito della condotta irreprensibile o specchiata è espressione di un principio generale valido per tutti gli ordini professionali ed inoltre che è erroneo riconoscere ai provvedimenti di riabilitazione penale, come accaduto nel caso di specie, effetti in relazione alla valutazione della condotta per l’iscrizione all’Albo professionale), la Corte d’ Appello di Genova, con la decisione in esame, depositata in data 3.4.2009, in accoglimento del reclamo, respingeva il ricorso del M. contro la Delib.

Consiglio Ordine Psicologi 26 aprile 2004. Ricorre per cassazione il M. con sei motivi, e relativi quesiti; resiste con controricorso l’Ordine, che ha altresì depositato memoria.

 

Motivi della decisione

Con il primo e secondo motivo si deduce violazione della L. n. 897 del 1938, art. 2 in relazione alla L. n. 56 del 1989, art. 7, lett. b in ordine alla ritenuta sussistenza nel caso di specie del requisito della buona condotta. Con il terzo motivo si deduce contraddittoria pronuncia sul decisivo punto di detta ritenuta insussistenza, con particolare riferimento all’omessa considerazione della concessa riabilitazione.

Con il quarto motivo si deduce ancora violazione di detto art. 7, lett. b. non fissando detta norma criteri di discrezionalità ma formulando invece ipotesi tassative. Con il quinto motivo si deduce erronea valutazione dell’art. 445 e.p.p. in ordine al ritenuto passaggio in giudicato di sentenze di condanna in quanto detta norma prevede la non configurabilità di alcuna condanna dopo il patteggiamento e l’estinzione del reato.

Con il sesto motivo, infine, si deduce omessa pronuncia in relazione all’art. 444 c.p.p. riguardo a quanto dedotto nel quinto motivo.

Il ricorso non merita accoglimento in relazione a tutte le suesposte doglianze.

Lo stesso infatti, pur sulla base di plurimi motivi, da esaminarsi congiuntamente, censura la decisione impugnata con riferimento alla essenziale ratio decidendi della ritenuta insussistenza dei requisiti per l’iscrizione all’albo professionale degli psicologi, da parte del M., con particolare riferimento alla mancanza del generale presupposto della buona condotta, anche per avere lo stesso riportato numerose condanne penali; il ricorrente tende quindi ad un’ulteriore valutazione, non consentita nella presente sede di legittimità, di circostanze di fatto ed elementi documentali. In particolare, questa Corte osserva che il requisito della buona condotta per l’iscrizione a qualsiasi albo professionale, ivi compreso ovviamente l’albo degli psicologi in questione, deve ritenersi, al di là di specifiche e dettagliate previsioni nei singoli albi, ineludibile principio di carattere generale: non solo rileva in proposito la previsione normativa di cui alla L. n. 897 del 1938, art. 2 (secondo cui “coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti negli albi professionali, e, se iscritti debbono esserne cancellati, osservate per la cancellazione le norme stabilite per i procedimenti disciplinari”), di cui costituiscono esplicito “richiamo” la L. n. 56 del 1989, art. 7 e art. 26, comma 3, (riguardanti l’albo degli psicologi) ma detta previsione è ulteriormente rafforzata dalla clausola generale di correttezza, rinvenibile nel nostro ordinamento, da un punto di vista civilistico, nell’art. 1175 c.c. e da un punto di vista ordinamentale ancor più ampio nella portata ” sociale” della nostra Carta costituente, fondata, tra l’altro, sul principio di solidarietà ex art. 2 Cost..

Infine, priva di pregio è la censura sulla rilevanza o meno del passaggio in giudicato delle sentenze penali di condanna ai fini dell’iscrizione nell’albo professionale; risponde a principi di ovvietà e di logica ritenere non sussistente, come ritenuto dai giudici di secondo grado, la buona condotta in questione sulla base di comportamenti penalmente rilevanti (che anno indotto il M. a patteggiare la pena) prescindendo dal requisito formale di una sentenza definitiva.

Condivisibile quindi, sul punto, è quanto asserito dalla Corte di merito sul punto, ritenendo che “ciò che rileva agli effetti della valutazione dei requisiti per l’iscrizione all’albo sono, quindi i fatti per cui è intervenuta la condanna in sede penale, considerati agli effetti dell’esercizio della professione, ed al fine di escuterne la rilevanza a tali fini non è di per sè dirimente il requisito, pur, richiesto dalla legge professionale, dell’intervenuta riabilitazione …”.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese presente fase che liquida, in favore dell’Ordine, in complessivi Euro 2.600,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre spese generali ed accessorie come per legge.

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Cassazione: colpevole di omicidio il proprietario del pitbull che provoca la morte di una persona (Cass. pen. n. 48429/2011)

Redazione

Svolgimento del processo

M.G. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, confermando quella di primo grado, lo ha riconosciuto colpevole del reato di duplice omicidio colposo in danno di ***** e ******, perchè, secondo la contestazione, quale proprietario e custode di due cani di razza pitbull, per colpa, e cioè per imprudenza e negligenza ed in violazione dell’art. 672 c.p., lasciava liberi o ometteva di custodire i predetti animali, che assalivano nella campagna di (omissis), i due uomini, provocandone la morte (fatto del (omissis)).

Si accertava, già in primo grado, che i cani erano riusciti ad uscire dalla proprietà del M. e che non vi era alcuna prova del tentativo di furto che ignoti ladri avrebbero posto in essere nell’abitazione del ricorrente la notte precedente al fatto, lasciando aperto il cancello della proprietà.

Il giudice di appello confermava tale ricostruzione, ribadendo il giudizio di colpevolezza sul rilievo che non era stata assicurato un sistema idoneo di chiusura del cancello, che si prestava a frequenti malfunzionamenti, come si evinceva anche da altre due precedenti fughe dei cani, pure accertate nel presente procedimento.

Con il ricorso si deducono tre motivi.

Con il primo si contesta il giudizio di responsabilità sostenendosi la manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla ricostruzione del fatto, laddove non si era tenuto conto che nessun teste aveva riferito di avere assistito all’aggressione da parte dei due cani, essendo giunti sul posto solo quando un uomo era già deceduto e l’altro agonizzante e che nessuna autopsia aveva accertato che l’evento morte fosse riconducibile con certezza alla condotta dei due cani. Si sostiene, inoltre, che il percorso motivazionale operato dai giudici di merito era apodittico in quanto non aveva neanche preso in considerazione la possibilità, con particolare al Ra., che il cadavere fosse stato aggredito dai cani successivamente al decesso. Con il secondo motivo lamenta la manifesta illogicità della motivazione in relazione alla confutazione della tesi difensiva volta a dimostrare che nella notte precedente al fatto ignoti ladri, nel porre in essere un tentativo di furto dell’autovettura del ricorrente, avessero lasciato aperto il cancello della villa.

Con il terzo motivo si lamenta la mancata assunzione di una prova decisiva costituita dalla testimonianza del M.llo de Carabinieri che avrebbe raccolto le dichiarazioni del M. sul tentativo di furto la mattina del fatto.

Motivi della decisione

Il ricorso è manifestamente infondato, essendo chiaramente insussistenti le denunciate violazioni di norme di legge e risolvendosi in una censura di merito afferente la valutazione dei mezzi di prova che sfugge al sindacato di legittimità, in quanto la motivazione in proposito fornita dal giudice di merito appare logica e congruamente articolata.

Nessuna delle censure in diritto è infatti sussistente.

Sull’addebito colposo in questione, in termini generali, va infatti ricordato che, per valutare il comportamento del soggetto tenuto alla custodia ed accertarne “in positivo” la colpa, può e deve aversi riguardo a quanto stabilito dall’art. 672 c.p., che, a prescindere dall’intervenuta depenalizzazione, costituisce valido termine di riferimento per la valutazione della colpa. Con la precisazione che, in proposito, non sarebbe sufficiente rifarsi alla presunzione di responsabilità stabilita dall’art. 2052 c.c., che stabilisce principi che rilevano solo in sede civile, ma con l’ulteriore, doverosa precisazione che compete pur sempre al soggetto onerato della custodia l’onere di fornire la prova del “caso fortuito”, ossia dell’essersi verificato un fatto assolutamente improvviso, imprevedibile e non evitabile dal custode, il quale, pur facendo uso di ogni diligenza, risulti essere stato impedito di adeguare la propria azione alla situazione creatasi, rendendo fatale la verificazione dell’evento, in assenza di colpa, anche minima (cfr., per riferimenti, Sezione 5, 6 agosto 1991, ********** e Sezione 4, 9 ottobre 2007, *********).

Da ciò deriva, tanto per esemplificare, la configurabilità della colpa allorquando l’animale sia custodito in un luogo privato o recintato, ma in tale luogo risulti possibile l’introduzione inconsapevole di persone estranee (cfr. Sezione 4, 1 marzo 1988, *********; nonchè, Sezione 4, 14 marzo 2006, Proc. gen. App. Roma in proc. Panzarin ed altro). Da ciò deriva, analogamente, (con argomenti qui rilevanti) la colpa del custode quando l’animale sia ricoverato in un luogo inidoneo a prevenirne la fuga (cfr. Sezione 4; 9 ottobre 2007, *********, che, quindi, ha ravvisato la responsabilità dell’imputato che aveva rinchiuso il cane in un cortile da cui peraltro l’animale era facilmente scappato per un’apertura nella recinzione, così provocando un sinistro stradale).

La sentenza impugnata è in linea con la giurisprudenza sopra richiamata.

Ciò premesso, manifestamente infondato è il profilo di doglianza relativo alla ricostruzione del fatto.

Vale ricordare, in proposito, che il motivo di ricorso si risolve in doglianze di merito, in particolare, in affermazioni di non condivisione delle valutazioni compiute dai giudici di merito, che hanno, invece, considerato compiutamente tutti i fatti, ritenendo accertata la colpa dell’imputato per la mancata adozione delle cautele e sussistente il rapporto di causalità tra la sua condotta e l’evento verificatosi.

In tal senso è sufficiente evidenziare come la sentenza ha puntualmente evidenziato le circostanze di fatto in base alle quali non può essere posto in discussione che la morte di Ra. e R. sia riconducibile ai due cani di proprietà del ricorrente: la presenza sul corpo delle vittime di plurime lesioni da morsi di cane in punti vitali e le concordi testimonianze delle persone, ivi compresi i Carabinieri intervenuti sul posto, che hanno assistito alla parte finale dell’aggressione, quando gli animali stavano ancora infierendo sul povero R. ancora vivo ma ormai agonizzante; l’atteggiamento palesemente aggressivo tenuto dai cani quella mattina del (omissis), quando, rifugiatisi nell’abitazione dell’imputato, dopo il fatto, manifestarono palese aggressività nei confronti di chiunque tentasse avvicinarsi a loro, compreso il padrone; le due precedenti fughe dei cani dall’abitazione dell’imputato, pure accertate nel presente procedimento.

Il ricorrente, per contro, anzichè svolgere una critica della valutazione dei molteplici e convergenti indizi, che sarebbe stata compiuta con inosservanza delle regole preposte alla formazione del convincimento del giudice, offre una propria diversa verità processuale, la quale non può essere delibata in sede di legittimità allorquando la struttura razionale della sentenza impugnata abbia una sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e sia, senza contraddizioni o salti logici, saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica e delle massime di comune esperienza, al nucleo fondamentale delle risultanze del complessivo quadro probatori.

Anche la doglianza relativa alla affermata mancanza di prova della apertura del cancello addebitabile ad ignoti ladri che avrebbero posto in essere nella notte antecedente al fatto un tentativo di furto dell’autovettura del ricorrente è manifestamente infondata, trattandosi di considerazioni di merito che si contrappongono ad una logica valutazione del giudice di merito. La Corte territoriale, esclude, infatti, con affermazione non sindacabile in sede di legittimità, che nella specie fosse stata fornita la prova di tale evento imprevedibile, evidenziando che la mattina del (omissis), prima che fossero trovati i corpi di Ra. e R., il M., presentatosi alla locale stazione dei Carabinieri per denunciare la scomparsa dei cani, non aveva fatto alcun accenno al presunto tentativo di furto.

Alla luce di quanto sopra esposto è evidente la manifesta infondatezza anche del terzo motivo di ricorso con il quale si lamenta l’omessa assunzione di una prova decisiva costituita dalla testimonianza del M.llo de Carabinieri che avrebbe raccolto le dichiarazioni del M. sul tentativo di furto,.

Va in proposito ricordato che, per assunto pacifico, per prova decisiva, la cui mancata assunzione può costituire motivo di ricorso per cassazione, deve intendersi solo quella che, confrontata con le argomentazioni addotte in motivazione a sostegno della decisione, risulti “determinante” per un esito diverso del processo, e non anche quella che possa incidere solamente su aspetti secondari della motivazione ovvero sulla valutazione di affermazioni testimoniali da sole non considerate fondanti della decisione prescelta. Per l’effetto, tale vizio è ravvisabile solamente quando la prova richiesta e non ammessa, confrontata con le argomentazioni formulate in motivazione a sostegno ed illustrazione della decisione, risulti tale che, se esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia (cfr. Sezione 6, 2 aprile 2008, *****).

Qui, deve escludersi che la prova indicata dal ricorrente, che, peraltro, non risulta essere stata ritualmente richiesta ex art. 495 c.p.p., rivesta le caratteristiche innanzi richiamate in quanto è volta a dimostrare circostanza già esclusa dal giudice di merito con argomentazione desumibile dal contesto probatorio acquisito, decisivamente risolutiva, che non ammette censura in questa sede.

Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa del ricorrente (v. sentenza Corte Cost. 7-13 giugno 2000, n.186), consegue la condanna del ricorrente medesimo al pagamento delle spese del procedimento e di una somma, che congruamente si determina in Euro mille, in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.

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