Penale Archivi - Pagina 138 di 151

Penale

Lavoratrice – Attrezzature da lavoro – Responsabilità del datore di lavoro (Cass. pen. n. 14404/2012)

Redazione

Fatto

-1- Con sentenza del giudice monocratico del Tribunale di Roma, del 1 febbraio 2008, (Omissis), titolare di omonima ditta corrente in (Omissis), è stato ritenuto colpevole del delitto di lesioni personali colpose commesse, con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, in pregiudizio della dipendente (Omissis) -capo B) dell’imputazione-, nonchè dei reati contravvenzionali connessi alle specifiche norme prevenzionali violate -capo A)- e dei reati di cui al Decreto Legislativo 25 luglio 1998, articolo 22, comma 10 e successive modifiche (per avere occupato alle proprie dipendenze cittadini di nazionalità (Omissis) – la (Omissis) – e polacca – (Omissis) – sprovvisti del permesso di soggiorno -capo C)-), nonchè 81 cpv cod. pen. e 2 del Decreto Legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito nella Legge 11 novembre 1983, n. 638, e successive modificazioni (per avere omesso di versare all’INPS le ritenute previdenziali ed assistenziali previste dalla legge -capo D-). All’affermazione di responsabilità è seguita la condanna dell’imputato, ritenuta la continuazione tra i reati contestati, alla pena complessiva -sospesa alle condizioni di legge- di mesi nove e giorni quindici di reclusione, nonchè al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio, in favore della parte civile, alla quale ha assegnato una provvisionale di 10.000,00 euro.

Secondo l’accusa, condivisa dal giudice del merito, l’imputato, nella richiamata qualità, ha provocato alla dipendente, intenta a perforare del ferro con un trapano a colonna, per colpa generica e specifica, quest’ultima consistita nel non avere dotato l’organo lavoratore del trapano di idonea protezione contro il pericolo di trascinamento durante le lavorazioni, lesioni personali consistite nella frattura esposta dell’avambraccio sinistro con lussazione del gomito sinistro. Lesioni conseguite al trascinamento dell’arto della operatrice nell’organo lavoratore di detta macchina provocato da un truciolo di ferro che si era attorcigliato alla punta del trapano e si era impigliato nella manica del vestito della donna, che dal contatto con il trapano ha riportato le lesioni sopra descritte.

-2- Su appello proposto dall’imputato, la Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 5 novembre 2010, in parziale riforma della decisione impugnata, ha dichiarato non doversi procedere per i reati di cui ai capi A) e C) perchè estinti per prescrizione, con conferma nel resto e rideterminazione della pena in mesi otto e giorni quindici di reclusione.

-3- Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione, per il tramite del difensore, il (Omissis), che deduce, con unico motivo, il vizio di motivazione della sentenza impugnata, sotto i profili della mancanza, della contraddittorietà o della manifesta illogicità della stessa. Sostiene il ricorrente che il giudice del gravame avrebbe travisato le dichiarazioni di alcuni testi ( (Omissis), (Omissis), (Omissis) e della stessa persona offesa) ovvero avrebbe erroneamente valutato l’attendibilità e la concludenza delle prove acquisite (dichiarazioni rese dai predetti testi e da (Omissis), (Omissis) e (Omissis)), avendo altresì omesso di pronunciarsi rispetto alle specifiche censure in proposito articolate nell’atto di appello.

 

Diritto

Il ricorso è inammissibile per la manifesta infondatezza dei motivi proposti.

Deve, in proposito, osservarsi che questa Corte ha costantemente affermato che il vizio della mancanza o manifesta illogicità della motivazione, valutabile in sede di legittimità, sussiste allorchè il provvedimento giurisdizionale manchi del tutto della parte motiva ovvero la medesima, pur esistendo graficamente, sia tale da non evidenziare l’iter argomentativo seguito dal giudice per pervenire alla decisione adottata. Il vizio è altresì presente nell’ipotesi in cui dal testo della motivazione emergano illogicità o contraddizioni di tale evidenza da rivelare una totale estraneità tra le argomentazioni articolate e la soluzione decisionale prescelta.

Orbene, nel caso di specie le censure mosse dal ricorrente, che in generale ripropongono questioni in punto di fatto, peraltro già poste all’attenzione dei giudici del merito, si rivelano del tutto infondate, inesistenti essendo, in realtà, i pretesi vizi motivazionali della sentenza impugnata che, viceversa, presenta una struttura argomentativa adeguata e coerente sotto il profilo logico.

Riprendendo le linee propositive tracciate dal primo giudice a sostegno della propria decisione, i giudici del gravame hanno esaminato le tematiche essenziali della vicenda sottoposta al loro giudizio e, dopo avere ricostruito i fatti, hanno adeguatamente motivato le ragioni del proprio dissenso rispetto alle argomentazioni ed osservazioni difensive.

Essi hanno dunque ribadito, in piena sintonia con le emergenze probatorie in atti, la responsabilità dell’imputato, radicata su un’organica e corretta valutazione di tali emergenze, rappresentate, oltre che dalle dichiarazioni della vittima, anche dalle testimonianze in atti, grazie alle quali è stato ribadito che la (Omissis) aveva certamente con l’imputato un rapporto di prestazione d’opera, saltuario quanto si vuole, e tuttavia incontestabile, e che la donna si era infortunata mentre era in funzione il trapano a colonna, nei cui pressi ella certamente si trovava, tanto che era stata la stessa sorella dell’imputato, (Omissis), a trovarla riversa sull’attrezzo, con il quale la vittima era evidentemente venuta accidentalmente a contatto. Mentre le condizioni di rischio nel quale veniva adoperato detto strumento sono state incontestabilmente accertate, essendo chiaramente emerse in sede di rilievi tecnici, ed attestate dal funzionario dell’Ufficio del lavoro intervenuto.

Se così è, del tutto irrilevanti si presentano gli argomenti, proposti dal ricorrente, concernenti la natura non stabile, bensì occasionale e saltuaria del rapporto lavorativo che lo legava alla vittima ed il tipo di mansioni da questa svolte, così come nulla rilevano i presunti travisamenti della prova da parte del giudice, la pretesa inattendibilità della vittima e di alcuni testi su circostanze secondarie e prive di effettivo rilievo.

Invero, ove anche volesse negarsi credito alla vittima ed ai testi, che hanno riferito che la donna si era infortunata mentre era intenta a manovrare il trapano, non cambierebbe la posizione dell’imputato.

In realtà, ciò che, ai fini dell’affermazione della responsabilità dell’imputato, conta, e che nessuno ha posto in dubbio è, invero: a) che la (Omissis) lavorava certamente, ove anche saltuariamente, presso l’azienda dell’imputato; b) che la lavoratrice è rimasta infortunata mentre il trapano a colonna era in funzione; c) che detto trapano, chiunque lo stesse manovrando, era privo di idonee e doverose protezioni. Se tali circostanze sono chiaramente emerse dagli atti, e non sono state neanche negate dall’imputato, gli argomenti proposti nel ricorso si rivelano inconferenti, poichè la responsabilità del datore di lavoro è stata giustamente collegata proprio alla messa a disposizione dei dipendenti di un attrezzo pericoloso perchè non in grado di garantire la sicurezza di chiunque -lavoratore stabile o saltuario, addetto alle pulizie o ad altre mansioni, ovvero anche terzo estraneo all’azienda- si fosse trovato a transitare nei pressi.

E dunque, premesso che, in perfetta sintonia con gli elementi probatori acquisiti, correttamente il giudice del gravame ha ritenuto che la (Omissis) si è infortunata mentre lavorava al trapano a colonna, deve rilevarsi come, ove anche volesse ritenersi che la donna era solo addetta alle pulizie e che si fosse trovata per caso a transitare nei pressi dell’attrezzo mentre lo stesso era in funzione, comunque, emergerebbe la responsabilità dell’imputato per i fatti oggetto di contestazione.

Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma, in favore della cassa delle ammende, che si ritiene equo determinare in euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

 

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dirottano il paziente verso altre strutture sanitarie: è omicidio colposo in assenza di una esatta diagnosi (Cass. pen. n. 13547/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 22/7/2009 il Tribunale di Lagonegro condannava F.T. , S.M. , P.N. ed assolveva con formula piena G.V. e C.F. (non aver commesso il fatto) dal delitto di omicidio colposo (artt. 41-589 cod. pen.) in danno del paziente D.M.A. (di anni 19).
Agli imputati era stato addebitato che, in qualità di sanitari, per colpa generica e per colpa specifica, consistita nella violazione delle leges artis, di avere cagionato la morte di D.M.A. (verificatasi in … ), a causa di una mediastinite acuta ascessuale secondaria ad accesso sottomandibolare destro fistolizzato nei cavi pleurici dx e sx con abbondante pus “a colata” nello spazio tra tratto dorsale della colonna vertebrale ed esofago, “a manicotto” tra esofago, trachea, ed aorta, e tra sacco pericardio e faccia posteriore dello sterno, con conseguente pericardite sierofibrinosa, miocardite diffusa con epicardite, edema polmonare siero-proteinaceo con emorragia endoalveolare, da cui derivava grave shock settico e stasi ematica acuta pluriviscerale terminale:
– P.N. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di …, dimetteva alle ore 6,00 del (…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in seconda giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
– G.V. , quale medico dentista, la mattina dell’(…) non aveva provveduto ad incidere l’ascesso di cui era affetto D.M.A. , prestazione che avrebbe dovuto effettuare non essendo intervenuto il ricovero del predetto D.M. in ambiente specialistico;
– F.T. , quale sanitario in servizio presso il pronto soccorso dell’Ospedale di (…) , dimetteva alle ore 13,00 dell’(…) il paziente senza effettuare o aver fatto effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia; il giorno successivo (il …), dopo aver visitato il D.M. alle ore 9,55, nonostante la gravità della patologia, ne disponeva il ricovero solo alle ore 13,00, omettendo così di effettuare o di far effettuare tempestivamente i necessari presidi terapeutici anche chirurgici;
– C.F. , quale medico in servizio presso la Clinica odontostomatologica “San Luca” di (…) , non era intervenuto il pomeriggio dell’(…) sul paziente per effettuare un’incisione urgente, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata, inefficace alla antibioticoterapia;
– S.M. (imputata non ricorrente), quale sanitario di turno presso l’ospedale di (…) , dimetteva alle ore 20,44 dell’(…) D.M.A. senza effettuare o far effettuare dal chirurgo di turno una incisione, pur avendo riscontrato che era affetto da un grave ascesso dentario in quarta giornata ed inefficace alla antibioticoterapia.
Agli imputati condannati veniva irrogata la pena di anni 1 e mesi 8 di reclusione, concesse le attenuanti generiche; pena condonata. Venivano inoltre condannati, in solido con il Responsabile Civile A.S.P. Regione Calabria, ai risarcimento del danno in favore delle costituite parti civili da liquidare in separato; veniva inoltre concessa una provvisionale immediatamente esecutiva.
2. Con sentenza del 18/11/2010 la Corte di Appello di Potenza, dopo avere rilevato la inammissibilità dell’impugnazione del P.M., su appello degli imputati condannati e delle parti civili nei confronti degli imputati assolti, in riforma della sentenza di primo grado, condannava al risarcimento del danno anche G.V. e C.F. , quest’ultimo in solido con il Responsabile Civile “Centro Odontoiatrico San Luca”; confermava nel resto le condanne già irrogate.
Osservava la Corte di merito che la responsabilità degli imputati emergeva dalla circostanza che il decesso, secondo la condivisibile perizia svolta in primo grado, era avvenuto per un grave shock settico sviluppatosi a seguito di un’infezione localizzata in corrispondenza di un molare e che nessuno dei sanitari imputati aveva inciso l’ascesso o aveva contribuito, con la propria opera professionale, a consentire la erogazione delle appropriate terapie.
nonostante la evidenza della patologia e della ininfluenza della terapia antibiotica praticata.
3. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione i difensori dei condannati, lamentando:
3.1. per P. (condannato anche agli effetti penali): il difetto di motivazione in ordine alla circostanza affermata in sentenza e contraddetta dagli atti che l’ascesso era insorto fin dal (…). Infatti tale circostanza era contraddetta dalla documentazione acquisita, da cui risultava che la prima ricetta redatta dal ********** per il paziente D.M. era datata (…). La diversa deposizione del teste sul punto doveva essere valutata con attenzione tenuto conto dell’interesse che aveva il D.S. a non essere coinvolto nella vicenda penale. Se la malattia era insorta l’(…), nella visita del P. svolta il (…) il sanitario poteva non avere contezza di una situazione patologica allarmante.
3.2. Per F. (condannato anche agli effetti penali): il difetto di motivazione in ordine alla colposa causalità della condotta del sanitario, tenuto conto che, come riferito dallo stesso perito d’ufficio, “un ascesso dentario che evolve in mediastinite è un evento estremamente raro, non prevedibile nella comune pratica medica”.
Al momento della visita il D.M. presentava un normale febbre e l’ascesso, per cui l’infezione appariva localizzata. Né le condizioni di salute del paziente erano state segnalate dal medico curante G. , il quale né aveva accompagnato il giovane paziente in ospedale, né aveva contattato i sanitari del nosocomio di (…) . Pertanto dai fatti non emergeva alcuna causalità della condotta dell’imputato, né una sua colpa per violazione di regole cautelari e prudenziali.
3.3. Per G. (condannato solo agli effetti civili): a) la erronea applicazione della legge laddove la corte di merito dopo avere affermato l’esclusione della responsabilità penale dell’imputato, dichiarava la sua responsabilità civile sulla base di un omesso adempimento dell’obbligazione contrattuale assistenziale. In tal modo, violando l’art. 538 cod. proc. pen., correlato all’art. 185 cod. pen., aveva pronunciato una condanna prescindendo dall’accertamento incidentale della responsabilità penale, così come voluto dall’art. 538 cit. b) La violazione di legge ed, in particolare dell’art. 521 cod. proc. pen. Premesso che la corte di merito aveva equivocato il motivo dell’assoluzione in primo grado, avvenuta per insussistenza del fatto, ritenendo invece deliberata per difetto della colpa, nella pronuncia di condanna aveva violato il principio di correlazione: infatti, a fronte di una contestata condotta omissiva dell’incisione dell’ascesso, aveva pronunciato la condanna sulla base di non contestati addebiti, quali il mero consiglio del ricovero, accompagnamento in ospedale e senza far accompagnare il ricovero da un’adeguata informazione ai sanitari che lo avrebbero preso in carico.
c) L’erronea applicazione della legge penale in ordine alla ritenuta sussistenza del nesso causale. Invero nessuna regola cautelare connessa alla sua posizione di garanzia era stata violata. Infatti pur avendo visitato il paziente la domenica mattina, quando l’ambulatorio era chiuso e senza personale infermieristico, rilevato di non poter prudentemente svolgere l’incisione del flemmone per la difficoltà dell’intervento in sede ambulatoriale, aveva contattato la clinica odontoiatrica ed al rifiuto opposto, aveva indirizzato il paziente ed i familiari all’Ospedale di (…) , attrezzato per l’intervento. Pertanto aveva svolto il suo compito con diligenza, senza violare alcuna regola cautelare. Peraltro l’aggravamento delle condizioni del paziente era stato determinato esclusivamente dai comportamenti tenuti dai sanitari che avevano tenuto in cura il giovane D.M. dopo il ricovero.
d) il difetto di motivazione in relazione all’affermata causalità della condotta dell’imputato, senza specifici riferimenti al contenuto dell’obbligo assistenziale violato.
3.4. Per C. (condannato solo agli effetti civili): a) la violazione del principio di correlazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. Premesso che la Corte di appello aveva riconosciuto che al momento della visita del C. il paziente non abbisognava di un intervento odontoiatrico, ma di un più ampio intervento a fronte di un processo infettivo oramai generalizzato, se ne deduceva che la condotta contestata come omessa, l’incisione, era insufficiente a curare la evoluzione della patologia in atto, per cui correttamente il D.M. era stato indirizzato in ospedale. A fonte di ciò la condanna in secondo grado era stata basata su addebiti non contestati e diversi dalla mera pretesa omessa incisione.
b) il difetto di motivazione in ordine alla condanna, considerato che il ******** , giovane medico al primo incarico, era stato l’unico ad individuare l’urgenza del ricovero e per tale motivo non aveva compiuto atti medici esorbitanti la sua professionalità. Inoltre nessun onere di segnalazione aveva, considerato che la sua specializzazione odontoiatrica non gli consentiva di dare indicazioni terapeutiche ai medici ospedalieri investiti della cura del paziente.
3.5. Per il Responsabile Civile Centro Odontoiatrico “San Luca” ****** (per C. ): il difetto di motivazione in ordine alla riconosciuta responsabilità del *************** la Struttura “San Luca” era abilitata ai soli ricoveri ordinari e non di pronto soccorso. Pertanto correttamente il C. a fronte di una situazione compromessa del D.M. , che richiedeva un trattamento in ambiente ospedaliere aveva avviato il paziente ad una struttura ospedaliere, per il ricovero presso la quale non necessitava di alcuna impegnativa. Né poteva farsi carico al C. di non aver accompagnato il giovane paziente presso l’Ospedale. Infatti il medico, odontoiatra di turno domenicale, non poteva abbandonare la struttura. Tali osservazioni difensive non erano state tenuto in conto dalla Corte di Appello la quale, a fronte di un’assoluzione in primo grado, avrebbe dovuto adempire all’onere motivazionale con maggiore ampiezza.

 

Considerato in diritto

4. In ordine alla posizione del P. (sanitario del pronto soccorso dell’ospedale di …), il giudice di appello ha confermato la condanna di primo grado, osservando che il perito aveva rilevato che se il sanitario avesse inciso l’ascesso, l’infezione sarebbe stata arrestata e, quindi, evitato l’exitus; l’inizio dell’ascesso dentario andava datato al (…) e non al (…), come si evinceva dalla scheda sanitaria redatta dal medico di famiglia (********** ) e dalle stesse annotazioni del P. nella cartella di accettazione sanitaria; pertanto, quando ebbe a visitarlo il (…), avrebbe già potuto rilevare la insufficienza del presidio antibiotico a far fronte alla patologia ed in tale situazione aveva omesso di intervenire o fare ricoverare il paziente in altra struttura.
In ordine all’insorgenza dell’ascesso, la difesa dell’imputato ha introdotto censure che, sul punto, esprimono solo un dissenso rispetto ad una ricostruzione del fatto (conforme nei due gradi di giudizio) che regge al sindacato di legittimità, non apprezzandosi nelle argomentazioni proposte quei profili di macroscopica illogicità, che soli, potrebbero qui avere rilievo.
Quanto alla causalità della condotta omissiva del P. , va premesso che questi (medico ospedaliero) si è trovato di fronte ad un paziente affetto da ascesso dentale, che null’altro è se non una raccolta di materiale purulento che deriva da un processo infettivo a carico del tessuto su cui è poggiato un dente.
La pericolosità dell’ascesso è costituita dal fatto che, se non trattato immediatamente con un’incisione, può determinare l’insorgenza di un flemmone, cioè una dispersione di pus o essudato purulento, non circoscritta, idonea a sopraffare le difese immunitarie.
Il perito di ufficio ha riferito che se l’ascesso fosse stato bloccato, non sarebbe diventato flemmone, con tutte le conseguenze letali (la mediastinite, che poi ha condotto allo shock settico e quindi al decesso).
Ne ha dedotto con coerente ragionamento il giudice di merito che, se il P. fosse intervenuto (o avesse fatto intervenire altro sanitario) la mattina del (…), incidendo l’ascesso con drenaggio del suo contenuto, non si sarebbe innescato il flemmone e la successiva serie causale che aveva condotto alla morte il giovane D.M.
Né può dirsi che la condizione necessaria per il prodursi dell’evento, posta in essere dall’imputato, abbia perso di valore causale in ragione delle omissioni poste in essere dagli altri coimputati.
Invero questa Corte di legittimità ha avuto modo di statuire, con consolidata giurisprudenza, che “In tema di colpa medica, in presenza di una condotta colposa posta in essere da un determinato soggetto, non può ritenersi interattiva del nesso di causalità (art. 41, comma secondo, cod. pen.) una successiva condotta parimenti colposa posta in essere da altro soggetto, quando essa non abbia le caratteristiche dell’assoluta imprevedibilità e inopinabilità; condizione, questa, che non può, in particolare configurarsi quando, nel caso di colpa medica, tale condotta sia consistita nell’inosservanza, da parte di soggetto successivamente intervenuto, di regole dell’arte medica già disattese da quello che lo aveva preceduto (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 6215 del 10/12/2009 Ud. (dep. 16/02/2010), Rv. 246421; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9967 del 18/01/2010 Ud. (dep. 11/03/2010), Rv. 246797; Cass. Sez. 47 Sentenza n. 13939 del 30/01/2008 Ud. (dep. 03/04/2008), Rv. 239593; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 20272 del 16/05/2006 Ud. (dep. 14/06/2006), Rv. 234596). L’infondatezza del ricorso del P. impone, pertanto, il suo rigetto.
5. Analogamente infondato è il ricorso proposto dal F. . In ordine a tale imputato (sanitario del pronto soccorso dell’ospedale di (…) ), ha rilevato la Corte di appello che sussistente era la causalità della sua condotta omissiva, non potendo l’evoluzione della malattia della vittima considerarsi un evento raro e non prevedibile; anche se il F. non era uno specialista, con la normale diligenza avrebbe dovuto rilevare la gravità della situazione, peraltro resa palese dalla decisione della guardia medica di (…) (dr. Gl. ) e del medico curante del D.M. (dr. G. ), di consigliare il ricovero ospedaliero per intervenire chirurgicamente; a fronte di ciò l’imputato non aveva effettuato alcun intervento, limitandosi a somministrare una inutile soluzione fisiologica ed a negare persino il ricovero (dimettendolo alle ore 13 del …). Dopo averlo visitato il giorno successivo …, di mattina), non aveva preso alcuna iniziativa terapeutica, disponendone il ricovero solo alle ore 13.00. Da nessun atto si rilevava, come dedotto dalla difesa, che la patologia della vittima, al momento della visita fosse già irreversibile.
La difesa dell’imputato, nel contestare la sussistenza del nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento, ha osservato che non era un fatto prevedibile che l’ascesso dentario evolvesse in mediastinite.
Va premesso che la mediastinite è una forma di infezione che interessa il mediastino. Il mediastino è un compartimento anatomico che occupa la parte mediana del torace. Comprende strutture ed organi dell’apparato circolatorio, dell’apparato respiratorio, dell’apparato digerente, del sistema linfatico e del sistema nervoso.
Orbene l’addebito mosso all’imputato è quello di non aver adottato alcun utile presidio diagnostico e terapeutico a fronte di una situazione evidente di ascesso e delle sue complicazioni, indipendentemente dal fatto che al momento del suo intervento fosse diagnosticabile una mediastinite in atto, peraltro evento che, sebbene raro, era pur sempre prevedibile (come pure altre complicazioni quali sepsi, infezioni ai tessuti molli, endocardite, polmonite). L’assoluta inerzia del F. , a fronte di una segnalata gravità della situazione, correttamente è stata ritenuta dal giudice di merito integrare una condotta colposa in nesso causale con l’evento verificatosi (si richiamano sul punto le argomentazioni già svolte in ordine al P. , in tema di causalità, sub 4).
Invero la mediastinite, come correttamente ritenuto dal giudice di merito, non può essere considerata una causa sopravvenuta “da sola sufficiente a determinare l’evento”, in quanto, sebbene l’insorgenza di tale complicanza non sia frequente, non può configurarsi come evoluzione della malattia completamente avulsa dall’antecedente e caratterizzata da un percorso causale completamente atipico, ossia di un evento che non si verifica se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta. Pertanto, la circostanza che sia una conseguenza non frequenta dell’ascesso, non significa che sia eccezionale ed atipica. Si impone pera quanto detto il rigetto del ricorso.
6. In ordine alla posizione del G. (medico dentista), va premesso che questi è stato assolto in primo grado. Ha osservato il Tribunale che sebbene il perito d’ufficio ed il C.T. del P.M. avessero valutato che l’incisione dell’ascesso era urgente ed avrebbe evitato con alto grado di probabilità l’evento morte; che inoltre tale intervento era alla portata tecnica del G. , medico dentista; in ogni caso la sua responsabilità andava esclusa in quanto era stato richiesta la sua opera di domenica, ad ambulatorio chiuso e senza assistenza infermieristica. Pertanto correttamente il G. aveva valutato come imprudente un suo intervento ambulatoriale ed aveva invitato i genitori del D.M. a portarlo in ospedale.
La corte di appello, su impugnazione della parte civile, ha ribaltato la sentenza di primo grado rilevando come il G. , dopo avere rilevato la gravità della situazione ed avere valutato la difficoltà ad effettuare l’incisione dell’ascesso in ambito ambulatoriale e, quindi, avere invitato il paziente al ricovero ospedaliero, non aveva seguito l’iter successivo alla visita determinando una carenza assistenziale rilevante dal punto di vista della responsabilità civile.
6.1. La difesa dell’imputato, con i motivi di ricorso, ha lamentato in primo luogo la violazione del principio di correlazione: infatti, a fronte di una contestata condotta omissiva dell’incisione dell’ascesso, la Corte di merito aveva pronunciato la condanna sulla base di non contestati addebiti, quali il mero consiglio del ricovero senza l’accompagnamento in ospedale e l’omissione di un’adeguata informazione ai sanitari che lo avrebbero preso in carico. La doglianza è infondata.
Sul punto va osservato che l’attribuzione al G. di un titolo di colpa diverso non viola il principio di correlazione tra accusa e sentenza. Infatti va ricordato come questa corte di legittimità, con giurisprudenza consolidata, abbia statuito che “Nei procedimenti per reati colposi, quando nel capo d’imputazione siano stati contestati elementi generici e specifici di colpa, la sostituzione o l’aggiunta di un profilo di colpa, sia pure specifico, rispetto ai profili originariamente contestati non vale a realizzare una diversità o mutazione del fatto, con sostanziale ampliamento o modifica della contestazione. Difatti, il riferimento alla colpa generica evidenzia che la contestazione riguarda la condotta dell’imputato globalmente considerata in riferimento all’evento verificatosi, sicché questi è posto in grado di difendersi relativamente a tutti gli aspetti del comportamento tenuto in occasione di tale evento, di cui è chiamato a rispondere (Cass. IV, 38818/O5, *******; conf, Cass. I, 11538/97, *******; Cass. IV, 2393/05, *****; Cass. IV, 31968/09, ****). Tale orientamento giurisprudenziale ha, di recente, ricevuto l’avallo delle Sezioni Unite, le quali hanno ribadito che “In tema di correlazione tra imputazione contestata e sentenza, per aversi mutamento del fatto occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa; ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale fra contestazione e sentenza perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’”iter” del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione” (Cass. Sez. U., Sentenza n. 36551 del 15/07/2010 Ud. (dep. 13/10/2010) Rv. 248051).
Nel caso di specie la condotta posta in essere dal G. è stato oggetto di approfondita istruttoria dibattimentale, sicché egli ha avuto la possibilità di difendersi in ordine a tutti i profili di colpa a suo carico formulabili e pur sempre incentrati su una contestazione di omissione della dovuta assistenza al paziente poi deceduto. Pertanto nessuna radicale mutazione dell’accusa si è maturata in pregiudizio del diritto di difesa.
Ne consegue da quanto detto che la censura formulata è infondata, sebbene non in modo manifesto.
6.2. La difesa dell’imputato ha, inoltre, lamentato la erronea applicazione della legge laddove la Corte distrettuale aveva dichiarato la responsabilità civile dell’imputato, sulla base di un omesso adempimento dell’obbligazione contrattuale assistenziale, senza prima pronunciarsi, incidentalmente, sulla sua responsabilità penale, ciò in violazione dell’art. 538 c.p.p. La censura è infondata.
Anche in tal caso va fatta una premessa. La giurisprudenza di questa Corte di legittimità è consolidata nel ritenere che “In tema di impugnazioni, in presenza di specifica richiesta della parte civile, la pronuncia sulle domande di restituzione o di risarcimento del danno non può essere omessa per il solo fatto che la sentenza assolutoria dell’imputato non sia stata impugnata dal pubblico ministero, dovendo, in tal caso, il giudice effettuare, in via incidentale e ai soli fini civilistici, il giudizio di responsabilità; ma la pronuncia su tali domande non può che restare legata (e subordinata) all’accertamento (incidentale) della responsabilità penale” (Cass. Sez. l, Sentenza n. 19538 del 12/03/2004 Ud. (dep. 27/04/2004), Rv. 227971; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 39592 del 21/06/2007 Ud. (dep. 26/10/2007), Rv. 237875; Cass. Sez. 4, Sentenza n. 1693 del 29/09/1997 Ud. (dep. 11/02/1998), Rv. 210351).
Vero è che nella sentenza si richiama la natura contrattuale del rapporto del G. con il giovane D.M. per poi giustificare la sua condanna, ma ciò non significa che il giudice di appello abbia basato la pronuncia sul rilievo di un mero inadempimento civile, senza alcuna delibazione della responsabilità penale. Infatti il richiamo al legame contrattuale è stato strumentale per il riconoscimento della presenza in capo al G. di una “posizione di garanzia”, rilevante eziologicamente ai sensi del secondo comma dell’art. 40 c.p.. Sul tale punto questa Corte ha statuito che la posizione di garanzia nei confronti di un paziente è fondata anche sul contratto d’opera professionale, pertanto la responsabilità penale del medico può configurarsi qualora l’evento dannoso sia causalmente connesso ad un comportamento omissivo ex art. 40 comma secondo cod. pen. (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 9739 del 01/12/2004 Ud. (dep. 11/03/2005), Rv. 230820).
Nel caso di specie, pertanto, il richiamo ad una fonte contrattuale da parte del giudice di merito, per valutare la presenza di una posizione di garanzia e la violazione degli obblighi connessi, non ha integrato alcuna erronea applicazione della legge penale, in quanto tale puntualizzazione è stata strumentale per il riconoscimento della responsabilità penale (finalizzata alla condanna civile) del G. .
6.3. In ordine alla ritenuta presenza del nesso causale tra la condotta dell’imputato e l’evento, il giudice di appello, dopo avere premesso la ragionevolezza della scelta del G. di non intervenire di domenica ambulatorialmente; dopo avere rilevato che il giorno (…) il quadro clinico si presentava come contrassegnato da evidente gravità (richiamando in proposito le dichiarazioni del perito d’ufficio); ha ritenuto gravemente negligente la condotta del G. di fornire un mero “consiglio” all’accompagnamento in ospedale del D.M. , senza assicurarsi che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione ed a supporto fosse trasmessa un’adeguata documentazione medica.
Con coerente ragionamento la Corte distrettuale ha ritenuto che tale condotta omissiva, posta in essere in violazione dell’obbligo gravante sul medico di prestare soccorso al paziente ed attivarsi per assicurarne l’assistenza (obbligo ancor più stringente quando il legame tra le parti è affidato al contratto), ha posto in essere una condizione necessaria dell’evento in concorso con le altre successive omissione. Anche in tal caso si richiamano le argomentazioni già svolte in ordine alla prima posizione esaminata in tema di concorso di cause (sub 4), ribadendo che se l’adeguata terapia sul paziente fosse stata posta in essere in data (…), l’evento letale si sarebbe evitato con alto grado di probabilità.
7. Quanto al ricorso del C. , odontoiatra in servizio di guardia presso la Clinica odontostomatologica San Luca di (…) , anche questi è stato assolto dal giudice di primo grado. Ha osservato il Tribunale che il C. :
– aveva visto il paziente nel pomeriggio del (…) dopo che era stato visitato in mattinata dal ******** (presso il pronto soccorso di (…) ) e non ricoverato;
– constatata la gravità del caso lo aveva indirizzato presso un presidio ospedaliero;
– la clinica presso cui era in servizio non aveva il pronto soccorso e pertanto non avrebbe potuto avere l’ausilio di personale qualificato per eventuali urgenze;
– la patologia in atto, secondo quanto riferito dal perito di ufficio, richiedeva un apporto diagnostico e terapeutico non più limitato all’apparato stomatognatico, ma coinvolgente competenze di uno specialista maxillofacciale.
Ne ha dedotto da tutto ciò che nessun addebito di colpa poteva essere formulato a carico del C. , il quale in ragione delle sue competenze e della limitata funzionalità della clinica ove prestava la sua opera, non avrebbe potuto erogare la prestazione necessaria al D.M.
La Corte di Appello, nel riformare la sentenza su impugnazione delle parti civili, ne ha riconosciuto, invece, la responsabilità (agli effetti civili), per la condotta serbata nel pomeriggio del (…), allorquando non aveva neanche provveduto a visitare il paziente, senza effettuare alcuna valutazione della patologia, limitandosi ad avviare il D.M. ed i genitori presso il pronto soccorso dell’Ospedale di (…) , omettendo di inquadrare la situazione clinica e, quindi, consentire ai sanitari successivi di avvalersi di una valutazione specialistica odontoiatrica.
7.1. Ciò detto, quanto al primo motivo di censura formulato, inerente alla violazione del principio di correlazione, si richiamano le argomentazioni già svolte nell’analisi della posizione del G. (sub 6.1).
7.2. In ordine alle censure riguardati l’addebito di colpa e la rilevanza causale della sua condotta, il giudice di merito ha ricordato le osservazioni svolte dal perito di ufficio, il quale ha stigmatizzato la condotta omissiva del medico il quale, nonostante la giovane età, aveva una laurea in odontoiatria, nonché l’abilitazione in medicina e chirurgia. Pertanto era in grado di effettuare una precisa diagnosi della situazione del D.M. , eventualmente con l’ausilio di specialisti reperibili.
Invero, una volta che un paziente si presenta presso una struttura medica chiedendo la erogazione di una prestazione professionale, il medico, in virtù del “contatto sociale”, assume una posizione di garanzia della tutela della sua salute ed anche se non può erogare la prestazione richiesta deve fare tutto quello che è nelle sua capacità per la salvaguardia dell’integrità del paziente. Nel caso di specie, con coerente e logica motivazione, la Corte di merito ha rilevato che il C. , pur avendo una qualificazione professionale che gli avrebbe consentito di effettuare una precisa diagnosi della patologia del D.M. , così da redigere una certificazione medica idonea ad agevolare l’opera dei successivi sanitari interventi, anche segnalando l’urgenza degli interventi, si limitò ad invitare il paziente ed i genitori a recarsi all’ospedale di (…) senza assicurarsi (come nel caso del dr. G. ) che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione ed a supporto fosse trasmessa un’adeguata documentazione medica.
Ne ha dedotto la Corte distrettuale che tale negligente condotta omissiva aveva avuto una valenza causale, in quanto aveva contribuito a ritardare la erogazione dell’assistenza diagnostica e terapeutica che avrebbe evitato il decesso (si richiama quanto esposto sub 4 in tema di concorso di cause).
L’infondatezza del ricorso del C. impone il suo rigetto.
8. Al rigetto del ricorso del C. segue di conseguenza quello del responsabile civile Centro Odontoiatrico “San Luca”. Invero, una volta riconosciuta la responsabilità del sanitario; considerato che tale responsabilità si fonda su una condotta posta in essere dal medico quale dipendente della struttura sanitaria, la responsabilità di quest’ultima ne discende ai sensi dei principi sanciti dagli artt. 2049 e 1228 cod. civ..
Analoghe considerazioni valgono per il responsabile civile A.S.P. di Cosenza (non ricorrente), in ragione della ritenuta responsabilità dei medici dipendenti degli ospedali cosentini. Va peraltro osservato come non pertinente sia il richiamo nella memoria difensiva alle regole della responsabilità da “equipe” (e quindi dell’incidenza dell’affermazione della responsabilità del G. e del C. , rispetto a quella dei medici ospedalieri condannai), tenuto conto che la contestazione mossa non è di cooperazione colposa (art. 113 c.p.), ma di “condotte (autonome) causalmente concorrenti” (art. 41 c.p.).
Al rigetto dei ricorsi segue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali; nonché la condanna, in solido tra loro e con l’Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, delle spese sostenute dalle parti civili T.M. , D.M.D. e D.M.F. , che liquida come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Condanna i ricorrenti ed il responsabile civile Azienda Sanitaria Provinciale di Cosenza, in solido, a rimborsare le spese di giudizio in favore delle parti civili, liquidandole in complessivi Euro 1.500 oltre accessori come per legge.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rapporto di lavoro – Infortunio – Evento morte – Legale rappresentante – Responsabilità (Cass. pen. n. 13553/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 26 febbraio 2010 il Tribunale di Brescia- sezione distaccata di Salò- dichiarava S.A. colpevole del reato di omicidio colposo commesso con violazione di norme antinfortunistiche in danno di T. M. (reato commesso in Villanuova sul Clisi- BS- l’11.05.2006) e, riconosciute le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante contestata, lo condannava alla pena di anni uno di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, con la sospensione condizionale della pena e il beneficio della non menzione, nonché ad una provvisionale immediatamente esecutiva di euro 30. 000, 00 in favore della costituita partecivile I.N.A.I.L .
All’ imputato S.A. era stato contestato di avere cagionato colposamente, nella qualità di legale rappresentante della ditta N. di Manerbio, ditta costruttrice, venditrice ed installatrice dell’impianto causa dell’infortunio mortale presso lo stabilimento in Villanuova sul Clisi (BS) della ditta G. srl- la morte del T.C. operaio, dipendente della ditta G. srl, decesso intervenuto a seguito di “asfissia meccanica da compressione atipica del collo e compressione del torace, in soggetto di recente passivo di trauma contusivo e fratturativo”, per colpa consistita in imprudenza, negligenza e imperizia e inosservanza delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro dettagliatamente indicate nel capo di imputazione.
In particolare l’operaio dipendente T.C., addetto all’ impianto denominato “Transfer di produzione montante per telaio ponteggi e per la saldatura di boccole” (di ampie dimensioni composto da nove stazioni di lavorazioni attraverso le quali i tubi vengono da pinze di pressa con marcia automatica), a seguito dell’ insorgenza di un inconveniente alla stazione n. 6, presumibilmente per l’incollaggio di un filo di saldatura, si introduceva all’interno della struttura dell’impianto con una pinza per ovviare al problema senza preventivamente arrestare la macchina, ma nella manovra rimaneva vittima del trascinamento e del successivo schiacciamento del sistema di traslazione dei tubolati metallici in lavorazione, subendo una compressione del collo e del torace che ne provocava l’asfissia con conseguente decesso, All’imputato S.A. era stato pertanto contestato di avere installato un impianto parzialmente privo delle previste barriere antinfortunistiche lungo tutto il perimetro della macchina, per avere dotato detto impianto di un manuale d’uso e manutenzione carente nei suoi contenuti, che non consentiva un utilizzo in condizioni di sicurezza, infine per avere progettato un impianto che presentava un elevato livello di inefficienza funzionale, tale da determinare la necessità di frequenti interventi correttivi per la risoluzione di anomalie, interventi in cui il personale era costretto ad avvicinarsi ad organi in movimento.
Avverso tale decisione ha proposto appello l’imputato. La Corte di Appello di Brescia in data 29.04.2011, con la sentenza oggetto del presente ricorso, confermava la sentenza emessa nel giudizio di primo grado nei confronti di S.A., che condannava altresì al pagamento delle spese processuali del grado.
Avverso la predetta sentenza S.A. proponeva ricorso per Cassazione chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:
1) Mancanza e/o illogicità e contraddittorietà della motivazione della sentenza per la ritenuta irrilevanza delle modifiche ai sistemi di sicurezza dell’impianto poste in essere dall’ acquirente. Assenza e/o illogicità della motivazione con riferimento al giudizio controfattuale in punto di evitabilità dell’infortunio laddove la condotta virtuosa fosse stata posta in essere. Secondo il ricorrente l’infortunio non si sarebbe verificato, come ritenuto dalla Corte territoriale a causa della mancata installazione delle barriere, in quanto la macchina era in grado di funzionare ugualmente in assenza di barriere perimetrali, con possibilità dell’ operatore di intervenire direttamente sulla stessa, grazie alla creazione di un pulsante di “stand by” che consentiva al lavoratore di sospendere provvisoriamente la lavorazione presso la stazione interessata senza bloccare l’intero impianto, riducendo al minimo i tempi di arresto del ciclo produttivo e di fare così ingresso nella macchina. Invece l’infortunio si sarebbe realizzato perché il lavoratore si era introdotto nella macchina mentre questa, pur in assenza di alcune barriere perimetrali, era in funzione. L’acquirente infatti aveva modificato la macchina in modo che la corrente arrivasse, e quindi la macchina funzionasse, indipendentemente dalla presenza o meno delle barriere. Pertanto non sussisterebbe alcun nesso di causalità tra il comportamento dell’odierno ricorrente, che aveva assunto soltanto l’obbligazione di consegnare e installare la macchina come da contratto, e l’infortunio mortale.
2) Errata applicazione e/o violazione della legge penale
con riferimento alla sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dell’ imputato e l’evento, in quanto la società acquirente aveva provveduto ad effettuare radicali modifiche del macchinario, con scelte autonome e tale fatto non poteva che divenire elemento di totale cesura del nesso di causalità tra la condotta dell’ imputato e l’evento, tanto più che lo stesso non aveva alcuna possibilità di impedire modifiche illegittime del macchinario da parte dell’acquirente.
Difetto di motivazione della sentenza in punto di trattamento sanzionatorio, bilanciamento delle circostanze ed entità dei danni alla parte civile costituita, in quanto la Corte territoriale avrebbe dovuto operare un giudizio di prevalenza tra le attenuanti generiche e la contestata aggravante in considerazione dell’incensuratezza del ricorrente e della sua attenzione nei confronti delle problematiche della sicurezza del lavoro. Il ricorrente proponeva poi un nuovo motivo ex art. 585 c.p.p. e deduceva che l’originario contratto di fornitura dell’ impianto aveva subito una radicale novazione oggettiva in quanto, in corso d’opera , il committente G. aveva deciso di apportare varianti al progetto originario, realizzando un soppalco e installandovi delle saldatrici che il progetto originario prevedeva fossero installate a terra. Pertanto sarebbe venuto meno completamente il nesso causale tra l’infortunio mortale e la N. in considerazione dell’ adeguatezza dell’ dell’opera e dei materiali dalla stessa forniti. Anche la difesa della parte civile costituita I.N.A.I.L. presentava tempestiva memoria difensiva e concludeva chiedendo il rigetto del ricorso.

 

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato.
Per quanto attiene al primo e al secondo motivo, osserva la Corte che correttamente i giudici di appello hanno ritenuto la responsabilità reato a lui ascritto. Premesso infatti che è pacifico che l’impianto indicato nel capo di imputazione era stato realizzato dalla N. in conformità alla normativa vigente in materia di sicurezza dei macchinari, oltre che dotato del certificato di conformità CE e che il predetto impianto era stato venduto alla G. completo di recinzione antinfortunistica, la sentenza impugnata ha evidenziato che la N. aveva assunto contrattualmente l’obbligo di provvedere all’installazione dell’impianto e che nell’ espletamento di tale attività aveva l’obbligo attenersi alle norme di sicurezza vigenti, ossia doveva provvedere anche alla installazione delle barriere di protezione lungo tutto il perimetro della macchina, che costituivano il principale sistema di prevenzione di cui l’impianto era dotato e per il quale era stato previsto nel sistema elettrico l’automatismo di blocco immediato nel caso di apertura da parte di un addetto. Invece l’installazione delle reti di protezione non era mai avvenuta sull’intero perimetro della macchina, ma soltanto su alcune parti di essa e, oltretutto, in maniera scorretta, perché le stesse non erano state infisse al suolo, ma soltanto appoggiate per terra, e quindi facilmente asportabili da parte di chiunque. Correttamente pertanto la sentenza impugnata ha ritenuto che la N. avesse l’obbligo contrattuale di provvedere aII’installazione dell’intero impianto, ivi comprese le barriere di protezione, dal momento che rivestiva una posizione di garanzia derivante dal disposto degli articoli 6 del D.L.vo 626/94 (oggi art.24 del T.U. in materia di sicurezza) del d.PR. n. 459/96; posizione alla quale conseguiva sua piena responsabilità in relazione alla corretta esecuzione dell’ installazione. La N. avrebbe quindi dovuto completare l’installazione delle barriere prima di mettere in funzione l’impianto, mentre invece non si era opposta, pur essendone ben a conoscenza, dal momento che aveva compiuto attività di assistenza e messa a punto dell’ impianto per diversi mesi, dopo avere terminato la sua installazione, a che il predetto fosse dotato, per ovviare ai frequenti inconvenienti di funzionalità che rallentavano il ciclo produttivo, di un pulsante di “stand-by” che consentiva al lavoratore di sospendere provvisoriamente la lavorazione presso la stazione interessata senza bloccare l’intero impianto, con conseguente risparmio dei tempi di arresto del ciclo produttivo. La sentenza impugnata ha pertanto spiegato con motivazione logica e immune da censure che l’infortunio non era in alcun modo ricollegabile, come ritenuto dalla difesa del S., a modifiche strutturali dell’impianto volute dall’acquirente, bensì alla mancata installazione delle barriere che, se presenti, avrebbero arrestato la macchina nel momento in cui il lavoratore accedeva nel suo interno per risolvere un problema ricollegato alla sua attività lavorativa. I giudici della Corte territoriale hanno pertanto correttamente ritenuto che sussistesse il nesso causale tra l’infortunio e l’omessa iniziale predisposizione dei doverosi presidi di sicurezza da parte del S., non rilevando la circostanza che l’infortunio si era verificato circa sei anni dopo la consegna dell’impianto, dal momento che la N. aveva continuato a svolgere per anni attività di assistenza e manutenzione sullo stesso. Infondato è anche il terzo motivo in quanto correttamente i giudici di appello hanno ritenuto di confermare il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la contestata aggravante in considerazione della gravità del fatto e del disvalore della condotta omissiva imputabile all’odierno ricorrente; elementi questi che non hanno consentito di attribuire rilievo preminente alle circostanze evidenziate dalla difesa.
Assolutamente congrua per i motivi evidenziati in sentenza appare poi la pena irrogata e l’entità del risarcimento del danno.
D’altronde la dosimetria della pena è di competenza del giudice di merito ed è quindi sottratta alla valutazione di questa Corte.
Il ricorso deve essere pertanto rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Locale rumoroso – Insonorizzazione – Titolari condannati (Cass. pen. n. 12880/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 10.2.2011, il Tribunale di Gorizia condannava C.L. e ****** in ordine al reato di cui all’art. 659 cod. pen. in quanto, quali amministratori del locale “(omissis)”, corrente in (omissis), avevano provocato disturbo agli abitanti della zona circostante, a causa di diffusione sonora ad alto volume della musica all’interno del locale gestito, di rumori da schiamazzi e suoni di televisori, che inevitabilmente si erano diffusi e propagati all’esterno del locale di ritrovo.

L’affermazione di colpevolezza si basava sulle dichiarazioni testimoniali delle persone offese, che si videro costrette anche a firmare un esposto al sindaco della località, cosicchè solo nel 2007 furono predisposti pannelli fonoassorbenti all’interno del locale, per porre fine al disturbo, peraltro ammesso dallo stesso Ca.. Di qui la contestazione del fatto fino a questa data.

In ragione della resipiscenza manifestata, il giudice a quo concedeva le circostanze attenuanti generiche e condannava ciascuno degli imputati alla pena di Euro 450 di ammenda.

2. Avverso tale pronuncia, ha proposto ricorso per Cassazione la difesa per dedurre inosservanza o erronea applicazione della legge penale: il giudice a quo avrebbe erroneamente applicato ai fatti contestati la disciplina dell’art. 659 cod. pen., poichè il presupposto per vedere integrato il reato in oggetto è rappresentato dal fatto che la condotta provochi disturbo ad un numero indeterminato di persone e che rumori e schiamazzi superino il livello di normale tollerabilità. Laddove tali soglie non vengano raggiunte, così come sarebbe risultato dal testimoniale, il problema andrebbe inquadrato nell’ambito dei rapporti di vicinato, disciplinati dal cod. civ., poichè il reato non sussiste quando siano disturbate solo le persone che si trovano in luogo contiguo a quello da cui provengano i rumori : pertanto il Tribunale avrebbe dovuto assolvere gli imputati perchè il fatto non sussiste, tanto più in carenza dell’elemento soggettivo del reato contestato.

Ancora, sostiene la difesa che la sentenza è viziata per mancanza e contraddittorietà della motivazione, quanto alla sussistenza degli elementi essenziali del reato: andava dimostrato che il disturbo superava la normale tollerabilità, andando ad incidere sulla tranquillità di un numero indeterminato di persone, ma nessuna motivazione plausibile sarebbe stata offerta sul punto, visto che i fastidi lamentati sarebbero stati pacificamente tollerati in situazione di normale sensibilità e che mai si verificò un’ apprezzabile alterazione delle normali condizioni in cui si svolgono il riposo e le occupazioni. Sarebbe poi carente la motivazione, a detta dei ricorrenti, sulla quantificazione dei danni non patrimoniali liquidati in misura eccessiva alla parte civile B. e sulla entità delle spese liquidate al difensore di quest’ultimo.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Il giudice a quo ha fatto corretta gestione del disposto normativo, avendo ritenuto che il dato raccolto attraverso le concordanti deposizioni testimoniali (che ebbero a rappresentare la produzione di rumori a disturbo del riposo delle persone dovuti ad alto volume della musica e del vociare che provenivano dal locale in questione e che si protraevano fino alle cinque del mattino) portava a configurare la piena integrazione del reato contestato, avendo determinato la condotta descritta disturbo generalizzato della collettività che abitava nelle vicinanze del locale e non alle sole persone che presero l’iniziativa di lamentarsi. Infatti, è principio pacifico quello secondo cui se è vero che la condotta produttiva di rumori, censurati come fonte di disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone, per essere penalmente rilevante, deve incidere sulla tranquillità pubblica, in quanto l’interesse tutelato dal legislatore è la pubblica quiete e che quindi i rumori devono avere una tale diffusività che l’evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere risentito da un numero indeterminato di persone, l’attività rumorosa del locale in questione potenzialmente incideva su un numero indeterminato di persone che abitavano nella zona contigua a quella del locale, il che non poteva configurare una semplice questione condominiale, ne poteva imputarsi alla particolare sensibilità di coloro che ebbero a sporgere denuncia. Tanto è vero che a seguito dell’esposto al sindaco, gli imputati si attivarono per creare una insonorizzazione adeguata, il che dimostra che il problema era reale. Proprio la necessità di intervenire in tale senso, riconosciuta dall’imputato Ca., sta a dimostrare che il locale non era adeguatamente attrezzato per impedire che il forte rumore prodotto all’interno dalla musica e dal vociare si propagasse all’esterno , in orario di attività del locale, coincidente con quello destinato al riposo delle persone. Il reato ha natura contravvenzionale e quindi è apprezzabile anche solo a fronte dell’elemento soggettivo della colpa, che nel caso di specie è di immediata percezione in capo agli imputati, per aver sottovalutato che quell’inconveniente era produttivo di grave disturbo al riposo delle persone.

Quanto ai rilievi sulla entità dei danni e degli onorari liquidati al difensore della parte civile, trattasi di doglianze assolutamente generiche che non raggiungono la soglia dell’ammissibilità. In tema di liquidazione del danno morale la relativa valutazione è affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi che sono sottratti al sindacato di legittimità. Quanto poi alla liquidazione delle spese processuali alla parte civile il motivo è inammissibile poichè censurando i criteri adottati dal giudice di merito, non indica specificamente il criterio a cui avrebbe dovuto attenersi il giudice, sulla base della tabella delle tariffe asseritamente violata.

Al rigetto del ricorso, segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Figlio provoca incidente, padre si assume responsabilità: condannati per calunnia e autocalunnia (Cass. pen. n. 12797/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

 

Con sentenza del 24 ottobre 2008 il Tribunale di Sciacca dichiarava G.G. colpevole in ordine ai reati di omicidio colposo commesso con violazione di norme sulla circolazione stradale e calunnia e G.S. in ordine al reato di autocalunnia e condannava il primo ad anni 2 di reclusione, il secondo a mesi 8 di reclusione, spese processuali in solido, pena sospesa per entrambi; condannava altresì G.G. e il responsabile civile ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’ al risarcimento dei danni cagionati alla parte civile costituita liquidati in Euro 180.000,00, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla stessa sostenute, pari ad Euro 4.500,00, oltre IVA e CPA.

Il fatto nella sua oggettività è consistito in un sinistro stradale che ebbe luogo sulla strada statale (omissis) (territorio del comune di (omissis) ) in data (omissis) , in cui risultarono coinvolte tre autovetture; la BMW 525 SW di proprietà di G.S. , soggetto trasportato e condotta da G.G. , la ************** condotta da M.G. , con a bordo la moglie P.A. ed un amico di famiglia C.G. e la Fiat Punto condotta da Gi.An. con a bordo tutti i componenti della famiglia, costituita dalla moglie e da quattro figli.

A G.G. era stato contestato il reato di cui all’art. 589, comma 2, c.p. perché, alla guida della sua autovettura BMW 525, nell’affrontare una curva sinistrorsa ad una velocità non commisurata alle condizioni della strada resa viscida dalla pioggia, aveva perso il controllo del mezzo e aveva invaso trasversalmente la corsia di marcia opposta da cui proveniva a bordo della Innocenti ********* , il quale decedeva sul posto a seguito del violentissimo impatto verificatosi tra i due veicoli. Al G.G. era stato altresì contestato il reato di cui all’art. 368 c.p. perché, dichiarando ai Carabinieri di Ribera che al momento del sinistro era a bordo della BMW in qualità di passeggero e che alla guida della predetta vettura si trovava invece suo padre G.S. , incolpava quest’ultimo del reato di omicidio colposo, pur sapendolo innocente.

A G.S. era stato invece contestato il reato di cui all’art. 369 c.p. perché, dichiarando ai Carabinieri di Ribera che al momento del sinistro si trovava alla guida dell’autovettura BMW, incolpava se stesso del reato di omicidio colposo commesso dal figlio G.G. .

Avverso la decisione del Tribunale di Sciacca hanno proposto appello entrambi gli imputati e il responsabile civile ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’.

La Corte di Appello di Palermo in data 21.06.2010, con la sentenza oggetto del presente ricorso, confermava la sentenza emessa nel giudizio di primo grado e condannava in solido gli appellanti al pagamento delle ulteriori spese processuali, nonché a quelle ulteriori sostenute dalla costituita parte civile P.A. che liquidava in complessivi Euro 2.500,00 oltre IVA e CPA, spese come per legge.

Avverso la predetta sentenza G.G. e S. personalmente e il responsabile civile ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a. proponevano distinti ricorsi per Cassazione chiedendone l’annullamento con rinvio.

G.G. e il responsabile civile ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’ hanno censurato l’impugnata sentenza per difetto di motivazione con riferimento al reato di omicidio colposo. Sostenevano sul punto i ricorrenti che non vi era prova, né motivazione, in relazione alla invasione di corsia da parte dell’autovettura BMW, né in relazione alla circostanza che il G.G. tenesse una velocità eccessiva in considerazione delle condizioni della strada resa viscida dalla pioggia. La sentenza impugnata si sarebbe limitata a riprodurre acriticamente la perizia dell’ing. D. , senza sottoporla ad un motivato vaglio imposto anche dai motivi di appello, dilungandosi nella mera descrizione dei danni riportati dalle autovetture, senza dovutamente valutare altresì la condotta di guida dei conducenti della **** e della Punto, omettendo di evidenziare la assoluta incapacità del perito di indicare le rispettive velocità dei veicoli coinvolti nel sinistro e di considerare le tracce di frenata lasciate dagli stessi oggettivamente rilevate nelle fotografie dei Carabinieri di San Cipirello; tracce di frenata che sarebbero state tutte posizionate e/o dirette nella corsia percorsa dalla BMW. G.G. poi censurava l’impugnata sentenza in relazione al reato di calunnia che gli era stato ascritto, in quanto deduceva di non avere proposto alcuna ‘denuncia, querela, richiesta o istanza’ alle autorità, ma di essersi limitato a fornire dichiarazioni a sommarie informazioni, limitandosi a riferire una mera circostanza di fatto, e cioè di trovarsi egli stesso trasportato sulla BMW, che egli aveva asserito essere stata condotta dal padre G.S. . Peraltro, avendo egli dichiarato di dormire durante il tragitto e di non ricordare nulla sulla dinamica del sinistro, non poteva sostenersi che egli avesse segnalato alle Autorità quale responsabile del sinistro, e dunque del reato di omicidio colposo, il soggetto alla guida della predetta autovettura e cioè il proprio padre. Il responsabile della ‘F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a.’ riteneva inoltre nulla la decisione sui capi civili della impugnata sentenza, in quanto riteneva incomprensibile il fatto che i giudici di merito, pur di fronte ad analitica censura in proposito, fossero addivenuti ad autonoma condanna di risarcimento del danno del garante/responsabile civile F.A.T.A. Assicurazioni, senza peraltro addivenire ad uguale condanna del proprietario del mezzo assicurato, G.S. , proprietario dell’autovettura BMW e contraente/assicurato ********* Riteneva infatti il responsabile civile che la sua responsabilità sarebbe stata configurabile solo ed esclusivamente in caso di condanna sul capo civile del suo assicurato/contraente G.S. e solo ed esclusivamente in solido con il medesimo, in quanto sussiste una ipotesi di litisconsorzio necessario tra soggetto assicurato/contraente e assicuratore, indipendentemente dal fatto che costui fosse alla guida o meno del mezzo assicurato. Nella fattispecie che ci occupa, invece, come indicato nella stessa sentenza impugnata, non c’era in atti il contratto di assicurazione e pertanto non poteva essere accolta la domanda civile nei suoi confronti, mancando ogni prova al riguardo, essendo onere della parte civile quello di provare la sussistenza dei presupposti giuridici per l’accoglimento delle sue pretese risarcitorie.

G.S. poi censurava l’impugnata sentenza in relazione al reato di autocalunnia che gli era stato ascritto, in quanto deduceva che il Tribunale di Sciacca aveva soltanto accertato che egli si era limitato a riferire ai Carabinieri di Ribera una mera circostanza di fatto, e cioè di trovarsi alla guida dell’autovettura BMW al momento del sinistro e di essere stato urtato da un veicolo mentre stava per intraprendere una curva a destra, non ricordando alcunché in relazione alla dinamica dell’incidente. Egli pertanto non aveva affatto incolpato se stesso dell’incidente mortale, né aveva simulato le tracce del reato, come si poteva leggere nella sentenza impugnata. I giudici della Corte territoriale infine erano incorsi in errore allorquando avevano affermato che non poteva applicarsi al reato di calunnia e di simulazione di reato la scriminante di cui all’art.384 c.p., dal momento che non gli era stata contestata la simulazione di reato, bensì l’autocalunnia, ex art.369 c.p., reato a cui è invece applicabile la sopraindicata scriminante, come previsto dall’art.384 c.p..

G.G. e S. personalmente presentavano tempestive memorie in cui ribadivano le sopra indicate conclusioni.

 

Considerato in diritto

 

I proposti ricorsi sono infondati.

La Corte di appello di Palermo, con motivazione adeguata e congrua ha infatti indicato dettagliatamente le ragioni per cui ha ritenuto provata la responsabilità di G.G. in ordine al reato di omicidio colposo. La sentenza impugnata ha infatti evidenziato in primo luogo che lo stato dei luoghi subito dopo il sinistro aveva consentito di rilevare che il fondo stradale era bagnato per la pioggia; la BMW, che proveniva da Sciacca ed era diretta a Palermo, occupava trasversalmente l’opposta corsia di marcia e l’**************, guidata dalla vittima M.G. , che proveniva da opposta direzione, si trovava, ruotata di 180 gradi, nella propria corsia, in posizione avanzata verso Sciacca rispetto alla direzione della BMW, mentre la Fiat Punto proveniente dalla medesima direzione della ****, veniva spostata successivamente verso sinistra. I giudici della Corte territoriale hanno quindi fornito una logica spiegazione sui motivi che li hanno indotti ad abbracciare, in merito alla ricostruzione del grave incidente stradale, la tesi sostenuta dal perito di ufficio, secondo cui l’evento era stato determinato dalla condotta del guidatore della BMW, e ciò in considerazione della posizione trasversale assunta dalla predetta autovettura che poteva essere connessa soltanto con il determinarsi di un moto aberrante in curva, in rototraslazione antioraria, dipendente da una velocità non regolata alle condizioni della superficie di rotolamento della carreggiata stradale, resa viscida dalla pioggia, e a non ritenere, al contrario, condivisibili le conclusioni a cui era pervenuto il consulente della difesa che aveva evidenziato una azzardata manovra di sorpasso del conducente della Fiat Punto G.A. , rispetto all’autovettura **************, che aveva davanti, che avrebbe indotto il conducente della BMW, G.G. ad effettuare il cambio di corsia al fine di evitare lo scontro frontale con la predetta Fiat Punto, che sopraggiungeva sulla corsia di marcia della BMW. Sul punto la sentenza impugnata ha evidenziato che tale tesi non era sostenibile sia per la considerazione che nella fotografia n.20 del fascicolo fotografico, redatto dai Carabinieri della Stazione di San Cipirello, veniva evidenziata chiaramente la traccia di segni di frenatura ‘in direzione di Sciacca’, sia per il fatto che, dall’esame visivo di tali tracce di frenate, si poteva evincere che esse andavano verso la corsia nel tratto (OMISSIS) ed erano riferibili dunque alla frenata posta in essere dalla Fiat Punto. La sentenza impugnata (pag. 11 e 12) ha indicato chiaramente le ragioni per cui non è convincente la ricostruzione dell’incidente offerta dalla difesa di G.G. , facendo altresì corretto riferimento all’entità dei danneggiamenti subiti dalle autovetture, con particolare riferimento a quello relativo al parafango della Fiat Punto di cui alla foto n. 25. Se infatti fosse vera la ricostruzione della difesa la Fiat Punto non avrebbe potuto riportare un simile danneggiamento, ma, per la non prudente velocità con la quale procedeva la BMW per il terreno bagnato dalla pioggia, avrebbe potuto al massimo subire danneggiamenti nella parte anteriore centrale, poiché l’impatto con la BMW sarebbe stato frontale. Il danno prodotto alla BMW, nella parte anteriore destra, veniva pertanto logicamente spiegato per il fatto che essa marciava non tenendo il proprio senso di marcia, al lato della corsia, in modo tale che, percorrendo una curva sinistrorsa ad alta velocità, il conducente aveva perso il controllo del veicolo ed aveva invaso la carreggiata opposta, andando così ad impattare l’************** nella fiancata della BMW, come era possibile notare attraverso l’esame della fotografia contrassegnata con il numero 19. Correttamente infine i giudici della Corte territoriale hanno rilevato che la velocità tenuta dal G.G. doveva essere sostenuta, perché, in caso contrario, tenuto conto della curva che stava percorrendo e delle condizioni del terreno impregnato di pioggia, lo stesso non avrebbe perso il controllo dell’autovettura e i danni provocati ai veicoli non avrebbero potuto essere della portata rilevata dal perito.

I giudici della Corte di appello di Palermo hanno poi confermato la sentenza di primo grado che aveva condannato G.G. in ordine al reato di calunnia e G.S. in ordine al reato di autocalunnia, reati entrambi commessi in (omissis) . Sul punto si osserva in primo luogo che neppure questi reati, come già il reato di omicidio colposo, risultano prescritti, atteso che per quanto attiene ai reati di cui agli articoli 368 e 369 c.p. il termine massimo di anni sette e mesi sei, ulteriormente aumentato per i periodi di sospensione che risultano dall’esame dei verbali di udienza, non risulta decorso alla data odierna. Si rileva poi che nemmeno sussiste il vizio di mancanza di motivazione per il reato di calunnia e quello di difetto di motivazione per il reato di autocalunnia, atteso che le sentenze di primo e secondo grado costituiscono un unico compendio motivazionale, da cui è chiaramente comprensibile il percorso logico che ha indotto i giudici di merito a ritenere la responsabilità penale di entrambi gli imputati. G.G. aveva infatti falsamente dichiarato ai Carabinieri, in data 26.03.2004, circa tre mesi dopo il grave incidente, in un momento quindi in cui le sue responsabilità si stavano delineando in sede di indagini preliminari, che alla guida dell’autovettura BMW non c’era lui, ma il proprio padre, G.S. , il quale, nella stessa data, sentito a sommarie informazioni dai Carabinieri, confermava la predetta circostanza. Evidente pertanto, in considerazione del momento e del contesto in cui sono state rese, appare la finalità di tali dichiarazioni, che, come ritenuto dai giudici di merito, non poteva essere che quella, per il G.G. , di accusare il proprio padre del reato di omicidio colposo e per il G.S. di autoaccusarsi di tale reato. Né poteva essere concessa a quest’ultimo l’esimente speciale di cui all’art. 384, comma 1, c.p., come da lui richiesto, in quanto, secondo condivisibile giurisprudenza di questa Corte (cfr, Cass., Sez.5, Sent. n.8632 del 23.05.95, Rv.202567; Cass., Sez.2, Sent. n.11000 del 7.04.198 8, Rv.17 9698), l’esimente speciale di cui all’art.384, comma 1, c.p., (necessità di salvare se stesso od un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore) non compete all’agente quando il soggetto attivo del reato si sia posto volontariamente in una situazione di pericolo cagionandone egli stesso la insorgenza, come appunto è avvenuto nella fattispecie che ci occupa. Passando all’esame del ricorso proposto dal responsabile civile F.A.T.A. Assicurazioni S.p.A., si osserva che correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto che sussistano i presupposti per la responsabilità civile del suddetto ai sensi dell’art.538, comma 3, c.p.p., non rilevando la circostanza che proprietario dell’autovettura, nonché contraente, assicurato con la F.A.T.A. Assicurazioni s.p.a. sarebbe stato, secondo quanto da lui sostenuto, G.S. e non il figlio G. . Essendo infatti assicurata l’autovettura, correttamente i giudici della Corte territoriale hanno ritenuto che la questione di una eventuale corresponsabilità ai fini civili di G.S. avrebbe potuto, al più, rilevare in sede civilistica. Correttamente infine è stata ritenuta irrilevante la mancata acquisizione in atti del contratto assicurativo, il cui onere probatorio spettava comunque al responsabile civile, che faceva derivare dallo stesso effetti processuali per lui favorevoli. I proposti ricorsi devono quindi essere rigettati e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese in favore della parte civile liquidate in complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori come per legge.

 

P.Q.M.

 

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali oltre alla rifusione delle spese in favore della parte civile che liquida in complessivi Euro 2.500,00 oltre accessori come per legge.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non sussiste concorso apparente fra il reato di dichiarazione fraudolenta mediante artifici e l’occultamento di documenti contabili (Cass. pen. n. 12455/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza del 12 gennaio 2010, la Corte di Appello di Brescia, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Bergamo, dichiarato estinto il reato di cui all’art. 110 c.p., e D.Lgs. 74 del 2000, art. 5, ha ritenuto S.L. responsabile della violazione degli artt. 110 e 81 cpv. c.p., e D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, nonchè degli artt. 110 e 81 c.p., e D.Lgs. 74 del 2000, art. 3, condannandolo, previa rideterminazione della pena, ad anni due e mesi quattro di reclusione. L’imputato, in concorso con il L., rispettivamente in qualità di amministratore di fatto e di amministratore di diritto della Brigola s.r.l., al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto e di consentire l’evasione a clienti e fornitori, aveva distrutto o quanto meno occultato, in modo da impedire la ricostruzione dei redditi e del volume d’affari, parte delle scritture contabili e dei documenti da conservare obbligatoriamente relativi agli anni 1999, 2000, 2001, 2002, quali registri IVA, fatture emesse e ricevute, libro giornale e, al fine di evasione fiscale, nella dichiarazione annuale relativa alle imposte sul redditi prodotti nell’anno 1999, aveva indicato elementi passivi fittizi per un importo di lire 10.976.420.000 con sottrazione di imposta per lire 3.978.844.000 e nella dichiarazione annuale relativa all’imposta sul valore aggiunto per ***** 1999 indicavano elementi passivi fittizi per un importo di 10.998.692.000 con sottrazione di IVA per lire 2.044.541.046, avvalendosi di mezzo fraudolenti idonei ad ostacolarne l’accertamento, quali l’occultamento e la distruzione di tutte le scritture contabili e dei documenti da conservare obbligatoriamente relative agli anni 1999, 2000, 2001, 2002.

Con la recidiva reiterata pluriaggravata per il S..

2. Avverso la sentenza, S.L. ha proposto, tramite il proprio difensore, ricorso per cassazione per i seguenti motivi: 1) Violazione di legge e difetto di motivazione relativamente all’applicazione del D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10. La contestazione alternativa di attività di occultamento o di distruzione delle scritture contabili non consentirebbe di individuare l’effettiva condotta contestata. Le due fattispecie incriminatrlci avrebbero natura di reati, rispettivamente permanente e ad effetti permanenti, con conseguenze diverse in ordine alla individuazione del momento di consumazione ai fini della decorrenza del termine di prescrizione del reato. Se si trattasse di distruzione di documenti la norma non sarebbe applicabile, atteso che il D.Lgs. n. 74 del 2000, non era ancora entrato in vigore al momento della contestazione del delitto.

2) Violazione di legge e difetto di motivazione. La sentenza impugnata deve essere censurata, poichè sussisterebbe un concorso apparente di norme tra la fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante artifici e raggiri, prevista dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, e la fattispecie di occultamento e distruzione di documenti contabili, contemplata invece nell’art. 10 del suddetto decreto, in particolare, nelle ipotesi in cui gli artifici cui abbia fatto ricorso il soggetto agente si concretino nella condotta di occultamento, o di distruzione dei documenti e delle scritture da conservare obbligatoriamente. Secondo tale interpretazione, il delitto di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, dovrebbe ritenersi assorbito nella fattispecie di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3.

A parere del ricorrente, il riconoscimento della sussistenza del concorso apparente di norme consentirebbe di ritenere estinto il reato per Intervenuta prescrizione.

 

Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato. Quanto al primo motivo, lo stesso risulta addirittura inammissibile per genericità. Infatti l’atto di ricorso deve contenere la precisa prospettazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto da sottoporre a verifica (Sez. 3, n. 16851 del 2 marzo 2010, *****, Rv. 246980), di contro gli argomenti esposti non consentono di individuare le ragioni in fatto o in diritto per i quali la sentenza impugnata sarebbe censurabile, così impedendo l’esercizio del controllo di legittimità sulla stessa.

2. Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso con il quale il ricorrente erroneamente assume che la condotta di occultamento o distruzione di documenti contabili possa rientrare tra i mezzi fraudolenti di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, con la conseguenza di ritenere che il delitto di occultamento di cui all’art. 10 d.lgs. 74 del 2000 risulti assorbimento della dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3.

Come è noto, il concorso apparente di norme sussiste quando una stesso fatto appare disciplinato da più norme, ma in realtà solo una di esse è destinata a trovare applicazione, sicchè solo una delle ipotesi di reato previste può ritenersi configurabile, con esclusione dell’applicazione delle norme che disciplinano il concorso di reati. Per risolvere il conflitto tra le due o più norme astrattamente applicabili, l’art. 15 c.p., prevede il principio di specialità, stabilendo che “Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione speciale deroga alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito”. Si tratta di un criterio di natura logico-strutturale, che consente di escludere l’applicazione della fattispecie avente portata generale, quando la fattispecie speciale punisce una condotta perfettamente coincidente con quella prevista dalla norma a carattere generale, con l’aggiunta di un elemento specializzante (ad esempio come avviene con le fattispecie di sequestro di persona e di sequestro di persona a scopo di estorsione). Detto in altri termini, il rapporto di genere a specie tra le due norme è tale che, in mancanza della norma speciale, il fatto sarebbe comunque ricompreso nella fattispecie di portata generale.

Inoltre, il concorso apparente di norme presuppone che, le diverse leggi apparentemente applicabili allo stesso regolino la “stessa materia”. Per quanto riguarda la definizione di tale concetto, la giurisprudenza di questa Corte esclude il riferimento al fatto concreto per attribuire rilevanza, invece, alla stessa fattispecie astratta, ai fatto tipico corrispondente alla previsione legale (Sez. U, n. 16568, del 19 aprile 2007, Carenivi, Rv. 235962).

Vi sono dei casi in cui il rapporto tra le norme non è configurato in termini di specialità bensì di interferenza, e ciò si verifica nel caso in cui uno stesso fatto sembrerebbe riconducibile a due fattispecie incriminatrici, tra le quali, però, in astratto, non sussiste alcun rapporto di specialità (si pensi, ad esempio, alla truffa commessa millantando credito). In tali casi, si è ritenuto di ravvisare un concorso apparente di norme, in quanto, la consumazione di un delitto presuppone, secondo l’id quod plerumque accidit, la realizzazione di una condotta riconducibile ad altra fattispecie incriminatrice, con la conseguenza che, per evitare duplicazioni di pena, la fattispecie più grave dovrebbe assorbire quella di minore gravità, facendosi in tal modo applicazione dei alteri, non logici, ma di valore, della consunzione o dell’assorbimento.

3. Secondo il costante indirizzo di questa Corte, tuttavia, il solo criterio idoneo a risolvere il conflitto apparente di norme è dato dal criterio logico strutturale di specialità individuato dall’art. 15 c.p., poichè il ricorso a criteri di valore quali quelli di consunzione ed assorbimento rischia di attribuire al giudice un’eccessiva discrezionalità in contrasto con il principio di legalità, e più in particolare, del principio di tassatività della fattispecie penale (da ultimo, Sez. U, n. 1963 del 28 ottobre 2010 Di *******, Rv. 248721).

4. Orbene, nella vicenda in esame, non può essere ravvisato un concorso apparente di norme tra le fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici e la fattispecie di occultamento o distruzione di documenti contabili. Perchè sia integrato il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, è necessario che il contribuente indichi nelle dichiarazioni annuali un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi per un valore corrispondente alle soglie di punibilità Individuate dal legislatore, sulla base di una falsa rappresentazione delle scritture contabili e che per fare ciò il soggetto si sia anche avvalso di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolare l’accertamento della falsa rappresentazione (cfr. Sez. 3, n. 8962 dell’1/12/2010, dep. 8/3/2011, *****, Rv. 249689); sotto il profilo soggettivo, è richiesto il dolo specifico del fine di evadere le imposte sui redditi o sull’IVA. Invece il delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10, è configurabile ove il soggetto occulti o distrugga in tutto o in parte i documenti contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, e ricorra l’impossibilità di ricostruire, sia pure parzialmente, il volume di affari o dei redditi. Sotto il profilo soggettivo, è ugualmente richiesto il dolo specifico del fine di evadere le imposte sui redditi o sull’IVA, ma è anche possibile alternativamente la finalità di consentire l’evasione a terzi.

5. Non sussiste, dunque, alcuna relazione di genere a specie tra le fattispecie poste a confronto, non potendosi ritenere che la condotta di occultamento o distruzione integri il mezzo fraudolento cui fa riferimento il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, nel descrivere le modalità della condotta della dichiarazione fraudolenta. Ricorre piuttosto un fenomeno di interferenza tra le due fattispecie determinato dalla peculiarità del fatto concreto, senza che però sussista alcun rapporto di specialità tra le fattispecie incriminatrici astrattamente considerate. Nel delitto di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, il ricorso all’artificio è strumentale alla falsa dichiarazione, essendo finalizzato ad impedire l’accertamento della stessa. La fattispecie ripropone uno schema analogo a quello del delitto di truffa, in quanto il ricorso al mezzo fraudolento è volto alla induzione in errore di un soggetto passivo, ovvero lo Stato, in ordine al volume dei redditi prodotti.

L’occultamento e la distruzione dei documenti contabili, potendosi realizzare con qualsiasi modalità, non integra necessariamente un artificio, ben potendo il soggetto agente limitarsi a distruggere o occultare i documenti contabili, senza che detta condotta possa dirsi strumentale alla falsa dichiarazione, che in caso potrebbe anche mancare. Sotto un diverso angolo prospettico, il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici è incentrato sul momento dichiarativo, quale momento in cui si realizza il presupposto dell’evasione. Viceversa, il delitto di occultamento o distruzione delle scritture contabili tende a reprimere tutte quelle condotte antecedenti al momento dichiarativo e potenzialmente preclusive dell’accertamento dei redditi prodotti. Va infatti osservato che il reato di cui al D.Lgs. n. 74, art. 10, ha carattere permanente “in quanto la condotta penale dura sino al momento dell’accertamento fiscale, “dies a quo” da cui decorre il termine di prescrizione” (cfr. Sez. 3, n. 3055 del 14/11/2007, dep. 21/1/2008, *******, Rv. 238612), mentre il delitto di cui all’art. 3 del citato dlgs è un reato istantaneo che si perfeziona nel momento in cui la dichiarazione fraudolenta viene effettuata. Infine, dal punto di vista soggettivo, anche il dolo specifico è strutturato in ragione delle peculiarità di ciascuna fattispecie incriminatrice: nella dichiarazione fraudolenta deve sussistere il fine dell’evasione delle imposte sul reddito e sul valore aggiunto; nella fattispecie di occultamento; oltre ai fine dell’evasione, vi è anche quello di consentire l’evasione a terzi.

Pertanto questo Collegio ritiene che debba essere affermato il principio di diritto che il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici ben può concorrere con il delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili, in quanto va escluso il concorso apparente di norme tra la fattispecie di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 3, e quella di cui all’art. 10 previsto nei medesimo decreto, non sussistendo tra le stesse quel rapporto di genere a specie che solo può legittimare l’applicazione dell’art. 15 c.p..

Alla luce di tali considerazioni, il ricorso deve essere rigettato ed al rigetto consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Apre account di posta elettronica a nome di altri: è reato di sostituzione di persona (Cass. pen. n. 12479/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. – Con sentenza del 17 novembre 2010, la Corte d’appello di Roma ha parzialmente confermato, riducendo la pena, la sentenza del Tribunale di Roma, con cui l’imputato era stato condannato per il reato di cui all’articolo 494 cod. pen. – così diversamente qualificato il fatto di cui all’imputazione originaria – per avere, in concorso con altro soggetto e senza il consenso dell’interessata, al fine di trarne profitto o di procurare a quest’ultima un danno, utilizzato i dati anagrafici di una donna, aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica e facendo, così, ricadere sull’inconsapevole intestataria le morosità nei pagamenti di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.
2. – Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, chiedendone l’annullamento.
2.1. – Con un primo motivo di impugnazione, si deduce l’erronea applicazione dell’articolo 494 cod. pen., perché l’imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia; e non vi sarebbe, in linea di principio, alcuna necessità di servirsi di una vera identità per comprare oggetti on-line, ben potendo utilizzarsi uno pseudonimo. Né potrebbe trovare applicazione, nel caso di specie, quanto affermato dalla Corte di cassazione, sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, perché detta decisione si riferirebbe alla diversa fattispecie della creazione di un account di posta elettronica apparentemente intestato ad altra persona e della sua utilizzazione per intessere rapporti con altri utenti, traendoli in errore sulla propria identità personale. Sempre per la difesa, la circostanza che il venditore mancato sia andato alla ricerca delle generalità dell’acquirente apparente sarebbe ininfluente ai fini della configurazione del reato, non essendo il normale comportamento di un soggetto fruitore del servizio di aste on-line quello di voler conoscere le generalità dell’altro contraente nel momento in cui il pagamento dell’oggetto venduto non è stato effettuato.
2.2. – Si deducono, in secondo luogo, la nullità della sentenza in relazione all’articolo 62, n. 6), cod. pen., nonché il difetto di motivazione in ordine alla richiesta di concessione dell’attenuante del risarcimento del danno. La difesa lamenta, sul punto, che la Corte d’appello avrebbe negato la concessione di detta attenuante, sull’assunto che la somma versata dall’imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall’intera vicenda, affermando di ritenersi soddisfatta in termini economici.
2.3. – In terzo luogo, si deduce la violazione degli artt. 53 della legge n. 689 del 1981 e 135 cod. pen. La Corte d’appello avrebbe erroneamente sostituito la pena detentiva con la corrispondente pena pecuniaria, determinata in Euro 7500,00 di multa, senza tenere conto del fatto che, all’epoca del commesso reato, era previsto un ragguaglio di Euro 38,00 al giorno, dovendosi applicare la legge più favorevole reo. Rileva, in particolare, il ricorrente che il fatto è del febbraio 2005, epoca precedente all’entrata in vigore dell’articolo 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, che ha modificato l’art. 135 cod. pen., prevedendo, per ogni giorno di pena detentiva, la sanzione sostitutiva della somma di Euro 250,00 di pena pecuniaria, in luogo dell’originaria somma di Euro 38,00.

 

Considerato in diritto

3. – Il ricorso è solo parzialmente fondato.
3.1. – Il primo motivo di impugnazione – con cui si deduce l’erronea applicazione dell’articolo 494 cod. pen., perché l’imputato avrebbe utilizzato i dati anagrafici della vittima solo per iscriversi al sito di aste on-line, partecipando poi alle aste con un nome di fantasia – è infondato.
Deve rilevarsi che – contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente – la partecipazione ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo presuppone necessariamente che a tale pseudonimo corrisponda una reale identità, accettabile on-line da parte di tutti i soggetti con i quali vengono concluse compravendite. E ciò, evidentemente, al fine di consentire la tutela delle controparti contrattuali nei confronti di eventuali inadempimenti. Infatti, come evidenziato dalla giurisprudenza di questa Corte, integra il reato di sostituzione di persona (art. 494 cod. pen.), la condotta di colui che crei ed utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (Sez. V 8 novembre 2007, n. 46674, Rv. 238504).
Tali principi trovano applicazione anche nel caso di specie, in cui risulta pacifico che l’imputato avesse utilizzato i dati anagrafici di una donna aprendo a suo nome un account e una casella di posta elettronica, facendo, così, ricadere sull’inconsapevole intestataria, e non su se stesso, le conseguenze dell’inadempimento delle obbligazioni di pagamento del prezzo di beni acquistati mediante la partecipazione ad aste in rete.
3.2. – Il secondo motivo di ricorso – con cui si lamenta che la Corte d’appello avrebbe negato la concessione dell’attenuante di cui all’art. 62, n. 6), cod. pen., sull’assunto che la somma versata dall’imputato in favore della parte offesa sembra coprire appena le spese sostenute dalla predetta per partecipare al procedimento di primo grado, mentre la stessa parte offesa avrebbe ammesso nel giudizio di primo grado, di non aver avuto alcun nocumento economicamente apprezzabile dall’intera vicenda – è inammissibile, per genericità.
La difesa di parte ricorrente si limita, infatti, ad affermare che la persona offesa avrebbe ammesso in primo grado di non aver avuto un documento apprezzabile dall’intera vicenda, senza specificare quale sia stato il momento del versamento della somma di Euro 300,00 in favore della stessa persona offesa (se precedente al giudizio, come richiesto dal citato numero punto 6) dell’articolo 62 cod. pen.) e, soprattutto, senza procedere, neanche in via di mera prospettazione, ad una quantificazione di massima del danno provocato. A tali considerazioni deve, peraltro, aggiungersi quanto correttamente rilevato dalla Corte d’appello circa l’evidente irrisorietà dell’importo versato, che sembra coprire appena le spese sostenute dalla persona offesa per partecipare al procedimento di primo grado.
3.3. – Fondato è, invece, il terzo motivo di gravame, relativo alla quantificazione della pena.
Dalla lettura della sentenza impugnata, emerge, infatti, che la pena pecuniaria irrogata in sostituzione di quella detentiva è stata calcolata in base al disposto dell’articolo 135 cod. pen., nel testo vigente a seguito della modifica apportata dall’articolo 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009; e, dunque, sulla base della somma giornaliera di Euro 250,00. Come correttamente osservato dal ricorrente, il fatto contestato è del febbraio 2005, data precedente all’entrata in vigore di detta modifica. Deve, perciò, trovare applicazione il criterio di ragguaglio previgente, in ragione di Euro 38,00 al giorno.
4. – Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, limitatamente alla sanzione sostitutiva, che deve essere rideterminata in Euro 1140,00 (somma ottenuta moltiplicando il valore giornaliero di Euro 38,00 per 30 giorni di pena detentiva).

 

P.Q.M.

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla conversione della pena pecuniaria, che rideterminata in Euro 1140,00. Rigetta nel resto il ricorso.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I comportamenti denigratori e vessatori del “capo” sul luogo di lavoro nei confronti dei dipendenti integrano il reato di violenza privata (Cass. pen. n. 12517/2012)

Redazione

Fatto e Diritto

1. Il Tribunale di Lecce/******** con sentenza in data 1.12.2005 condannava L.R. e C.R. per il delitto di cui all’art. 572 c.p, in danno di A.P. Il primo era titolare di un calzaturificio, il secondo suo padre, la P. era invalida civile assunta come dipendente ai sensi dellalegge 68/99. Le imputazioni originarie erano di estorsione per il primo (in relazione alla condotta del far sottoscrivere busta paga contenente somma superiore a quella effettivamente corrisposta) e di ingiurie continuate per entrambi. Il Tribunale assolveva dal delitto di estorsione e riqualificava il capo B nei termini anticipati.
Con sentenza 8.1-1.4.2010 la Corte d’appello di Lecce, adita dall’impugnazione dei soli imputati, ha confermato la deliberazione di primo grado.
2. I ricorsi sono stati proposti dal difensore nell’interesse di L.R. e personalmente da C.R.
I due atti hanno contenuto sovrapponibile, salvo il richiamo, nel primo, ad intervenuta remissione di querela (il difensore deduce di averlo ‘affermato’ nel corso dell’udienza del 16.12.2009) che avrebbe evidente rilevanza nel caso di riqualificazione del reato nei termini originari (va subito rilevato che dalla lettura dei verbali di udienza tale remissione di querela risulta effettivamente pervenuta).
I tre motivi di ricorso (violazione dell’art. 572 c.p., violazione dell’art. 521.2 c.p.p., insufficienza, carenza e illogicità della motivazione) sono trattati congiuntamente nell’esposizione delle deduzioni contenute nei due atti.
Secondo i ricorrenti, le prime due violazioni di legge sussisterebbero perché la condanna non sarebbe intervenuta per i medesimi fatti storici. Erroneamente la Corte salentina avrebbe giudicato solo mutamento del tipo di vincolo (dalla continuazione all’abitualità) quella che invece avrebbe configurato una sostanziale modifica del fatto, rilevando ora un vero e proprio sistema di vita, contesto in fatto rispetto al quale non sarebbe stata attrezzata adeguata difesa tecnica, quella svolta in concreto essendo stata solo finalizzata ad escludere la sussistenza delle ingiurie indicate come consumate nel mese del luglio 2002, a provare “una situazione oggettiva” e la “mancanza di pretestuosità dei rilievi mossi alla dipendente” nel medesimo arco temporale (p. 3 ricorsi). Il Giudice d’appello avrebbe poi mancato di confrontare le dichiarazioni delle testi S. e P., uniche considerate, con le stesse dichiarazioni della persona offesa, secondo cui le condotte dei datori di lavoro sarebbero state rivolte anche ad altre dipendenti, tra cui la stessa S. (così escludendosi la vessazione specificamente rivolta alla P.) ed i tempi della reiterazione indicati dalla teste S. (una due volte a settimana), aspetti in fatto certamente idonei a modificare la qualificazione giuridica ritenuta nelle sentenze e quindi che avrebbero dovuto essere oggetto di specifica motivazione. Anche le dichiarazioni dei due testi della difesa erroneamente sarebbero state giudicate inverosimili, in definitiva dovendo la complessiva motivazione essere apprezzata come illogica e fuorviante alla luce di tutti gli atti di causa richiamati nel ricorso e nell’atto di appello, secondo la nuova regola dell’art. 606.1 lett. E c.p.p. introdotta dalla legge 46/2006, con un evidente travisamento della prova.

3. Va preliminarmente rilevata l’inammissibilità della parte dei motivi che tendono ad introdurre una diversa ricostruzione del fatto, laddove commentano contenuti delle deposizioni della persona offesa e delle testi S., P. e S. che non risultano indicati né nelle sentenze di merito né nei motivi d’appello, risolvendosi pertanto in censure di stretto merito del tutto precluse in questa sede di legittimità; altrettanto manifestamente infondata è la deduzione relativa al periodo temporale in contestazione, posto che la mera lettura dell’imputazione attesta che la condotta contestata (già come reato continuato) è indicata come ‘accertata’ nel luglio del 2002 e non come consumata in tale mese.

3.1 Il fatto deve pertanto esser ritenuto ricostruito nel termini indicati dalla sentenza d’appello, che riferisce di assunzione della P. nel calzaturificio dei R. ex lege 68/99 nel mese di gennaio del 2002 e, da subito, di rapporti difficili con i due imputati, padre e figlio che insieme gestivano di fatto la piccola azienda, concretizzantisi in comportamenti continuativi di insulti ed offese che non le andava di lavorare, che era una lavativa, che era meglio se restava a casa. La situazione aveva raggiunto il culmine il 23 ed il 24 luglio 2002, con due ulteriori aggressioni verbali con accuse di non essere veloce nel lavoro e, cinque minuti dopo l’inizio del lavoro l’indomani, che non sapeva lavorare e che non doveva stare lì (una crisi di pianto con il richiudersi in bagno il giorno prima e la materiale uscita dalla fabbrica l’indomani avevano chiuso i due episodi). I Giudici del merito avevano escluso la sussistenza di alcuna condotta della donna che potesse fondare rimostranza alcuna, anche in termini ovviamente civili, nei confronti dell’operaia.

3.2 A giudizio di questa Corte suprema risulta assorbente, per la definizione del processo nei termini di cui al dispositivo, la constatazione che le condotte di “sistematiche, intenzionali e non giustificate aggressioni verbali” ricostruite nelle due sentenze vanno riqualificate come violenza privata continuata ed aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 c.p., secondo l’insegnamento già indicato da Sez.6, Sent. 44803/2010.
E’ vero che i Giudici del merito hanno posto in evidenza che gli atti vessatori continuativi sono avvenuti in un’azienda caratterizzata dalle dimensioni ridotte, dalla presenza quotidiana dei datori di lavoro e dall’esercizio diretto, da parte loro, del poteri di supremazia nei confronti del dipendenti senza alcun intermediario.
Tuttavia la giurisprudenza di questa Corte sul punto della possibile applicazione della disciplina dell’art. 572 c.p. anche all’ambito lavorativo ha precisato che ciò che è necessario, oltre al mero rapporto di sovraordinazione è che il rapporto di lavoro si svolga con forme e modalità tali da assimilarne i caratteri a quelli (relazioni intense ed abituali, consuetudini di vita tra i soggetti interessati, soggezione di una parte con corrispondente supremazia dell’altra, fiducia riposta dal soggetto più debole in quello che ricopre la posizione di supremazia – (Sez.6, sent. 685/2011) propri di un rapporto di natura “para-familiare”. Tale specificazione va apprezzata con riferimento ai casi concreti nei quali la Corte suprema ha giudicato sussistere il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in ambito lavorativo, perché sono essi che aiutano a comprendere il senso reale dei limiti dell’estensione. Così, è stata esclusa la configurabilità del reato ex art. 572 c.p. in casi di rapporto non solo tra dirigente e dipendente di un’azienda di grandi dimensioni (Sez.6, Sent. 26594/2009), ma anche tra sindaco e dipendente comunale (Sez.6, Sent. 43100 del 2011), tra capo officina e meccanico (Sez.6, Sent. 44803/2011), tra capo squadra e operaio (Sez.6, Sent. 685/2011), . Significativamente, per contro, alcune di queste sentenze hanno indicato come esempio di rapporto di lavoro cui sarebbe applicabile la fattispecie dell’art. 572 c.p. quelle “tipicamente a carattere familiare”, o “caratterizzate da familiarità” come il rapporto tra colf e persone della famiglia o quello non occasionale tra maestro d’arte ed apprendista.
‘Assidua comunanza di vita’ è la situazione di fatto che caratterizzava la peculiare vicenda definita da Sez.6, Sent. 10090/2001 (con trasferte su unico pulmino, consumo dei pasti insieme e pernottamento nei medesimi alberghi, giovane età dei dipendenti, in un contesto caratterizzato da gravi e permanenti angherie fisiche e verbali) in senso favorevole all’applicazione dell’art. 572 c.p. Molestie sessuali caratterizzano la vicenda definita da Sez.3, Sent. 27469/2008, mentre Sez.5, Sent. 33624/2007 si limita ad un sintetico richiamo di Sez.6, Sent. 10090/2001 per poi escludere le condizioni in fatto per la sussistenza del reato ex art. 572 c.p. in un rapporto tra preside ed insegnante.
In definitiva, è vero che l’art. 572 c.p. ha ‘allargato’ l’ambito delle condotte che possono configurare il delitto di maltrattamenti anche oltre quello solo endofamiliare in senso stretto. Ma pur sempre la fattispecie incriminatrice è inserita nel titolo dei delitti della famiglia ed indica nella rubrica la limitazione alla famiglia ed al fanciulli sicché non può ritenersi idoneo a configurarla il mero contesto di generico, e generale, rapporto di subordinazione/sovraordinazione. Da qui la ragione dell’indicazione del requisito, del presupposto, della ‘parafamillarltà’ del rapporto di sovraordinazione, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita l’autorità con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità.
Se così non fosse, ogni relazione lavorativa caratterizzata da ridotte dimensioni e dal diretto impegno del datore di lavoro per ciò solo dovrebbe configurare una sorta di comunità (para)familiare, idonea ad imporre la qualificazione in termini di violazione dell’art. 572 c.p, di condotte che, di eguale contenuto ma poste in essere in contesto più ampio, avrebbero solo rilevanza in ambito civile (il c.d. mobbing in contesto lavorativo, cui fa riferimento tra le altre la Sentenza Sez.6, 685/2011), con evidente irragionevolezza del sistema.
3.3 Ora, entrambe le sentenze di merito hanno sostanzialmente richiamato il rapporto di sovraordinazione proprio in sé del rapporto datore di lavoro e dipendente, le dimensioni ridotte dell’impresa e l’impegno lavorativo personale del datore di lavoro. Ma, per quanto detto, si tratta di elementi circostanziali necessari ma non sufficienti ad integrare quel contesto ‘parafamiliare’ che, per quanto finora argomentato, solo giustifica e consente l’applicazione dell’art. 572 c.p. ai rapporti di lavoro subordinato.
Come anticipato, le condotte descritte nelle due sentenze di merito vanno ricondotte agli artt. 610 e 61 n. 11 c.p. (atteso che il pur astrattamente ipotizzabile delitto estorsivo è già stato escluso, nei suoi peculiari requisiti oggettivi e soggettivi, già in sede di formulazione dell’imputazione e, nella sentenza di primo grado, per la condotta sub A).
SI tratta però di reato che ad oggi è prescritto, il che, anche in assenza di alcun attuale interesse civilistico (infatti nulla va disposto in ordine al mantenimento delle statuizioni civilistiche, risultando in atti che dopo la remissione della querela la parte civile ha abbandonato il processo), ai sensi dell’art. 129 c.p.p. assorbe ogni questione di nullità ai sensi dell’art. 521 e 522 c.p.p.

P.Q.M.

 

Riqualificato il fatto come violenza privata annulla senza rinvio la sentenza impugnata nonché la sentenza 1.12.2005 del Tribunale di Lecce/******** perché il reato è estinto per prescrizione.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

È nulla l’udienza tenuta in orario anticipato, rispetto a quello prefissato, per violazione del diritto di difesa (Cass. n. 12459/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La Corte d’Appello di Roma, con sentenza emessa in data 2 dicembre 2010 ha confermato la condanna, emessa dal Tribunale di Roma il 5 febbraio 2008, di G.L., per i reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5, perchè, nella qualità di presidente del Consiglio di amministrazione della General Service a.r.l., al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto ometteva di presentare la dichiarazione dei redditi per gli anni 2002 e 2003, in Roma accertato il (omissis).

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato, tramite il proprio difensore, chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi:

1) Art. 606 c.p.p., lett. b), inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in quanto la sentenza di appello era stata pubblicata con lettura del dispositivo all’udienza del 2 dicembre 2010, essendo stata rinviata la precedente udienza a tale data fissando quale orario di udienza le 11.

Invece la Corte di appello aveva chiamato il procedimento alle ore 9,55 ed aveva proceduto alla trattazione nominando un difensore di ufficio ex art. 97 c.p.p., comma 4, il dispositivo era stato letto alle ore 11,54. Essendosi realizzato un vulnus al diritto di difesa, la sentenza risulterebbe affetta da nullità insanabile, atteso anche il disposto dell’art. 111 Cost. e dell’art. 6 CEDU, in quanto non sussistevano i requisiti di legge per procedere alla nomina di un difensore di ufficio.

2) Mancanza contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in quanto l’imputato sarebbe stato dichiarato responsabile quando all’interno della società il compito di provvedere alle dichiarazioni dei redditi spettava ai tecnici appositamente incaricati; inoltre le verifiche collegate al controllo contabile dovrebbero essere demandate al Collegio sindacale.
Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso va accolto, con effetto assorbente per quanto attiene al contenuto dell’altra censura.

E’ stato già precisato dalla giurisprudenza che l’udienza dibattimentale celebrata in prosecuzione da precedente udienza, in orario anticipato rispetto a quello indicato nell’ordinanza di differimento del dibattimento, è nulla (così Sez. 1, n. 46228 del 27/11/2008, dep. 16/12/2008, *******, Rv. 242053) e che si tratta di nullità assoluta (art. 179 c.p.p.) per assenza del difensore di fiducia alla celebrazione del giudizio, anticipata rispetto all’ora prefissata.

2. Risulta dagli atti del giudizio di appello, che questo Collegio è autorizzato a consultare essendo stato eccepito un vizio processuale, che effettivamente la Corte di appello aveva rinviato il dibattimento ad udienza fissa, stabilendo le ore 11 del 2 dicembre 2010; aveva poi proceduto alla trattazione del giudizio in orario precedente a quello stabilito, come evidenziato dal verbale (9,45), nel quale è stato dato atto della nomina – ex art. 97 c.p.p., comma 4 – di un difensore di ufficio, il quale ebbe poi a svolgere le conclusioni. La partecipazione del difensore di ufficio – peraltro impropriamente nominato – all’udienza non ha però consentito all’imputato quella difesa effettiva, il cui esercizio tecnico spettava in primis all’avvocato nominato difensore di fiducia.

Per quanto sopra esposto, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Roma, che dovrà procedere ad un nuovo giudizio.

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte di appello di Roma.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Cassazione: anche gli atti preparatori della rapina presentano gli estremi del tentativo punibile (Cass. pen. n. 12175/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

 

1. Con sentenza in data 8/6/2011, la Corte di appello di Bari, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Trani, in data 9/6/2006, dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, rideterminava la pena inflitta a N. G. per il reato di rapina tentata in anni uno, mesi sette di reclusione ed Euro 400,00 di multa.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato per mezzo del suo difensore di fiducia, sollevando un unico motivo di gravame con il quale deduce violazione di legge ed illogicità della motivazione. Ai riguardo eccepisce che nella fattispecie non sussistano gli estremi del tentativo nella condotta dell’agente, il quale veniva fermato dai Carabinieri, quando l’azione delittuosa si trovava ancora allo stadio degli atti preliminari non punibili.
Motivi della decisione

1. Il ricorso è infondato.

2. In punto di diritto, in ordine ai principi applicabili in tema di tentativo, l’argomento è stato compiutamente esaminato da questa Sezione con la sentenza n. 28213/2010, Rv. 247680 (da ultimo con la sentenza n.36536/2011, Rv. 251145) che ha affermato quanto segue.

3. L’art. 56 c.p., disciplina il tentativo nei delitti e, essendo una fattispecie autonoma rispetto al reato consumato (ex plurimis Cass. 13/6/2001 riv. 220330), richiede, come tutti i reati, la sussistenza sia dell’elemento soggettivo che oggettivo.

L’elemento soggettivo è identico al dolo del reato che il soggetto agente si propone di compiere.

L’elemento oggettivo, invece, presenta spiccate peculiarità In quanto ruota intorno a tre concetti:

– l’idoneità degli atti;

– l’univocità degli atti;

– il mancato compimento dell’azione o il mancato verificarsi dell’evento.

La linea di demarcazione fra la semplice intenzione non punibile (secondo il vecchio brocardo cogitationis poenam nemo patitur) e quella punibile si snoda proprio attraverso l’esatta comprensione del suddetti principi.

4. Una premessa di natura sistematica: sebbene l’art. 56 c.p., sia l’unica norma che disciplini espressamente il tentativo, tuttavia, utili argomenti si possono trarre, ai **** sistematici, anche dall’art. 115 c.p., a norma del quale “qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato e questo non sia commesso, nessuna di essa è punibile per li solo fatto dell’accordo”.

La suddetta norma, evidenzia, quindi, in modo plastico, il principio secondo il quale anche un semplice accordo a commettere un delitto (e, quindi, a fortori, il semplice averlo pensato) non è punibile (salva l’applicazione della misura di sicurezza) ponendosi all’estremo opposto del delitto consumato.

Ma è proprio fra questi due estremi, ossia fra la semplice cogitatio o accordo (non punibile) ed il delitto consumato che si colloca la problematica del delitto tentato che consiste, appunto, nello stabilire quando un’azione, avendo superato fa soglia della mera cogitatio, pur non avendo raggiunto il suo scopo criminoso, dev’essere ugualmente punibile.

5. Il codice penale del 1889 (c.d. codice **********), influenzato dal codice napoleonico, all’art. 61, punendo “colui che, a) fine di commettere un delitto, ne comincia con mezzi Idonei l’esecuzione”, poneva la soglia di punibilità del delitto programmato nel momento in cui l’agente avesse cominciato l’esecuzione dell’azione: da qui, la distinzione fra atti preparatori non punibili ed atti di esecuzione punibili.

6. La distinzione, però, creò notevoli problemi interpretativi tanto che il legislatore del 1930 – peraltro anche per precise ragioni ideologi che – abbandonò espressamente il suddetto criterio, introducendo l’attuale art. 56 c.p. che ruota intorno a due criteri l’idoneità e la inequlvocltà degli atti compiuti dall’agente, nel senso che solo ove l’azione presenti le suddette caratteristiche, l’agente può essere punito a titolo di tentativo.

7. Il dibattito (dottrinale e giurisprudenziale), però, si è riacutizzato perchè, mentre prima la domanda era quali fossero i alteri per stabilire la differenza fra atti preparatori (non punibili) ed atti di esecuzione (punibili), ora la questione consiste nell’individuare la linea di confine che separa il semplice accordo (o la mera cogitatio), non punibile, dagli atti idonei inequivoci, punibili. In ordine al concetto di idoneità degli atti (e non del mezzo come prescriveva il codice **********), l’opinione maggioritaria sia della dottrina che della stessa giurisprudenza di questa Corte, è alquanto compatta nel ritenere che un atto si può ritenere Idoneo quando, valutato ex ante ed In concreto (c.d. criterio della prognosi postuma), ossia tenendo conto di tutte le circostanze conosciute e conoscibili e non di quelle oggettivamente presenti e conosciute dopo (ed criterio di valutazione su base parziale: ex plurimis Cass. 9/12/1996, *******, rv 206562), il giudice, sulla base della comune esperienza dell’uomo medio, possa ritenere che quegli atti – Indipendentemente dall’insuccesso determinato da fattori estranei – erano tali da ledere, ove portati a compimento, il bene giuridico tutelato dalla norma violata: ex plurimis Cass. 40058/2008 riv 241649 (in motivazione) – Cass. 43255/2009 riv 245721 – Cass. 27323/2008 riv 240736 – Cass. 34242/2009 riv 244915. Tanto risulta confermato anche dall’art. 49 c.p., comma 2 che è la norma speculare dell’art. 56 c.p., nella parte in cui dispone la non punibilità per l’Inidoneità dell’azione. Più controversa è la nozione di univocità degli atti.

Secondo una prima tesi: anche gli atti preparatori possono configurare l’ipotesi del tentativo, allorquando essi rivelino, sulla base di una valutazione ex ante e indipendentemente dall’Insuccesso determinato da fattori estranei, l’adeguatezza causale nella sequenza operativa che conduce alla consumazione del delitto e l’attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto, dimostrando contemporaneamente, per la loro essenza ed il contesto nel quale s’inseriscono, l’intenzione dell’agente di commettere il delitto (Cass. 27323/2008 riv. 240736 – Cass. 43255/2009 Rv. 245720). L’atto preparatorio può Integrare gli estremi del tentativo punibile, quando sia idoneo e diretto in modo non equivoco alla consumazione di un reato, ossia qualora abbia la capacità, sulla base di una valutazione “ex ante” e in relazione alle circostanze del caso, di raggiungere il risultato prefisso e a tale risultato sia univocamente diretto (Cass. 40702/2009 Rv. 245123).

8. E’ la c.d. tesi soggettiva in base alla quale, appunto, la prova del requisito dell’univocità dell’atto può essere raggiunta non solo sulla base dell’atto in sè considerato ma anche aliunde e, quindi, anche sulla base di semplici atti preparatori qualora rivelino la finalità che l’agente intendeva perseguire.

9. Ad avviso, Invece, di un’altra tesi: gli atti diretti in modo non equivoco a commettere un reato possono essere esclusivamente gli atti esecutivi, ossia gli atti tipici, corrispondenti, anche solo in minima parte, come inizio df esecuzione, alla descrizione legale di una fattispecie delittuosa a forma libera o vincolata. In quanto la univocità degli atti indica non un parametro probatorio, ma un criterio di essenza e una caratteristica oggettiva della condotta; ne consegue che non sono punibili, a titolo di tentativo, I meri atti preparatori (Cass. 9411/2010 Rv. 246620 – Cass. 40058/2008 cit. – Cass. 36283/2003 riv 228310 – Cass. 43406/2001 riv 220144). Se è vero, infitti, che il legislatore del 1930, obbedendo a sollecitazioni politiche dell’epoca, aveva ritenuto di allargare l’area del tentativo punibile redigendo il testo dell’art. 56 c.p., non è men vero che gran parte della dottrina e della giurisprudenza hanno dimostrato l’illusorietà del proposito che, con quel mezzo, si intendeva attuare. Ciò perchè atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto possono essere esclusivamente atti esecutivi. In quanto se l’idoneità df un atto può denotare al più la potenzialità dell’atto a conseguire una pluralità di risultati, soltanto dall’Inizio di esecuzione df una fattispecie delittuosa può dedursi la direzione univoca dell’atto stesso a provocare proprio il risultato criminoso voluto dall’agente (Corte Cost. 177/1980). E’ la ed, tesi oggetti va secondo la quale gli atti possono essere considerati univoci ogni qualvolta, valutati In quel singolo contesto, rivelano, in sè e per sè considerati, l’intenzione dell’agente (ed criterio di essenza). Per questa tesi, quindi, “la “direzione non equivoca” indica, Infatti, non un parametro probatorio, bensì un criterio di essenza e deve essere intesa come una caratteristica oggettiva della condotta, nel senso che gli atti posti in essere devono di per sè rivelare l’Intenzione dell’agente.

L’univocità, intesa come criterio di “essenza”, non esclude che la prova del dolo possa essere desunta aliunde, ma Impone soltanto che, una volta acquisita tale prova, sia effettuata una seconda verifica al fine di stabilire se gli atti posti in essere, valutati nella loro aggettività per il contesto nel quale si inseriscono, per la loro natura, siano in grado di rivelare, secondo te norme di esperienza e l’id quod plerumque accidit, l’intenzione, il fine perseguito dall’agente (Cass. 4005/2008 cit.).

10. E’ evidente il punto di frizione fra le due tesi. Infatti, mentre per la tesi soggettiva, l’univocità va valutata sulla base delle circostanze concrete (con la conseguenza che si determina, sul piano della repressione penale, un arretramento della soglia di punibilità, in quanto anche gli atti in sè preparatori, possono, a determinate condizioni, essere considerati univoci), al contrario per la tesi oggettiva, l’univocità coincide con l’inizio degli atti tipici di un determinato reato (con conseguente spostamento in avanti della soglia di punibilità, escludendosi l’univocità negli atti meramente preparatoli).

11. Questa Corte ritiene che la tesi ed oggettiva non sia condivisibile perchè, riproponendo, di fatto, l’antica problematica di cui si discuteva sotto il codice **********, opera un’interpretazione abrogans della nuova normativa, lasciando insoluti, in specie per i reati a forma libera, quegli stessi Interrogativi che avevano indotto il legislatore del 1930 a rivedere radicalmente l’intera normativa. Infatti, nella Relazione al progetto definitivo al codice penale, si trova scritto:

“innovazioni radicali sono state Introdotte nella disciplina del tentativo, sopprimendo la distinzione tra atti preparatori e atti esecutivi”.

Si ritiene, quindi, che la tesi più corretta sia quella soggettiva per ( motivi di seguito indicati.

12. Il punto di partenza, per una corretta esegesi dell’art. 56 c.p., non può che essere il dato storico: come si è detto, fu proprio per evitare le incertezze interpretative derivanti dell’Individuare quali fossero i mezzi che potevano essere considerati inizio dell’esecuzione criminosa (problema che diventava quasi irresolubile nei reati a forma libera) che il legislatore del 1930 s’indusse ad abbandonare la formula che parlava di “cominciamento” “mezzi” “esecuzione”.

Nel nuovo art. 56 c.p., infatti, non si parla più di mezzi ma di atti idonei (in contrapposizione agli atti Inidonei di cui all’art. 49 c.p., comma 2) e di azione che non si compie o di evento che non si verifica.

La terminologia adoperata dal legislatore è molto importante: una cosa è parlare di cominciamento dell’esecuzione con mezzi idonei, altro è parlare di azione non compiuta e di atti idonei a commettere il delitto.

13. E’ evidente, infatti, l’arretramento della soglia di punibilità, laddove si consideri che i termini “azione” ed “atti”, indicano, proprio a livello semantico, una maggiore estensione rispetto alla più ristretta categoria degli atti esecutivi, in altri termini, il legislatore ha focalizzato la sua attenzione non solo sull’esecuzione ma anche sull’azione.

14. Ora, siccome l’azione è quell’attività umana composta da uno o più atti, ne deriva, proprio sul piano logico (oltre che semantico) che il tentativo è punibile non solo quando l’esecuzione è compiuta ma anche quando l’agente ha compiuto uno o più atti (non necessariamente esecutivi) che indichino, in modo inequivoco, la sua volontà di voler compiere un determinato delitto. Sul punto, è lo stesso art. 56 c.p., che offre utili spunti di riflessione nella parte in cui dispone che il defitto tentato si verifica in due ipotesi; 1) quando l’azione non si compie (c.d. tentativo non compiuto); 2) quando l’evento non si verìfica (c.d. tentativo compiuto). Sebbene si sia soliti attribuire poca importanza alla suddetta distinzione, in quanto la si assimila a quella del codice ********** fra “delitto tentato” e delitto mancato” (peraltro sanzionato più gravemente), il dato di fatto semanticamente rilevante è che non si parla di “delitto tentato o mancato” ma di azione non compiuta e di evento non verificatosi.

15. Il suddetto dato non può non avere una sua rilevanza giuridica.

Infatti, quando la legge adopera la locuzione “evento che non si verifica” è chiaro che ipotizza il caso dell’agente che ha compito l’esecuzione degli atti tipici del delitto programmato, ma che questo non si è verificato per un fatto indipendente dalla sua volontà (ad es. l’agente ha sparato a Tizio ma questi, all’ultimo momento, casualmente, si è spostato, facendo, quindi, fallire l’attentato).

Se, quindi, la legge ha già previsto la punibilità dell’esecuzione degli atti di un delitto, quando prevede la punibilità anche dell’azione, necessariamente non può che far riferimento ad un qualcosa che precede l’esecuzione vera e propria, ossia quell’Insieme di atti (o semplice atto) che, sebbene non esecutivi, valutati unitariamente, abbiamo l’astratta attitudine a produrre il delitto programmato. L’azione, io si ripete, è un termine molto ampio ed indica il risultato finale del compimento di un atto o più atti, e contiene, in sè, tutti gli elementi che consentono di affermare, sia pure ex post, che quell’azione era idonea, ove portata a termine (rectius: eseguita) a perpetrare il delitto programmato. Ciò, quindi, permette di affermare che ci si trova di fronte ad un tentativo punibile in tutti quei casi in cui l’agente abbia approntato e completato il suo piano criminoso In ogni dettaglio ed abbia iniziato ad attuarlo pur non essendo ancora arrivato alla fase esecutiva vera e propria ossia alla concreta lesione del bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice.

16. Quanto appena detto, trova una conferma negli speculari commi terzo e quarto dell’art. 56 che, ancora una volta, confermano i due livelli del tentativo punibile (sanzionati in modo differente): la desistenza dell’azione nel senso sopra specificato, nel quale caso, la norma prevede che l’agente risponde degli atti compiuti solo se questi costituiscano un reato diverso; l’impedimento, da parte dell’agente, dell’evento determinato dal compimento degli atti esecutivi veri e propri, nel quale caso, l’agente risponde pur sempre del tentativo, sebbene con una diminuzione della pena.

17. E’ evidente, quindi, che, anche a livello sanzionatorio, la legge ha voluto distinguere le due tipologie di tentativi che, se non vengono attuati per cause indipendenti dalla volontà dell’agente, vengono puniti allo stesso modo (primo comma), mentre se il delitto non si verifica per la resipiscenza dell’agente, vengono sanzionati diversamente rendendo, pertanto, palese che l’azione che non si compie (o dalla quale l’agente desiste) è un qualcosa che precede l’evento che non si verifica (o compie).

18. Ed ulteriore conferma può trarsì dall’art. 49 c.p., comma 2, (che rappresenta, per così dire, il lato speculare e contrario dell’art. 56 c.p.) che esclude la punibilità per “l’inidoneità dell’azione” non degli atti esecutivi: il che significa che, per stabilire se d si trova di fronte ad un tentativo punibile, a parte l’ipotesi del compimento degli atti esecutivi veri e propri (ipotesi considerata espressamente, come si è detto, dall’art. 56 c.p., comma 1, ultima parte), occorre aver riguardo più che all’idoneità dei singoli atti, all’idoneità dell’azione valutata nel suo complesso così come appare cristallizzata in un determinato momento storico, tenuto conto di tutti gli elementi esterni ed Interni, conosciuti e conoscibili. Solo se l’azione viene valutata unitariamente, può aversi un quadro d’insieme dei singoli atti che, se valutati singolarmente, possono anche sembrare in sè inidonei, ma che se inseriti in un più ampio contesto, appaiono per quelli che sono, ossia dei singoli anelli di una più complessa ed unica catena, l’uno funzionale all’altro per il compimento dell’azione finale destinata a sfociare nella consumazione del delitto programmato.

19. Si può, quindi, concludere affermando che il legislatore del 1930, arretrando la soglia di punibilità del tentativo, ha completamente ribaltato l’impostazione del codice ********** in quanto ora sono punibili non solo gli atti di esecuzione veri e propri ma anche gli atti ad essi antecedenti che, per comodità descrittiva, si possono continuare a chiamare ancora atti preparatori, a condizione però che posseggano quelle caratteristiche si cui si è detto. Si deve, pertanto, affermare il seguente principio di diritto: “al fini del tentativo punibile, assumono rilevanza penale non solo gli atti esecutivi veri propri del delitto pianificato, ma anche quegli atti che, pur essendo classificabili come atti preparatori, tuttavia, per le circostanze concrete (di luogo – di tempo – di mezzi ecc.) fanno fondatamente ritenere che l’azione – considerata come l’insieme del suddetti atti – abbia la rilevante probabilità di conseguire l’obiettivo programmato e che l’agente si trovi ormai ad un punto di non ritorno dall’imminente progettato delitto e che il medesimo sarà commesso a meno che non risultino percepibili incognite che pongano in dubbio tale eventualità, dovendosi, a tal fine, escludere solo quegli eventi Imprevedibili non dipendenti dalla volontà del soggetto agente atteso che costui ha solo un modo per dimostrare di avere receduto dal proposito criminoso: ossia la desistenza volontaria (art. 56 c.p., comma 3) o il recesso attivo (art. 56 c.p., comma 4)”. 20. Tanto premesso In diritto, richiamata la dinamica del fatti così come accertata dal giudici del merito, la censura risulta infondata.

Come ha correttamente osservato la Corte territoriale, in questo caso il possesso di armi, anche se di fatto non utilizzate, unitamente ad altri strumenti diretti al travisamento della persona, costituisce manifestazione univoca del tentativo di rapina aggravata, ove la si valuti alla luce, sia della condotta anteriore all’intervento del CC, caratterizzata dal sopralluogo e dall’attesa del momento migliore per Irrompere In banca, sia di quella successiva. estrinsecatasi in una fuga tanto precipitosa, quanto pericolosa. Non v’è dubbio, pertanto, che nel caso di specie il comportamento dell’agente abbia varcato la soglia della punibilità penale sotto il profilo del tentativo.

21. Ai sensi dell’art. 616 c.p.p., con il provvedimento che rigetta il ricorso, l’imputato che lo ha proposto deve essere condannato al pagamento delle spese del procedimento.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Diventa autore di Diritto.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

1 136 137 138 139 140 151


Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it  |  www.maggioliadv.it

Gruppo Maggioli
www.maggioli.it

Ricevi tutte le novità di Diritto della settimana 
in una pratica email  direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Non abbandonare Diritto.it
senza iscriverti alla newsletter!