Penale Archivi - Pagina 139 di 164

Penale

Responsabilità datore lavoro e norme antinfortunistiche (Cass. pen. n. 33521/2012)

Redazione

Fatto

1. Con sentenza in data 22 settembre 2009 il tribunale di Ascoli Piceno condannava G.A. n. ******* (LIBIA) il 03/02/1951, alla pena di tre mesi di arresto in quanto riconosciuto colpevole del reato previsto dagli artt. 81 c.p., 14 e 18 bis d.lgs. n. 66 del 2003 per aver, quale responsabile della società datrice di lavoro ((…) Srl) omesso di far sopportare i lavoratori D.A. e D.P. alla prescrittiva visita medica di accertamento di idoneità al lavoro in turni notturni.

2. A seguito di appello dell’imputato la corte d’appello di Ancona con sentenza dell’11-14 luglio 2011 in parziale riforma della pronuncia di primo grado dichiarava il reato estinto limitatamente al lavoratore D. determinava la pena per il residuo reato in mesi due e giorni 20 di arresto.

3. Avverso questa pronuncia l’imputato propone ricorso per cassazione con quattro motivi.

 

Diritto

1. Il ricorso è articolato in quattro motivi.

Con il primo motivo il ricorrente deduce violazione e/o erronea applicazione degli artt. 19 seguenti d.lgs n. 758 del 1994. Lamenta di non essere stato posto in condizione di poter estinguere la contravvenzione in via amministrativa.

Con il secondo motivo il ricorrente si duole del fatto che la notifica della prescrizione da parte dell’ispettorato del lavoro è stata effettuata al solo imputato come persona fisica e non anche allo stesso quale legale rappresentante della società.

Col terzo motivo il ricorrente deduce che il lavoratore D. era gravemente ammalato e quindi c’era l’impossibilità di sottoporlo a una visita medica, stante la sua radicale inidoneità alla prestazione lavorativa.

Col quarto motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata per non aver tenuto conto che in azienda vi era una responsabile della sicurezza del lavoro, il quale quindi rispondeva di tutti gli adempimenti di legge.

2. Il ricorso è fondato.

2.1. I primi due motivi sono manifestamente infondati atteso che la corte d’appello ha dato atto che la prescrizione dell’ispettorato del lavoro era stata regolarmente notificata all’imputato. Il contenuto della prescrizione era tale per cui l’imputato poteva agevolmente rendersi conto che la notifica era stata fatta come legale rappresentante della società datrice di lavoro di quei lavoratori per i quali era mancata la visita medica di accertamento dell’idoneità al lavoro.

Anche il terzo motivo è inammissibile perché censura di merito. La corte d’appello ha correttamente osservato che l’eventuale impossibilità del lavoratore in malattia di accedere in azienda non impediva comunque che la visita medica avrebbe potuto essere svolta in forma domiciliare.

2.2. Invece il quarto motivo va accolto atteso che la sentenza impugnata tace del tutto in ordine alla circostanza dedotta come motivo d’appello dalla difesa dell’imputato secondo cui in azienda vi era un responsabile della sicurezza sul lavoro.

In particolare questa corte (Cass., sez. IV, 27/05/2011 – 14/07/2011, n. 27738) ha affermato che, laddove ci sia un responsabile della sicurezza, è quest’ultimo che deve attivarsi per il rispetto delle norme antinfortunistiche. Quindi è rilevante accertare se in azienda vi sia stato, o no, un responsabile della sicurezza, fermo restando comunque che il datore di lavoro ha un generale obbligo di vigilare in ordine al corretto espletamento da parte di quest’ultimo delle attività a lui delegate e concernenti l’adozione delle misure di prevenzione degli infortuni sul lavoro (cfr. in proposito, quanto all’obbligo del datore di lavoro, Cass., sez. IV, 12/04/2005 – 01/06/2005, n. 20595).

3. Pertanto il ricorso va accolto con conseguente annullamento della sentenza impugnata e rinvio alla corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla corte d’appello di Perugia.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dichiarazione infedele e reato di occultamento, sussiste il concorso di reato (Cass. pen. n. 33504/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. – Con sentenza del 21 gennaio 2011, la Corte d’appello di Genova ha confermato la sentenza del Tribunale di Massa del 20 aprile 2010, con la quale l’imputato era stato condannato, per il reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4, per avere, in qualità di legale rappresentante di una società, al fine di evadere l’Iva relativa al periodo di imposta 2003, indicato nella relativa dichiarazione annuale elementi passivi fittizi per l’importo di Euro 707.606,00, con evasione d’imposta pari a Euro 133.829,00.

2. – Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, deducendo: a) la carenza di motivazione in ordine alla fittizietà degli elementi passivi esposti in dichiarazione, sul rilievo che il consulente del pubblico ministero avrebbe chiarito che non vi è prova alcuna che il contribuente abbia indicato nelle proprie dichiarazioni fiscali alcun elemento passivo connotato da fittizietà, perchè la mancata esibizione della documentazione contabile non ha permesso all’organo ispettivo di poter verificare la legittimità del comportamento tenuto dal contribuente, con la conseguenza che non vi sarebbero gli estremi per ritenere penalmente rilevante la condotta; b) la “carenza di motivazione in ordine alla violazione del principio del ne bis in idem”, relativamente alla sentenza del Tribunale di Massa del 21 febbraio 2008, con la quale era stata applicata all’imputato la pena di mesi 8 di reclusione in ordine al reato di occultamento e distruzione di documenti contabili, di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10; fatto che – secondo la prospettazione difensiva – sarebbe sostanzialmente coincidente con quello per il quale si procede; c) la carenza di motivazione in ordine all’applicazione della continuazione tra il reato contestato e quello – sopra richiamato – di distruzione delle scritture contabili di cui alla sentenza del 21 febbraio 2008, sul rilievo che il giudice d’appello non avrebbe considerato che appare evidente che, se un soggetto distrugge proprie scritture contabili, ciò avviene per sottrarsi ai controlli delle autorità preposte, proprio perchè le dichiarazioni sono “inesatte”.

Motivi della decisione

3. – Il ricorso è parzialmente fondato.

3.1. – Il motivo sub a) – con cui si lamenta che la Corte d’appello non avrebbe considerato la mancanza di prova della fittizietà degli elementi passivi esposti in dichiarazione, in mancanza di scritture contabili dalle quali desumere tale fittizietà – è manifestamente infondato.

E’ sufficiente richiamare, sul punto, l’interpretazione data da questa Corte al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4, secondo cui, nell’accertamento dei reati tributari e, in particolare, ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice può fare ricorso legittimamente ai verbali di constatazione redatti dalla Guardia di finanza per la determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa e può fare altresì ricorso all’accertamento induttivo dell’imponibile, secondo il disposto del D.P.R. 29 marzo 1973, n. 600, art. 39, quando non sia stata tenuta o sia stata tenuta irregolarmente la contabilità imposta dalla legge (Cassazione penale, sez. 3, 9 febbraio 2011, n. 28053; sez. 3, 18 dicembre 2007, n. 5786).

Tale principio è stato, nel caso in esame, correttamente applicato dai giudici di primo e secondo grado, i quali hanno osservato che nella dichiarazione Iva erano stati indicati elementi che non hanno trovato alcun riscontro nelle scritture contabili ed amministrative; scritture che, secondo la ricostruzione dell’imputato, erano andate smarrite, senza, tuttavia alcuna verosimile indicazione delle modalità di tale smarrimento e in assenza di denuncia sul punto.

3.2. – Del pari manifestamente infondato è il motivo sub b), relativo ad una pretesa identità fra il fatto per il quale si procede e quello di occultamento e distruzione delle scritture contabili relative agli anni di imposta 2003, 2004 e 2005, per il quale era già intervenuta sentenza di applicazione di pena su richiesta della parte.

Come correttamente osservato nella sentenza censurata (e nella sentenza di primo grado, da questa richiamata), vi è, sia in astratto sia nel caso di specie, un’evidente diversità tra le due condotte, posto che l’occultamento e distruzione delle scritture contabili costituisce un antefatto che non necessariamente deve ricorrere per la commissione del reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 4; reato che può essere realizzato anche senza occultamento o distruzione di scritture contabili.

3.3. – Fondato è invece il terzo motivo di ricorso, con cui si lamenta la mancata applicazione della continuazione fra il reato per il quale si procede e quello di cui al D.Lgs. 74 del 2000, art. 10 oggetto della sentenza di patteggiamento del 21 febbraio 2008 e relativo, come visto, all’occultamento e distruzione delle scritture contabili obbligatorie per gli anni 2003, 2004, 2005, in modo da non consentire la ricostruzione dei crediti e del volume d’affari.

Sul punto, la motivazione della sentenza impugnata risulta, infatti, carente, perchè si limita ad una petizione di principio del tutto sganciata dalle circostanze del caso concreto, giungendo a negare la configurabilità della continuazione in base a un dato astratto e indimostrato, quale la mancanza di “elementi tali da lasciar intravedere la riconduzione all’origine delle relative condotte ad un medesimo disegno criminoso”.

4. – La sentenza impugnata deve, dunque, essere annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Genova, limitatamente alla continuazione esterna; profilo sul quale il giudice del rinvio dovrà fornire adeguata motivazione, con specifico riferimento alle circostanze del caso concreto.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla continuazione e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Genova per nuovo giudizio sul punto. Rigetta il ricorso nel resto.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Colpevole di violazione di domicilio chi si introduce nello studio del professionista (Cass. pen. n. 33518/2012)

Redazione

Svolgimento del processo 1. P.R. nato il (omissis) era imputato:

A) del delitto di cui all’art. 81 cpv. c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 614 c.p., commi 1 e 4, perchè, per eseguire il delitto di cui al capo B), nonchè con più azioni esecutive di medesimo disegno criminoso rispetto a tale diritto, in particolare, dopo aver citofonato ripetutamente al presidio di guardia medica locale, usando violenza nei confronti delle persone, consistita nello strattonare con un gesto repentino G.G. medico di guardia notturno, che si era affacciata per rispondere, facendole voltare il viso verso l’ingresso dell’ufficio medico, al cui interno la stringeva con forza, mentre lei intimava di non gridare, altrimenti l’avrebbe uccisa ed, una volta chiusa, aile sue spalle, la porta dell’ufficio, usandole ancora violenza, consistita nello scaraventarla con il viso contro il muro dell’ingresso, mentre le ripeteva “non urlare, ti voglio solo scopare, altrimenti ti ammazzo, ho un coltello lungo 4 cm”, si introduceva all’interno dell’ufficio della Guardia Medica, costituente privata dimora, contro la volontà della G., che, in qualità di medico di guardia in servizio notturno, aveva il diritto di escluderlo (in (omissis), nella notte tra il (omissis));

B) del delitto di cui all’art. 81 cpv. c.p., art. 61 c.p., n. 10, art. 92 e art. 609 bis, nonchè artt. 56 e 609 bis c.p., in relazione all’art. 609 septies c.p., comma 4, n. 4), perchè, in stato di alterazione psico-fisica, dovuta all’assunzione di sostanze stupefacenti, nonchè con più azioni esecutive di medesimo disegno criminoso, anche rispetto delitto di cui al capo A), in particolare dopo aver citofonato ripetutamente al presidio di guardia medica locale, usando violenza nei confronti di G.G., medico di guardia notturno e, dunque, pubblico ufficiale in servizio presso la Guardia Medica locale, consistita dapprima nello strattonare, con un gesto repentino, la predetta, che si era affacciata per rispondere, spingendola con forza all’interno dell’ufficio medico, mentre lei intimava di non gridare, altrimenti l’avrebbe uccisa ed, una volta chiusa, alle sue spalle, la porta dell’ufficio, usandole ancora violenza, consistita nel bloccarla con il viso contro il muro dell’ingresso, mentre le ripeteva “non urlare, ti voglio solo scopare, altrimenti ti ammazzo, ho un coltello lungo 4 cm”, costringeva la predetta a subire un atto sessuale, consistente nel bacio sulle labbra; usandole, altresì, violenza, consistita nel ghermire alle spalle la G. che, dopo il bacio era uscita dall’ufficio, nonchè nello strapparle il vestito e sfilarle gli slip ed, ancora, nel colpirla forsennatamente con pugni e calci, sbattendole il viso al suolo, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la predetta a subire un rapporto sessuale completo, non riuscendo nell’intento per la ferma opposizione della vittima e l’intervento di terzi (in (omissis), nella notte tra il (omissis));

C) del delitto di cui agli artt. 81, cpv, 582 e 585, in relazione all’art. 576 c.p., n. 1, perchè, con più azioni esecutive di medesimo disegno criminoso, pur se commesse in tempi diversi, nonchè per eseguire il reato di cui al capo che precede e tenendo la condotta ivi descritta, in particolare, strattonando, più volte, con forza G.G., nonchè strappandole il vestito e colpendola con pugni e calci ed infine, scaraventandola al suolo, cagionava alla predetta lesioni personali, consistite in trauma cranico facciale non commotivo, con la distorsione del rachide cervicale, giudicate guaribili entro quaranta giorni (in (omissis), nella notte tra il (omissis));

D) del delitto di cui all’art. 628 c.p., comma 1, perchè, per procurarsi un ingiusto profitto, usando violenza nei confronti di G.G., consistite nel tenere la condotta descritta nel capo che precede, in particolare nello strattonarla ripetutamente con forza, nonchè nel colpirla con pugni e calci, scaraventando la al suolo, strappandole il vestito e sfilandole gli slip, si impossessava del cellulare modello Nokia, abbinato alla s.i.m. (omissis), che sottraeva, in tal modo alla G. (in (omissis), nella notte tra il (omissis)).

Il Tribunale di Foggia con sentenza pronunciata in data 13.7.2010, depositata il 16.9.2010, dichiarava il P.R. colpevole dei reati in epigrafe e ritenuta la continuazione tra gli stessi, lo condannava alla pena di anni 8 di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia in carcere. Inoltre lo condannava al risarcimento in favore delle costituite parti civili da liquidarsi in separato giudizio e rifusione delle spese di costituzione e rappresentanza.

2. Avverso la pronuncia di primo grado proponevano tempestiva impugnazione con dichiarazioni rispettivamente del 22 novembre 2010 il difensore di fiducia dell’imputato chiedendone l’assoluzione e del 18 novembre 2010, il difensore della parte civile costituita.

La corte d’appello di Bari con sentenza del 10 giugno 2011-5 settembre 2011 condannava l’imputato al pagamento in favore della parte civile G.G. di una provvisionale di Euro 10.000, alla rifusione delle spese sostenute dalla predetta parte civile liquidate per il primo grado in Euro 2.000,00 e per il secondo grado in Euro 1.500,00 per onorari oltre ad accessori di legge. Confermava nel resto l’impugnata sentenza e condannava, inoltre, l’imputato alla rifusione delle ulteriori spese sostenute dalla parte civile Ordine dei Medici di (omissis).

3. Avverso questa pronuncia l’imputato propone ricorso per cassazione con quattro motivi.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è articolato in quattro motivi. In particolare il ricorrente lamenta (con il primo ed il terzo motivo) l’erronea applicazione dell’art. 609 bis c.p., u.c.. I giudici di merito avrebbero dovuto riconoscere il fatto di minore gravità, tenuto conto di tutte le circostanze della fattispecie.

Censura poi la sentenza impugnata per aver ritenuto “domicilio” della parte offesa i locali della guardia medica.

Infine deduce il difetto di motivazione quanto all’affermazione di responsabilità per il reato di cui al capo D), ossia la rapina del telefono cellulare.

2. Il ricorso è solo parzialmente fondato.

3. La sentenza della corte d’appello ha puntualmente motivato in ordine all’esclusione del fatto di minore gravità.

Fondamentale per la ricostruzione dei fatti sono state le dichiarazioni della parte offesa G.G. che ha in udienza confermato quanto riferito nel corso delle indagini effettuando con assoluta certezza anche il rituale riconoscimento dell’imputato. La donna riferiva che, mentre si trovava nei locali della guardia medica di (omissis), dove era in servizio notturno, apriva la porta ad un soggetto che aveva citofonato ripetuta mente, credendo che avesse bisogno di cure. L’uomo entrava nell’ufficio e intimandole di non gridare e minacciandola di ucciderla utilizzando un coltello che riferiva di avere con sè,riusciva baciarla, a stringerla sul letto e a tenerla bloccata col peso del suo corpo toccandole il seno ed al tre parti del corpo. Approfittando di un momento di distrazione e con la scusa di non sentirsi bene, la G. riusciva ad alzarsi ed uscire dall’ambulatorio ma il P. la rincorreva e la raggiungeva, strappandole il vestito, picchiandola per strada con calci e pugni, scaraventandolo a terra fino a quando non veniva messo in fuga dalle grida di alcuni abitanti del luogo richiamati dalle richieste di rifiuto della G., alla quale aveva anche sottratto il cellulare durante la colluttazione per impedirle di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

La corte d’appello poi ha ritenuto che non fosse possibile riconoscere alcun beneficio o attenuante tenendo presenti non solo la gravità della condotta posta in essere dall’imputato, ma anche l’assenza di resipiscenza e l’atteggiamento dell’imputato mirante a negare ogni coinvolgimento nella vicenda senza fornire prove a sostegno del suo alibi.

4. Quanto alla violazione di domicilio deve ribadirsi quanto già ritenuto da questa corte (Cass., sez. 5, 27/11/1996 – 5/02/1997, n. 879) che ha affermato che è configurabile il reato di violazione di domicilio nel caso di abusiva introduzione (o abusiva permanenza) nei focali dello studio di un libero professionista il quale eserciti compiti che si inseriscono in un’attività procedimentale di rilevanza pubblicistica.

E’ vero che nella specie la guardia medica è aperta al pubblico nell’orario ordinario del servizio di assistenza sanitaria. Ma nell’orario notturno l’accesso alla guardia medica è limitato a quelli che hanno necessità di assistenza medica e che quindi sono ammessi all’interno dei locali della stessa. In questo diverso contesto l’ambiente della guardia medica costituisce un’area riservata che può assimilarsi a quella di un temporaneo privato domicilio del medico chiamato a permanere lì durante la notte per potersi attivare, ove necessario, per apprestare l’assistenza sanitaria dovuta.

5. Quanto poi al reato di rapina del telefono cellulare della parte offesa, la corte d’appello ha considerato irrilevante la circostanza che il telefonino sottratto alla parte offesa non fosse stato ritrovato nel possesso dell’imputato, ma non ha motivato le ragioni del suo convincimento in ordine a tale ulteriore condotta asseritamente posta in essere dall’imputato; motivazione necessaria in modo specifico avendo l’imputato, con uno dei motivi d’appello, contestato di aver commesso tale reato, ossia di essersi appropriato del telefono cellulare della parte offesa. La corte d’appello invece si (imita ad ipotizzare il motivo dell’azione di impossessamento (impedire alla parte offesa di chiedere l’intervento delle forze dell’ordine); ma non indica le fonti della prova della condotta (capo D dell’imputazione) contestata all’imputato, omettendo in particolare di specificare se sia stata la parte offesa stessa a riferire in ordine alla condotta di spossessamento del telefono cellulare ad opera dell’imputato, ovvero siano state le persone sopraggiunte il cui intervento ha posto termine all’aggressione dell’imputato, ovvero ancora si tratti di una mera deduzione per inferenza dal fatto che la parte offesa, dopo l’aggressione, non abbia più ritrovato il suo telefono cellulare.

3. Pertanto il ricorso va accolto limitatamente al motivo di ricorso riguardante l’imputazione per rapina e in questa parte la sentenza impugnata va annullata con rinvio alla corte d’appello di Bari per nuovo giudizio sul punto.

Nel resto, quanto alle altre imputazioni suddette, il ricorso va rigettato.

P.Q.M.

la Corte annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di rapina di cui al capo D) e rinvia ad altra sezione della corte d’appello di Bari per nuovo giudizio sul punto; rigetta il ricorso nel resto.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Documento di valutazione del rischio (Cass. pen. n. 33502/2012)

Redazione

Fatto

1. – Con sentenza del 18 aprile 2011, il Tribunale di Massa – sezione distaccata di ********** ha condannato l’imputata alla pena della sola ammenda per i reati: a) di cui all’articolo 17, comma 1, lettera a), in relazione al Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 28, e a articolo 55, comma 1, lettera a) per non aver provveduto, in qualità di datore di lavoro, alla redazione del documento di valutazione del rischio; b) di cui all’articolo 17, comma 1, lettera b), dello stesso *******************, per non aver provveduto, in qualità di datore di lavoro, alla nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione; c) di cui al Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 18, comma 1, lettera b), e all’articolo 55, comma 4, lettera a), per non aver provveduto, in qualità di datore di lavoro, alla designazione dei lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione degli incendi. 2. – Avverso la sentenza l’imputata ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, deducendo: a) l’erronea applicazione della Legge n. 758 del 1994, articolo 20 perchè, al momento dell’accesso della polizia giudiziaria, l’imputata, unica legale rappresentante della società, era assente e non le era stato successivamente assegnato un termine per la regolarizzazione delle violazioni; b) la violazione di legge e la manifesta illogicità della motivazione relativamente alla mancata considerazione della circostanza che, al momento dell’accesso dei carabinieri e della redazione dei verbali ispettivi, i lavori erano ancora fermi alla base dell’edificio, non comportando alcun pericolo concreto per la sicurezza dei dipendenti operanti all’interno del cantiere; c) l’illegittimità della condanna dell’imputata al pagamento delle spese processuali.
Diritto

3. – Il ricorso è inammissibile, perchè proposto in base a motivi manifestamente infondati.

3.1. – Il motivo sub a) – con cui si lamenta che l’imputata non avrebbe ricevuto la prescrizione di cui al Decreto Legislativo n. 758 del 1994, articoli 20 e 21 – è manifestamente infondato.

Dall’esame del verbale di accertamento del (Omissis), risulta, infatti, che l’imputata era presente a detto accertamento e che, in quella sede, le era stato assegnato il termine di giorni 30 per l’oblazione di cui al Decreto Legislativo n. 758 del 1994, articolo 21, comma 2 preso atto del fatto che aveva provveduto alla redazione del documento di valutazione di rischi, alla designazione del responsabile del servizio di prevenzione protezione, alla formazione della designazione del tetto all’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio.

3.2. – Il secondo motivo di impugnazione, con il quale si contesta, in sostanza, l’offensività delle condotte poste in essere, è anch’esso manifestamente infondato.

La difesa si limita, infatti, ad asserire che i lavori sarebbero stati ad un livello di avanzamento tale da escludere in radice ogni pericolo per i lavoratori, senza nulla osservare circa le analitiche argomentazioni svolte alla pagina 2 della sentenza impugnata, laddove si precisa che i lavori edili – sia in generale che nel caso di specie – comportano pericoli legati al rumore, alla vibrazione, alla movimentazione manuale dei carichi.

3.3. – Manifestamente infondato è, di conseguenza, anche il terzo motivo di impugnazione, logicamente dipendente dai primi due, con cui ci si duole della condanna alle spese dell’imputata.

4. – Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186 della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che “la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., l’onere delle spese del procedimento nonchè quello del versamento della somma, in favore della cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Amianto: responsabilità dei dirigenti aziendali anche nel caso di morte in tarda età (Cass. pen. n. 33311/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Gli imputati di cui alla rubrica venivano tratti a giudizio innanzi al Tribunale di Venezia per rispondere, in ragione della posizione di garanzia da ognuno dei detti tenuta nel corso del tempo (analiticamente indicata nella rubrica) all’interno della ******à Operativa Cantieri Navali Breda s.p.a., e, successivamente al giugno 1984, ******à Fincantieri Cantieri Navali Breda s.p.a., con stabilimento in (omissis), per violazione dell’art. 437, cod. pen.; nonchè per i delitti di cui agli artt. 589 e 590 c.p. e art. 61 c.p., n. 3), e collegate plurime norme antinfortunistiche.

In particolare si contestava ai prevenuti, pur essendo noto almeno dagli anni sessanta la correlazione tra l’inalazione di polveri di amianto, mesotelioma e tumore polmonare, di avere, per colpa specifica e generica, omesso: d’informare i lavoratori dei rischi e delle misure protettive da adottare; di predisporre l’impiego d’idonei ed efficaci mezzi di protezione personale; di far sottoporre i dipendenti a precipuo controllo sanitario, volto a prevenire lo specifico rischio; di denunciare all’Inail l’esistenza del detto rischio; di adottare ogni idonea misura, anche organizzativa, per impedire o ridurre al massimo la dispersione delle polveri d’amianto nell’ambiente di lavoro e in quelli adiacenti; di predisporre efficiente servizio igienico-sanitario di stabilimento.

Con la conseguente ulteriore contestazione che le dette condotte erano state causa dell’insorgenza di gravissimi infortuni-malattie professionali, che avevano condotto a morte, oltre ai lavoratori dipendenti Br.Ma., + altri omessi anche D.P.C., Gi.Jo. e P.G. (rispettivamente mogli dei lavoratori Pa.Ro., S. P. e ******, le quali erano venute a contatto con le polveri tossiche lavando gli indumenti da lavoro dei coniugi).

All’epilogo della laboriosa istruttoria dibattimentale quel giudice di primo grado, con sentenza del 22/7/2008, “assorbita la condotta di cui all’art. 590 in quella di cui all’art. 589 cod. pen.”, assolti per non avere commesso il fatto G., R., O., B. e A. in ordine al decesso di D.P.D.;

C. in ordine al decesso di Ma.; O., R., G., C. e – limitatamente a determinati periodi analiticamente indicati – B., A. e Bi. dal delitto di cui all’art. 437 cod. pen., dichiarava la penale responsabilità di A. e Bi. per omicidio colposo ai danni di Br., ca., D.P.C., F., Sc., Se. e St.; di B., C. e O., per l’omicidio colposo, oltre che a danno dei detti, anche di V.; di G., oltre che per l’omicidio a danno di quest’ultimi, di Ch., Fa., Gi., Ma. e P.; R., per l’omicidio ai danni di Br., ca., D.P.C., F., Ma., Sc., Se., St. e V..

Concesse a tutti gli imputati le circostanze attenuanti generiche con criterio di equivalenza, condannava costoro alle pene reputate di giustizia. Infine, il tribunale, oltre a regolare le spese processuali, poneva a carico degli imputati e della responsabile civile (Fincantieri) provvisionali varie, giudicate di ragione, in favore delle parti civili.

2. La Corte d’appello di Venezia, investita dell’impugnazione, confermando nel resto la statuizione gravata, con sentenza del 13/1/2011 dichiarava non doversi procedere nei confronti del R., nelle more deceduto, revocando le statuizioni civili che erano state poste a carico del detto; dichiarava non doversi procedere nei confronti di A., B., C., G. e O. in ordine agli omicidi colposi di Br. e St., estinti per intervenuta prescrizione, confermando le pertinenti statuizioni civili; assolveva **. dai reati di omicidio colposo ascrittigli per non avere commesso il fatto, revocando le statuizioni civili; B. dall’omicidio colposo in danno di V. per non avere commesso il fatto; escludeva per tutti gli imputati la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 62 c.p., n. 3), fermo restando il giudizio di equivalenza; riduceva vanamente la pena a tutti gli imputati, siccome analiticamente in dispositivo, concedendo la sospensione condizionale in favore di O.; dichiarava condonata l’intera pena inflitta ad A., B. e C. nonchè anni tre di reclusione a G..

Per quel che rileva in questa sede deve rammentarsi, quanto alle disposizioni riguardanti talune delle parti civili, quanto appresso:

la provvisionale disposta in favore dell’Inail veniva aumentata ad Euro 1.040.541,86; alla Regione Veneto, riconosciuta l’esistenza anche di danno ambientale e d’immagine, veniva liquidato risarcimento nella complessiva misura di Euro 335.000,00; restavano confermate le statuizioni civili riguardanti gli enti esponenziali d’interessi collettivi.

3. Appare opportuno, prima di passare all’esame dei due ricorsi con i quali è stata investita questa Corte, seppure in sintesi e avuto riguardo esclusivo alle questioni che conservano ancora rilievo in questa sede, passare in rassegna i punti salienti della vicenda.

3.1. Il giudice di merito, all’esito di approfondita istruttoria, dopo aver individuato la genesi della ******à Operativa Cantieri Navali Breda s.p.a. (che dal 1947 si occupò del cantiere navale fondato nel 1923 da b.e.), e, successivamente al giugno 1984, ******à Fincantieri Cantieri Navali Breda s.p.a., con stabilimento in (omissis); le attività delle quali la detta impresa si occupava (costruzione di navi passeggeri, merci e militari e grandi riparazioni delle stesse); le modalità lavorative (che vedevano interessato personale dalle più varie competenze ed anche dipendente da imprese satelliti), sia a bordo, che a terra; il largo uso di amianto (crisotilo, per l’intonaco ed i tessuti, amosite per i rivestimenti e, parrebbe, anche crocidolite) utilizzato per lo svolgimento della detta attività e per la protezione stessa degli operai dalle alte temperature causate dalle saldatrici, sicuramente a partire dal 1933 (data di assunzione di Be.Gi., coniuge di P.G.) e fino al 1992, allorquando l’utilizzo venne vietato per legge (seppure, nell’ultimo periodo, allo scopo di liquidare le scorte); l’assenza di protezioni individuali significative, i contesti di promiscuità e polverosità che caratterizzavano gli ambienti di lavoro, non purificati da adeguati sistemi di aspirazione, nonchè l’assenza di acconce misure igienico- preventive e sanitarie; ripresi gli studi più significativi (attraverso l’apporto degli specialisti della scienza di settore) dai quali emergeva l’estrema pericolosità per la salute dell’amianto, a dispetto della sua economicità e versatilità operativa, da svariati decenni riconosciuto causa certa, in presenza di elevata contaminazione, dell’asbestosi polmonare e, almeno dalla metà degli anni sessanta del secolo scorso, quale causa, praticamente esclusiva di mesotelioma ed anche di carcinoma polmonare, reputava sussistere il nesso causale e la colpevole condotta omissiva e commissiva degli imputati, la cui posizione di garanzia veniva analiticamente descritta.

In ordine al primo profilo, sulla base delle risultanze istruttorie il giudice di merito, sconfessata la plausibilità della teoria della c.d. “dose killer”, mutuata dalle conclusioni scientifiche raggiunte da ******** nel 1978; privilegiandosi i risultati della vasta ricerca operata con gli studi di Casale Monferrato, giungeva al convincimento che, pur potendo risultare decisiva sull’insorgenza della patologia anche solo la c.d. “dose iniziale”, v’era motivo di ritenere che le esposizioni successive dovevano considerarsi perlomeno determinanti della riduzione della latenza (in genere assai lunga) e, così, della vita.

In ordine al secondo profilo, il giudice giungeva a rimprovero colposo degli imputati per avere costoro omesso di assumere quelle iniziative, che erano in loro potere, che avrebbero inciso positivamente sull’evoluzione delle affezioni (c.d. giudizio controfattuale), violando plurime norme volte a prevenire malattie professionali e infortuni sul lavoro e, comunque, non assumendo quel diligente, prudente e perito atteggiamento che ognuno di loro avrebbe dovuto tenere, quale agente modello.

4. Le Difese proponevano ricorso per cassazione.

4.1. L’avv. ******************, co-difensore di fiducia, in uno all’avv. **************, di G.R., con il primo motivo denunzia, invocando la previsione di cui all’art. 606 c.p.p., lett. e), contraddittorietà e manifesta illogicità della sentenza della corte territoriale. In sintesi, il ricorrente con il detto articolato motivo assume che la ricostruzione degli ambienti di lavoro, degli impianti, delle lavorazioni e dell’esposizione alle fibre d’amianto aerodisperse dei lavoratori e delle loro mogli, nonostante gli sforzi istruttori compiuti, non emergeva dagli atti ed era frutto di mera congettura del giudice.

Troppi anni erano trascorsi e troppi mutamenti intervenuti sui luoghi di lavoro, sulle modalità lavorative e sui materiali utilizzati. Sul punto incerte e spesso contraddittorie apparivano le deposizioni, distorte dai vari decenni trascorsi. In particolare doveva escludersi l’asserita promiscuità lavorativa, stante che la coibentazione (unica fase che prevedeva l’uso dell’amianto) veniva posta in essere allorquando l’efficienza del natante e la rispondenza alle norme degli impianti erano stati certificati; solo occasionalmente le malte contenenti amianto venivano preparate a bordo e, comunque, lontano dagli ambienti interni.

Illogicamente e con contraddittorietà la corte di merito, invece che valutare i dati istruttori raccolti, che non consentivano di determinare la quantità e qualità dell’esposizione dei lavoratori, aveva fatto ricorso alle massime d’esperienza e a un “non meglio precisato senso comune”.

4.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) in relazione agli artt. 40 e 41 cod. pen.;

nonchè carenza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alla causalità quanto ai casi di mesotelioma pleurico.

La corte territoriale, assume l’impugnante, aveva ricostruito la prova del nesso di causalità (sia inteso esso in senso commissivo:

uso di amianto e insorgenza della malattia; che omissivo: non aver tenuto la condotta doverosa che l’evento dannoso avrebbe impedito) affidandosi all’epidemiologia, cioè al metodo statistico. Sicchè, in violazione delle regole penalistiche in materia di reati d’evento, aveva ancorato la responsabilità individuale all’aumento del rischio.

Inoltre, ferma la pericolosità per la salute dei composti d’amianto, la misura d’essa dipendeva dal tipo di materiale utilizzato (dalla crocidolite, all’amosite, al crisotilo) e degli amalgami formati con altri componenti, che portano a dispersioni di fibre di diversa dimensione, dalle quali discende la lesività dell’accumulo polmonare.

Di poi, ignoto era rimasto il tempo d’induzione (cioè la durata della persistenza del contatto per ingenerare, magari a distanza di anni, la malattia), senza contare che non risultava essere stata adeguatamente chiarito se, avutosi il contatto, la malattia sia destinata a progredire inesorabilmente (dose-necessaria) o, seppure, essa avanzi in relazione anche all’entità delle successive esposizioni (dose-dipendenza).

Il giudice di merito, sposata la teoria dell’aumento del rischio, aveva ritenuto provato il nesso di causalità, reputando di aver soddisfacentemente verificato l’asserto attraverso il giudizio di controfattualità. Nel far ciò aveva aderito ai risultati dello studio epidemiologico svolto sui lavoratori della fabbrica Eternit di cemento e amianto di Casale Monferrato, senza considerare che si trattava di un contesto lavorativo del tutto diverso rispetto a quello degli operai di quell’industria cantieristica, meno esposti alla sostanza tossica per intensità e durata. Inoltre, era stata del tutto omessa l’indagine sulla storia individuale dello sviluppo della malattia in ognuno dei lavoratori venuti a morte. A tal ultimo riguardo la Difesa introduceva schema dal quale si ha modo di trarre i dati anagrafici, il tempo di esposizione durante il periodo di garanzia del G., quella totale, nonchè la latenza generale.

I dati in parola, sottoposti a vaglio critico, consentono alla Difesa di affermare che nella prevalenza dei casi la latenza complessiva era stata superiore della media statistica; che ciò aveva consentito a sei delle persone offese di raggiungere la soglia della vita media;

che, anche in considerazione dell’entità delle fibre disperse, non si erano registrati casi di asbestosi; che per i lavoratori raggiunti da morte prima della soglia di cui detto emergevano pregresse esperienze lavorative a contatto con l’amianto (anche il coniuge di P.G. era stato “dipendente” di G. solo per un anno). In definitiva, non solo l’imputato aveva fatto quanto in suo potere per ridurre il rischio, ma, qualunque fosse stata la sua condotta, l’evento si sarebbe verificato in ogni caso.

4.3. Con il terzo motivo il G. denunzia la violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), in relazione all’art. 43 c.p., comma 3 ed in riferimento alle disposizioni di cui al D.P.R. n. 303 del 1956, art. 21, nonchè all’art. 2087 cod. civ., nonchè contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine alla configurazione della colpa, stante l’imprevedibilità e l’inevitabilità dell’evento morte da mesotelioma e carcinoma polmonare. Nessun comportamento alternativo lecito avrebbe impedito l’evento, o, comunque, lo avrebbe scongiurato con significativa probabilità. Un tale comportamento alternativo avrebbe potuto prevenire l’asbestosi, la quale insorge proprio in presenza di rilevanti concentrazioni di fibre d’amianto nell’aria. Al contrario, il mesotelioma e il tumore polmonare, nonostante l’adozione di qualsivoglia cautela, non avrebbero potuto essere scongiurati. Solo nel corso degli anni successivi, acquisita consapevolezza, si erano prescritte protezioni e cautele, fermo restando che fino al 1992 l’amianto era un materiale legalmente in commercio.

Nè, peraltro, soggiunge il ricorrente, le prescrizioni di cui al D.P.R. n. 303 del 1956, art. 21 si attagliavano al caso di specie.

Trattavasi, invero, dell’abbattimento di polveri moleste e non di certo della soppressione delle microfibre d’amianto, all’epoca comunque non consentita dalla tecnica.

Solo a partire dal 1980 si è avuta la piena consapevolezza della micidiale pericolosità dell’amianto anche ove respirato in quantitativi impercettibili; nel passato era nota solo l’insorgenza dell’asbestosi, direttamente collegata all’inalazione di cospicui quantitativi di fibre.

All’epoca nella quale l’imputato aveva rivestito la posizione di garanzia (1971-1980) non si era neppure in grado di rilevare la presenza nell’ambiente delle microfibre ultrafini foriere delle gravi malattie di cui si è detto.

In definitiva, nessun comportamento alternativo lecito poteva pretendersi dal G..

4.4. Con il quarto ed ultimo motivo l’imputato contesta inosservanza ed erronea applicazione di legge, nonchè carenza assoluta di motivazione, correlando all’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) gli art. 81 e 589 cod. pen., avendo il giudice di merito errato, “con riferimento all’applicazione della continuazione”, avendo aumentato la pena in proporzione agli anni in cui il G. aveva rivestito l’incarico di direttore generale (un mese per ogni anno) ed inoltre in rapporto al numero dei lavoratori deceduti (tre mesi per ciascuno).

Il primo aumento a parere del ricorrente appare ingiusto e ingiustificato, una sorta di “continuazione sulla continuazione”, che avrebbe potuto, semmai, trovare una qualche plausibilità nel caso fosse stata contestata la violazione del D.P.R. n. 303 del 1956 e non già l’ipotesi di cui all’art. 589 cod. pen..

4.5. Proponevano ricorso anche gli avv.ti ************** e ************************, difensori degli imputati A.C., B. E., C.A., G.R., O.M. e R.C.M. (quest’ultimo, peraltro, come si è visto, deceduto il (omissis)).

4.6. Il ricorso in parola consiste nella ritrascrizione, pressochè pedissequa dell’atto d’appello, salvo talune marginali integrazioni e modifiche che via via si evidenzieranno e l’enucleazione in titoli, caratterizzati dal neretto e dal maiuscolo, dei motivi di doglianza.

4.7. Fino a pag. 40 (prima parte), l’atto, riprendendo fedelmente quello d’appello, sviluppa un articolato ragionamento in ordine alla generale tematica connessa all’uso dell’amianto e, in particolare, nello stabilimento di Breda.

4.8. Da pag. 40 (seconda parte), dopo l’introduzione del seguente titolo: “mancata ed erronea applicazione degli artt. 40 e 41 c.p. nel senso di aver confuso la prova dell’aumento del rischio e quindi la causalità generale con la prova della causalità specifica di ciascun evento con le omissioni di ciascun imputato.

Mancata ed erronea applicazione degli artt. 40 e 41 nel senso di non aver distinto i diversi apporti causali di ciascun imputato che si è succeduto nel tempo nella posizione di garanzia considerando l’eventuale apporto causale di ciascuno come possibile causa esclusiva dell’evento.

Mancata ed erronea applicazione degli artt. 40 e 41 c.p. per avere ritenuto assolutamente provata la teoria scientifica della rilevanza delle esposizioni successive all’instaurarsi della malattia sulle (rectius: sulla) quale gli stessi periti di ufficio avevano avanzato le loro cautele.

Erronea interpretazione della teoria esposta dal perito ***** b. sulla ininfluenza delle esposizioni successive alla prima.”, il ricorso riproduce testualmente l’atto d’appello.

Questi, in sintesi, gli argomenti.

Partendo dalla premessa che l’accertamento della responsabilità penale erroneamente risultava fondato, invece che su un nesso causale dimostrato dalla medicina legale, sulle acquisizioni di analisi che prendevano in considerazione il rischio, l’aumento del detto e la probabilità, aver chiarito la natura dell’amianto, essersi soffermato sull’induzione della malattia (rimasto fenomeno sconosciuto), il ricorso in discorso escludeva che dal dibattito fra gli esperti sentiti nel corso dell’istruttoria fosse emersa la certezza che, dopo la prima fatale esposizione alla sostanza nociva o, comunque, dopo l’instaurarsi della patologia, le esposizioni successive possano avere influenza. Ciò ancor più sconoscendosi il quantitativo di fibre assorbito da ognuna delle persone offese.

Quanto al carcinoma polmonare nessuna certezza eziologica era dato trarre a riguardo del preteso effetto sinergico sui soggetti fumatori.

4.9. Da pag. 49, dopo l’introduzione del seguente titolo: “La colpa, Errata interpretazione e applicazione dell’art. 43 c.p. dove si ritiene che gli imputati dovevano conoscere la pericolosità dell’amianto nelle concentrazioni esistenti all’epoca nei luoghi di lavoro di loro pertinenza.

Errata interpretazione ed applicazione dell’art. 43 c.p. quando la corte ha ritenuto che l’inerzia della pubblica amministrazione e degli organi di controllo come Inail e Asl non potessero essere interpretati come una scriminante ma non ne ha valutato le conseguenze in termini di colpa.

Errata interpretazione dell’art. 43 c.p. quando la corte non prende in considerazione la possibilità degli imputati di impedire l’evento applicando dispositivi e cautele disponibili al tempo in cui si sarebbero verificate le condotte omissive.

Errata interpretazione dell’art. 43 c.p. quando la corte omette qualunque valutazione in ordine alla efficacia causale di eventuali cautele adottate dagli imputati che si sono succeduti nella posizione di garanzia quando già le persone erano affette da malattia sia pure nella fase di latenza non manifesta.”, il ricorso riproduce testualmente l’atto d’appello. Questi, in sintesi; gli argomenti.

Solo ad una ristretta cerchia d’iniziati, alla metà degli anni sessanta del secolo scorso fu possibile avere una qualche consapevolezza in ordine al rischio oncologico derivante dall’uso dell’amianto e non solo quello conosciuto dell’asbestosi, quest’ultimo, tuttavia, dipendente da cospicue e persistenti inalazioni. Questa consapevolezza, del tutto estranea agli organi di controllo (Inail e Asl), solo diversi decenni dopo divenne patrimonio comune. Pertanto, applicando i principi enunciati dalla Corte Costituzionale (sentenza 18/7/1996, n. 312), nessun rimprovero poteva muoversi ai soggetti tenuti alla garanzia, ai quali non potevano chiedersi conoscenze estranee “ad applicazioni tecnologiche generalmente praticate e ad accorgimenti organizzativi altrettanto generalmente acquisiti”; soggetti, i quali, peraltro, adottando le opportune cautele, avevano scongiurato l’insorgere di casi di asbestosi.

Inoltre, come aveva chiarito il consulente di parte, all’epoca non esistevano sistemi di filtraggio tali da impedire la diffusione nell’aria delle fibre ultrafini e, pertanto, il rischio non era prevenibile.

4.10 Da pag. 53, dopo l’introduzione del seguente titolo: “Mancanza di motivazione in ordine alla responsabilità dei singoli imputati in relazione alla loro specifica posizione di garanzia”, il ricorso riproduce testualmente (salvo marginale variante a pag. 54, in fine) l’atto d’appello. Questi, in sintesi, gli argomenti.

La sentenza non aveva operato alcuna distinzione tra i vari titolari di posizione di garanzia, pur avendo costoro rivestito ruolo diversi (presidenti, direttori generali e direttori di stabilimento) e, soprattutto, aveva ignorato che lo stabilimento di (omissis) era solo una unità produttiva facente capo ad una grande società, avente diverse sedi di “superdirezione”, con la conseguenza che ciascun direttore di stabilimento aveva ampi poteri d’intervento. Non era dato cogliere, di conseguenza, da dove poteva trarsi il convincimento che presidenti e direttori generali si fossero mai occupati o avrebbero dovuto occuparsi di misure che erano di spettanza dei direttori di stabilimento, i quali avevano tutti i poteri, incluso quello di spesa.

4.11 Il ricorso, poi, enuncia: “Errata interpretazione dell’art. 589 comma 2 nella parte in cui la Corte di appello non ha esclusa l’aggravante della violazione delle norme che disciplinano la prevenzione degli infortuni sul lavoro”, con la seguente motivazione:

“A questo proposito la lettera della norma è estremamente chiara ed inequivoca”.

4.12. Immediatamente dopo il ricorso censura l’entità della pena e la mancata applicazione con criterio di prevalenza delle attenuanti generiche: tenuto conto di quanto chiarito in ordine alla colpa e del minimo apporto causale di ciascuno degli imputati la pena avrebbe dovuto essere contenuta nel minimo edittale e ulteriormente ridotta per concessione delle attenuanti generiche da dichiararsi prevalenti.

4.13. Infine, dalla seconda parte di pag. 56, dopo l’introduzione del seguente titolo: “Erronea interpretazione ed applicazione delle norme in materia di risarcimento del danno in particolare per aver riconosciuto lo stesso danno per erogazioni sia alla Regione Veneto che le ha anticipate sia all’Inail che le ha rimborsate.

Erronea interpretazione e applicazione delle norme in materia di assicurazione contro gli infortuni e le malattie gestita da Inail per aver riconosciuto all’Inail il danno da mancata percezione di premi assicurativi già prescritti”, il ricorso riproduce testualmente (salvo marginale variante solo formale a pag. 56, in fondo) l’atto d’appello.

Questi, in sintesi, gli argomenti.

Ingiusto il risarcimento disposto in favore della Regione, in quanto non si era tenuto conto che plurimi possono essere stati i fattori causa delle malattie che avevano portato al decesso, di natura ereditaria, socio-ambientale, ecc. Ingiusto il risarcimento disposto in favore dell’INAIL, in quanto non si era tenuto conto che il medesimo ente doveva considerarsi responsabile degli eventi letali, per non averli saputi prevenire.

Ingiusto il risarcimento disposto in favore delle organizzazioni portatrici d’interessi legittimi, in quanto non era rimasto provato il danno dai detti enti patito.

5. Depositavano memorie: l’Inail; S.M.L., Ca.

I. e ca.ma.; ******, ******, ******, Ma.Pa.; la soc. coop. ******************** – Movimento di lotta per la salute -.

Le parti civili costituite depositavano comparse conclusive.

Motivi della decisione

1. l’impugnazione proposta in favore di R.C.M., deceduto il (omissis), deve essere dichiarata inammissibile.

Invero, estintosi il mandato per morte del mandante (art. 1722 c.c., n. 4), al cui schema deve farsi risalire il contratto d’opera professionale, il difensore, pur godendo di un autonomo potere d’impugnazione attribuitogli direttamente dalla legge processuale (art. 571 c.p.p., comma 3), non è, comunque, legittimato all’atto, essendo venuto meno il potere gestorio a suo tempo conferitogli dall’assistito (in senso conforme: Cass. 11/4/2007, n. 35217; n. 14248/2007; 49457/2003; 34400/2001).

2. Il decesso di O.M. in data (omissis), sopravvenuto alla proposizione del ricorso per cassazione, impone, in parte qua, l’annullamento della sentenza d’appello e l’eliminazione delle statuizioni civili pronunciate nei confronti del predetto. Come noto, infatti, l’esercizio dell’azione civile nel processo penale non conosce l’istituto dell’interruzione di cui all’art. 299 c.p.c., di talchè la morte dell’imputato, prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile, oltre a comportare la cessazione del rapporto processuale penale, importa la cessazione di quello civile, con la conseguenza che le eventuali statuizioni civilistiche restano travolte. In ragione di ciò l’effetto caducante opera automaticamente, anche in assenza di espressa pronunzia sul punto del giudice (Cass. 2/11/2011, n. 5870; n. 11073/2009; 14/10/2005, n. 44663; 8/11/2000, n. 58).

3. Nel resto, l’insieme delle censure non merita di essere accolto.

Salvo marginali differenziazioni, che non si mancherà di evidenziare, il nucleo centrale dell’istanza censuratoria concerne la prova delle condizioni di lavoro in Fincantieri, quella del nesso di causalità e della colpa. Proprio a motivo dell’evidente necessità di far luogo ad un complessivo vaglio la Corte non ha inteso considerare attinto da inammissibilità il secondo ricorso, nonostante lo stesso, impropriamente si limiti per larga parte a riprendere testualmente i motivi d’appello, omettendo di esplicitare i punti che a parere della Difesa erano rimasti non sufficientemente chiariti dalla Corte territoriale.

4. La Corte territoriale ha illustrato, con motivazione ampia, analitica ed esente da cesure logiche, le condizioni nelle quali i dipendenti della Fincantieri e delle aziende satelliti erano stati costretti a svolgere le loro attività lavorative a contatto costante con le micidiali polveri d’amianto, condizioni che, al contrario di quel che viene assunto in via impugnatoria, risultano essere state accertate pienamente nel corso dell’istruttoria dibattimentale di primo grado e congruamente riepilogate, oltre che dal primo giudice, anche da quello d’appello, in particolare, quest’ultimo, occupandosi dettagliatamente delle condizioni lavorative predette da pag. 56 e ss.

Sulla base degli svolti accertamenti i lavoratori, almeno sino all’anno 1987, erano stati posti a contatto di concentrazioni di fibre d’amianto superiori al limite di 2 fibre per millilitro d’aria.

Anche ove la detta soglia non fosse stata raggiunta il titolare della posizione di garanzia non poteva dirsi esonerato da ogni possibile ulteriore attività di prevenzione, stante che il limite in parola costituiva solo una mera soglia d’allarme (Cass., VI, n. 38891/2010).

La detta stima quantitativa trova riscontro nella situazione lavorativa di fatto rimasta provata attraverso le assunzioni testimoniali: nessun contrasto significativo tra testimonianze si era registrato a riguardo della polverosità delle lavorazioni; la malta d’amianto, sia che fosse preparata a bordo, che a terra, importava rilevante diffusione di fibre nell’aria (spostamento, svuotamento dei sacchi, ecc); ampiamente dimostrata risulta la promiscuità lavorativa in locali angusti, specie quando i lavori si facevano frenetici per rispettare i tempi di consegna del natante, che mettevano a contatto con le microfibre tossiche tutti coloro che prendevano parte alle attività, pur se, in astratto, estranei alle operazioni più rischiose; ampiamente dimostrata l’assenza di qualsivoglia, pur rudimentale, protezione individuale (maschere, indumenti usa e getta, aspiratori, ecc.) o sistema di abbattimento delle polveri (macchine ispiratrici e idranti da utilizzare per bagnare i materiali); il diffuso uso dell’amianto financo a scopo protettivo (mantelle ignifughe e pannelli di protezione dal calore delle saldature); nè risulta sensata la pretesa di differenziare il rischio stante che tra amianto spruzzato, polveri sollevate dalle innumerevoli forature e da incauti sistemi di pulizia, rotture e rimarginature, operate al fine di consentire il complesso cablaggio dietro i pannelli di amianto, coibentature predisposte ad hoc su singole parti appositamente sagomate, la tossicità dell’ambiente non può essere negata. Ciò senz’altro fino alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, siccome accertato dal giudice di merito, epoca durante la quale i materiali composti di fibra d’amianto venivano regolarmente segati, lacerati, forati e tagliati, senza l’approntamento di cautela di sorta. Senza contare, come consta dalla prima sentenza, che da i registri aziendali è emerso che anche negli anni novanta, a ridosso del divieto legale, si continuò ad utilizzare il detto materiale, non foss’altro per un rapido consumo dello stesso.

5. La sentenza gravata ha fornito appagante prova in ordine alla sussistenza del nesso di causalità.

Non è controverso che fino al 1987 tutte le vittime furono poste a contatto con le polveri di amianto. Nè l’eventuale rispetto delle previsioni antinfortunistiche (comunque non riscontrato, per quel che prima si è detto) avrebbe potuto esonerare gli imputati dal mettere in atto tutte le cautele del caso che la pericolosità del materiale trattato imponeva (sul punto può richiamarsi la sentenza n. 5117/2008 di questa Sezione).

Non assume pregnanza logica la critica secondo la quale l’affermazione di colpevolezza avrebbe dovuto tener conto della differenziazione del grado del rischio. La promiscuità lavorativa, sopra sunteggiata e approfonditamente illustrata dai giudice di primo e secondo grado, attraverso percorso motivazionale in questa sede incensurabile, e il processo patogenetico innestato dal contatto con le polveri d’amianto (sul punto ci si soffermerà più avanti) rendono irrilevante l’osservazione critica.

Allo stesso modo non ha concludenza la circostanza che tutti i lavoratori rimasti vittima della malattia oncologica polmonare avessero cominciato a lavorare a contatto con le polveri d’amianto ben prima del 1973. L’esposizione successiva, infatti, ebbe rilevanza, per lo meno concausale, tale da giustificare l’affermazione di colpevolezza degli imputati.

Si riduce, poi, a mera constatazione fattuale priva di adeguata forza avversativa la dedotta scarsa efficacia dei controlli del Contarp (organo tecnico dell’Inail), che, peraltro, si spiega (anche se non si giustifica) con l’acquisizione di notizie rassicuranti dalla stessa Fincantieri. Analogo discorso va fatto a riguardo della constatazione che alcuni operai in determinati periodi furono posti in CIG. Nel primo caso è illogico, come pare evidente, desumere, dalla scarsa penetranza dei controlli il convincimento che il rischio non sussistesse. Nel secondo caso, non è dubbio che l’interruzione d’inalazione di fibre d’amianto per un determinato periodo, perciò solo non fa venir meno l’effetto nefasto del pregresso e successivo accumulo.

I ricorrenti sembrano ignorare che la Corte territoriale, con motivazione approfondita, correlata analiticamente alle risultanze istruttorie ed esente da incongruenze logiche ha chiarito che, pur non essendo mai stato effettuato acconcio studio epidemiologico, si erano registrati in quell’azienda, nel passato, casi di asbestosi (implicanti, quindi, come noto, contatto continuativo con rilevanti quantitativi di polveri tossiche).

In ogni caso, l’insistere dei ricorrenti, anche in questa sede, sui profili quantitativi delle polveri disperse nell’aria deve ribadirsi come inconducente, oltre che inammissibile (avendo sul punto la Corte di merito efficacemente risposto), stante che le affezioni tumorali (mesotelioma e carcinoma del polmone) che portarono a morte le vittime debbono reputarsi dipendenti dall’inalazione di fibre d’amianto, non potendosi affermare l’esistenza di una soglia quantitativa al di sotto della quale il rischio venga escluso.

Non merita, poi, censura il ragionamento della Corte territoriale attraverso il quale la predetta ha reputato provata la diagnosi di malattia concernente tutte le vittime: oltre i quatto casi nei quali la conferma è giunta dall’autopsia, per gli altri appaiono essere stati illustrati con esaustività gli accertamenti diagnostici che confermarono le patologie amianto-dipendenti.

Nel mentre non assume rilievo decisivo l’individuazione dell’esatto momento d’insorgenza della patologia (Sez. IV, 11/4/2008, n. 22165), dovendosi reputare prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul suo tempo di latenza, ampiamente motivata appare la statuizione gravata nella parte in cui, giudicata inattendibile la teoria della c.d. “trigger dose”, assume che il mesotelioma è patologia dose-dipendente.

Correttamente la sentenza impugnata ha chiarito come da una conclusione scientificamente non contestabile dello studioso *************** si era giunti ad elaborare l’inaccettabile tesi secondo la quale poichè l’insorgenza della patologia oncologica era causata anche dalla sola iniziale esposizione (c.d. “trigger dose” o “dose killer”), tutte le esposizioni successive, pur in presenza di concentrazioni anche elevatissima di fibre cancerogene, dovevano reputarsi ininfluenti.

Trattasi di una vera e propria distorsione dell’intuizione del Selikoff, il quale aveva voluto solo mettere in guardia sulla pericolosità del contatto con le fibre d’amianto, potendo l’alterazione patologica essere stimolata anche solo da brevi contatti e in presenza di percentuali di dispersione nell’aria modeste. Non già che si fosse in presenza, vera e propria anomalia mai registrata nello studio delle affezioni oncologiche, di un processo cancerogeno indipendente dalla durata e intensità dell’esposizione.

Ciò ha trovato puntuale conferma nelle risultanze peritali alle quali il giudice di merito ha ampiamente attinto. Infatti, la molteplicità di alterazioni innestate dall’inalazione delle fibre tossiche necessita del prolungarsi dell’esposizione e dal detto prolungamento dipende la durata della latenza e, in definitiva della vita, essendo ovvio che a configurare il delitto di omicidio è bastevole l’accelerazione della fine della vita. Pertanto, di nessun significato risulta l’affermazione che talune delle vittime venne a decedere in età avanzata. La morte, infatti, costituisce limite certo della vita e a venir punita e la sua ingiusta anticipazione per opera di terzi, sia essa dolosa, che colposa.

L’autonomia dei segnali preposti alla moltiplicazione cellulare, l’insensibilità, viceversa, ai segnali antiproliferativi, l’evasione dei processi di logoramento della crescita cellulare, l’acquisizione di potenziale duplicativo illimitato, lo sviluppo di capacità angiogenica che assicuri l’arrivo di ossigeno e dei nutrienti e, infine, la perdita delle coesioni cellulari, necessarie per i comportamenti invasivi e metastatici, sono tutti processi che per svilupparsi e, comunque, rafforzarsi e accelerare il loro corso giammai possono essere indipendenti dalla quantità della dose.

Ciò ancor più a tener conto che l’accumulo delle fibre all’interno dei polmoni, continuando l’esposizione, non può che crescere, nel mentre solo col concorso, in assenza d’ulteriore esposizione, di molti anni, lentamente il detto organo tende a liberarsi delle sostanze tossiche, essendo stato accertato, dagli studi di Casale Monferrato, dei quali appresso si dirà, che l’accumulo tende a dimezzarsi solo dopo 10/12 anni dall’ultima esposizione.

Dallo studio in parola (i cui risultati sono stati riportati dalla sentenza di merito, la quale ha, a sua volta attinto agli apporti degli esperti di settore), il primo intervenuto in Italia, avendo operato su una vasta platea di persone, osservate per un lungo periodo (3434 lavoratori presi in considerazione per oltre cinquanta anni; seguiti dal 1950 al 1986 e poi fino al 2003), si è potuto ricavare che tutte le esposizioni alle quali il soggetto è stato sottoposto almeno negli ultimi dieci anni che precedono la diagnosi della malattia hanno avuto influenza, aumentando il rischio ed accelerando il processo maligno; che, allo stesso tempo, non è possibile determinare una soglia quantitativa e temporale di sicurezza, nè il tempo massimo d’induzione; che sul soggetto fumatore si verifica un effetto moltiplicativo esponenziale del rischio, ben maggiore della singola somma dei due rischi, quanto al carcinoma polmonare.

Al contrario, lo studio sul quale si fonda la tesi difensiva (quello dovuto al prof. p.), come è stato ampiamente chiarito in sede peritale, con argomenti pienamente convincenti, a causa dell’estrema esiguità del campione osservato non può essere di utilità statistica.

Sussiste, in definitiva, il nesso di causalità tra l’omessa adozione da parte del datore di lavoro di idonee misure di protezione e il decesso del lavoratore in conseguenza della protratta esposizione alle polveri di amianto, quando, pur non essendo possibile determinare l’esatto momento di insorgenza della malattia, deve ritenersi prevedibile che la condotta doverosa avrebbe potuto incidere positivamente anche solo sul tempo di latenza (Sez. IV, 11/4/2008, n. 22165).

In altri termini, se il garante avesse tenuto la condotta lecita prevista dalla legge, operando secondo il noto principio di controfattualità, guidato sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica -universale o statistica (S.U., 10/7/2002, n. 30328), l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva. In questo senso l’evento doveva ritenersi evitabile.

Quanto alla c.d. legge statistica, come noto, la conferma dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale non può essere dedotta automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica, poichè il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, così che, all’esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica” (S.U. n.30328 cit.).

Secondo quel che è emerso dagli accertamenti ed indagini peritali, peraltro in conformità con le conclusioni unanimi della scienza di settore, il mesotelioma, che resta forma tumorale abbastanza rara, non poteva insorgere negli operai che ne sono rimasti vittima per cause diverse dalla esposizione ad amianto, la quale costituisce praticamente fonte esclusiva (salvo qualche rara eccezione che qui non ricorre la malattia dipende in via esclusiva dalla predetta esposizione).

Inoltre, come si è già rappresentato, nella comunità scientifica è ben radicato il convincimento che il processo carcinogenetico debba considerarsi dose-dipendente, secondo legge probabilistica di tipo statistico. Che ciò sia avvenuto in concreto può serenamente trarsi dalla vicenda clinica delle vittime, analiticamente illustrata nella sentenza di merito, emergendo che, in linea di massima (salvo, ovviamente le diversità derivanti dalla inevitabile diversità di risposta individuale), in sintonia con lo studio di Casale Monferrato, il rischio decresce (anche nel solo senso che l’insorgenza della malattia si allontana nel tempo) col trascorrere del tempo dall’ultima esposizione, di talchè è facile concludere che ogni assunzione successiva aumenta il rischio (in tal senso restano soddisfatte le indicazioni di cui alla sentenza 17/9/2010, n. 43786 della Sez. IV).

Assumere, come fanno i ricorrenti che le risultanze di Casale Monferrato non possono reputarsi calzanti alla vicenda qui all’esame, non appare persuasivo.

Pur vero che a Casale Monferrato si produceva il c.d. Eternit, lavorando l’amianto, mentre nella Fincantieri si utilizzavano materiali largamente composti d’amianto, tuttavia la diversità evidenziata non sposta in nulla la portata generale dei risultati scientifici acquisiti. In primo luogo, par ovvio reputare che le conclusioni raggiunte sono tanto più corrette e generalizzabili proprio perchè l’intenso contatto con la materia tossica fa escludere erronee interferenze. In secondo luogo, i lavori condotti in Fincantieri, come si è visto, per il largo uso d’amianto, per la totale indifferenza ad ogni cautela, anche la più semplice e rudimentale, per l’utilizzo di modalità d’impiego ad altissima dispersione di microfibre nell’aria, imponevano un’intensa esposizione non sensibilmente dissimile da quella di Casale Monferrato.

6. Non ha pregio l’asserto secondo il quale il giudice di merito non avrebbe considerato che nel corso del tempo si erano alternate le varie posizioni di garanzia. Trattasi, invero, di questione irrilevante, stante che le singole condotte degli imputati devono considerarsi concausa dell’evento morte e, pertanto, sul piano penalistico l’osservazione è ininfluente.

7. Non ha fondamento rilevare che la dimensione aziendale aveva imposto struttura di controllo centralizzata, qualificata quale una sorta di “superdirezione”.

L’uso dell’amianto era talmente diffuso in Fincantieri, costituendo, addirittura, significativa parte strutturale dei natanti, da non potersi considerare la sua pericolosità per la salute dei lavoratori questione alla quale taluno dei chiamati qui in responsabilità poteva dirsi estraneo, perchè investito di un livello di vigilanza di più generale profilo. Nè, per quel che si chiarirà meglio discorrendo immediatamente dopo della colpa, alcuno di loro può pretendere di andare esente da responsabilità assumendo di aver versato in stato d’ignoranza.

8. Correttamente è stata ritenuta la sussistenza dell’elemento psicologico della colpa.

8.1. Risponde a conoscenze comuni maturate in epoche anche assai lontane nel tempo che l’ingestione per via aerea di fibre, particelle e polveri costituisce pericolo per la salute.

Da oltre un secolo si ha la diffusa, piena consapevolezza della specifica pericolosità dell’assunzione attraverso le vie aeree delle microfibre di amianto (R.D. 14 giugno 1909, n. 442, nell’ambito di norme a tutela dei fanciulli; L. 12 aprile 1943, n. 455, la quale introdusse l’asbestosi fra le malattie professionali). Pur vero che ai quei tempi era nota solo l’insorgenza dell’asbestosi, ma, di sicuro, la pericolosità della lavorazione del materiale in parola era ben nota.

L’evidenziazione su basi divulgative affidabili della correlazione tra assunzione di polveri d’amianto e processi cancerogeni risale al 1964 (conferenza sugli “Effetti biologici dell’amianto” dell’Accademia delle Scienze, tenutasi a New York). Peraltro, nella detta occasione venne presentata da Vi.En. l’esperienza italiana. Lo stesso studioso nel 1966 e nel 1968, pubblicò in Italia su riviste scientifiche il proprio pensiero. La questione venne ripresa, con ampio approfondimento, in occasione del 34 congresso della ******à Italiana di Medicina del Lavoro, tenutosi a Saint Vincent.

V’è, peraltro, da soggiungere che i primi studi dai quali emergeva la detta correlazione risalgono agli anni 30/40 e poi 50 del secolo scorso (in Germania). In Italia risalgono ai lontani anni 1955/1956 i primi approfondimenti resi pubblici da Ro., + altri omessi.

Le conclusioni erano del tutto concordanti: la sopravvivenza dopo la diagnosi era solitamente assai breve; l’intervallo tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia era assai lungo; anche basse dosi erano sufficienti ad innestare il processo patologico;

degli esposti solo taluni subivano la degenerazione cellulare; pur essendo vari i tipi di amianto, quasi sempre erano presenti fibre di anfibolo e crisotilo; non si riscontrava alcuna apprezzabile causa alternativa.

Ciò posto, non può assumersi che le conseguenze nefaste sulla salute derivanti dal contatto con le polveri d’amianto non fosse circostanza prevedibile.

L’esercizio di attività pericolosa avrebbe imposto all’imprenditore l’approntamento di ogni possibile cautela, dalla più semplice ed intuitiva (proteggere le vie respiratorie con maschere altamente filtranti; imporre accurati lavaggi alla cessazione dell’orario di lavoro con cambio degli Indumenti da lavoro da sottoporsi, anch’essi, a lavaggio; riduzione al minimo delle polveri; loro appesantimento mediante acqua; loro aspirazione, ecc.), alle più complesse e sofisticate, secondo quel che la scienza e la tecnica consigliavano.

Non solo nulla di tutto questo venne fatto, ma, ai contrario, emerge dall’istruttoria una grossolana indifferenza di fronte all’inalazione delle polveri tossiche.

Reputa il Collegio che, anche a voler considerare che fosse nota solo la generica tossicità delle polveri d’amianto, causa di asbestosi, avrebbe risposto al principio di precauzione trattare con ogni cautela le polveri, che si sapevano assai sottili (e, quindi, di agevole infiltrazione e fissazione polmonare) di sostanza comunque tossica.

Questa Corte ha avuto modo di affermare che in tema di delitti colposi, nel giudizio di “prevedibilità”, richiesto per la configurazione della colpa, va considerata anche la soia possibilità per il soggetto di rappresentarsi una categoria di danni sia pure indistinta potenzialmente derivante dal suo agire, tale che avrebbe dovuto convincerlo ad astenersi o ad adottare più sicure regole di prevenzione: in altri termini, ai fini del giudizio di prevedibilità, deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione “ex ante” dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravita ed estensione (Sez. IV, sentenza n. 4675 17/05/2006, massima).

Le norme antinfortunistiche che fanno obbligo al datore di lavoro d’approntare ogni misura utile ad impedire o ridurre al minimo l’inalazione di polveri non è diretta, come vorrebbero i ricorrenti, ad evitare che i lavoratori subiscano il fastidio d’un ambiente di lavoro polveroso, bensì, come appare evidente, che l’organismo dei predetti sia costretto ad inalare corpuscoli frammisti all’aria respirata del tutto estranei ad essa e certamente forieri di danno fisico.

In ogni caso, non par dubbio che la prevedibilità altro non significa che porsi il problema delle conseguenze di una condotta commissiva od omissiva avendo presente il cosiddetto “modello d’agente”, il modello dell'”homo eiusdem condicionis et professionis”, ossia il modello dell’uomo che svolge paradigmaticamente una determinata attività, che importa l’assunzione di certe responsabilità, nella comunità, la quale esige che l’operatore si ispiri a quel modello e faccia tutto ciò che da questo ci si aspetta (Sez. IV, 1/71992, n. 1345, massima; più di recente e sullo specifico argomento qui in esame, sempre Sez. IV, 1/4/2010, n. 20047). Un tale modello impone, nel caso estremo in cui il garante si renda conto di non essere in grado d’incidere sul rischio, l’abbandono della funzione, previa adeguata segnalazione al datore di lavoro (sul punto, Sez. IV n. 20047 cit).

Richiamando quanto poco sopra esplicitato, deve conclusivamente ribadirsi che ai fini del giudizio di prevedibilità deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione ex ante dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravità ed estensione (Sez. IV, 31/10/1991, *****, massima).

Non ha fondamento, poi, l’opinione secondo la quale, comunque, gli eventi dannosi non sarebbero stati evitati.

Ove fossero state approntate tutte le cautele del caso, fino a giungere a rinunciare a certi tipi di lavorazione o d’impiego, preferendo altre modalità o altri materiali, anche se più costosi, gli eventi contestati (da intendersi nel senso di cui s’è detto) sarebbero stati scongiurati.

8.2. Come ampiamente chiarito da questa Corte (Sez. IV, n. 20047/2010) il D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277 stabilì che, fermo restando il rispetto di tutte le forme di protezione individuale, fossero, comunque, vietate le lavorazioni, ove il livello di dispersione di microfibre di amianto fosse superiore a determinati parametri; ma ciò non significò affatto che al di sotto dei detti limiti fosse stata liberalizzata l’inalazione delle predette microfibre. Nè, peraltro, l’entrata in vigore della L. 27 marzo 1992, n. 257, con la quale si vietò definitivamente la lavorazione dell’amianto, segnò il momento iniziale nel quale si ebbe consapevolezza della pericolosità di tale lavorazione. Al contrario, rappresenta l’epilogo di un lungo percorso che, come si è visto, da tempo, aveva dimostrato la specifica elevata pericolosità dell’amianto.

8.3. Anche a volere reputare esistente l’inerzia mantenuta per molti anni dall’INAIL e dall’autorità sanitaria (evidenziata dai ricorrenti in sede d’appello per giustificare una sorta di legittimo affidamento) la Corte è dell’avviso che l’appartenenza ad un’impresa di cospicue dimensioni, quale la Fincantieri, la vasta esperienza, le competenze specifiche di settore (in difetto, l’assunzione di posizione di garanzia, a maggior ragione, dovrebbe ritenersi impingere in grave imprudenza), il possesso di congrui titoli di studio dei soggetti qui chiamati a rispondere in qualità di garanti, costituivano condizioni sufficienti per cogliere la specifica, elevata rischiosità delle lavorazioni svolte e, se del caso, la necessità ad attingere a competenze settoriali specialistiche, senza che il silenzio delle dette pubbliche agenzie potesse in alcun modo acquietarli.

9. Non ha fondamento la critica mossa al computo della pena in ordine alle plurime contestazioni di omicidio colposo.

Ovviamente non può trattarsi, stante la natura colposa, di unificazione sotto il vincolo della continuazione, come assume la Difesa, bensì dell’ipotesi del concorso formale.

Sul punto, è pertinente richiamare il principio di diritto derivante dalla sentenza emessa dalla Sez. 5 di questa Corte il 28/4/2011, n. 27382, secondo il quale non sussiste l’obbligo di specifica motivazione per gli aumenti di pena a titolo di continuazione, valendo a questi fini le ragioni a sostegno della quantificazione della pena-base.

Peraltro, il criterio adottato, il quale tiene conto sia del numero delle vittime, che della durata della posizione di garanzia, appare in questa sede incensurabile e niente affatto foriero di duplicazioni sanzionatorie.

10. Inammissibili risultano le censure con le quali è stata evidenziata errata interpretazione dell’art. 589 c.p., comma 2, ingiusta stima della pena e mancata applicazione con criterio di prevalenza delle attenuanti generiche.

Nel primo caso non è neppure dato cogliere in che consista la critica, essendosi i ricorrenti limitati ad asserire apoditticamente che “la norma è estremamente chiara ed inequivoca”.

Negli altri due casi, trattandosi di doglianze afferenti al merito della motivazione (e la Corte territoriale ha fornito soddisfacente motivazione del perchè la pena non poteva essere determinata nel minimo) non soggetto al vaglio di legittimità, non essendo, peraltro, stato prospettato apprezzabile motivo sulla base del quale possa considerarsi inadeguata la scelta dosimetrica del giudice di merito e quella di applicare le attenuanti generiche con criterio di equivalenza (le dette circostanze, infatti, al contrario di quel che affermano i ricorrenti erano già state concesse in primo grado).

In ogni caso, quanto a quest’ultime appare utile ricordare che questa Corte ha avuto modo di chiarire che ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche (e, quindi, a maggior ragione, per ponderarne l’effetto) il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicchè anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso (Sez. II, 18/1/2011, n. 3609, massima).

Inoltre, i ricorrenti avanzano la pretesa che avrebbe dovuto essere il giudice a spiegare in dettaglio tutte le ragioni che lo avevano portato a negare il beneficio (rectius: a considerarlo equivalente alla riconosciuta aggravante). Trattasi di opinione non condivisibile, come più volte ribadito in sede di legittimità. Sul punto, è bastevole richiamare il principio di diritto affermato di recente da questa Corte (Sez. IV, 28/10/2010, n. 41365): la concessione o no delle circostanze attenuanti generiche (e, quindi, ancora una volta, a maggior ragione, il criterio di bilanciamento prescelto) risponde a una facoltà discrezionale del giudice, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere motivato nei soli limiti atti a fare emergere in misura sufficiente il pensiero del decidente circa l’adeguamento della pena in concreto inflitta alla gravita effettiva del reato e alla personalità del reo. Tali attenuanti non vanno intese, comunque, come oggetto di una “benevola concessione” da parte del giudice, nè l’applicazione di esse costituisce un diritto in assenza di elementi negativi, ma la loro concessione deve avvenire come riconoscimento dell’esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (si vedano pure, Sez. I, 15/4/2010, n. 32324; Sez. III, 8/10/2009, n. 42314; Sez. II, 17/2/2009, n. 11077).

11. Inammissibili devono qualificarsi i motivi di ricorso volti a contestare le statuizioni civili.

Manifestamente infondata appare la pretesa di escludere dall’area del danno la Regione Veneto assumendo che i fattori causativi delle patologie insorte dovevano considerarsi multipli, largamente ignoti e non ricollegabili in ogni caso all’amianto. Si è già chiarito, infatti, come, considerata la specificità, l’eziopatogenesi e la rarità delle dette patologie, non possa essere posta in dubbio la loro dipendenza dall’inalazione delle poveri d’amianto.

Del pari manifestamente infondata deve ritenersi la critica mossa al riconoscimento del diritto dell’INAIL a vedersi riconoscere il rimborso di quanto costretta a versare per legge a causa delle morti insorte per malattia professionale. Il detto ente, infatti, per legge (D.P.R. n. 1124 del 1965) ha l’obbligo di corrispondere le indennità previste ai lavoratori e loro congiunti in caso d’infortunio e malattia contratta sul o in occasione del lavoro, salvo il diritto ad agire in regresso, sempre nei casi normativamente previsti, nei confronti dei garanti. Non ha refluenza di sorta sul diritto in discorso, come par ovvio, la circostanza che il detto ente abbia più o meno bene esercitato le funzioni ispettive che la legge gli attribuisce.

Manifestamente generico, e, quindi, inammissibile, deve ritenersi il motivo con il quale i ricorrenti negano il diritto al risarcimento del danno in capo agli enti e associazioni esponenziali d’interessi collettivi: a fronte dell’apodittico asserto della non spettanza del diritto la Corte di merito, riprendendo il ragionamento del Tribunale, ha correttamente chiarito che la lesione del diritto soggettivo patito dalle predette organizzazioni andava individuata nella specifica lesione dello scopo perseguito, tutelato dall’ordinamento.

12. Al rigetto del ricorso consegue il pagamento delle spese processuali e il rimborso di quelle legali in favore delle parti civili, che, viste le notule, si liquidano nella misura giudicata di giustizia, di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso di R.C.M..

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di O. M. perchè i reati a lui ascritti sono estinti per morte dell’imputato ed elimina le statuizioni civili nei suoi confronti.

Rigetta i ricorsi degli altri imputati che condanna al pagamento delle spese processuali.

Condanna, inoltre, gli imputati G.R., C. A., ****, ****** e A.C. nonchè il responsabile civile “Fincantieri – Cantieri Navali s.p.a.” in solido alla rifusione delle spese processuali in favore delle costituite parti civili che liquida in complessivi Euro:

1. 2.500,00 in favore di FIOM;

2. 3.000,00 in favore di Ca.Io. + 1;

3. 2.500,00 in favore di S.M.L.;

4. 2.500,00 in favore dell’INAIL;

5. 2.500,00 in favore della Provincia di Venezia;

6. 2.500,00 in favore del Comune di Venezia;

7. 2.500,00 in favore dell’Associazione Esposti Amianto di Venezia;

8. 3.500,00 in favore di c.a.t. + 2;

9. 2.500,00 in favore di UST-CISL di Venezia;

10. 2.500,00 in favore di FIM-CISL di Venezia;

11. 2.500,00 in favore della Regione Veneto; 12.2.500,00 in favore di Medicina Democratica; 13. 5.000,00 in favore di Sm.An. + 5; oltre accessori, come per legge, per tutti.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sicurezza sul lavoro: violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (Cass. pen. n. 33310/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

-1- Ricorre per cassazione il Procuratore ******** presso la Corte d’Appello di Trieste avverso la sentenza della stessa corte, del 21 settembre 2011, che, in riforma della sentenza del Tribunale di Pordenone, del 4 febbraio 2010, ha assolto D.B.G. – quale legale rappresentante della “**************************** s.r.l.” – dal reato di lesioni colpose commesse, con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, in pregiudizio del dipendente M.R..

Il lavoratore, durante i lavori di ristrutturazione di un fabbricato, è rimasto vittima di un infortunio mentre si trovava su un ponteggio ancorato ad un “timpano” (elemento triangolare sul quale poggiavano le due falde di copertura) che, in tesi d’accusa, non si era provveduto a puntellare e che era crollato travolgendolo; nella caduta il M. ha riportato una frattura alla gamba sinistra.

Nel motivare le ragioni della propria decisione, la corte territoriale, premesso che il profilo di colpa addebitato dal primo giudice all’imputato riguardava il mancato puntellamento del timpano, ha rilevato che dagli atti tale omissione non era emersa con la necessaria certezza, di guisa che, al dubbio sull’unica circostanza di fatto sulla quale il primo giudice aveva fondato l’affermazione di responsabilità dell’imputato, non poteva che conseguire una decisione assolutoria.

-2- Avverso detta sentenza ricorre, dunque, il Procuratore Generale, che deduce, con unico motivo, violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza impugnata.

Sostiene il ricorrente che la corte territoriale avrebbe concentrato la propria attenzione su un solo aspetto dell’accusa, cioè su quello relativo alla messa in opera di interventi di sostegno del muro sul quale si stava lavorando, ed avrebbe ignorato gli altri profili di colpa, individuati nell’assenza di condizioni di sicurezza del cantiere che il datore di lavoro aveva il dovere di assicurare. Di guisa che, oggetto della questione non era quello di accertare se al puntellamento del muro si era provveduto, bensì come lo stesso era stato eseguito, visto che il manufatto era crollato.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato.

In realtà, nel capo d’imputazione sono state rilevate nella condotta dell’imputato, in quanto datore di lavoro dell’operaio infortunato, profili di colpa specifica, oltre che generica, individuati, i primi, oltre che nel mancato consolidamento delle strutture interessate ai lavori, anche nel non avere adeguatamente pianificato gli interventi di demolizione dell’immobile al fine di prevenire il rischio di incidenti. In tesi d’accusa, quindi, la responsabilità dell’infortunio doveva essere attribuita al D.B., non solo per non avere lo stesso proceduto al consolidamento provvisorio delle strutture che avrebbero dovuto essere conservate, ma anche per non avere predisposto un piano organizzativo dei lavori che garantisse la loro esecuzione in piena sicurezza.

Orbene, il giudice del gravame ha considerato, in termini peraltro incompleti, solo il primo aspetto dell’accusa, trascurando gli ulteriori profili di colpa rilevati. In particolare, egli ha esaminato il tema della esecuzione delle opere di puntellamento del manufatto crollato addosso al M., ed ha ritenuto che non vi fossero prove della loro omissione, ma ha del tutto ignorato l’aspetto riguardante l’organizzazione del lavoro e l’efficacia degli interventi, ove anche eseguiti, di consolidamento delle strutture delle quali era stata prevista la conservazione e sulle quali era comunque necessario operare.

Non è stato chiarito, quindi, dallo stesso giudice, se l’intervento sul manufatto crollato fosse stato preceduto da un’adeguata pianificazione del lavoro e delle modalità di esecuzione degli stessi; approfondimento che non può non ritenersi indispensabile, specie ove si consideri che, secondo la ricostruzione della dinamica dell’infortunio richiamata nella sentenza impugnata, l’incidente si è verificato mentre il M. “stava praticando alla base del timpano….una incisione orizzontale per incastrarvi una trave armata a rinforzo della struttura”; e che il cedimento del manufatto era stato causato dalle “forti vibrazioni provocate dall’attrezzo impiegato per praticare il foro”.

Occorreva, dunque, che la corte territoriale si soffermasse, non solo sull’adeguatezza ed efficacia delle provvisorie opere di sostegno del muro, pur ove eseguite, sul quale si stava operando, comunque crollato con le note conseguenze, ma anche sulla pianificazione degli interventi e sulle modalità della loro esecuzione, se è vero che sono bastate le vibrazioni, prodotte dall’attrezzo utilizzato dal M. per praticare il foro alla base del timpano, per determinare il crollo.

Tali aspetti della vicenda sono stati del tutto ignorati dalla Corte territoriale, che avrebbe dovuto affrontarli, pur se elusi dal primo giudice, di guisa che fondate sono le censure motivazionali proposte dal PG ricorrente.

La sentenza impugnata deve essere, dunque, annullata, con rinvio, per nuovo esame, alla Corte d’Appello di Trieste.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Trieste.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

È reato contraffare il permesso invalidi per ottenere il parcheggio (Cass. pen. n. 33214/2012)

Redazione

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello il Brescia, con la sentenza del 7 giugno 2011 ha confermato la sentenza del Tribunale di Bergamo del 25 marzo 2010 con la quale (omissis) era stato condannato per falso in autorizzazione amministrativa (contraffazione autorizzazione al parcheggio di persone invalide).
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando, quale unico motivo, una violazione di legge e una motivazione illogica in merito alla mancata affermazione dell’inidoneità del falso e quindi della non punibilità dell’imputato stesso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non merita accoglimento.
2. Secondo la prevalente giurisprudenza di questa Corte, integra il reato di falsità materiale del privato in autorizzazione amministrativa (articoli 477 e 482 cod.pen.) la riproduzione fotostatica del permesso di parcheggio, a nulla rilevando l’assenza della attestazione di autenticità, la quale non incide sulla rilevanza penale del falso allorché, come nella fattispecie, il documento abbia l’apparenza e sia utilizzato come originale, considerata anche la notevole sofisticazione raggiunta dai macchinari utilizzati, capaci di formare copie fedeli all’originale, come tali idonee a consentire un uso atto a trarre in inganno la pubblica fede (v. per tutte Cass. Sez. V 19 marzo 2008 n. 14308).
Quanto all’altro profilo di doglianza, va ricordato che il falso grossolano non punibile è soltanto quello facilmente riconoscibile ictu oculi anche da persone del tutto sprovvedute, mentre non è tale quello che richieda una certa attenzione per il riconoscimento della falsificazione (v. da ultimo Cass. Sez. V 13 luglio 2011 n. 38349): sicché, avendo la Corte di merito considerato che la falsità in oggetto era stata accertata da persona qualificata, a seguito di un attento esame evidenziante la non rifrangenza di un bollino apposto sull’atto, elemento certamente rilevante ma non immediatamente percepibile da chiunque, l’impugnata sentenza si sottrae a censura anche sotto tale aspetto.
3. Dal rigetto del ricorso deriva, per concludere, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.T M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 31/5/2012.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Concordato preventivo: bancarotta impropria e arresto del responsabile amministrativo (Cass. pen. n. 33230/2012)

Redazione

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 18-05-2012) 23-08-2012, n. 33230

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Milano, con ordinanza del 5 gennaio 2012, ha confermato l’ordinanza del 12 dicembre 2011 con la quale il GIP presso il Tribunale di Milano aveva applicato la misura cautelare personale della detenzione in carcere nei confronti di V. M. indagato, quale Direttore Amministrativo, per alcuni delitti di bancarotta fraudolenta per distrazione in danno della Fondazione San Raffaele del Monte *****, ammessa al concordato preventivo con decreto 27 ottobre 2011 del Tribunale di Milano.

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione l’indagato, a mezzo dei propri difensori, lamentando:

a) una violazione di legge ed anche dei precetti di cui all’art. 24 Cost. in relazione all’apposizione di alcuni omissis, posta in essere dal P.M. inquirente, sui verbali delle dichiarazioni rese dall’indagato stesso;

b) una violazione di legge anche costituzionale e un vizio di motivazione in ordine alla ritenuta applicabilità delle norme penali in tema di bancarotta al concordato preventivo, a seguito della modifica di cui alla novella della L. n. 80 del 2005;

c) una violazione di legge e un vizio di motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze cautelari nascenti sia dalla tutela della prova che dal pericolo di fuga che, infine, dal pericolo di reiterazione del reato;

d) una illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta adeguatezza della misura cautelare personale della detenzione in carcere.

Motivi della decisione

1. Il ricorso non merita accoglimento.

2. Quanto al primo motivo, basta osservare come sia ius receptum di questa Corte di legittimità (v. Cass. Sez. II, 9 febbraio 2006 n. 7610 e Sez. V, 26 ottobre 2011 n. 47080), con ciò escludendosi l’esistenza sia della pretesa nullità che del contrasto con il diritto alla difesa sancito dalla Costituzione, il principio secondo il quale in tema di misure cautelari, pur dopo le modifiche introdotte con la L. 8 agosto 1995, n. 332, l’espressione usata dall’art. 291 c.p.p., richiamato dall’art. 309 c.p.p., comma 5, escluda che il P.M. abbia l’obbligo di porre a disposizione, prima del G.I.P. e poi del Tribunale del riesame, tutti gli atti d’indagine compiuti o, comunque, atti, quali le dichiarazioni accusatorie dei collaboranti o le stesse dichiarazioni dell’indagato nella loro integralità: il termine “elementi” comprende non solo atti integrali, ma anche stralci di essi ed è perfettamente compatibile con l’oscuramento di parte dei verbali con “omissis”, al fine di garantire il segreto che permane in questa fase processuale, nella prospettiva di evitare la compromissione delle indagini “in itinere”.

Questo sistema, che caratterizza la fase delle indagini preliminari, non impedisce il contraddittorio, che comunque può concretamente svilupparsi sulla valutazione dell’entità e della rilevanza degli elementi indiziari posti a base dell’ordinanza impugnata.

3. Quanto al secondo motivo, alla luce di un recente intervento delle Sezioni Unite di questa Corte (v. Cass. Sez. Un. 30 settembre 2010 n. 43428) in tema di modifiche dell’istituto del concordato preventivo e loro incidenza in campo penale devono premettersi alcune considerazioni in punto di diritto.

La compresenza nell’istituto del concordato preventivo di componenti privatistiche e pubblicistiche non può dirsi superata a seguito delle sensibili modifiche della sua disciplina intervenute in anni recenti (in forza, in particolare, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in L. 14 maggio 2005, n. 80, e del D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169).

Le principali novità progressivamente introdotte sono, innanzitutto, costituite dalla modificazione del presupposto di accesso alla procedura, ora individuato nello stato di crisi dell’impresa, la cui nozione non è stata, peraltro, definita dal legislatore se non per la precisazione contenuta nell’inedito comma 2 del nuovo testo della *******., art. 160, introdotto dal D.L. n. 273 del 2005 (convertito in L. n. 51 del 2006), secondo il cui ultimo comma “per stato di crisi si intende anche lo stato di insolvenza”.

Lo stato d’insolvenza è rimasto, dunque, presupposto della procedura concorsuale, ancorchè la suddetta allargata formula normativa lasci intendere che alta stessa possa accedere anche l’imprenditore che versi in una situazione di difficoltà non ancora identificabile con quella di dissesto.

Il che evoca sia situazioni in cui l’impresa versi nell’impossibilità di adempiere le obbligazioni in scadenza, sia situazioni di squilibrio irreversibile, sia situazioni in cui è agevolmente pronosticabile il verificarsi, nell’immediato, di uno di tali inconvenienti.

Ciò vale, incidenter tantum, a ritenere non condivisibile l’eccezione di non conformità della suddetta normativa al principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., sollevata nell’interesse del ricorrente, posto che rientra nei poteri discrezionali del legislatore equiparare quoad poenam situazioni concretamente diverse ma aventi in comune la medesima finalità della tutela dei creditori a fronte dell’attività del debitore non ancora impossibilitato del tutto alla fisiologica estinzione delle proprie obbligazioni.

L’amministrazione controllata aveva, a sua volta, come finalità primaria il risanamento dell’impresa e il ripristino della sua solvibilità o, meglio, il recupero della solvibilità in conseguenza del risanamento dell’impresa, non aveva natura liquidatoria nè effetto immediatamente satisfattivo delle pretese creditorie ma, per così dire, dilatorio, nel senso che il debitore era obbligato a soddisfare integralmente tali pretese dopo la chiusura della procedura, se il risanamento finanziario fosse stato conseguito.

La struttura normativa del concordato preventivo, viceversa, prescinde da qualsiasi idea di necessaria protrazione dell’attività imprenditoriale ed è orientata ad assicurare effetti meramente liquidativi dei crediti attraverso qualsiasi forma ma in misura, di norma, falcidiata.

In secondo luogo, la riforma ha provveduto all’eliminazione, nella *******., art. 160, dei requisiti di meritevolezza per l’ammissione alla procedura, nonchè all’esclusione di qualsiasi sindacato giudiziale sul merito della proposta di concordato preventivo, la cui omologazione, ai sensi del nuovo art. 180 *******., avviene ora per decreto sulla base della mera verifica del raggiungimento delle maggioranze prescritte nell’adunanza dei creditori e della regolarità formale della procedura seguita.

Al debitore viene concessa una più ampia autonomia nella scelta dei contenuti del piano concordatario e la possibilità di suddividere i creditori in classi omogenee, all’interno delle quali devono essere raggiunte autonome maggioranze in sede di deliberazione del concordato, cui proporre anche trattamenti differenziati e viene invece richiesto, dal nuovo testo dell’art. 161 *******., di asseverare la proposta attraverso la relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano concordatario.

La continuità tra concordato e fallimento, in qualche modo spezzata dal mutamento del presupposto per l’instaurazione della concorsualità, è stata poi ulteriormente ridimensionata.

Infatti, il D.L. n. 35 del 2005, e la L. n. 80 del 2005, hanno eliminato dalla L. Fall., art. 180, qualsiasi riferimento all’automatismo della conversione del concordato preventivo in fallimento, facendo, però, salve le ipotesi in qualche modo “sanzionatorie” tuttora previste dalla L. Fall., art. 173, affidando la stessa conversione all’iniziativa dei creditori o del Pubblico Ministero, nonchè alla previa verifica dello stato d’insolvenza.

Alla luce del contenuto delle modifiche illustrate, non v’è dubbio che la riforma si sia mossa nella direzione dell’esaltazione del profilo negoziale dell’accordo intervenuto tra l’imprenditore e i suoi creditori e del contestuale ridimensionamento degli aspetti processuali dell’istituto.

La natura del concordato “riformato” appare connotata ormai da una prevalenza di elementi privatistici, che denunciano la volontà di contrarre l’intervento statuale nella procedura anticipatoria, rafforzando invece il ruolo di protagonisti di debitore e creditori.

Da ultimo va ricordato che la L. Fall., art. 236, il cui comma 2, n. 1, estende, in caso di concordato preventivo agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società le incriminazioni di cui ai precedenti artt. 223 e 224, relativi ai reati propri dei medesimi soggetti, non ha subito, per quanto qui interessa, modifica alcuna.

La lettura del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 236, comma 2, n. 1, chiarisce che “nel caso di concordato preventivo, si applicano le disposizioni degli artt. 223 e 224 (della stessa legge) agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società”.

Norma che, quindi, rende applicabili le disposizioni sulla bancarotta impropria, quella commessa, cioè, dagli amministratori di società, alla ipotesi di concordato preventivo avendo parificato, quanto agli effetti penali, il decreto di ammissione al concordato preventivo alla sentenza dichiarativa di fallimento.

E’, inoltre, giurisprudenza da tempo consolidata che le fattispecie penalmente sanzionate nella formulazione della norma fallimentare, si realizzino indipendentemente dalla eventuale successiva dichiarazione di fallimento: infatti, parificando il decreto di ammissione al concordato preventivo e, prima della recente riforma di cui alla L. 14 maggio 2005, n. 80 ed al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 all’amministrazione controllata, non si è voluto che gravi comportamenti verificatisi prima, e anche in assenza, del fallimento restassero impuniti, sicchè esso viene ad assumere la stessa funzione e a svolgere la stessa efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento nelle ipotesi ordinarie di bancarotta (v. di recente, Cass. Sez. V, 18 settembre 2007 n. 39307 e 2 marzo 2011 n. 15061).

Il legislatore, con norma espressa, ha poi consentito, ai soli fini procedimentali, di “anticipare” l’iniziativa del Pubblico Ministero, rispetto ai termini “naturali” propri del diritto penale sostanziale.

La *******., art. 238, comma 2 è, infatti, norma che permette, in deroga a quanto previsto dal precedente comma, uno scollamento tra la consumazione del reato e la sua persecuzione giudiziale.

L’esercizio “anticipato” dell’attività processuale è, comunque, imposta ai Pubblico Ministero, nell’ambito rigidamente circoscritto da tre limitazioni: tipologia della fattispecie, la norma accenna testualmente alla *******., soli artt. 216, 217, 223, 224, riferimento che, per quanto riguarda i casi di restrizione della libertà, non può che avere carattere tassativo; le ipotesi della *******., precedente art. 7, o altro grave motivo; il già esistente o il contemporaneo inoltro dell’istanza di fallimento.

La norma, come riconosciuto dall’unanime dottrina, rappresenta una deroga ai principi generali, consentendo l’esercizio della attività repressiva penale prima della dichiarazione di fallimento e, quindi, per quanti aderiscono alla giurisprudenza di questa Corte di Cassazione, in epoca antecedente alla consumazione del delitto.

La ragione della disposizione è agevolmente rinvenibile nella esigenza di interrompere comportamenti la cui protrazione, alla luce della già maturata insolvenza, renda definitivo o più dannoso l’esito della condotta delittuosa, atteso quello che si prospetta come inevitabile ed imminente perfezionamento del momento consumativo.

Da tanto discende che il legislatore ha dato rilevanza, per i limitati, ma per nulla irrilevanti, fini di ordine processuale, non già al fatto illecito, completo in tutti i suoi elementi, bensì anche soltanto a meri profili di probabile lesione agli interessi dei creditori, in seno ad una condotta che è ancora carente del crisma giudiziale dichiarativo dell’insolvenza ed indefettibile premessa alla procedura concorsuale.

Al contempo, questa Corte di Cassazione ha ritenuto ammissibile in siffatto contesto l’emissione di misure cautelari, non avendo evidentemente considerato che la mancata consumazione del delitto si risolvesse in una ostacolo incompatibile con la nozione di “gravi indizi di colpevolezza”, quali richiesti dall’art. 273 c.p.p., comma 1 (v. Cass. Sez. V, 19 dicembre 2005 n. 8363 e 16 aprile 2007 n. 21288).

4. Quanto ai motivi attinenti alle esigenze cautelari, del pari, si rilevano come infondati.

Infatti, anche la sussistenza delle esigenze cautelari è stata logicamente evidenziata nella motivazione dell’impugnata ordinanza e corrisponde ai parametri fissati dalla legge (art. 274 c.p.p.), così come interpretati dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte.

Invero, in tema di misure cautelari personali, le tre esigenze cautelari relative al pericolo di inquinamento delle prove, pericolo di fuga e di reiterazione del reato, non devono necessariamente concorrere, bastando anche l’esistenza di una sola di esse per fondare la misura (v. Cass. Sez. VI, 12 dicembre 1995 n. 4829 e da ultimo Sez. V, 18 ottobre 2011 n. 44132).

Nella specie non si ravvisa alcuna motivazione incongrua o irrazionale nell’aver ritenuto sussistenti tutti e tre i fondamenti causali della chiesta misura cautelare e tali accertamenti sono stati vieppiù ispirati alla pacifica giurisprudenza di questa Corte per cui non può richiedersi una rilettura dei fatti così come correttamente interpretati e logicamente giustificati dal Giudice del riesame.

5. Anche l’ultimo motivo di doglianza, relativo all’adeguatezza della disposta misura cautelare personale, non è meritevole di accoglimento in quanto a fronte della corretta motivazione proposta dall’impugnata ordinanza il ricorrente, di converso, evidenzia generiche contestazioni in punto di fatto che, analogamente a quanto dianzi esposto in tema di esigenze cautelari non possono trovare ingresso nel presente giudizio di legittimità.

6. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

Devono disporsi, a cura della Cancelleria, gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non commette truffa il medico per l’attività intra moenia senza l’autorizzazione dell’Asl (Cass. pen. n. 33150/2012)

Redazione

Osserva

1 – Con sentenza in data 18-2-08 il Tribunale di Napoli ha condannato P.C. previa esclusione della aggravante di cui all’art. 61, n. 9, c.p., contestata suo B), e previa concessione delle attenuanti generiche e di quelle di cui all’art. 323 bis c.p.e 62 n. 4 c.p. prevalenti sulle restanti aggravanti alla pena di anni due di reclusione (con interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena e con entrambi i benefici di legge) per i reati di cui agli artt. 480, 314 e 640 c.p., a lui ascritti ai capi A), B) e C) della rubrica, unificati ex art. 81 cpv c.p.
Con la sentenza indicata in epigrafe (resa in data 11-10-11) la Corte di Appello di Napoli ha confermato la suindicata decisione.
I Giudici di merito hanno premesso che doveva ritenersi accertato in punto di fatto che PC medico dipendente della ASL Napoli (omissis), era stato autorizzato con decorrenza dal 3-1-02 a svolgere attività lavorativa in regime di intra moenia presso il proprio studio di via (omissis) in Napoli con rapporto di lavoro esclusivo e che il predetto, nell’ambito di tale rapporto, era tenuto a corrispondere alla ASL di appartenenza parte dei compensi derivanti da detta attività. Avendo il P. omesso di trasmettere alla ASL gli importi di sua spettanza in riferimento a talune somme incassate per prestazioni eseguite in tale studio, facendo apparire con false attestazioni come incassate somme per importi inferiori rispetto a quelle percepite, si era reso responsabile dei reati di falso ideologico e di peculato, contestati ai capi A) e B). Il P., poi, avendo svolto prestazioni professionali anche in altro studio in Mugnano senza la autorizzazione della ASL e senza emettere ricevute di pagamento, aveva indotto in errore l’azienda sanitaria sulle modalità di esercizio della sua attività libero-professionale, procurandosi l’ingiusto profitto consistito nell’incassare gli importi percepiti con danno della ASL pari alla percentuale delle somme che detta azienda avrebbe percepito sui proventi della attività intramuraria e comunque con danno per lo Stato in considerazione della sottrazione alla imposizione fiscale delle somme non certificate dalla ASL in qualità di sostituto di imposta come previsto dall’art. Il regolamento ASL Napoli (omissis). Da ciò la affermazione della sua responsabilità anche per il reato di truffa, contestato ai capo C).
2 .-. Avverso la suindicata sentenza dell’ 11-10-11 ha proposto ricorso per cassazione P.C., tramite il suo legale, chiedendone l’annullamento.
Il ricorrente deduce:
• Erronea applicazione della legge penale con riferimento alla ritenuta sussistenza del reato di peculato contestato sub B). I Giudici di merito avrebbero errato nel concludere (male interpretando l’art. 15 quater DL n. 502/92) per la natura pubblica della attività svolta dal medico dipendente del servizio sanitario nazionale in intra moenia cd. “allargata” (in quanto svolta fuori dall’orario di lavoro e al di fuori delle strutture sanitarie). Infatti sarebbero determinanti al fine di individuare la natura privata di detta attività gli artt. l, 3, 4, 5 e 15 del regolamento emanato dal Direttore Generale della ASL NA il 14-4- 2004, disposizioni che definirebbero tale attività come espressione di un pregresso rapporto fiduciario tra sanitario e paziente, che il primo gestirebbe in proprio e sotto la sua esclusiva responsabilità, e che qualificherebbero l’onorario corrisposto per la prestazione come il corrispettivo dovuto al sanitario per l’intervento terapeutico eseguito in favore del paziente. D’altra parte anche l’orientamento più restrittivo adottato recentemente dalla giurisprudenza di legittimità avrebbe riportato la percentuale del corrispettivo dovuto all’ente all’uso delle attrezzature
ospedaliere e non sarebbe applicabile a fattispecie come quella in esame, in cui l’attività sarebbe stata svolta dal sanitario presso il proprio studio professionale e con proprie attrezzature (cd. intra moenia “allargata”). In questa ipotesi, infatti, il mancato ricorso a personale, a locali ed a materiali dell’ente da parte del sanitario non consentirebbe di individuare legittimamente somme, parte del corrispettivo conferito al medico, che siano di spettanza dell’ ente. Segnatamente l’obbligo in capo al sanitario di trasferire all’ente parte del proprio compenso, dopo averlo conseguito, non varrebbe a qualificare il medesimo come pecunia publica.
• Violazione ed erronea applicazione dell’art. 640, comma 2, c.p. i Giudici di merito avrebbero ricompreso in questa fattispecie la condotta con la quale il P., non autorizzato dall’ente di appartenenza, aveva effettuato prestazioni sanitarie presso lo studio di via (omissis) in Mugnano. In realtà la attività posta in essere dal P in questo caso non sarebbe in alcun modo sussumibile nel paradigma della truffa, in quanto la sua natura assolutamente clandestina avrebbe dovuto impedire di ritenere che il profitto ingiusto percepito dall’agente fosse correlato ad un atto di disposizione dell’ingannato indotto dal comportamento fraudolento altrui.
• Erronea applicazione dell’art. 480 c.p., in quanto. non potendosi, per le ragioni sopra svolte, qualificare come pubblico ufficiale il medico che svolga attività intramoenia “allargata”, non ricorrerebbe il contestato reato di falso in certificati, trattandosi di scritture private perseguite in difetto di condizione di procedibilità.
3.-. Il primo ed il terzo motivo di ricorso sono infondati.
Questa Corte ha già chiarito che integra il delitto di peculato la condotta del medico il quale, avendo concordato con la struttura ospedali era lo svolgimento dell’attività libero professionale consentita dal d.P.R. 20 maggio 1987 n. 270 (cosiddetta intra moenias, e ricevendo per consuetudine dai pazienti (anziché indirizzarli presso gli sportelli di cassa dell’ente) le somme dovute per la sua prestazione, ne ometta il successivo versamento all’azienda sanitaria. Infatti, per quanto la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio non possa essere riferita al professionista che svolga attività intramuraria (la quale è retta da un regime privatistico), detta qualità deve essere attribuita a qualunque pubblico dipendente che le prassi e le consuetudini mettano nelle condizioni di riscuotere e detenere denaro di pertinenza dell’amministrazione (sez. VI, sentenza n. 2969 del 06/1012004. Rv. 231474, Maschi). Nella motivazione di questa sentenza si è, in particolare. precisato che nella specie assumeva rilevanza non già l’attività professionale, ma la virtuale sostituzione del medico ai funzionari amministrativi nell’attività pubblicistica di riscossione dei pagamenti.
Tale orientamento è stato recentemente ribadito in altre decisioni di questa Corte, nelle quali si è specificato che il medico convenzionato, pur non potendosi qualificare dipendente pubblico, riveste la qualità di pubblico ufficiale per la parte della sua attività inerente al versamento delle somme che, in base alle norme vigenti in materia di attività intra moenia, sono dovute alla azienda sanitaria, sicché bene è configurabile il reato di peculato nell’ipotesi in cui tale soggetto si appropri di tali porzioni di somme ricevute dai pazienti (sez. VI, sentenza n. 39695 del 17/09/2009, Rv. 245003, *****).
Questi approdi giurisprudenziali, contrariamente a quanto ritenuto dal ricorrente, valgono anche in una fattispecie, come quella in esame, di cd. intra moenia “allargata”, in cui il sanitario ha esplicato la sua attività presso il proprio studio professionale e con proprie attrezzature senza fare ricorso a personale, a locali ed a materiali dell’ ente di appartenenza.
Infatti, come è già stato chiarito nella prima delle sentenze citate, anche in questo caso la condotta che viene in considerazione non è la attività professionale intramuraria, ma il comportamento successivo ad essa, posto in essere dal medico, che, come nel caso di specie, abbia accumulato somme di denaro, una quota delle quali sicuramente spettanti all’ente pubblico, e se ne sia appropriato. In realtà il P., anche nella sua attività intra moenia “allargata”, non ha fatto altro che percepire il denaro per conto dell’ente pubblico di appartenenza, cui era poi tenuto ad effettuare il versamento, ed essendosi appropriato degli interi incassi in suo possesso, ha pienamente realizzato il reato di peculato a lui contestato, come del resto confermato dall’art. 87 del d.P.R. 270 del 1987 che stabilisce espressamente che i proventi delle attività libero-professionali vengono riscossi dalla amministrazione di appartenenza che deve provvedere ad attribuire ai singoli medici che hanno effettuato le prestazioni la quota-parte di loro spettanza.
In definitiva, l’imputato nel momento in cui si è sostituito all’ente pubblico nel riscuotere le somme pagate dai pazienti, si trovava in possesso di denaro sicuramente (almeno in parte) pubblico e, in questa veste, era sicuramente pubblico ufficiale, trattandosi di incarico in cui egli veniva sostanzialmente a sostituirsi ai funzionari dell’economato nel ricevere i pagamenti degli assistiti, e le somme da lui incassate erano senza dubbio (almeno in parte) possedute per ragioni di ufficio, avendo questa Corte già chiarito che queste ultime devono essere intese in senso lato sì da comprendere anche il possesso derivante da prassi o consuetudini invalse in un determinato ufficio (sez. VI, sent. 10.7.00, *******; sent. 10.4.01, ********).
4 .-. Fondato è invece il secondo motivo di ricorso, anche se per ragioni parzialmente diverse da quelle prospettate dal ricorrente.
I Giudici di merito, come si è visto, hanno ritenuto che il P , avendo svolto prestazioni professionali anche in altro studio in Mugnano senza la autorizzazione della ASL e senza emettere ricevute di pagamento, aveva commesso una truffa ai danni della ASL di appartenenza, da lui indotta in errore sulle modalità di esercizio della sua attività libero-professionale, con un danno per detta Azienda pari alla percentuale delle somme che detto ente avrebbe dovuto percepire sui proventi della attività intramuraria svolta e con danno per lo Stato per la sottrazione delle somme incassate alla imposizione fiscale.
In realtà in base alle descrizioni dei fatti contenute nelle sentenze di merito deve ritenersi accertato che l’imputato abbia svolto attività professionale anche nel suo studio di Mugnano, pur non essendovi stato autorizzato, ma nessuna attività fraudolenta risulta essere stata da lui compiuta in riferimento a tali prestazioni, che sono state da lui realmente effettuate. Eventuali falsificazioni documentali sono state poste in essere successivamente dall’imputato e non perfezionano gli artifici o raggiri richiesti dall’art. 640 c.p.
5 .-. Si impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente al reato di truffa per insussistenza del fatto con conseguente eliminazione della relativa pena di mesi sei di reclusione, nonché il rigetto nel resto del ricorso.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di truffa perché il fatto non sussiste ed elimina la relativa pena di mesi sei di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autocertificare un reddito più basso è reato di falso ideologico (Cass. pen. n. 33218/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Bari, con sentenza dell’11 aprile 2011, ha confermato la sentenza del Tribunale di Foggia del 30 giugno 2010 ed ha condannato L.M.M. per il delitto di false dichiarazioni sul reddito, rese in dichiarazione sostitutiva di certificazione.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputata, a mezzo del proprio difensore, lamentando l’insussistenza dell’elemento soggettivo dell’ascritto reato compiuto per mera disattenzione, l’insussistenza dell’elemento oggettivo per non essere le dichiarazioni del privato rese al pubblico ufficiale nè destinate a confluire in atto pubblico, infine, per l’intervenuta prescrizione del reato.

Motivi della decisione

1. Il ricorso non è meritevole di accoglimento.

2. Quanto al primo motivo, si osserva come il dolo integratore del delitto di falsità ideologica, di cui all’art. 433 cod. pen., sia costituito dalla volontà cosciente e non coartata di compiere il fatto e nella consapevolezza di agire contro il dovere giuridico di dichiarare il vero (v. Cass. Sez. II, 28 ottobre 2003 n. 47867).

Si esclude, inoltre, il dolo del delitto di falso tutte le volte in cui la falsità risulti essere semplicemente dovuta ad una leggerezza o ad una negligenza, non essendo prevista nel vigente sistema la figura del falso documentale colposo (v. da ultimo Cass. Sez. VI, 24 marzo 2009 n. 15485).

Nella specie non v’è affatto prova che l’imputata abbia redatto la propria dichiarazione con leggerezza, ben conoscendo, al contrario, la propria situazione reddituale, sicuramente non pari allo zero.

3. L’art. 483 c.p. ha, poi, natura di norma in bianco che, quindi, richiede, per la definizione del suo contenuto precettivo, il collegamento con una diversa norma, eventualmente di carattere extrapenale, che conferisca attitudine probatoria all’atto in cui confluisce la dichiarazione non veritiera, così dando luogo all’obbligo per il dichiarante di attenersi alla verità.

In tal senso si è costantemente espressa la giurisprudenza di questa Corte, anche a Sezioni Unite (v. Cass. Sez. Un. 13 febbraio 1999 n. 6 nonchè 15 dicembre 1999 n. 28 e a Sezioni semplici v. Cass. Sez. V, 13 febbraio 2006 n. 19361 e Sez. V, 4 dicembre 2007 n. 5365).

L’autocertificazione, prevista dal D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445 svolge, proprio, la funzione di norma integratrice del precetto penale attribuendo efficacia probatoria ai fini amministrativi alla dichiarazione del privato di provare i fatti attestati, evitando l’onere di provarli con la produzione nella specie, della dichiarazione dei redditi e così collegando l’efficacia probatoria dell’atto al dovere dell’istante di dichiarare il vero.

4. Quanto alla prescrizione, deve osservarsi come, applicando i termini di cui ai novellati artt. 157 e 161 c.p., a cagione della emanazione della sentenza di prime cure dopo l’entrata in vigore della novella 251/2005 (30 giugno 2010) e non ravvisandosi, per quanto ripetutamente affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte alcuna violazione del dettato costituzionale in tale normativa (v. Cass. Sez. Un. 29 ottobre 2009 n. 47008 e 24 novembre 2011 n. 15933), deve osservarsi come i fatti accertati il (omissis) (e su tale data non risulta mossa contestazione alcuna durante la fase di merito) sarebbero prescritti solo il 2 giugno 2012 (anni sette e mesi sei quale termine di prescrizione), termine non ancora decorso all’atto della presente decisione, senza neppure tener conto del periodo di sospensione di cui al giudizio di prime cure.

5. Dal rigetto del ricorso deriva, infine, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 137 138 139 140 141 164


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!