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Penale

Non sono esclusi gli arresti domiciliari per il pedofilo in luogo della custodia cautelare in carcere (Cass. pen. n. 23118/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

A M.F. – arrestato nella quasi flagranza del reato di violenza sessuale commesso ai danni di una bambina di anni nove all’interno di un centro commerciale – è stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere confermata dai Tribunale del riesame con ordinanza 5 luglio 2011.

A sostegno della conclusione, per quanto concerne i gravi indizi di colpevolezza, i Giudici hanno ricordato le dichiarazioni della giovane vittima, quelle di una testimone che aveva percepito parte della condotta antigiuridica (l’abbraccio dell’indagato alla minore) e le ammissioni dello stesso M., in sede di dichiarazioni spontanee; queste propalazioni sono state reputate utilizzabili anche se non verbalizzate potendo essere documentate in forma libera.

Relativamente alle esigenze cautelari, enucleate nel pericolo di recidiva, il Tribunale ha messo in luce la “irrefrenabile spinta a delinquere” del M. non neutralizzata neppure con la esecuzione di pena per un reato analogo a quello per cui si procede.

Per l’annullamento della ordinanza, l’indagato ha proposto ricorso per Cassazione deducendo difetto di motivazione e violazione di legge, in particolare, rilevando:

– che è provato solo un abbraccio alla bambina, che non può essere sussunto nell’ipotesi di violenza sessuale, mentre l’ulteriore condotta addebitata (palpeggiamenti) resta nel dubbio;

– che le dichiarazioni spontanee dell’indagato, non verbalizzate secondo le regole prescritte, non possono essere utilizzate;

– che, per il periculum in mora, i Giudici non hanno tenuto presente l’applicabilità della speciale attenuante, la circostanza che la compulsività della condotta risulta solo dalla sue propalazioni inutilizzabili;

– che era adeguata al caso una misura meno afflittiva.

Motivi della decisione

Deve, innanzi tutto, precisarsi che le dichiarazioni spontanee (da intendesi quelle non sollecitate dall’ inquirente, ma frutto della iniziativa della persona sottoposta alle indagini) devono essere documentate mediante verbale stante il chiaro disposto in tale senso dell’art. 357 c.p.p., comma 1, lett. b; in assenza di tale formalità, tuttavia, sono utilizzabili nella fase delle indagini purchè annotate dalla Polizia e riportate nella informativa di reato (conf. sentenze Cass.: sez. 1 15437/2010, 15563/2009, 1498/2006; sez. 2 30113/2005; sez. 4 2073/1996. V. sez. unite, 1150/2008); la Corte (stante i limitati atti in sua visione) non ha elementi per concludere se l’annotazione e la segnalazione nella notizia criminis sia stata effettuata.

Tale problematica non ha decisivo rilievo nel caso in esame ove – come correttamente segnalato dal Tribunale – gli indizi di colpevolezza sono connotati dal requisito della gravità anche a prescindere dalla confessione e la conclusione sulla pericolosità regge ad un esame critico pur espungendo l’accenno alle dichiarazioni dell’inquisito.

Invero, a carico del M. esistono le accuse della giovane vittima (che non conosceva il suo aggressore e non aveva motivi per mentire ai suoi danni) la quale ha riferito che l’indagato l’ha palpeggiate ed invitata a consumare un rapporto sessuale; tali dichiarazioni sono corroborate da quelle di una persona che ha visto una frazione significativa della condotta antigiuridica. Gli atti posti in essere repentinamente ai danni della minore – che non sono solo quelli riduttivi ammessi dalla indagato – hanno chiara valenza sessuale. Pertanto, esistono elementi di sicura pregnanza che rendono plausibile la tesi accusatoria ed altamente probabile la condanna dell’imputato pur in assenza della verifica probatoria; sono, quindi, realizzate le condizioni richieste dall’art. 273 cod. proc. pen. per l’applicazione di una misura cautelare. Per quanto concerne le esigenze cautelari, limitate al pericolo di recidiva specifica, il Tribunale ha messo in luce come la spinta a delinquere non sia stata attenuata dalla sottoposizione del M. alla esecuzione della pena per un reato analogo a quello per cui si procede e sia appalesata dalle modalità della condotta antigiuridica (posta in essere di giorno in un luogo affollato). Avendo come referente queste emergenze fattuali, il convincimento sulla pericolosità del soggetto si presenta come logico e coerente. A diversa conclusione si deve pervenire per quanto concerne il tema dell’adeguatezza della sola misura applicata in relazione alla natura ed al grado delle esigenze cautelari da soddisfare in concreto.

Sul punto,i Giudici non hanno tenuto conto che, allo stato, pare applicabile alla fattispecie l’ipotesi di minore gravità; hanno fondato il giudizio negativo sullo spontaneo adeguamento alle prescrizioni (che ha consigliato la custodia carceraria) basandosi su un deviato impulso sessuale, ammesso dall’imputato ed emergente dalla condotta criminosa, senza motivare in modo esaustivo sul possibile contenimento dello stesso con la diversa e meno affittiva misura degli arresti domiciliari unita ad opportune prescrizioni.

Consegue che il Tribunale non ha correttamente giustificato l’esercizio del suo potere discrezionale, normativamente guidato, con riguardo alla inadeguatezza di una misura diversa da quella restrittiva in carcere.

Per il rilevato deficit motivazionale, la ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Brescia.

 

P.Q.M.

 

Annulla la ordinanza impugnata, limitatamente alla adeguatezza della misura cautelare, con rinvio al Tribunale di Brescia per un nuovo esame sul punto.

rigetta, nel resto, il ricorso. Dispone che copia del presente provvedimento sia inviata al Direttore dell’Istituto Penitenziario competente perchè provveda ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p..

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È lecito installare un impianto di sorveglianza sui dipendenti? Sì se hanno prestato il proprio consenso (Cass. pen. n. 22611/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato – La ricorrente è stata giudicata responsabile della violazione dell’art. 4 L. 300/70 (c.d. statuto dei lavoratori) per avere, in qualità di legale rappresentante della soc. F. E., fatto installare un sistema di videosorveglianza composta da quattro telecamere due delle quali inquadranti direttamente postazioni di lavoro fisse occupate da dipendenti.
2. Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, l’imputata, tramite difensore, ha proposto appello – convertito in ricorso dalla Corte d’appello – deducendo:
1) insussistenza della fattispecie criminosa contestata, sia nel suo elemento oggettivo che in quello soggettivo. In particolare, si fa notare che il teste A. (ispettore del lavoro), espressamente interrogato sul punto, ha escluso che, dagli accertamenti svolti, fosse emersa prova dell’esistenza di un sistema di videosorveglianza (funzionante o disattivato) che consentisse anche potenzialmente, di sorvegliare i dipendenti. L’unico dato certo è relativo all’esistenza delle due telecamere “puntate” su altrettante postazioni di lavoro.
Pertanto, pur essendo sufficiente la mera potenzialità di controllo, è altrettanto vero che deve esservi un impianto idoneo a creare il pericolo. In ogni caso, è stata accertata la esistenza di un apposito documento autorizzativo sottoscritto da tutti i dipendenti dal quale non si può prescindere essendo esso espressione della volontà dei lavoratori e del loro assenso alla esistenza di quell’impianto. Sul piano soggettivo, vale lo stesso ragionamento e, cioè, che non si può ipotizzare che il datore di lavoro abbia dolosamente preordinato di controllare illecitamente i propri dipendenti se ad ognuno di essi aveva fatto firmare, prima della installazione, una liberatoria di consenso ed, in ogni caso, il luogo di lavoro (v. dep. A.) era tappezzato di cartelli che indicavano la presenza della videosorveglianza.
Tutto ciò è tanto vero che lo stesso P.M. di udienza aveva chiesto l’assoluzione della signora B., sia pure ex art. 530 comma. 2 c.p.p.;
2) erronea applicazione della pena. Si fa, infatti, notare che la pena pecuniaria per il reato contestato va da un minimo di 154 € ad un massimo di 1549 € e che il giudice ha, invece, preso le mosse da una pena base di 1800 € superiore a quella edittale e, comunque, con il riconoscimento delle attenuanti generiche,si è ingiustificatamente attestato su una pena di 1200 € che va verso il massimo. La ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

 

Considerato in diritto

3. Motivi della decisione – Il primo motivo di ricorso è fondato ed assorbente.
L’inquadramento del fatto in esame non può che avvenire prendendo come parametro di riferimento la fattispecie normativa. Sotto questo aspetto, deve ricordarsi, perciò, che l’art. 4 L. 300/70, nel secondo comma, precisa che impianti di controllo in ambito lavorativo possono essere installati soltanto «previo accordo con le rappresentanze sindacati aziendali, oppure, in mancanza di queste con la commissione interna». Ciò posto, non può essere ignorato il dato obiettivo – ed indiscusso – che, nel caso che occupa, era stato acquisito l’assenso di tutti i dipendenti attraverso la sottoscrizione da parte loro di un documento esplicito.
Orbene, se è vero che non si trattava né di autorizzazione della RSU né di quella di una “commissione interna”, logica vuole che il più contenga il meno sì che non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non soltanto da una loro rappresentanza. Del resto, non risultando esservi disposizioni di alcun tipo che disciplinino l’acquisizione del consenso, un diverso opinare, in un caso come quello in esame, avrebbe un taglio di un formalismo estremo tale da contrastare con la logica.

Ed infatti, l’interpretazione della norma deve sempre avvenire avendo presente la finalità che essa intende perseguire.
Se è vero – come è innegabile – che la disposizione di cui all’art. 4 intende tutelare i lavoratori contro forme subdole di controllo della loro attività da parte del datore di lavoro e che tale rischio viene escluso in presenza di un consenso di organismi di categoria rappresentativi (RSU o commissione interna), a fortiori, tale consenso deve essere considerato validamente prestato quando promani proprio da tutti i dipendenti.
Siffatto modo di pensare non è, del resto, neppure in contrasto con la enunciazione di questa S.C. (sez. n. 15.12.06, R., [Omissis]) – secondo cui integrano il reato di cui agli artt. 4 e 38 L. 300/70 anche gli impianti audiovisivi non occulti essendo sufficiente la semplice idoneità del controllo a distanza dei lavoratori – perché, infatti, anche in tale pronunzia, si è sottolineato che ciò vale sempre che avvenga «senza accordo con le rappresentanze sindacali».
Come a ribadire, cioè, che l’esistenza di un consenso validamente prestato da parte di chi sia titolare del bene protetto, esclude la integrazione dell’illecito.
A tale stregua, pertanto, l’evocazione – nella decisione impugnata – del principio giurisprudenziale appena citato risulta non pertinente e legittima il convincimento che il giudice di merito abbia dato della norma una interpretazione eccessivamente formale e meccanicistica limitandosi a constatare l’assenza del consenso delle RSU o di una commissione interna ed affermando, pertanto, l’equazione che ciò dava automaticamente luogo alla infrazione contestata. In tal modo, però, egli ha ignorato il dato obiettivo (peraltro di provenienza non sospetta, visto che sono stati gli stessi ispettori del lavoro a riportarlo) che l’odierna ricorrente aveva acquisito il consenso di tutti i dipendenti.
Così facendo, la decisione impugnata è censurabile per non avere interpretato correttamente la norma sotto il profilo oggettivo ed analoga censura può essere mossa anche sotto il profilo psichico una volta che si consideri che la piena consapevolezza dei lavoratori è risultata provata, non solo dal documento da loro sottoscritto, ma anche dal fatto che, come riferito dal teste A., «la B. aveva fatto comunque installare dei cartelli che segnalavano la presenza del sistema di video sorveglianza».
In ogni caso, però, l’assenza dell’elemento oggettivo è assorbente per una declaratoria di annullamento senza rinvio della decisione impugnata per insussistenza del fatto.

 

P.Q.M.

Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p.. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

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Non è reato acquistare un prodotto con marchio contraffatto (Cass. pen. n. 22225/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Bergamo, con sentenza in data 16 giugno 2006, assolveva M.F. dal delitto di cui agli artt. 56 e 648 c.p., perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Secondo la contestazione, l’imputato, al fine di profitto, facendo un ordinativo tramite corriere espresso, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a ricevere un orologio recante il marchio contraffatto Rolex, cosa proveniente dal delitto di cui all’art. 473 c.p., senza riuscire nel proprio intento per cause indipendenti dalla sua volontà e, segnatamente, a causa del controllo doganale cui veniva sottoposto il collo proveniente dalla Cina.

Il Tribunale osservava che l’elemento oggettivo della fattispecie era previsto dal delitto di cui all’art. 648 c.p., dalla contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., e, infine, dall’illecito amministrativo di cui al D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, comma 7, convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80; e che, pertanto, la distinzione tra i diversi illeciti doveva essere individuata nell’elemento soggettivo.

Il Tribunale escludeva nel caso di specie sia il dolo specifico che quello diretto di ricettazione e riteneva incompatibile con la figura delittuosa il dolo eventuale, affermando che non vi era prova che il M., non avendo avuto modo di visionare l’orologio da lui ordinato, potesse essersi rappresentato con certezza o con elevata verosimiglianza la contraffazione del marchio Rolex. Riteneva, infine, ravvisabile l’illecito amministrativo, che doveva considerarsi speciale, ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9, rispetto alla contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., posto che conteneva tutti gli elementi propri del reato contravvenzionale cui si aggiungeva la limitazione della condotta sanzionata ai prodotti acquistati o accettati in violazione delle leggi di tutela dei marchi.

2. Proponeva ricorso per cassazione il Pubblico ministero, il quale, premesso che il primo giudice aveva erroneamente ritenuto l’incompatibilità tra il dolo eventuale e il delitto di ricettazione, osservava che l’illecito amministrativo contemplava il fatto di colui che acquista beni con marchio contraffatto “senza averne prima accertata la legittima provenienza”, mentre, nel caso di specie il M. aveva la certezza di acquistare merce contraffatta, essendosi rivolto a canali di fornitura in estremo oriente notoriamente operanti nel settore della contraffazione di marchi di lusso.

3. La Corte di appello di Brescia, a seguito di conversione del ricorso operata dalla Corte di cassazione, con sentenza in data 25 ottobre 2010, dichiarava il M. colpevole del delitto ascrittogli, ritenuta l’ipotesi di cui all’art. 648 c.p., comma 2, e lo condannava, con sostituzione della pena, alla multa di Euro 2.480 e, inoltre, al risarcimento del danno in favore delle parti civili costituite Rolex s.a. e Rolex Italia s.p.a. da liquidare in separata sede.

La Corte di appello rilevava che il D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, era stato modificato dalla L. 23 luglio 2009, n. 99, art. 17, con la soppressione (fra l’altro) dell’inciso iniziale “salvo che il fatto costituisca reato” ed affermava che l’illecito amministrativo doveva considerarsi speciale rispetto al reato di cui all’art. 712 c.p., qualora oggetto dell’illecito siano cose fabbricate in violazione di norme “in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”. La stessa Corte riteneva, invece, che dall’ambito dell’illecito amministrativo dovessero escludersi lè ipotesi in cui l’acquirente abbia la certezza di comperare un oggetto frutto della violazione delle suddette norme. Nel caso di specie, le circostanze relative ai prezzo pagato (trenta dollari) e la chiara spiegazione contenuta nel sito internet, su cui era avvenuto l’acquisto dell’orologio, che si trattava di un’imitazione dell’originale portavano la Corte di merito a concludere che il M. aveva direttamente voluto l’acquisto di un oggetto che riproducesse pedissequamente il prodotto genuino e che fosse con quest’ultimo esteriormente confondibile.

4. Ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, deducendo erronea applicazione della legge penale e manifesta illogicità della motivazione.

Quanto al primo vizio, la Corte di appello non avrebbe adeguatamente considerato la portata dell’intervento legislativo n. 99 del 2009, avente ad oggetto il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, che non solo ha soppresso la clausola “salvo che il fatto costituisca reato”, ma ha anche sostituito le parole “da 500 Euro fino a 10.000 Euro l’acquisto o l’accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose” con l’espressione “da 100 Euro fino a 7.000 Euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose”, ed ha, infine, sostituito il termine “intellettuale” con quello “industriale”. Tali modifiche, secondo il ricorrente, farebbero ritenere la norma “costruita su misura per l’acquisto di prodotti recanti marchi falsi venduti a prezzo bassissimo da persone anche extra-comunitarie sulla pubblica via o tramite internet e sicuramente l’intenzione del legislatore era proprio quella di non criminalizzare l’acquirente finale di prodotti recanti marchi falsi”; pertanto, dovrebbe applicarsi il principio di specialità di cui all’art. 9 legge n. 689 del 1981, considerando, altresì, che la norma amministrativa non fa distinzione fra dolo o colpa e dovrebbe essere applicata in ogni caso quando un privato acquista una cosa che per la qualità, per il prezzo o per la condizione di chi la offre ritenga che sia contraffatta.

La motivazione della pronuncia, comunque, si paleserebbe illogica laddove desume la consapevolezza della contraffazione dalla mera consultazione di una pagina internet, scritta in inglese, dalla quale non si desumeva che l’orologio che si ordinava potesse essere un orologio con marchio contraffatto, e l’imputato, che conosceva una lingua inglese scolastica, poteva ben credere di ordinare un orologio uguale a quello di marca Rolex, dovendosi distinguere tra il modello industriale e il marchio oggetto di tutela, marchio che l’imputato non poteva vedere e non ha potuto vedere perchè l’orologio non è mai arrivato a destinazione.

5. La costituita parte civile Rolex s.a., con due distinte note del 9 settembre 2011 e del 23 ottobre 2010, chiedeva il rigetto del ricorso sostenendo che l’intervento legislativo del 2009 ha voluto precludere al privato acquirente “ogni possibilità di fuga”, ampliando il sistema sanzionatorio, che ora ricomprenderebbe una serie di condotte che, in passato, si ponevano ai margini dell’applicabilità della contravvenzione di incauto acquisto ovvero al di fuori di ogni tipo di previsione normativa. Tale conclusione si ricaverebbe, in primo luogo, dall’interpretazione della volontà legislativa, che sarebbe nel senso dell’inasprimento della risposta repressiva al dilagante fenomeno della contraffazione mediante l’allargamento delle ipotesi punitive anche al campo delle sanzioni amministrative; in secondo luogo, dall’osservazione per cui la ricettazione ha caratteristiche strutturali, ben evidenziate anche dalle Sezioni Unite penali con la sentenza n. 12433 del 2010 (in tema di configurabilità del dolo eventuale nella ricettazione), del tutto diverse da quelle della contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., sicchè, benchè l’illecito amministrativo possa essere considerato speciale rispetto a quest’ultima fattispecie, non altrettanto potrebbe dirsi rispetto al delitto di ricettazione.

6. La Seconda Sezione penale, cui era stato assegnato il ricorso, con ordinanza del 28 settembre 2011, depositata il successivo 12 ottobre, ha rilevato l’esistenza di due distinte tesi giuridiche sulla questione della specialità o meno del nuovo testo di cui al D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, così come modificato dalla L. 23 luglio 2009, n. 99, art. 17, comma 2, rispetto al delitto di ricettazione.

Secondo un primo orientamento, l’illecito amministrativo sarebbe speciale solo rispetto alla contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., ma non rispetto alla ricettazione, atteso che soltanto l’elemento oggettivo della contravvenzione, essendo incentrato sull’acquisto o ricezione di cose di cui si abbia motivo di sospettare la provenienza da reato in ragione della loro qualità, della condizione di chi le offre o del prezzo, è seriamente sovrapponile con l’ultima versione legislativa dell’illecito amministrativo, mentre non altrettanto può dirsi del delitto di cui all’art. 648 c.p., che si sostanzia nell’acquisto o ricezione di cosa proveniente da delitto a fini di profitto.

Secondo il contrario orientamento, invece, deve trovare sempre applicazione la sanzione amministrativa pecuniaria, dovendosi l’illecito amministrativo considerare speciale non soltanto rispetto all’incauto acquisto, bensì anche in relazione alla ricettazione.

Tale soluzione poggia, in primo luogo, sull’interpretazione della volontà legislativa, che è maggiormente compatibile con l’esclusione dell’applicazione di sanzioni penali ai danni dell’acquirente finale di beni con marchi contraffatti; in secondo luogo, sull’esigenza di evitare che la norma sull’Illecito amministrativo resti relegata a meri casi di scuola, non essendo ragionevolmente ipotizzabile che l’acquirente finale di un prodotto con segni falsi – si pensi al frequente caso dell’acquisto da venditori ambulanti – non sia consapevole che l’oggetto acquistato rappresenta il provento della violazione dell’art. 474 c.p.; in terzo luogo, sulla considerazione per cui non è vero che l’illecito amministrativo è maggiormente compatibile con la struttura dell’art. 712 c.p., atteso che in esso il legislatore impiega l’espressione “inducano a ritenere”, laddove nella contravvenzione la lettera della norma usa le parole “abbia motivo di sospettare”, dal che si desume che lo stesso illecito amministrativo è idoneo ad “abbracciare sia le situazioni di mero sospetto che quelle di piena consapevolezza della provenienza del bene oggetto di transazione commerciale”.

Ne conseguiva, secondo la parte finale dell’ordinanza, l’opportunità di rimettere la questione alle Sezioni unite soprattutto per la sua potenzialità di riguardare “migliaia di acquirenti di beni con marchi contraffatti”. 7. Con decreto in data 17 ottobre 2011, il Primo Presidente assegnava il ricorso alle Sezioni Unite penali, fissandone per la trattazione l’odierna udienza.

8. Le costituite parti civili Rolex s.a. e Rolex Italia s.p.a. in data 30 dicembre 2011 hanno depositato presso la Cancelleria delle Sezioni Unite penali memoria ex art. 121 c.p.p., con la quale insistono nella richiesta di rigetto del ricorso, sostenendo, in punto di diritto, la perdurante sussistenza, nei caso di specie, del delitto di ricettazione anche a seguito dell’intervento legislativo dei 2009.

Al riguardo, ribadiscono che la nuova disposizione ha lasciato un ambito residuale di applicabilità del delitto di cui all’art. 648 c.p..

Deporrebbero in tal senso la volontà legislativa, che è orientata all’inasprimento della risposta repressiva al dilagante fenomeno della contraffazione mediante l’allargamento delle ipotesi punitive anche al campo delle sanzioni amministrative, nonchè le caratteristiche strutturali della ricettazione, posto che esse rimangono del tutto diverse da quelle della contravvenzione prevista dall’art. 712 c.p..

Ne consegue che, per quanto l’illecito amministrativo possa essere considerato speciale rispetto alla contravvenzione di incauto acquisto, non è altrettanto vero che esso lo sia anche rispetto al delitto di ricettazione. Ove il legislatore nel 2009 avesse voluto depenalizzare ogni tipo di acquisto, lo avrebbe detto espressamente, astenendosi dall’elencare nella nuova norma gli indici di sospetto, sicchè è da opinare che sia stato depenalizzato unicamente l’acquisto in relazione al quale si poteva muovere all’agente il rimprovero derivante dal “non aver colto” detti indici.

Secondo le parti civili, pertanto, mentre in tale ultimo caso si verserebbe nell’ipotesi dell’illecito amministrativo, la consapevolezza delle provenienza delittuosa della cosa acquistata resterebbe ancora punita dall’art. 648 c.p.. Ed anzi, così impostati I rapporti tra le fattispecie in questione, sia contravvenzionali che amministrativamente rilevanti, non si ravviserebbe, a rigore, la necessità di “scomodare” le regole sul rapporto di specialità tra norme. Sul piano effettuale osservano i difensori che, se così non si argomentasse, sarebbe troppo facile per l’agente sfuggire alle maglie del sistema penale semplicemente “iscrivendosi alla categoria del privato consumatore finale del prodotto”, il che frustrerebbe ogni sforzo repressivo del fenomeno contraffattivo che il legislatore avrebbe, invece, intenzione di continuare a porre in essere.

Ulteriore dimostrazione della non avvenuta depenalizzazione in parte qua dell’art. 648 c.p., deriverebbe dallo studio dei lavori preparatori della legge di modifica del 2009 ed in particolare dalla “Scheda di lettura”, redatta dal Servizio Studi del Senato nel novembre 2008, del disegno di legge A. S. n. 1195, nella quale si osserva che la nuova norma prevede chiaramente la sola punibilità a titolo amministrativo dell’incauto acquisto da parte dell’acquirente finale di prodotti in violazione della disciplina sulla proprietà industriale, con esclusione, dunque, di ogni menzione della condotta di ricettazione, che pertanto esulerebbe dall’ambito applicativo della depenalizzazione.

In calce alla memoria è contenuta una scheda elaborata da “tecnici competenti”, il cui contenuto viene “fatto proprio” dalla difesa delle parti civili, nella quale si sostiene che da alcune fonti dell’Unione Europea deriverebbe non solo la necessità di apprestare la massima tutela possibile contro gli atti di aggressione alla proprietà intellettuale, ma anche l’opportunità che ciò avvenga attraverso l’utilizzo delle sanzioni penali, costituendo le stesse un mezzo adeguato per il raggiungimento dello scopo.

A tal riguardo si fa menzione della c.d. Direttiva Enforcement (n. 2004/48/CE), che ha fissato detto principio pur non contenendo disposizioni materiali relative alle sanzioni penali da applicare e pur avendo lasciato liberi gli Stati membri di decidere le misure punitive considerate più idonee. Lo stesso principio sarebbe in corso di ulteriore precisazione in virtù di altri tre atti in via di perfezionamento: si tratterebbe della “Proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale” del 12 luglio 2005, nonchè della “Proposta di decisione-quadro del Consiglio relativa al rafforzamento del quadro penale per la repressione delle violazioni della proprietà intellettuale”, recante la stessa data, le quali imporrebbero agli Stati membri di qualificare come reato le violazioni intenzionali dei diritti di proprietà intellettuale; ed inoltre della “Proposta modificata di Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alle misure penali finalizzate ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale”, del 24 giugno 2006, secondo la quale anche le sanzioni penali devono costituire un opportuno strumento per assicurare il rispetto della proprietà intellettuale.

A tali fonti si aggiunge la Comunicazione della Commissione Europea del 16 luglio 2008, rubricata “Una strategia Europea in materia di diritti di proprietà industriale”, in cui si osserva che anche le sanzioni penali possono costituire in taluni casi un mezzo per far applicare i diritti di proprietà intellettuale e si confida nella sensibilità degli Stati membri di dotarsi di misure penali efficaci a tal fine.

Alla luce di tali richiami, la Corte di cassazione sarebbe chiamata a leggere in chiave penalistica la norma di cui al D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, convertito dalla L. n. 80 del 2005, così come modificata nel 2009, in tal modo adempiendo all’obbligo, oramai riconosciuto dalla sua stessa giurisprudenza, di interpretare il diritto nazionale in modo conforme alla normativa comunitaria.

Viceversa, in via subordinata, ove la Cassazione propendesse per la tesi della depenalizzazione, si suggerisce l’opportunità di un rinvio alla Corte di Giustizia in via pregiudiziale al fine di favorire la corretta interpretazione delle disposizioni sopra richiamate e, in via ulteriormente subordinata, di sollevare questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 11 e 117 Cost., laddove il contrasto tra le norme non fosse sanabile in via esegetica.

 

Motivi della decisione

1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni unite è la seguente: “Se possa configurarsi una responsabilità a titolo di ricettazione per l’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata”. 2. Su tale questione non sussiste un concreto contrasto nella giurisprudenza di questa Suprema Corte, la quale non risulta essersi pronunciata ex professo su di essa.

Si registra soltanto un intervento delle Sezioni Unite (sent. n. 47164 del 20/12/2005, ******, Rv. 232304), con il quale, nel pronunciarsi in merito al concorso tra il reato di ricettazione (art. 648 c.p.) e quello di commercio abusivo di prodotti audiovisivi abusivamente riprodotti (L. 22 aprite 1941, n. 633, art. 171 ter), si esamina anche il disposto del D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, nel suo testo originario e si osserva: “questa nuova fattispecie di illecito amministrativo è evidentemente applicabile nei soli casi in cui neppure la presupposta violazione delle norme in materia di proprietà intellettuale costituisca reato; al contrario di quanto invece presuppone la fattispecie contravvenzionale prevista dall’art. 712 c.p., sulla quale la fattispecie amministrativa è ricalcata pressochè letteralmente, e salva la disciplina eventualmente diversa dettata dalle norme in materia di origine e provenienza dei prodotti.

Attesa l’apparente identità delle due fattispecie, in realtà, la nuova norma risulterebbe inapplicabile, ove non avesse un ambito di applicazione distinto da quello proprio della fattispecie contravvenzionale prevista dal codice penale. Infatti, come s’è visto, l’art. 1, comma 7, del decreto stabilisce che la nuova fattispecie di illecito amministrativo è applicabile solo quando il fatto non costituisce reato; ma anche l’analoga fattispecie prevista dall’art. 712 c.p., è appunto un reato. Sicchè deve ritenersi che l’incauto acquisto di cose provenienti da reato possa integrare gli estremi della contravvenzione prevista dall’art. 712 c.p.; mentre l’incauto acquisto di cose di provenienza altrimenti illecita può integrare gli estremi dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, comma 7, convertito nella L. 14 maggio 2005, n. 80″.

La sentenza delle Sezioni Unite è stata pronunciata quando il testo originario del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, comma 7, conteneva, nel suo incipit, la clausola di riserva “***** che il fatto costituisca reato”. Sul punto è rilevante citare la sentenza Sez. 2, n. 35080 del 07/07/2009, la quale dopo aver aderito alla tesi delle Sez. U, n. 47164 del 2005 (cit.), quasi anticipando le successive modifiche normative, afferma che “soltanto l’eliminazione dell’inciso salvo che il fatto costituisca reato, renderebbe con sicurezza applicabile, in tale specifica situazione di acquisto, accettazione, ecc. – ed alla luce del generale principio di specialità di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9 – la sanzione amministrativa pecuniaria, eliminando il carattere inutilmente ridondante della disposizione. In questo modo la condotta di acquisto o accettazione, ovviamente, assumerebbe rilevanza – secondo i principi generali di cui alla citata L. n. 689, art. 3 – se connotata da dolo in caso di piena consapevolezza della provenienza illecita, ovvero da colpa”.

Deve ancora registrarsi una sentenza pronunciata in materia di acquisto di sostanze farmaceutiche assoggettate ad un titolo di proprietà industriale, che incidentalmente esamina la disposizione del D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, alla luce delle novelle intervenute nel settore, in particolare la L. 23 luglio 2009, n. 99, ed afferma che, sulla base di tale disposizione, la quale punisce con una semplice sanzione amministrativa l’acquisto di beni assoggettati a privativa industriale, “è di per sè categoricamente da escludersi che il fatto possa essere punito come reato, ostandovi all’evidenza il principio di specialità sancito dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9” (Sez. 2, n. 14053 del 15/03/2011, *********).

3. Dovendosi raffrontare il delitto di ricettazione con l’illecito amministrativo, occorre tener presenti i criteri sull’individuazione della norma speciale di recente ridefiniti dalla giurisprudenza di legittimità, posto che il concorso di norme tra fattispecie penali e violazioni amministrative è disciplinato dalla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9, in base al quale, se uno stesso fatto è punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, si applica la disposizione speciale piuttosto che il concorso tra sanzione penale e violazione amministrativa. Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 1963 del 28/10/2010, dep. 2011, Di *******, Rv. 248722, pronunciandosi in tema di rapporti tra l’art. 334 c.p., e l’art. 213 C.d.S., comma 4, hanno affermato che “rilevante è, nel testo dell’art. 9, la differenza rispetto all’art. 15 c.p., laddove, invece di parlare di stessa materia, si fa riferimento allo stesso fatto. Non è, però, da ritenere che con questa formula il legislatore abbia inteso fare riferimento alla specialità in concreto, dovendosi al contrario ritenere che il richiamo sia fatto alla fattispecie tipica prevista dalle norme che vengono in considerazione, evitando quella genericità che caratterizza l’art. 15 c.p., con il riferimento alla materia. Valgono infatti, nel caso di concorso tra fattispecie penali e violazioni di natura amministrativa, le medesime considerazioni (…) sulla necessità che il confronto avvenga tra le fattispecie tipiche astratte e non tra le fattispecie concrete. Il che, del resto, è confermato dal tenore dell’art. 9 che, facendo riferimento al fatto punito, non può che riferirsi a quello astrattamente previsto come illecito dalla norma e non certo al fatto naturalisticamente inteso”.

Nel contempo Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010, dep. 2011, ********, Rv. 248864, in tema di rapporti tra frode fiscale e truffa aggravata ai danni dello Stato, hanno affermato che in caso di concorso di norme penali che regolano la stessa materia, il criterio di specialità di cui al l’art. 15 c.p., richiede che, ai fini della individuazione della disposizione prevalente, il presupposto della convergenza di norme può ritenersi integrato solo in presenza di un rapporto di continenza tra le norme stesse, alla cui verifica deve procedersi mediante il confronto strutturale tra le fattispecie astratte configurate e la comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle.

Entrambe le sentenze, dunque, chiariscono che il rapporto di specialità deve essere verificato nel confronto strutturale tra le fattispecie astratte; ciascuna di esse, poi, contiene altre importanti affermazioni di principio: la prima sottolinea che il citato art. 9 “diretto a privilegiare la specialità (e quindi l’apparenza del concorso) costituisce un’importante chiave di lettura in tutti i casi in cui, ad una condotta penalmente sanzionata, si aggiunga (soprattutto se ciò avvenga in tempi successivi rispetto all’entrata in vigore della prima norma) una disciplina normativa che la preveda anche come violazione di natura amministrativa”; la seconda invita ad “una applicazione del principio di specialità, secondo un approccio strutturale, che non trascuri l’utilizzo dei normali criteri di interpretazione concernenti la ratio delle norme, le loro finalità e il loro inserimento sistematico, al fine di ottenere che il risultato interpretativo sia conforme ad una ragionevole prevedibilità, come intesa dalla giurisprudenza della Corte EDU”. 4. Per la soluzione della questione sottoposta a queste Sezioni Unite è necessario ripercorrere lo sviluppo delle modifiche legislative apportate alla norma di riferimento.

La norma base è quella introdotta con il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, comma 7, come modificato in sede di conversione dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, articolo che porta in rubrica l’indicazione “lotta alla contraffazione” e così dispone al comma 7, nel suo testo originario: “7. ***** che il fatto costituisca reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.000 Euro l’acquisto o l’accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale. La sanzione di cui al presente comma si applica anche a coloro che si adoperano per fare acquistare o ricevere a qualsiasi titolo alcuna delle cose suindicate, senza averne prima accertata la legittima provenienza. In ogni caso si procede alla confisca amministrativa delle cose di cui al presente comma. Restano ferme le norme di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70” (l’ultimo periodo è stato aggiunto dalla legge di conversione).

Successivamente il D.L. 30 settembre 2005, n. 203, art. 2, comma 4 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 2 dicembre 2005, n. 248, ha apportato le seguenti modificazioni: “al comma 7, al primo periodo, dopo le parole: sanzione amministrativa pecuniaria sono inserite le seguenti: da 100 Euro e sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: Qualora l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale o importatore o da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale, la sanzione amministrativa pecuniaria è stabilita da un minimo di 20.000 Euro fino ad un milione di Euro. Le sanzioni sono applicate ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni. Fermo restando quanto previsto in ordine ai poteri di accertamento degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria dalla citata L. n. 689 del 1981, art. 13, all’accertamento delle violazioni provvedono, d’ufficio o su denunzia, gli organi di polizia amministrativa”.

Successivamente ancora il D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, art. 5 bis, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49, che porta nuovamente in rubrica “lotta alla contraffazione”, sostituisce al primo periodo le parole “da 100 Euro” con quelle “da 500 Euro”.

Infine, la L. 23 luglio 2009, n. 99, art. 17, che reca in rubrica “contrasto della contraffazione”, entrato in vigore il 15 agosto 2009, apporta, con il comma 8, all’art. 1, comma 7, citato, le seguenti modificazioni:

“a) nel primo periodo:

1) le parole: ***** che il fatto costituisca reato, sono soppresse;

2) le parole: da 500 Euro fino a 10.000 Euro l’acquisto o l’accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose sono sostituite dalle seguenti: da 100 Euro fino a 7.000 Euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose;

3) la parola: intellettuale è sostituita dalla seguente:

industriale;

b) il secondo periodo è soppresso;

c) nel quinto periodo prima delle parole: Qualora l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale sono inserite le seguenti:

“***** che il fatto costituisca reato”.

Il comma 3 del citato art. 17, inoltre, dispone:

“3. Fermo restando quanto previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 1, comma 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, come modificato, da ultimo, dal comma 2 del presente articolo, e salvo che il fatto costituisca reato, è prevista la confisca amministrativa dei locali ove vengono prodotti, depositati, detenuti per la vendita o venduti i materiali contraffatti, salvaguardando il diritto del proprietario in buona fede”.

Il testo finale, attualmente vigente, del D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, è, dunque, il seguente:

“7. E’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 Euro fino a 7.000 Euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale. In ogni caso si procede alla confisca amministrativa delle cose di cui al presente comma. Restano ferme le norme di cui al D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 70. ***** che il fatto costituisca reato, qualora l’acquisto sia effettuato da un operatore commerciale o importatore o da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale, la sanzione amministrativa pecuniaria è stabilita da un minimo di 20.000 Euro fino ad un milione di Euro.

Le sanzioni sono applicate ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni. Fermo restando quanto previsto in ordine ai poteri di accertamento degli ufficiali e degli agenti di polizia giudiziaria dalla citata L. n. 689 del 1981, art. 13, all’accertamento delle violazioni provvedono, d’ufficio o su denunzia, gli organi di polizia amministrativa”. 5. Dall’esame dello sviluppo delle modifiche legislative al testo originario si desumono elementi interpretativi per chiarire il significato della disposizione attualmente vigente.

Un primo elemento è quello che concerne gli autori dell’illecito amministrativo:

1) in origine erano puniti con identica sanzione tutti coloro che effettuavano l’acquisto o la ricezione ovvero l’intermediazione all’acquisto o alla ricezione a qualsiasi titolo e per qualsiasi finalità di cose che violavano le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale;

2) successivamente si prevede una sanzione amministrativa “rafforzata” per gli operatori commerciali o importatori o, comunque, soggetti diversi dall’acquirente finale.

Un secondo elemento è quello relativo alle modalità dell’acquisto:

1) in origine qualsiasi acquisto, da chiunque effettuato, doveva essere avvenuto “senza avere prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale”;

2) tali modalità rimangono ferme anche quando successivamente si distingue tra acquirente finale e non finale;

3) con la L. n. 99 del 2009, viene soppressa la formula “senza averne prima accertata la legittima provenienza”.

Un terzo elemento di fondamentale importanza è quello relativo alla clausola di riserva:

1) in origine la formula “salvo che il fatto costituisca reato” riguardava indistintamente qualsiasi tipologia di acquisto;

2) con la L. n. 99 del 2009 la clausola di riserva viene soppressa con specifico riferimento all’acquirente finale e viene introdotta solo con riguardo agli acquisti effettuati da qualsiasi soggetto diverso dall’acquirente finale.

Già quest’ultima modifica potrebbe essere sufficiente a ritenere la specialità dell’illecito amministrativo rispetto agli acquisti effettuati dall’acquirente finale sulla base del solo testo della disposizione vigente alla data di entrata in vigore della L. n. 99 del 2009, in applicazione del principio formulato dalle citate Sezioni Unite n. 1963 del 2011 (v. retro par. 3), laddove si afferma che la L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 9, è diretto a “privilegiare la specialità” in tutti i casi in cui, ad una condotta penalmente sanzionata, si aggiunga, soprattutto se ciò avvenga in tempi successivi rispetto all’entrata in vigore della prima norma, una disciplina normativa che la preveda anche come violazione amministrativa, ciò che appare evidente nel caso di specie, in cui il legislatore ha manifestato chiaramente il suo intento con una mirata e selezionata eliminazione della clausola di specialità.

Se, poi, si procede, sempre in applicazione dei principi formulati dalle citate sentenze delle Sezioni Unite n. 1963 del 2011 e n. 1235 del 2011, ad un raffronto strutturale tra le fattispecie astratte, si deve rilevare, in primo luogo, che il legislatore del 2009 ha voluto delimitare l’ambito dell’illecito amministrativo speciale al soggetto agente costituito dall'”acquirente finale”, mentre i reati del codice penale (artt. 648 e 712) possono essere commessi da “chiunque”.

L’art. 648 c.p., richiede che colui che commette il delitto non sia concorrente nel reato presupposto, ma è evidente che la stessa qualifica di “acquirente finale” esclude tale possibilità con riferimento alla contraffazione quale presupposto della condotta amministrativamente illecita, trattandosi di qualifica del soggetto agente che intende escludere un qualsiasi concreto apporto causale all’attività criminosa presupposta, non solo sotto forma di previo concerto o di agevolazione, ma anche di concreta istigazione che abbia determinato l’autore materiale all’azione.

In secondo luogo, il concetto di “cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”, costituisce specificazione di quello di “cose provenienti da un qualsiasi delitto” di cui al l’art. 648 c.p..

In terzo luogo, la formula relativa alla modalità dell’acquisto che doveva avvenire “senza averne prima accertata la legittima provenienza” – che aveva fatto porre in raffronto la fattispecie in esame esclusivamente con quella dell’art. 712 c.p.p., che adottava analoga formula – è stata eliminata, in tal modo evidenziandosi la possibilità di configurare l’illecito amministrativo quale che sia l’atteggiamento psicologico del soggetto agente, poichè la semplice formula “inducano a ritenere” è idonea comprendere sia il mero sospetto che la piena consapevolezza della provenienza illecita del bene che si acquista; mentre non costituisce elemento specialistico “per aggiunta” il fine di profitto che caratterizza il delitto di ricettazione, posto che esso certamente è individuabile nel diversi profili di vantaggio che si propone l’acquirente finale di un prodotto contraffatto, sicchè si tratta di un elemento che appare inerente alla fattispecie delineata. Il rapporto di specialità, pertanto, sussiste sia rispetto al delitto che alla contravvenzione del codice penale, posto che, secondo quanto dispone la L. n. 689 del 1981, art. 3, “nelle violazioni cui è applicabile una sanzione amministrativa ciascuno è responsabile della propria azione od omissione, cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa”. 6. Dai lavori preparatori della legge di modifica del 2009 non si desume la depenalizzazione in parte qua solo dell’incauto acquisto e non anche dell’art. 648 c.p., come affermato nella memoria della parte civile, la quale fa riferimento ad una “scheda di lettura” redatta dal Servizio Studi del Senato con riferimento al disegno di legge, nella quale effettivamente si osserva che la nuova norma prevede “la sola punibilità a titolo amministrativo dell’incauto acquisto da parte dell’acquirente di prodotti in violazione della disciplina sulla proprietà industriale (anzichè intellettuale)”.

Infatti, il testo della L. n. 99 del 2009, art. 17, comma 8, era contenuto, negli stessi termini, nell’art. 12 del disegno di legge n. 1441, presentato in data 2 luglio 2008, d’iniziativa del Governo.

Tale articolo, rimasto inalterato nel suo contenuto, venne stralciato, insieme ad altri articoli, con delibera dell’Assemblea della Camera dei Deputati del 5 agosto 2008 (atto n. 1441 ter) e successivamente approvato il 1 luglio 2009. Passò quindi al Senato (atto 1195-B) dove venne definitivamente approvato il 9 luglio 2009.

Ebbene, la relazione che accompagnava il disegno di legge governativo, con riferimento al suddetto art. 12, parla di norma che reca “modifiche alla disciplina sanzionatoria del consumatore consapevole”. Il concetto di “consapevolezza” dell’acquirente è all’evidenza ben diverso da quello di un acquisto semplicemente incauto, mentre il riferimento al “consumatore” chiarisce che l’intento del legislatore è quello di dettare una disciplina sanzionatoria speciale riguardante appunto l’utente finale, trattandosi di una qualificazione che ha avuto ampia elaborazione nell’ambito della disciplina della tutela dei consumatori e che si riferisce strettamente a “qualsiasi persona fisica che agisca per fini che non rientrano nel quadro della sua attività commerciale, industriale, artigianale o professionale” (art. 2 direttiva dell’Unione Europea 11 maggio n. 2005/29/CE).

In ogni caso, in mancanza di elementi sistematici certi, è arbitrario ritenere che il legislatore, sopprimendo l’inciso “salvo che il fatto costituisca reato”, abbia voluto eliminare la riserva con riferimento non a tutte le tipologie di reato, ma solo alle contravvenzioni; tanto più che all’eliminazione di quell’inciso si accompagna anche la soppressione dell’espressione “senza averne prima accertata la legittima provenienza”, che consentiva, per questa parte, la sovrapposizione della fattispecie dell’illecito amministrativo a quella dell’incauto acquisto.

D’altro canto, la preoccupazione espressa nella memoria delle parti civili che la depenalizzazione del comportamento dell’acquirente privato consumatore finale “comporterebbe la corsa ad iscriversi a tale categoria”, è osservazione di mero fatto che non può incidere nel raffronto tra fattispecie astratte; si tratta di un aspetto che attiene al campo probatorio e riguarda la corretta e prudente valutazione del giudice di merito, il quale terrà conto che il legislatore, facendo riferimento all’acquirente finale, non ha inteso semplicemente contrapporlo all’acquirente “professionale”, posto che la stessa norma del D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, e successive modifiche, distingue quella figura soggettiva non solo dall’operatore commerciale e dall’importatore, ma anche “da qualunque altro soggetto diverso dall’acquirente finale”; pertanto, quest’ultimo deve intendersi colui che non partecipa in alcun modo alla catena di produzione o di distribuzione e diffusione dei prodotti contraffatti, ma si limita ad un acquisto ad uso personale.

7. Come si è detto, la soluzione interpretativa che attribuisce carattere di specialità all’illecito amministrativo in esame si fonda sulla progressione modificativa del testo originario della norma della L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, che trova la sua sistemazione finale con la L. n. 99 del 2009, entrata in vigore il 15 agosto 2009, così che si comprende come l’interpretazione offerta dalla citata sentenza delle Sezioni Unite n. 47164 del 20 dicembre 2005 (v. retro par. 2) resta superata proprio dalle citate modifiche.

Del resto, la previsione di un semplice illecito amministrativo per gli acquirenti finali di prodotti contraffatti rende la normativa in esame congruente con quella relativa all’acquisto di supporti audiovisivi, fonografici o informatici o multimediali non conformi alle prescrizioni legali, in relazione ai quali la suddetta sentenza delle Sezioni Unite ha ritenuto che, a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 68, si configuri una fattispecie penalmente rilevante a carico di coloro che effettuino l’acquisto a fine di commercializzazione, “configurandosi l’illecito amministrativo previsto dalla L. n. 633 del 1941, art. 174 ter, soltanto quando l’acquisto o la ricezione siano destinati a uso esclusivamente personale”. La sostituzione, nel D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, della parola “intellettuale” con quella “industriale” evidenzia il chiaro intento del legislatore di attuare proprio un parallelismo sanzionatorio tra le ipotesi di acquisto per uso personale di prodotti “provenienti” dalle violazioni dei diritti di esclusiva intellettuale e quelle di acquisto di prodotti “provenienti” dalla violazione dei diritti di proprietà industriale.

La interpretazione offerta nella suddetta sentenza, invece, mantiene la sua validità per quanto concerne l’illecito amministrativo previsto nei confronti di soggetti diversi dagli acquirenti finali.

Infatti, il legislatore non a caso per questi soggetti ha mantenuto la clausola “salvo che il fatto costituisca reato”, sicchè la nuova norma risulterebbe inapplicabile, ove non avesse un ambito di applicazione distinto da quello proprio delle fattispecie previste dal codice penale, nel senso che solo l’acquisto di cose di provenienza “altrimenti illecita”, ovvero non provenienti da reato, configura l’illecito amministrativo di cui al D.L. n. 35 del 2005, art. 1, comma 7, a carico di coloro che non sono acquirenti finali.

8. Stabilito che il complesso normativo che regola nella legislazione nazionale la materia in esame configura come illecito amministrativo la condotta dell’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata, la parte civile ha posto il problema di una interpretazione del diritto nazionale conforme alla normativa comunitaria, quale si desume, in particolare, dalla direttiva n. 2004/48/CE sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, oppure di un rinvio alla Corte di giustizia U.E. per la interpretazione della normativa comunitaria in materia, oppure, in via ulteriormente subordinata, di una rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale della normativa in esame con riferimento agli artt. 11 e 117 Cost..

La citata direttiva, dopo avere precisato all’art. 1 che il termine “diritti di proprietà intellettuale” include i diritti di proprietà industriale, definisce all’art. 3 il suo obiettivo, che è quello di individuare “le misure, le procedure e i mezzi di ricorso” che siano “effettivi, proporzionati e dissuasivi”, ravvicinando le legislazioni nazionali al fine – come si precisa nel preambolo della stessa direttiva ù “di assicurare un livello elevato, equivalente ed omogeneo di protezione della proprietà intellettuale nel mercato interno”. Secondo la tesi sostenuta dalla parte civile, ciò comporterebbe l’utilizzo di sanzioni penali costituendo esse un mezzo adeguato per il raggiungimento dello scopo. Nel citato preambolo, in effetti, si legge: “anche le sanzioni penali costituiscono, nei casi appropriati, un mezzo per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale”. 9. La questione in tal modo sottoposta all’attenzione di questa Corte comporta, preliminarmente, ancora prima di stabilire se essa sia fondata e rilevante, l’esame di una problematica più ampia: se sia consentito un rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia U.E. perchè chiarisca se la normativa comunitaria imponga nella fattispecie considerata l’applicazione di sanzioni penali ovvero alla Corte costituzionale perchè stabilisca se la normativa nazionale che prevede nei casi esaminati la configurabilità di un illecito amministrativo in luogo di quello penale sia in contrasto con la normativa comunitaria, quale parametro di costituzionalità alla luce degli artt. 11 e 117 Cost..

10. La Corte di giustizia U.E. ha chiarito, con costante giurisprudenza (da ultimo, contenente anche richiami ai precedenti, 5 luglio 2007, causa C-321/05 ******) che il principio della certezza del diritto osta a che le direttive possano, di per se stesse, creare obblighi in capo ai singoli; esse non possono quindi essere fatte valere in quanto tali contro i singoli dallo Stato membro, il quale ha la scelta della forma e dei mezzi di attuazione delle direttive che meglio permettono di garantire il risultato a cui mirano.

Peraltro, tutte le autorità di uno Stato membro, quando applicano il diritto nazionale, sono tenute ad interpretarlo per quanto possibile alla luce della lettera e dello scopo delle direttive comunitarie, ma “tale obbligo di interpretazione conforme non può giungere sino al punto che una direttiva, di per se stessa e indipendentemente da una legge nazionale di trasposizione, crei obblighi per i singoli ovvero determini o aggravi la responsabilità penale di coloro che trasgrediscono le sue disposizioni” (in tali termini, sentenza sopra citata). Si tratta di un limite che deriva dai principi generali del diritto, quello della legalità della pena e quello connesso di applicazione retroattiva della pena più mite, che fanno parte delle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri e, quindi, fanno parte integrante dei principi generali del diritto comunitario, che il giudice nazionale deve osservare quando applica il diritto nazionale adottato per attuare l’ordinamento comunitario (Corte di giustizia, Grande Sezione, 3 maggio 2005, ********** e altri, cause riunite C-387/02, C-391/02, C-403/02; 16 giugno 2005, ******, causa C- 105/03). Principi del resto, sanciti anche dall’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (da ultimo. Corte EDU, Grande Camera, 17/09/2009, ******** c. Italia); dall’art. 15, n. 1, del Patto internazionale sui diritti civili e politici; nonchè dall’art. 49, n. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Tali principi, pertanto, acquistano particolare rilevanza allorchè si intenda far valere una norma comunitaria contenuta in una direttiva nell’ambito di procedimenti penali. Infatti, nel caso in cui i giudici del rinvio, sulla base delle soluzioni loro fornite dalla Corte di giustizia, dovessero giungere alla conclusione che le norme nazionali non soddisfano gli obblighi comunitari, ne deriverebbe che gli stessi giudici del rinvio sarebbero tenuti a disapplicare, di loro iniziativa, tali norme, senza che ne debbano chiedere o attendere la previa rimozione in via legislativa o mediante procedimento costituzionale.

E appunto ciò che è avvenuto:

– con riferimento alle condotte illecite di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 ter lett. d) e, art. 171 bis, comma 1, riguardanti rispettivamente i supporti audio e video e i programmi per elaboratore privi di contrassegno Siae, per l’inopponibilità nei confronti dei privati dell’obbligo di apposizione del contrassegno Siae, in relazione alle quali i soggetti agenti sono stati assolti con la formula “il fatto non sussiste”, quale effetto della mancata comunicazione alla Commissione dell’Unione Europea di tale “regola tecnica” in adempimento della direttiva Europea 83/189/CE, come interpretata dalla sentenza della Corte di giustizia 8 novembre 2007, ********** (da ultimo, tra le tante, Sez. 3, n. 1073 del 19/11/2009, dep. 2010, *******, Rv. 245758);

– con riferimento al reato di ingiustificata inosservanza dell’ordine di allontanamento di cui del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, disapplicato, per non essere il fatto più previsto dalla legge come reato a seguito della sentenza della Corte di giustizia 28 aprile 2011, El Didri (Sez. 5, n. 26027 del 08/06/2011, Marouani, Rv. 250938; Sez. 1, n. 18586 del 29/04/2011, Sterian, Rv. 250233; Sez. 1, n. 22105 del 28/04/2011, Thourghi, Rv. 249732).

Quelli sopra citati sono all’evidenza casi in cui l’interpretazione del diritto comunitario da parte della Corte di giustizia ha comportato una sostanziale abolitio criminis, cioè un effetto penalmente favorevole nei confronti dei destinatari della norma. Ben diverso è il caso in cui si pretenda dalla Corte di giustizia un’interpretazione con conseguenze penali sfavorevoli per i singoli destinatari dei precetti comunitari.

La Corte di giustizia riconosce che “sarebbe difficile per l’Unione adempiere efficacemente alla sua missione se il principio di leale cooperazione, che implica in particolare che gli Stati membri adottino tutte le misure generali o particolari in grado di garantire l’esecuzione dei loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione Europea, non si imponesse anche nell’ambito della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale”, e che, pertanto, applicando il diritto nazionale, il giudice, chiamato ad interpretare quest’ultimo, è tenuto a farlo per quanto possibile alla luce della lettera e dello scopo della normativa comunitaria, ma tale obbligo di interpretazione “conforme” “trova i suoi limiti nei principi generali del diritto, ed in particolare in quelli di certezza del diritto e di non retroattività. Questi principi ostano in particolare a che il detto obbligo possa condurre a determinare o ad aggravare, sul fondamento di una decisione-quadro e indipendentemente da una legge adottata per l’attuazione di quest’ultima, la responsabilità penale di coloro che agiscono in violazione delle sue disposizioni” (sent. ******, cit.). La conseguenza è che un eventuale rinvio pregiudiziale non potrebbe avere come conseguenza che una sostanziale decisione di non liquet da parte della Corte di giustizia, In quanto una normativa comunitaria “non può essere invocata in quanto tale dalle autorità di uno Stato membro nei confronti degli imputati nell’ambito di procedimenti penali, poichè una direttiva non può avere come effetto, di per sè e indipendentemente da una legge interna di uno Stato membro adottata per la sua attuazione, di determinare o aggravare la responsabilità penale degli imputati” (è questo il dispositivo della citata sentenza ********** e altri, pronunciata con riferimento ad un caso in cui si chiedeva alla Corte di giustizia di verificare la compatibilità con il diritto comunitario delle nuove norme di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., verifica che avrebbe potuto comportare l’effetto di escludere l’applicazione del regime sanzionatorio) più mite previsto dai detti articoli).

In definitiva, non è possibile che dalla disapplicazione di una norma interna per effetto del contrasto con la normativa comunitaria, sulla base del principio di preminenza del diritto comunitario, possano conseguire effetti pregiudizievoli per l’imputato. La mancata previsione come fattispecie di reato di comportamenti che ai sensi della normativa comunitaria si sarebbero dovuti considerare come penalmente illeciti, potrebbe, al più, costituire un inadempimento del legislatore nazionale rispetto ad obblighi di fonte comunitaria, ma non consente che i cittadini dello Stato inadempiente siano perseguiti penalmente per fatti considerati illeciti ai sensi della normativa comunitaria, ma non punibili o non più punibili ai sensi di quella interna.

Questa Corte, adeguandosi a tali principi, ha ritenuto, anche a Sezioni Unite, di escludere la possibilità di un rinvio pregiudiziale, quando, appunto, tale rinvio fosse stato chiesto per legittimare un’interpretazione in malam partem della norma penale interna (Sez. 5, n. 38967 dell’11/10/2005, ********, Rv. 232571, con riferimento all’art. 2621 cod. civ.; Sez. U, n. 38691 del 25/06/2009, ******, Rv. 244191, che ha escluso che la disciplina in tema di confisca contenuta nella decisione-quadro del Consiglio U.E. 2005/212/GAI del 24 febbraio 2005 possa essere utilizzata per estendere la confisca per equivalente di cui all’art. 322 ter c.p., comma 1, anche al profitto del reato).

Analogamente non è percorribile la strada della questione di legittimità costituzionale. Infatti, la Corte costituzionale ha più volte chiarito che il principio della riserva di legge (art. 25 Cost.) preclude l’adozione di pronunce con effetto in malam partem, allorchè tale effetto discenda dall’introduzione di nuove norme o dalla manipolazione di norme esistenti, ovvero dal ripristino di una norma abrogata, essendo tali operazioni riservate alla discrezionalità del legislatore, non potendo la Corte costituzionale, senza esorbitare dai suoi compiti, invadere il campo ad esso riservato dall’art. 25, comma secondo, Cost., sovrapponendo alla scelta dallo stesso effettuata una diversa strategia di criminalizzazione (tra le tante: sentenze n. 161 del 2004 e n. 57 del 2009).

In definitiva, l’utilizzo della normativa sovranazionale va escluso allorquando “gli esiti di una esegesi siffatta si traducano in una interpretazione in malam partem della fattispecie penale nazionale” (Sez. U, n. 38691 del 2009, cit.).

11. Per completezza argomentativa, con riferimento all’obbligo del giudice nazionale di interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale, entro i limiti nei quali ciò sia permesso dai testi delle norme, deve osservarsi, in primo luogo, che la citata direttiva comunitaria 2004/48/CE nel preambolo chiarisce che essa non si propone di stabilire “norme armonizzate”, ma solo di “ravvicinare” le legislazioni nazionali al fine di assicurare un livello elevato, equivalente ed omogeneo di protezione della proprietà intellettuale nel mercato interno; in secondo luogo, che la stessa direttiva, pur prevedendo sempre nel preambolo che “anche le sanzioni penali costituiscono, nei casi appropriati un mezzo per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale”, nell’articolato definisce analiticamente le misure, le procedure e i mezzi di ricorso di natura civile e amministrativa che gli Stati membri devono adottare e solo in via residuale e aggiuntiva stabilisce all’art. 16 che gli Stati membri “possono” applicare altre “appropriate” sanzioni nei casi in cui il diritto di proprietà intellettuale sia stato violato. E’ evidente la volontà del legislatore comunitario di lasciare in questo campo libertà di scelta ai singoli Stati in materia di politiche criminali.

12. Per quanto concerne il concetto di “appropriatezza” non può non rilevarsi, al fine di sottolineare la non sindacabilità in termini di irragionevolezza delle scelte di politica criminale del legislatore, da un lato, che, nel caso di specie, l’imputato è stato condannato, con sanzione sostitutiva, alla pena di Euro 2.480 di multa interamente condonata, a fronte di un illecito amministrativo che prevede una sanzione pecuniaria fino a 7.000 Euro, dall’altro lato, che il legislatore ha previsto la confisca amministrativa delle cose che violano le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale, con la conseguente possibilità di procedere a sequestro cautelare ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 13, comma 2. Ma soprattutto la legge dispone che alla confisca si proceda “in ogni caso”; ciò significa che la confisca deve essere disposta a prescindere da qualsiasi accertamento di responsabilità. Infatti, le cose suddette devono considerarsi “intrinsecamente” illecite, alla stregua di quelle di cui all’art. 240 c.p., comma 2, n. 1, e di esse non può consentirsi la circolazione sotto qualsiasi forma, anche ad uso personale, a tutela non solo delle imprese che hanno interesse a mantenere certa la funzione di marchi e segni distintivi, ma anche, più in generale, della pubblica fede, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi o segni distintivi che individuano i prodotti industriali e ne garantiscono la corretta circolazione.

A completamento del quadro sanzionatorio amministrativo deve anche rilevarsi che, ai sensi del D.L. n. 35 del 2005, comma 8, le somme derivanti dall’applicazione delle sanzioni di cui al precedente comma 7 sono versate al bilancio dello Stato per essere riassegnate ad appositi capitoli da destinare alla lotta alla contraffazione.

13. In definitiva, deve formularsi il seguente principio di diritto:

“Non può configurarsi una responsabilità penale per l’acquirente finale di cose in relazione alle quali siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”. 14. In applicazione di tale principio, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Non deve essere disposta la trasmissione degli atti all’autorità amministrativa per l’applicazione delle sanzioni per l’illecito depenalizzato, poichè la depenalizzazione è successiva alla data di commissione del fatto.

Deve essere disposta la confisca dell’orologio in sequestro.

La formula di assoluzione non consente di adottare provvedimenti relativi alla parte civile.

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato. Dispone la confisca dell’orologio sequestrato.

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Condannato il dirigente che consente l’esodo dei dipendenti dopo aver ricevuto la notizia della morte di una collega: è interruzione di pubblico servizio (Cass. n. 22294/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza sopra indicata la Corte di appello di Palermo confermava la pronuncia del 11/05/2010 con la quale il Tribunale di Palermo aveva condannato G.S. alla pena di giustizia, in relazione al reato di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 9 e art. 340 cod. pen., per avere, quale responsabile della sede Inail di (omissis), omettendo di effettuare il previsto rientro pomeridiano, determinato la chiusura al pubblico dell’ufficio e la conseguenza interruzione del servizio (in Palermo, il 12/11/2003).

Rilevava la Corte di appello come la colpevolezza del G. fosse stata dimostrata dal contenuto delle dichiarazioni rese da diversi testimoni e degli accertamenti compiuti dalla polizia giudiziaria, all’esito dei quali era risultato appurato che, la mattina del 12/11/2003, appresa la notizia della tragica morte di una loro collega, la gran parte dei dipendenti della citata sede dell’Inail di Palermo avevano pubblicamente dichiarato di non essere in condizioni di svolgere la loro attività lavorativa; e che il G., lungi dal comunicare ai dipendenti che non sarebbe stato tollerato un “esodo di massa” e che eventuali assenze per ragioni di salute sarebbero state giustificate solo previa presentazione di un permesso, aveva fatto apporre all’ingresso un cartello con la scritta “chiuso per lutto” e alle 14,00 si era allontanato definitivamente dall’ufficio, rimasto, così, del tutto vuoto.

Aggiungeva la Corte territoriale che il reato contestato dovesse considerarsi integrato nei suoi elementi costitutivi, essendo sufficiente, per la sua configurabilità, una interruzione o un turbamento della regolarità dell’ufficio o del pubblico servizio, come nella fattispecie si era effettivamente verificato.

2. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso il G., con atto sottoscritto dal suo difensore avv. *******************, deducendo, con un unico motivo, la violazione di legge sostanziale, per avere la Corte di appello omesso di considerare che di quell’ufficio Inail era rimasto inattivo solo lo sportello per il ricevimento del pubblico;

che il G. non aveva affatto autorizzato un “esodo di massa” e si era allontanato dall’ufficio all’orario consentitogli, nè era certo che fosse stato proprio lui a fare affiggere quel cartello alla porta dell’ufficio; che il G., se avesse voluto, avrebbe potuto formalizzare un provvedimento di chiusura mentre, allontanandosi, non aveva potuto controllare che alcun dipendente avrebbe fatto il rientro pomeridiano; e che tutti gli altri dipendenti erano stati prosciolti dal giudice di primo grado.

 

Motivi della decisione

1. Ritiene la Corte che il ricorso sia inammissibile.

2. Il motivo del ricorso è stato presentato per ragioni diverse da quelle consentite dalla legge.

Il ricorrente, infatti, solo formalmente ha indicato, come motivo della sua impugnazione, una violazione di norme di legge penale, ma non ha prospettato alcuna erronea applicazione di norma sostantiva, nè alcun contraddizione logica, intesa come implausibilità delle premesse dell’argomentazione, irrazionalità delle regole di inferenza, ovvero manifesto ed insanabile contrasto tra quelle premesse e le conclusioni. Neppure è stata lamentata, come pure sarebbe stato astrattamente possibile, una incompleta descrizione degli elementi di prova rilevanti per la decisione, intesa come incompletezza dei dati informativi desumibili dalle carte del procedimento.

Il ricorrente, invero, si è limitato a criticare il significato che la Corte di appello aveva dato al contenuto delle emergenze acquisite durante l’istruttoria dibattimentale di primo grado e, in specie, delle dichiarazioni da lui rese durante l’istruttoria dibattimentale, confrontate con gli elementi di prova forniti dalla pubblica accusa.

E tuttavia, bisogna rilevare come il ricorso, lungi dal proporre un “travisamento delle prove”, vale a dire una incompatibilità tra l’apparato motivazionale del provvedimento impugnato ed il contenuto degli atti del procedimento, tale da disarticolare la coerenza logica dell’intera motivazione, è stato presentato per sostenere, in pratica, una ipotesi di “travisamento dei fatti” oggetto di vantazione, sollecitando una inammissibile rivalutazione dell’intero materiale d’indagine rispetto al quale è stata proposta una spiegazione alternativa alla semantica privilegiata dalla Corte territoriale nell’ambito di un sistema motivazionale logicamente completo ed esauriente.

Questa Corte, pertanto, non ha ragione di discostarsi dal consolidato principio di diritto secondo il quale, a seguito delle modifiche dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), ad opera della L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, mentre è consentito dedurre con il ricorso per cassazione il vizio di “travisamento della prova”, che ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova obiettivamente ed incontestabilmente diverso da quello reale, non è affatto permesso dedurre il vizio del “travisamento del fatto”, stante la preclusione per il giudice di legittimità a sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, e considerato che, in tal caso, si domanderebbe alla Cassazione il compimento di una operazione estranea al giudizio di legittimità, qual è quella di reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (così, tra le tante, Sez. 5, n. 39048 del 25/09/2007, ********, Rv. 238215).

3. Costituisce ius receptum nella giurisprudenza di questa corte il principio secondo il quale integra il reato di interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di pubblica necessità anche la condotta che determini una temporanea alterazione, oggettivamente apprezzabile, della regolarità dell’ufficio o del servizio, coinvolgendone solamente un settore e non la totalità delle attività (così, tra le tante, Sez. 6, n. 36253 del 22/09/2011, ******, Rv. 250810; Sez. 5, n. 27919 del 06/05/2009, **********, Rv. 244337; Sez. 6, n. 334/09 del 02/12/2008, ******, Rv. 242370; Sez. 6, n. 35071 del 14/03/2007, ********, Rv. 238025).

Di tale regula iuris la Corte di appello di Palermo ha fatto buon governo, chiarendo come le prove acquisite avessero dimostrato che, quel giorno, presso gli uffici Inail della città siciliana era rimasto senz’altro inattivo il servizio di sportello amministrativo e di ricevimento del pubblico, evidentemente essenziale rispetto alle esigenze della utenza; e come fosse stato proprio il G., dopo aver dichiarato ai dipendenti, riunitisi in assemblea nella sua stanza, che quel pomeriggio “se ne sarebbero andati tutti”, ad impartire al personale della portineria l’ordine di far apporre il cartello di chiusura alla porta di ingresso dell’ufficio, che aveva impedito ai cittadini ivi recatisi di poter fruire dei servizi di varia natura previsti in loro favore.

4. Quanto alla prescrizione del reato, va rilevato come la stessa si sia maturata il 10/10/2011, dunque in epoca posteriore alla adozione della sentenza di appello, e non possa essere, pertanto, dichiarata in ragione dell’accertata inammissibilità del gravame.

Sul punto questo Collegio non ha motivo per disattendere il consolidato principio di diritto secondo il quale l’inammissibilità del ricorso per cassazione, non consentendo il formarsi di un valido rapporto di impugnazione, preclude ogni possibilità sia di far valere sia di rilevare di ufficio, ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen., l’estinzione del reato per prescrizione, persine se maturata in data anteriore alla pronunzia della sentenza di appello, ma non dedotta nè rilevata da quel giudice (così, da ultimo, Sez. U, n. 23428 del 22/03/2005, *******, Rv. 231164; Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, *******, RV. 217266).

5. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento in favore dell’erario delle spese del presente procedimento ed al pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma, che si stima equo fissare nell’importo indicato nel dispositivo che segue.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1,000,00 in favore della Cassa delle ammende.

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Il Gip nega il passaggio dal rito immediato ad abbreviato condizionato senza fissare l’udienza per il contraddittorio: è nullità relativa (Cass. pen. n. 22253/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

S.A. e N.V. hanno proposto ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale di Milano, sezione 7, in data 22 novembre 2011 con la quale è stata rigettata l’eccezione di nullità dell’ordinanza con la quale il G.I.P. ha respinto la richiesta di giudizio abbreviato e ha disposto di procedersi alla celebrazione del giudizio immediato richiesto dalla Procura.

A sostegno dell’impugnazione i ricorrenti hanno dedotto:

a) violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) e c) in relazione all’art. 178 c.p.p., lett. c) e art. 179 c.p.p. con riferimento all’art. 438 c.p.p., comma 2.

I ricorrenti, premesso di essere stati tratti a giudizio, in stato di custodia cautelare, con rito immediato su richiesta formulata dalla procura della Repubblica di Milano il 16 dicembre 2010, con riferimento a numerosi capi di imputazione, tra cui alcuni concernenti i reati di usura ed estorsione, e che il 21 dicembre 2010 è stato emesso il decreto di citazione a giudizio per l’udienza dell’11 maggio 2011, hanno dedotto di aver avanzato richiesta di giudizio abbreviato condizionato all’assunzione di una serie di prove indicate nella richiesta. Con ordinanza del 5 aprile 2011 il GIP respingeva la richiesta e rimetteva gli imputati al giudizio della Vili sezione penale. All’udienza del 15 giugno 2011 i ricorrenti reiteravano la richiesta di accesso al rito abbreviato condizionato al Tribunale; trasmessi gli atti alla 7^ sezione penale, la richiesta veniva nuovamente respinta dal Collegio, che disponeva la prosecuzione del giudizio davanti alla 7 Sezione. Di fronte a tale giudice i difensori di cinque imputati, tra cui i due attuali ricorrenti, eccepivano la nullità dell’ordinanza del 5 aprile 2011, emessa dal GIP del tribunale di Milano, per non essere stata preceduta dal contraddittorio camerale, con relativa restituzione in termini per la proposizione, davanti al Giudice naturale, della richiesta di rito abbreviato condizionato e per la fissazione della udienza di trattazione della discussione. Con ordinanza del 22 novembre 2011 il Tribunale di Milano, sez. 7 penale rigettava l’istanza di nullità.

Con il presente ricorso i ricorrenti N. e S. hanno impugnato l’ultima ordinanza del 22 novembre 2011 per abnormità per non aver riconosciuto la nullità dell’ordinanza del 5 aprile 2011 con la quale il GIP del tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di trasformazione del rito immediato in giudizio abbreviato condizionato. L’abnormità dell’atto deriverebbe, secondo i ricorrenti, dall’ineluttabilità della prosecuzione della fase dibattimentale del processo, pur in presenza di un atto affetto da nullità assoluta, che avrebbe privato i ricorrenti della fase relativa all’udienza di discussione per l’accoglimento del rito invocato, e dunque avrebbe integrato una nullità assoluta e insanabile, riconducibile ad un caso di omessa citazione. In ogni caso, secondo i ricorrenti, l’abnormità dell’atto deriverebbe dall’arresto delle SS.UU. della Corte di cassazione, che, con la sentenza n. 30200 del 28 luglio 2011, avrebbe configurato i limiti del controllo del GIP, in ordine all’ammissibilità della richiesta del giudizio abbreviato condizionato, come verifica di carattere formale della regolarità della richiesta, concernente il rispetto del termine di cui all’art. 458 c.p.p. e la presenza della procura speciale in capo al difensore che agisce per conto del suo assistito, con la conseguente necessità di fissazione dell’udienza davanti a sè per la decisione nel merito. Non aver adempiuto alla fissazione di alcuna udienza per la valutazione della richiesta, avrebbe comportato l’adozione di un atto abnorme, perchè emesso in violazione di una condizione a contraddittorio necessario. Erronea sarebbe dunque la valutazione operata sul punto dalla 7 sezione del Tribunale di Milano che ha ritenuto l’ordinanza emessa dal GIP affetta da nullità a regime intermedio, per la sua mancanza di natura decisoria, e che sarebbe stata sanata dalla riproposizione della richiesta di rito abbreviato condizionato presentata dai ricorrenti in data 15 giugno 2011 davanti alla 7 Sezione del Tribunale di Milano.

 

Motivi della decisione

1. – Il ricorso è manifestamente infondato.

2. – I ricorrenti fanno ampio riferimento nel loro ricorso alla sentenza delle SS.UU. della Corte di cassazione, in cui, le stesse, affrontando un quesito completamente diverso rispetto a quello proposto all’attenzione del Collegio in questa sede, e cioè quello relativo alla decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare dall’ordinanza con cui è disposto il giudizio abbreviato ovvero dal decreto di fissazione dell’udienza per tale giudizio, hanno fatto riferimento anche al quadro processuale concernente gli atti introduttivi del giudizio abbreviato nella sua configurazione condizionata, nel momento in cui si incrocia con il giudizio immediato; sulla base di tali presupposti le Sezioni unite hanno affermato che, per stabilire il momento dal quale iniziano a decorrere i termini di custodia cautelare nel caso in cui si proceda con il rito abbreviato, occorre fare riferimento all’ordinanza con la quale il giudizio immediato viene trasformato in abbreviato, individuata nel provvedimento che ammette il secondo rito speciale, e non nel decreto di fissazione dell’udienza ai sensi dell’art. 458 c.p.p., comma 2; tale conclusione è stata fondata sulla ritenuta possibilità di decidere de plano, in ordine ai requisiti di ammissibilità dell’istanza, concernenti la tempestività della stessa, la legittimazione del richiedente, la riferibilità dell’istanza medesima all’intero processo, possibilità che precede l’emissione del decreto di fissazione dell’udienza, mentre la decisione sulla fondatezza dell’istanza ha bisogno del vaglio di un’udienza celebrata in contraddittorio tra le parti per verificare i profili di compatibilità dell’integrazione probatoria richiesta con il giudizio abbreviato e la necessità della stessa ai fini della decisione; in questo modo è stato superato il contrasto giurisprudenziale insorto, con riferimento alla giurisprudenza più risalente, la quale si era pronunciata ritenendo possibile l’adozione di una decisione di reiezione nel merito della richiesta di giudizio abbreviato attraverso una procedura de plano.

3. Ciò premesso, tuttavia, deve osservarsi che costituisce un assetto costante della giurisprudenza l’affermazione, pur variamente articolata e giustificata, dell’insindacabilità, da parte del giudice del dibattimento, dei provvedimenti con cui il giudice delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare ha negato l’accesso al giudizio condizionato all’integrazione probatoria, salva la possibilità del recupero del “rito” di fronte allo stesso giudice del dibattimento; in particolare è stata sempre negata la possibilità per il Tribunale, a meno che non si versi nell’ipotesi di nullità del provvedimento introduttivo del giudizio, di procedere direttamente alla restituzione degli atti al giudice per le indagini preliminari, o a quello dell’udienza preliminare, per la celebrazione del rito speciale, in forza del principio di non regressione del processo. Appare costante, dunque, la giurisprudenza nel ritenere che il provvedimento di diniego del giudizio abbreviato, seppur adottato in modo illegittimo, non assume il carattere dell’abnormità, proprio perchè non si produce alcuna situazione di stallo, e l’assenza della possibilità di un’autonoma impugnazione va ricercata proprio nel fatto che il giudice del dibattimento può ugualmente applicare la diminuente del rito, quando accerti che il diniego relativo al giudizio abbreviato sia stato illegittimo o ingiustificato (v. Cass., Sez. 1, 9 luglio 20097 n. 33895, CED 244752; e, in tema di revoca, Cass., Sez. 5, 14 dicembre 2004, n. 3395, CED 231408).

5. Peraltro la decisione delle Sezioni Unite sopra richiamata, nel momento in cui afferma la necessità della fissazione dell’udienza in contraddittorio tra le parti per valutare l’esigenza della richiesta integrazione probatoria, non prende poi in esame il problema della natura della sanzione processuale che colpirebbe il provvedimento di rigetto rispetto alla richiesta di accesso al giudizio abbreviato che sia stato adottato de plano, in quanto la questione era estranea al tema sottoposto alla sua valutazione. La difesa ha prospettato la sussistenza di una nullità assoluta e insanabile, che addirittura assumerebbe i tratti distintivi dell’abnormità con riferimento al provvedimento adottato. E’ allora il caso di ribadire come siano assenti nel provvedimento in questione tutti i tratti distintivi della radicale stravaganza, della estraneità rispetto ai poteri riconosciuti al giudice, dell’effetto di stallo o regressione processuale non rimediabile se non attraverso un intervento del giudice di legittimità, propri, in base al consolidato orientamento giurisprudenziale, dell’atto abnorme (v. Sez. un., 26 marzo 2009, n. 25957, ****, CED 243590; Sez. un., 29 maggio 2002, n. 28807,Manca, CED 221999; Sez. un., 22 novembre 2000, n. 33, Boniottt, CED 217244).

Ritiene al contrario la Corte che la valutazione di una eccezione di nullità rientri nella fisiologica competenza del giudice, indipendentemente dalla esattezza della relativa decisione. E i rimedi avverso l’eventuale errore sono dunque quelli specifici che disciplinano l’ordinario svolgimento del processo. Sarebbe stato, al contrario, proprio l’accoglimento della “restituzioni in termini” per avanzare la richiesta di rito abbreviato davanti al Gip competente a celebrarlo, se questo fosse stato ritenuto ammissibile, sia pure all’esito dell’apposita udienza camerale, a determinare una abnorme regressione del processo.

6. Ciò premesso al fine di definire la natura della dedotta nullità ritiene la Corte che correttamente il Tribunale abbia fatto riferimento alla categoria della nullità a regime intermedio.

Giustamente è stato fatto richiamo al consolidato orientamento giurisprudenziale in materia analoga, relativo all’udienza prevista dall’art. 447 c.p.p. per decidere sulla richiesta di applicazione della pena proposta dalle parti, secondo cui il provvedimento di rigetto della suddetta richiesta adottato de plano, è affetto da nullità a regime intermedio (Cass., Sez. 3, 12 dicembre 2007, n. 4743 , CED 239248; Cass., Sez. 3, 13 ottobre 2005, n. 2634, CED 232917; Cass., Sez. 6, 13 maggio 1998, n. 1737, CED 212244), come pure all’ulteriore costante orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale “la mancanza nel decreto che dispone il giudizio immediato, dell’avviso prescritto dall’art. 456 c.p.p., comma 2, che l’imputato può chiedere il giudizio abbreviato ovvero l’applicazione della pena a norma dell’art. 444 c.p.p., come pure l’eventuale erronea indicazione del termine entro il quale la richiesta può essere avanzata, danno luogo ad una nullità a regime intermedio”. Infatti, ragionando anche nell’ottica della recente sentenza delle Sezioni Unite e dell’affermata necessità di fissazione di apposita udienza per discutere in contraddittorio sulla sussistenza dei presupposti del rito speciale, tale affermazione trova la sua giustificazione nella necessità di strutturare adeguatamente la possibilità d’intervento dell’imputato sotto il profilo procedurale, con evidenti ricadute in ordine all’effettività della sua partecipazione consapevole alla vicenda processuale che lo riguarda e come garanzia di effettività rispetto all’esercizio del diritto di difesa; tuttavia l’assenza del carattere di decisorietà del provvedimento finale dell’udienza camerale, stante la sua “processuale”, relativa a questione concernente il mero “accesso al rito” (rectius il suo diniego), unitamente alla possibilità di elidere nell’immediata fase processuale successiva l’effetto negativo derivato dall’omessa fissazione dell’udienza, consente di ritenere corretto l’inquadramento della fattispecie nella categoria della nullità assoluta a regime intermedio. Da tale conclusione discende la conseguenza della sua sanatoria ai sensi dell’art. 183 c.p.p., nel momento in cui la difesa ha accettato gli effetti dell’atto, rinnovando la richiesta di trasformazione del rito di fronte al tribunale, nella pienezza del contraddittorio fra le parti e, per tale ragione, lasciando indenne dagli effetti diffusivi della nullità in questione anche il decreto di giudizio immediato in forza del quale si è radicata la competenza del giudice del dibattimento.

7. Va dichiarata, pertanto l’inammissibilità del ricorso cui consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonchè di ciascuno al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 1000.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e,ciascuno,inoltre, al versamento della somma di Euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.

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Prescrive un antibiotico che causa uno shock anafilattico: è omicidio colposo (Cass. pen. n. 22037/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

 

1. Il Tribunale di Lecce, sezione distaccata di Campi Salentina, con sentenza in data 14.06.2007, dichiarava O.E, responsabile del delitto di omicidio colposo in danno del paziente C.C. e condannava il primo alla pena di anni uno di reclusione, concesse le attenuanti generiche, oltre al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio.

2. La Corte di Appello di Lecce, con sentenza in data 24 maggio 2010, confermava integralmente la sentenza di primo grado, il ragionamento sviluppato dal Collegio muoveva dall’analisi delle seguenti circostanze: C.C., nel novembre 2002, nel corso del ricovero presso L’Ospedale di Campi Salentina, aveva manifestato sensibilità ai principi attivi contenuti nel farmaco Unasyn, essendo comparsa una reazione anafilattoide con dispnea intensissima, durante la somministrazione del predetto farmaco; lo stato di sensibilità del C., ai principi attivi contenuti nel farmaco Unasyn, era stato riferito al medico curante O.E., il quale aveva annottato nel libretto sanitario del paziente la richiamata intolleranza; nel successivo mese di febbraio, il medico curante aveva prescritto al C. una terapia che prevedeva la somministrazione del farmaco Rocefin per via intramuscolare; subito dopo l’assunzione del Rocefin, cioè a dire dopo l’effettuazione della prescritta iniezione, C. aveva accusato una grave crisi respiratoria, tanto che i medici dell’Ospedale ove il paziente era stato immediatamente trasportato, non avevano che potuto constatare l’intervenuto decesso; l’esame autoptico, svolto a circa un mese di distanza dal decesso, aveva consentito al nominato consulente di rilevare la presenza di aspetti anatomo-istopatologici compatibili con una causa di morte imputabile ad arresto cardiorespiratorio, per shock cardiogeno da reazione anafilattica, oltre alla presenza nel sangue del paziente del principio attivo del Rocefin, in misura pari a 24 mcg/ml.

3. Avverso la predetta sentenza della Corte di Appello di Lecce ha proposto ricorso per cassazione O.E., a mezzo del difensore.

Con unico motivo la parte deduce l’erronea applicazione della legge penale, in riferimento agli artt. 589 e 40 cod. pen.; ed il vizio motivazionale.

L’esponente ritiene che la Corte territoriale abbia omesso di esaminare la prospettazione difensiva, in base alla quale risultava impossibile ricostruire l’esistenza di un nesso causale tra le morte del C. e la condotta del sanitario, in considerazione sia della copertura cortisonica prescritta dal medico, sia della assunzione da parte del paziente dei farmaci di automedicazione, i quali hanno influito nella determinazione della successiva reazione allergica.

Osserva la parte che la natura della reazione anafilattica, definita come “intercorrente”, richiedeva di fornire valide spiegazioni, circa l’esclusione di elementi causali alternativi. E ritiene che la sentenza impugnata risulti immotivata, rispetto alle ragioni per le quali non si è ritenuto rilevante che il medico avesse prescritto una copertura cortisonica da abbinare al farmaco antibiotico, stante anche l’assunzione di altri farmaci da parte del C. Con specifico riferimento al nesso causale, il ricorrente rileva che la sentenza impugnata non chiarisce le ragioni per le quale ha escluso che la reazione anafilattica avvenuta nel novembre 2002 fosse riferibile ad alta componente, diverso dall’Unasyn; e sottolinea che la sindrome si verificò dopo l’infusione della sesta fiala del farmaco e che le precedenti infusioni non avevano determinato alcuna reazione allergica. Il ricorrente rileva che la Corte di Appello ha affermato che il paziente era allergico all’ampicillina, che è un derivato della penicillina; e considera che illogicamente ha poi affermato che la reazione fu scatenata dal Rocefin, farmaco appartenente alle cefalosporine, di generazione successiva rispetto alle penicilline, con minore potere allergizzante. Osserva che nel caso vi era solo il rischio di allergie incrociate, determinante l’obbligo per il medico di non prescrivere in maniera assoluta solo le penicilline, tra le quali non rientra il Rocefin.

Infine, l’esponente rileva che la Corte di Appello ha omesso di considerare che la quantità di principio attivo del Rocefin, rinvenuta nel sangue del paziente, pari a 24 mgc/ml, era così esigua non poter determinare effetti immediati dopo l’assunzione, come quelli riscontrati nel C., effetti che si sarebbero potuti verificare esclusivamente dopo ventiquattro ore dalla assunzione del farmaco.

4. Le parti civili C.P., C.C. e C.V. hanno depositato memoria, rilevando l’inammissibilità del ricorso, attinente a questioni di merito.

 

 

Considerato in diritto

 

5. II ricorso è inammissibile,

5.1. Invero, le doglianze dedotte dal ricorrente, in riferimento all’apparato motivazionale sviluppato dalla Corte di Appello nella ricostruzione della sequenza causale che ha determinato il decesso di C.C., si risolvono nella prospettazione di una lettura alternativa del compendio probatorio, che non risulta consentita in sede di scrutinio di legittimità. Come è noto la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto, pressocchè costantemente, che l’illogicità della motivazione, censurabile a norma dell’art. 600, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., è quella evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, in quanto l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di Cassazione limitarsi, per espressa volontà del legislatore, a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo, senza possibilità di verifica della rispondenza della motivazione alle acquisizioni processuali (cfr. Cass. Sez. U sentenza n. 12 del 31.05.2000, dep. 23.06.2000, Rv. 216260). Si è pure chiarito che “esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità, la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali” (Cass. Sez. U sentenza n. 6402 del 30.4.1997, dep. 2.07.1997, Rv. 207944, *********). Ed invero, in sede di legittimità non sono consentite le censure, che pur investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (ex multis Cass. Sez. VI sentenza n. 22445 in data 8.05.2009, dep. 28.05.2005, Rv. 244181).

Del resto, nel caso di specie, la Corte di Appello, nel confermare valutazioni effettuate dal giudice di primo grado, in ordine alla sussistenza del nesso di derivazione causale tra la assunzione del farmaco Rocefin e l’evento morte, ha sviluppato un conferente percorso logico argomentativo, che risulta immune dalle dedotte censure.

La Corte territoriale, nel censire il motivo di doglianza dedotto dalla difesa, con il quale si contestava che la causa scatenante dello shock fosse da rinvenire, in termini di certezza, nella sensibilità del paziente ai principi attivi caratterizzanti il gruppo di antibiotici di cui fanno parte I’Unasim ed il Rocefin, si è specificamente soffermata sugli elementi fattuali, posti dall’imputato a sostegno dei propri assunti: il fatto che alla prescrizione, ed alla successiva somministrazione, da parte del medico O., in data 22.08.2002, del farmaco Neo Duplamox, composto della medesima molecola dell’Unasym, non fosse seguita alcuna reazione allergica da parte del C.; le circostanza che il medico curante, unitamente al Rocefin, avesse prescritto la contestuale assunzione di un farmaco cortisonico, in funzione preventiva, rispetto ad una eventuale reazione allergica.

Con riguardo alla prima delle richiamate circostanze, la Corte di Appello ha considerato che la mancata reazione allergica da parte del paziente, a fronte della assunzione farmacologica intervenuta il 22.08.2002, era evenienza priva di ogni rilevanza: ciò in quanto, come riferito di consulenti tecnici del pubblico ministero e della parte civile, le intolleranze allergiche non necessariamente si manifestano alla prima assunzione del farmaco. Il Collegio ha poi evidenziato che C. aveva avuto una reazione allergica in data 10.11.2002, in occasione della assunzione del farmaco Unasym per via endovenosa, nel corso del ricovero presso l’Ospedale di Campi Salentina. Sul punto, la Corte distrettuale ha precisato che non vi erano elementi per ritenere che nell’occasione il personale sanitario avesse erroneamente somministrato al paziente anche l’anestetico contenuto nelle confezioni del farmaco destinate alla assunzione per iniezione intramuscolare; e che risultava documentalmente accertato che i sanitari aveva annotato l’intolleranza del paziente all’Unasym, con riferimento al prodotto in fiale endovenose.

Posto che la sola sostanza rispetto alla quale fu accertata l’intolleranza di C.C. è l’ampicillina, derivato della penicillina, la Corte di Appello si è quindi soffermata sulla circostanza relativa alla prescrizione del Bentelan, con carattere di prevenzione, rispetto al manifestarsi di una reazione allergica.

Al riguardo, il Collegio ha rilevato: che dagli atti processuali non risulta che l’imputato avesse prescritto di somministrare per via intramuscolare e per primo il farmaco cortisonico; che il figlio della vittima non ha riferito detta circostanza; che nella prescrizione redatta dal dott. O. non si rinviene la richiamata indicazione; che, anzi, al primo posto, nell’ordine dei farmaci da somministrare al paziente, viene indicato l’antibiotico; e che solo di seguito viene collocato il Bentelan. Conclusivamente sul punto, la Corte territoriale ha del tutto conferentemente osservato che, a fronte della complessa terapia posta in essere dai medici dell’Ospedale di Campi Salentina, in occasione della reazione allergica che aveva colpito il malato nel novembre 2002, la mera somministrazione di una fiala di ******** sarebbe risultata certamente insufficiente a fronteggiare l’insorgenza di un shock anafilattico.

Deve evidenziarsi che la Corte di Appello ha spiegato che l’aggettivazione della crisi occorsa al C. in costanza di ricovero nel mese di novembre 2002, definita dai sanitari come “intercorrente”, secondo quanto evidenziato dai consulenti di tutte le parti, sta a significare che trattasi di reazione manifestatasi occasionalmente, nell’ambito d’una diversa malattia, cioè a dire come quadro clinico occasionale, che si presenta nel corso di una differente malattia ma indipendentemente da essa. Il Collegio ha rilevato: che priva di ogni pregio risultava la ulteriore deduzione prospettata dal consulente della difesa, secondo il quale la predetta terminologia sarebbe stata utilizzata per indicare l’errore nella somministrazione del farmaco; e che il predetto riferimento stava ad indicare che il paziente non aveva manifestato, prima del 10.11.2002, altri episodi allergici.

La Corte distrettuale ha quindi ritenuto che fu la somministrazione del Rocefin, contenente il ceftriaxone, appartenente alla categoria delle cefalosporine, a scatenare la reazione allergica che condusse a morte C.C. Ed ha osservato che la diversa causa del decesso, individuata dalla difesa nella repentina caduta di pressione a causa della assunzione di farmaci ad azione vasodilatatoria, risultava priva di riscontri probatori, atteso che non vi era alcun elemento che portasse a ritenere che nel mese di febbraio 2003 il C. stesse assumendo detti farmaci. La Corte ha inoltre rilevato che i sintomi della crisi occorsa al paziente subito dopo l’assunzione del Rocefin, come descritti dal figlio che si trovava in quel momento accanto al malato (sobbalzo dal letto; fatica a respirare; colorito violaceo), risultavano sovrapponibili ai segni clinici della reazione allergica avuta dal C. in corso di degenza ospedaliera, che i medici avevano riportato nei seguenti termini: «dispnea intensissima, agitazione psicomotoria, cianosi»; ed ha considerato che detta evenienza offriva ulteriore dimostrazione al fatto che lo shock allergico, in entrambe le circostanze, aveva il medesimo fattore di innesco.

La Corte di Appello ha, infine, rilevato che la accertata presenza nel sangue del paziente di una concentrazione di soli 24 mcg/ml di ceftriaxone ben poteva aver innescato la reazione allergica dall’esito fatale, atteso che la letteratura medica ha chiarito che in soggetti sensibilizzati ad un determinato allergene, anche l’esposizione a dosi minime del medesimo fattore, può innescare manifestazioni allergiche di estrema gravità.

Come si vede, la Corte di Appello ha delineato una specifica relazione causale, tra una categoria di condizioni ed una categoria di eventi, individuando la legge generale di copertura nella accertata intolleranza di C.C. all’ampicillina, derivato della penicillina; e, sulla scorta di tale dato, ha chiarito che, nel caso di specie, fu certamente la prescrizione del Rocefin, da parte del medico curante O. – trattandosi di un farmaco contenente il ceftriaxone, appartenente alla categoria delle cefalosporine e perciò idoneo a innescare gravi reazioni in pazienti allergici alle penicilline, evenienza indicata nello stesso foglietto illustrativo che accompagna il prodotto – a scatenare la reazione allergica che condusse a morte C.C.

Così argomentando, i giudici di merito hanno individuato una legge di copertura universale, hanno proceduto all’analitica caratterizzazione del fatto storico sulla base di tutte le emergenze disponibili, giungendo conclusivamente a ritenere che l’evento morte, come in concreto verificatosi, fosse da riferire in termini di certezza, alla scelta terapeutica effettuata dal medico curante. Si tratta di un ragionamento esplicativo che risulta del tutto coerente cori l’insegnamento ripetutamente espresso da questa Suprema Corte, in base al quale, ai fini dell’imputazione causale dell’evento, il giudice di merito deve formulare giudizi sulla scorta di generalizzazioni causali congiunte con l’analisi delle contingenze fattuali proprie della fattispecie concreta (cfr. Cass. Sez. IV sentenza n. 43786 del 17.9.2010, dep. 13.12.2010, Rv, 248943).

6. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alle rifusione in favore delle costituite parti civili C.O., C.C., C.V. e C.P. delle spese di questo giudizio, liquidate come a dispositivo.

 

P.Q.M.

 

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alle rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio, cha liquida: quelle in favore di C.O. in € 2.500,00 oltre I.V.A., C.P.A. e spese generali nelle misure di legge; quelle in favore di C.C., C.V., C.P., unitariamente e complessivamente, in € 4.000,00, oltre I.V.A., C.P.A. e spese generali come per legge.

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Reato di falsa testimonianza (Cass. pen. n. 21913/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza pronunciata in data 9 giugno 2005, il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Brescia, assolse B. M., S. L. e *****, ‘per non avere commesso il fatto’, dal reato di concorso continuato nel delitto di falsa testimonianza commesso da G. C., *****, R.T. in udienza penale dinanzi al Tribunale di Brescia nel procedimento nei confronti di ***** e M. R., imputati di reati fiscali, reati fallimentari, truffa in danno dello Stato, associazione per delinquere ed altro.

Secondo la contestazione, G. C., *****, R. T., autisti dipendenti dal V., avevano reso dichiarazioni false, favorevoli al datore di lavoro, su istigazione del B. e del ********, avvocati difensori del medesimo V..

Aperto procedimento penale nei confronti dei predetti autisti per falsa testimonianza, essi resero al Pubblico Ministero numerose e varie dichiarazioni, sino alla ritrattazione finale.

Nella sentenza, dopo un’analitica esposizione delle numerose e contrastanti dichiarazioni di C. e dei due T., si concludeva rimarcando ‘la stucchevole girandola delle versioni sempre diverse l’una dall’altra’, rese dai predetti autisti, che avevano ‘dato vita, nel complesso, ad un crogiuolo talmente infido da rendere improduttivo e sterile per le esigenze del processo – e più in generale del diritto – ogni sforzo diretto a setacciare e distinguere all’interno di esso gli elementi genuini da quelli contaminati’. Per mancanza di coerenza e di logicità intrinseca delle chiamate in correità, C. e ***** venivano qualificati ‘persone radicalmente non credibili, e ciò a prescindere dai contenuti dei loro racconti’, con l’aggiunta che l’atteggiamento processuale degli stessi risultava ‘pesantemente inquinato da logiche economiche e remunerative’, per essere emerso che avevano tentato di ‘vendere il loro silenzio’, nel procedimento a carico del loro datore di lavoro, in stato di detenzione, al prezzo di ’10 o 20 mila Euro ciascuno’, richiesto ai familiari del V..

2. La Corte d’appello di Brescia, in accoglimento dell’impugnazione del pubblico ministero, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato gli imputati colpevoli dei reati loro ascritti e – nella ritenuta equivalenza tra circostanze attenuanti generiche e aggravanti contestate e con la diminuente del rito abbreviato – ha condannando B. e L. alla pena di due anni e sei mesi di reclusione (interamente condonata), nonché alla pena accessoria dell’interdizione dalla professione di avvocato per un anno, e ****** a quella due anni di reclusione (condonata nella misura di un mese e un giorno).

3. Ricorrono per cassazione i tre imputati, tramite i rispettivi difensori, i quali deducono motivi in larga parte comuni, anche se diversamente formulati, che si possono così sintetizzare:

a) nullità della sentenza per violazione degli artt. 545 e 546, commi 1 e 3, cod. proc. pen., con riferimento all’art. 606.1, lett. c) c.p.p. per mancanza o, comunque, per incompletezza degli elementi essenziali del dispositivo, con incertezza sul termine di impugnazione;

b) violazione dell’art. 384, comma secondo, c.p. con riferimento all’art. 606.1, lett. b) c.p.p. per mancata rilevazione del difetto di tipicità del contestato reato di falsa testimonianza, in quanto commesso da soggetti (C. e i due T.) che non avrebbero potuto essere obbligati a deporre o comunque a rispondere nel processo in cui fu commesso il reato di falsa testimonianza, giacché gli stessi erano concorrenti nei reati fiscali contestati al V.;

c) violazione dell’art. 384, comma primo, c.p. per mancata applicazione (anche nei confronti degli odierni imputati, concorrenti nel reato) della causa di non punibilità prevista in favore di chi abbia commesso il reato di cui all’art. 372 c.p. per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se medesimo da un grande nocumento nella libertà o nell’onore;

d) violazione dell’art. 372 c.p. e dell’art. 192.3 c.p.p. e vizio di motivazione, con riferimento all’art. 606.1, lett. b) ed e) c.p.p. in relazione alla valutazione dalle dichiarazioni rese da C. G., ***** e *****, ***** e C. B.;

e) violazione dell’art. 372 c.p. ed dell’art. 192.3 c.p.p. e vizio di motivazione, con riferimento all’art. 606.1, lett. b) ed e) c.p.p. in relazione alla valutazione delle predette dichiarazioni e dei riscontri esterni, anche sotto l’aspetto della mancata presa in considerazione degli argomenti difensivi esposti nelle memorie depositate in primo e secondo grado.

 

Considerato in diritto

 

1. Non sussiste la dedotta nullità della sentenza per violazione degli artt. 545 e 546, commi 1 e 3, cod. proc. pen., con riferimento all’art. 606.1, lett. c) c.p.p., pur corrispondendo a verità quanto denunciato da taluni ricorrenti, con riferimento alla mancata lettura del dispositivo della sentenza.

Come hanno precisato le Sezioni Unite di questa Corte, la sentenza pronunciata in appello all’esito di giudizio abbreviato deve essere pubblicata mediante lettura del dispositivo in udienza camerale dopo la deliberazione, e non mediante deposito in cancelleria. Tuttavia, in caso di omessa lettura, la sentenza non è abnorme o nulla, verificandosi una mera irregolarità, che produce però effetti giuridici, impedendo il decorso dei termini per l’impugnazione. (Cass. Sez. U, n. 12822 del 21/01/2010, Rv. 246269, *********).

2. Meritano invece accoglimento, nei limiti di seguito specificati, le censure sostanziali dedotte dai ricorrenti per erronea applicazione di norme penali e violazione dell’obbligo rafforzato di motivazione della sentenza d’appello che, in accoglimento dell’impugnazione del pubblico ministero, riformi la decisione assolutoria del giudice di primo grado.

3. È consolidata giurisprudenza di questa Corte che la sentenza di appello che ribalta il giudizio assolutorio di primo grado deve confutare specificamente, a pena di vizio di motivazione, le ragioni poste dal primo giudice a sostegno della decisione assolutoria, dimostrando puntualmente l’insostenibilità sul piano logico e giuridico degli argomenti più rilevanti della sentenza di primo grado, anche avuto riguardo ai contributi eventualmente offerti dalla difesa nel giudizio di appello, e deve quindi corredarsi di una motivazione che, sovrapponendosi pienamente a quella della decisione riformata, dia ragione delle scelte operate e della maggiore considerazione accordata ad elementi di prova diversi o diversamente valutati (Cass. Sez. 6, n. 6221/2006, Rv. 233083, *******; Sez. U, n. 45276/2003, Andreotti).

A tale consolidato orientamento di legittimità, occorre aggiungere la considerazione che il principio secondo cui il giudizio di condanna è legittimo ‘se l’imputato risulta colpevole […] al di là di ogni ragionevole dubbio’, (art. 533, comma 1, cod. proc. pen., come modificato dall’art. 5 della l. 20 febbraio 2006, n. 46), implica che, in mancanza di elementi sopravvenuti, la valutazione peggiorativa compiuta nel processo d’appello sullo stesso materiale probatorio acquisito in primo grado, debba essere sorretta da argomenti dirimenti, tali da rendere evidente l’errore della sentenza assolutoria, la quale deve rivelarsi, rispetto a quella d’appello, non più razionalmente sostenibile, per essere stato del tutto fugato ogni ragionevole dubbio sull’affermazione di colpevolezza.

Come è stato efficacemente affermato, non basta più ‘per la riforma caducatrice di un’assoluzione, una mera diversa valutazione caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo invece una forza persuasiva superiore, tale da far cadere ogni ragionevole dubbio, in qualche modo intrinseco alla stessa situazione di contrasto. La condanna, invero, presuppone la certezza della colpevolezza, mentre l’assoluzione non presuppone la certezza dell’innocenza, ma la mera non certezza della colpevolezza’ (Cass. sez. 6, n. 40159//2011, rv. 251066, *******; sez. 6, n. 40513/2011, *******, n.m.; Sez. 6, n. 4996/2012, rv. 251782, ******).

3.1. Orbene, la sentenza impugnata è venuta meno a tale obbligo di motivazione rafforzata, tanto più in presenza di memorie di parte che aggiungevano ulteriori argomentazioni, in senso assolutorio, rispetto a quelle emergenti dalla motivazione della sentenza di primo grado.

In particolare, i giudici d’appello hanno troppo sbrigativamente superato la valutazione d’inattendibilità dei dichiaranti C. e *****, ritenuti dal Tribunale ‘persone radicalmente non credibili, e ciò a prescindere dai contenuti dei loro racconti’.

I giudici d’appello non hanno fornito una convincente motivazione né in ordine alla credibilità dei suddetti dichiaranti, di cui risulta evidenziato l’interesse economico a ‘vendere’ il loro silenzio (ciò che implica la disponibilità di rendere dichiarazioni non veritiere ed interessate, una volta mutato il contesto di riferimento) né in ordine all’autonomia e genuinità delle dichiarazioni, la cui trascrizione contenuta negli atti difensivi palesa singolarissime identità di espressioni e riferimenti erronee a soggetti, che evidenziano un testo concertato tra i dichiaranti, e da essi meccanicamente recitato senza neppure l’accortezza di modificare le rispettive diverse identità soggettive.

4. I rilievi che precedono sono già sufficienti a imporre l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Questa, peraltro, ha omesso di affrontare una serie di problemi giuridici, il cui preventivo esame appariva doveroso prima di affermare la penale responsabilità degli imputati.

Dalle lettura degli stessi capi d’imputazione emerge che gli autisti G. G., ***** e ***** – i quali, in violazione dell’art. 372 cod. pen., avevano affermato d’aver trasportato, per conto delle imprese del V., carichi di vergella di alluminio, essendo ben consapevoli di avere in realtà effettuato carichi di trasporti di pani o billette di alluminio, materiale che, a differenza della vergella, è esenta da IVA – erano imputabili, o quanto meno indiziabili, per concorso in taluni dei reati fiscali addebitati al V. e, pertanto, non dovevano e non potevano essere sentiti in qualità di testimoni, non essendo ammissibile l’obbligo di deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una responsabilità personale del dichiarante (art. 198.2, cod. proc. pen.), con conseguente applicabilità dell’art. 384, comma secondo, cod. pen..

Il giudice d’appello non poteva e non doveva sentirsi vincolato dalle scelte operate dal pubblico ministero e dai giudici nel procedimento penale nei confronti di *****, nel cui ambito erano stati sentiti gli autisti in qualità di testi, competendo alla Corte bresciana, che ha affermato la penale responsabilità degli odierni imputati, l’obbligo di autonomamente apprezzare la corretta qualifica da attribuirsi ai predetti autisti, eventualmente discostandosi anche dalle valutazioni e dalle conclusioni a suo tempo effettuate dal giudice del procedimento in cui tali dichiarazioni furono rese (v., tra le più recenti, Cass. Sez. unite, n. 7208/2007, Genovese, e n. 15208/2010, *****).

4.1. Da tali rilievi i ricorrenti, sull’assunto che l’art. 384, comma secondo, cod. pen. configurerebbe un’ipotesi in cui ricorre difetto di tipicità del fatto-reato, fanno derivare la necessaria assoluzione degli odierni imputati, concorrenti in un fatto che non integra il reato proprio di cui all’art. 372 cod. pen..

Per la verità nei ricorsi si denuncia anche l’erronea applicazione dell’art. 384, comma primo, cod. pen., ma tale deduzione appare del tutto inconferente, giacché nel caso in esame non ricorre l’ipotesi di persona, legittimamente assunta come teste, che ha commesso il delitto di cui all’art. 372 c.p. ‘per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore’, bensì quella di ‘chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio […] ovvero non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere’ (art. 384, comma secondo, cod. pen.).

Osserva il Collegio che, per affrontare quest’ultimo problema, è indispensabile esaminare se la condotta addebitata agli odierni imputati integri o meno la previsione di cui all’art. 111, comma primo, cod. pen., il quale prevede che ‘chi ha determinato a commettere un reato una persona […] non punibile a cagione di una condizione o qualità personale, risponde del reato da questa commesso’, previsione che, prima di costituire anche un’aggravante, configura un’ipotesi particolare di punibilità del concorrente determinatore, pur in presenza di specifiche ipotesi di non punibilità dell’autore del reato.

Invero, al di là delle ricostruzione dommatiche delle fattispecie disciplinate dall’art. 384, comma secondo, cod. pen., l’interprete-giudice deve innanzitutto considerare che il legislatore nel predetto articolo ha espressamente previsto determinati ‘casi di non punibilità’ e che la disciplina del concorso di persone nel reato, all’art. 111 cod. pen., accanto all’ipotesi della persona non imputabile, prende in esame anche quello della persona ‘non punibile a cagione di una di una condizione o qualità personale’.

Orbene, non sussiste alcun elemento normativo che impedisca di prendere in considerazione, nell’ipotesi di concorso di persone nel reato, la situazione di chi ha determinato alla commissione del delitto una persona che, per essere stata richiesta di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunta come teste, si trovi nella condizione prevista dall’art. 384, comma secondo, cod. pen., condizione che ovviamente non può che qualificarsi come ‘personale’.

È ben evidente il particolare disvalore che il legislatore, nella disciplina del concorso di persone nel reato, ha inteso assegnare alla condotta del determinatore, al punto da avvertire la necessità di specificare, ad evitare ogni dubbio, che del reato commesso dalla persona determinata, autore del fatto tipico, non punibile a cagione di condizioni o qualità personali, non soltanto risponde il determinatore, ma ‘la pena è aumentata’.

4.2. L’esame di tale questione implica, però, un preventivo accertamento di fatto di competenza del giudice del merito, giacché, mentre il capo d’imputazione contesta agli imputati B. e L., oltre al ruolo di istigatori, anche quello di ‘diretti e consapevoli determinatoti della condotta criminosa consumata in udienza’ dai tre autisti, nella sentenza della Corte bresciana manca uno specifico esame del ruolo di determinazione degli imputati, per la cui integrazione non è sufficiente una semplice richiesta, sollecitazione o istigazione verso colui che del fatto-reato tipico, occorrendo invece che la condotta dell’agente determinatore abbia fatto insorgere nel determinato un’intenzione criminosa prima inesistente (cfr. Cass. Sez. 4, n. 38107/2010, Rv. 248406; Sez. 3, n. 1516/1969, Rv. 113164).

5. In conclusione, ritenuto assorbito ogni altro motivo, la sentenza impugnata va, pertanto, annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia per nuovo giudizio.

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia.

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Associazione a delinquere finalizzata alla concussione (Cass. pen. n. 21446/2012)

Redazione

Fatto e diritto

Con sentenza in data 14/6/2011 la Corte di Appello di Napoli in parziale riforma della decisione in data 16/9/2010, con la quale il G.U.P. aveva dichiarato B.F., colpevole dei reati di associazione per delinquere, finalizzata alla concussione (capo a), nonché dei reati di concorso in concussione (capi c, e, h, l) di concorso in corruzione (capo d) e di concorso in falso ideologico in atti pubblici (capi f, i, m), dichiarava l’imputato in stato di interdizione legale e sospeso dall’esercizio della potestà genitoriale per la durata della pena, confermando nel resto.

Si contestava al B. di essersi associato con C.C. e Ca.Ci., tutti funzionari in servizio presso l’Ufficio Napoli X dell’Agenzia delle Entrate, allo scopo di commettere più delitti di concussione in danno dei titolari delle società, oggetto di verifica fiscale in ordine all’osservanza della legge n. 388/2000 in materia di crediti di imposte per investimenti nelle aree svantaggiate, assumendo il Ca. il ruolo di individuare le società, presso le quali effettuare gli accessi, attivandosi presso il Direttore dell’Ufficio, affinché delegasse per tali attività il B. e il C. e questi ultimi il ruolo di esecutori materiali della condotta criminosa. Le società concusse si individuavano nella ‘************ s.r.l.’, rappresentata da P.R. , nella ‘E.T.A.M. Sicurezza s.r.l.’ di T.M. , nella ‘Comfort s.a.s. di P. C.’. In connessione a tali reati si contestava al B. un episodio di corruzione in danno di Bo.Ma., titolare della omonima ditta, oltre ai reati di falso ideologico nei processi verbali di accesso e constatazione.

In motivazione la corte di merito condivideva la ricostruzione della vicenda e i rilievi e le argomentazioni del giudice di primo grado a sostegno della conferma del giudizio di colpevolezza, non dubitando, quanto al reato associativo, del ruolo determinante, per come emergeva dal contenuto delle disposte intercettazioni, posto in essere dal Ca., ai fini della sussistenza del numero minimo, idoneo a configurare la fattispecie criminosa, non solo nel fatto che costui individuasse ai terminali le imprese da visitare, ma anche nel fatto che egli aveva spalleggiato gli altri due nell’organizzare le loro uscite, forzando anche la volontà del dirigente e manifestando un interesse, esorbitante dalle sue mansioni. Valorizzava, quanto ai reati satelliti, la prova dichiarativa, riveniente dalle persone concusse e talvolta anche dai loro commercialisti, nonché la prova documentale, acquisita agli atti.

Contro tale decisione ricorre il B.F. a mezzo del suo difensore il quale a sostegno della richiesta di annullamento articola vari motivi.

Con il primo motivo denuncia la violazione della legge penale e processuale e il difetto di motivazione in riferimento alla sussistenza del sodalizio criminoso e alla ritenuta partecipazione ad esso del Ca.Ci., contestando il ruolo attivo e consapevole, che i giudici del merito avevano attribuito a quest’ultimo, fondato su argomenti non conformi alla logica e su due sole intercettazioni dal contenuto assai equivoco. Con il secondo motivo deduce la violazione della legge penale e processuale e il difetto di motivazione in riferimento alla ritenuta sussistenza dei reati di concussione, che i giudici del merito avevano fondato esclusivamente sulle affermazione delle persone offese, senza verificare con estremo rigore la loro attendibilità, omettendo di valutare la circostanza che non avevano mai denunziato alcunché, fino a quando non furono convocate dalla Guardia di Finanza per essere sentite come persone informate sui fatti; esse ben avrebbero potuto testimoniare il falso, per evitare di dovere rispondere semmai del reato di corruzione. Procede quindi la difesa alla rassegna dei vari episodi, sottolineando per ciascuno di essi le incongruenze e le aporie, che potevano condurre ad una conclusione diversa e non per questa meno logica di quella cui erano pervenuti i giudici del merito.

Con il terzo motivo si duole dell’affermazione della colpevolezza in ordine ai reati di falso e sostiene che la corte di merito era andata oltre la contestazione in ordine ai reati ai capi f e i, nei quali non era addebitata alcuna falsità del contenuto dei verbali, se non il luogo di redazione di essi.

Infine con il quarto motivo lamenta l’eccessività della pena e l’immotivato diniego delle generiche.

Il secondo e terzo motivo sono destituiti di fondamento e vanno rigettati.

Quando agli episodi di concussione e all’unico episodio di corruzione le censure sulla valutazione delle prove, esula dal catalogo dei casi di ricorso, disciplinati dall’art. 606/1 c.p.p., profilandosi come doglianze non consentite ai sensi del terzo comma cit. art., volte, come esse appaiono, ad introdurre come ‘thema decidendum’ una rivisitazione del ‘meritum causae’, preclusa, come tale in questa sede.

Nel caso in esame la corte di merito ha dato conto, con puntuale e adeguato apparato argomentativo, di cui in precedenza si è fatto cenno, delle ragioni della conferma del giudizio di colpevolezza, correttamente utilizzando le testimonianze delle persone offese, la cui valutazione della credibilità rappresenta una questione di fatto, che ha una propria chiave di lettura nel compendio motivazionale e che non può essere rivalutata in sede di legittimità, a meno che il giudice – ipotesi qui non ricorrente – non sia incorso in manifeste contraddizioni (ex multis Cass. Sez. VI, 4/6-27/7/2010 n. 29372 Rv. 2480).

Peraltro non ha mancato il giudice del gravame di enunciare analiticamente gli elementi e le circostanze di fatto, che confermavano il contestato giudizio di attendibilità, rispondendo alle stringenti censure, mosse sul punto nei motivi di appello, le stesse di quelle poste a fondamento del ricorso, sicché la motivazione non appare sindacabile in sede di controllo di legittimità della sentenza impugnata, soprattutto quando – e il discorso vale anche per l’unico episodio di corruzione – il ricorrente si limita, come nella specie, a sollecitare un non consentito riesame del merito attraverso la rilettura del materiale probatorio.

Quanto alla qualificazione giuridica dei fatti ex art. 317 c.p., la corte di merito correttamente ha ritenuto la condotta posta in essere in danno di P.R., T.M., P.C. e D.C., come concussiva, e, richiamando il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ha affermato che l’elemento distintivo del reato di concussione rispetto a quello di corruzione non è tanto l’eventuale vantaggio, che deriva al privato dall’accettazione della illecita proposta del pubblico ufficiale, quanto l’esistenza di una situazione idonea a determinare uno stato di soggezione psicologica del privato nei confronti del pubblico ufficiale, esercitata mediante l’abuso della sua qualità o dei suoi poteri (ex plurimis Cass. Sez. VI, 23/10-3/12/2009 n. 46514 Rv. 245335). E tale situazione di assoggettamento psicologico si riscontra nelle testimonianze delle menzionate persone offese. Manifestamente infondata si rivela poi la censura relativa ai reati di falso, sulla quale ha già risposto il giudice del gravame, quando correttamente ha sottolineato che nelle ipotesi in esame la falsità ideologica in ordine alla non coincidenza temporale doveva ritenersi rilevante nella misura in cui i verbali medesimi, anche nel loro contenuto, attestavano in maniera non veritiera le operazioni compiute dall’imputato.

Fondato è il primo motivo, in esso assorbito il terzo.

La sentenza impugnata non appare convincente in ordine alla sussistenza dell’associazione per delinquere, contestata al capo a) e della partecipazione ad essa del Ca.Ci., la cui posizione è stata stralciata, e che all’epoca era ancora ‘sub iudice’.

L’iter motivazionale seguito dai giudici del gravame sembra ricalcare la motivazione del G.I.P. ed omette di approfondire le specifiche critiche mosse dalla difesa in ordine al ruolo e alle mansioni del terzo concorrente, che erano già determinati dall’ufficio e non concertati in funzione dei fatti illeciti compiuti, nonché in ordine all’elemento qualificante del reato, costituito dal ‘pactum sceleris’.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte chiarito che l’associazione per delinquere in tanto sussiste, in quanto si costituisca e permanga un vincolo associativo continuativo tra tre o più persone, allo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti, attraverso la predisposizione comune dei mezzi necessari alla realizzazione del programma criminoso e con la permanente consapevolezza da parte di ciascuno degli associati, di far parte del sodalizio e di essere disponibile ad attuarne il programma, e tale particolare atteggiarsi del ‘pactum sceleris’ distingue nettamente l’associazione per delinquere dal concorso di persone nel reato, anche continuato, il quale al contrario richiede l’accordo di due o più persone diretto a conseguire un determinato reato o anche più reati, collegati da un medesimo disegno criminoso (Cass. Sez. I, 22/9-23/10/94 n. 10835 Rv. 199581; 12/12/95-9/2/96 n. 4825 Rv. 203599).

Nel caso in esame la corte territoriale giunge alla conclusione della sussistenza del sodalizio criminoso e non dell’ipotesi del concorso di persone attraverso due intercettazioni, nella prima delle quali non dimostra non solo che l’eventuale terza persona coinvolta in quella attività criminosa fosse il Ca., ma anche che essa fosse consapevole di un pregresso accordo criminoso. Nella seconda conversazione il dirigente dell’ufficio riferisce ad un collega, il giorno dopo l’arresto del B. e del C., che il Ca. fosse a conoscenza che costoro ‘prendevano la tangente’, ma da qui a ritenere che anche il Ca. partecipasse agli illeciti posti in essere dagli altri due, il salto logico è evidente; così come congetturale si ravvisa l’affermazione del giudice del gravame, secondo la quale il Ca. abbia ‘spalleggiato’ di fatto i due nell’organizzare le loro uscite, forzando la volontà dello stesso dirigente, manifestando un interesse esorbitante dalle sue mansioni.

Si impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata e il rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Napoli, che nel demandato nuovo giudizio provveda ad eliminare le evidenziate lacune motivazionali alla stregua del principio di diritto, sopra enunciato, dando conto in maniera più adeguata delle ragioni a sostegno dell’ipotesi associativa, piuttosto che di quella del concorso di persone nel reato continuato, ed eventualmente procedendo alla rideterminazione della pena in ordine ai restanti reati, la cui condanna è divenuta definitiva per il rigetto degli altri motivi di ricorso.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato associativo e rinvia ad altra Sezione della Corte di Appello di Napoli per nuovo giudizio sul capo [a]. Rigetta nel resto il ricorso.

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Installazione non conforme – Trabattello – Infortunio sul lavoro (Cass. pen. n. 21226/2012)

Redazione

Fatto

Con sentenza del 29 aprile 2010 il Tribunale di Pordenone dichiarava (Omissis), (Omissis) e (Omissis) responsabili in ordine al reato di lesioni colpose commesso con violazione delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro in danno di (Omissis) e li condannava alla pena di euro 1.500,00 di multa ciascuno, oltre al pagamento delle spese processuali; pena interamente condonata ai sensi della Legge n. 241 del 2006.

Avverso tale sentenza proponeva appello la difesa dei tre imputati.

La Corte di appello di Trieste, con sentenza del 21.12.2011, confermava la sentenza emessa nel giudizio di primo grado e condannava gli imputati al pagamento delle spese del grado.

A (Omissis), (Omissis) e (Omissis) era stato contestato il reato di cui all’articolo 590 c.p., commi 2 e 3, aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica, perchè, nelle rispettive qualità di legali rappresentanti della ditta ” (Omissis) srl”, avevano omesso di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori, in quanto non avevano messo a loro disposizione attrezzature adeguate al lavoro da svolgere. In particolare non avevano installato il trabattello in conformità alle istruzioni di uso e montaggio fornite dal fabbricante e provvisto il piano di calpestio di ganci antivento, in tal modo cagionando lesioni, in data (Omissis), al lavoratore (Omissis), il quale, mentre operava all’altezza di circa 4/5 metri da terra, sopra il trabattello/impalcatura, cadeva a terra in quanto il piano di calpestio che gli era stato messo a disposizione non era esattamente agganciato alla spalla del trabattello con l’uso del “gancio antivento”.

Avverso la predetta sentenza tutti e tre gli imputati, a mezzo del loro difensore, proponevano ricorso per Cassazione, chiedendone l’annullamento, e la censuravano per i seguenti motivi:

violazione del principio della prova – contraddittorietà ed illogicità della motivazione – violazione di diritto delle norme sostanziali e processuali in materia di formazione della prova nel processo – Errata applicazione dell’articolo 40 c.p., comma 1, – illogicità della motivazione – violazione dell’articolo 533 c.p.p.- presenza di un ragionevole dubbio.

Sosteneva la difesa dei ricorrenti che non era stato provato oltre ogni ragionevole dubbio che sussistesse il nesso di causalità tra la mancanza del gancio antivento e l’infortunio. La Corte di appello infatti aveva valorizzato le dichiarazioni del teste (Omissis), secondo cui il gancio antivento avrebbe evitato la caduta, ma non aveva tenuto in alcuna considerazione le dichiarazioni dei testi della difesa e soprattutto quelle dell’infortunato, secondo cui non c’era nesso causale tra la presenza del predetto gancio e la caduta della tavola. La sentenza impugnata inoltre indicava tutti e tre gli imputati quali legali rappresentanti e quindi quali datori di lavoro, senza che fosse emersa in dibattimento la prova certa di tale loro qualifica.
Diritto

I proposti motivi sono palesemente infondati, in quanto ripropongono questioni di merito a cui la sentenza impugnata ha dato ampia e convincente risposta e mirano ad una diversa ricostruzione del fatto preclusa al giudice di legittimità.

Tanto premesso si osserva che i ricorsi proposti per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione selezionano un percorso che si esonera dalla individuazione dei capi o dei punti della decisione cui si riferisce l’impugnazione ed egualmente si esonerano dalla indicazione specifica degli elementi di diritto che sorreggono ogni richiesta. Le censure che investano la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione impongono una analisi del testo censurato al fine di evidenziare la presenza dei vizi denunziati. Tutto ciò non è rintracciabile nei ricorsi dei tre sopra indicati imputati, poichè mancano di qualsiasi considerazione per la motivazione criticata, e lungi dall’individuare specifici difetti di risposta, si dolgono del risultato attinto dalla sentenza impugnata e accumulano circostanze che intenderebbero ridisegnare il fatto ascritto in chiave a loro favorevole, al fine di ottenere in tal modo una decisione solamente sostitutiva di quella assunta dal giudice di merito.

Nella sentenza oggetto di ricorso è infatti chiaro il percorso motivazionale che ha indotto quei Giudici a confermare la sentenza di primo grado.

La Corte di Appello infatti,con riferimento all’esistenza del nesso causale tra la condotta posta in essere dagli imputati e l’infortunio sul lavoro che ha causato lesioni personali al lavoratore (Omissis), valuta attentamente le emergenze istruttorie. In particolare la sentenza impugnata evidenzia che gli odierni ricorrenti avevano messo a disposizione dei lavoratori un trabattello vecchio di oltre vent’anni, senza un manuale d’uso e privo di un dispositivo (il cosiddetto gancio antivento) che era diretto non solo a prevenire l’azione disturbante del vento, ma anche a garantire il corretto posizionamento nella propria sede del piano di calpestio, come risultava dalla missiva inviata dalla ditta (Omissis) all’ (Omissis) in data 11.10.05.

Correttamente pertanto è stato riconosciuto sussistente il nesso di causalità tra la condotta posta in essere dai tra ricorrenti e l’infortunio subito dallo (Omissis), in quanto se il trabattello fosse stato regolarmente provvisto di gancio antivento, il gancio non si sarebbe chiuso nella posizione in cui erano stati erroneamente sistemati i tubolari e quindi il sinistro non avrebbe potuto verificarsi.

Per quanto poi attiene alla censura secondo cui non sarebbe stata dimostrata la qualifica di legali rappresentanti, e quindi di datori di lavoro, di tutti e tre i ricorrenti, non essendo state acquisite le visure camerali della società ” (Omissis)”, si osserva che la stessa identica doglianza era stata proposta in appello e la Corte territoriale aveva fornito una puntuale risposta, rilevando che la qualifica dei tre imputati risultava dagli atti dell’inchiesta svolta dall’ (Omissis), acquisiti su accordo delle parti, in cui ai predetti veniva attribuita la qualifica di legali rappresentanti della s.r.l. (Omissis).

Pertanto il motivo di cui sopra è inammissibile, in quanto aspecifico.

I ricorsi non vanno in conclusione oltre la mera enunciazione dei vizi denunciati e dunque essi sono inammissibili con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 ciascuno in favore della cassa delle ammende.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno a quello della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa ammende.

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Infortunio sul lavoro – Responsabilità del datore di lavoro (Cass. pen. n. 21199/2012)

Redazione

Fatto e Diritto

1. Il Tribunale di Lecce ha affermato la penale responsabilità dell’imputato in epigrafe in ordine al reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro in danno di (Omissis). La pronunzia è stata confermata dalla Corte d’appello di Lecce.

Secondo quanto ritenuto dai giudici di merito il (Omissis) si trovava alla guida di un carrello elevatore quando, per effetto di un errore di manovra non esattamente definito, determinava il ribaltamento del veicolo cui conseguiva l’impatto tra il cranio e le strutture metalliche dell’abitacolo, che cagionava lesioni letali. All’imputato, nella veste di datore di lavoro, è stato mosso l’addebito di aver messo a disposizione del dipendente un carrello privo di cintura di sicurezza e con struttura metallica dell’abitacolo insicura.

2. Ricorre per cassazione l’imputato.

2.1 Con il primo motivo si deduce che la Corte di merito ha arbitrariamente ritenuto che l’urto del capo della vittima sia stato determinato dal contatto con le strutture metalliche del carrello e non con il suolo; che altrettanto arbitrariamente si è opinato che l’intera struttura metallica fosse una superfetazione artigianale; che erroneamente si è ritenuto che appropriate misure di sicurezza avrebbero potuto evitare l’evento letale. In particolare non ha avuto rilievo causale alcuno il tettuccio tagliente, che non è stato coinvolto nell’impatto; nè avrebbe avuto utilità l’apposizione di cintura di sicurezza ventrale, che non avrebbe impedito il violento spostamento laterale del guidatore provocato dal ribaltamento del mezzo di novanta gradi ed il conseguente impatto col suolo o col montante della cabina.

La Corte, in breve, si è limitata a valutare negativamente talune situazioni di pericolo astratto senza verificare se esse potessero o meno essere in rapporto causale con l’evento. Di decisivo rilievo è, ribadisce il ricorrente, che la prescritta cintura di sicurezza ventrale non avrebbe impedito lo spostamento laterale del tronco della vittima. D’altra parte, le disposizioni per evitare il ribaltamento sono finalizzate a cautelare le operazioni di sollevamento e trasporto del materiale, mentre nel caso in esame il ribaltamento è conseguenza di un errore di guida da parte della vittima.

2.2 Con il secondo motivo si lamenta che, senza appropriata motivazione, sono state negate le attenuanti generiche ed è stata irrogata una condanna lontana dal minimo edittale, senza considerare la tenuità dei pregiudizi penali e la natura ed entità dei fatti.

3. Il ricorso è infondato.

La sentenza impugnata premette che il sinistro ha avuto luogo per un errore commesso dal (Omissis) nel corso dell’esecuzione di una manovra mentre si trovava alla guida del carrello. Si aggiunge che l’impatto del cranio ha avuto luogo con le strutture metalliche del veicolo. A tale riguardo viene compiuta diffusa, minuziosa analisi del materiale probatorio e soprattutto dei rilievi fotografici e delle tracce di sangue per dimostrare che l’impatto è avvenuto con la parte anteriore del tettuccio che, costruito artigianalmente, era insicuro essendo costituito da materiale anelastico. Il corpo, dunque, non ha mai impattato con il terreno. In tale situazione ha avuto sicuro rilievo la mancanza di cintura di sicurezza. Infatti, la frattura scomposta della regione occipitale è conseguenza del ribaltamento del mezzo e del conseguente sbalzamento del suo conducente, ma anche del peso del corpo che, proiettato all’indietro, ha costituito sovraccarico di notevole entità per il cranio. Si aggiunge che il consulente ha rimarcato che se fosse stata indossata la cintura, di cui il mezzo era sprovvisto, il bacino del conducente sarebbe rimasto vincolato, con la conseguenza che l’urto sarebbe stato molto meno violento, con conseguenze de tutto differenti da quelle verificatesi. Si aggiunge, a completamento del quadro, che la cabina era irregolare e che il conducente non indossava il casco che avrebbe costituito una efficace protezione. Anche nell’ipotesi che tale apparato fosse stato fornito, incombeva comunque sul datore di lavoro l’obbligo di assicurare l’osservanza della normativa antinfortunistica.

Tale argomentato apprezzamento è basato su plurime e significative acquisizioni probatorie ed è supportato dalle valutazioni del consulente tecnico. Esso è immune da vizi logico giuridici e non è quindi sindacabile nella presente sede di legittimità. Nel suo nucleo, la pronunzia dimostra persuasivamente che la mancanza della cintura di sicurezza ventrale ha avuto un decisivo ruolo nella dinamica del sinistro, incrementando in modo drammatico l’entità dell’impatto del cranio con le parti metalliche del veicolo e cagionando quindi l’evento letale. Tale valutazione fonda correttamente il giudizio di colpevolezza e l’affermazione di responsabilità.

3.2 Quanto al trattamento sanzionatorio si considera che l’imputato è gravato da tre pregiudizi penali, tutti afferenti alla violazione della normativa sulla sicurezza del lavoro e ciò non consente la concessione delle attenuanti generiche, mentre la sanzione è stata già individuata nel minimo edittale. Pure tale valutazione è immune da censure, giacchè tiene conto dei ripetuti e specifici precedenti a fronte di una sanzione di non marcato rilievo.

Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

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