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Penale

Primario condannato per abuso d’ufficio perchè non consente, ad alcuni medici suoi collaboratori, di effettuare interventi chirurgici (Cass. pen. n. 41215/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. A.W., direttore della Clinica urologica dell’Università di Padova e primario dell’unità operativa di urologia dell’Azienda ospedaliera di Padova, fu rinviato a giudizio per rispondere dei reati previsti dall’art. 323 c.p., per avere, nello svolgimento delle predette funzioni, intenzionalmente arrecato un danno ingiusto:

A) al dr. P.G.T., medico chirurgo urologo in servizio presso il medesimo reparto, compiendo atti e comportamenti di emarginazione nei suoi confronti e impedendogli di prestare l’attività chirurgica (di sala operatoria, di endoscopia e di endourologia) dal (omissis) al (omissis);

B) al dr C.A., dirigente sostituto responsabile dell’Unità operativa complessa di Urologia, adottando due distinti provvedimenti con cui lo spossessava di funzioni e competenze a lui spettanti in forza di deliberazione del Direttore generale dell’Azienda ospedaliera, attuativa delle disposizioni legislative e del contratto collettivo nazionale di lavoro in essa richiamate.

All’A. fu contestato anche il delitto di cui all’art. 340 c.p. per avere, con la sua condotta verso il dr. P.G., turbato il regolare funzionamento del sevizio chirurgico, determinando il ritardato intervento su vari pazienti.

2. Con sentenza pronunciata il 17 luglio 2009, il Tribunale di Padova dichiarò l’imputato colpevole dei predetti reati, uniti dal vincolo della continuazione, e lo condannò, con le circostanze attenuanti generiche, alla pena di un anno e sei mesi di reclusione, con la non menzione e la sospensione condizionale della pena subordinata al pagamento della somma liquidata a titolo di provvisionale in favore delle parti civili. Condannò inoltre in solido l’imputato e la responsabile civile Azienda ospedaliera di Padova – quest’ultima limitatamente alla parte civile C. – al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, disponendo una provvisionale di Euro 150.000,00.

In ordine al capo A) dell’imputazione, il Tribunale accertò che l’imputato aveva esautorato il dr. P.G.T. (che da tempo lavorava in reparto come aiuto responsabile della sezione day ospital e aiuto in seconda della sezione dozzinanti) per circa quattro mesi – dal 18 aprile 2006 fino all’intervento del giudice ex art. 700 c.p.c. che lo reintegrò nel suo posto di lavoro – dalle attività chirurgiche (salvo quelle connesse al turno di reperibilità), adottando “un atto di ostracismo… per monito e punizione” per gli atteggiamenti e comportamenti del P.G. che, contro la volontà del primario, aveva voluto partecipare al concorso di seconda fascia per due posti di professore associato, non aveva accettato il relativo risultato che lo aveva visto soccombente rispetto ad altri due medici e aveva poi assunto iniziative sul piano giudiziario.

Il Tribunale valutò arbitraria la condotta dell’imputato, ritenendo le giustificazioni addotte come apparenti e fittizie sussistendo ben altre legittime soluzioni per porre rimedio ai suoi contrasti con il P.: se non avesse riposto in lui fiducia come medico, avrebbe dovuto allontanarlo definitivamente dall’attività sanitaria, mentre invece lo aveva lasciato responsabile nei turni di reperibilità e quando era solo nel reparto; se non lo avesse stimato come persona, lo avrebbe potuto adibire a compiti che non comportavano la compresenza con il direttore.

Per quanto concerne il capo B), il Tribunale accertò che rimputato aveva arbitrariamente esautorato dalle sue attribuzioni il dr. C.A., suo primo aiuto e vicario per nomina del Direttore generale dell’azienda ospedaliera (Delib. n. 140 del 24.2.2005), sostituendolo illegittimamente con il dr Ca. e ponendo il C. in terza posizione nella gerarchia del reparto, così inducendolo a trasferirsi presso l’ospedale di (omissis), con danno irreversibile per la sua attività professionale.

3. La Corte d’appello di Venezia, su impugnazione dell’imputato e del responsabile civile, con la decisione indicata in epigrafe ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l’ A. dal reato di cui all’art. 340 cod. pen. per insussistenza del fatto e confermando la dichiarazione di responsabilità per i reati di abuso d’ufficio; ha ridotto la pena inflitta a un anno di reclusione e la provvisionale da pagare a Euro 70.000,00.

La Corte territoriale, nel rigettare l’appello in ordine alle imputazioni di abuso d’ufficio, ha concluso rilevando che tutte le iniziative adottate dell’imputato nei confronti del P. e del C. furono “frutto di un unico disegno punitivo di persone con le quali erano insorti reali (o presunti) dissidi personali, risolti con decisioni arbitrarie”.

4. Ricorrono per cassazione l’imputato e la responsabile civile Azienda ospedaliera di Padova.

4.1. Il difensore dell’imputato deduce:

a) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), illogicità della motivazione in punto effetti discendenti dai provvedimento adottati dall’imputato (capo B dell’imputazione);

b) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza e contraddittorietà di motivazione quanto alla tipologia e all’effettivo contenuto dei detti provvedimenti, apoditticamente definiti come mezzi di commissione dell’illecito ai danni del dr C.;

c) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 323 c.p. per irrilevanza della violazione di prassi, delle norme contenute in contatti collettivi di lavoro, per l’impossibilità di postulare una violazione di legge con riferimento al D.P.R. n. 761 del 1979, art. 29 e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 (in relazione al capo B);

d) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 323 c.p. per insussistenza dell’elemento soggettivo (in relazione al capo A);

e) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza e contraddittorietà della motivazione relativamente agli interventi dell’imputato di cui al capo A);

f) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), contraddittorietà della motivazione sul tempo del commesso delitto in danno del dr P. e per il travisamento, per omissione, degli specifici riferimenti cronologici emersi dal dibattimento;

g) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 133 c.p., comma 1, n. 2;

h) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza di motivazione circa i parametri di rapporto fra entità del danno ed offerta reale;

i) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), illogicità della motivazione in punto parificazione – con fissazione di identica provvisionale – delle conseguenze dannose asseritamente cagionate al dr P. e al dr. C..

4.2. Il difensore del responsabile civile, Azienda Ospedaliera di Padova, ricorre contro tutte le disposizioni civili della sentenza relative alla condanna in solido con l’imputato in relazione al capo B (risarcimento del danno, pagamento della provvisionale, rifusione delle spese processuali) e deduce:

– violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) in relazione all’art. 323 c.p. e artt. 2043 e ss. c.c. per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e conseguente violazione delle norme sulla responsabilità civile da applicarsi nel processo penale, non essendo attribuibile all’Azienda alcuna responsabilità in ordine ai fatti contestati nell’impugnazione anche per illegittima parificazione tra responsabilità ex artt. 2043-2049 c.c. e responsabilità oggettiva;

– violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) in relazione all’art. 323 c.p. e artt. 2043 e ss. c.c. per mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla responsabilità dell’Azienda.

Motivi della decisione

1. Il ricorso dell’ A. è infondato e va rigettato per le ragioni di seguito esposte nella trattazione dei singoli motivi dedotti dal ricorrente, con l’avvertenza che le considerazioni in diritto valgono per entrambi gli addebiti mossi all’imputato.

2. Rileva innanzitutto il Collegio l’inammissibilità di tutti i motivi con cui il ricorrente deduce vizi di motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e (in particolare lettere a, b, e ed f dei motivi sopra indicati).

I giudici di merito hanno proceduto ad una accurata e approfondita disamina di tutti gli elementi rilevanti acquisiti, dando conto dei criteri di giudizio e esponendo fatti e vantazioni con motivazione completa e coerente, giuridicamente corretta ed indenne da contraddizioni e da vizi logici.

In particolare, lucida e coerente risulta la giustificazione sull’accertamento dei reali motivi ritorsivi personali e professionali che indussero l’imputato ad azioni e atti emarginanti e vessatori nei confronti delle due parti offese, con gravi e negativi effetti sulla loro vita professionale e personale: il dr P. G., dopo quattro mesi di emarginazione professionale, con lesione della sua professionalità e della sua immagine di chirurgo presso pazienti, colleghi, dottorandi e studenti, fu reinserito nella piena attività chirurgica del reparto soltanto a seguito di provvedimento del giudice del lavoro ai sensi dell’art. 700 c.p.c.; il dr. C.A., illegittimamente retrocesso al terzo posto della gerarchia chirurgica, dopo anni di esercizio di qualificata professione presso il reparto di urologia della prestigiosa università di Padova, si rassegnò (a seguito delle ripetute sollecitazioni, pressioni e condotte dell’ A.) a richiedere il più modesto incarico presso l’ospedale di (omissis).

Dalle sentenze dei giudici del merito emerge l’intenzione programmatica dell’ A. che, dopo essere uscito provato e agitato da un colloquio con il Preside della facoltà avvenuto il 10 marzo 2006, informò il dr C. che “avrebbe fatto dei morti professionali” e che tale suo intendimento doveva essere riferito a tutti gli altri in modo che ciascuno sapesse esattamente qual era l’idea del direttore. Di lì a poco seguirono i provvedimenti punitivi nei confronti dei due medici che avevano tenuto atteggiamenti non sintonici con la volontà del primario.

Ne consegue che le deduzioni che mettono in discussione tali accertamenti fattuali, sotto il profilo oggettivo o soggettivo, invocando una “contestualizzazione” dei provvedimenti in contrasto con quanto ritenuto dalla Corte territoriale, si risolvono in censure di fatto inammissibili in questa sede di legittimità.

3. Manifestamente infondati sono la denunciata inosservanza dell’art. 323 c.p. e il dedotto vizio di motivazione (motivo sub d ed anche sub f dell’elenco sopra sintetizzato) in relazione all’elemento soggettivo del contestato reato, commesso ai danno del dr P. G..

Per la configurabilità dell’elemento soggettivo dell’abuso d’ufficio è richiesto il dolo intenzionale, ossia la rappresentazione e la volizione dell’evento come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente. Nel caso in esame le sentenze di merito – che si possono considerare unitariamente – hanno dato conto dell’intenzionalità del dolo, sottolineando la precisa volontà dell’imputato di colpire il P.G. nell’attività più importante e qualificante del chirurgo, sospendendone la crescita professionale e procurandogli danno professionale (mancato esercizio della chirurgia, mancata esperienza, mancati contatti e relazioni connessi all’attività chirurgica), alla reputazione e alla vita di relazione (il medico fu pubblicamente additato come diffamatore e disfattista e poi messo da parte), alla sfera psicologica, per l’effetto di umiliazione e svalutazione in lui determinato.

4. Inammissibile è anche il motivo sub g, con cui si denuncia la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) per erronea applicazione dell’art. 133 c.p., comma 1, n. 2, sull’assunto che uno dei quattro mesi di estromissione del dr P.G. dalle attività chirurgiche andava imputato a periodo feriale. A prescindere dalla mancata specifica deduzione di tale doglianza nell’atto d’appello, il Collegio rileva la manifesta infondatezza della censura, giacchè la gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reatò costituisce soltanto uno degli elementi di cui il giudice deve tenere nella determinazione della pena. Nel caso di specie, la Corte d’appello, nel ridurre l’entità della sanzione inflitta dal Tribunale per meglio adeguarla al caso concreto, ha tenuto in considerazione l’insieme degli elementi elencati nell’art. 133 c.p., e particolarmente la personalità dell’imputato, fissando la pena base in un anno di reclusione, ridotta a otto mesi per le circostanze attenuanti generiche e poi aumentata di un terzo per la continuazione con il capo B) dell’imputazione. In tale contesto, risulta irrilevante perciò la mancata specificazione della durata (tre anzichè quattro mesi) di durata dell’emarginazione della parte offesa.

5. Manifestamente infondato è il motivo sub h), che deduce mancanza di motivazione in ordine al diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 61 c.p., n. 6 in quanto l’offerta reale fatta dall’appellante fu ritenuta dalla Corte d’appello non interamente satisfattiva della pretesa risarcitoria a fronte dell’entità del danno cagionato.

Avendo la Corte territoriale rimesso la quantificazione del danno al separato giudizio dinanzi al giudice civile, non può il ricorrente pretendere esplicita motivazione sulla entità di esso. Poichè il giudice d’appello ha ritenuto di concedere una provvisionale di 70.000 Euro, risulta implicitamente motivato che l’offerta di 50.000 non è interamente satisfattiva, tanto da risultare inferiore alla somma liquidata a titolo di provvisionale.

6. Inammissibile è infine il motivo sub i) che deduce vizio di motivazione sulla somma di Euro 70.000,00, liquidata a titolo di provvisionale in favore sia del dr C. sia del dr P..

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, la pronuncia circa l’assegnazione di una provvisionale in sede penale ha carattere meramente delibativo e non acquista efficacia di giudicato in sede civile, mentre la determinazione dell’ammontare della stessa è rimessa alla discrezionalità del giudice del merito che non è tenuto a dare una motivazione specifica sul punto. Ne consegue che il relativo provvedimento non è impugnabile per cassazione in quanto, per sua natura insuscettibile di passare in giudicato, è destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento (Cass. n. 34791/2010, Rv. 248348, **********; n. 5001/2007, Rv. 236068, *******; n. 40410/2004, Rv. 230105, Farina).

7. Ammissibile, ma privo di fondamento, è invece il motivo sintetizzato sub c), variamente articolato nel ricorso dell’ A. nelle pagine da 9 a 25, con cui si deduce erronea applicazione dell’art. 323 c.p., con riferimento al capo B) dell’imputazione, per irrilevanza della violazione di prassi, delle norme contenute in contatti collettivi di lavoro, per l’impossibilità di postulare una violazione di legge.

Contrariamente a quanto si assume in ricorso, la sussistenza del reato di abuso d’ufficio in danno del dr C. (come del dr P.) non è stata ritenuta per avere l’imputato procurato intenzionalmente un danno ingiusto alla parte offesa in violazione di una prassi o di norme contenute in contratti collettivi di lavoro, bensì per precise violazioni di legge.

Il riferimento a prassi o a disposizioni di contratti collettivi, contenuto nella sentenza impugnata o in quella di primo grado, non vizia minimamente il ragionamento giuridico svolto dai giudici del merito, avendo essi assunto la violazione delle procedure e delle previsioni di contratto collettivo come indici sintomatici di violazioni di leggi, la cui applicabilità è stata infondatamente contestata dal ricorrente, a cominciare dal D.P.R. n. 781 del 1979, art. 29, D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15.

Va innanzitutto ribadita la correttezza del riferimento operato dai giudici del merito al D.P.R. n. 3 del 1957, art. 13, comma 3, in ordine alla violazione da parte dell’imputato del dovere di collaborazione.

Tale norma, che impone ad un pubblico dipendente un particolare dovere di collaborazione con tutti coloro che operano nella struttura amministrativa in cui egli è inserito, è ancora in vigore per i dirigenti medici, in quanto – nonostante la previsione del D.Lgs. n. 3 del 1993, art. 2 e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2 – la contrattazione collettiva per la dirigenza medica non ha mai disciplinato la materia e, perciò, non ha determinato la disapplicazione dell’art. 13. Questo, dunque, continua a disciplinare il comportamento del pubblico dipendente dirigente medico.

Da tale articolo, peraltro, secondo la condivisibile giurisprudenza del Consiglio di Stato, “deve desumersi una volontà normativa più ampia di quanto non possa apparire dalla formula letterale, per quanto riguarda i soggetti cui si riferisce il comma 3 dell’art. 13 cit., in modo cioè da ricomprendervi non soltanto superiori e colleghi in senso stretto, ma tutti coloro i quali siano chiamati ad assolvere, per conto della amministrazione di appartenenza, compiti sia pure indirettamente attinenti all’attività di organizzazione dell’ufficio cui il dipendente appartiene” (Consiglio di Stato, Sez. 4 Sent. n. 466 del 30/05/1994).

Anche la giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato il perdurante vigore del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 13, sia in ambito di personale pubblico non contrattualizzato (Cass. Sez. 6, n. 1777/2006, Rv. 233114, Abeysundera), sia in ambito di dirigenza medica, facendone specifica applicazione proprio con riferimento a caso analogo a quello in esame, ritenendo che il “primario di un ospedale è tenuto, quale pubblico dipendente, a prestare la sua opera in conformità delle leggi ed in modo da assicurare sempre l’interesse della pubblica amministrazione, in particolare ispirandosi nei rapporti con i colleghi, ai sensi dell’art. 13 dello statuto degli impiegati civili dello Stato, al principio di una assidua e solerte collaborazione. Sussiste, pertanto, il reato di abuso di ufficio con violazione di legge, secondo la nuova formulazione dell’art. 323 cod. pen., allorchè il medesimo ponga in essere comportamenti di vessazione ed emarginazione dei medici del reparto che non assecondano le proprie scelte” (che – nel caso in allora esaminato – erano volte a dirottare pazienti dall’ospedale ad una clinica privata) (Cass. n. 3704/1999) Rv. 213027, *****), mentre nel caso oggi in esame erano finalizzate ad una gestione autoritaria e “baronale” della clinica urologica sino alla punizione di due qualificatissimi professionisti, emarginandoli al fine di punirli ed indurli ad abbandonare la clinica padovana per altre destinazioni (finalità raggiunta per quanto riguarda il C. e fallita per il P. grazie all’intervento del giudice del lavoro).

7.1. Infondate sono pure le censure che il ricorrente ha avanzato in ordine alla ritenuta applicabilità del D.P.R. n. 781 del 1979, art. 29 e D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52 e del D.P.R. n. 761 del 1979, art. 63. Osserva il Collegio che, nel rapporto di pubblico impiego, pur privatizzato, e nella relativa contrattazione collettiva di carattere privatistico, permangano caratteri di specialità, da cui si deduce una particolare pregnanza e precettività del dovere di imparzialità nella concreta gestione dei rapporti di lavoro, come più volte ha sottolineato la Corte costituzionale (sentenze nn. 120/2012, 146/2008, 104/2007, 82/2003).

A tal proposito viene in rilievo l’art. 97 Cost.. La giurisprudenza di legittimità ha sovente negato che il reato di abuso d’ufficio possa sussistere nella forma della violazione del predetto articolo, nella parte in cui ha natura meramente programmatica e, perciò, generica e inutilizzabile in campo penale per la necessità di precisa e tassativa descrizione della norma incriminatrice.

Questa Corte ha, però, ritenuto che l’art. 97 Cost. può costituire parametro di riferimento per il reato di abuso d’ufficio nella parte in cui esso esprime un carattere immediatamente precettivo, in relazione all’imparzialità dell’azione del funzionario pubblico, che, nel suo nucleo essenziale, si traduce “nel divieto di favoritismi e, quindi nell’obbligo per l’amministrazione di trattare tutti i soggetti portatori di interessi tutelabili con la medesima misura” (Cass. n 25162/2008. Rv. 239892, *******).

E’ stato perciò condivisibilmente ritenuto che nella fattispecie di cui all’art. 323 c.p., il requisito della violazione di norme di legge può essere integrato anche soltanto dall’inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della P.A., per la parte in cui esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi che impone al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio una precisa regola di comportamento di immediata applicazione (cfr. in termini: nn. 2745372011, Rv. 250422, *********** e 25162/2008, Rv. 239892, *******; e, più in generale, anche n. 9862/2009, Rv. 243532, *******; n. 155/2011, Rv. 251498; *****; Sez. 2, Sentenza n. 35048/2008, Rv. 243183, *******).

Ovviamente tale principio, già affermato per l’ipotesi di favoritismo, deve applicarsi anche al caso di vessazione, emarginazione e discriminazione motivata da ritorsione e finalizzata a procurare un ingiusto danno.

7.2. Si legge nella sentenza impugnata che “l’ A., da un lato, tolse al esternino la tenuta delle agende della sala operatoria e la relativa formazione degli organigrammi (e ciò era strumentale anche all’esclusione dagli stessi del dr. P.), attività per tradizione e per prassi affidate al vicario; dall’altro, stabilì che quest’ultimo lo potesse sostituire solamente in caso di contemporanea assenza sua e del terzo in ruolo, dr. Ca.”.

Ciò che rileva, in quest’ultima disposizione, non è di per sè la compilazione delle “agende”, bensì – attraverso l’ordine di servizio sulla preparazione dell’organigramma di reparto – la retrocessione del C. al terzo posto, così vanificando illegittimamente il ruolo di vicario.

Correttamente la Corte d’appello, analizzando l’ordine di servizio n. 96/06 del 29 agosto 2006, avente ad oggetto “organigramma attività di reparto” ha ritenuto che la disposizione data dal direttore A. (secondo cui il dr. C. subentrava soltanto in caso di assenza simultanea del Direttore e del dr. Ca.) trasformò in vicario il dr. Ca., retrocedendo illegittimamente il dr. C. e così determinando l’ingiustificata umiliazione e la perdita della posizione lavorativa da lui raggiunta, senza alcuna reale ragione organizzativa, ma soltanto per ritorsione nei suoi confronti.

Tale ordine di servizio, oltre a violare il D.P.R. n. 781 del 1979, artt. 29, D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52 e D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15, contrastava espressamente la delibera n. 140 del 24.2.2005 del Direttore generale, che aveva nominato il dr C. vicario del primario-direttore dell’unità operativa di urologia, e con le vincolanti procedure che (già oggetto in precedenza di norma primaria) erano previste dall’art. 11, comma 1, del contratto nazionale collettivo dell’area della dirigenza medico-veterinaria del servizio sanitario nazionale sottoscritto il 3 novembre 2005, per la nomina del sostituto. La “sostituzione” è infatti affidata all’azienda ospedaliera (e perciò al Direttore generale) su indicazione del responsabile della struttura complessa entro il 31 gennaio di ciascun anno. L’ A., pertanto, non aveva alcun potere di disporre modificazioni di tale provvedimento ed avrebbe dovuto attendere l’anno successivo per indicare il nome di un altro dirigente della medesima struttura diverso dal C..

Le elencate inosservanze vengono in rilievo come elementi di fatto, mentre sul piano normativo ai fini dell’art. 323 c.p., rileva la palese violazione dell’art. 97 Cost. nella parte immediatamente precettiva, che impone, come si è innanzi sottolineato, a ogni funzionario pubblico, nell’esercizio delle proprie funzioni, di non usare il potere che la legge gli conferisce per compiere deliberati favoritismi e procurare ingiusti vantaggi patrimoniali ovvero per realizzare intenzionali vessazioni o discriminazioni e procurare ingiusti danni, come quelli che, secondo la motivata ricostruzione dei giudici del merito, hanno caratterizzato la vicenda in questione ad opera dell’imputato.

8. Le ragioni sopra indicate rendono infondato anche il ricorso presentato dall’Azienda ospedaliera di Padova, responsabile civile, i cui motivi ripercorrono le doglianze dell’ A. in ordine al capo B).

Infondate sono altresì le doglianze più specificamente attinenti alla responsabilità dell’azienda ospedaliera, affermata – fuori da ogni ipotesi di responsabilità oggettiva – in considerazione dell’indiscutibile potere di vigilanza che all’azienda spettava sul suo dipendente A., vigilanza che non risulta essere stata esercitata con efficienza ed efficacia così da impedire la condotta illegittima dell’imputato e, comunque, rimediare con immediatezza agli effetti determinati da tale condotta.

9. Al rigetto dei ricorsi segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione verso le parti civili delle spese, liquidate come da dispositivo.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Condanna altresì il ricorrente A. a rifondere alle parti civili P.G.T. e C. A. le spese sostenute in questo grado e liquidate, per ciascuno, in Euro 4.200,00, oltre accessori di legge.

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Nulla la notifica dei Carabinieri fatta al difensore di fiducia dal fax rotto (Cass. pen. n. 41083/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con ordinanza del 18.1.2012, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Palmi dispose la custodia cautelare in carcere di P.R., indagato per più episodi di tentata estorsione aggravata in concorso con R.F..

Avverso tale provvedimento l’indagato propose istanza di riesame, e il Tribunale di Reggio Calabria, con ordinanza del 10.2.2012, confermava l’ordinanza impugnata.

Ricorre per cassazione P.R., deducendo la violazione dell’art. 309 c.p.p., comma 8, per omesso avviso al difensore di fiducia. All’udienza del 9.2.2012 il difensore era assente, non essendogli stato notificato l’avviso di fissazione di udienza. Da un controllo degli atti contenuti nel fascicolo è poi emerso che i Carabinieri di ******** avevano ricevuto il fax per l’adempimento in data 3.2.2012, ma non avevano effettuato alcuna notifica; il dispositivo fax in uso alla Stazione non era funzionante sin dal 1.2.2012, e quindi nonostante l’attestazione di ricevuta fax riportasse esito positivo, i Carabinieri di ******** non avevano ricevuto alcunchè. Su richiesta dello stesso difensore, il Comandante rilasciava attestazione relativa al malfunzionamento dei macchinari fax, dichiarazione allegata in copia al ricorso.

Chiede pertanto l’annullamento dell’ordinanza.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato, e va accolto.

Risulta dagli atti del procedimento – che questa Corte può esaminare essendo state dedotte violazioni di natura processuale sulle quali il giudice di legittimità è giudice del fatto – che è stata regolarmente inviata dal Tribunale ai Carabinieri di ******** la richiesta di comunicazione della data dell’udienza al difensore, che la stessa è apparentemente pervenuta come da attestazione di ricevuta fax, ma che poi nessuna notifica è stata effettuata dagli stessi al difensore, a nulla rilevando – ai fini del procedimento – l’omissione sia dovuta a un malfunzionamento dell’apparato fax presente nella Stazione dei Carabinieri.

E’ evidente, infatti, che nella fattispecie è stata violata la disposizione di cui all’art. 309 c.p.p., comma 8, nella parte in cui assegna alla difesa tre giorni liberi tra la data di udienza per il riesame e la notifica del relativo avviso al difensore, violazione che è causa di nullità assoluta ed insanabile dell’ordinanza eventualmente resa dal tribunale (cfr. Cass. Sez. 6^, Sent. n. 47791/2003, Rv. 228444).

L’ordinanza impugnata va pertanto annullata per il rilevato vizio procedurale, ma la stessa, in quanto intervenuta nel termine di cui all’art. 309 c.p.p., comma 10 non determina la inefficacia della misura impugnata, posto che tale sanzione è collegata solo alla circostanza che nessun provvedimento sia stato adottato dal tribunale entro dieci giorni dalla ricezione degli atti (come da giurisprudenza costante, v. Cass. Sez. 2^, Sent. n. 30015/2009 Rv. 244720; Sez. un., 7 marzo 19%, ********, RV 203772).

Poichè dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter – che copia della stessa sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato si trova ristretto perchè provveda a quanto stabilito dal citato art. 94, comma 1 bis.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata, e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Reggio Calabria.

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Emissione di più fatture false nello stesso periodo d’imposta: si considera come un solo reato (Cass. pen. n. 41488/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza in data 11.11.2011 il Tribunale di Sondrio rigettava la richiesta di riesame proposta da M. P. avverso l’ordinanza del GIP del Tribunale di Sondrio del 14.9.2011.
Premetteva il Tribunale che, con decreto del P.M. del 9.9.2011, era stato disposto il sequestro preventivo d‘urgenza del conto corrente n. 35809 intestato a C. srl, società cartiera per fraudolente transazioni in danno dell’erario nell’ambito del commercio di autoveicoli, ravvisandosi, sulla base di un’informativa della G.d.F., a carico del P., amministratore della società, la violazione degli artt. 416 c.p., 485 c.p. e degli artt. 5, 8 e 10 D.L.vo n.74/2000. Il GIP, con l’ordinanza impugnata, aveva convalidato l’operato del P.M. e disposto il sequestro preventivo del conto corrente.
Tanto premesso, riteneva il Tribunale infondata la richiesta di riesame, non essendovi dubbi che la mera disponibilità del deposito bancario, intestato a società fittizia amministrata dall’indagato, potesse aggravare o protrarre le conseguenze del reato, e sussistendo il fumus dei reati contestati in base alle attività di indagini della G.d.F. L‘ipotesi del ne bis in idem non aveva poi alcun fondamento, procedendosi per reati diversi da quelli oggetto del processo pendente presso il Tribunale di Milano e risultando diverse le annualità considerate e le condotte poste in essere.
2. Ricorre per cassazione M. P., denunciando la violazione dell’art. 649 c.p.p.
Risulta dimostrato, sulla base della documentazione depositata davanti al riesame, che il conto corrente, oggetto del provvedimento di sequestro, era stato già sequestrato da parte di altra autorità giudiziaria (provvedimenti del GIP di Milano del 22.2.2006 e 13.2.2006 nell’ambito del procedimento n. 7547/2005, definito con sentenza di applicazione pena del 22.7.2010, irrevocabile, in relazione alla emissione di fatture per operazioni soggettivamente ed oggettivamente inesistenti negli anni 2004, 2005 e fino all‘aprile 2006). Le somme di denaro, di cui ai sequestri preventivi disposti in quel procedimento, non erano state confiscate ed il G.E., con provvedimento del 15.9.2011, ne aveva disposto la restituzione.
Il che significa che le somme presenti sul c/c sono confluite in esso prima del febbraio 2006 (data dei provvedimenti di sequestro) e che il P. ha patteggiato la pena in relazione al reato di cui all‘art. 8 D.L.vo 74/2000 commesso fino all’aprile 2006.
Evidente, pertanto, è la violazione del principio del ne bis in idem e quindi l’inesistenza del fumus commissi delicti. Contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale vi è perfetta corrispondenza anche temporale tra i reati contestati nel procedimento di Milano ed i reati ipotizzati dall’A.G. di Sondrio (fino all’aprile 2006).
Peraltro il Tribunale ha omesso di motivare in ordine al rapporto di pertinenzialità tra i reati ipotizzati ed il denaro sequestrato (pertinenzialità certamente insussistente dal momento che nessuna operazione di c/c risulta effettuata in epoca successiva al febbraio/aprile 2006 (periodo coperto dal giudicato).

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.
2. In ordine all’eccepita violazione del principio del ne bis in idem, correttamente il Tribunale ha ritenuto che i reati ipotizzati dal P.M. nel decreto di sequestro preventivo d’urgenza fossero in parte diversi (art. 416 e 485 c.p., art. 10 D.L.vo 74/2000) ed in parte riferiti ad annualità diverse (in relazione agli artt. 5 e 8 D.L.vo 74/2000) rispetto a quelli oggetto della sentenza del GIP del Tribunale di Milano del 22.7.2010, irrevocabile.
Quanto, però, al reato di cui all’art. 8 D.L.vo 74/2006 in riferimento all’emissione di fatture per operazioni inesistenti nell’anno 2006, non ha tenuto conto il Tribunale che, a norma del comma 2 del medesimo articolo 8, ai fini dell’applicazione della disposizione prevista dal comma 1, l’emissione o il rilascio di più fatture o documenti per operazioni inesistenti nel corso del medesimo periodo di imposta si considera come un solo reato.
Sotto l’imperio della precedente disciplina di cui alla L. 516/1982 la prevalente giurisprudenza riteneva che il reato di cui al n. 5 dell‘art. 4 si consumasse “appena la
fattura falsa è emessa o utilizzata; se le fatture sono più d’una, i reati sono molteplici, anche se unificabili nel vincolo della continuazione”- cfr. Cass. pen. sez. 3, 13.11.1997 n. 10207- (in motivazione si precisava che la tesi contraria, secondo cui il reato è unico per tutte le fatture emesse nello stesso periodo di imposta, sarebbe sostenibile soltanto se la frode fiscale fosse un reato di evento a dolo generico, integrato solo con il conseguimento del risultato tributario-evasione o indebito rimborso).
I dubbi interpretativi manifestatisi non hanno più ragion d’essere alla luce del chiaro disposto normativo di cui al comma 2 dell’art. 8 D.L.gvo 74/2000 che, come si è visto, considera “unitario“ il reato anche in presenza della emissione, nel corso del medesimo periodo di imposta, di una pluralità di fatture per operazioni inesistenti.
Per il reato di cui all’art. 8 D.L.vo 7472000, relativamente alle fatture emesse fino al febbraio dell’anno 2006, si era, pertanto, già formato il giudicato.
3. Con la richiesta di riesame si deduceva, altresì, che le somme depositate sul conto corrente n. 35809 erano state gia oggetto dei sequestri preventivi in data 13.2.2006 e 22.2.2006 e che tutte le disponibilità presenti su detto c/c (fino alla confluenza nel Fondo Unico Giustizia) erano frutto di operazioni compiute sino al febbraio 2006, e, quindi, riguardavano fatti coperti dal giudicato della sentenza 22.7.2010. Sicché tali somme non potevano essere in rapporto di pertinenzialità con i fatti per i quali il P. era indagato dalla Procura di Sondrio (pag. 6, 7 richiesta riesame).
3.1. Il Tribunale ha omesso ogni esame sul punto, prescindendo dal rapporto di pertinenzialità come se si trattasse di sequestro disposto ai fini della confisca ex art. 321 co. 2 c.p.. Tale sequestro costituisce figura specifica ed autonoma che si propone come distinto rimedio rispetto al sequestro preventivo regolato dal comma 1. La particolarità di tale mezzo cautelare reale consiste nel fatto che per l’applicabilità di esso non occorre necessariamente la sussistenza dei presupposti di applicabilità previsti dal comma 1, ma basta il presupposto della confiscabilità, la quale non è subordinata alla pericolosità sociale dell’agente. Ciò che si richiede — ma solo nel caso di confisca facoltativa – è che il giudice dia ragione del potere discrezionale di cui abbia ritenuto di avvalersi…” (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 6, 17.3.1994 n.151; conf. Cass. sez. 6 n. 4144 del 21.10.1994; Cass. sez. 3 n. 1810 del 2.5.2000).
In particolare, in relazione alla confisca per equivalente prevista dall’art.322 ter cod. pen. e, quindi, al sequestro preventivo ad essa finalizzato, è stato esclusa la necessità di un nesso di pertinenzialità tra i beni da confiscare ed il reato addebitato al soggetto che ne dispone (cfr. Cass. sez.6 n. 31692 del 5.6.2007, Cass. sez. 6 n. 11902 del 27.1.2005 cit.; Cass. sez. 6 n. 7250 del 19.1.2005).
3.2. Risulta chiaramente dallo stesso decreto di sequestro preventivo d’urgenza del P.M., poi convalidato dal GIP che si faceva, invece, riferimento all’art. 321 co. 1 c.p.p.. Si legge nella motivazione di detto provvedimento: “Il predetto c/c bancario n. 35809 acceso presso l’agenzia n.9 della Banca (omissis), intestato alla società C. srl, con sede a Sondrio era stato già oggetto di sequestro nell’ambito del p.p. 7547/05 RGNR della Procura della Repubblica di Milano conclusosi con patteggiamento senza alcun provvedimento di confisca del conto tanto che appare fondato il periculum in mora che le disponibilità finanziarie ivi depositate, costituenti il prezzo, il prodotto o il profitto del reato, possano essere movimentate velocemente degli indagati”.
Il Tribunale, quindi, non poteva prescindere dall’accertamento della sussistenza del requisito della pertinenzialità, stante l’espressa contestazione contenuta, in proposito, nella richiesta di riesame.
4. L’ordinanza impugnata va, pertanto, annullata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Sondrio.

 

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Sondrio
Cosi deciso in Roma il 4.10.2012

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Responsabilità di un socio amministratore di una snc per annegamento di un proprio dipendente (Cass. pen. n. 41063/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 14/12/2011 il G.U.P. del Tribunale di Milano, all’esito dell’udienza preliminare, emetteva sentenza di non luogo a procedere nei confronti di M.C.P. in relazione al delitto di omicidio colposo aggravato in danno dell’operaio N. G..

Al M. e ad altri imputati, era stato addebitato che, con condotte indipendenti e causalmente rilevanti nella produzione dell’evento, operando, mediante le rispettive imprese, presso il cantiere edile per la costruzione di edificio multipiano polifunzionale, sito in (omissis), avevano determinato la morte del N., dipendente della “Eredi Micheletti” s.n.c., per annegamento, con colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza di norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro; in particolare, relativamente al M. (ed al M.L.), nella loro qualità di soci amministratori della soc. “Eredi Micheletti” e quindi di datori di lavoro, operando come subappaltatori (della “Colombo Costruzioni” s.r.l.) per la fornitura e posa di materiale metallico (in particolare posa di angolari eseguiti a misura e chiusini in ghisa per la chiusura delle camere dei pozzi di emungimento funzionali all’impianto di climatizzazione degli edifici in costruzione), avevano omesso di prendere le misure necessarie per tutelare la sicurezza dei lavoratori, non cooperando con gli altri datori di lavoro delle imprese operanti sul medesimo cantiere all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi, anche attraverso l’informazione reciproca al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese; segnatamente avevano omesso di verificare che fossero adottate e rispettate adeguate procedure di sicurezza per le lavorazioni da svolgere in prossimità e all’interno delle camere dei pozzi di emungimento, nelle quali erano destinati ad essere impiegati i loro dipendenti. Cosicchè mentre il N. si trovava presso il cantiere al fine di verificare i lavori da svolgersi presso il pozzo n. 7, si introduceva nella camera del tombino, ove si trovava l’imbocco del pozzo che, dopo l’esecuzione di lavori di competenza della “Varese Impianti” s.r.l., era stato coperto solo con pannelli di polisterene da parte del personale di quest’ultima società; in tale frangente il N., a causa della scarsa illuminazione della zona e tratto verosimilmente in inganno dalle dimensioni e dal colore di tali pannelli (uguali quelli delle tavole in armatura), vi poggiava i piedi sopra, ma i pannelli cedevano sotto il suo peso, facendolo precipitare all’interno del pozzo, profondo 36 metri, di cui gli ultimi 18 metri riempiti con acqua di falda, con conseguente decesso del medesimo per annegamento (acc. in (omissis)).

Ha ritenuto il G.U.P. che il proscioglimento si imponeva per ragioni formali e sostanziali.

Infatti, dal verbale di assemblea dei soci del 4.9.2009, risultava la volontà espressa e formale dell’assemblea di riconoscere al M.L. “anche la nomina di datore di lavoro, così come definito dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 2, lett. b”, in tal modo attribuendogli anche le funzioni di vigilanza e prevenzione, in virtù dei poteri specifici e delle competenze del datore di lavoro.

Sulla base di ciò ha ritenuto il giudice di merito che il solo M.L. era da considerare datore di lavoro e, quindi, titolare in via esclusiva della posizione di garanzia e dei connessi poteri di vigilanza e di protezione.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, lamentando la erronea applicazione della legge penale, in quanto l’imputato, in quanto socio amministratore della s.n.c. era da considerare datore di lavoro e non risultava alcuna formale delega di poteri, ai sensi del D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 16 e 17, idonea ad esonerarlo dalle sue responsabilità.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato.

3.1. Ai sensi del D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 2, lett. b) viene definito “datore di lavoro” il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Nel caso che ci occupa, come osservato dal ricorrente, non vi è dubbio che l’imputato avesse, alla data del fatto, la veste di datore di lavoro, considerato che da visure camerali, risultava essere rappresentante ed amministratore della società di persone “Eredi Micheletti” s.n.c..

Pertanto erroneamente il G.U.P. ha ritenuto l’imputato non essere titolare di tale funzione in ragione di una delibera assembleare, in quanto la attribuzione della qualità di datore di lavoro è stabilita per legge e, pertanto, non è derogabile convenzionalmente.

3.2. Sul datore di lavoro, come sopra individuato, grava, ai sensi dell’art. 18 del D.Lgs. cit, la posizione di garanzia del rispetto delle norme antinfortunistiche. Sul punto questa Corte di legittimità ha più volte ribadito che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la posizione di garanzia del datore di lavoro, è inderogabile quanto ai doveri di vigilanza e controllo per la tutela della sicurezza, in conseguenza del principio di effettività, il quale rende riferibile l’inosservanza alle norme precauzionali a chi è munito dei poteri di gestione e di spesa (Cass. 3, 29229/2005, ********); inoltre, che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza, ha l’obbligo non solo di predisporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all’art. 2087 cod. civ., egli è costituito garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro (Cass. 4, 20595/2005, **********).

3.3. Ciò detto, va anche ricordato che il datore di lavoro ha la possibilità, attraverso una “delega”, di trasferisce in capo ad altro soggetto poteri ed obblighi originariamente appartenenti al delegante in materia di sicurezza sul lavoro. In sostanza il datore può trasferire in capo ad altro soggetto la sua posizione di garanzia. La delega di funzioni, in passato prevista dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 1, è ora disciplinata esplicitamente nel D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 16 e 17.

Le predette disposizioni prevedono stringenti requisiti formali e sostanziali per la validità della delega: a) che risulti da atto scritto; b) che il delegato possegga i requisiti di professionalità ed esperienza per lo svolgimento del compito; c) che attribuisca al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate; d) che essa attribuisca al delegato l’autonomia di spesa necessaria; e) che la delega sia accettata dal delegato per iscritto.

Ne consegue da quanto detto che la Delib. assembleare del 4/9/2009 (priva di data certa e non annotata sui pubblici registri), richiamata nella sentenza di proscioglimento, con la quale è stata riconosciuta al M.L. la “nomina” a datore di lavoro, con attribuzione di funzioni di vigilanza e di prevenzione, anche a volerla considerare una delega, per la sua genericità non è idonea a trasferire la posizione di garanzia gravante sull’amministratore ****** (datore di lavoro ai sensi del cit. art. 2).

Dal che un’ulteriore erronea applicazione della legge da parte del giudice di merito.

Va osservato peraltro che più volte, questa Corte di legittimità, ha ribadito che la delega di funzioni non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite in ordine alla correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10702 del 01/02/2012 Ud. (dep. 19/03/2012), Rv. 252675). Sul punto la sentenza impugnata è assolutamente carente di motivazione.

Alla luce di quanto detto, in accoglimento del ricorso, si impone l’annullamento della sentenza, con rinvio al Tribunale di Milano che si uniformerà ai principi sopra enunciati.

 

P.Q.M.

La Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Milano.

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Inammissibile il ricorso in appello in Cassazione sottoscritto da difensore non iscritto all’albo speciale(Cass. n. 41025/2012)

Redazione

Corte di Cassazione Penale n. 41025/2012, sez. V del 19/10/2012

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza in data 14 luglio 2010 il giudice di pace di Catanzaro ha dichiarato A. R., A. M. e R. R. colpevoli, in concorso tra loro, del delitto di lesioni volontarie lievissime ai danni di S. A. li ha perciò condannati alla pena di euro 400,00 di multa ciascuno.
2. Hanno interposto tre separati appelli gli imputati,

ciascuno lamentando errata interpretazione dei dati probatori e il R. inoltre, carenza e illogicità della motivazione.
2.1. Trattandosi di sentenza inappellabile, perché recante condanna alla sola pena pecuniaria, gli atti sono stati trasmessi a questa Corte Suprema per il giudizio dl cassazione.
 
Considerato in diritto
1. In via del tutto preliminare corre l’obbligo di rimarcare che i ricorsi nell’interesse degli imputati R. R. e A. M. risultano essere stati proposti rispettivamente dall’Avv. *** e dall’Avv. ***, i quali non risultano iscritti all’albo dei patrocinanti davanti alla Corte di Cassazione. I gravami così attivati nell’interesse dei menzionati imputati devono dunque considerarsi inammissibili ai sensi dell’art. 613 cod. proc. pen.; infatti, secondo un principio ripetutamente affermato da questa Corte Suprema, la necessità della sottoscrizione, a pena di inammissibilità, del ricorso per cassazione da parte di difensore iscritto nell’apposito albo speciale opera anche nel caso di qualificazione in ricorso di un atto proposto come appello (così Sez. 3, n. 16703 del 12/01/2011, *******, Rv. 249985; v. anche Sez. 1, n. 38293 del 16/09/2004, ******, Rv. 229737).
2. Del pari inammissibile, ma per altre ragioni, è il ricorso proposto nell’interesse di A. R. Infatti le censure con esso elevate, anche là dove apparentemente s’indirizzano a denunciare pretesi vizi della motivazione, si traducono in realtà nella sollecitazione di un riesame del merito – non consentito in sede di legittimità — attraverso la rinnovata valutazione degli elementi probatori acquisiti.
2.1. Il giudice di pace ha dato conto delle ragioni che l’hanno indotto a ravvisare la corresponsabilità del R. nella consumazione del reato di lesione personale volontaria ai danni di S. A.; a tal fine ha valorizzato non soltanto le dichiarazioni della persona offesa, ritenute attendibili in quanto lineari e non inquinate da sentimenti di astio, ma altresì la deposizione del teste ******** tali emergenze il giudicante ha tratto il convincimento che il R. avesse attivamente partecipato all’aggressione nei confronti dell’A., sferrandogli pugni e calci in concorso coi due coimputati R. e M.
2.2. Della linea argomentativa così sviluppata il ricorrente non segnala alcuna caduta dl consequenzialità, che emerga ictu oculi dal testo stesso del provvedimento; mentre il suo tentativo dl screditare le emergenze probatorie a suo carico si risolve nella prospettazione del fatto storico alternativa a quella fatta motivatamente propria dal giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione.
3. Alla declaratoria dl inammissibilità dei ricorsi conseguono, per ciascun ricorrente, le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen..
 
P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti singolarmente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore
della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 12/07/2012.

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Costa Concordia: la Cassazione conferma l’estromissione dall’incidente probatorio dei soggetti danneggiati dal reato (Cass. pen. n. 41065/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Il 3.3.2012 nell’ambito del procedimento penale a carico di Sc.F. ed altri, veniva celebrata l’udienza per lo svolgimento dell’incidente probatorio avente ad oggetto l’espletamento di una perizia collegiale disposta dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto.
Su eccezione formulata dalla difesa dello Sc. il Giudice per le indagini preliminari disponeva l’estromissione dall’incidente probatorio dei “soggetti intervenuti ai sensi dell’art. 91 cod. proc. pen.” ritenendo che nell’ambito delle indagini preliminari i soggetti danneggiati dal reato a differenza delle persone offese dal reato non abbiano diritto di partecipare al procedimento, acquisendo rilievo processuale il profilo connesso al diritto al risarcimento dei danni solo dal momento dell’esercizio dell’azione penale.
Con successivi provvedimenti adottati rispettivamente il 9, il 16 ed il 22.3.2012 il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto disponeva che i difensori degli indagati e delle persone offese non partecipassero alle riunioni dei periti autorizzando i soli consulenti di parte ad assistere alle attività peritali, e che il materiale probatorio posto a disposizione dei periti non lo fosse anche per i consulenti di parte.
2. Ricorrono per cassazione con unico atto il Codacons l’Associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario Ca.E. e Fa.P., lamentando l’abnormità per eccesso di potere giurisdizionale dell’ordinanza del 3.3.2012 e degli altri provvedimenti successivamente a tale data assunti dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto.
2.1. Dopo aver esposto che i ricorrenti ebbero a costituirsi nel procedimento de quo con atti del 20.1., 20.2., 3.3. e 6.3.2012, sul presupposto della propria qualità di persone offese del reato e che il Giudice per le indagini preliminari diede avviso ai difensori delle persone offese in parola della fissazione dell’udienza per l’incidente probatorio si censura che all’udienza del 3 marzo il giudice abbia negato tale qualità, che gli esponenti al contrario rivendicano anche sul rilievo dell’essere quello previsto dall’art. 733-bis cod. pen. uno tra i reati oggetto di iscrizione nel registro delle notizie di reato a carico dello Sc..
Con riferimento alle ordinanze del 9 e del 16 marzo con le quali venne rigettata l’istanza di rendere disponibili ai consulenti tecnici di parte copia dei materiali probatori consegnati ai periti e non venne consentito ai difensori delle persone offese (ovvero i ricorrenti) di assistere alla riunione dei periti, si denuncia la violazione dell’art. 401 cod. proc. pen. e comunque del diritto del difensore di partecipare allo svolgimento delle operazioni peritali. In ogni caso si denuncia l’omessa o carente motivazione del provvedimento impugnato.
Anche l’ordinanza del 22 marzo, con la quale si rigettavano le eccezioni di nullità dei precedenti provvedimenti, viene impugnata per essere, come i precedenti provvedimenti ed in unione con gli stessi, atto abnorme, in quanto pur non essendo atto extra ordinem è comunque atto che rivela lo sviamento o l’eccesso di potere giurisdizionale.
2.2. Con memoria depositata il 3.7.2012 i ricorrenti svolgono alcune puntualizzazioni, sollecitate anche dalla requisitoria scritta presentata dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, il quale ha eccepito:
1) il difetto di legittimazione del Codacons e dell’associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario perché l’incidente probatorio è stato richiesto in riferimento al reato di cui all’art. 449, co. 2 cod. pen. e non anche per il reato di cui all’art. 733-bis cod. pen.;
2) la tardività del ricorso rispetto all’ordinanza pronunciata il 3.3.2012;
3) la natura meramente ordinatoria del provvedimento con il quale si è negata la copia del materiale probatorio posto a disposizione dei periti e pertanto l’inoppugnabilità del medesimo;
4) la conformità dell’ordinanza adottata il 22.3.2012 alle disposizioni dell’art. 401 cod. proc. pen..
Ad avviso degli esponenti, il diritto di partecipare all’incidente probatorio compete a tutte le persone offese presenti nel procedimento penale di cui trattasi; trattandosi di unico fatto materiale (il naufragio o la sommersione) la posizione delle persone offese dai diversi reati non può essere mutevole; entrambe le associazioni in parola hanno tra le loro finalità istituzionali la tutela dei diritti e degli interessi rispettivamente degli utenti e dei consumatori e degli utenti di ogni tipo di trasporto, di talché risultano persone offese del reato di cui all’art. 449, co. 2 cod. pen..
Quanto alla ritenuta parziale tardività del ricorso, si osserva che Fa.P. non era presente all’udienza del 3.3.2012, non era costituita e non aveva nominato un difensore (avendo proceduto a tali adempimenti il 6.3.12) e quindi non sussisterebbe la rilevata tardività, in ogni caso insussistente per la parte del ricorso concernente i provvedimenti emessa dal 9.3.2012 in avanti. Si rileva, peraltro, che parte della giurisprudenza di legittimità ritiene che gli ordinari termini di impugnazione non siano applicabili al ricorso avverso provvedimento abnorme. Si puntualizza, inoltre, che con il ricorso non si è inteso sostenere che ciascuno degli atti del Giudice per le indagini preliminari segnalati sia abnorme, ma che è l’intero svolgimento dell’incidente probatorio ad essere caratterizzato da eccesso di potere, e quindi “tutto il procedimento incidentale viziato da abnormità”.
Con riferimento alla negata partecipazione dei difensori alle operazioni peritali, si insiste nell’evidenziazione dei profili di non conformità del provvedimento all’art. 401 cod. proc. pen. e si segnala che il Giudice per le indagini preliminari ha in data 13.4.2012 sostanzialmente revocato il divieto di partecipazione imposto ai difensori.

 

Considerato in diritto

3. In via preliminare va presa in esame l’affermazione fatta dai ricorrenti per la quale essi “non hanno voluto certo sostenere che ciascuno di questi atti fosse da considerarsi abnorme (…), ma hanno inteso rappresentare come codesti atti, unitamente a quelli di cui ai nn. 5-6… hanno determinato lo svolgimento dello “incidente probatorio” non solo in contrasto con le norme regolatrici fissate dal codice, ma caratterizzato anche da un “eccesso di potere giurisdizionale” che rende i singoli atti qualificanti e tutto il procedimento incidentale viziato per abnormità” (pg. 5 memoria depositata il 3.7.2012).
Al riguardo va rilevato che l’insieme delle disposizioni che regolano le impugnazioni evidenziano come queste debbano avere necessariamente ad oggetto uno o più specifici atti, dei quali vanno posti in evidenza determinati vizi, in rapporto ad elementi di fatto e alle ragioni di diritto che di quelli si ritengono dare dimostrazione.
La censura rivolta all’intero procedimento incidentale risulta quindi eccentrica rispetto al quadro giuridico, tanto più se accompagnata dall’affermazione della non abnormità dei singoli atti impugnati.
4. Prendendo invece in esame le doglianze rivolte ai singoli atti individuati dal ricorso come affetti da vizio, deve ritenersi che l’impugnazione é inammissibile per i motivi di seguito specificati.
4.1. Il ricorso avverso l’ordinanza pronunciata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto il 3 marzo 2012 è tardivo.
I provvedimenti aventi natura camerale devono essere impugnati nel termine di quindici giorni – previsto dall’art. 585, co. 1 cod. proc. pen. – decorrente, nel caso di specie, dalla lettura dell’ordinanza in udienza.
A fronte di ciò il ricorso risulta proposto il 23.3.2012.
Peraltro, la granitica giurisprudenza di questa Corte – del tutto consonante all’opinione dottrinaria – è nel senso della inoppugnabilità dei provvedimenti assunti in ordine alla richiesta di incidente probatorio. Affermazione che radica nel principio di tassatività dei mezzi di impugnazione discendente dall’art. 568 cod. proc. pen. e che si sostiene ulteriormente nel rilievo della natura non decisoria ma strumentale all’acquisizione di elementi probatori (acquisizione che può comunque avvenire in altre forme, tanto nel caso di iniziativa dell’accusa pubblica che nell’ipotesi di indagini difensive) ed altresì nell’esigenza di speditezza connaturata alla fase dell’incidente probatorio (ex multis Cass. sez. 1, sent. n. 1888 del 28/04/1994, Tasselli; Cass. sez. 4, sent. n. 42520 del 07/10/2009, ********* e altri).
Né può evocarsi al riguardo la categoria dell’atto abnorme, come erroneamente fatto dai ricorrenti, anche in chiave di dimostrazione della tempestività del ricorso, che siccome avente ad oggetto atto abnorme, sarebbe sottratto all’obbligo del rispetto dei termini per impugnare. L’affermazione è fallace sia per il primo aspetto, non rinvenendosi nel provvedimento di estromissione dall’udienza i tratti del provvedimento abnorme; sia per il secondo, giacché la disciplina dei termini dl impugnazione trova applicazione anche per i provvedimenti abnormi (Cass. sez. 6, sent. n. 30920 del 30/06/2009, P.M. in proc. **********).
Il provvedimento di estromissione dall’udienza, infatti, trae origine dalla previsione dell’art. 401, co. 1 cod. proc. pen., laddove identifica i soggetti che hanno diritto a partecipare all’udienza. Il giudice è quindi chiamato a verificare che tutti coloro che vi hanno diritto siano stati posti nella condizione di parteciparvi ed altresì ha l’obbligo di escludere coloro che non vi hanno diritto.
L’insegnamento di questa Corte in materia di atto abnorme è che il vizio di abnormità richiede:
a) che il provvedimento, per singolarità e stranezza del suo contenuto, risulti avulso dall’intero ordinamento processuale, ovvero che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste al di là di ogni ragionevole limite;
b) che l’atto si ponga al di fuori del sistema organico della legge processuale, ovvero, pur non essendo estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo (ex multis Cass. sez. 4, sent. n. 43014 del 28/09/2011, Sulejmani).
Né può esprimere il preteso profilo di abnormità (invero neppure enunciato dal ricorrenti, che scrivono al riguardo di contraddittorietà e di illogicità) il fatto che si sia dato dapprima avviso di fissazione dell’udienza e poi deciso per l’esclusione. Quand’anche l’avviso fosse classificabile come provvedimento (e così non è, trattandosi di una comunicazione), se ne dovrebbe pur sempre registrare la revocabilità.
4.2. Il ricorso proposto nell’interesse di Fa.P., limitatamente all’impugnazione del provvedimento assunto dal Giudice per le indagini preliminari il 3.3.2012, è inammissibile anche per carenza di interesse, non essendo tra i soggetti destinatari del provvedimento di esclusione; la sua presenza nel procedimento si è avuta solo dal 6.3.2012.
4.3. I restanti provvedimenti (relativi alla partecipazione dei difensori dei ricorrenti alle operazioni peritali svolgentisi nella cornice dell’incidente probatorio e al rilascio di copia dei materiali consegnati ai periti dell’ufficio), del 9, del 16 del 22 marzo, alla luce dei principi sopra ricordati, non possono qualificarsi come abnormi, siccome espressione dei poteri di governo dell’incidente probatorio, e pertanto risultano inoppugnabili.
5. Segue, a norma dell’articolo 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della cassa delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma di euro 1000,00 (mille/00) a titolo di sanzione pecuniaria.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 19 luglio 2012.

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Reato di appropriazione indebita per l’amministratore condominiale che ometta di versare i contributi previdenziali per il servizio di portierato (Cass. pen. n. 40906/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. C. F., nella qualità di amministratore condominiale, è stato ritenuto responsabile, con sentenza della Corte di Appello di Palermo 21-12-2011, che ha parzialmente riformato quella del tribunale della stessa città in data 6-10-2009, della falsificazione di dodici modelli F24, in cui risultava apposto il falso timbro di un istituto di credito, e di appropriazione indebita delle relative somme, costituenti i contributi da versare per il portiere dello stabile (fatto, quest’ultimo, qualificato in primo grado come truffa).
2. Il ricorso proposto per il tramite del difensore avv. A.G. M., si articola in tre motivi.
2.1. Violazione dell’art. 124 cod. pen. per intempestività della querela, presentata soltanto nel luglio 2004, benché il subentro del nuovo amministratore risalisse al gennaio 2004.
2.2. Vizio di motivazione con riferimento agli artt. 192 cod. proc. pen. e 646 cod. pen. in quanto il mancato versamento dei contributi per i dipendenti non integra interversione del possesso, trattandosi di somme di proprietà del datore di lavoro, ma inadempimento di natura civilistica.
2.3. Vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del reato di falso, non essendo state acquisite prove relative all’attribuibilità al F. della falsificazione degli F24, anche perché, dalle dichiarazioni del nuovo amministratore, detti modelli, in parte risalenti all’amministrazione precedente al F., non risultavano oggetto di consegna da parte dell’imputato.

 

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
2. La questione dell’intempestività della querela, riferibile comunque ad uno solo dei reati essendo quello di falso procedibile d’ufficio, è manifestamente infondata in quanto, benché il subentro del nuovo amministratore risalisse al gennaio 2004, mentre la querela era stata presentata nel luglio di quell’anno, nello stesso ricorso di legge che solo il 18-5-2004 il nuovo amministratore aveva scoperto la falsità degli F24 a seguito di risposta della banca alle sue richieste di chiarimenti, venendo quindi a conoscenza soltanto allora dell’appropriazione indebita delle relative somme.
3. Pure manifestamente privo di fondamento è l’assunto dell’irrilevanza penale dell’omesso versamento dei contributi per il portiere dello stabile, perché in contrasto con l’orientamento di questa corte secondo cui integra il reato di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore condominiale che, ricevute le somme di denaro necessarie dai condomini, ometta di versare i contributi previdenziali per il servizio di portierato (Cass. 41462/2010).
4. La censura di vizio di motivazione in ordine all’attribuibitità del reato di falso al F. in quanto modelli falsificati non risultavano oggetto di consegna da parte sua, è poi contraddetta dallo stesso contenuto del ricorso che, nella parte in cui riassume le risultanze, e in particolare il contenuto della querela del B., nuovo amministratore, non manca di ricordare che, secondo il querelante, il F. aveva informalmente consegnato al contabile pro tempore alcuni modelli F24. Ma, ciò che più conta, dalla sentenza di primo grado, la cui motivazione integra quella di secondo trattandosi di doppia conforme, risulta, con la precisa citazione delle fonti, che gli F24 recanti il falso timbro della banca, erano stati allegati dal prevenuto alla documentazione contabile e fiscale del condominio, restando quindi meramente generica ed ipotetica la possibilità che altri fosse l’autore della falsificazione.
5. Alla declaratoria di inammissibilità seguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen. – determinandosi in € 1000 la somma da corrispondere alla cassa delle Ammende, che appare equa tenuto conto della natura delle questioni prospettate – e la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in dispositivo.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché al rimborso delle spese sostenute dalla parte civile, liquidate in complessivi € 1.500,00, oltre accessori come per legge.

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Risponde di bancarotta l’amministratore che non si attiva per il recupero dei crediti dell’azienda (Cass. pen. n. 40901/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. L.E. è stato ritenuto responsabile, con sentenza della Corte di Appello di Salerno del 14-1-2011, in conferma di quella del tribunale della stessa città in data 14-1-2008, del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, quale amministratore unico della, dichiarata fallita il (omissis), e condannato alla pena di due anni di reclusione con attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante.

L’imputazione riguarda la distrazione di due somme (rispettivamente di Euro mille 10 mila e 14 mila circa) a titolo di rimborso anticipi all’amministratore e la distrazione del capannone della società fallita, affittato a società direttamente o indirettamente riferibili al prevenuto, i cui canoni erano stati distratti nei circa due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento.

2. Con il ricorso proposto tramite il difensore avv. ***********, L. deduceva con un primo motivo mancanza o manifesta illogicità della motivazione in relazione a specifiche doglianze proposte con l’appello, soffermandosi: sul fatto che il passivo si era rivelato molto inferiore a quanto risultante dalle domande di insinuazione al passivo; sulla circostanza che un debito ascritto alla società si riferiva invece ad un ramo di azienda della stessa gestito da un terzo, che aveva fatto emettere le fatture di un fornitore a nome della fallita; sul rilevo che la società non aveva una situazione debitoria superiore ai Euro 500 mila, mentre i contratti di locazione del capannone erano di molto antecedenti al fallimento, l’importo dei canoni era conforme ai prezzi di mercato e i canoni non erano stati distratti essendo stati contabilizzati tanto dal proprietario che dal conduttore.

3. Con il secondo motivo lo stesso vizio era dedotto in relazione alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, il cui riconoscimento era incentrato sulla conoscenza dello stato d’insolvenza, per contro non ricorrente perchè alcuni debiti erano da imputare al gestore del ramo d’azienda, mentre dalle scritture contabili risultavano rilevanti anticipazioni dell’amministratore alla società, a fronte di minimi rimborsi allo stesso. Comunque quest’ultima situazione integrava al più bancarotta preferenziale.

Si chiedeva quindi l’annullamento della sentenza.

4. Con memoria 23-4-2012 il difensore introduceva un ulteriore motivo di impugnazione, rappresentato da violazione di legge in riferimento all’art. 2 c.p., per non essersi applicate, quale legge più favorevole, le nuove norme in materia fallimentare, in base alle quali sarebbe stata esclusa la fallibilità dell’imputato.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato e va disatteso.

2. Il primo motivo è in gran parte ripetitivo di questioni che, già prospettate con l’appello, sono state oggetto di disamina e reiezione nella sentenza di secondo grado attraverso il consentito richiamo per relationem all’iter argomentativo della decisione del tribunale che, analiticamente riportato, è stato correttamente ritenuto esaustivo in punto di valutazione delle doglianze difensive, avanzate anche nel giudizio di primo grado.

Così è stato ricordato che il richiamo al minor ammontare del passivo fallimentare rispetto alle domande di insinuazione era irrilevante a fronte del comunque pacifico stato di insolvenza della società, e che il tentativo di attribuire al terzo gestore di un ramo dell’azienda taluni debiti verso fornitori, era risultato sventato dalla mancata opposizione ai decreti ingiuntivi ottenuti dai creditori nei confronti della fallita.

Ugualmente, sempre mediante richiamo alla ragionata motivazione del giudice di prime cure, la corte territoriale ha evidenziato l’irrilevanza della stipulazione dei contratti di locazione del capannone della società in epoca molto anteriore al fallimento, la non conformità del canone ai prezzi di mercato – contestata dal ricorrente con assunto meramente assertivo -, e l’incidenza negativa sull’andamento della società della non curata tempestiva riscossione degli stessi – che invano il ricorrente assume non distratti in quanto contabilizzati – in un momento di grave difficoltà economica attestato dalle iniziative giudiziarie, anche esecutive, dei creditori nei confronti della E. srl.

3. Il secondo motivo di gravame costituisce riproposizione, senza l’aggiunta di elementi di sostanziale novità, della questione relativa alla ricorrenza dell’elemento psicologico del reato, messa in dubbio richiamando la circostanza, sopra ricordata, della riferibilità ad un terzo di alcuni debiti attribuiti alla società, la cui infondatezza è già stata evidenziata.

La possibilità di configurare la restituzione anticipi all’amministratore al più come bancarotta preferenziale, è poi stata già esclusa nelle sentenze di merito sul rilievo, in linea con la giurisprudenza di questa corte, della inscindibilità della qualità di creditore da quella di amministratore.

4. Il motivo nuovo prospettato con la memoria del 23-4-2012, si pone infine in radicale contrasto con l’orientamento di questa corte a sezioni unite (Cass. Sez. U, 19601/2008), secondo il quale il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216 e segg., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell’impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilita dell’imprenditore, sicchè le modifiche apportate al R.D. n. 267 del 1942, art. 1, D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso.

5. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Bancarotta documentale: la presenza dell’amministratore di fatto non esonera dalla responsabilità l’amministratore di diritto (Cass. n. 40929/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 07/06/2011, la Corte di appello di Ancona riformava parzialmente la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Camerino il 22/02/2010 nei confronti di C.F., al quale era stata irrogata la pena di anni 3 di reclusione per reati di bancarotta commessi nella qualità di amministratore unico della Manifattura del Potenza S.r.l., dichiarata fallita nel (omissis).

La Corte territoriale rilevava infatti che l’addebito di bancarotta fraudolenta contestato al C. nell’originario capo A) della rubrica doveva intendersi descrittivo di un fatto diverso rispetto a quello effettivamente desumibile dall’istruttoria dibattimentale, e disponeva in proposito la rimessione degli atti al Pubblico Ministero; confermava invece la condanna per il reato di bancarotta semplice di cui al capo B), determinando la relativa pena in mesi 6 di reclusione, oltre alle pene accessorie di legge, previo giudizio di equivalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alla recidiva contestata.

Quanto al delitto di cui alla *******., art. 217, la Corte di appello rappresentava l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa l’esistenza di un professionista incaricato della regolare tenuta delle scritture contabili, peraltro da ritenere (secondo l’appellante) un amministratore di fatto della società; richiamava in proposito la giurisprudenza di legittimità secondo cui è posto comunque a carico dell’imprenditore l’obbligo di una adeguata scelta del soggetto cui delegare gli adempimenti di carattere formale, nonchè quello di controllarne l’operato.

In punto di trattamento sanzionatorio, respingeva altresì il motivo di appello riguardante le attenuanti generiche, di cui confermava la valutazione di equivalenza rispetto alle circostanze di segno contrario, pur non ricorrendo l’aggravante *******., ex art. 219, venuto meno il capo A): sul punto, qualificava “pesante” la recidiva gravante sul C..

2. Propone ricorso per cassazione il difensore/procuratore speciale dell’imputato, lamentando violazione ed erronea applicazione degli artt. 2380 e 2476 c.c., *******., artt. 216, 217, 223 e 224; deduce altresì “errata applicazione dell’art. 69 c.p., con riferimento all’art. 133 c.p., ed alla *******., art. 219”, ed infine mancanza e contraddittorietà della motivazione circa la qualifica di “amministratore” della società riconosciuta al C..

2.1 Con il primo motivo il ricorrente segnala che le norme in tema di poteri e responsabilità degli amministratori avrebbero dovuto essere interpretate, nel caso di specie, tenendo conto dell’accertata esistenza di un amministratore di fatto della società: se vi era tale figura, con tanto di competenze ben superiori a quelle dell’imputato, ciò avrebbe dovuto mandare esente da ogni addebito il presunto amministratore di diritto, che mai aveva esercitato in concreto le funzioni annesse alla carica.

2.2 Con il secondo motivo il difensore si duole del mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche, segnalando che le pregresse condanne riportate dal C. riguardavano fatti di “modesta, per non dire nulla offensività sociale”.

2.3 Con il terzo motivo il ricorrente segnala che la Corte di appello avrebbe svolto un “cattivo governo del fatto”, avendo riconosciuto in capo all’imputato una veste di amministratore da lui mai concretamente esercitata.

Motivi della decisione

1. Il primo ed il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, risolvendosi nella negazione da parte del C. dell’avere egli mai svolto funzioni di amministratore della società fallita: egli infatti deduce, sotto i diversi profili dell’erronea applicazione di legge e della contraddittorietà della motivazione nella sentenza impugnata, che la sua responsabilità penale avrebbe dovuto escludersi giacchè:

– una volta accertata l’esistenza di un amministratore di fatto, con poteri e competenze sufficienti per la gestione della società, all’amministratore di diritto non avrebbe dovuto addebitarsi alcunchè, essendo la responsabilità correlata all’esercizio effettivo delle funzioni e non alla formale titolarità della carica;

– dagli atti del processo non risulterebbe emersa la prova che il C. avesse svolto compiti correlati a detta veste formale.

Entrambi i motivi di ricorso si palesano inammissibili, il primo perchè manifestamente infondato ed il terzo perchè generico.

Assolutamente erroneo e non condivisibile è infatti l’assunto della difesa secondo cui, dalla corretta premessa che vuole un amministratore di fatto rispondere di reati di bancarotta come diretto destinatario della norma incriminatrice *******., ex art. 223, e non già come extraneus concorrente nel reato proprio dell’amministratore formale, dovrebbe discendere la conseguenza che – in presenza di un amministratore di fatto – l’amministratore di diritto sarebbe “legittimamente esonerato dalla responsabilità attraverso l’individuazione di un soggetto che si occupa in via esclusiva dell’amministrazione societaria e dimostra di averne la qualità anche professionale”.

Al contrario, la consolidata giurisprudenza di questa Sezione insegna che “in tema di reati fallimentari, se all’amministratore di diritto (c.d. testa di legno) sotto il profilo oggettivo devono essere ascritte le conseguenze della condotta dell’amministratore di fatto che egli, in virtù della carica, aveva l’obbligo giuridico di impedire, sotto il profilo soggettivo possono a lui ricollegarsi quegli eventi di cui ha avuto anche semplicemente generica consapevolezza, sicchè non è necessario per integrare l’elemento psicologico della bancarotta che tale consapevolezza investa i singoli episodi di distrazione ed occultamento, fermo restando che essa non può presumersi in base al semplice dato di avere il soggetto acconsentito a ricoprire formalmente la carica predetta” (sent. n. 3328 del 05/02/1998, ********, Rv 209949). Più in particolare, si è inteso poi sottolineare che “in tema di bancarotta fraudolenta, mentre con riguardo a quella documentale per sottrazione delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto testa di legno), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto” (sent. n. 28007 del 04/06/2004, **********, Rv 228713; v. anche n. 19049 del 19/02/2010, *****).

Il caso di specie riguarda appunto un addebito di bancarotta documentale (financo semplice): ergo, la responsabilità dell’imputato si fonda sulla evidente inosservanza di elementari obblighi di tenuta formale delle scritture contabili, ed a nulla può rilevare la circostanza che egli avesse affidato quel compito ad altri, visto che – come opportunamente evidenziato nella motivazione della sentenza impugnata – sull’amministratore di diritto grava comunque un dovere di controllo dell’operato del soggetto incaricato.

Nè assume significatività la circostanza, peraltro solo dedotta dal C. e non dimostrata, dell’essersi quel soggetto occupato financo della gestione di fatto della società: un conto è, come si legge nei precedenti di legittimità sopra riportati, ipotizzare che un amministratore di diritto si presti a fungere da “testa di legno” senza rendersi conto di disegni fraudolenti di chi continui ad operare dietro il suo paravento; ben altra cosa è che ad un amministratore formale già esistente (e che continua ad esistere) si accompagni un presunto amministratore di fatto che comunque sia stato incaricato dal primo di provvedere a talune attività, e che – nella colpevole inerzia dell’amministratore di diritto – prenda ad occuparsi anche di incombenze ulteriori.

Per converso, e soprattutto a fronte della peculiare contestazione di reato di bancarotta semplice documentale, rimane ictu oculi privo dei necessari requisiti di specificità un motivo di ricorso che si limiti a rilevare che l’imputato non avrebbe mai esercitato le funzioni di amministratore, nè avrebbe “omesso cautele specifiche o generiche nell’ambito e nei limiti dell’attività effettiva dal medesimo compiuta”.

2. Manifestamente infondato è altresì il secondo motivo di ricorso.

Il difensore del C. sostiene che avrebbe dovuto considerarsi insussistente l’aggravante contestata ab initio, e ciò in ragione della “tenuità assoluta del fatto”; prospettazione irrilevante, giacchè l’aggravante in argomento – L. Fall., ex art. 219, comma 2, – derivava dalla pluralità dei fatti di bancarotta, e risulta venuta meno in grado di appello a seguito della intervenuta condanna per il solo capo B) della rubrica.

Il ricorrente lamenta inoltre che la recidiva, pur ritenuta “pesante”, non avrebbe dovuto “sovrapporsi all’evidenza di condanne di modesta, per non dire nulla, offensività sociale”: giudizio, quest’ultimo, che non si attaglia ai precedenti dell’imputato, il quale – a parte una condanna per reati di natura fiscale – risulta averne riportate anche per delitti *******., ex artt. 217 e 220, nonchè per calunnia.

2. Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso deriva la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla sanzione pecuniaria di Euro 1.000,00, da devolvere alla Cassa delle Ammende.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Carcere duro: nessuna revoca del provvedimento se il boss è in grado di mantenere i contatti con la cosca criminale (Cass. pen. n. 40673/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con provvedimento in data 17-6-2011 il Tribunale di Sorveglianza di Roma, a seguito di annullamento con rinvio, da parte della prima sezione penale di questa corte (sentenza 17-2-2011), di precedente provvedimento di accoglimento del reclamo del detenuto ***** avverso decreto ministeriale della giustizia 26-6-2009 di proroga per anni due del regime di sottoposizione al trattamento di cui all’art. 41 bis ord. pen., rigettava il proposto reclamo.

2. L’annullamento dell’ordinanza di accoglimento era stato determinato dal mancato esame circa la eventuale persistenza, al di là del ruolo apicale o meno già ricoperto nell’ambito del sodalizio, della capacità del detenuto di favorire l’associazione veicolando contatti con l’esterno, essendosi la verifica del tribunale limitata al riesame della sussistenza dei presupposti per la sottoposizione al regime differenziato.

3. Con il provvedimento impugnato il giudice del rinvio, premesso che i criteri da applicare ai fini della valutazione della probabilità che, in assenza delle restrizioni tipiche del regime differenziato, il detenuto possa tenere contatti con l’esterno, sono rappresentati tra l’altro, secondo la modifica introdotta alla novella L. n. 94 del 2009, art. 41 bis, dal profilo criminale, dal ruolo rivestito nell’associazione, dalla perdurante operatività del sodalizio criminale, dalla sopravvenienza di nuove incriminazioni non valutate in precedenza, dagli esiti del trattamento penitenziario e dal tenore di vita dei familiari, essendo sufficiente anche la presenza soltanto di taluni di essi, rilevava in primo luogo che il decreto ministeriale, richiamando i 99 arresti di affiliati a “cosa nostra” in data 17-12-2008, operazione in cui era coinvolto anche il fratello del ricorrente, A., aveva evidenziato la persistenza dell’operatività di “cosa nostra”. Richiamava in secondo luogo la conferma in appello (sentenza 13-1-2010) della condanna in primo grado del B. per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., alla pena di 12 anni di reclusione, sottolineando che, per quanto fosse stata confermata la sussistenza del reato nella forma di cui al comma 1, e non al comma 2, di tale norma, tuttavia dalla sentenza risultava il ruolo non secondario del predetto nell’ambito del sodalizio, quale punto di riferimento per i rapporti tra le famiglie mafiose palermitane e quelle operanti nella zona di (omissis), nonchè punto di contatto con il boss latitante *******, e uomo di fiducia di R.A.. Il che, come pure l’entità della pena, tra l’altro frutto della diminuzione per il rito abbreviato, dimostrava la pericolosità del soggetto.

Tali aspetti, uniti alla considerazione dei precedenti a carico, rappresentati da due condanne irrevocabili per associazione mafiosa, con la seconda delle quali si saldava la condanna non ancora irrevocabile per lo stesso reato commesso in epoca temporale immediatamente successiva, a dimostrazione della ininterrotta militanza del B. nell’organizzazione, denotavano, secondo il tribunale, la pericolosità di questi e la sua persistente capacità di mantenere contatti con la stessa.

Era invece ritenuto ininfluente il mancato aggiornamento della relazione comportamentale, dal momento che comunque in essa si dava atto di due infrazioni, rispettivamente nel 2006 e nel 2010.

4. Ricorre B. tramite il difensore avv. F. Celano, con tre motivi.

4.1 Con il primo deduceva violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato per non essere stato disposto il rinvio dell’udienza al fine di attendere l’esito dell’aggiornamento della relazione comportamentale, che avrebbe dovuto costituire precipua fonte di conoscenza degli “esiti del trattamento penitenziario”, secondo quanto prescritto dall’art. 41 bis, comma 2 bis, come novellato, anche trattandosi di soggetto che per oltre un anno non era stato più sottoposto al regime speciale.

4.2 Con il secondo motivo si deduceva vizio di motivazione per essere stato illogicamente valorizzato l’arresto di tale B. A., che, a differenza di quanto ritenuto dal tribunale, non è parente del ricorrente.

4.3 Con il terzo motivo lo stesso vizio era ravvisato nel fatto che il tribunale non si era attenuto alle indicazioni della sentenza di annullamento. Infatti, anzichè valutare la persistenza o meno del collegamento del detenuto con la consorteria mafiosa, si era limitato a riportare uno stralcio della sentenza di primo grado a conferma della legittimità del decreto ministeriale, mentre la situazione ivi fotografata si riferiva al passato e quindi elementi più significativi avrebbero dovuto essere ricercati nel comportamento penitenziario del detenuto, il che era invece mancato.

Si chiedeva quindi l’annullamento dell’ordinanza.

5. Con requisitoria scritta il PG presso questa corte ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso sui seguenti rilievi.

5.1 Premesso che la modifica legislativa che ha inasprito la disciplina dell’art. 41 bis, è stata sottoposta con esito positivo a vaglio di costituzionalità (Corte Cost. n. 190/2010), il requirente ha osservato che continuano ad applicarsi i principi giurisprudenziali elaborati da questa corte e dalla Consulta a seguito della novella del 2002, dovendo quindi valutarsi se il decreto contiene un’analisi dell’attuale pericolosità del detenuto che tenga conto dell’eventuale dissolvimento del sodalizio, della durata della sottoposizione al regime differenziato e dei risultati del trattamento carcerario, parametro ineludibile in relazione alla funzione rieducativa della pena, non essendo quindi sufficienti riferimenti limitati alla biografia criminale del detenuto e alla perdurante operatività del sodalizio, perchè in tal caso soltanto lo scioglimento di questo o la formale dissociazione dell’associato accompagnata dall’avvio della collaborazione con le istituzioni, varrebbero ad impedire la reiterazione dei provvedimenti di proroga della sottoposizione al regime carcerario differenziato.

5.2 Nella specie, secondo il PG, il tribunale doveva accompagnare al duplice dato della biografia delinquenziale del detenuto e dell’attuale operatività del sodalizio di appartenenza, anche l’indicazione di indici fattuali sintomatici di attualità del pericolo di collegamenti con l’esterno, nonchè escludere la presenza di indici dimostrativi di un sopravvenuto venir meno di tale pericolo.

Ciò era avvenuto, con conseguente assenza di vizi del provvedimento, anche se attraverso motivazione succinta, ma comunque congrua, con la quale erano stati sottoposti a vaglio critico gli elementi rappresentati dai precedenti del detenuto, dagli elementi fattuali (ruolo nel sodalizio, profilo criminale, perdurante operatività del gruppo mafioso di riferimento, comportamento penitenziario caratterizzato da due infrazioni) e dagli altri dati esposti nel decreto ministeriale, sì da rendere concreto il giudizio sulla effettiva capacità di collegamento del B. con associazioni criminali, mentre il ricorrente non aveva produttivamente esercitato la facoltà di allegazione di elementi in contrario.

5.3 In ordine ai singoli motivi di impugnazione, il PG osserva che il primo enfatizzava il mancato aggiornamento della relazione comportamentale senza evidenziare ragioni per le quali dall’osservazione dell’ultimo periodo di detenzione sarebbero derivate conseguenze favorevoli all’interessato, il secondo valorizzava un dato del tutto secondario (l’assenza di parentela tra il ricorrente e l’arrestato B.A.), il terzo era in fatto.

5.4 Il ricorso atteneva quindi, inammissibilmente, al giudizio di fatto formulato dal giudice di merito e sollecitava questa corte a sovrapporsi ai contenuti di tale giudizio, mentre, nella materia, il ricorso per cassazione è proponibile solo per violazione di legge, vizio che, pur ricomprendendo il caso di motivazione priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e logicità, non ricorreva nella specie.

Motivi della decisione

Il ricorso è nel complesso infondato e merita rigetto.

1. Le doglianze diverse dalla violazione di legge, la sola deducibile in cassazione ai sensi dell’art. 41 bis, comma 2 sexies, Ord. Pen., sono inammissibili.

Ciò vale per quanto riguarda il secondo motivo afferente a vizio di motivazione per essere stato illogicamente valorizzato, al fine di confermare la persistente vitalità del sodalizio di appartenenza, l’arresto di tale B.A., che, secondo quanto assertivamente dedotto nel ricorso, non sarebbe parente dell’omonimo P., mentre nel provvedimento era stato ritenuto suo fratello.

2. Sono invece ammissibili, ma, per quanto subito si osserverà, infondati, il primo ed il terzo motivo laddove deducono violazione di legge per mancata valutazione da parte del giudice del reclamo degli esiti del trattamento penitenziario, imposta dal testo novellato dell’art. 41 bis, in tal modo non rispettando il perimetro del giudizio di rinvio disegnato in fase rescindente.

2.1 In realtà il tribunale, lungi dall’ignorare tali esiti, ha soltanto ritenuto di non rinviare l’udienza per attendere l’aggiornamento dell’esito del monitoraggio del comportamento penitenziario, ritenendo ininfluente il mancato aggiornamento della relazione comportamentale, dal momento che comunque in essa si dava atto di due infrazioni commesse dal B., rispettivamente nel 2006 e nel 2010, e valorizzando comunque la circostanza che, trattandosi di giudizio di rinvio, doveva esaminarsi la situazione cristallizzata prima dell’annullamento, anche in assenza di indicazioni al riguardo nella sentenza di questa corte.

2.2 A conferma dell’infondatezza di tale doglianza, va comunque pure richiamato il rilievo del PG secondo cui all’enfatizzazione del mancato aggiornamento della relazione comportamentale, non si accompagnava nel ricorso l’indicazione delle ragioni – carenza tale da poter configurare mancanza d’interesse, e quindi addirittura inammissibilità – per le quali dall’osservazione dell’ultimo periodo di detenzione sarebbero derivate, a differenza che da quella del precedente, conseguenze favorevoli all’interessato. Rilievo in linea con il principio generale che la denuncia della violazione di una norma non può essere fine a se stessa, in quanto non sussiste un interesse autonomamente tutelabile alla rimozione della violazione.

3. L’esame del terzo motivo, nella parte in cui la deduzione del vizio di motivazione – inammissibile, come già osservato – parrebbe sottintendere quella di violazione di legge per mancanza di motivazione sulla persistenza del collegamento del detenuto con la consorteria mafiosa – il provvedimento si sarebbe infatti limitato a fotografare una situazione relativa al passato, mentre elementi più significativi avrebbero dovuto ricercarsi nel comportamento penitenziario del detenuto, accertamento del tutto mancato -, conduce ugualmente ad un giudizio di infondatezza.

3.1 Il provvedimento impugnato, dopo aver ricordato che il comma 2 bis novellato dell’art. 41 bis Ord. Pen., esige per la proroga del provvedimento del Ministro per la giustizia, l’accertamento che la capacità del condannato di tenere contatti con l’associazione non è venuta meno, accertamento che deve essere condotto “anche” alla stregua di una serie predeterminata di parametri quali il profilo criminale, la posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione, la perdurante operatività del sodalizio e la sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, ha fatto oggetto di puntuale considerazione tali parametri, mediante l’indicazione di indici fattuali sintomatici di attualità del pericolo di collegamenti con l’esterno, non neutralizzata dalla presenza di indici dimostrativi di un sopravvenuto venir meno di tale pericolo.

3.2 Ha infatti valorizzato l’appartenenza del ricorrente, senza soluzione di continuità – non solo quindi in epoca risalente – e con un ruolo di rilievo (quale punto di riferimento per i rapporti tra le famiglie mafiose palermitane e quelle operanti nella zona di (omissis), nonchè punto di contatto con il boss latitante *******, e uomo di fiducia di R.A.), ad un sodalizio di stampo mafioso tuttora vivo e vitale, riscontrata dall’aggiornamento della sua biografia criminale per effetto della recente conferma in appello dell’ultima condanna a ben dodici anni di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis c.p..

3.3 Nè il tribunale ha trascurato, ad ulteriore conforto della pericolosità del ricorrente e della sua persistente capacità di mantenere contatti verso l’esterno con l’organizzazione, il riferimento agli esiti del trattamento penitenziario, di cui ha valorizzato due infrazioni, e al tenore di vita dei familiari, evidenziando l’arresto di uno di costoro, sì da rendere nel complesso concreto e motivato il giudizio sulla effettiva capacità di collegamento del B. con associazioni criminali, in assenza di produttivo esercizio da parte sua della facoltà di allegazione di elementi in contrario.

4. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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