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Penale

Emissione di più fatture false nello stesso periodo d’imposta: si considera come un solo reato (Cass. pen. n. 41488/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza in data 11.11.2011 il Tribunale di Sondrio rigettava la richiesta di riesame proposta da M. P. avverso l’ordinanza del GIP del Tribunale di Sondrio del 14.9.2011.
Premetteva il Tribunale che, con decreto del P.M. del 9.9.2011, era stato disposto il sequestro preventivo d‘urgenza del conto corrente n. 35809 intestato a C. srl, società cartiera per fraudolente transazioni in danno dell’erario nell’ambito del commercio di autoveicoli, ravvisandosi, sulla base di un’informativa della G.d.F., a carico del P., amministratore della società, la violazione degli artt. 416 c.p., 485 c.p. e degli artt. 5, 8 e 10 D.L.vo n.74/2000. Il GIP, con l’ordinanza impugnata, aveva convalidato l’operato del P.M. e disposto il sequestro preventivo del conto corrente.
Tanto premesso, riteneva il Tribunale infondata la richiesta di riesame, non essendovi dubbi che la mera disponibilità del deposito bancario, intestato a società fittizia amministrata dall’indagato, potesse aggravare o protrarre le conseguenze del reato, e sussistendo il fumus dei reati contestati in base alle attività di indagini della G.d.F. L‘ipotesi del ne bis in idem non aveva poi alcun fondamento, procedendosi per reati diversi da quelli oggetto del processo pendente presso il Tribunale di Milano e risultando diverse le annualità considerate e le condotte poste in essere.
2. Ricorre per cassazione M. P., denunciando la violazione dell’art. 649 c.p.p.
Risulta dimostrato, sulla base della documentazione depositata davanti al riesame, che il conto corrente, oggetto del provvedimento di sequestro, era stato già sequestrato da parte di altra autorità giudiziaria (provvedimenti del GIP di Milano del 22.2.2006 e 13.2.2006 nell’ambito del procedimento n. 7547/2005, definito con sentenza di applicazione pena del 22.7.2010, irrevocabile, in relazione alla emissione di fatture per operazioni soggettivamente ed oggettivamente inesistenti negli anni 2004, 2005 e fino all‘aprile 2006). Le somme di denaro, di cui ai sequestri preventivi disposti in quel procedimento, non erano state confiscate ed il G.E., con provvedimento del 15.9.2011, ne aveva disposto la restituzione.
Il che significa che le somme presenti sul c/c sono confluite in esso prima del febbraio 2006 (data dei provvedimenti di sequestro) e che il P. ha patteggiato la pena in relazione al reato di cui all‘art. 8 D.L.vo 74/2000 commesso fino all’aprile 2006.
Evidente, pertanto, è la violazione del principio del ne bis in idem e quindi l’inesistenza del fumus commissi delicti. Contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale vi è perfetta corrispondenza anche temporale tra i reati contestati nel procedimento di Milano ed i reati ipotizzati dall’A.G. di Sondrio (fino all’aprile 2006).
Peraltro il Tribunale ha omesso di motivare in ordine al rapporto di pertinenzialità tra i reati ipotizzati ed il denaro sequestrato (pertinenzialità certamente insussistente dal momento che nessuna operazione di c/c risulta effettuata in epoca successiva al febbraio/aprile 2006 (periodo coperto dal giudicato).

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.
2. In ordine all’eccepita violazione del principio del ne bis in idem, correttamente il Tribunale ha ritenuto che i reati ipotizzati dal P.M. nel decreto di sequestro preventivo d’urgenza fossero in parte diversi (art. 416 e 485 c.p., art. 10 D.L.vo 74/2000) ed in parte riferiti ad annualità diverse (in relazione agli artt. 5 e 8 D.L.vo 74/2000) rispetto a quelli oggetto della sentenza del GIP del Tribunale di Milano del 22.7.2010, irrevocabile.
Quanto, però, al reato di cui all’art. 8 D.L.vo 74/2006 in riferimento all’emissione di fatture per operazioni inesistenti nell’anno 2006, non ha tenuto conto il Tribunale che, a norma del comma 2 del medesimo articolo 8, ai fini dell’applicazione della disposizione prevista dal comma 1, l’emissione o il rilascio di più fatture o documenti per operazioni inesistenti nel corso del medesimo periodo di imposta si considera come un solo reato.
Sotto l’imperio della precedente disciplina di cui alla L. 516/1982 la prevalente giurisprudenza riteneva che il reato di cui al n. 5 dell‘art. 4 si consumasse “appena la
fattura falsa è emessa o utilizzata; se le fatture sono più d’una, i reati sono molteplici, anche se unificabili nel vincolo della continuazione”- cfr. Cass. pen. sez. 3, 13.11.1997 n. 10207- (in motivazione si precisava che la tesi contraria, secondo cui il reato è unico per tutte le fatture emesse nello stesso periodo di imposta, sarebbe sostenibile soltanto se la frode fiscale fosse un reato di evento a dolo generico, integrato solo con il conseguimento del risultato tributario-evasione o indebito rimborso).
I dubbi interpretativi manifestatisi non hanno più ragion d’essere alla luce del chiaro disposto normativo di cui al comma 2 dell’art. 8 D.L.gvo 74/2000 che, come si è visto, considera “unitario“ il reato anche in presenza della emissione, nel corso del medesimo periodo di imposta, di una pluralità di fatture per operazioni inesistenti.
Per il reato di cui all’art. 8 D.L.vo 7472000, relativamente alle fatture emesse fino al febbraio dell’anno 2006, si era, pertanto, già formato il giudicato.
3. Con la richiesta di riesame si deduceva, altresì, che le somme depositate sul conto corrente n. 35809 erano state gia oggetto dei sequestri preventivi in data 13.2.2006 e 22.2.2006 e che tutte le disponibilità presenti su detto c/c (fino alla confluenza nel Fondo Unico Giustizia) erano frutto di operazioni compiute sino al febbraio 2006, e, quindi, riguardavano fatti coperti dal giudicato della sentenza 22.7.2010. Sicché tali somme non potevano essere in rapporto di pertinenzialità con i fatti per i quali il P. era indagato dalla Procura di Sondrio (pag. 6, 7 richiesta riesame).
3.1. Il Tribunale ha omesso ogni esame sul punto, prescindendo dal rapporto di pertinenzialità come se si trattasse di sequestro disposto ai fini della confisca ex art. 321 co. 2 c.p.. Tale sequestro costituisce figura specifica ed autonoma che si propone come distinto rimedio rispetto al sequestro preventivo regolato dal comma 1. La particolarità di tale mezzo cautelare reale consiste nel fatto che per l’applicabilità di esso non occorre necessariamente la sussistenza dei presupposti di applicabilità previsti dal comma 1, ma basta il presupposto della confiscabilità, la quale non è subordinata alla pericolosità sociale dell’agente. Ciò che si richiede — ma solo nel caso di confisca facoltativa – è che il giudice dia ragione del potere discrezionale di cui abbia ritenuto di avvalersi…” (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 6, 17.3.1994 n.151; conf. Cass. sez. 6 n. 4144 del 21.10.1994; Cass. sez. 3 n. 1810 del 2.5.2000).
In particolare, in relazione alla confisca per equivalente prevista dall’art.322 ter cod. pen. e, quindi, al sequestro preventivo ad essa finalizzato, è stato esclusa la necessità di un nesso di pertinenzialità tra i beni da confiscare ed il reato addebitato al soggetto che ne dispone (cfr. Cass. sez.6 n. 31692 del 5.6.2007, Cass. sez. 6 n. 11902 del 27.1.2005 cit.; Cass. sez. 6 n. 7250 del 19.1.2005).
3.2. Risulta chiaramente dallo stesso decreto di sequestro preventivo d’urgenza del P.M., poi convalidato dal GIP che si faceva, invece, riferimento all’art. 321 co. 1 c.p.p.. Si legge nella motivazione di detto provvedimento: “Il predetto c/c bancario n. 35809 acceso presso l’agenzia n.9 della Banca (omissis), intestato alla società C. srl, con sede a Sondrio era stato già oggetto di sequestro nell’ambito del p.p. 7547/05 RGNR della Procura della Repubblica di Milano conclusosi con patteggiamento senza alcun provvedimento di confisca del conto tanto che appare fondato il periculum in mora che le disponibilità finanziarie ivi depositate, costituenti il prezzo, il prodotto o il profitto del reato, possano essere movimentate velocemente degli indagati”.
Il Tribunale, quindi, non poteva prescindere dall’accertamento della sussistenza del requisito della pertinenzialità, stante l’espressa contestazione contenuta, in proposito, nella richiesta di riesame.
4. L’ordinanza impugnata va, pertanto, annullata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Sondrio.

 

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Sondrio
Cosi deciso in Roma il 4.10.2012

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Responsabilità di un socio amministratore di una snc per annegamento di un proprio dipendente (Cass. pen. n. 41063/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 14/12/2011 il G.U.P. del Tribunale di Milano, all’esito dell’udienza preliminare, emetteva sentenza di non luogo a procedere nei confronti di M.C.P. in relazione al delitto di omicidio colposo aggravato in danno dell’operaio N. G..

Al M. e ad altri imputati, era stato addebitato che, con condotte indipendenti e causalmente rilevanti nella produzione dell’evento, operando, mediante le rispettive imprese, presso il cantiere edile per la costruzione di edificio multipiano polifunzionale, sito in (omissis), avevano determinato la morte del N., dipendente della “Eredi Micheletti” s.n.c., per annegamento, con colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia ed inosservanza di norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro; in particolare, relativamente al M. (ed al M.L.), nella loro qualità di soci amministratori della soc. “Eredi Micheletti” e quindi di datori di lavoro, operando come subappaltatori (della “Colombo Costruzioni” s.r.l.) per la fornitura e posa di materiale metallico (in particolare posa di angolari eseguiti a misura e chiusini in ghisa per la chiusura delle camere dei pozzi di emungimento funzionali all’impianto di climatizzazione degli edifici in costruzione), avevano omesso di prendere le misure necessarie per tutelare la sicurezza dei lavoratori, non cooperando con gli altri datori di lavoro delle imprese operanti sul medesimo cantiere all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi, anche attraverso l’informazione reciproca al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese; segnatamente avevano omesso di verificare che fossero adottate e rispettate adeguate procedure di sicurezza per le lavorazioni da svolgere in prossimità e all’interno delle camere dei pozzi di emungimento, nelle quali erano destinati ad essere impiegati i loro dipendenti. Cosicchè mentre il N. si trovava presso il cantiere al fine di verificare i lavori da svolgersi presso il pozzo n. 7, si introduceva nella camera del tombino, ove si trovava l’imbocco del pozzo che, dopo l’esecuzione di lavori di competenza della “Varese Impianti” s.r.l., era stato coperto solo con pannelli di polisterene da parte del personale di quest’ultima società; in tale frangente il N., a causa della scarsa illuminazione della zona e tratto verosimilmente in inganno dalle dimensioni e dal colore di tali pannelli (uguali quelli delle tavole in armatura), vi poggiava i piedi sopra, ma i pannelli cedevano sotto il suo peso, facendolo precipitare all’interno del pozzo, profondo 36 metri, di cui gli ultimi 18 metri riempiti con acqua di falda, con conseguente decesso del medesimo per annegamento (acc. in (omissis)).

Ha ritenuto il G.U.P. che il proscioglimento si imponeva per ragioni formali e sostanziali.

Infatti, dal verbale di assemblea dei soci del 4.9.2009, risultava la volontà espressa e formale dell’assemblea di riconoscere al M.L. “anche la nomina di datore di lavoro, così come definito dal D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, art. 2, lett. b”, in tal modo attribuendogli anche le funzioni di vigilanza e prevenzione, in virtù dei poteri specifici e delle competenze del datore di lavoro.

Sulla base di ciò ha ritenuto il giudice di merito che il solo M.L. era da considerare datore di lavoro e, quindi, titolare in via esclusiva della posizione di garanzia e dei connessi poteri di vigilanza e di protezione.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, lamentando la erronea applicazione della legge penale, in quanto l’imputato, in quanto socio amministratore della s.n.c. era da considerare datore di lavoro e non risultava alcuna formale delega di poteri, ai sensi del D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 16 e 17, idonea ad esonerarlo dalle sue responsabilità.

Motivi della decisione

3. Il ricorso è fondato.

3.1. Ai sensi del D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 2, lett. b) viene definito “datore di lavoro” il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Nel caso che ci occupa, come osservato dal ricorrente, non vi è dubbio che l’imputato avesse, alla data del fatto, la veste di datore di lavoro, considerato che da visure camerali, risultava essere rappresentante ed amministratore della società di persone “Eredi Micheletti” s.n.c..

Pertanto erroneamente il G.U.P. ha ritenuto l’imputato non essere titolare di tale funzione in ragione di una delibera assembleare, in quanto la attribuzione della qualità di datore di lavoro è stabilita per legge e, pertanto, non è derogabile convenzionalmente.

3.2. Sul datore di lavoro, come sopra individuato, grava, ai sensi dell’art. 18 del D.Lgs. cit, la posizione di garanzia del rispetto delle norme antinfortunistiche. Sul punto questa Corte di legittimità ha più volte ribadito che in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, la posizione di garanzia del datore di lavoro, è inderogabile quanto ai doveri di vigilanza e controllo per la tutela della sicurezza, in conseguenza del principio di effettività, il quale rende riferibile l’inosservanza alle norme precauzionali a chi è munito dei poteri di gestione e di spesa (Cass. 3, 29229/2005, ********); inoltre, che il datore di lavoro, quale responsabile della sicurezza, ha l’obbligo non solo di predisporre le misure antinfortunistiche, ma anche di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all’art. 2087 cod. civ., egli è costituito garante dell’incolumità fisica dei prestatori di lavoro (Cass. 4, 20595/2005, **********).

3.3. Ciò detto, va anche ricordato che il datore di lavoro ha la possibilità, attraverso una “delega”, di trasferisce in capo ad altro soggetto poteri ed obblighi originariamente appartenenti al delegante in materia di sicurezza sul lavoro. In sostanza il datore può trasferire in capo ad altro soggetto la sua posizione di garanzia. La delega di funzioni, in passato prevista dal D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 1, è ora disciplinata esplicitamente nel D.Lgs. n. 81 del 2008, artt. 16 e 17.

Le predette disposizioni prevedono stringenti requisiti formali e sostanziali per la validità della delega: a) che risulti da atto scritto; b) che il delegato possegga i requisiti di professionalità ed esperienza per lo svolgimento del compito; c) che attribuisca al delegato tutti i poteri di organizzazione, gestione e controllo richiesti dalla specifica natura delle funzioni delegate; d) che essa attribuisca al delegato l’autonomia di spesa necessaria; e) che la delega sia accettata dal delegato per iscritto.

Ne consegue da quanto detto che la Delib. assembleare del 4/9/2009 (priva di data certa e non annotata sui pubblici registri), richiamata nella sentenza di proscioglimento, con la quale è stata riconosciuta al M.L. la “nomina” a datore di lavoro, con attribuzione di funzioni di vigilanza e di prevenzione, anche a volerla considerare una delega, per la sua genericità non è idonea a trasferire la posizione di garanzia gravante sull’amministratore ****** (datore di lavoro ai sensi del cit. art. 2).

Dal che un’ulteriore erronea applicazione della legge da parte del giudice di merito.

Va osservato peraltro che più volte, questa Corte di legittimità, ha ribadito che la delega di funzioni non esclude l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite in ordine alla correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato (cfr. Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10702 del 01/02/2012 Ud. (dep. 19/03/2012), Rv. 252675). Sul punto la sentenza impugnata è assolutamente carente di motivazione.

Alla luce di quanto detto, in accoglimento del ricorso, si impone l’annullamento della sentenza, con rinvio al Tribunale di Milano che si uniformerà ai principi sopra enunciati.

 

P.Q.M.

La Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Milano.

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Inammissibile il ricorso in appello in Cassazione sottoscritto da difensore non iscritto all’albo speciale(Cass. n. 41025/2012)

Redazione

Corte di Cassazione Penale n. 41025/2012, sez. V del 19/10/2012

Ritenuto in fatto
1. Con sentenza in data 14 luglio 2010 il giudice di pace di Catanzaro ha dichiarato A. R., A. M. e R. R. colpevoli, in concorso tra loro, del delitto di lesioni volontarie lievissime ai danni di S. A. li ha perciò condannati alla pena di euro 400,00 di multa ciascuno.
2. Hanno interposto tre separati appelli gli imputati,

ciascuno lamentando errata interpretazione dei dati probatori e il R. inoltre, carenza e illogicità della motivazione.
2.1. Trattandosi di sentenza inappellabile, perché recante condanna alla sola pena pecuniaria, gli atti sono stati trasmessi a questa Corte Suprema per il giudizio dl cassazione.
 
Considerato in diritto
1. In via del tutto preliminare corre l’obbligo di rimarcare che i ricorsi nell’interesse degli imputati R. R. e A. M. risultano essere stati proposti rispettivamente dall’Avv. *** e dall’Avv. ***, i quali non risultano iscritti all’albo dei patrocinanti davanti alla Corte di Cassazione. I gravami così attivati nell’interesse dei menzionati imputati devono dunque considerarsi inammissibili ai sensi dell’art. 613 cod. proc. pen.; infatti, secondo un principio ripetutamente affermato da questa Corte Suprema, la necessità della sottoscrizione, a pena di inammissibilità, del ricorso per cassazione da parte di difensore iscritto nell’apposito albo speciale opera anche nel caso di qualificazione in ricorso di un atto proposto come appello (così Sez. 3, n. 16703 del 12/01/2011, *******, Rv. 249985; v. anche Sez. 1, n. 38293 del 16/09/2004, ******, Rv. 229737).
2. Del pari inammissibile, ma per altre ragioni, è il ricorso proposto nell’interesse di A. R. Infatti le censure con esso elevate, anche là dove apparentemente s’indirizzano a denunciare pretesi vizi della motivazione, si traducono in realtà nella sollecitazione di un riesame del merito – non consentito in sede di legittimità — attraverso la rinnovata valutazione degli elementi probatori acquisiti.
2.1. Il giudice di pace ha dato conto delle ragioni che l’hanno indotto a ravvisare la corresponsabilità del R. nella consumazione del reato di lesione personale volontaria ai danni di S. A.; a tal fine ha valorizzato non soltanto le dichiarazioni della persona offesa, ritenute attendibili in quanto lineari e non inquinate da sentimenti di astio, ma altresì la deposizione del teste ******** tali emergenze il giudicante ha tratto il convincimento che il R. avesse attivamente partecipato all’aggressione nei confronti dell’A., sferrandogli pugni e calci in concorso coi due coimputati R. e M.
2.2. Della linea argomentativa così sviluppata il ricorrente non segnala alcuna caduta dl consequenzialità, che emerga ictu oculi dal testo stesso del provvedimento; mentre il suo tentativo dl screditare le emergenze probatorie a suo carico si risolve nella prospettazione del fatto storico alternativa a quella fatta motivatamente propria dal giudice di merito: il che non può trovare spazio nel giudizio di cassazione.
3. Alla declaratoria dl inammissibilità dei ricorsi conseguono, per ciascun ricorrente, le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen..
 
P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti singolarmente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore
della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 12/07/2012.

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Costa Concordia: la Cassazione conferma l’estromissione dall’incidente probatorio dei soggetti danneggiati dal reato (Cass. pen. n. 41065/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Il 3.3.2012 nell’ambito del procedimento penale a carico di Sc.F. ed altri, veniva celebrata l’udienza per lo svolgimento dell’incidente probatorio avente ad oggetto l’espletamento di una perizia collegiale disposta dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto.
Su eccezione formulata dalla difesa dello Sc. il Giudice per le indagini preliminari disponeva l’estromissione dall’incidente probatorio dei “soggetti intervenuti ai sensi dell’art. 91 cod. proc. pen.” ritenendo che nell’ambito delle indagini preliminari i soggetti danneggiati dal reato a differenza delle persone offese dal reato non abbiano diritto di partecipare al procedimento, acquisendo rilievo processuale il profilo connesso al diritto al risarcimento dei danni solo dal momento dell’esercizio dell’azione penale.
Con successivi provvedimenti adottati rispettivamente il 9, il 16 ed il 22.3.2012 il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto disponeva che i difensori degli indagati e delle persone offese non partecipassero alle riunioni dei periti autorizzando i soli consulenti di parte ad assistere alle attività peritali, e che il materiale probatorio posto a disposizione dei periti non lo fosse anche per i consulenti di parte.
2. Ricorrono per cassazione con unico atto il Codacons l’Associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario Ca.E. e Fa.P., lamentando l’abnormità per eccesso di potere giurisdizionale dell’ordinanza del 3.3.2012 e degli altri provvedimenti successivamente a tale data assunti dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto.
2.1. Dopo aver esposto che i ricorrenti ebbero a costituirsi nel procedimento de quo con atti del 20.1., 20.2., 3.3. e 6.3.2012, sul presupposto della propria qualità di persone offese del reato e che il Giudice per le indagini preliminari diede avviso ai difensori delle persone offese in parola della fissazione dell’udienza per l’incidente probatorio si censura che all’udienza del 3 marzo il giudice abbia negato tale qualità, che gli esponenti al contrario rivendicano anche sul rilievo dell’essere quello previsto dall’art. 733-bis cod. pen. uno tra i reati oggetto di iscrizione nel registro delle notizie di reato a carico dello Sc..
Con riferimento alle ordinanze del 9 e del 16 marzo con le quali venne rigettata l’istanza di rendere disponibili ai consulenti tecnici di parte copia dei materiali probatori consegnati ai periti e non venne consentito ai difensori delle persone offese (ovvero i ricorrenti) di assistere alla riunione dei periti, si denuncia la violazione dell’art. 401 cod. proc. pen. e comunque del diritto del difensore di partecipare allo svolgimento delle operazioni peritali. In ogni caso si denuncia l’omessa o carente motivazione del provvedimento impugnato.
Anche l’ordinanza del 22 marzo, con la quale si rigettavano le eccezioni di nullità dei precedenti provvedimenti, viene impugnata per essere, come i precedenti provvedimenti ed in unione con gli stessi, atto abnorme, in quanto pur non essendo atto extra ordinem è comunque atto che rivela lo sviamento o l’eccesso di potere giurisdizionale.
2.2. Con memoria depositata il 3.7.2012 i ricorrenti svolgono alcune puntualizzazioni, sollecitate anche dalla requisitoria scritta presentata dal Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, il quale ha eccepito:
1) il difetto di legittimazione del Codacons e dell’associazione utenti del trasporto aereo, marittimo e ferroviario perché l’incidente probatorio è stato richiesto in riferimento al reato di cui all’art. 449, co. 2 cod. pen. e non anche per il reato di cui all’art. 733-bis cod. pen.;
2) la tardività del ricorso rispetto all’ordinanza pronunciata il 3.3.2012;
3) la natura meramente ordinatoria del provvedimento con il quale si è negata la copia del materiale probatorio posto a disposizione dei periti e pertanto l’inoppugnabilità del medesimo;
4) la conformità dell’ordinanza adottata il 22.3.2012 alle disposizioni dell’art. 401 cod. proc. pen..
Ad avviso degli esponenti, il diritto di partecipare all’incidente probatorio compete a tutte le persone offese presenti nel procedimento penale di cui trattasi; trattandosi di unico fatto materiale (il naufragio o la sommersione) la posizione delle persone offese dai diversi reati non può essere mutevole; entrambe le associazioni in parola hanno tra le loro finalità istituzionali la tutela dei diritti e degli interessi rispettivamente degli utenti e dei consumatori e degli utenti di ogni tipo di trasporto, di talché risultano persone offese del reato di cui all’art. 449, co. 2 cod. pen..
Quanto alla ritenuta parziale tardività del ricorso, si osserva che Fa.P. non era presente all’udienza del 3.3.2012, non era costituita e non aveva nominato un difensore (avendo proceduto a tali adempimenti il 6.3.12) e quindi non sussisterebbe la rilevata tardività, in ogni caso insussistente per la parte del ricorso concernente i provvedimenti emessa dal 9.3.2012 in avanti. Si rileva, peraltro, che parte della giurisprudenza di legittimità ritiene che gli ordinari termini di impugnazione non siano applicabili al ricorso avverso provvedimento abnorme. Si puntualizza, inoltre, che con il ricorso non si è inteso sostenere che ciascuno degli atti del Giudice per le indagini preliminari segnalati sia abnorme, ma che è l’intero svolgimento dell’incidente probatorio ad essere caratterizzato da eccesso di potere, e quindi “tutto il procedimento incidentale viziato da abnormità”.
Con riferimento alla negata partecipazione dei difensori alle operazioni peritali, si insiste nell’evidenziazione dei profili di non conformità del provvedimento all’art. 401 cod. proc. pen. e si segnala che il Giudice per le indagini preliminari ha in data 13.4.2012 sostanzialmente revocato il divieto di partecipazione imposto ai difensori.

 

Considerato in diritto

3. In via preliminare va presa in esame l’affermazione fatta dai ricorrenti per la quale essi “non hanno voluto certo sostenere che ciascuno di questi atti fosse da considerarsi abnorme (…), ma hanno inteso rappresentare come codesti atti, unitamente a quelli di cui ai nn. 5-6… hanno determinato lo svolgimento dello “incidente probatorio” non solo in contrasto con le norme regolatrici fissate dal codice, ma caratterizzato anche da un “eccesso di potere giurisdizionale” che rende i singoli atti qualificanti e tutto il procedimento incidentale viziato per abnormità” (pg. 5 memoria depositata il 3.7.2012).
Al riguardo va rilevato che l’insieme delle disposizioni che regolano le impugnazioni evidenziano come queste debbano avere necessariamente ad oggetto uno o più specifici atti, dei quali vanno posti in evidenza determinati vizi, in rapporto ad elementi di fatto e alle ragioni di diritto che di quelli si ritengono dare dimostrazione.
La censura rivolta all’intero procedimento incidentale risulta quindi eccentrica rispetto al quadro giuridico, tanto più se accompagnata dall’affermazione della non abnormità dei singoli atti impugnati.
4. Prendendo invece in esame le doglianze rivolte ai singoli atti individuati dal ricorso come affetti da vizio, deve ritenersi che l’impugnazione é inammissibile per i motivi di seguito specificati.
4.1. Il ricorso avverso l’ordinanza pronunciata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Grosseto il 3 marzo 2012 è tardivo.
I provvedimenti aventi natura camerale devono essere impugnati nel termine di quindici giorni – previsto dall’art. 585, co. 1 cod. proc. pen. – decorrente, nel caso di specie, dalla lettura dell’ordinanza in udienza.
A fronte di ciò il ricorso risulta proposto il 23.3.2012.
Peraltro, la granitica giurisprudenza di questa Corte – del tutto consonante all’opinione dottrinaria – è nel senso della inoppugnabilità dei provvedimenti assunti in ordine alla richiesta di incidente probatorio. Affermazione che radica nel principio di tassatività dei mezzi di impugnazione discendente dall’art. 568 cod. proc. pen. e che si sostiene ulteriormente nel rilievo della natura non decisoria ma strumentale all’acquisizione di elementi probatori (acquisizione che può comunque avvenire in altre forme, tanto nel caso di iniziativa dell’accusa pubblica che nell’ipotesi di indagini difensive) ed altresì nell’esigenza di speditezza connaturata alla fase dell’incidente probatorio (ex multis Cass. sez. 1, sent. n. 1888 del 28/04/1994, Tasselli; Cass. sez. 4, sent. n. 42520 del 07/10/2009, ********* e altri).
Né può evocarsi al riguardo la categoria dell’atto abnorme, come erroneamente fatto dai ricorrenti, anche in chiave di dimostrazione della tempestività del ricorso, che siccome avente ad oggetto atto abnorme, sarebbe sottratto all’obbligo del rispetto dei termini per impugnare. L’affermazione è fallace sia per il primo aspetto, non rinvenendosi nel provvedimento di estromissione dall’udienza i tratti del provvedimento abnorme; sia per il secondo, giacché la disciplina dei termini dl impugnazione trova applicazione anche per i provvedimenti abnormi (Cass. sez. 6, sent. n. 30920 del 30/06/2009, P.M. in proc. **********).
Il provvedimento di estromissione dall’udienza, infatti, trae origine dalla previsione dell’art. 401, co. 1 cod. proc. pen., laddove identifica i soggetti che hanno diritto a partecipare all’udienza. Il giudice è quindi chiamato a verificare che tutti coloro che vi hanno diritto siano stati posti nella condizione di parteciparvi ed altresì ha l’obbligo di escludere coloro che non vi hanno diritto.
L’insegnamento di questa Corte in materia di atto abnorme è che il vizio di abnormità richiede:
a) che il provvedimento, per singolarità e stranezza del suo contenuto, risulti avulso dall’intero ordinamento processuale, ovvero che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste al di là di ogni ragionevole limite;
b) che l’atto si ponga al di fuori del sistema organico della legge processuale, ovvero, pur non essendo estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo (ex multis Cass. sez. 4, sent. n. 43014 del 28/09/2011, Sulejmani).
Né può esprimere il preteso profilo di abnormità (invero neppure enunciato dal ricorrenti, che scrivono al riguardo di contraddittorietà e di illogicità) il fatto che si sia dato dapprima avviso di fissazione dell’udienza e poi deciso per l’esclusione. Quand’anche l’avviso fosse classificabile come provvedimento (e così non è, trattandosi di una comunicazione), se ne dovrebbe pur sempre registrare la revocabilità.
4.2. Il ricorso proposto nell’interesse di Fa.P., limitatamente all’impugnazione del provvedimento assunto dal Giudice per le indagini preliminari il 3.3.2012, è inammissibile anche per carenza di interesse, non essendo tra i soggetti destinatari del provvedimento di esclusione; la sua presenza nel procedimento si è avuta solo dal 6.3.2012.
4.3. I restanti provvedimenti (relativi alla partecipazione dei difensori dei ricorrenti alle operazioni peritali svolgentisi nella cornice dell’incidente probatorio e al rilascio di copia dei materiali consegnati ai periti dell’ufficio), del 9, del 16 del 22 marzo, alla luce dei principi sopra ricordati, non possono qualificarsi come abnormi, siccome espressione dei poteri di governo dell’incidente probatorio, e pertanto risultano inoppugnabili.
5. Segue, a norma dell’articolo 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della cassa delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma di euro 1000,00 (mille/00) a titolo di sanzione pecuniaria.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 a favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 19 luglio 2012.

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Risponde di bancarotta l’amministratore che non si attiva per il recupero dei crediti dell’azienda (Cass. pen. n. 40901/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. L.E. è stato ritenuto responsabile, con sentenza della Corte di Appello di Salerno del 14-1-2011, in conferma di quella del tribunale della stessa città in data 14-1-2008, del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, quale amministratore unico della, dichiarata fallita il (omissis), e condannato alla pena di due anni di reclusione con attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante.

L’imputazione riguarda la distrazione di due somme (rispettivamente di Euro mille 10 mila e 14 mila circa) a titolo di rimborso anticipi all’amministratore e la distrazione del capannone della società fallita, affittato a società direttamente o indirettamente riferibili al prevenuto, i cui canoni erano stati distratti nei circa due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento.

2. Con il ricorso proposto tramite il difensore avv. ***********, L. deduceva con un primo motivo mancanza o manifesta illogicità della motivazione in relazione a specifiche doglianze proposte con l’appello, soffermandosi: sul fatto che il passivo si era rivelato molto inferiore a quanto risultante dalle domande di insinuazione al passivo; sulla circostanza che un debito ascritto alla società si riferiva invece ad un ramo di azienda della stessa gestito da un terzo, che aveva fatto emettere le fatture di un fornitore a nome della fallita; sul rilevo che la società non aveva una situazione debitoria superiore ai Euro 500 mila, mentre i contratti di locazione del capannone erano di molto antecedenti al fallimento, l’importo dei canoni era conforme ai prezzi di mercato e i canoni non erano stati distratti essendo stati contabilizzati tanto dal proprietario che dal conduttore.

3. Con il secondo motivo lo stesso vizio era dedotto in relazione alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, il cui riconoscimento era incentrato sulla conoscenza dello stato d’insolvenza, per contro non ricorrente perchè alcuni debiti erano da imputare al gestore del ramo d’azienda, mentre dalle scritture contabili risultavano rilevanti anticipazioni dell’amministratore alla società, a fronte di minimi rimborsi allo stesso. Comunque quest’ultima situazione integrava al più bancarotta preferenziale.

Si chiedeva quindi l’annullamento della sentenza.

4. Con memoria 23-4-2012 il difensore introduceva un ulteriore motivo di impugnazione, rappresentato da violazione di legge in riferimento all’art. 2 c.p., per non essersi applicate, quale legge più favorevole, le nuove norme in materia fallimentare, in base alle quali sarebbe stata esclusa la fallibilità dell’imputato.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato e va disatteso.

2. Il primo motivo è in gran parte ripetitivo di questioni che, già prospettate con l’appello, sono state oggetto di disamina e reiezione nella sentenza di secondo grado attraverso il consentito richiamo per relationem all’iter argomentativo della decisione del tribunale che, analiticamente riportato, è stato correttamente ritenuto esaustivo in punto di valutazione delle doglianze difensive, avanzate anche nel giudizio di primo grado.

Così è stato ricordato che il richiamo al minor ammontare del passivo fallimentare rispetto alle domande di insinuazione era irrilevante a fronte del comunque pacifico stato di insolvenza della società, e che il tentativo di attribuire al terzo gestore di un ramo dell’azienda taluni debiti verso fornitori, era risultato sventato dalla mancata opposizione ai decreti ingiuntivi ottenuti dai creditori nei confronti della fallita.

Ugualmente, sempre mediante richiamo alla ragionata motivazione del giudice di prime cure, la corte territoriale ha evidenziato l’irrilevanza della stipulazione dei contratti di locazione del capannone della società in epoca molto anteriore al fallimento, la non conformità del canone ai prezzi di mercato – contestata dal ricorrente con assunto meramente assertivo -, e l’incidenza negativa sull’andamento della società della non curata tempestiva riscossione degli stessi – che invano il ricorrente assume non distratti in quanto contabilizzati – in un momento di grave difficoltà economica attestato dalle iniziative giudiziarie, anche esecutive, dei creditori nei confronti della E. srl.

3. Il secondo motivo di gravame costituisce riproposizione, senza l’aggiunta di elementi di sostanziale novità, della questione relativa alla ricorrenza dell’elemento psicologico del reato, messa in dubbio richiamando la circostanza, sopra ricordata, della riferibilità ad un terzo di alcuni debiti attribuiti alla società, la cui infondatezza è già stata evidenziata.

La possibilità di configurare la restituzione anticipi all’amministratore al più come bancarotta preferenziale, è poi stata già esclusa nelle sentenze di merito sul rilievo, in linea con la giurisprudenza di questa corte, della inscindibilità della qualità di creditore da quella di amministratore.

4. Il motivo nuovo prospettato con la memoria del 23-4-2012, si pone infine in radicale contrasto con l’orientamento di questa corte a sezioni unite (Cass. Sez. U, 19601/2008), secondo il quale il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216 e segg., non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell’impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilita dell’imprenditore, sicchè le modifiche apportate al R.D. n. 267 del 1942, art. 1, D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso.

5. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Bancarotta documentale: la presenza dell’amministratore di fatto non esonera dalla responsabilità l’amministratore di diritto (Cass. n. 40929/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 07/06/2011, la Corte di appello di Ancona riformava parzialmente la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Camerino il 22/02/2010 nei confronti di C.F., al quale era stata irrogata la pena di anni 3 di reclusione per reati di bancarotta commessi nella qualità di amministratore unico della Manifattura del Potenza S.r.l., dichiarata fallita nel (omissis).

La Corte territoriale rilevava infatti che l’addebito di bancarotta fraudolenta contestato al C. nell’originario capo A) della rubrica doveva intendersi descrittivo di un fatto diverso rispetto a quello effettivamente desumibile dall’istruttoria dibattimentale, e disponeva in proposito la rimessione degli atti al Pubblico Ministero; confermava invece la condanna per il reato di bancarotta semplice di cui al capo B), determinando la relativa pena in mesi 6 di reclusione, oltre alle pene accessorie di legge, previo giudizio di equivalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alla recidiva contestata.

Quanto al delitto di cui alla *******., art. 217, la Corte di appello rappresentava l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa l’esistenza di un professionista incaricato della regolare tenuta delle scritture contabili, peraltro da ritenere (secondo l’appellante) un amministratore di fatto della società; richiamava in proposito la giurisprudenza di legittimità secondo cui è posto comunque a carico dell’imprenditore l’obbligo di una adeguata scelta del soggetto cui delegare gli adempimenti di carattere formale, nonchè quello di controllarne l’operato.

In punto di trattamento sanzionatorio, respingeva altresì il motivo di appello riguardante le attenuanti generiche, di cui confermava la valutazione di equivalenza rispetto alle circostanze di segno contrario, pur non ricorrendo l’aggravante *******., ex art. 219, venuto meno il capo A): sul punto, qualificava “pesante” la recidiva gravante sul C..

2. Propone ricorso per cassazione il difensore/procuratore speciale dell’imputato, lamentando violazione ed erronea applicazione degli artt. 2380 e 2476 c.c., *******., artt. 216, 217, 223 e 224; deduce altresì “errata applicazione dell’art. 69 c.p., con riferimento all’art. 133 c.p., ed alla *******., art. 219”, ed infine mancanza e contraddittorietà della motivazione circa la qualifica di “amministratore” della società riconosciuta al C..

2.1 Con il primo motivo il ricorrente segnala che le norme in tema di poteri e responsabilità degli amministratori avrebbero dovuto essere interpretate, nel caso di specie, tenendo conto dell’accertata esistenza di un amministratore di fatto della società: se vi era tale figura, con tanto di competenze ben superiori a quelle dell’imputato, ciò avrebbe dovuto mandare esente da ogni addebito il presunto amministratore di diritto, che mai aveva esercitato in concreto le funzioni annesse alla carica.

2.2 Con il secondo motivo il difensore si duole del mancato giudizio di prevalenza delle circostanze attenuanti generiche, segnalando che le pregresse condanne riportate dal C. riguardavano fatti di “modesta, per non dire nulla offensività sociale”.

2.3 Con il terzo motivo il ricorrente segnala che la Corte di appello avrebbe svolto un “cattivo governo del fatto”, avendo riconosciuto in capo all’imputato una veste di amministratore da lui mai concretamente esercitata.

Motivi della decisione

1. Il primo ed il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente, risolvendosi nella negazione da parte del C. dell’avere egli mai svolto funzioni di amministratore della società fallita: egli infatti deduce, sotto i diversi profili dell’erronea applicazione di legge e della contraddittorietà della motivazione nella sentenza impugnata, che la sua responsabilità penale avrebbe dovuto escludersi giacchè:

– una volta accertata l’esistenza di un amministratore di fatto, con poteri e competenze sufficienti per la gestione della società, all’amministratore di diritto non avrebbe dovuto addebitarsi alcunchè, essendo la responsabilità correlata all’esercizio effettivo delle funzioni e non alla formale titolarità della carica;

– dagli atti del processo non risulterebbe emersa la prova che il C. avesse svolto compiti correlati a detta veste formale.

Entrambi i motivi di ricorso si palesano inammissibili, il primo perchè manifestamente infondato ed il terzo perchè generico.

Assolutamente erroneo e non condivisibile è infatti l’assunto della difesa secondo cui, dalla corretta premessa che vuole un amministratore di fatto rispondere di reati di bancarotta come diretto destinatario della norma incriminatrice *******., ex art. 223, e non già come extraneus concorrente nel reato proprio dell’amministratore formale, dovrebbe discendere la conseguenza che – in presenza di un amministratore di fatto – l’amministratore di diritto sarebbe “legittimamente esonerato dalla responsabilità attraverso l’individuazione di un soggetto che si occupa in via esclusiva dell’amministrazione societaria e dimostra di averne la qualità anche professionale”.

Al contrario, la consolidata giurisprudenza di questa Sezione insegna che “in tema di reati fallimentari, se all’amministratore di diritto (c.d. testa di legno) sotto il profilo oggettivo devono essere ascritte le conseguenze della condotta dell’amministratore di fatto che egli, in virtù della carica, aveva l’obbligo giuridico di impedire, sotto il profilo soggettivo possono a lui ricollegarsi quegli eventi di cui ha avuto anche semplicemente generica consapevolezza, sicchè non è necessario per integrare l’elemento psicologico della bancarotta che tale consapevolezza investa i singoli episodi di distrazione ed occultamento, fermo restando che essa non può presumersi in base al semplice dato di avere il soggetto acconsentito a ricoprire formalmente la carica predetta” (sent. n. 3328 del 05/02/1998, ********, Rv 209949). Più in particolare, si è inteso poi sottolineare che “in tema di bancarotta fraudolenta, mentre con riguardo a quella documentale per sottrazione delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto testa di legno), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto” (sent. n. 28007 del 04/06/2004, **********, Rv 228713; v. anche n. 19049 del 19/02/2010, *****).

Il caso di specie riguarda appunto un addebito di bancarotta documentale (financo semplice): ergo, la responsabilità dell’imputato si fonda sulla evidente inosservanza di elementari obblighi di tenuta formale delle scritture contabili, ed a nulla può rilevare la circostanza che egli avesse affidato quel compito ad altri, visto che – come opportunamente evidenziato nella motivazione della sentenza impugnata – sull’amministratore di diritto grava comunque un dovere di controllo dell’operato del soggetto incaricato.

Nè assume significatività la circostanza, peraltro solo dedotta dal C. e non dimostrata, dell’essersi quel soggetto occupato financo della gestione di fatto della società: un conto è, come si legge nei precedenti di legittimità sopra riportati, ipotizzare che un amministratore di diritto si presti a fungere da “testa di legno” senza rendersi conto di disegni fraudolenti di chi continui ad operare dietro il suo paravento; ben altra cosa è che ad un amministratore formale già esistente (e che continua ad esistere) si accompagni un presunto amministratore di fatto che comunque sia stato incaricato dal primo di provvedere a talune attività, e che – nella colpevole inerzia dell’amministratore di diritto – prenda ad occuparsi anche di incombenze ulteriori.

Per converso, e soprattutto a fronte della peculiare contestazione di reato di bancarotta semplice documentale, rimane ictu oculi privo dei necessari requisiti di specificità un motivo di ricorso che si limiti a rilevare che l’imputato non avrebbe mai esercitato le funzioni di amministratore, nè avrebbe “omesso cautele specifiche o generiche nell’ambito e nei limiti dell’attività effettiva dal medesimo compiuta”.

2. Manifestamente infondato è altresì il secondo motivo di ricorso.

Il difensore del C. sostiene che avrebbe dovuto considerarsi insussistente l’aggravante contestata ab initio, e ciò in ragione della “tenuità assoluta del fatto”; prospettazione irrilevante, giacchè l’aggravante in argomento – L. Fall., ex art. 219, comma 2, – derivava dalla pluralità dei fatti di bancarotta, e risulta venuta meno in grado di appello a seguito della intervenuta condanna per il solo capo B) della rubrica.

Il ricorrente lamenta inoltre che la recidiva, pur ritenuta “pesante”, non avrebbe dovuto “sovrapporsi all’evidenza di condanne di modesta, per non dire nulla, offensività sociale”: giudizio, quest’ultimo, che non si attaglia ai precedenti dell’imputato, il quale – a parte una condanna per reati di natura fiscale – risulta averne riportate anche per delitti *******., ex artt. 217 e 220, nonchè per calunnia.

2. Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso deriva la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla sanzione pecuniaria di Euro 1.000,00, da devolvere alla Cassa delle Ammende.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Reato di appropriazione indebita per l’amministratore condominiale che ometta di versare i contributi previdenziali per il servizio di portierato (Cass. pen. n. 40906/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. C. F., nella qualità di amministratore condominiale, è stato ritenuto responsabile, con sentenza della Corte di Appello di Palermo 21-12-2011, che ha parzialmente riformato quella del tribunale della stessa città in data 6-10-2009, della falsificazione di dodici modelli F24, in cui risultava apposto il falso timbro di un istituto di credito, e di appropriazione indebita delle relative somme, costituenti i contributi da versare per il portiere dello stabile (fatto, quest’ultimo, qualificato in primo grado come truffa).
2. Il ricorso proposto per il tramite del difensore avv. A.G. M., si articola in tre motivi.
2.1. Violazione dell’art. 124 cod. pen. per intempestività della querela, presentata soltanto nel luglio 2004, benché il subentro del nuovo amministratore risalisse al gennaio 2004.
2.2. Vizio di motivazione con riferimento agli artt. 192 cod. proc. pen. e 646 cod. pen. in quanto il mancato versamento dei contributi per i dipendenti non integra interversione del possesso, trattandosi di somme di proprietà del datore di lavoro, ma inadempimento di natura civilistica.
2.3. Vizio di motivazione in ordine alla sussistenza del reato di falso, non essendo state acquisite prove relative all’attribuibilità al F. della falsificazione degli F24, anche perché, dalle dichiarazioni del nuovo amministratore, detti modelli, in parte risalenti all’amministrazione precedente al F., non risultavano oggetto di consegna da parte dell’imputato.

 

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
2. La questione dell’intempestività della querela, riferibile comunque ad uno solo dei reati essendo quello di falso procedibile d’ufficio, è manifestamente infondata in quanto, benché il subentro del nuovo amministratore risalisse al gennaio 2004, mentre la querela era stata presentata nel luglio di quell’anno, nello stesso ricorso di legge che solo il 18-5-2004 il nuovo amministratore aveva scoperto la falsità degli F24 a seguito di risposta della banca alle sue richieste di chiarimenti, venendo quindi a conoscenza soltanto allora dell’appropriazione indebita delle relative somme.
3. Pure manifestamente privo di fondamento è l’assunto dell’irrilevanza penale dell’omesso versamento dei contributi per il portiere dello stabile, perché in contrasto con l’orientamento di questa corte secondo cui integra il reato di appropriazione indebita la condotta dell’amministratore condominiale che, ricevute le somme di denaro necessarie dai condomini, ometta di versare i contributi previdenziali per il servizio di portierato (Cass. 41462/2010).
4. La censura di vizio di motivazione in ordine all’attribuibitità del reato di falso al F. in quanto modelli falsificati non risultavano oggetto di consegna da parte sua, è poi contraddetta dallo stesso contenuto del ricorso che, nella parte in cui riassume le risultanze, e in particolare il contenuto della querela del B., nuovo amministratore, non manca di ricordare che, secondo il querelante, il F. aveva informalmente consegnato al contabile pro tempore alcuni modelli F24. Ma, ciò che più conta, dalla sentenza di primo grado, la cui motivazione integra quella di secondo trattandosi di doppia conforme, risulta, con la precisa citazione delle fonti, che gli F24 recanti il falso timbro della banca, erano stati allegati dal prevenuto alla documentazione contabile e fiscale del condominio, restando quindi meramente generica ed ipotetica la possibilità che altri fosse l’autore della falsificazione.
5. Alla declaratoria di inammissibilità seguono le statuizioni di cui all’art. 616 cod. proc. pen. – determinandosi in € 1000 la somma da corrispondere alla cassa delle Ammende, che appare equa tenuto conto della natura delle questioni prospettate – e la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in dispositivo.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché al rimborso delle spese sostenute dalla parte civile, liquidate in complessivi € 1.500,00, oltre accessori come per legge.

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Carcere duro: nessuna revoca del provvedimento se il boss è in grado di mantenere i contatti con la cosca criminale (Cass. pen. n. 40673/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con provvedimento in data 17-6-2011 il Tribunale di Sorveglianza di Roma, a seguito di annullamento con rinvio, da parte della prima sezione penale di questa corte (sentenza 17-2-2011), di precedente provvedimento di accoglimento del reclamo del detenuto ***** avverso decreto ministeriale della giustizia 26-6-2009 di proroga per anni due del regime di sottoposizione al trattamento di cui all’art. 41 bis ord. pen., rigettava il proposto reclamo.

2. L’annullamento dell’ordinanza di accoglimento era stato determinato dal mancato esame circa la eventuale persistenza, al di là del ruolo apicale o meno già ricoperto nell’ambito del sodalizio, della capacità del detenuto di favorire l’associazione veicolando contatti con l’esterno, essendosi la verifica del tribunale limitata al riesame della sussistenza dei presupposti per la sottoposizione al regime differenziato.

3. Con il provvedimento impugnato il giudice del rinvio, premesso che i criteri da applicare ai fini della valutazione della probabilità che, in assenza delle restrizioni tipiche del regime differenziato, il detenuto possa tenere contatti con l’esterno, sono rappresentati tra l’altro, secondo la modifica introdotta alla novella L. n. 94 del 2009, art. 41 bis, dal profilo criminale, dal ruolo rivestito nell’associazione, dalla perdurante operatività del sodalizio criminale, dalla sopravvenienza di nuove incriminazioni non valutate in precedenza, dagli esiti del trattamento penitenziario e dal tenore di vita dei familiari, essendo sufficiente anche la presenza soltanto di taluni di essi, rilevava in primo luogo che il decreto ministeriale, richiamando i 99 arresti di affiliati a “cosa nostra” in data 17-12-2008, operazione in cui era coinvolto anche il fratello del ricorrente, A., aveva evidenziato la persistenza dell’operatività di “cosa nostra”. Richiamava in secondo luogo la conferma in appello (sentenza 13-1-2010) della condanna in primo grado del B. per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., alla pena di 12 anni di reclusione, sottolineando che, per quanto fosse stata confermata la sussistenza del reato nella forma di cui al comma 1, e non al comma 2, di tale norma, tuttavia dalla sentenza risultava il ruolo non secondario del predetto nell’ambito del sodalizio, quale punto di riferimento per i rapporti tra le famiglie mafiose palermitane e quelle operanti nella zona di (omissis), nonchè punto di contatto con il boss latitante *******, e uomo di fiducia di R.A.. Il che, come pure l’entità della pena, tra l’altro frutto della diminuzione per il rito abbreviato, dimostrava la pericolosità del soggetto.

Tali aspetti, uniti alla considerazione dei precedenti a carico, rappresentati da due condanne irrevocabili per associazione mafiosa, con la seconda delle quali si saldava la condanna non ancora irrevocabile per lo stesso reato commesso in epoca temporale immediatamente successiva, a dimostrazione della ininterrotta militanza del B. nell’organizzazione, denotavano, secondo il tribunale, la pericolosità di questi e la sua persistente capacità di mantenere contatti con la stessa.

Era invece ritenuto ininfluente il mancato aggiornamento della relazione comportamentale, dal momento che comunque in essa si dava atto di due infrazioni, rispettivamente nel 2006 e nel 2010.

4. Ricorre B. tramite il difensore avv. F. Celano, con tre motivi.

4.1 Con il primo deduceva violazione di legge e vizio di motivazione del provvedimento impugnato per non essere stato disposto il rinvio dell’udienza al fine di attendere l’esito dell’aggiornamento della relazione comportamentale, che avrebbe dovuto costituire precipua fonte di conoscenza degli “esiti del trattamento penitenziario”, secondo quanto prescritto dall’art. 41 bis, comma 2 bis, come novellato, anche trattandosi di soggetto che per oltre un anno non era stato più sottoposto al regime speciale.

4.2 Con il secondo motivo si deduceva vizio di motivazione per essere stato illogicamente valorizzato l’arresto di tale B. A., che, a differenza di quanto ritenuto dal tribunale, non è parente del ricorrente.

4.3 Con il terzo motivo lo stesso vizio era ravvisato nel fatto che il tribunale non si era attenuto alle indicazioni della sentenza di annullamento. Infatti, anzichè valutare la persistenza o meno del collegamento del detenuto con la consorteria mafiosa, si era limitato a riportare uno stralcio della sentenza di primo grado a conferma della legittimità del decreto ministeriale, mentre la situazione ivi fotografata si riferiva al passato e quindi elementi più significativi avrebbero dovuto essere ricercati nel comportamento penitenziario del detenuto, il che era invece mancato.

Si chiedeva quindi l’annullamento dell’ordinanza.

5. Con requisitoria scritta il PG presso questa corte ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità del ricorso sui seguenti rilievi.

5.1 Premesso che la modifica legislativa che ha inasprito la disciplina dell’art. 41 bis, è stata sottoposta con esito positivo a vaglio di costituzionalità (Corte Cost. n. 190/2010), il requirente ha osservato che continuano ad applicarsi i principi giurisprudenziali elaborati da questa corte e dalla Consulta a seguito della novella del 2002, dovendo quindi valutarsi se il decreto contiene un’analisi dell’attuale pericolosità del detenuto che tenga conto dell’eventuale dissolvimento del sodalizio, della durata della sottoposizione al regime differenziato e dei risultati del trattamento carcerario, parametro ineludibile in relazione alla funzione rieducativa della pena, non essendo quindi sufficienti riferimenti limitati alla biografia criminale del detenuto e alla perdurante operatività del sodalizio, perchè in tal caso soltanto lo scioglimento di questo o la formale dissociazione dell’associato accompagnata dall’avvio della collaborazione con le istituzioni, varrebbero ad impedire la reiterazione dei provvedimenti di proroga della sottoposizione al regime carcerario differenziato.

5.2 Nella specie, secondo il PG, il tribunale doveva accompagnare al duplice dato della biografia delinquenziale del detenuto e dell’attuale operatività del sodalizio di appartenenza, anche l’indicazione di indici fattuali sintomatici di attualità del pericolo di collegamenti con l’esterno, nonchè escludere la presenza di indici dimostrativi di un sopravvenuto venir meno di tale pericolo.

Ciò era avvenuto, con conseguente assenza di vizi del provvedimento, anche se attraverso motivazione succinta, ma comunque congrua, con la quale erano stati sottoposti a vaglio critico gli elementi rappresentati dai precedenti del detenuto, dagli elementi fattuali (ruolo nel sodalizio, profilo criminale, perdurante operatività del gruppo mafioso di riferimento, comportamento penitenziario caratterizzato da due infrazioni) e dagli altri dati esposti nel decreto ministeriale, sì da rendere concreto il giudizio sulla effettiva capacità di collegamento del B. con associazioni criminali, mentre il ricorrente non aveva produttivamente esercitato la facoltà di allegazione di elementi in contrario.

5.3 In ordine ai singoli motivi di impugnazione, il PG osserva che il primo enfatizzava il mancato aggiornamento della relazione comportamentale senza evidenziare ragioni per le quali dall’osservazione dell’ultimo periodo di detenzione sarebbero derivate conseguenze favorevoli all’interessato, il secondo valorizzava un dato del tutto secondario (l’assenza di parentela tra il ricorrente e l’arrestato B.A.), il terzo era in fatto.

5.4 Il ricorso atteneva quindi, inammissibilmente, al giudizio di fatto formulato dal giudice di merito e sollecitava questa corte a sovrapporsi ai contenuti di tale giudizio, mentre, nella materia, il ricorso per cassazione è proponibile solo per violazione di legge, vizio che, pur ricomprendendo il caso di motivazione priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e logicità, non ricorreva nella specie.

Motivi della decisione

Il ricorso è nel complesso infondato e merita rigetto.

1. Le doglianze diverse dalla violazione di legge, la sola deducibile in cassazione ai sensi dell’art. 41 bis, comma 2 sexies, Ord. Pen., sono inammissibili.

Ciò vale per quanto riguarda il secondo motivo afferente a vizio di motivazione per essere stato illogicamente valorizzato, al fine di confermare la persistente vitalità del sodalizio di appartenenza, l’arresto di tale B.A., che, secondo quanto assertivamente dedotto nel ricorso, non sarebbe parente dell’omonimo P., mentre nel provvedimento era stato ritenuto suo fratello.

2. Sono invece ammissibili, ma, per quanto subito si osserverà, infondati, il primo ed il terzo motivo laddove deducono violazione di legge per mancata valutazione da parte del giudice del reclamo degli esiti del trattamento penitenziario, imposta dal testo novellato dell’art. 41 bis, in tal modo non rispettando il perimetro del giudizio di rinvio disegnato in fase rescindente.

2.1 In realtà il tribunale, lungi dall’ignorare tali esiti, ha soltanto ritenuto di non rinviare l’udienza per attendere l’aggiornamento dell’esito del monitoraggio del comportamento penitenziario, ritenendo ininfluente il mancato aggiornamento della relazione comportamentale, dal momento che comunque in essa si dava atto di due infrazioni commesse dal B., rispettivamente nel 2006 e nel 2010, e valorizzando comunque la circostanza che, trattandosi di giudizio di rinvio, doveva esaminarsi la situazione cristallizzata prima dell’annullamento, anche in assenza di indicazioni al riguardo nella sentenza di questa corte.

2.2 A conferma dell’infondatezza di tale doglianza, va comunque pure richiamato il rilievo del PG secondo cui all’enfatizzazione del mancato aggiornamento della relazione comportamentale, non si accompagnava nel ricorso l’indicazione delle ragioni – carenza tale da poter configurare mancanza d’interesse, e quindi addirittura inammissibilità – per le quali dall’osservazione dell’ultimo periodo di detenzione sarebbero derivate, a differenza che da quella del precedente, conseguenze favorevoli all’interessato. Rilievo in linea con il principio generale che la denuncia della violazione di una norma non può essere fine a se stessa, in quanto non sussiste un interesse autonomamente tutelabile alla rimozione della violazione.

3. L’esame del terzo motivo, nella parte in cui la deduzione del vizio di motivazione – inammissibile, come già osservato – parrebbe sottintendere quella di violazione di legge per mancanza di motivazione sulla persistenza del collegamento del detenuto con la consorteria mafiosa – il provvedimento si sarebbe infatti limitato a fotografare una situazione relativa al passato, mentre elementi più significativi avrebbero dovuto ricercarsi nel comportamento penitenziario del detenuto, accertamento del tutto mancato -, conduce ugualmente ad un giudizio di infondatezza.

3.1 Il provvedimento impugnato, dopo aver ricordato che il comma 2 bis novellato dell’art. 41 bis Ord. Pen., esige per la proroga del provvedimento del Ministro per la giustizia, l’accertamento che la capacità del condannato di tenere contatti con l’associazione non è venuta meno, accertamento che deve essere condotto “anche” alla stregua di una serie predeterminata di parametri quali il profilo criminale, la posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione, la perdurante operatività del sodalizio e la sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, ha fatto oggetto di puntuale considerazione tali parametri, mediante l’indicazione di indici fattuali sintomatici di attualità del pericolo di collegamenti con l’esterno, non neutralizzata dalla presenza di indici dimostrativi di un sopravvenuto venir meno di tale pericolo.

3.2 Ha infatti valorizzato l’appartenenza del ricorrente, senza soluzione di continuità – non solo quindi in epoca risalente – e con un ruolo di rilievo (quale punto di riferimento per i rapporti tra le famiglie mafiose palermitane e quelle operanti nella zona di (omissis), nonchè punto di contatto con il boss latitante *******, e uomo di fiducia di R.A.), ad un sodalizio di stampo mafioso tuttora vivo e vitale, riscontrata dall’aggiornamento della sua biografia criminale per effetto della recente conferma in appello dell’ultima condanna a ben dodici anni di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis c.p..

3.3 Nè il tribunale ha trascurato, ad ulteriore conforto della pericolosità del ricorrente e della sua persistente capacità di mantenere contatti verso l’esterno con l’organizzazione, il riferimento agli esiti del trattamento penitenziario, di cui ha valorizzato due infrazioni, e al tenore di vita dei familiari, evidenziando l’arresto di uno di costoro, sì da rendere nel complesso concreto e motivato il giudizio sulla effettiva capacità di collegamento del B. con associazioni criminali, in assenza di produttivo esercizio da parte sua della facoltà di allegazione di elementi in contrario.

4. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Abuso d’ufficio per il medico che traghetta pazienti dall’ospedale al suo studio privato (Cass. pen. n. 40824/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

G.N. ricorre, a mezzo del suo difensore, avverso la sentenza 10 maggio 2011 della Corte di appello di Cagliari deducendo vizi della decisione nei termini che verranno ora esaminati.

1) le accuse e le decisioni dei giudici di merito.

Con sentenza 23 ottobre 2009, confermata in punto di responsabilità dalla Corte di appello di Cagliari in data 10 maggio 2011, il Tribunale di Cagliari, dichiarò il dr. G.N. colpevole del reato continuato di abuso d’ufficio (commesso in (omissis)), perchè, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in qualità di medico chirurgo in servizio presso il Reparto di chirurgia, con mansioni di coordinatore dell’Unità di Coloproctologia (del Presidio Ospedaliero (omissis)), nello svolgimento del predetto servizio, in violazione del D.Lgs. 19 giugno 1999, n. 229, art. decies, comma 1, del regolamento di disciplina dell’attività libero professionale intramuraria dell’ASL n. (omissis) e del successivo chiarimento del Direttore Sanitario della stessa ASL in data 21.11.03, omettendo altresì di astenersi in presenza di un interesse proprio (e così violando anche il D.M. 28 novembre 2000, artt. 2 e 6), procurava intenzionalmente a sè medesimo un ingiusto vantaggio patrimoniale. In particolare, all’atto delle dimissioni dall’ospedale di alcuni pazienti, indicati nelle persone di M.F., B.G., B.G., Me. C., V.F., contravvenendo all’obbligo di astenersi in presenza di un interesse proprio, li invitava esplicitamente a recarsi per la “visita di controllo post operatoria” presso il suo studio professionale, ove poi eseguiva delle visite a pagamento per l’importo di Euro 200 ciascuna, senza informare i pazienti stessi circa la possibilità di ottenere la medesima prestazione presso quel Presidio Ospedaliero di (omissis), senza ulteriori spese, in quanto detta attività era già remunerata dalla tariffa, onnicomprensiva, corrisposta per il ricovero e l’intervento chirurgico.

2.) i motivi di impugnazione e le ragioni della decisione di questa Corte.

Con un primo motivo di impugnazione viene dedotta inosservanza ed erronea applicazione della legge, nonchè vizio di motivazione sotto il profilo dell’affermata sussistenza dell’elemento materiale del delitto di abuso d’ufficio e della ingiustizia della condotta, recuperate dalla corte distrettuale “soprattutto dall’inottemperanza del dovere di astensione” in presenza di un interesse proprio (pag. 17). In particolare si lamenta che non si sia precisato quale fosse l’interesse del Presidio ospedaliero e quello contrapposto del medico ed inoltre in cosa consistesse il conflitto medesimo, all’atto dell’invito del chirurgo al paziente di recarsi (a pagamento) nel suo studio privato per l’esecuzione della visita post-operatoria, successivamente eseguita con esborso della somma di Euro 200.

Con un secondo motivo si lamenta vizio di motivazione in ordine alla sostenuta ingiustizia del vantaggio patrimoniale, non potendosi ritenere ingiusta la spesa posta a carico del paziente per l’esecuzione extra moenia della visita post-operatoria.

Nessuno dei due motivi merita accoglimento per palese loro infondatezza.

Secondo l’orientamento della Corte di cassazione civile, il contratto di prestazione d’opera professionale concluso tra paziente e medico e, per esso, tra paziente e struttura sanitaria, rientra nell’ambito di applicazione delle norme di disciplina dei contratti del consumatore (cfr. Cass. civ. sez. 3, Ordinanza n. 20/2009 Rv. 606960), ed il concreto relazionarsi tra medico curante e paziente va valutato come “contratto di protezione” (cfr. Cass. civ. Sez. 3, Ordinanza 6824/2010 Rv. 612052) nel quale la posizione dell’ammalato si qualifica come quella di un contraente debole.

Orbene, nel reato di abuso in atti di ufficio come modificato dalla legge 12 aprile 1990 n. 86 possono ritenersi confluite le originarie figure di peculato per distrazione, interesse privato e abuso innominato ed il reato è punito a titolo di dolo specifico, sicchè alla cosciente e volontaria condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio di “abusare” del suo ufficio, deve accompagnarsi la cosiddetta “finalizzazione” della condotta stessa, integrante appunto la specificità del dolo, consistente nella necessità che il fatto sia posto in essere “al fine di procurare a sè o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (comma 2) o non patrimoniale (comma 1)”.

Inoltre il reato di abuso di ufficio, diretto ad arrecare ad altri un danno ingiusto, ha natura plurioffensiva, in quanto è idoneo a ledere, oltre il buon andamento e la trasparenza della P.A., il concorrente interesse del privato, nella specie paziente destinatario di “visita post-operatoria” a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo e ingiusto del pubblico ufficiale (Cass. pen. sez. 6, C.C. 29 maggio 2012 *********) e che, in presenza della violazione del dovere di astensione, il reato si integra, come nella specie, quando concorre anche un ingiusto vantaggio patrimoniale o un danno ingiusto (Cass. pen. sez. 6, 3 novembre 2011 Aulicino).

Questa Corte ha avuto modo di affermare la sussistenza del delitto di abuso d’ufficio nella condotta del medico specialista di una struttura sanitaria pubblica che, immediatamente dopo aver effettuato una visita ambulatoriale, inviti il paziente a recarsi nel suo laboratorio privato per un approfondimento diagnostico, anzichè indirizzarlo ad uno dei contigui presidi ospedalieri, perchè tale condotta viola il dovere di astensione e realizza un ingiusto vantaggio patrimoniale in favore del medico che non cessa di esercitare l’attività di pubblico rilievo nella fase del cosiddetto dopo-visita (Cass. pen. sez. 6, 27936/2008 Rv. 240653).

Orbene nella presente vicenda si versa in una situazione, sì sovrapponibile, ma di maggior disvalore in quanto, il medico, con la visita post-operatoria in ambito privato, viene a percepire, un ingiusto vantaggio (da doppia retribuzione), con danno del paziente (che viene a versare un emolumento già compreso nel ticket), quale conseguenza della dolosa e funzionale carenza di informazione, al paziente stesso, della possibilità di ottenere il medesimo risultato terapeutico in sede ospedaliera: alternativa questa favorevole alla “persona operata”, ma da essa non potuta esercitare per doloso difetto di informazione, in un contesto in cui il pubblico ufficiale ha violato manifestamente il dovere di astensione, indirizzando le parti nel suo studio privato per una prestazione che doveva essere contrattualmente praticata in ambito ospedaliero.

Sotto tali profili è irrilevante il fatto che il chirurgo, operando nel privato la visita post-operatoria, finiva comunque con il garantire il raggiungimento della finalità pubblica di cura, considerato che non è richiesto che tale fine debba essere perseguito in modo esclusivo, dato che la sussistenza del reato è compatibile quando accanto al fine di vantaggio ingiusto si sovrapponga o si affianchi anche il conseguimento di un interesse pubblico (Cass. Pen. Sez. 6, 5507/1996 Rv. 205467 P.G. in proc. ***************** precedenti Vedi: Rv. 201348).

In conclusione le censure formulate, nel loro sviluppo finalizzato al favorevole esito in punto di giudizio di responsabilità, implicano un inammissibile frazionamento dell’intervento ospedaliero, nella specie connotato da attività chirurgica e successiva necessaria verifica della adeguatezza dell’intervento stesso, l’una e l’altra apprestabili nello stesso ambito ospedaliero.

Infatti l’oggetto del contratto d’opera (che regola il rapporto paziente struttura ospedaliera) è l’esito chirurgico nella sua globalità, il quale risulta dallo stesso paziente economicamente supportato con il versamento del ticket, senza necessità di ricorrere all’ambulatorio privato del chirurgo, al quale compete l’obbligo di “concludere” l’intervento professionale nella sede naturale, ospedaliera, e senza ulteriori esborsi economici non dovuti, a meno: che sia lo stesso paziente che opti, “re cognita”, per tale soluzione, volendo che l’autore della visita post-operatoria sia lo stesso medico che ha praticato l’intervento.

In altre parole il chirurgo era tenuto a definire il “rapporto terapeutico” con il paziente all’interno della struttura ospedaliera in quanto, come ampiamente emerso agli atti, la visita “post- operatoria” faceva parte dell’accordo negoziale per cui era stato versato il ticket.

A tale obbligo contrattuale, corrispondeva l’interesse del Presidio ospedaliero all’esatto ed integrale adempimento della prestazione terapeutica, data dalla “visita post-operatoria intra moenia”, anche se non necessariamente ad opera del chirurgo che aveva materialmente operato.

Vincolo questo, peraltro, che comportava come corollario l’obbligo derivato del chirurgo di astenersi dal porre in essere condotte con esso incompatibili, a maggior ragione se comportanti per il paziente un esborso non dovuto di denaro, in quanto a ciò bastava l’avvenuto versamento del ticket. Nè può sostenersi che si è trattato nella specie di una “scelta volontaria dei pazienti”, posto che non risulta affatto che gli stessi siano stati informati del loro diritto di essere visitati, senza aggravi economici ulteriori, all’interno della struttura pubblica nella quale era stato praticato l’intervento chirurgico.

Nessun dubbio quindi circa la sussistenza della materialità e dell’azione esecutiva del contestato delitto.

Con un terzo motivo si prospetta violazione di legge e vizio di motivazione sull’elemento soggettivo del reato, tenuto conto che la circostanza, valorizzata (tra le altre) dalla corte distrettuale, della falsità delle date di dimissioni, ha riguardato soltanto 2 delle 19 cartelle cliniche sottoposte ad esame.

Il motivo non supera la soglia dell’ammissibilità posto che impone alla Corte di legittimità una rivalutazione dei dati probatori quali esaminati ed argomentati dai giudici di merito con una giustificazione ineccepibile in punto di soggettività del reato che si è – tra l’altro fondata – sul dato, inoppugnabile, che in almeno due delle quietanze rilasciate dal medico, l’imputato ha avuto cura di indicare date posteriori a quelle della concreta esecuzione, e ciò all’evidente effetto di rendere “autonoma e scollegata la sua prestazione” rispetto alla visita post-operatoria apprestabile nel Presidio ospedaliero.

Il terzo motivo è pure radicalmente infondato considerato che in tema di elemento soggettivo del delitto di abuso d’ufficio, il dolo intenzionale riguarda soltanto l’evento del reato, mentre gli altri elementi della fattispecie sono oggetto di dolo generico (Cass. pen. sez.. 6,34116/2011 Rv. 250833).

Il ricorso quindi va dichiarato inammissibile.

All’inammissibilità del ricorso stesso consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende che si stima equo determinare in Euro. 1000,00 (mille).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

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Procedura penale: regolarmente appellabile la sentenza priva di motivazione (Cass. pen. n. 40614/2012)

Redazione

Fatto

1. Il 25/05/2004, il giudice monocratico del tribunale di Empoli, pronunciava dispositivo con il quale assolveva St.P. dal delitto di appropriazione indebita aggravata: il giudice, però, non provvedeva a depositare la motivazione.
2. Con provvedimento del 16/01/2005, il magistrato responsabile del Tribunale di Firenze, Sezione distaccata di Empoli, in esecuzione di delibera del Consiglio Superiore della Magistratura, ordinava “alla cancelleria penale il deposito dei fascicoli penali già deliberati relativi al ruolo della dott.ssa (omissis) ma privi di motivazione”; ordinava, altresì, “la formazione di un documento contenente l’intestazione della sentenza, le generalità degli imputati, l’imputazione, l’indicazione delle conclusioni delle parti e la fotocopia del dispositivo conforme attestandone la conformità all’originale”, disponendo, infine, che “detto documento sarà depositato in cancelleria e considerato come sentenza a tutti gli effetti”.
3. A seguito delle comunicazioni di rito, il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Firenze, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo la nullità della “sentenza”, per totale carenza di motivazione.

Diritto

1. Si ripropone all’attenzione di questa Corte di legittimità, la controversa questione di stabilire se la assenza di redazione della motivazione, comporti una ipotesi di inesistenza ovvero di nullità della pronuncia, con le consequenziali statuizioni, posto che, nel primo caso, si tratterebbe di un provvedimento abnorme con rinvio al primo giudice e nel secondo caso, invece, di un vizio censurabile, nei limiti degli ordinari mezzi di impugnazione, di merito e di legittimità.
2. Sul punto, si registrano tre orientamenti.
Secondo il primo, è inammissibile il ricorso per cassazione del P.M. con il quale si denunci la nullità di una sentenza di assoluzione per mancanza assoluta della motivazione, non sussistendo alcun interesse all’impugnazione in difetto di qualsiasi specificazione delle ragioni della erroneità della decisione, ovvero dell’indicazione dello specifico vantaggio perseguito con l’annullamento della medesima: ex plurimis Cass. 40536/2010.
Ad avviso del secondo orientamento, invece, il giudice d’appello, a cui sia devoluta esclusivamente la cognizione della nullità della sentenza del giudice monocratico del tutto priva di motivazione, e composta soltanto del dispositivo letto in udienza, non può sostituirsi al primo giudice redigendo la motivazione del tutto omessa e deve trasmettere a quest’ultimo gli atti per non privare l’imputato di un grado del giudizio: ex plurimis Cass. 28467/2011.
Infine, secondo un terzo orientamento, la mancanza assoluta di motivazione della sentenza non rientra tra i casi, tassativamente previsti dall’art. 604 cod. proc. pen., per i quali il giudice di appello deve dichiarare la nullità della sentenza appellata e trasmettere gli atti al giudice di primo grado, ben potendo lo stesso provvedere, in forza dei poteri di piena cognizione e valutazione del fatto. a redigere, anche integralmente, la motivazione mancante: Cass. 26075/2011.
3. Questa Corte ritiene di doversi adeguare a quest’ultimo indirizzo giurisprudenziale.
In ordine alla prima delle tesi illustrata, secondo la quale il P.G. non avrebbe interesse ad impugnare la sentenza di primo grado dolendosi della sola carenza di motivazione. questa Corte ritiene di dover ribadire che «è solo in presenza di una motivazione (qualunque essa sia) che le parti possono articolare e “dimostrare” un concreto interesse alla impugnazione, altrimenti preclusa per definizione, in palese contrasto con l’art. 111 Cost.»: in terminis Cass. 16336/2010; Cass. 25/01/2012, **********.
In realtà, la soluzione della problematica in esame, come è già stato osservato da questa Corte nella sentenza 26075/2011 cit. non può prescindere dalla «[…] decisione n. 3287/2008 delle sezioni unite di questa corte […] che ha affermato […] che “la mancanza assoluta di motivazione della sentenza non rientra tra i casi, tassativamente previsti dall’art. 604 cod. proc. pen., per i quali il giudice di appello deve dichiarare la nullità della sentenza appellata e trasmettere gli atti al giudice di primo grado, ben potendo lo stesso provvedere, in forza dei poteri di piena cognizione e valutazione del fatto, a redigere, anche integralmente, la motivazione mancante”. La Corte, in particolare, […] ha sottolineato che il principio della immutabilità del giudice espresso dall’art. 525 c.p.p., […] non entra in giuoco nella fattispecie, poiché esso è rispettato ogni qualvolta l’organo giudicante sia lo stesso che ha partecipato interamente al dibattimento, svolgendo la relativa attività di formazione della prova; ha poi precisato che la “deliberazione”, testualmente menzionata dall’art. 525 c.p.p., viene ad esaurirsi nella redazione e nella successiva lettura del dispositivo (quale atto che, per primo, “esteriorizza” il dictum giurisdizionale), senza che lo stesso possa essere modificato (per il principio della prevalenza) attraverso la redazione della motivazione non contestuale. Ha negato, poi, la condivisibilità della interpretazione estensiva del disposto dell’art. 525 c.p.p. – volta a ricomprendere nel momento della “deliberazione” anche la fase della redazione non contestuale della motivazione (art. 544 c.p.p., commi 2 e 3), con conseguente affermazione della necessità di una coincidenza della persona fisica del giudice pure rispetto a tale ultimo momento in quanto la redazione dell’apparato giustificativo ha la funzione di rendere conoscibili alla collettività le ragioni logico-giuridiche che hanno condotto alla decisione, permettendo, in pari tempo, alle parti del processo di dedurre ed esporre eventuali motivi di impugnazione e l’incombente motivazionale è contemplato dal codice di rito negli “atti successivi alla deliberazione”. Ha pertanto concluso che appare legittimo ritenere che il principio di immutabilità, in sostanza, non si estende al di la dell’atto del decidere, che è cosa diversa dall’atto di spiegazione della decisione. Ha ritenuto, ancora, che non può prospettarsi una radicale “inesistenza della sentenza priva di motivazione (affermata da Cass. pen.: Sez. 3, 13.7.2007, n. 27965, ******; Sez. 3, 28.4.2004, n. 35109, P.G. in proc. ****** e Sez. 2, 17.10.2000, n. 5223, ******;nonché da Cass. lav., 8.10.1985, n. 4881; ********* contro INPS), poiché il concetto di inesistenza, quale categoria dogmatica, elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, ben distinta da quella della nullità assoluta per il fatto di travalicare lo stesso giudicato, appare rimandare essenzialmente ai casi talmente gravi da far perdere all’atto i requisiti “geneticamente” propri dello stesso (nei quali, ad esempio, la sentenza promani da organo o persona privi di potere giurisdizionale o nei confronti di imputato inesistente), si da porlo quale strutturalmente inidoneo a produrre alcun effetto giuridico nel processo e fuori di esso (vedi Cass. Sez., Unite pen.: 24.11.1999, n. 25, ******* e 9.7.1997, n. 11, P.M. in proc. ***********)” specificando che – anche a fronte del deposito del mero dispositivo della sentenza pronunciata dal G.I.P. – la corte territoriale (in fattispecie, dunque, perfettamente analoga a quella che ci occupa, essendo investita una pronuncia di un giudice monocratico) avrebbe comunque potuto decidere nel merito e, nel rispetto dei limiti del devoluto e del divieto di reformatio in peius, procedere addirittura alla redazione integrale di una motivazione mancante, utilizzando le prove già legittimamente acquisite nel precedente grado di giudizio nel contraddicono delle parti (in tal senso Cass., Sez. 5, 25.3.2005, n. 11961). Dalla richiamata decisione può, dunque trarsi, il principio che è il dispositivo che esternalizza o manifesta la decisione, che esso è immutabile, anche in caso di redazione consentita ex artt. 426 e 599 c.p.p., per l’impedimento del giudice, che la redazione delle ragioni può mancare e che ad esso sopperisce l’ordinamento nei casi codificati, altrimenti dovendosi fare ricorso ai principi generali, ossia agli ordinari rimedi di impugnazione, con conseguente sollecitazione dei poteri di integrazione di merito propri del giudice della seconda istanza. Né dalla formazione grafica del provvedimento, nel caso in esame composto da una intestazione, riferibile ad opera della cancelleria, e dal dispositivo, atto proprio del decidente, può discendere una abnormità del provvedimento tale da porre l’intero procedimento in posizione di stallo e di irrilevanza dei suoi effetti; ciò in quanto, da un lato la epigrafe non incide sugli elementi essenziali della sentenza, poiché la validità giuridica della sentenza non dipende dalla presenza sul documento della stessa, ma solo dalla effettiva provenienza da un organo legittimato ad adottarla, nel rispetto delle regole che presiedono alla sua emanazione e dall’altra che, per come sopra cennato, la formulazione del dispositivo è esteriorizzazione del dictum giurisdizionale, senza che esso possa essere modificato attraverso la redazione di una motivazione non contestuale. Ciò non vuoi dire che la pronuncia non sia nulla, ma lo sarebbe egualmente laddove il giudice. anziché omettere del tutto la motivazione, la avesse espressa con una frase apodittica, quale il semplice richiamo alla categoria della colpevolezza, senza indicazione di alcun elemento a sostegno. Si tratterebbe, in tal caso, di una motivazione apparente, equiparata alla mancante, ma non perciò rientrante fra quelle indicate dall’art. 604 c.p.p. e perciò importante la relativa pronuncia con rimessione degli atti al primo grado da parte del giudice di appello. Ricorrerebbe, infatti, una nullità ai sensi dell’art. 125 c.p.p., comma 3, alla quale, il giudice di appello può rimediare in forza dei poteri di piena cognizione e valutazione del fatto assegnatogli dalla legge. Tanto basterebbe per escludere, poi, che il difetto motivazionale del primo giudice comporti la mancanza di un grado di giudizio: in realtà, quello di primo grado si è regolarmente svolto e concluso, con la emissione di una decisione, di cui il dispositivo costituisce il compendio, e la statuizione del giudice di appello, conseguente al gravame, non è influenzata tanto dallo sviluppo motivazionale del primo giudice quanto dal devolutum, che importa comunque approfondita conoscenza degli atti. La prospettazione poi che il giudice di secondo grado avrebbe una cognizione cartolare degli atti non ha pregio, per la decisiva considerazione che l’ordinamento processuale conosce molte ipotesi in cui il giudizio è sostanzialmente assunto sulla base della mera lettura di atti formatisi dinanzi ad altri, come appunto, oltre che il giudizio abbreviato nella forma non condizionato, il giudizio di appello. Un rilievo di tal fatta significherebbe vanificare del tutto il secondo grado, posto che comunque la decisione sarebbe basata sempre su dati di merito non acquisiti direttamente dal giudicante […]».
4. La circostanza che la sentenza impugnata (priva di motivazione) non è inesistente ma semplicemente nulla, determina due importanti conseguenze processuali nell’ipotesi in cui, come nel caso di specie, avverso di essa sia stato proposto ricorso per saltum da parte del P.G..
Innanzitutto, il rinvio va disposto davanti al giudice di appello ex combinato disposto degli artt. 569/4 e 623 lett. a) cod. proc. pen.: le suddette norme, infatti, non vertendosi in alcuna delle ipotesi tassativamente previste dall’art. 604/1 cod. proc. pen., stabiliscono che, a giudicare, in sede di rinvio, debba essere il giudice di appello: il che, sul piano testuale, costituisce un evidente argomento a favore della tesi qui accolta che consente di disattendere la tesi secondo la quale il rinvio, invece, andrebbe disposto davanti allo stesso giudice di primo grado.
In secondo luogo, nonostante il ricorso del P.G. sia stato proposto solo per violazione di legge sotto il profilo della mancanza di motivazione, va osservato che la cognizione della Corte di merito deve estendersi anche al riesame del merito secondo le disposizioni di cui agli artt. 593 ss. cod. proc. pen., e pertanto secondo le regole tipiche che governano i poteri cognitivi del giudice di appello: in terminis Cass. 13294/1999 – Cass. 4695/2001.
Ora, applicando alla fattispecie in esame il suddetto principio, ne deriva che, proprio perché il P.G., con il suo ricorso, ha chiesto che la sentenza impugnata venga dichiarata nulla per mancanza di motivazione, la Corte di Appello – nel giudizio di rinvio – deve nuovamente entrare nel merito di tutta la vicenda potendo, quindi, eventualmente giungere anche a conclusioni opposte a quelle del giudice di primo grado proprio perché, il ricorso dev’essere inteso ed interpretato nel senso che si chiede alla Corte (d’appello) di motivare ex novo su tutta la vicenda processuale senza alcuna preclusione.
Non è, infatti, ipotizzabile che la Corte territoriale, sia semplicemente tenuta a scrivere una motivazione conforme al dispositivo emesso dal primo giudice, perché, se così fosse, le si attribuirebbe un compito di mera supplenza (mera redazione della motivazione conforme al dispositivo già emanato dal primo giudice) che nessuna norma prevede e che, anzi deve ritenersi esclusa dal fatto che essendo giudice di merito del gravame, la sua funzione è quella di verificare, ove investita della questione, se e in che termini la decisione di primo grado sia o meno corretta.
5. In conclusione, si deve ritenere che il ricorso del P.G. – benché basato sulla sola mancanza di motivazione del provvedimento impugnato – abbia un contenuto pienamente devolutivo sicché la Corte territoriale, nel giudizio di rinvio, è tenuta ad entrare funditus (avendo il primo giudice pronunciato una sentenza di assoluzione) nuovamente nel merito di tutta la vicenda e, quindi, in ipotesi, solo ove ritenga, contrariamente al giudice di primo grado, la colpevolezza dell’imputato, può pronunciare una sentenza di declaratoria di estinzione del reato per prescrizione (secondo le conclusioni rassegnate dal P.G. all’odierna udienza) sempre che ne ravvisi i presupposti fattuali e giuridici: in caso contrario, ove cioè ritenga corretta la conclusione alla quale è pervenuto il primo giudice, deve confermare l’assoluzione atteso che questa prevale anche sulla causa di prescrizione sopravvenuta: SSUU 35490/2009; Cass. 783/1999.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello di Firenze per il giudizio.

Così deciso in Roma il 20 settembre 2012.

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