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Penale

Il medico che sbaglia ad operare è colpevole di omicidio colposo (Cass. pen. n. 27958/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il Tribunale di Roma ha affermato la penale responsabilità dell’imputato in epigrafe in ordine al reato di cui all’art. 589 c.p. e lo ha condannato al risarcimento del danno nei confronti delle parti civili. La pronunzia è stata parzialmente riformata dalla Corte d’appello di Roma che ha diminuito la pena ed ha rideterminato le statuizioni afferenti al risarcimento del danno.

Secondo quanto ritenuto dai giudici di merito, l’imputato, per imperizia, nel corso di esecuzione di intervento chirurgico ortopedico alla colonna vertebrale, determinava lesioni all’arteria ed alla vena iliaca, cagionando emorragia letale alla paziente F.R..

Ricorre per cassazione l’imputato deducendo diversi motivi.

Si lamenta che i giudici di merito hanno erroneamente ed ingiustificatamente trascurato e disatteso le vantazioni compiute dagli esperti nel processo. In particolare si censura l’apprezzamento in ordine al profilo causale. E’ ben vero che l’imputato, nel corso dell’atto chirurgico, determinò lesioni vascolari che determinarono una cospicua perdita di sangue, ma l’evento non si sarebbe rivelato letale se, nel corso del successivo intervento di chirurgia vascolare, fosse stato correttamente compiuto il richiesto atto salva vita, invece di dar luogo ad ulteriori lesioni che permisero uno stillicidio continuo di sangue che portò al decesso la paziente.

Anche i periti sono pervenuti alla conclusione che la morte fu determinata dalle lesioni prodotte dal chirurgo vascolare; e che la paziente si sarebbe potuta salvare se non fossero subentrate tali ulteriori lesioni. Il primo atto chirurgico posto in essere dal P. ha quindi rappresentato una mera irrilevante occasione;

mentre il successivo atto chirurgico vascolare ha costituito accidente atipico, assolutamente anomalo ed eccezionale, tale da interrompere il nesso causale. Senza ragione il giudice di merito ha ritenuto di non dar credito alle valutazioni espresse al riguardo dai periti.

Si deduce, altresì, che parimenti senza ragione è stata respinta la richiesta di riapertura del dibattimento per dar corso all’esame di alcuni testi che avrebbero potuto riferire in ordine alle caratteristiche del sanguinamento intraoperatorio.

Il ricorso è manifestamente infondato.

La sentenza impugnata fa proprie le valutazioni in fatto compiute dal primo giudice; e quindi ribadisce la decisività delle lesioni vascolari inferte dall’imputato, nel corso dell’atto di chirurgia ortopedica; che determinarono una copiosa emorragia con raccolta ematica di circa quattro litri nel retro peritorio. Si ribadiscono altresì le valutazioni, non censurate nella presente sede, in ordine all’errore tecnico compiuto dall’imputato stesso nel corso dell’intervento chirurgico in questione, che determinò le lesioni arteriose e venose che a loro volta cagionarono la massiva emorragia.

Tale condotta umana, secondo la Corte di merito, si trova a monte della catena causale e presenta un ruolo eziologico indiscusso. E’ ben vero, si aggiunge, che successivamente al primo intervento la paziente fu sottoposta a due interventi di chirurgia vascolare per tentare di suturare le lesioni inferte in precedenza; e che il primo di tali atti suturò la lesione primordiale ma ne determinò altra di minore importanza. Ma si aggiunge che tale secondo insulto chirurgico, da solo, non sarebbe valso a cagionare l’evento. Si conclude che la prima lesione costituì la causa prima del complesso processo patologico e determinò una pericolosa emergenza che innescò la necessità di ulteriori atti chirurgici. Non vi è quindi dubbio nè in ordine al nesso causare nè per ciò che attiene alla colpa.

Tale argomentato apprezzamento è con tutta evidenza immune da vizi logico-giuridici. Correttamente, considerata la concezione condizionalistica della causalità accolta dall’ordinamento penale, si è considerato che la catena causale è stata innescata dall’erronea recisione di vasi che ha generato l’emorragia. E dunque, sul tema causale non vi è possibilità di discussione alcuna. Il post factum, concernente i successivi interventi per tentare di superare la situazione critica ed emergenziale in atto, non svolge alcun ruolo interruttivo alla stregua dello schema normativo della causalità giuridica. Invero, questa Suprema Corte ha avuto occasione di enunciare in innumerevoli occasioni che l’errore terapeutico incorso nel corso dell’attività volta ad arginare gli effetti di precedenti condotte lesive non è interruttivo del nesso causale. Un tale effetto potrebbe configurarsi solo quando le condotte terapeutiche successive inneschino un rischio radicalmente nuovo o conducano il rischio determinato dalla precedente condotta illecita ad esiti radicalmente esorbitanti. Nel caso di specie tale peculiare situazione non si riscontra per nulla: la Corte territoriale spiega nitidamente che gli interventi di chirurgia vascolare costituirono una sequela del primo errore e furono determinati dalla necessità di tentare di arginare una situazione di grave emergenza. Essi non solo non hanno recato un rischio radicalmente nuovo ma non sarebbero stati in grado, da soli, di produrre effetti letali ove non si fosse già verificata la prima grave emorragia. In una situazione di tale genere è di tutta evidenza che non è possibile parlare di interruzione del nesso causale.

Infine, per ciò che attiene alla richiesta di riapertura dell’istruttoria dibattimentale, la pronunzia considera che l’eziologia dell’evento non mostra dubbi, sicchè sarebbe inutile disporre nuove acquisizioni probatorie, per di più a moltissimi anni dal fatto. Tale apprezzamento appare del tutto lineare e conforme alla complessiva ricostruzione degli accadimenti; sicchè non si riesce a scorgervi alcun vizio logico o giuridico.

Il gravame è quindi inammissibile. Segue, a norma dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di Euro 1.000 a titolo di sanzione pecuniaria, non emergendo ragioni di esonero.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000 in favore della cassa delle ammende.

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Non è reato scuotere tovaglie e tappeti sul terrazzo del vicino (Cass. pen. n. 27625/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Genova in composizione monocratica ha condannato M.R. e **** per il reato di disturbo alle occupazioni delle persone, per avere in concorso tra loro arrecato disturbo ad C.E. mediante schiamazzi anche in tarda serata prodotti nel loro appartamento posto nello stesso stabile di quello della persona offesa; e M.R. anche del reato di getto pericoloso di cose, per avere più volte gettato o versato cose atte ad imbrattare e molestare nel sottostante terrazzo della persona offesa, effettuando lo spolvero di tappeti e tovaglie. Il materiale probatorio utilizzato per la condanna è costituito dalle testimonianze della persona offesa, che ha riferito di rumori provenienti dall’appartamento dei due imputati, e di aver più volte ricevuto il versamento di briciole e polvere sulle finestre e sul terrazzo dei suo appartamento; dalle dichiarazioni della moglie della persona offesa, che ha dato riscontro alle proposizioni d’accusa della prima, e dalle dichiarazioni di due conoscenti della persona offesa, che hanno riferito di aver avvertito, in occasioni in cui erano nell’abitazione della stessa, rumori provenienti dall’appartamento sovrastante. Altre dichiarazioni testimoniali, rese dall’amministratore del condominio e da altri condomini, hanno escluso che detti rumori fossero avvertiti anche da altri, occupanti gli altri appartamenti dello stabile.

Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione M. R., articolando i seguenti motivi.

– Violazione di legge, mancanza o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla dichiarata sussistenza del reato di disturbo alle occupazioni delle persone. Nessun testimone ha riferito sulla capacità offensiva e diffusiva dei rumori, sulla loro natura.

I condomini dei medesimo edificio hanno escluso di aver mai ricevuto molestia dal comportamento della ricorrente e non è stata raggiunta la prova che i rumori siano stati tali da superare oggettivamente la soglia della normale tollerabilità.

Mancanza o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza del reato di getto pericoloso di cose. Le testimonianze degli abitanti dell’appartamento sottostante a quelli della ricorrente e della parte civile dimostrano l’insussistenza del reato.

Costoro hanno dichiarato di non aver mai trovato sporcizia sul balcone dei propri appartamenti e di non aver mai visto la ricorrente nell’atto di sbattere tappeti o tovaglie. Ha proposto ricorso anche ****, articolando il seguente motivo.

Violazione di legge, mancanza o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla dichiarata sussistenza del reato di disturbo alle occupazioni delle persone. Nessun testimone ha riferito sulla capacità offensiva e diffusiva dei rumori, sulla loro natura.

I condomini del medesimo edificio hanno escluso di aver mai ricevuto molestia dal comportamento del ricorrente e non è stata raggiunta la prova che i rumori siano stati tali da superare oggettivamente la soglia della normale tollerabilità.

Motivi della decisione

I ricorsi sono fondati e pertanto la sentenza impugnata merita di essere annullata senza rinvio.

Il reato di disturbo alle occupazioni e al riposo delle persone non sussiste se le condotte poste in essere non hanno un’idoneità offensiva tale da mettere in pericolo la tranquillità di un numero indeterminato di persone. Con specifico riferimento ai fatti commessi in ambito condominiale, Sez. I, n. 1406 del 12/12/1997, dep. 05/02/1998, **********, Rv. 209694, ha chiarito che “in tema di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, i rumori e gli schiamazzi vietati, per essere penalmente sanzionabile la condotta che li produce, debbono incidere sulla tranquillità pubblica – essendo l’interesse specificamente tutelato dal legislatore quello della pubblica tranquillità sotto l’aspetto della pubblica quiete, la quale implica, di per sè, l’assenza di cause di disturbo per la generalità dei consociati – di guisa che gli stessi debbono avere tale potenzialità diffusa che revento di disturbo abbia la potenzialità di essere risentito da un numero indeterminato di persone, pur se, poi, in concreto soltanto alcune persone se ne possano lamentare. Ne consegue che la contravvenzione in esame non sussiste allorquando i rumori arrechino disturbo ai soli occupanti di un appartamento, all’interno del quale sono percepiti, e non ad altri soggetti abitanti nel condominio in cui è inserita detta abitazione ovvero nelle zone circostanti: infatti, in tale ipotesi non si produce il disturbo, effettivo o potenziale, della tranquillità di un numero indeterminato di soggetti, ma soltanto di quella di definite persone, sicchè un fatto del genere può costituire, se del caso, illecito civile, come tale fonte di risarcimento di danno, ma giammai assurgere a violazione penalmente sanzionabile”.

Alla luce di questo principio di diritto occorre considerare che la sentenza impugnata non ha dato atto di elementi probatori che dimostrino l’esistenza di rumori tali da arrecare disturbo anche ad altre persone, oltre i coniugi C..

Per quanto poi attiene al reato di cui all’art. 674 c.p., ascritto soltanto a M.R., il fatto non sussiste, perchè lo sbattimento di qualche tappeto e lo scuotimento di qualche tovaglia non integra la condotta penalmente rilevante, per l’impossibilità di causare imbrattamenti e molestie alle persone, secondo la formulazione letterale della disposizione incriminatrice. Essa, infatti, deve essere intesa alla luce dell’interesse perseguito con l’incriminazione, che appartiene alla materia della polizia di sicurezza, concernendo la prevenzione di pericoli per una pluralità di soggetti.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè i fatti non sussistono.

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Infortuni sul lavoro: il datore di lavoro è sempre responsabile della sicurezza (Cass. pen. n. 27934/2012

Redazione

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Milano, con sentenza del 10 marzo 2011, ha parzialmente riformato quella resa dal Tribunale di Pavia con la quale C.M., direttore dello stabilimento Y. di (omissis) con delega a provvedere alla corretta applicazione delle norme in materia di sicurezza del lavoro e quindi di dirigente, veniva condannato alla pena di mesi due di reclusione, sostituita con la pena di Euro 3.000,00 di multa, perché ritenuto responsabile del reato di lesioni colpose commesse con violazione degli artt. 4, co. 5, 35, co. 1, 2, 4 lett. e) d.lgs. n. 626/1994, nonché dell’art. 375 dpr 547/1955, in danno del dipendente Ca.Em.Er., che per effetto dello schiacciamento della mano ad opera del gruppo di teste di saldatura dell’impianto HAMBA n. 17, riportava la frattura pluriframmentaria scomposta ed articolare della falange basale del 1 dito della mano destra, da cui derivava una malattia con incapacità ad attendere alle proprie occupazioni per un periodo superiore a gg. 180.
2.1. I giudici di entrambi i gradi di giudizio hanno ritenuto che il C., nella menzionata duplice qualità, avesse disposto o comunque consentito lavori di manutenzione sulla indicata apparecchiatura, nonostante la stessa non fosse idonea ai fini della sicurezza in relazione ai lavori di manutenzione sul gruppo delle teste di saldatura. Secondo il giudice di prime cure, il Ca. si era infortunato mentre svolgeva operazioni di manutenzione sul gruppo di teste di saldatura dell’apparecchiatura Hambda 17, provvista di un sistema di sollevamento costituito da un’asta da collocare in un apposito foro per reggere a 45 il gruppo, sistema ritenuto inidoneo sotto il profilo della sicurezza in quanto poteva essere forzato o eluso dal lavoratore, intenzionato a procedere alla sostituzione della testa di saldatura reggendo direttamente con la mano libera l’intero blocco.
L’apparecchiatura in questione era stata messa in esercizio senza che fosse stata elaborata alcuna valutazione del rischio ad essa connesso; siffatta valutazione non era stata eseguita neppure dopo che l’apparecchiatura aveva subito modifiche e revisioni; la messa in esercizio dell’apparecchiatura era avvenuta senza attendere o pretendere che il R.s.p.p. svolgesse i propri compiti, mentre il C., nella qualità, avrebbe dovuto pretendere tali adempimenti. Il Tribunale rilevava che era stato accertato che le operazioni di manutenzione non erano state eseguite per la prima volta con le indicate modalità e riteneva che non potesse considerarsi abnorme il comportamento del Ca., il quale non aveva avuto alcuna formazione sulla specifica macchina così come mancava un protocollo aziendale per l’intervento di sostituzione delle teste di saldatura.
2.2. La Corte di Appello di Milano condivideva integralmente le valutazioni del Tribunale di Pavia aggiungendo che, a fronte della mancata effettuazione della valutazione del rischio connesso all’utilizzo della macchina, andava ritenuto che siffatto adempimento “doveva essere preteso proprio dal C., nella sua veste di qualificata di RSPP”. Il decidente non condivideva l’assunto difensivo per il quale l’imputato, direttore dello stabilimento, non aveva potuto intervenire per la struttura piramidale delle responsabilità aziendali e perché la catena informativa non lo aveva mai portato a conoscenza di problematiche connesse all’uso della Hambda 17. Riteneva, infatti, che l’obbligo di verificare le condizioni di sicurezza del lavoro era connaturato alle funzioni e alle mansioni assegnate all’imputato. Inoltre il rischio da schiacciamento era intrinseco ad un’operazione di manutenzione fatta movimentando un pezzo del peso di circa 45 kg.; quindi non poteva evocarsi in chiave difensiva la mancata segnalazione del rischio.
Pertanto la Corte di Appello confermava la condanna dell’imputato, riformando la decisione impugnata nella parte in cui non riconosceva al medesimo come prevalenti sulla contestata aggravante le attenuanti generiche e quella di cui all’art. 62, n. 6 c.p., e rideterminava la pena in giorni 36 di reclusione, sostituita con la pena di Euro 1.800 di multa.
3.1. L’imputato ha presentato ricorso per cassazione a mezzo del difensore deducendo, con un primo motivo, il difetto di motivazione per quanto riguarda l’omessa valutazione del dato processuale, emergente dalle deposizioni dei testi M. e B., consistente nell’esistenza di una procedura di intervento cui il lavoratore si sarebbe dovuto attenere e deliberatamente non attuata dal medesimo. In virtù di tale procedura l’operazione di collocazione della testa di saldatura avrebbe dovuto essere eseguita da due persone, laddove il Ca. aveva operato da solo, pur essendo a conoscenza del corretto modus operandi. La Corte avrebbe espresso al riguardo una motivazione meramente apparente, derivando l’inesistenza di un protocollo aziendale di intervento dal fatto che il Ca. aveva effettuato altre volte e senza che nessuno se ne accorgesse l’operazione di sollevamento del gruppo in violazione delle norme di sicurezza.
Peraltro, il ricorrente lamenta come il giudizio di attendibilità del Ca. sia stato espresso senza esplicitare il vaglio di credibilità, anche in relazione al fatto che la ricostruzione dell’accaduto offerta dall’infortunato non risulta riscontrata da altre deposizioni dibattimentali.
La Corte avrebbe poi omesso di motivare in ordine al fatto che il sistema di sollevamento a pistone impiantato successivamente all’infortunio non è correlato al rischio di schiacciamento bensì a quello derivante dalla movimentazione manuale del gruppo di teste di saldatura e sulla circostanza che l’ASL, intervenuta a seguito del sinistro, non impose alcuna modifica ai sistema di sollevamento, con ciò implicitamente confermando la validità dell’impiego di un’asta metallica quale misura di sicurezza.
3.2. Con un secondo motivo di ricorso il C. deduce la violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) c.p.p., per erronea applicazione delle norme relative agli oneri penalmente rilevanti del direttore di stabilimento e l’illogicità ed apparenza della motivazione. Ad avviso del ricorrente, la Corte territoriale avrebbe erroneamente attribuito al C. la qualità di R.s.p.p. e comunque non esplicitato la posizione di garanzia a questi attribuita, ricavando i doveri al medesimo imposti dalla legislazione prevenzionistica in via congetturale ed apparente; laddove i ruoli al medesimo facenti capo implicano che egli doveva limitarsi a garantire il corretto utilizzo delle macchine e avrebbe dovuto assumere ulteriori provvedimenti solo se altri, e segnatamente il R.s.p.p., avesse rilevato e comunicato un difetto di sicurezza. Egli, quindi, non può vedersi addebitato di aver permesso l’utilizzo della macchina senza la previa integrazione del D.V.R. con una specifica valutazione dei rischi (che non competeva al C.), stante la pregressa utilizzazione dell’apparecchiatura senza infortuni e la diffusa conoscenza delle corrette modalità di sostituzione delle teste di saldatura.
Inoltre la Corte non avrebbe motivato in ordine alla effettiva attribuibilità dell’evento al C. , non valendo come tale l’affermazione secondo cui si trattava di un “onere connaturato con le funzioni e le mansioni assegnategli”.
3.3. Con motivi aggiunti depositati l’11.4.2012 il ricorrente ha ribadito l’erroneità della motivazione della condanna, laddove definisce il concetto di comportamento abnorme del lavoratore, e deduce il travisamento della prova, perché la Corte di appello non si sarebbe pronunciata in ordine alle prove testimoniali rappresentate dalle deposizioni del M. e del B., senza peraltro spiegare perché esse sarebbero inattendibili o irrilevanti. L’esponente reitera la censura relativa all’errato inquadramento del ricorrente quale R.s.p.p. ed il rilievo secondo il quale non è all’imputato che può muoversi l’addebito per il mancato inserimento della macchina nel documento di valutazione dei rischi, non essendo il C. datore di lavoro.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è infondato e pertanto non merita accoglimento.
4.1. La prima doglianza del C. concerne il dedotto vizio motivazionale in ordine alle valutazioni probatorie circa l’inesistenza di una procedura aziendale di intervento sulla macchina HAMBA n. 17, imponente il concorso di due unità, un manutentore meccanico ed un manutentore elettricista. Si tratta quindi di un rilievo volto a contestare un presupposto di fatto, che si assume essere emerso da alcune deposizioni dibattimentali, dal quale muove la sentenza impugnata per pervenire all’affermazione di responsabilità.
Con riguardo a tale aspetto, il ricorso si risolve in una censura di fatto integrante questione insuscettibile di considerazione nel giudizio di cassazione. A fronte dei rilievi operati dal ricorrente, compito di questa Corte non è quello di ripetere l’esperienza conoscitiva del Giudice di merito, bensì quello di verificare se il ricorrente sia riuscito a dimostrare, in questa sede di legittimità, l’incompiutezza strutturale della motivazione della Corte di merito; incompiutezza che derivi dal non aver questa tenuto presente fatti decisivi, di rilievo dirompente dell’equilibrio della decisione impugnata.
In realtà, le deduzioni del ricorrente non risultano in sintonia con il senso dell’indirizzo interpretativo di questa Corte secondo cui (Cass. Sez. VI, n. 38698 del 26/09/2006, imp. ********* ed altri, Rv. 234989) la Corte di Cassazione deve circoscrivere il suo sindacato di legittimità, sul discorso giustificativo della decisione impugnata, alla verifica dell’assenza, in quest’ultima, di argomenti viziati da evidenti errori di applicazione delle regole della logica, o fondati su dati contrastanti con il senso della realtà degli appartenenti alla collettività, o connotati da vistose e insormontabili incongruenze tra loro, oppure inconciliabili, infine, con “atti del processo”, specificamente indicati dal ricorrente e che siano dotati autonomamente di forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto, determinando al suo interno radicali incompatibilità cosi da vanificare o da rendere manifestamente incongrua la motivazione. Ciò posto, se la denuncia del ricorrente va letta alla stregua dei contenuti concettuali dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), come modificato dalla L. n. 46 del 2006, occorre allora tener conto che: 1) la legge citata non ha normativamente riconosciuto il travisamento del fatto, anzi lo ha escluso, dovendosi semmai parlare di “travisamento della prova”. Esso, nel rinnovato indirizzo interpretativo di questa Corte, ha un duplice contenuto, con riguardo a motivazione del Giudice di merito difettosa per commissione oppure per omissione, a seconda che si sia incorsi nell’utilizzazione di un’informazione inesistente, ovvero in una omissione decisiva della valutazione di una prova (Sez. II, n. 13994 del 23/03/2006, Rv. 233460, P.M. in proc. Napoli). In sostanza, la riforma della L. n. 46 del 2006, ha introdotto un onere rafforzato di specificità per il ricorrente in punto di denuncia del vizio di motivazione. Infatti, il nuovo testo dell’art. 606, comma 1, lett. e) – nel far riferimento ad atti del processo che devono essere dal ricorrente “specificamente indicati” – detta una previsione aggiuntiva ed ulteriore rispetto a quella contenuta nell’art. 581 lett. c) (secondo cui i motivi di impugnazione devono contenere “l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”). Con la conseguenza che sussiste a carico del ricorrente – accanto all’onere di formulare motivi di impugnazione specifici e conformi alla previsione dell’art. 581 cit. – anche un peculiare onere di inequivoca “individuazione” e di specifica “rappresentazione” degli atti processuali ritenuti rilevanti in relazione alla doglianza dedotta, onere da assolvere nelle forme di volta in volta più adeguate alla natura degli atti stessi, e cioè integrale esposizione e riproduzione nel testo del ricorso, allegazione in copia, precisa identificazione della collocazione dell’atto nel fascicolo del giudice et similia (cfr. Cass. Sez. I, n. 20370 del 20/04/2006, Rv. 233778, imp. ********* ed altri).
In forza di tale principio (cosiddetta autosufficienza del ricorso) si impone, inoltre, che in ricorso vengano puntualmente ed adeguatamente illustrate le risultanze processuali considerate rilevanti e che dalla stessa esposizione del ricorso emerga effettivamente una manifesta illogicità del provvedimento, pena altrimenti l’impossibilità, per la Corte di Cassazione, di procedere all’esame diretto degli atti (in tal senso, “ex plurimis”, Cass. sez. I, n. 16223 del 02/05/2006, ************, Rv. 233781): manifesta illogicità motivazionale assolutamente insussistente nel caso in esame, se si tiene conto delle argomentate risposte fornite dalle integrative pronunce di primo e secondo grado alle questioni prospettate dalla difesa dell’imputato. Ma v’è di più, posto che, sempre con riferimento alla portata delle innovazioni della L. n. 46 del 2006, relativamente allo specifico caso di ricorso per cassazione di cui all’art. 606 c.p.p., lett. e), non è sufficiente: a) che gli atti del processo evocati con il ricorso siano semplicemente “contrastanti” con particolari accertamenti e/o vantazioni del giudicante, o con la sua ricostruzione complessiva (e finale) dei fatti e delle responsabilità; b) né che tali atti possano essere astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di quella fatta propria dal giudicante. Occorre invece che gli “atti del processo”, presi in considerazione per sostenere l’esistenza di un vizio della motivazione, siano “decisivi”, ossia autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione. In definitiva: la nuova formulazione dell’art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p., introdotta dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, art. 8, nella parte in cui consente la deduzione, in sede di legittimità, del vizio di motivazione sulla base, oltre che del “testo del provvedimento impugnato”, anche di “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame”, non ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane pur sempre un giudizio di legittimità, per cui gli atti in questione non possono che essere quelli concernenti fatti decisivi che, se convenientemente valutati (non solo singolarmente, ma in relazione all’intero contesto probatorio), avrebbero potuto determinare una soluzione diversa da quella adottata, rimanendo comunque esclusa la possibilità che la verifica sulla correttezza e completezza della motivazione (cui deve limitarsi la corte di cassazione) possa essere confusa con una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito (Sez. II, n. 19584 del 05/05/2006, Rv. 233775, Capri ed altri).
4.2. Tenendo conto di tutti i principi testé ricordati, deve dunque concludersi che, nel caso di specie, le argomentazioni poste a base delle censure appena esaminate non valgono a scalfire la congruenza logica della struttura motivazionale impugnata.
La Corte di appello ha compiutamente esposto i dati di fatto dai quali ha dedotto l’inesistenza di un protocollo aziendale di intervento per la sostituzione delle teste di saldatura, tenendo ben presente la deposizione del teste M. (pg. 5). Ciò detto, occorre aggiungere che anche qualora fosse stato diversamente, si tratterebbe di un’omissione inidonea a disarticolare l’intero ragionamento condotto dalla Corte territoriale. Infatti, più che l’inesistenza di una procedura aziendale di intervento, il dato fattuale giustamente valorizzato dalla Corte è l’inesistenza di una previa valutazione dello specifico rischio connesso allo svolgimento delle operazioni di manutenzione sul gruppo di teste di saldatura della macchina ****** n. 17. Circostanza, questa, neppure discussa dal ricorrente. A fronte di ciò non assumerebbe valore equipollente l’esistenza di una semplice prassi operativa, appunto quella di svolgere le operazioni in coppia, la cui conformità legale non potrebbe certo dedursi dal fatto che in precedenza non si erano verificati incidenti. La valutazione del rischio è operazione complessa che consiste nell’analisi dei dati e nella loro valutazione, in funzione di una concomitante definizione delle misure da attuare per eliminare o, ove impossibile, ridurre il rischio individuato; essa sfocia peraltro in una compiuta formalizzazione (il DVR). Una prassi operativa è per definizione priva di ogni premessa analitica e valutativa, come di una veste formale; nasce dalla mera ripetizione dell’attività, in assenza di eventi di disconferma e in forza di una conferma legata ad un rapporto costi/benefici che non tiene conto necessariamente del valore prioritario della sicurezza e della salute dei lavoratori.
Ecco quindi confermato come il ricorrente, pur asserendo di volere contestare l’omessa o errata ricostruzione di risultanze della prova dimostrativa, in realtà ha piuttosto richiesto a questa Corte un intervento in sovrapposizione argomentativa rispetto alla decisione impugnata, e ciò ai fini di una lettura della prova alternativa rispetto a quella, congrua e logica, fornita dalla Corte di merito. Le allegazioni difensive non valgono dunque a disarticolare l’apparato argomentativo delle integrative pronunce di primo e secondo grado (trattasi di doppia conforme): è principio pacifico in giurisprudenza quello secondo cui, nel caso di doppia conforme, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione (in termini, “ex plurimis”, Cass. Sez. III, n. 4700 del 14/02/1994, Rv. 197497; conf. Cass. Sez. II, n. 11220 del 13/11/1997, Rv. 209145).
A fronte di ciò manifestano l’assenza di pregio tutte le altre censure, miranti a veder affermata l’inattendibilità del Ca. e l’idoneità prevenzionistica del sistema di sollevamento in uso.
In particolare, risulta insignificante che il sistema a pistone successivamente impiantato sia o meno volto a ridurre il rischio di schiacciamento degli arti dell’operatore piuttosto che quelli connessi alla movimentazione di carichi. Da un canto va registrata – come già fatto dalla Corte territoriale – la natura puramente assertiva e congetturale di tale affermazione difensiva; dall’altro va rilevato come la violazione dell’obbligo di valutazione del rischio non sia identificabile alla luce delle misure assunte successivamente al fatto, essendo – quella della previa valutazione del rischio – adempimento preliminare all’adozione delle misure necessarie e non altrimenti surrogabile. Per altro aspetto, correttamente il giudice di merito non ha attribuito valore dirimente al fatto che l’organo di vigilanza non impartì prescrizioni volte ad eliminare o ridurre il rischio di schiacciamento: l’individuazione della misura prevenzionistica da adottare può essere confermata o coadiuvata dalla determinazione dell’organo ispettivo (o di altra autorità pubblica competente), ma non può esaurirsi nel recepimento di questa. Lo esclude sia il fatto che la normativa antinfortunistica pone direttamente a carico dell’imprenditore l’obbligo di attuare le misure previste e di accertarsi della loro esistenza, sia la possibilità che ricorrano carenze delle attività ispettive, osservazioni superficiali, pareri sommariamente espressi (Sez. IV, n. 32128 del 06/05/2011, ***** ed altro, Rv. 251456).
4.3. Quanto al secondo motivo di ricorso, attinente alla motivazione in ordine alla posizione di garanzia assunta dal C. , e quindi ai doveri che questi può aver violato, è vero che la Corte, riferendosi all’imputato, utilizza in un passo (pg. 9) la locuzione “nella sua veste di qualificata di R.S.P.P.”; ma è parimenti vero che il complessivo sviluppo dell’argomentazione, sin dalle righe subito successive, manifestando chiaramente che quella locuzione è effetto di un refuso, avendo in ogni momento la Corte fatto riferimento al C. come direttore dello stabilimento. In tale veste egli assunse la posizione di garanzia che la normativa prevenzionistica identifica con la locuzione “datore di lavoro” (cfr. art. 2, lett. b) d.lgs. n. 626/1994 ed ora art. 2 lett. b) d.lgs. n. 81/2008), in capo al quale è posto, quale dovere non delegabile, l’obbligo di eseguire la valutazione dei rischi. Né siffatto adempimento né gli ulteriori imposti dalla normativa prevenzionistica sono condizionati da previe segnalazioni dei R.S.P.P. Se è possibile che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione risponda a titolo di colpa professionale, unitamente al datore di lavoro, degli eventi dannosi derivati dai suoi suggerimenti sbagliati o dalla mancata segnalazione di situazioni di rischio, dovuti ad imperizia, negligenza, inosservanza di leggi o discipline, che abbiano indotto il secondo ad omettere l’adozione di misure prevenzionali doverose (Cass. sez. IV, n. 2814 del 21/12/2010, *********, Rv. 249626), è pur vero che la responsabilità penale del datore di lavoro non è esclusa per il solo fatto che sia stato designato il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, che non è titolare di alcuna posizione di garanzia rispetto all’osservanza della normativa antinfortunistica e che agisce come semplice ausiliario del datore di lavoro, il quale rimane direttamente obbligato ad assumere le necessarie iniziative idonee a neutralizzare le situazioni di rischio (Cass. sez. IV, n. 32357 del 12/08/2010 ****** ed altro, Rv. 247996).
4.4. Consegue al rigetto del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Affidamento senza gara: rischiano l’abuso d’ufficio il Sindaco e l’assessore di un Comune (Cass. pen. n. 26625/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza in epigrafe il GUP del Tribunale di Frosinone – decidendo quale giudice del rinvio a seguito dell’annullamento pronunciato, per ragioni processuali (omessa comunicazione alla parte civile del decreto di rinvio a giudizio e del decreto di fissazione dell’udienza preliminare) da Cass., sez. VI, 25.2.11, n. 8959, di una precedente sentenza di non luogo a procedere pronunciata in data 26.3.10 – ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti di B.V. e G.S. (imputati il primo nella qualità di sindaco, il secondo nella qualità di assessore del Comune di Fiuggi) in ordine al reato ascritto (abuso di ufficio) perchè il fatto non sussiste.

L’ipotesi accusatoria contestava che gli odierni imputati, dopo aver partecipato in data 11.4.08 a una riunione del consiglio di amministrazione della Fiuggi Turismo Convention & Visitor Bureau s.c.r.l., nella quale avevano suggerito di richiedere al Comune l’affidamento gratuito a detta società della gestione dell’area dell’ex campo sportivo (su cui insite una tensostruttura appartenente, a far data dal 10.7.08, a Fiuggi Convention Space s.r.l.), nella riunione della giunta comunale in data 1.7.08, abusando del proprio ufficio – e il G. violando inoltre uno specifico dovere di astensione (derivante, per quanto si dirà appresso, dall’essere il fratello del G. amministratore di una società socia della Fiuggi Convention Space s.r.l.) – sottacendo all’assemblea l’esistenza di una richiesta di affidamento dell’area presentata da Studio 80 s.a.s (o, in subordine, di svolgimento di una gara pubblica sull’affidamento), partecipavano alla deliberazione con la quale l’area era affidata alla Fiuggi Turismo Convention & Visitor Bureau s.c.r.l., che seguendo l’impulso degli imputati ne aveva fatto richiesta. Quest’ultima società aveva poi immediatamente stipulato,in data 21.10.08, un contratto di noleggio a titolo oneroso con Fiuggi Convention Space s.r.l. avente ad oggetto la citata tensostruttura, con effetto retroattivo a far data dal 1.7.08, cioè dal giorno della adozione della deliberazione della giunta comunale (dal che il conflitto di interessi dell’imputato G.).

2. Avverso la pronunzia ricorrono il Procuratore ******** presso la Corte di appello di Roma e G.G., in proprio e quale rappresentante legale di Studio 80 s.a.s..

2.1. Il Pubblico Ministero contesta violazione di legge (in riferimento all’art. 323 c.p. e art. 425 c.p.p., comma 3) nonchè illogicità e insufficienza della motivazione per avere il GUP fondato il proprio convincimento su tre assunti non condivisibili:

l’insussistenza dell’elemento oggettivo del reato di abuso di ufficio in capo a B.V. (sull’erroneo assunto che allo stesso sarebbe contestata la mera inosservanza di norme e principi di carattere generale, quali il dovere di buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa, essendo invece contestata la violazione di uno preciso dovere legale, oltre al concorso con G. S., responsabile della violazione del dovere di astensione);

l’insussistenza di un profitto per i soggetti beneficiati, attesa la natura giuridica degli stessi (essendo il soggetto beneficiario della deliberazione comunale, la Fiuggi Turismo Convention & Visitor Bureau, partecipato da soci istituzionali e non avendo finalità di lucro, ed essendo la Fiuggi Convention Space s.r.l. partecipata da ben 34 realtà imprenditoriali locali, così testimoniando natura di public company), rilevando invece come l’affidamento gratuito dell’area aveva determinato un indubbio vantaggio economico alla società beneficiaria ed anche all’altra, proprietaria della tensostruttura data a noleggio alla prima a titolo oneroso;

l’insussistenza dell’elemento soggettivo, avendo gli imputati agito nel perseguimento del pubblico interesse (argomento smentito da quanto appena esposto); l’insussistenza di un danno subito dal Comune, assunto smentito dal profitto conseguito, a seguito dell’operazione, da società private.

2.2. Nel suo ricorso G.G., in proprio e nella citata qualità, espone due motivi. Il primo sulla violazione di legge (in riferimento all’art. 425 c.p.p., comma 3) nonchè insufficienza della motivazione per essere il GUP pervenuto a una valutazione di innocenza degli imputati, sorpassando lo spazio delibativo stabilito dal citato art. 425 c.p.p., comma 3; e per non avere inoltre fondato il proprio convincimento su elementi probatori effettivamente presenti in atti.

Nel secondo motivo si contestano violazione di legge (in riferimento all’art. 323 c.p.) nonchè illogicità e contraddittorietà della motivazione per non avere il giudice ravvisato, nella fattispecie, nè la sussistente violazione di precisi obblighi di legge sulla imparzialità dell’azione amministrativa (che impongono, in casi come quello in esame, l’adozione di procedure di evidenza pubblica nel caso non verificatasi) e nemmeno un dovere di astensione degli imputati dalla deliberazione comunale, per il loro pregresso coinvolgimento della vicenda, oltre che l’intenzionalità della condotta, invece rimarcata dall’avere detti soggetti ricevuto diffida dalla società ricorrente affinchè si procedesse a gara pubblica sulle istanze presentate all’attenzione dell’ente comunale.

In data 8.6.12 gli imputati hanno depositato memoria difensiva e di replica agli esposti ricorsi, eccependo tra l’altro la tardività del ricorso presentato dal Pubblico Ministero (essendo stata pronunciata la sentenza in data 21.9.11, e depositata la motivazione in data 21.10.11, con conseguente scadenza del termine impugnatorio nel quindicesimo giorno successivo, il 5.11.11, mentre il ricorso è stato depositato soltanto in data 16.11.11) e l’inammissibilità (per manifesta infondatezza) del ricorso di G.G..

Quest’ultimo ha depositato, sempre in data 8.6.12, memoria ex art. 127 c.p.p. insistendo nel ricorso.

Motivi della decisione

1. Deve preliminarmente chiarirsi che il ricorso del Pubblico Ministero è stato tempestivamente proposto. Questa Corte ha certamente precisato che il termine di impugnazione della sentenza di non luogo a procedere, pronunciata all’esito dell’udienza preliminare, è quello di quindici giorni previsto dall’art. 585 c.p.p., comma 1, lett. a), per i provvedimenti emessi in seguito a procedimento in camera di consiglio e che il suddetto termine decorre dalla lettura in udienza della sentenza contestualmente motivata o dalla scadenza del termine legale di trenta giorni, in caso di motivazione differita e depositata entro tale termine; ma ha pure evidenziato che tale disciplina vale per le parti che siano state presenti nel processo (Cass. Sez. Un. 27.1.2011, n. 21039).

Nel caso di specie, il Procuratore ******** presso la Corte di appello di Roma, quale parte ovviamente non presente, poteva svolgere impugnazione a seguito di avviso di deposito della decisione. Dalla lettura del fascicolo non emerge, tuttavia, che tale avviso sia stato effettuato. Ne discende la tempestività dell’impugnazione.

2. Nel merito, i ricorsi presentati si mostrano fondati laddove denunciano che la decisione impugnata è viziata da plurimi errori giuridici.

In primo luogo, infatti, deve rilevarsi che nel caso di specie l’imputazione, piuttosto che contestare agli indagati l’inosservanza di norme costituzionali e di generali principi quali l’imparzialità e il buon andamento dell’azione pubblica, contesta sostanzialmente la violazione delle regole generali dell’evidenza pubblica. Queste regole – che in nome dell’interesse pubblico impongono la generale modalità di selezione dell’aggiudicatario secondo gara piuttosto che per scelta diretta dell’ente – costituiscono una importante concretizzazione di quei principi; ma non si risolvono in essi.

In secondo luogo la decisione, affermando che il perseguimento di un pubblico interesse escluderebbe la sussistenza del reato, male interpreta l’avviso di questa Corte secondo cui ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo nel delitto di abuso di ufficio di cui all’art. 323 c.p. è richiesto il dolo intenzionale, e cioè la rappresentazione e la volizione dell’evento di danno altrui o di vantaggio patrimoniale, proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente e obiettivo primario da costui perseguito; cosicchè, se l’evento tipico è una semplice conseguenza accessoria dell’operato dell’agente, diretto a perseguire, in via primaria, l’obiettivo di un interesse pubblico di preminente rilievo, riconosciuto dall’ordinamento e idoneo ad oscurare il concomitante favoritismo o danno per il privato, non è configurabile il dolo intenzionale e pertanto il reato non sussiste (Cass., sez. VI, 24.2.2004, n. 21091).

La fattispecie in esame, infatti, piuttosto che attagliarsi all’esposto principio, ne realizza la violazione. Ciò proprio perchè, piuttosto che affermato, l’interesse pubblico – nel caso espresso dalla procedura di evidenza pubblica – risulta niente affatto perseguito, e anzi violato (nè la tensione verso più generali obbiettivi quali il rilancio del turismo potrebbero mai giustificare la violazione delle procedure legali stabilite per l’azione amministrativa).

Infine, giova rammentare la giurisprudenza di questa Corte, già illustrata nella sentenza di rinvio nei seguenti termini: “la giurisprudenza di legittimità si è ormai consolidata sul principio, qui ampiamente condiviso, a mente del quale il reato di abuso di ufficio finalizzato ad arrecare ad altri un danno ingiusto ha natura plurioffensiva, in quanto idoneo a ledere, oltre all’interesse pubblico al buon andamento e alla trasparenza della pubblica amministrazione, il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei suoi diritti dal comportamento illegittimo e ingiusto del pubblico ufficiale, con la conseguenza che il privato danneggiato riveste la qualità di persona offesa dal reato, ed è legittimato ad interloquire nel relativo giudizio (ex multis Cass. Sez. VI, 10/4 – 30/4/2008 n. 17642 Rv. 239648; 14/11 – 12/12/06 n. 40694 Rv. 235552; 22/3 – 14/6/06 n. 20399 Rv. 234728)”.

Nel caso in esame, come già in detta sentenza si rileva, si contesta agli imputati non soltanto il fine perseguito di procurare un ingiusto danno alla s.a.s. ricorrente, danno irragionevolmente escluso nella sentenza impugnata sull’argomento della natura meramente indiretta dello stesso, e invece ampiamente argomentato nel ricorso con riguardo al vantaggio competitivo maturato dal consorzio a seguito dell’assegnazione diretta dell’area a titolo gratuito.

3. L’impugnata sentenza va dunque annullata con rinvio al Tribunale di Frosinone per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Frosinone per nuovo giudizio.

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False fatturazioni: condannato il commercialista “istigatore di operazioni fittizie” (Cass. pen. n. 25754/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 19 settembre 2011, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Alessandria ha applicato la pena concordata con il Pm, nella misura di anni due di reclusione convertita in anni quattro di libertà controllata, a T. F., imputato, nella qualità di tenutario delle scritture contabili di diverse società, in concorso con altri soggetti, per una serie di reati tributari (art. 81 cpv c.p., D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2, 8 e 9), fatti accertati in (omissis).

2. L’imputato, tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione per l’annullamento della sentenza emessa ex art. 444 c.p.p., per i seguenti motivi: a) violazione di legge non avendo il giudice pronunciato sentenza di proscioglimento ex art. 129 c.p.p., e violazione di legge per contraddittorietà processuale della motivazione, dovendosi tenere contro delle valutazioni espresse dal giudice nella sentenza di proscioglimento dei coimputati C. e P., emessa lo stesso giorno all’esito dell’udienza preliminare, atteso che le stesse ragioni avrebbero dovuto condurre ad una decisione assolutoria anche per il T.; b) Mancanza ed illogicità della motivazione e violazione di legge anche in riferimento al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 9 atteso che se il T. era stato riconosciuto colpevole per il concorso nella emissione delle fatture per operazioni inesistenti, non poteva essere riconosciuto responsabile anche per il concorso nell’utilizzazione delle stesse, giusta costante giurisprudenza; c) Violazione di legge in riferimento all’art. 81 cpv. c.p., avendo il giudice applicato per la continuazione una pena superiore al limite del triplo di quella prevista per il reato più grave relativo al capo 2), la cui pena edittale minima è di 4 mesi di reclusione (art. 8).

3. In data 16 febbraio 2012 il difensore ha depositato memoria con la quale vengono ribadite sia la assenza di prova in ordine alle illiceità delle fatture utilizzate dal C., che ha condotto al proscioglimento dello stesso, sia la violazione di legge in relazione alla dosimetria sanzionatoria.

Motivi della decisione

1. Osserva la Corte che il ricorso risulta manifestamente infondato.

E’ principio pacifico in giurisprudenza (per tutte, Sez. III, n. 1693 del 1/6/2000, Rv. 216583) che nel giudizio definito ai sensi dell’art. 444 c.p.p., è inammissibile, per genericità, l’impugnazione nella quale sia stata lamentata la mancata verifica o comunque l’omissione di motivazione in ordine alla sussistenza di cause di non punibilità, quando la censura non sia accompagnata dalla indicazione specifica della sussistenza in atti degli elementi che avrebbero dovuto imporre al giudice l’assoluzione o il proscioglimento ex art. 129 c.p.p..

Infatti, nell’ipotesi di impugnazione di una decisione assunta in conformità alla richiesta formulata dalla parte secondo lo schema procedimentale previsto dall’art. 444 c.p.p., l’esigenza di specificità delle censure deve ritenersi più pregnante rispetto ad ipotesi di diversa conclusione del giudizio, dato che la censura sui provvedimento che abbia accolto la richiesta dell’impugnante deve impegnarsi a demolire, prima di tutto, proprio quanto richiesto dalla stessa parte (Sez. Unite, n. 11493 del 24/6/1998, Rv. 211468).

2. Orbene, il ricorrente non ha indicato specificamente le risultanze delle indagini preliminari dalle quali emergerebbe l’assoluta inidoneità degli elementi di accusa a suo carico e la sussistenza, invece, di elementi dimostrativi dell’estraneità dell’imputato ai fatti contestati, ma si è limitato a riproporre una diversa lettura del quadro probatorio, sollecitando una valutazione di merito, inammissibile nella presente sede di legittimità, giudizio che peraltro dovrebbe addirittura tenere conto dell’esito del diverso procedimento penale nei confronti di uno dei coimputati, celebrato con rito abbreviato, condizionato all’audizione di testimoni.

3. Del pari manifestamente infondato risulta essere il terzo motivo di ricorso, atteso che dalla parte motiva dell’impugnata decisione si evince con chiarezza che il patteggiamento è stato concordato quale continuazione con fatti già giudicati in altra sentenza, nella quantificazione di tale continuazione in un anno di reclusione, per un totale di pena di due anni, convertita in quattro anni di libertà controllata.

4. Per quanto attiene invece al secondo motivo, diversamente da quanto rilevato dal Procuratore generale di questa Corte, si deve evidenziare che la giurisprudenza ha precisato, sin dal primo momento, che in tema di emissione di fatture per operazioni inesistenti, il regime derogatorio previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 9, esclude la possibilità di concorso reciproco fra i reati previsti dagli artt. 2 (dichiarazione fraudolenta mediante utilizzazione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti) e 8 (emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti), senza però introdurre per questa seconda ipotesi delittuosa alcuna deroga ai principi generali in tema di concorso di persone nel reato fissati dall’art. 110 c.p. (così Sez. 3, n. 28341 dell’1/6/2001, dep. 12/7/2001, Torturo, Rv. 219679, che, in applicazione di tale principio, ha ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva configurato il concorso ex art. 110 c.p. tra il commercialista e l’emittente delle fatture). Infatti tale disposizione ha per scopo di evitare la doppia criminalizzazione di un medesimo comportamento illecito, non già di esonerare il professionista “istigatore di una serie di operazioni fittizie”.

D’altra parte, la tesi sostenuta dal ricorrente potrebbe assumere dignità solo laddove le fatture indicate nei capi di imputazione quali oggetto dell’emissione, corrispondessero con quelle indicate, invece, nei capi di imputazione laddove il T. si vede contestato il concorso nella utilizzazione di una serie di fatture.

Ma così non risulta, come evidenziabile a seguito di un semplice esame dei capi di imputazione. Peraltro sarebbe stato onere del ricorrente indicare specificamente – ed al giudice di merito prima che al giudice di legittimità – quali fatture per operazioni inesistenti gli fossero state addebitate in due distinte imputazioni, sia in concorso con la società emittente, sia in concorso con la società o le società utilizzatrici.

L’assoluta genericità della censura ne conferma pertanto la sua manifesta infondatezza, per cui il presente ricorso va dichiarato, in conclusione, inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ex art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del giudizio e della somma di Euro mille e cinquecento in favore dalla Cassa delle ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di millecinquecento Euro in favore della Cassa delle Ammende.

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Part-time incompatibile con la toga (Corte Costituzionale Sent. 27 giugno 2012 n. 166)

Redazione

SENTENZA N. 166

ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: ****************; Giudici : ************, **************, *****************, **************, ****************, **********************, **************, ********************, ************, ****************, ***********, **************, Sergio MATTARELLA, *********************,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato), promossi dalla Corte di cassazione con ordinanze del 6 e del 22 dicembre 2010, iscritte ai nn. 55 e 56 del registro ordinanze 2011 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 15, prima serie speciale, dell’anno 2011.

Visti gli atti di costituzione di P. M., di F. F. ed altra e di T. D., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 22 maggio 2012 e nella camera di consiglio del 23 maggio 2012 il Giudice relatore **************;

uditi gli avvocati **************** per se medesimo, ************************** per T. D., ************* per F. F. ed altra e l’avvocato dello Stato ************ per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– La Corte di cassazione, sezioni unite civili, con due ordinanze di identico contenuto del 6 dicembre 2010, iscritte ai nn. 55 e 56 del registro ordinanze 2011, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, sia in relazione agli articoli 3, 4, 35 e 41 della Costituzione, sia in riferimento al parametro della ragionevolezza intrinseca di cui all’art. 3, secondo comma, Cost., degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato).

L’art. 1 dispone che le norme contenute nell’art. 1, commi 56, 56-bis e 57, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica) non si applicano all’iscrizione agli albi degli avvocati, per i quali «restano fermi i limiti e i divieti di cui al regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578». Il successivo art. 2 impone agli avvocati dipendenti pubblici a tempo parziale che hanno ottenuto l’iscrizione sulla base della normativa del 1996 di scegliere, nel termine di tre anni, fra il mantenimento del rapporto di pubblico impiego, che in questo caso ritorna ad essere a tempo pieno (comma 2), ovvero il mantenimento dell’iscrizione all’albo degli avvocati, con contestuale cessazione del rapporto di pubblico impiego (comma 3). In questo se­condo caso l’ormai ex dipendente conserva per cinque anni il diritto alla riammissione (comma 4). L’art. 2, comma 1, inoltre, dispone che, in caso di mancato esercizio dell’opzione tra libera professione e pubblico impiego, i consigli dell’ordine territoriali provvedano d’ufficio alla cancellazione.

1.1.– Riferisce la Corte rimettente che i ricorrenti, tutti pubblici dipendenti a tempo parziale, erano stati iscritti nell’albo degli avvocati in virtù della disposizione di cui all’art. 1, comma 56, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, che consentiva tale doppia attività; che a seguito dell’entrata in vigore della legge 25 novembre 2003, n. 339, di modifica della precedente, essi avevano manifestato la loro intenzione di continuare a mantenere il rapporto di pubblico impiego, esercitando nel contempo anche la professione di avvocato; che i consigli dell’ordine territoriali, ritenendo la sussistenza della incompatibilità, ne avevano ordinato la cancellazione dai rispettivi albi, con decisioni poi impugnate con esito negativo davanti al Consiglio nazionale forense; che avverso le separate pronunce di questo i soccombenti avevano proposto singoli ricorsi per cassazione affidati a numerosi motivi.

Secondo il giudice a quo, la disposizione riguarda senza dubbio la situazione di coloro i quali, come gli attuali ricorrenti, avevano ottenuto l’iscrizione all’albo degli avvocati successivamente alla data di entrata in vigore della legge 23 dicembre 1996, n. 662, passata indenne al vaglio della Corte costituzionale (sentenza n. 189 del 2001), e risultavano ancora iscritti.

A giudizio della Corte rimettente, il dato normativo non autorizza una interpretazione diversa da quella imposta dal testo con una formula sufficientemente chiara, cui si erano uniformate le decisioni impugnate. Donde la rilevanza delle questioni.

1.2.– Ritenuta la manifesta infondatezza delle questioni concernenti l’asserita violazione della normativa comunitaria con riferimento, in particolare, ai princìpi di eguaglianza, libera prestazione di servizi, tutela della concorrenza, diritti quesiti e ragionevolezza, la Corte di cassazione si sofferma sul denunciato contrasto delle disposizioni in esame con i parametri di cui agli artt. 3, 4, 35 e 41 Cost.

In particolare, la Corte rimettente sospetta che sia stato violato il legittimo affidamento riposto dai soggetti che già si trovavano nello stato di avvocati e dipendenti pubblici part-time nella possibilità di proseguire nel tempo nel mantenimento di tale duplice stato.

La lesione prospettata sarebbe resa evidente dalla vanificazione della scelta compiuta dai predetti soggetti sulla base di una precisa previsione normativa (a suo tempo ritenuta legittima dalla Corte costituzionale), frutto di un indirizzo legislativo di riforma chiaramente e logicamente di lungo termine. Donde gli effetti pregiudizievoli per chi, come loro, aveva fatto sicuro e giustificato affidamento di mantenere nel tempo la nuova situazione lavorativa; effettuato investimenti per iniziare la nuova attività professionale; modificato il proprio stile di vita; sacrificato possibili miglioramenti nella carriera di pubblico dipendente.

In questa prospettiva, la deroga temporale prevista dall’art. 2 della legge n. 339 del 2003 in ordine all’efficacia del regime di incompatibilità (con la concessione di un termine di tre anni per esercitare l’opzione imposta tra pubblico impiego ed esercizio della professione forense e con la possibilità, nel secondo caso, di riammissione in servizio nei successivi cinque anni), sarebbe, in sé, insufficiente, atteso che la tutela dei pubblici dipendenti iscritti all’albo degli avvocati sarebbe circoscritta ad un limitato periodo, decorso il quale sarebbe destinato a riespandersi il divieto già rimosso da una precedente legge.

1.3.– Nel giudizio iscritto al n. 55 del 2011 si sono costituti gli avvocati M. P., F. F. e L. C., nonché D. T., con atti depositati rispettivamente l’11, il 19 ed il 21 aprile 2011.

1.3.1.– Gli avvocati M. P. e D. T. chiedono in via principale che la Corte costituzionale rigetti le questioni di legittimità prospettate dal giudice rimettente, in quanto manifestamente infondate per l’erroneità del presupposto interpretativo di partenza. A loro avviso, infatti, secondo una interpretazione costituzionalmente orientata da preferire a quella adottata nell’ordinanza di rimessione, la legge n. 339 del 2003 non sancisce alcuna incompatibilità all’esercizio della professione forense per i dipendenti pubblici con rapporto di lavoro a part-time ridotto (non superiore al 50% dell’orario ordinario di lavoro) che vennero iscritti negli albi forensi ex art. 1, commi 56 e seguenti, della legge n. 662 del 1996, ma introduce solamente, per il periodo successivo alla sua entrata in vigore, un divieto d’iscrizione nei predetti albi per ulteriori dipendenti pubblici a tempo parziale come sopra ridotto.

In via gradata, le suddette parti private eccepiscono l’inammissibilità delle questioni prospettate dal rimettente per mancanza di rilevanza. Ciò, in quanto il giudice a quo non avrebbe preventivamente verificato la praticabilità di una ulteriore interpretazione del quadro normativo e, segnatamente, non avrebbe riconosciuto l’operatività nei loro riguardi dell’art. 14-bis della legge 4 febbraio 2005, n. 11 (Norme generali sulla partecipazione dell’Italia al processo normativo dell’Unione europea e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari). Alla stregua di tale disposizione, istitutiva di un divieto di discriminazione cosiddetta “al contrario”, l’avvocato “stabilito” e l’avvocato “integrato” non potrebbero essere dipendenti, titolari d’impiego o ufficio retribuito con stipendio sul bilancio dello Stato italiano, delle Province italiane, dei Comuni italiani, delle istituzioni pubbliche di beneficenza italiane, della Banca d’Italia, nemmeno part-time, perché tenuti a rispettare l’art. 3 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), ma potrebbero essere dipendenti di corrispondenti istituzioni pubbliche nello Stato membro di acquisizione della qualifica professionale di avvocato. Tale discriminazione “alla rovescia” in tema di incompatibilità non sarebbe più consentita nei confronti degli avvocati italiani e imporrebbe che “non trovi applicazione” la disposizione della legge n. 339 del 2003, in base alla quale i ricorrenti nel giudizio principale erano stati cancellati dall’albo.

In ulteriore subordine, secondo i succitati ricorrenti nel giudizio a quo, la Corte costituzionale dovrebbe dichiarare illegittime le disposizioni di legge in esame in riferimento a tutti i parametri di costituzionalità prospettati dal giudice rimettente. Difatti, gli artt. 3, 4, 35 e 41 Cost. impedirebbero al legislatore di reintrodurre una incompatibilità per i “vecchi avvocati part-time”, travolgendo il loro sedimentato affidamento in quel ragionevole e coerente sistema prefigurato dal regime previgente.

1.3.2.– Anche gli avvocati F. F. e L. C. hanno insistito per la declaratoria d’illegittimità costituzionale della disposizione di legge in esame per contrasto con gli artt. 3, 4, 35 e 41 Cost., sulla base di considerazioni largamente coincidenti con quelle sopra richiamate.

1.4.– Con atti depositati il 26 aprile 2010 è intervenuto in entrambi i giudizi il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, instando per la dichiarazione di inammissibilità e/o infondatezza delle questioni in esame.

1.4.1.– Quanto ai parametri tratti dagli artt. 4, 35 e 41 Cost., rileva preliminarmente la difesa dello Stato il difetto di motivazione delle ragioni per le quali le norme censurate sarebbero contrarie alla Costituzione in riferimento ad essi. Osserva, inoltre, che, in caso di ritenuta ammissibilità delle suddette questioni, l’enunciazione della relativa non fondatezza sarebbe già ricavabile dalla sentenza n. 390 del 2006.

1.4.2.– La difesa dello Stato premette che la scelta di escludere la professione forense dal novero di quelle accessibili ai dipendenti part-time rientra nella discrezionalità del legislatore di conformare secondo certe modalità lo svolgimento del rapporto di pubblico impiego. Scelta già ritenuta dalla Corte costituzionale non manifestamente irragionevole (sentenza n. 390 del 2006).

Secondo l’Avvocatura generale dello Stato, inoltre, la disposizione censurata sarebbe conforme alla Costituzione anche in relazione al principio della tutela dell’affidamento. Difatti, il legislatore, mediante la disciplina transitoria dettata dall’art. 2 della legge n. 339 del 2003, avrebbe dato effettiva considerazione alla posizione differenziata di coloro che avevano scelto la professione forense sulla base della legge n. 662 del 1996, concedendo loro una duplice opzione entro un termine sufficientemente ampio al fine di ovviare agli effetti pregiudizievoli della norma indicati dall’ordinanza di rimessione.

1.5.– Con memorie depositate in prossimità dell’udienza le difese dei ricorrenti nel giudizio a quo hanno ribadito e ulteriormente sviluppato le argomentazioni già svolte negli atti di costituzione a sostegno delle conclusioni ivi rassegnate.

Considerato in diritto

1.– Con due ordinanze di identico contenuto, la Corte di cassazione, sezioni unite civili, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale, sia in relazione agli articoli 3, 4, 35 e 41 della Costituzione, sia in riferimento al parametro della ragionevolezza intrinseca di cui all’articolo 3, secondo comma, Cost., degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato).

2.– I due giudizi, di identico oggetto, possono essere riuniti e decisi con unica sentenza.

3.– L’art. 1 della legge censurata prevede che «Le disposizioni di cui all’articolo 1, commi 56, 56-bis e 57, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, non si applicano all’iscrizione agli albi degli avvocati, per i quali restano fermi i limiti e i divieti di cui al regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, e successive modificazioni».

In particolare, l’art. 1 della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica) recita al comma 56: «Le disposizioni di cui all’articolo 58, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni ed integrazioni [Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi per i dipendenti pubblici], nonché le disposizioni di legge e di regolamento che vietano l’iscrizione in albi professionali non si applicano ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo parziale, con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno». E prosegue al comma 56-bis: «Sono abrogate le disposizioni che vietano l’iscrizione ad albi e l’esercizio di attività professionali per i soggetti di cui al comma 56. Restano ferme le altre disposizioni in materia di requisiti per l’iscrizione ad albi professionali e per l’esercizio delle relative attività. Ai dipendenti pubblici iscritti ad albi professionali e che esercitino attività professionale non possono essere conferiti incarichi professionali dalle amministrazioni pubbliche; gli stessi dipendenti non possono assumere il patrocinio in controversie nelle quali sia parte una pubblica amministrazione».

Ciò significa che la legge censurata – diversamente da quanto precedentemente previsto dall’art. 1, commi 56 e 56-bis, della legge n. 662 del 1996 – non consente più l’esercizio della professione forense ai dipendenti pubblici part-time con orario fino al 50% di quello a tempo pieno. Per coloro i quali, già pubblici dipendenti (part-time), avevano ottenuto l’iscrizione dopo la data di entrata in vigore della legge n. 662 del 1996, l’art. 2 della legge censurata pone la seguente disciplina transitoria: a) opzione per il mantenimento del rapporto d’impiego, da comunicare al consiglio dell’ordine d’iscrizione entro trentasei mesi, pena la cancellazione dall’albo, con diritto alla reintegrazione nel rapporto di lavoro a tempo pieno; b) opzione, entro lo stesso termine, per la cessazione del rapporto d’impiego e conseguente mantenimento dell’iscrizione all’albo degli avvocati, salva la conservazione per un ulteriore quinquennio del diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno entro tre mesi dalla richiesta.

La Corte rimettente denuncia il vulnus a suo dire inferto dalla legge censurata al legittimo affidamento, riposto dai soggetti che già si trovavano nello stato di avvocati part-time, nella possibilità di proseguire nel tempo nel mantenimento di detto stato, sospettando che l’assetto degli interessi in questione sia stato realizzato dalla normativa in esame sacrificando situazioni soggettive ormai consumatesi. In tal modo, l’affidamento fondato sulla situazione normativa preesistente sarebbe stato a suo avviso arbitrariamente frustrato, con violazione del principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., nonché, in ragione degli interessi nella specie coinvolti, degli artt. 4, 35 e 41 Cost., relativi alle garanzie del lavoro e della libertà d’iniziativa economica.

4.– Va, innanzitutto, sgomberato il campo dai profili preliminari d’inammissibilità o infondatezza delle questioni prospettati dalle difese dello Stato e delle parti private.

4.1.– L’Avvocatura generale dello Stato ha eccepito l’inammissibilità delle questioni sollevate in relazione agli artt. 4, 35 e 41 Cost. per difetto di motivazione, in punto di non manifesta infondatezza.

Il rilievo, tuttavia, non è esatto, perché una motivazione, ancorché stringata, può esservi nondimeno rinvenuta.

A ben vedere, inoltre, nel ragionamento della Corte rimettente i suddetti parametri servono più che altro ad evocare il sostrato degli interessi costituzionalmente protetti coinvolti dalla denunciata lesione – per asserita irragionevolezza ex art. 3 Cost. dell’intervento di modifica legislativa in oggetto – del legittimo affidamento suscitato nei ricorrenti nel giudizio a quo dalla situazione normativa preesistente.

Pertanto, anche alla luce di una considerazione sostanzialmente integrata dei vizi denunciati dalla Corte rimettente, l’eccezione d’inammissibilità dev’essere disattesa.

4.2.– Alcune delle parti private sostengono, in limine, che la Corte rimettente avrebbe dovuto decidere il ricorso senza fare applicazione dell’art. 2 della legge n. 339 del 2003. Rilevano, infatti, che, diversamente dagli avvocati italiani, i legali “stabiliti” e “integrati”, pur non potendo lavorare in Italia, neppure part-time, alle dipendenze ovvero in veste di titolari d’impiego o ufficio retribuito a carico del bilancio dello Stato italiano (come pure delle Province italiane, dei Comuni italiani, delle istituzioni pubbliche di beneficenza italiane o della Banca d’Italia), perché tenuti a rispettare l’art. 3 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578 (Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore), potrebbero, nondimeno, rimanere dipendenti delle corrispondenti istituzioni pubbliche dello Stato membro di acquisizione della qualifica professionale. Si verificherebbe, in tal modo, una discriminazione “al contrario” in tema d’incompatibilità. Discriminazione che, ai sensi dell’art. 14-bis della legge 4 febbraio 2005, n. 11 (Norme generali sulla partecipazione dell’Italia al processo normativo dell’Unione europea e sulle procedure di esecuzione degli obblighi comunitari), non sarebbe più ammessa nei confronti degli avvocati italiani (in tal senso, appunto, “alla rovescia”), sì da imporre l’inapplicabilità della disposizione della legge n. 339 del 2003 in base alla quale tutti i ricorrenti nel giudizio a quo erano stati cancellati dall’albo. Donde l’inammissibilità delle proposte questioni per difetto di rilevanza della norma sospettata d’illegittimità ai fini della definizione del giudizio principale.

L’eccezione dev’essere rigettata.

Difatti, secondo quanto ritenuto da questa Corte (sentenza n. 390 del 2006), la normativa nazionale di recepimento della direttiva intesa ad agevolare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello di acquisizione della qualifica professionale prevede espressamente che tutte le norme sulle incompatibilità si applicano anche all’avvocato “stabilito” o “integrato”, ivi comprese, riguardo ai contratti di lavoro con enti corrispondenti nello Stato di origine, le eccezioni di cui all’art. 3, quarto comma, del r.d.l. n. 1578 del 1933 (art. 5, comma 2, del d.lgs. 2 febbraio 2001, n. 96, recante «Attuazione della direttiva 98/5/CE volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica professionale»).

Ciò non potrebbe essere altrimenti, atteso che la disciplina delle incompatibilità in tema di ordinamento professionale forense (art. 3 del r.d.l. n. 1578 del 1933) – secondo il diritto vivente che ne risulta dalla giurisprudenza di legittimità – dev’essere interpretata con estremo rigore, in coerenza con la ratio di garantire l’autonomo e indipendente svolgimento del mandato professionale. Sicché, ai fini dell’incompatibilità tra la professione di avvocato ed ogni impiego retribuito, non rilevano la natura subordinata o autonoma del rapporto di lavoro, bensì la sua relativa stabilità e, quando non si tratti di prestazioni di carattere scientifico o letterario, la sua remunerazione in misura predeterminata, in ragione della continuità del rapporto professionale (Corte di cassazione, sezioni unite civili, 24 giugno 2009, n. 14810).

D’altro canto, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha desunto, altresì, dall’art. 8 della direttiva 16 febbraio 1998, 98/5/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica) che lo Stato membro ospitante possa imporre agli avvocati ivi iscritti, che siano impiegati (vuoi a tempo pieno, vuoi a tempo parziale) presso un altro avvocato, un’associazione o società di avvocati oppure un’impresa pubblica o privata, talune restrizioni all’esercizio concomitante della professione forense e di detto impiego. E per “impresa pubblica” – secondo la sua consolidata giurisprudenza – deve intendersi ogni ente integrato nell’amministrazione pubblica esercente attività di carattere economico e non rientrante nell’esercizio di prerogative dei pubblici poteri. Fermo restando che il diritto dell’Unione, invece, non vale per gli impieghi che comportino una partecipazione all’esercizio di pubblici poteri e presuppongano, quindi, l’esistenza di un particolare rapporto con lo Stato. Muovendo da tali premesse, la Corte di Lussemburgo è giunta alla conclusione che la legge n. 339 del 2003, non risultando applicabile esclusivamente agli avvocati di origine italiana, non produca in tal modo alcuna discriminazione “alla rovescia” (Corte di giustizia dell’Unione europea, sezione quinta, 2 dicembre 2010, in causa C-225/2009, ********** contro ********, punto 63).

4.3.– Le medesime parti private denunciano, inoltre, l’erroneità del presupposto interpretativo adottato dalla Corte rimettente, desumendone la non fondatezza delle questioni proposte alla luce di un’interpretazione in tesi costituzionalmente orientata della normativa censurata. A loro avviso, infatti, la legge n. 339 del 2003 dovrebbe essere letta nel senso che coloro i quali, già dipendenti pubblici a tempo pieno, avessero trasformato il rapporto di lavoro in part-time, e quindi ottenuto l’iscrizione all’albo in virtù della legge n. 662 del 1996, avrebbero potuto continuare a svolgere la professione e mantenere il rapporto di impiego a tempo parziale, dichiarando di voler “approfittare” dell’opportunità offerta dal comma 1 dell’art. 2 della legge censurata entro trentasei mesi dalla data della sua entrata in vigore. In tale cornice, la cancellazione di cui all’ultimo periodo della previsione in discorso dovrebbe essere intesa alla stregua di una sanzione per la mancata collaborazione alla realizzazione delle condizioni necessarie per un serio controllo, da parte dei consigli degli ordini degli avvocati, sul rispetto dei limiti all’attività forense degli avvocati part-time posti dalla legge n. 662 del 1996.

L’assunto non può essere condiviso.

Invero, il significato letterale e sistematico della formulazione della novella non consente altra ricostruzione esegetica che quella – coerente con il reintrodotto divieto di svolgimento contemporaneo delle due attività – dell’imposizione di una scelta per l’una o per l’altra, da esprimere entro un determinato periodo, a quanti si fossero trovati nella condizione, ora non più consentita, di pubblici dipendenti (part-time) e di avvocati. Perciò, in accordo con quanto ritenuto in proposito dalla Corte rimettente, il dato normativo è assolutamente chiaro nel prescrivere l’esercizio di un’opzione (tra l’esercizio esclusivo della professione forense e la prestazione di lavoro pubblico a tempo pieno) a tutti coloro i quali (come i ricorrenti nel giudizio principale) avessero ottenuto nella posizione di dipendenti pubblici (part-time) l’iscrizione all’albo degli avvocati, con beneficio di una fase di transizione per una migliore ponderazione della scelta definitiva.

5.– Le questioni non sono fondate.

5.1.– Questa Corte ha già dato risposta negativa ai dubbi di legittimità costituzionale della normativa in oggetto (sentenza n. 390 del 2006), con riguardo agli artt. 4 e 35 Cost. Ha, infatti, statuito che essi, nel garantire il diritto al lavoro, ne rimettono l’attuazione, quanto ai tempi e ai modi, alla discrezionalità del legislatore, che, nella specie, non può dirsi avere malamente esercitato il suo potere. ****’è che nemmeno il diritto dell’Unione, segnatamente rispetto ai profili di limitazione all’accesso al lavoro in astratto ravvisabili nella disciplina oggetto di censura, è stato giudicato di ostacolo ad una normativa nazionale (come quella in oggetto, appunto) che preclude l’esercizio della professione forense ai dipendenti pubblici a tempo parziale. E ciò, in quanto un siffatto divieto «rientra nelle regole di cui all’art. 8 della direttiva 98/5, almeno nei limiti in cui […] concerne l’esercizio concomitante della professione forense e di un impiego presso un’impresa pubblica» (Corte di giustizia UE, sezione quinta, 2 dicembre 2010, in causa C-225/2009, punto 60).

5.2.– Anche in relazione all’asserito contrasto con l’art. 41 Cost., questa Corte ne ha escluso la sussistenza. I dipendenti pubblici (come rimarca la stessa Corte rimettente a motivo della ritenuta manifesta infondatezza delle questioni relative alla dedotta violazione del diritto comunitario) «non svolgono servizi configuranti un’attività economica e la loro attività non può essere considerata come quella di un’impresa». Sicché, la legge n. 339 del 2003 incide non tanto sulle modalità di organizzazione della professione forense in termini rispettosi dei princìpi di concorrenza, quanto sul modo di svolgere il servizio presso enti pubblici, ai fini del soddisfacimento dell’interesse generale all’esecuzione della prestazione di lavoro pubblico secondo canoni di imparzialità e buon andamento, oltre che ad un corretto esercizio della professione legale.

5.3.– Neppure v’è lesione dell’affidamento con riferimento all’art. 3 Cost.

5.3.1.– Questa Corte aveva ritenuto non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 56 e 56-bis, della legge n. 662 del 1996, ossia della normativa favorevole al “cumulo” dell’impiego pubblico ad orario ridotto con l’esercizio della professione legale, in relazione, tra gli altri parametri, all’art. 3 Cost., e proprio sotto il profilo della “assoluta mancanza di ragionevolezza e logicità” delle denunciate disposizioni, in quanto, secondo la ricostruzione della disciplina allora offerta dalla Corte, le esigenze di contenimento della spesa pubblica (cui non era insensibile la normativa in esame) non andavano a detrimento del diritto di difesa, né dei princìpi d’imparzialità e buon andamento dell’amministrazione (sentenza n. 189 del 2001).

Successivamente, però, questa Corte, investita delle questioni di legittimità della nuova normativa (sostanzialmente ripristinatoria del divieto di esercizio della professione forense a carico dei dipendenti pubblici, ancorché part-time), ha ritenuto non (manifestamente) irragionevole quest’ultima opzione legislativa. Il fatto che l’esercizio dell’attività professionale da parte di pubblici dipendenti (a tempo parziale ridotto entro il 50%) fosse stato in precedenza giudicato non assolutamente irragionevole ed illogico non poteva inibire al legislatore, nella sua discrezionalità, di reintrodurre per i medesimi il divieto d’iscrizione agli albi degli avvocati. Sicché, il divieto de quo è stato ritenuto coerente «con la caratteristica – peculiare della professione forense (tra quelle il cui esercizio è condizionato all’iscrizione in un albo) –dell’incompatibilità con qualsiasi “impiego retribuito, anche se consistente nella prestazione di opera di assistenza o consulenza legale, che non abbia carattere scientifico o letterario” (art. 3 del r.d.l. 27 novembre 1933, n. 1578, recante “Ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore”)» (sentenza n. 390 del 2006).

La questione è rimasta, nondimeno, aperta per i dipendenti pubblici part-time i quali, sulla base delle regole “permissive” del 1996, avevano affiancato al rapporto di lavoro pubblico l’impegno professionale forense.

Ad avviso della Corte rimettente, la legge censurata – malgrado le disposizioni transitorie ivi contenute – urterebbe contro l’art. 3 Cost., violando l’affidamento consolidato in capo ai suddetti soggetti nella possibilità di continuare per sempre a svolgere entrambe le attività, tanto da far acquisire agli stessi «la sicurezza della permanenza nel tempo dello status di impiegato pubblico part-time e di avvocato».

5.3.2.– Il dubbio relativo all’asserito affidamento dei dipendenti pubblici part-time già legittimamente iscritti all’albo degli avvocati è privo di fondamento.

È vero che nella giurisprudenza di questa Corte il valore del legittimo affidamento riposto nella sicurezza giuridica trova copertura costituzionale nell’art. 3 Cost., ma, in base a princìpi da essa costantemente ribaditi, non già in termini assoluti e inderogabili. Da un lato, infatti, la fiducia nella permanenza nel tempo di un determinato assetto regolatorio dev’essere consolidata, dall’altro, l’intervento normativo incidente su di esso deve risultare sproporzionato. Con la conseguenza che «non è interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali vengano a modificare in senso sfavorevole per i beneficiari la disciplina dei rapporti di durata, anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti», unica condizione essendo «che tali disposizioni non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto (sentenze n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009» (ordinanza n. 31 del 2011).

Orbene, la normativa transitoria dettata dall’art. 2 della legge in oggetto ha concesso ai dipendenti pubblici part-time, già iscritti all’albo degli avvocati, ai sensi dell’art. 1, commi 56, 56-bis e 57, della legge n. 662 del 1996, un primo periodo di durata triennale onde esercitare l’opzione per l’uno o per l’altro percorso professionale e, poi, ancora un altro di durata quinquennale (in caso di espressa scelta, in prima battuta, della professione forense), ai fini dell’eventuale richiesta di rientro in servizio.

Tale disciplina soddisfa pienamente i requisiti di non irragionevolezza della scelta normativa di carattere inderogabilmente ostativo sottesa alla legge n. 339 del 2003. Scelta inevitabilmente destinata a produrre effetti, proprio per la sua portata generale, anche sulle posizioni dei dipendenti pubblici part-time legittimamente trovatisi ad esercitare in concomitanza la professione di avvocati. Essi, infatti, anziché cadere immediatamente sotto il divieto, hanno potuto beneficiare di un termine di trentasei mesi per esprimere la decisione dell’attività cui dedicarsi in futuro in via esclusiva (con diritto al tempo pieno in caso di opzione per il mantenimento del rapporto d’impiego pubblico) e, nell’ipotesi di una prima manifestazione optativa per la professione forense, di un ulteriore quinquennio per l’esercizio dello ius poenitendi, tale da garantire loro il diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno (entro tre mesi dalla richiesta) con il solo limite della sospensione, nelle more, dell’anzianità.

I soggetti in esame, a fronte di un’interdizione ormai generalizzata all’esercizio contemporaneo delle due attività, hanno avuto tutto il tempo per valutare presupposti e situazioni, personali e familiari, idonei ad orientarne la scelta verso il mantenimento del rapporto di lavoro pubblico piuttosto che verso l’esercizio esclusivo della professione forense, con la disponibilità di uno spatium deliberandi supplementare nella direzione della più stabile opzione lavorativa alle dipendenze della pubblica amministrazione, in caso di preferenza inizialmente manifestata per la più rischiosa attività libero-professionale.

In conclusione, il descritto regime di tutela, lungi dal tradursi in un regolamento irrazionale lesivo dell’affidamento maturato dai titolari di situazioni sostanziali legittimamente sorte sotto l’impero della normativa previgente, è da ritenere assolutamente adeguato a contemperare la doverosa applicazione del divieto generalizzato reintrodotto dal legislatore per l’avvenire (con effetto, altresì, sui rapporti di durata in corso) con le esigenze organizzative di lavoro e di vita dei dipendenti pubblici a tempo parziale, già ammessi dalla legge dell’epoca all’esercizio della professione legale.

Peraltro, diversamente opinando, si otterrebbe il risultato, questo sì certamente irragionevole, di conservare “ad esaurimento” una riserva di lavoratori pubblici part-time, contemporaneamente avvocati, all’interno di un sistema radicalmente contrario alla coesistenza delle due figure lavorative nella stessa persona. Ed è proprio per evitare simili distorsioni che questa Corte ha raccomandato di evitare diversità di trattamento diffuse e indeterminate nel tempo, «non potendosi lasciare nell’ordinamento “sine die” una duplicità di discipline diverse e parallele per le stesse situazioni» (sentenza n. 378 del 1994).

Del resto, anche la Corte di giustizia – ancorché nel quadro di una pronuncia d’irricevibilità della specifica questione – non ha mancato di valorizzare incisivamente la disciplina transitoria sopra richiamata rispetto alla prospettata tensione della modifica normativa in discorso con la giurisprudenza europea relativa ai princìpi della tutela del legittimo affidamento e della certezza del diritto. Sia evidenziando «che l’entrata in vigore di tale legge [vale a dire della legge n. 339 del 2003] non pregiudica il diritto di esercizio concomitante conferito […] dalla legge n. 662 del 1996, considerato peraltro che la legge n. 339 del 2003 instaura un periodo transitorio di tre anni al fine di evitare che il cambiamento da essa introdotto sia immediato» (Corte di giustizia UE, sezione quinta, 2 dicembre 2010, in causa C-225/2009, punto 43). Sia ribadendo con forza, in ordine al principio della tutela dell’affidamento, la propria giurisprudenza costante secondo cui gli amministrati non possono legittimamente confidare nella «conservazione di una situazione esistente che può essere modificata nell’ambito del potere discrezionale delle autorità nazionali (sentenza 10 settembre 2009, causa C-201/08, Plantanol, Racc. pag. I-8343, punto 53 e giurisprudenza ivi citata)» (punto 44).

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli articoli 1 e 2 della legge 25 novembre 2003, n. 339 (Norme in materia di incompatibilità dell’esercizio della professione di avvocato), sollevate, sia in relazione agli articoli 3, 4, 35 e 41 della Costituzione, sia in riferimento al parametro della ragionevolezza intrinseca di cui all’art. 3, secondo comma, Cost., dalla Corte di Cassazione, sezioni unite civili, con le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 20 giugno 2012.

F.to:

****************, Presidente

**************, Redattore

*****************, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 27 giugno 2012.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: *****************

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I beni delle società non sono confiscabili (Cass. pen. n. 25774/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con la impugnata ordinanza il Tribunale di Salerno, in funzione di giudice del riesame, ha annullato il decreto di sequestro preventivo di un immobile disposto dal G.I.P. del medesimo Tribunale in data 17/11/2011.

L’immobile appartenente alla società Holbek Italiana S.r.l. era stato sequestrato nell’ambito del procedimento penale a carico A.C. e P.M., indagati per numerosi reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 2, comma 1, e art. 10 quater, per avere, nella rispettiva qualità di amministratore delegato e di rappresentante legale e presidente del consiglio di amministrazione della predetta società Holbek, fatto confluire nelle dichiarazioni fiscali per gli anni 2007, 2008 e 2009 fatture per operazioni inesistenti. Analoghi reati erano contestati all’ A. quale legale rappresentante e amministratore unico della società Autoshop S.r.l..

Il sequestro risultava finalizzato alla confisca per equivalente del profitto dei predetti reati tributali, nonchè dettato dall’esigenza cautelare di impedire l’aggravamento delle conseguenze del reato o l’agevolazione della commissione di altri reati per effetto della libera disponibilità del bene da parte degli indagati.

In estrema sintesi, il Tribunale del riesame ha escluso che l’immobile sequestrato fosse nella disponibilità degli indagati, ai fini della suscettibilità di confisca ex art. 322 ter c.p., appartenendo alla società Holbek Italiana, che non era stata e non poteva essere chiamata a rispondere dei reati tributati ai sensi della L. n. 231 del 2001. L’ordinanza ha osservato sul punto che non si può confondere la disponibilità dell’immobile derivante dal rapporto organico esistente tra gli indagati e la compagine societaria con la disponibilità di fatto richiesta dall’art. 322 ter c.p..

2. Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, che la denuncia per violazione di legge.

La pubblica accusa, In sintesi, deduce che gli indagati avevano la disponibilità dell’immobile oggetto del provvedimento di sequestro in quanto dotati dei poteri derivanti dal rapporto organico con la società intestataria dello stesso. La Holbek Italiana S.r.l. inoltre non poteva considerarsi estranea ai reati, avendo tratto profitto dalle frodi tributarie poste in essere dagli indagati nell’ambito del rapporto organico che li legava alla società.

Motivi della decisione

1. Il ricorso non è fondato.

2.1 Deve essere in primo luogo affermata l’infondatezza della tesi, sostenuta dalla pubblica accusa ricorrente, che la confisca di beni equivalenti al profitto del reato possa essere disposta nel confronti di una persona giuridica al di fuori delle fattispecie criminose previste dalla L. n. 231 del 2001.

Costituisce ormai consolidato principio di diritto che la confisca per equivalente assolve ad una funzione sostanzialmente ripristinatoria della situazione economica modificata in favore del reo dalla commissione del fatto illecito, mediante l’imposizione di un sacrificio patrimoniale di corrispondente valore a carico del responsabile.

Tale misura ablatoria, pertanto, si connota per il carattere afflittivo e fa consequenzialità con l’illecito proprie della sanzione penale, mentre esula dalla stessa qualsiasi funzione di prevenzione, che costituisce la principale finalità delle misure di sicurezza.

E’ stato conseguentemente affermato dalla giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte che l’istituto della confisca per equivalente, di volta in volta esteso dal legislatore a nuove fattispecie di reato, non è applicabile retroattivamente (cfr. con riferimento ai reati tributali: sez. III, 24/09/2008 n. 39172, Canisto, RV 241033; sez. VI, 18/02/2009 n. 13098, P.M. in proc. ***** e altri, RV 243127; sez. V, 26/01/2010 n. 11288, ******, RV 246361; cfr. anche Corte Costituzionale ord. n. 97 del 11/03/2009 e 301 del 23/09/2009).

Dalla natura di sanzione penale della confisca per equivalente deriva altresì la inapplicabilità dell’istituto nei confronti di un soggetto diverso dall’autore del reato ex art. 27 Cost., comma 1, a nulla rilevando, con riferimento alle persone giuridiche, il cosiddetto rapporto di immedesimazione organica del reo con l’ente del quale con compiti o poteri vari fa parte.

Del resto la L. 8 giugno 2001, n. 231, ha configurato la responsabilità amministrativa della persona giuridica per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio (art. 5) dagli organi dell’ente o da persone loro sottoposte, sotto il profilo della culpa in eligendo o in vigilando (artt. 6 e 7), per l’ovvia impossibilità di estendere qualsiasi forma del sistema sanzionatorio penale a tale soggetto.

Ne consegue che fa confisca per equivalente prevista dalla L. n. 231 del 2001, art. 19, comma 2, è applicabile esclusivamente con riferimento ai reati previsti dagli art. 24 e ss., tra i quali non rientrano quelli fiscali di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000.

Deve essere solo fatta salva l’ipotesi in cui fa struttura societaria costituisca un apparato fittizi), utilizzato dal reo proprio per porre in essere i reati di frode fiscale o altri illeciti, sicchè ogni cosa fittiziamente intestata alla società sia immediatamente riconducibile alla disponibilità dell’autore del reato.

3. Orbene, nel ricorso della pubblica accusa, per sostenere la suscettibilità di confisca dell’immobile, del quale il Tribunale del riesame ha disposto il dissequestro, si fa sostanzialmente perno sul rapporto organico tra amministratore e società, nonchè sul vantaggio a questa derivato dalla commissione del reato, elementi inidonei, in mancanza di un’espressa previsione legislativa, per far sorgere la responsabilità dell’ente, che non può essere passibile di sanzione penale.

Peraltro, il ricorrente non ha neppure allegato, nella sede di merito, un eventuale carattere fittizio delle strutture societarie, nella cui gestione sono stati commessi i reati.

L’ordinanza impugnata, infine, ha escluso, con motivazione esaustiva e giuridicamente corretta, nella quale si è tenuto conto della diversa estensione che il concetto assume in sede penale, che l’immobile sequestrato possa ritenersi nella disponibilità degli indagati.

Il ricorso, pertanto deve essere rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del P.M..

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Infortuni sul lavoro: il rappresentante dell’azienda non è responsabile se ha esercitato la delega (Cass. pen. n. 25535/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con sentenza In data 25 maggio 2011, la Corte d’appello di Milano, parzialmente riformando – previo riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 62 c.p., n. 6 dichiarata prevalente sull’aggravante contestata, unitamente alle già concesse attenuanti generiche – la sentenza 9 marzo 2010 del Tribunale di Milano – Sezione staccata di Rho, confermava l’affermazione della penale responsabilità di P. C. in ordine al delitto previsto dall’art. 589 c.p., commi 1 e 2 per aver cagionato, per colpa generica e per colpa specifica, in veste di legale rappresentante della s.r.l. PAPA FONO e quindi di datore di lavoro, la morte dell’operaio Pe.Ma. che, incaricato di procedere allo smontaggio della gru cingolata SM 20, da trasportare in altra area del medesimo cantiere su incarico del capo cantiere F.L., era rimasto schiacciato da uno dei tre elementi del braccio a traliccio, staccatosi durante della manovra, così decedendo sul colpo in (omissis). Si era Invero accertato in punto di fatto che l’operaio, nell’intento di estrarre, dalle rispettive sedagli spinotti di giuntura dei componenti del traliccio della gru, dopo essersi posizionato sotto il braccio della stessa, aveva proceduto a colpirli con una mazza, dall’Interno verso l’esterno. Dopo aver così estratto il primo perno e posta a termine l’estrazione del secondo, era accaduto che il peso del braccio aveva piegato i due residui spinotti ancora in sede di guisa che il braccio tracciato aveva ceduto e, cadendo, aveva schiacciato l’operaio con effetto letale. La Corte d’appello, condividendo gli assunti della sentenza di primo grado, ha ribadito che la penale responsabilità dell’Imputato discendeva dalla mancata osservanza delle speciali norme antinfortunistiche contestate all’Imputato. Nè era possibile escludere la responsabilità dell’imputato, in difetto sia di efficace delega di funzioni in materia di sicurezza sia dell’abnormità o della imprevedibilità della condotta della vittima.

Ricorre per la cassazione della sentenza il P. per tramite del difensore deducendo un unico motivo per carenza ed illogicità della motivazione. La Corte d’appello di Milano, incorrendo nel lamentato vizio, avrebbe omesso di argomentare In ordine alla sussistenza della prova inequivoca, fornita dalla difesa, dell’avvenuto conferimento di apposita delega In materia dr sicurezza e di prevenzione degli Infortuni alla società Securlav, come confermato dallo stesso amministratore ing. T. sentito come teste e come dimostrato dalla relativa documentazione depositata a riscontro della deposizione. Ed avrebbe reso una motivazione palesemente illogica e contraddittoria nell’affermare che il P., attese le rilevanti dimensioni della società cui facevano capo numerosi cantieri contemporaneamente in funzione in Italia ed all’estero, doveva ritenersi l’unico responsabile per la mancata manutenzione e/o sostituzione degli spinotti, sull’erroneo rilievo di una ipotizzata prassi, comune al vari cantieri, di procedere allo smontaggio delle gru secondo la condotta posta in atto dall’operaio deceduto, alle cui plurime imprudenze e negligenze doveva farsi risalire in via esclusiva la causa dell’evento: circostanza, anch’essa, del tutto omessa nella motivazione della sentenza Impugnata. Infine, con assunti illogici, I Giudici d’appello avrebbero altresì ravvisato un profilo di colpa specifica nei confronti dell’Imputato per non essersi assicurato che il dipendente avesse ricevuto idoneo addestramento quando invece la frequentazione ai corso di formazione e di Informazione tenutosi il 27 maggio 2004, era attestato dalla sottoscrizione apposta dall’operaio deceduto nel relativo verbale, allegato agli atti.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato e va accolto, come conclusivamente osservato all’odierna udienza anche dal Procuratore Generale.

La Corte distrettuale è effettivamente incorsa nei vizi di omessa motivazione, lamentati dal ricorrente, in punto all’esistenza di una valida delega di funzioni in materia di sicurezza e di prevenzione degli infortuni, appositamente conferita dall’imputato ad altri professionisti, ragionevolmente giustificabile in ragione anche delle rilevanti dimensioni e della complessa articolazione gestionale della Papa Fond s.r.l. (circostanza non messa in dubbio in entrambi i gradi di merito del giudizio e precisata dal teste C.E., come riferito nella motivazione della sentenza di primo grado) che, all’epoca in cui si era verificato l’incidente il (omissis) aveva in esercizio oltre dieci cantieri contemporaneamente In Italia ed in Europa, come dedotto in atto d’appello. Nella sentenza impugnata, con assunti apodittici e con argomentazioni meramente apparenti – non Idonei a soddisfare l’obbligo della motivazione – si accenna unicamente al fatto che “la sentenza di primo grado chiariva già ampiamente che non risultava la sussistenza di una valida e penalmente efficace delega di funzioni in materia di sicurezza”. La parte motiva della sentenza del Tribunale, richiamata per retationem, in termini conformi ed egualmente apodittici, si limita unicamente ad enunciare come, nonostante le rilevanti dimensioni detta società, non risulti provata una valida e penalmente efficace delega di funzioni in materia di sicurezza”. In sostanza la Corte d’appello ha del tutto ignorato l’esame di uno specifico motivo di gravame con il quale la difesa dell’Imputato aveva sottolineato l’avvenuta acquisizione della prova sui punto per effetto della deposizione resa dal teste ing. T.R., amministratore responsabile della ditta Securlav, specializzata in materia di sicurezza e di prevenzione infortuni sul lavoro e della relativa documentazione scritta, già versata in atti, operante fin dal 2 dicembre 2002 e conforme al disposto del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 8 e successive modificazioni. Ovviamente dalla verifica della ricorrenza o meno di una valida delega (cui provvederà il Giudice di rinvio, riesaminando funditus i relativi motivi d’appello e le risultanze istruttorie sul punto) logicamente discende l’individuazione e l’estensione della posizione di garanzia (nel caso sia ritenuta persistere in capo all’Imputato) fino a ricomprendere o meno l’omessa, diretta vigilanza sulla corretta esecuzione delle operazioni di smontaggio della gru nonchè l’omessa manutenzione dei relativi spinotti, Integranti il profilo di colpa specifica conseguente alla violazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 35 e art. 89, comma 2 e successive modificazioni, come contestato al prevenuto. Considerazioni d’Identico contenuto vanno estese anche all’altro profilo di colpa specifica contestata al P. in relazione alla violazione del D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 38 e art. 89, comma 2 e successive modificazioni “per non essersi assicurato che ti lavoratore addetto allo smontaggio e montaggio della gru sopracitata sig. P.M. ricevesse un addestramento idoneo per l’effettuazione di tali operazioni”, dal Giudice di prime cure ritenuta carenza integrante, sia pure in via mediata, una causa scatenante del sinistro nel quale il lavoratore trovò la morte. Sul punto la sentenza d’appello, si è limitata a richiamare la motivazione di quella di primo grado, omettendo peraltro di “rispondere” ad una specifica doglianza dedotta sul punto con il proposto gravame laddove l’appellante, a smentire gli apodittici assunti del Giudice di prime cure, aveva citato l’attestato di partecipazione ad un corso di formazione ed informazione datato 27 maggio 2004, recante la sottoscrizione dell’operalo deceduto, già depositato in atti. Appare quasi superfluo infine rimarcare il rilievo che siffatto tema riveste nell’ottica difensiva e nella Individuazione degli effettivi responsabili del reato, ben potendo configurarsi, In linea di principio, in caso di una valida ed efficace delega di funzioni in materia di sicurezza, formalmente adottata ed espressamente accettata dal delegato, un indiscutibile trasferimento a terzi della posizione di garanzia gravante sul datore di lavoro, circa gli obblighi in materia di prevenzione e di sorveglianza antinfortunistica (cfr. Sez. IV n. 37470/2003; Sez. IV n. 12794/2007; Sez. IV n. 8604/2008; Sez. IV n. 48295/2008). La sentenza impugnata deve quindi esser annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Milano che, in sede di nuovo esame, si atterrà a quanto fin qui precisato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Milano.

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Brevi note in tema di competenza per territorio ex art. 413 c.p.c. e luogo in cui è sorto il rapporto di lavoro (Trib. Napoli N. 23322/2010)

Redazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI NAPOLI

SEZIONE LAVORO

Il Giudice dott.ssa ******************* all’udienza del giorno 27 giugno 2012 ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. 23322/2010 del Ruolo Generale Affari Contenziosi, vertente

TRA

A.M., elettivamente domiciliato in Snt’******, presso lo studio dell’************************, rappresentato e difeso dall’Avv. **************** in virtù di procura in atti

RICORRENTE

E

S.R.G. S.P.A., in persona del legale rappresentante p.t., selettivamente domiciliata in Napoli, presso lo studio dell’*********************** che la rappresenta e difende unitamente agli Avv.ti ****************** e ******************** in virtù di procura in atti

RESISTENTE

vista l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata da parte resistente,

Osserva

Con ricorso depositato in data 24.5.2010, e ritualmente notificato, M.A. ha convenuto in giudizio la S.R.G. s.p.a., datrice di lavoro, affinché venisse dichiarata la nullità delle sanzioni disciplinari irrogategli con i provvedimenti in data 10.12.2008 (sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per due giorni), e in data 3.3.2009 (sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per otto giorni), per difetto dei requisiti imposti dall’art. 7 della legge n. 300/1970, ed in particolare, per la mancata affissione del codice disciplinare nel luogo di lavoro ove prestava l’attività lavorativa; in via subordinata, affinché venisse dichiarata la nullità e/o illegittimità rispetto ai fatti addebitati; in ogni caso, affinché venisse ordinata l’eliminazione di detti provvedimenti dal suo fascicolo personale, e venisse condannata la società datrice di lavoro a restituirgli le quote di retribuzione giornaliera trattenute per effetto dell’esecuzione delle sanzioni disciplinari, con vittoria delle spese del giudizio.

Si è costituita in giudizio la S.R.G. s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t., eccependo in via preliminare l’incompetenza per territorio del Giudice adito, essendo competente il Tribunale di Milano, luogo in cui ha sede la società, ovvero il Tribunale di Alessandria, luogo in cui ha sede la dipendenza dove è addetto il ricorrente; nel merito, contestando la domanda e chiedendone il rigetto, con vittoria delle spese del giudizio.

Preliminarmente ed in modo assorbente deve essere accolta l’eccezione di incompetenza per territorio sollevata dalla società convenuta.

E’ noto che in materia di rapporto di lavoro sussiste la competenza per territorio, secondo quanto previsto dall’art. 413, primo comma, c.p.c., del giudice “nella cui circoscrizione è sorto il rapporto ovvero si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto”.

La società convenuta ha sede in S. Donato Milanese e, dunque, in luogo non rientrante nella competenza per territorio della presente autorità giudiziaria; inoltre, è pacifico in atti che il ricorrente, nel momento in cui ha proposto il ricorso, prestava la sua attività lavorativa ad Alessandria.

Quanto al contratto di lavoro esso soggiace, per l’individuazione del luogo della sua conclusione, alla regola di cui all’art. 1326 c.c., secondo cui il contratto è concluso nel momento e nel luogo in cui il proponente ha avuto conoscenza dell’accettazione dell’altra parte.

E’ concreta, però, la possibilità che il contratto di lavoro non avvenga in forma scritta, come attesta la realtà fattuale che comprova, infatti, come in molti casi l’incontro di volontà delle parti viene attestato dalla condotta consistente nell’inizio della prestazione lavorativa e nell’utilizzazione consapevole di detta prestazione da parte dell’imprenditore. In tali ipotesi la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha più volte statuito come il foro territorialmente competente va ricercato là dove ha avuto inizio la prestazione lavorativa, precisando però al riguardo che questo criterio di collegamento è utilizzabile solo quando non sia possibile (per mancare una autonoma fonte del rapporto) identificare il luogo dove questo è sorto, e non già quando invece ne manca la prova, nel quale caso l’attore può scegliere tra gli altri fori indicati dall’art. 413 c.p.c. (cfr. al riguardo Cass. 21 maggio 1998 n. 5098; Cass. 6 agosto 1990 n. 7882).

In altri termini, soltanto se un eventuale contratto scritto consente di appurare l’esistenza del luogo diverso da quello dell’inizio della prestazione deve escludersi la coincidenza del luogo dove è sorto il rapporto con quello dove il rapporto stesso sia “iniziato”, valendo in caso contrario la regola della identificazione del luogo territorialmente competente con quello dove, senza alcuna formalizzazione del negozio e senza alcuna preventiva contrattazione, ha di fatto avuto inizio la prestazione lavorativa (Cass. Sez. Lav. 10006/2001).

In buona sostanza, il luogo del contratto deve identificarsi con quello in cui hanno avuto inizio le prestazioni lavorative quando non sia individuabile un precedente luogo di incontro delle volontà negoziali delle parti (Cass. Sez. Lav. 5098/1998).

Si osserva che, nel caso di specie, erroneamente, all’udienza del 26.5.2011, il Giudice ha respinto l’eccezione di incompetenza per territorio, ritualmente eccepita dalla società convenuta, riservandosi di indicare i motivi in sentenza, in quanto la lettera di assunzione depositata da parte ricorrente non riportava la sottoscrizione del lavoratore.

Al contrario, alla luce della reiterazione della eccezione da parte della società convenuta, nelle note conclusionali, lo scrivente ha accertato che la medesima lettera di assunzione, contenuta nel fascicolo di parte convenuta, riporta, invece, la sottoscrizione del ricorrente, oltre alla data preceduta dal luogo “S. Donato Milanese”.

Il luogo di conclusione del contratto è, quindi, quello in cui la società ha avuto notizia dell’accettazione del M. e precisamente la stessa sede della società, che si trova a S. Donato Milanese, in mancanza della prova che il contratto è stato sottoscritto da entrambe le parti a Napoli.

La giurisprudenza ha infatti affermato il principio secondo cui, ai fini dell’individuazione del giudice competente ai sensi dell’art. 413 c.p.c., il luogo in cui è sorto il rapporto va considerato non quello in cui il lavoratore riceve la lettera di nomina dal datore di lavoro, sottoscrivendola per accettazione, ma quello della sede centrale dello stesso datore di lavoro, nella quale si trova il competente ufficio od organo che riceve detta accettazione (v. in tal senso Cass. n. 2370 del 18.5.1989 e Cass. n. 3700 del 17.6.1982).

Pertanto, essendo stata data la prova documentale del momento dell’accettazione della proposta di assunzione, non può trovare applicazione l’art. 1327 cod.civ. che stabilisce che il contratto è concluso nel tempo e nel luogo in cui ha avuto inizio l’esecuzione e, quindi, a Napoli.

Va, poi, ricordato che, ai sensi dell’art. 38 c.p.c., le questioni in materia di competenza “sono decise, ai soli fini della competenza, in base a quello che risulta dagli atti e, quando sia reso necessario dall’eccezione del convenuto o dal rilievo del giudice, assunte sommarie informazioni”.

In merito a tale previsione la Corte di Cassazione ha precisato che la ratio della norma sta nell’esigenza di fondare la decisione sulla competenza esclusivamente su prove precostituite, vale a dire su prove entrate nel processo, e ciò non tanto e non solo per evitare che sul punto si instauri un processo all’interno del processo quanto perché, com’è stato esattamente osservato dalla citata giurisprudenza (Cass. n. 3537/84, n. 33/90, n. 14236/99) ed in dottrina, in considerazione del vigente sistema di impugnazioni delle decisioni sulla competenza, le parti non disporrebbero di un rimedio per far valere l’erronea non ammissione dei mezzi di prova offerti per dimostrare, rispettivamente, la fondatezza o l’infondatezza del criterio di collegamento seguito dall’attore (in tal senso Cass. sex. II, ord. n. 16842/02).

Quanto alla possibilità di “assumere sommarie informazioni”, la Suprema Corte ha osservato che l’esercizio di tale potere può solo valere ad assicurare al giudizio elementi chiarificatori del contenuto delle prove precostituite o, comunque, ad accertare circostanze (ad es., quelle relative all’ubicazione della sede di una persona giuridica) agevolmente rilevabili o documentabili, si da potere senza indugio risolvere la questione di competenza (in tal senso Cass. sez. II, ord. n. 16842/02).

Alle luce dei principi sopra enunciati, deve essere dichiarata l’incompetenza per territorio del Giudice adito e le parti devono essere rimesse dinnanzi al Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro, territorialmente competente, con termine di trenta giorni per la riassunzione dalla pronuncia della presente ordinanza.

Il rilievo meramente processuale della pronuncia induce a compensare integralmente tra le parti le spese processuali

P.Q.M.

– dichiara la propria incompetenza per territorio per essere competente il Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro;

– fissa termine di giorni trenta dalla pronuncia della presente ordinanza per la riassunzione dinnanzi al giudice dichiarato competente;

– spese compensate.

Napoli, 27.6.2012

Il Giudice del Lavoro

dott.ssa *******************

 

Tribunale Napoli

Pervenuto in cancelleria

Depositato in Cancelleria

Oggi 28.06.2012

Il Cancelliere

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Falsa dichiarazione dei redditi: precluso l’accesso al beneficio del gratuito patrocinio (Cass. pen. n. 25409/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il Tribunale di Cagliari revocava di ufficio, su richiesta dell’Agenzia delle Entrate, il provvedimento con il quale C. R. era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato: secondo gli accertamenti svolti dall’ufficio finanziario, i redditi del nucleo familiare della C. relativi al 2007 sarebbero stati pari a Euro 11.929,00 e quindi superiori al limite per il beneficio.

Ricorre per cassazione la C. osservando che: a) nell’istanza di ammissione era stato precisato che il reddito era pari a Euro 0,0 perchè la C. era stata licenziata con lettera del 18 maggio 2007 allegata all’istanza stessa; b) il licenziamento era avvenuto dopo la presentazione dell’ultima dichiarazione dei redditi e prima della presentazione dell’istanza di ammissione al gratuito patrocinio, e quindi il giudice non avrebbe dovuto tener conto del reddito dichiarato nell’anno precedente in quanto non più corrispondente alla realtà.

Il ricorso deve essere rigettato per le ragioni di seguito indicate.

Il principio di diritto evocato dalla ricorrente – secondo cui in tema di patrocinio a spese dello Stato, sono rilevanti le variazioni di reddito, intervenute successivamente alla presentazione della dichiarazione dei redditi, le quali comportino un ammontare inferiore del reddito già indicato – non risulta pertinente nella concreta fattispecie. Detto principio, infatti, presuppone pur sempre una (precedente) fedele dichiarazione reddituale, corrispondente, cioè, alla effettiva condizione dell’istante. Nel caso in esame, invece, per come accertato dall’Agenzia delle Entrate, la C. aveva reso una dichiarazione rivelatasi oggettivamente non corrispondente alla effettiva sua situazione reddituale. Giova ricordare la decisione n. 6591/09 (cc 27/11/2008) delle Sezioni Unite – nell’occasione chiamate a pronunciarsi in ordine agli elementi costitutivi del reato di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 95 – con la quale è stato precisato che la falsità delle indicazioni contenute nell’autocertificazione deve ritenersi connessa “all’ammissibilità dell’istanza non a quella del beneficio (art. 96, comma 1), perchè solo l’istanza ammissibile genera obbligo del magistrato di decidere nel merito, allo stato”. Dunque, non assume importanza, in presenza di una dichiarazione rivelatasi non corrispondente alla reale situazione reddituale, nemmeno l’effettivo ammontare del reddito; in tal senso si sono ancora esplicitamente espresse le Sezioni Unite con la richiamata decisione, laddove hanno avuto modo di precisare, in motivazione, testualmente quanto segue:

“L’inganno potenziale, della falsa attestazione di dati necessari per determinare al momento dell’istanza le condizioni di reddito, sussiste quand’anche le alterazioni od omissioni di fatti veri risultino poi ininfluenti per il superamento del limite di reddito, previsto dalla legge per l’ammissione al beneficio”.

Al rigetto del ricorso segue, per legge, la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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