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Penale

Fermato con merce rubata al supermercato prima di arrivare alle casse: è furto aggravato e non tentato (Cass. pen. n. 30283/2012)

Redazione

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con la sentenza in epigrafe la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza emessa in data 14 aprile 2009 dal locale Tribunale, appellata da O.L., che l’aveva dichiarato responsabile del delitto di furto aggravato, commesso il (omissis).

Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione l’imputato sulla base di due motivi.

Con il primo deduce violazione di legge per l’erronea valutazione da parte della Corte di merito del ricorrere del delitto consumato e non di quello tentato, che dovrebbe essere ravvisato nella situazione in cui l’agente venga tenuto sotto controllo dagli addetti alla custodia del supermercato fino a che non oltrepassi le casse, avendo celato la merce sottratta dagli scaffali. Anche il passaggio dalle casse ove si verifichi l’intervento degli addetti impedirebbe la consumazione del reato.

Con un secondo motivo deduce difetto di motivazione sulla mancata applicazione delle attenuanti generiche e di quella di cui all’art. 62 cod. pen., n. 4.

Il ricorso ad avviso del Collegio è privo di fondamento.

Seppur consapevole di un diverso orientamento al proposito, il Collegio ritiene di dover seguire l’orientamento rappresentato da plurime decisioni di questa Corte (Sez. V, sent. n. 37242 del 13/7/2010, Rv. 248650, rie: **** e altro; confi: n. 23020 del 2008, Rv. 240493; n. 27631 del 2010, Rv. 248388; Sez. V, sent. n. 7086 del 19/1/2011, Rv. 249842, ric.: P.G. in proc. *****) secondo le quali costituisce furto consumato e non tentato quello che si commette all’atto del superamento della barriera delle casse di un supermercato con merce prelevata dai banchi e sottratta al pagamento, a nulla rilevando che il fatto sia avvenuto sotto il costante controllo del personale del supermercato, incaricato della sorveglianza.

S’è sostenuto, ed il Collegio condivide la conclusione e l’argomentazione al proposito, che il momento consumativo del reato, in tal caso, è ravvisabile all’atto dell’apprensione della mercè, che si realizza senza dubbio quando l’agente abbia superato la barriera delle casse senza pagare il prezzo, ma – a ben vedere – anche prima, allorchè la mercè venga dall’agente nascosta in tasca o nella borsa, in modo da predisporre le condizioni per passare dalla cassa senza pagare (ASN 200407235, Rv. 227347), comportando, la condotta sopra illustrata, oltre all’amotio, l’imposses-samento della res (non importa se per lungo tempo o per pochi secondi) e, dunque, integra, in presenza del relativo elemento psicologico, gli elementi costitutivi del delitto di furto.

Il superamento delle “linee di cassa” rappresenta e quindi rende manifesta la volontà dell’agente di non pagare le cose che, operando nel sistema cd. a self service, ha prelevato dagli scaffali. Detto superamento, insomma, opera più sul piano della prova, che su quello della integrazione degli elementi tipici.

Infondata poi la doglianza relativa all’attenuante di cui all’art. 62 cod. pen., n. 4, dovendosi sempre considerare nella valutazione dell’entità del danno l’importo globale, non solo rapportato al costo della merce sottratta, quanto anche alle ulteriori spese necessari e per ripristinare, nel caso, la merce con i dispostivi antitaccheggio rovinati dall’azione del prevenuto. Nè il ricorrente prova di aver dimostrato al giudice di merito la particolare tenuità del danno globalmente considerato.

Manifestamente infondato poi il ricorso in merito alle attenuanti generiche, considerato che le attenuanti erano state applicate dal primo giudice e con il gravame era stata chiesta una valutazione di prevalenza, negata dalla Corte di merito con motivazione ampia e del tutto congrua, in quanto riferita ad elementi previsti dall’art. 133 cod. pen., valutabili anche ex artt. 62 bis e 69 cod. pen., che ha posto in evidenza i plurimi precedenti per il medesimo reato in tempi ristretti, indicativi di pericolosità qualificata del prevenuto.

AI rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

La Corte rig
etta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Bancarotta fraudolenta: le pena accessoria può superare in durata la pena principale (Cass. pen. n. 30347/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza di cui in epigrafe, la corte d’appello di Ancona, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere in ordine al reato di cui alla *******., artt. 220 e 16, ascritto a D.C.A., perchè estinto per prescrizione; ha confermato nel resto la sentenza impugnata rideterminando la pena applicata al predetto e confermando l’affermazione di responsabilità e il trattamento sanzionatorio stabiliti dal primo giudice a carico di G.S. e Gi.St., con riferimento – per tutti e tre – al delitto di concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione, in relazione al fallimento della S.r.l. Agroinvest, dichiarato con sentenza (omissis).

2. Ricorrono per cassazione i difensori di G. e D. C..

2.1 Il primo deduce errore di diritto nell’applicazione della *******., art. 216, poichè nessuna distrazione dell’attivo fallimentare è stata operata. Invero l’addebito mosso gli imputati è quello di aver utilizzato una linea di credito concessa alla S.r.l. da un istituto bancario. Sta di fatto che detta linea di credito era garantita da fideiussioni. Ne consegue che l’utilizzo dei fondi messi a disposizione dalla banca non costituisce incremento del patrimonio della fallita in guisa di cespite patrimoniale. Ciò a maggior ragione se, come nel caso di specie, il prestito era assistito da garanzie, le quali hanno la capacità di compensare la diminuzione patrimoniale. Ne consegue che non è stato alterato l’equilibrio patrimoniale della fallita. Sul punto, il ricorrente chiede che, se dei caso, siano investite le SS.UU..

2.2 Deduce ancora errore di diritto in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico poichè non appare configurabile la sussistenza del dolo, atteso che il G. non ha mai avuto alcuna consapevolezza di aver leso l’interesse dei creditori, proprio perchè esistevano le ricordate fideiussioni; tali circostanze escludono, appunto, il dolo, anche nella forma del dolo generico, perchè non era prevedibile alcun pregiudizio per i creditori sotto il profilo della garanzia patrimoniale che, nel caso di specie era invece reale e concreta.

2.3 Il difensore di D.C. deduce erronea applicazione degli artt. 40 e 42 c.p., perchè il capo di imputazione configura la violazione dolosa dell’obbligo giuridico di non impedire l’evento in relazione alla condotta dei coimputati; trattasi, in realtà, di condotte non conosciute, nè prevedibili e quindi neanche prevenibili da parte dell’imputato.

2.4 Deduce ancora manifesta illogicità della motivazione, per avere il giudice di secondo grado ritenuto conosciute e conoscibili le sette operazioni di prelievo bancario, nonchè per aver ravvisato nella mancata partecipazione dell’imputato alte condotte descritte, elemento di sospetto, addebitando al ricorrente, peraltro, del tutto arbitrariamente, il proposito, coltivato ab origine, di richiedere un finanziamento bancario per finalità diverse da quelle dichiarate.

Sostiene questo ricorrente che i giudici del merito, come emerge al capo d’imputazione, gli addebitano – solo in considerazione della sua veste di presidente della S.r.l. – una condotta omissiva, per non aver impedito che altri si appropriassero del finanziamento bancario di lire 398 milioni. Tale assunto si fonda su una indimostrata premessa, vale a dire: che, nel corso del tempo, questo imputato si trovasse nelle condizioni di conoscere e prevedere ciò che i coimputati avevano fatto e stavano facendo. Sul punto, non esiste alcuna motivazione. E’ noto peraltro che gli estratti conto hanno cadenza trimestrale e, poichè la maggior parte delle condotte distrattive è avvenuta nei primi tre mesi, è del tutto evidente che D.C., sino a prova del contrario, non poteva essere informato di quanto si stava facendo. In realtà la S.r.l. non è mai divenuta operativa e il conto corrente è stato svuotato prima che essa potesse entrare in azione. Arbitrario è anche attribuire a questo ricorrente l’indebito locupletamento della società Generalfirme, nella quale egli non aveva alcun interesse.

2.5 Infine, nell’interesse del D.C., si deduce violazione dell’art. 133 c.p., in ragione della durata della pena accessoria.

Detta pena è stata fissata nella misura di anni 10, vale a dire in misura nettamente superiore a quella della pena principale, con un’interpretazione della legge che, se confermata, si vorrebbe in contrasto con i principi costituzionali di cui agli artt. 3, 27, 35, 41 della Carta fondamentale. Subordinatamente quindi il ricorrente solleva anche questione di legittimità costituzionale.

Motivi della decisione

1. I ricorsi sono infondati e devono essere rigettati.

2. Il mutuo trasferisce la proprietà del capitale (nel caso di specie: alla Agroinvest), con la conseguenza che, se detto capitale viene distratto, trattasi di distrazione del capitale di pertinenza del fallito.

Il fatto che vi fossero garanzie (personali e non reali, come erroneamente sostiene uno dei ricorrenti) non rende la condotta penalmente irrilevante, atteso, oltretutto, che gli stessi fideiussori, se la fideiussione viene attivata, divengono creditori del debitore. In ogni caso, la garanzia, come è noto, rappresenta un accessorium e, per altro, un creditore che si veda sostituire una garanzia personale ad un cespite patrimoniale subisce certamente un danno.

3. Tanto premesso, va detto che il ricorso del G. appare del tutto generico nella parte in cui contesta la sussistenza dell’elemento psicologico. Sostenere che egli non ebbe notizia della attività distrattiva, solo perchè sapeva che esistevano le fideiussioni, vuoi dire consentire che arbitrariamente si intersechi il piano della consapevolezza con quello delle (erronee, ammesso che l’assunto sia sincero) conoscenze giuridiche dell’imputato. In ogni caso, si tratterebbe di error juris inescusabile, atteso che, comunque, G., nell’accampare tale giustificazione, implicitamente ammette di essere stato a conoscenza dell’illecito utilizzo del finanziamento bancario.

4. Quanto al D.C., si deve rilevare che la sentenza, a pag.

4, evidenzia che lo stesso era coinvolto nella compagine della Generalfirme, società a favore della quale fu distratto firn porto del mutuo bancario. Ne consegue che la sua inerzia di fronte all’altrui opera di distrazione era, come ritiene la corte anconetana, interessata; con conseguente sussistenza del dolo del reato per il quale è intervenuta condanna.

5. Per quel che specificamente attiene alla pena accessoria, è noto come nella giurisprudenza di questa Corte permanga un contrasto relativo appunto alla durata della pena accessoria interdite va in caso di condanna per bancarotta.

5.1 Si registra infatti un orientamento (tra le tante, ASN 200739337- RV 238211) in base al quale detta pena (inabilitazione all’esercizio di imprese commerciali e incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per dieci anni prevista dalla L. Fall., art. 216, u.c.) non può considerarsi indeterminata; con la conseguenza che essa non si sottrae alla disciplina di cui all’art. 37 c.p., che, come è noto, impone che la pena accessoria abbia eguale durata a quella principale quando essa non sia predeterminata.

5.2 Esiste però altra corrente giurisprudenziale (es. ASN 201029780- RV 248258) per la quale deve rientrare nella nozione di pena accessoria non espressamente determinata dalla legge, quella per cui sia previsto un minimo ed un massimo, sicchè, in tali casi, la durata della pena accessoria va parametrata dal giudice a quella della pena principale inflitta.

5.3 Al proposito ritiene questo Collegio che, dal raffronto tra l’art. 216, comma 4, e la L. Fall., art. 217, comma 3, emerga netta la differenza voluta dal Legislatore. Invero, nei primo caso, “la condanna …. importa per la durata di 10 anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”; nel secondo caso, è previsto che “la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a 2 anni”.

La littera legis è dunque chiara: nella ipotesi più grave (bancarotta fraudolenta) si è voluto che, quale che sia la pena principale, il soggetto fosse posto in condizioni di non operare nel campo imprenditoriale dove ha creato danno e “disordine” per il (considerevole) lasso di tempo di due lustri; nella ipotesi meno grave (bancarotta semplice), l’inabilitazione e l’incapacità hanno “un tetto” molto meno elevato e la loro effettiva durata è rimessa all’apprezzamento del giudice.

“Per la durata di 10 anni”, invero, è espressione significativamente ben diversa da “fino a 2 anni” nel primo caso, la proibizione dura (appunto) interrottamente per una decade, nel secondo non può superare il biennio (ma può, quindi, anche coprire un più ridotto arco temporale).

La ratio è evidentemente specialpreventiva e la scelta del Legislatore non appare al di fuori degli schemi della logica.

Conseguentemente il sospetto contrasto con il dettato costituzionale, ad evidenza, non sussiste.

6. Consegue che le relative censure sono infondate. Conclusivamente, tutti i ricorsi meritano rigetto e i ricorrenti vanno singolarmente condannati alle spese del grado.

7. Gli stessi vanno anche condannati al rimborso delle spese sostenute in questa fase di giudizio dalla PC, spese che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, nonchè al ristoro delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 3.500 (tremilacinquecento), oltre accessori, come per legge.

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Legittimo impedimento: non è invocabile per il decorso post operatorio (Cass. pen. n. 29009/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. La Corte di Appello di Ancona, con sentenza del 19 luglio 2011, ha confermato la sentenza del Tribunale di Camerino dell’11 novembre 2004, nei confronti di P.A. e B.F., rispettivamente quali amministratore unico e amministratore di fatto della IREPI s.r.l., dichiarata fallita il (omissis), condannati per diversi delitti di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e il solo P. anche per irregolare tenuta delle scritture contabili.

2. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione entrambi gli imputati lamentando:

il P., a mezzo del proprio difensore:

a) l’intervenuta prescrizione dei reati;

b) una violazione di legge in merito al mancato accoglimento dell’istanza di rinvio di un’udienza in prime cure a cagione dell’impossibilità a presenziare per motivi di salute;

c) la mancata assunzione di una prova decisiva;

d) la carenza di motivazione in ordine all’affermazione della propria penale responsabilità.

Il B., personalmente:

a) la violazione di legge in ordine all’applicazione della normativa penale dopo la novella di cui al D.Lgs. n. 169 del 2007;

b) la carenza di motivazione in ordine all’affermazione della penale responsabilità;

c) l’intervenuta prescrizione dei reati.

3. Risulta, inoltre, pervenuta comunicazione dell’avvocato P. F.A., nominato difensore d’ufficio del B., dell’avvenuta sua cancellazione dall’albo dei difensori d’ufficio.

Motivi della decisione

1. Deve premettersi come da comunicazione del difensore d’ufficio del ricorrente B., avvocato P.F.A., di essere stato cancellato dall’albo dei difensori d’ufficio non può impedire la celebrazione del presente giudizio.

Si osserva, in primo luogo, come sulla base della documentazione in atti non sembra essere stato ancora emesso il formale provvedimento di cancellazione e come, d’altra parte, l’istanza di cancellazione risulti inviata e ricevuta dal Consiglio Nazionale Forense il 24 febbraio 2012 e che, pertanto, all’atto della notifica del decreto di fissazione dell’udienza del 18 aprile 2012 avanti questa Sezione, avvenuta in pari data, sussistevano gli estremi di fatto e di diritto perchè il ricorrente fosse dotato del necessario difensore.

2. Quanto al merito effettivo i ricorsi non meritano accoglimento.

3. Quanto al secondo motivo del ricorso P. si osserva come, nel caso in cui l’imputato non si presenti al dibattimento, perchè si possa disporre il rinvio dell’udienza debba essere provato che l’impossibilità di comparire sia dipesa da caso fortuito, forza maggiore o da altro legittimo impedimento e che tale impossibilità sia assoluta.

Ne consegue che, qualora il legittimo impedimento addotto sia costituito da infermità, questa debba essere provata non soltanto nella sua effettiva esistenza, ma anche con riguardo all’efficacia impeditiva assoluta per l’imputato di presentarsi all’udienza.

Tale prova non può perciò dirsi raggiunta allorchè il certificato medico si limiti all’attestazione dell’infermità ed alla prognosi, senza nulla affermare in ordine alla determinazione dell’impossibilità fisica assoluta dell’imputato di comparire in Tribunale.

Impossibilità che rientra comunque nei poteri di valutazione del Giudice, il quale deve considerare, accanto alla natura dell’affezione, anche la prognosi, le cure e ogni altro elemento concreto idoneo alla verifica dell’assolutezza dell’impedimento (v. a partire da Cass. Sez. Un., 27 settembre 2005 n. 36635, Sez. V, 14 dicembre 2007 n. 5540 e Sez. VI, 26 febbraio 2008 n. 24398).

Correttamente, pertanto, nel caso di specie il Giudice ha rigettato l’istanza di rinvio dell’udienza ritenendo che il certificato medico prodotto dall’imputato, attestante l’avvenuta effettuazione di un precedente intervento chirurgico, non avesse fornito la prova dell’assoluta impossibilità dell’imputato di presentarsi all’udienza, avendo, semplicemente, prescritto un periodo di “riposo e cure”.

4. Quanto al quarto motivo del ricorso P. ed al secondo motivo del ricorso B., d’identico contenuto, non possono condividersi in quanto tendenti a dare dei fatti una ricostruzione contraria a quella ritenuta nell’impugnata sentenza e che in questa sede di legittimità non è consentito riesaminare e, d’altra parte, a riprodurre i motivi di appello, già contrastati dalla Corte territoriale con motivazione logica.

Invero, la Corte di Appello, proprio nel rispondere ai motivi dell’impugnazione del P., soprattutto in quanto l’impugnazione del B. appariva essere alquanto generica, ha logicamente motivato in merito all’affermazione della penale responsabilità degli imputati non solo sulla base della relazione del Curatore ma, altresì, della documentazione prodotta e dell’esperita perizia tecnico-contabile, per cui non si può chiedere a questa Corte di rileggere l’esperita attività istruttoria.

In particolare, relativamente al B., la ritenuta qualifica di amministratore di fatto è pienamente fondata ai fini dell’affermazione della penale responsabilità del ricorrente.

La giurisprudenza di questa Sezione della Corte (v. 11 gennaio 2008 n. 7203 e da ultimo 19 febbraio 2010 n. 19049) ha formulato una distinzione in tema di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta evidenziando il diverso atteggiarsi dei criteri di imputazione di quella patrimoniale e di quella documentale, sotto il profilo soggettivo quando l’amministratore di diritto non sia anche quello effettivo ma risulti affiancato dalla figura dell’amministratore di fatto, eventualmente con esautorazione dei poteri del primo che per questo viene comunemente definito “testa di legno”.

Ebbene, si è opportunamente affermato che, con riguardo alla bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione ovvero per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture.

Non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della bancarotta patrimoniale o per distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto.

Ovviamente, per la figura dell’amministratore di fatto, accertata in riferimento alla posizione dell’odierno ricorrente, vale il principio della assoluta equiparazione alla figura dell’amministratore di diritto quanto a doveri, sicchè si è rilevato che l’amministratore “di fatto”, in base alla disciplina dettata dal novellato art. 2639 c.c., è da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali comportamenti, in applicazione della regola dettata dall’art. 40 c.p., comma 2.

In fatto, questa volta, i Giudici del merito hanno dato logicamente conto dell’attività posta in essere dall’imputato B. ai fini del compimento dell’attività distrattiva posta in essere e sulla base proprio della dianzi indicata attività probatoria.

Anche in questo caso, una diversa rilettura delle risultanze processuali non è, però, consentita a questa Corte di legittimità di fronte alla logica motivazione dei Giudici del merito.

5. Quanto al terzo motivo del ricorso P., con riferimento alla prova testimoniale richiesta dall’imputato ed ammessa dal Giudice di primo grado ma poi non espletata va detto come, ai sensi dell’art. 190 c.p.p., comma 3 e art. 495 c.p.p., comma 4, il Giudice abbia certamente il potere di revocare prove già ammesse quando le ritenga superflue e le parti abbiano il potere di rinunciarvi (v. Cass. Sez. V, 27 maggio 2008 n. 35986).

Nel primo caso il Giudice deve sentire le parti, mentre nel secondo è necessario il consenso anche dell’altra parte.

Orbene, va detto che la presenza delle parti in dibattimento non è una presenza meramente passiva, ma, con il nuovo processo, è una presenza particolarmente intensa specialmente nella fase dibattimentale, ove il contraddittorio delle parti ne esalta il ruolo.

Cosicchè le parti processuali presenti al dibattimento non possono interloquire soltanto quando siano specificamente interpellate dal Giudice su specifiche questioni ma debbono far valere gli interessi dedotti in giudizio con i poteri che il Codice loro concede.

Quindi, nel momento in cui il Giudice di primo grado abbia dichiarato chiusa la fase istruttoria, ritenendo evidentemente la istruttoria espletata completa e la causa matura per la decisione, ed abbia invitato le parti alla discussione ed a rassegnare le conclusioni, le parti interessate ben avrebbero potuto sollecitare l’assunzione dei testimoni non escussi, assunzione ancora possibile.

In effetti, l’invito alla discussione non è altro che il modo scelto dal Giudice di sentire le parti in ordine all’andamento ed allo sviluppo dell’istruttoria dibattimentale ed alla sua completezza nonchè alla discussione sulle prove raccolte e su quelle eventualmente non espletate. In tale momento le parti avrebbero potuto e dovuto far valere le proprie ragioni, anche in ordine alla presunta incompletezza della istruttoria dibattimentale, dal momento che al termine della discussione il Giudice può anche, melius re perpensa, non emettere sentenza, ma riprendere la istruttoria dibattimentale interrotta (v. anche Cass. Sez. IV, 3 febbraio 2004 n. 12589).

Nella specie, con assorbente considerazione, la revoca dei testi ammessi venne compiuta dal Tribunale prima di invitare i difensori degli imputati alla discussione e senza che questi affermassero alcunchè.

6. Quanto al primo motivo del ricorso B. deve osservarsi, sulla scorta di un arresto delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un. 28 febbraio 2008 n. 19601), come il Giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta R.D. 16 marzo 1942, n. 267, ex artt. 216 e ss. non possa sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell’impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell’imprenditore, sicchè le modifiche apportate all’art. 1 del R.D. n. 267 del 1942 dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell’art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso.

7. Quanto al primo motivo del ricorso P. e al terzo motivo del ricorso B. si osserva come gli ascritti reati non siano affatto prescritti perchè, applicando il vecchio termine prescrizionale di cui all’art. 157 c.p. (a cagione dell’epoca di commissione dei fatti e della decisione di prime cure ante novella L. n. 251 del 2005) e sommando gli ulteriori mesi otto e giorni 22 di sospensione (udienze 28 ottobre 2010-10 febbraio 2011-19 luglio 2011 con richieste di rinvio della difesa) si ottiene la definitiva scadenza al 22 maggio 2012 non ancora decorsa (30 agosto 1996-30 agosto 2011-22 maggio 2012).

8. I ricorsi devono, in conclusione, essere rigettati con la condanna di ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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Multa al nudista sulla spiaggia dei bagnanti in costume da bagno (Cass. pen. n. 28990/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza in data 21/07/2011 il Giudice di Pace di Taormina dichiarava colpevole P.M. del reato di cui all’art. 726 c.p. per avere in particolare preso il sole nudo su una spiaggia frequentata da numerosi bagnanti e lo condannava alla pena di Euro 1.200,00 di ammenda. Ha presentato ricorso l’imputato per contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione; questi, in sintesi, deduce che, come dichiarato dall’appuntato S. dei Carabinieri, intervenuto il giorno del fatto, l’imputato, contrariamente agli altri nudisti presenti sulla spiaggia, dileguatisi subito all’arrivo dei carabinieri, era rimasto serenamente in loco ad attendere i militari dopodichè, invitato a rivestirsi, lo aveva fatto subito. Ciò denotava, secondo il ricorrente, l’assoluta inconsapevolezza dello stesso di versare in violazione di norma di legge, convinto com’era, data la presenza degli altri nudisti, di trovarsi in una zona “naturista”; di qui la mancanza della coscienza e volontà di violare la norma, dato anche che la spiaggia in questione, sebbene non recintata, era notoriamente frequentata da numerosi anni da nudisti.
Motivi della decisione

2. Il ricorso è manifestamente infondato. Al di là della sostanziale censura in fatto in cui si risolve la doglianza, di per sè, dunque, inammissibile ove riguardata sotto il profilo del formalmente dedotto vizio di motivazione, non è riscontrabile in ogni caso neppure una errata applicazione dell’art. 726 c.p.; si è già affermato, da questa Corte, doversi escludere che la nudità integrale, a causa dell’evolversi del comune sentimento, non sia più idonea a provocare turbamento nella comunità attuale, giacchè essa può essere tollerata solo nella particolare situazione di campi di nudisti, riservata a soggetti consenzienti, ma non in luoghi pubblici o aperti o esposti al pubblico, dove è percepibile da tutti, anche da bambini e da adulti non consenzienti (Sez. III, n. 31407 del 27/06/2006, ********, Rv. 235750; Sez. III, n. 8959 del 03/07/1997, P.M. in proc. *******, Rv. 208445). Nella specie, il giudice di prime cure ha osservato che la spiaggia era frequentata, in maggioranza, da bagnanti, adulti e minori, indossanti il costume, mentre i nudisti erano in numero estremamente ridotto e sparso, sicchè tali caratteristiche, unitamente al carattere pubblico dello spazio e alla sua non delimitazione, dovevano rendere evidente all’imputato la consapevolezza del proprio anomalo comportamento, con conseguente irrilevanza, anche in astratto, di un errore di fatto ex art. 47 c.p. a fronte della punibilità del reato, avente natura contravvenzionale, anche a titolo di colpa.

3. Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile. Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del grado, e della somma indicata in dispositivo, ritenuta equa, in favore della Cassa delle ammende, in applicazione dell’art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della Cassa delle ammende.

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Ricorso straordinario per errore di fatto: ammesso anche per chi è condannato solo al risarcimento dei danni (Cass. pen. n. 28718/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 19 gennaio 2011, la Sesta Sezione penale della Corte di cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza pronunciata dalla Corte di appello di Firenze il 26 settembre 2008 nei confronti di S.T.A., G.G.S. e C.G. – che aveva confermato la sentenza di condanna pronunciata nei confronti dei predetti dal Tribunale di Pisa il 13 luglio 2007 per truffa e tentata truffa ai danni di uffici postali e calunnia – per essere i reati ascritti ai ricorrenti estinti per intervenuta prescrizione, ferme restando le statuizioni civili.

Avverso la decisione indicata in premessa ha proposto ricorso straordinario ex art. 625 bis c.p.p., il difensore dei predetti, in quanto la Corte di cassazione avrebbe dichiarato l’estinzione dei reati per prescrizione senza prendere in considerazione le questioni di cui ai punti 1, 2 e 3 dei ricorsi, nei quali si era dedotta la mancanza di querela, nonchè la insussistenza della aggravante di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 7, c.p., in considerazione della qualità della parte offesa – nella specie le Poste Italiane – e la non configurabilità della stessa aggravante in riferimento alla ipotesi di tentata truffa.

2. La Seconda Sezione, cui il ricorso era stato assegnato, ha rilevato un contrasto di giurisprudenza in punto di ammissibilità, tenuto conto del fatto che la legittimazione a proporre il ricorso straordinario è attribuita al solo “condannato”, mentre nel frangente la condanna è stata mantenuta solo per il capo civile.

Secondo un primo orientamento, infatti, si è ritenuto che legittimato alla proposizione del ricorso straordinario di cui all’art. 625 bis, è anche l’imputato (o il responsabile civile ex art. 83 c.p.p.) che risulti condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, per errore di fatto prodottosi nella decisione della Corte di cassazione (Sez. VI, n. 26485 del 27/04/2010, *********, Rv. 247816; Sez. I, n. 12720 del 12/02/2003, ******, Rv. 224026). Altro indirizzo, ritiene, invece, che è inammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto proposto contro la sentenza di inammissibilità del ricorso dell’imputato, pronunciata dalla Corte di cassazione, che abbia reso1 definitiva una decisione di estinzione del reato per prescrizione contenente anche statuizioni civili, confermate in favore della parte civile, di guisa che l’imputato risulti condannato solo agli effetti civili (Sez. I, n. 46277 del 03/12/2008, ****, Rv. 242079; Sez. I, n. 11653 del 15/02/2008, *****, Rv. 239518; Sez. V, n. 3201 del 19/12/2002, dep. 2003, *****, Rv. 224282; nonchè Sez. II, n. 28629 del 05/07/2007, ***********, Rv. 237171).

Pur mostrando di aderire a quest’ultima tesi, in quanto “fondata su una lettura sistematica della norma, in particolare della definizione di condannato, che nel codice di procedura penale è sinonimo di chi ha riportato condanna penale definitiva”, la Seconda Sezione ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite per la risoluzione del contrasto di giurisprudenza.

3. Il Primo Presidente, con decreto del 22 novembre 2011, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, per la risoluzione del quesito se sia ammissibile la proposizione del ricorso straordinario per errore di fatto nei confronti della decisione di legittimità che confermi le statuizioni civili di condanna dell’imputato.

Motivi della decisione

1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “se sia ammissibile la proposizione del ricorso straordinario per errore di fatto nei confronti della decisione di legittimità che confermi le statuizioni civili di condanna dell’imputato”.

2. Al riguardo, infatti, si registrano due opposti orientamenti di giurisprudenza.

2.1. L’orientamento negativo fa leva sull’assunto, più volte espresso anche da queste Sezioni Unite, secondo il quale, poichè il ricorso straordinario è ammesso solo a favore del condannato e considerato che il rimedio previsto dall’art. 625 bis c.p.p., ha natura di norma eccezionale, possono costituire oggetto della impugnazione straordinaria soltanto quei provvedimenti della Corte di cassazione che rendano definitiva la sentenza di condanna, e non anche altre decisioni, fra le quali quelle che intervengano in procedimenti incidentali, o provvedimenti di altra natura, seppure collegati in modo indiretto con la pronuncia definitiva di condanna (Sez. U, n. 16103 del 30/04/2002, ******; Sez. U, n. 16104 del 30/04/2002, **********, nonchè, per i riflessi applicativi, Sez. IV, n. 42725 del 03/10/2007, Mediati, Rv. 238302 e Sez. V, n. 30373 del 16/06/2006, *****, in tema di revisione). Oggetto del ricorso straordinario possono essere, dunque, esclusivamente pronunce di condanna, dovendosi intendere con tale termine, l’applicazione di una sanzione penale: più in particolare, si è affermato che con l’indicazione del termine “condannato”, quale specificazione soggettiva che identifica la parte legittimata alla proposizione del ricorso straordinario, l’art. 625 bis c.p.p., avrebbe inteso individuare la figura del soggetto imputato, il quale in tale sua qualità abbia subito una condanna ad una delle pene contemplate dalle leggi penali (Sez. III, n. 6835 del 28/01/2004, *********, Rv. 228495; Sez. V, n. 45937 del 08/11/2005, Ierinò, Rv. 233218; Sez. I, n. 11653 del 15/02/2008, *****, ove si è esclusa la legittimazione della parte civile a proporre ricorso straordinario, ancorchè la stessa sia stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro alla cassa delle ammende, e dichiarata manifestamente infondata la relativa eccezione di legittimità costituzionale; Sez. IV, n. 38269 del 21/07/2009, Somma, Rv. 245292).

Sul tema specifico che viene qui in discorso, si è implicitamente soffermata Sez. I, n. 23150 del 20/05/2008, ******, ove, nel rilevare la inapplicabilità dell’art. 625 bis c.p.p., in caso di proscioglimento, sia pure per prescrizione, si è tracciato un parallelismo rispetto all’istituto della revisione, rammentando come l’esperibilità di tale rimedio, ugualmente straordinario, sia preclusa nella ipotesi di sentenza dichiarativa di estinzione del reato per amnistia, e ciò anche quando vi sia stata conferma delle statuizioni civili. In termini ancor più espliciti, si è poi affermato che deve ritenersi inammissibile il ricorso straordinario per errore di fatto proposto contro sentenza di inammissibilità del ricorso dell’imputato, pronunciata dalla Corte di cassazione, che abbia reso definitiva una decisione di estinzione del reato per prescrizione contenente anche statuizioni civili, confermate in favore della parte civile, di guisa che l’imputato risulti condannato solo agli effetti civili (Sez. I, n. 46277 del 03/12/2008, ****). Si è infatti osservato che, attesa la natura straordinaria della impugnazione, la definizione normativa del perimetro di esperibilità del ricorso ha carattere tassativo, non suscettibile di interpretazione analogica, sicchè deve ritenersi inammissibile per difetto di legittimazione dell’istante il ricorso straordinario proposto contro una decisione della Corte di cassazione che abbia dichiarato inammissibile il ricorso dell’imputato, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di non doversi procedere per essere il reato estinto per intervenuta prescrizione. E ciò pure nella ipotesi in cui siano state confermate la statuizioni civili in favore della parte civile, con conseguente condanna dell’imputato, sia pure soltanto agli effetti civili. Infatti – si è osservato – pure in tale eventualità non è dato ravvisare una pronuncia della cassazione idonea a determinare il passaggio in giudicato di una decisione che renda incontrovertibile l’accertamento dei presupposti della potestà punitiva statale, in termini di “applicazione di una sanzione penale” e quindi di una condanna “agli effetti penali”, come suggerirebbe la interpretazione letterale e logico-sistematica dell’art. 625 bis c.p.p.; evocandosi, ancora una volta, quale idoneo tertium comparationis, la corrispondente disciplina prevista per la revisione, secondo gli approdi cui è pervenuta la giurisprudenza di legittimità, sullo specifico punto che qui interessa.

2.2. Sull’opposto versante, si è invece ritenuto che alla proposizione dell’errore di fatto contenuto in un provvedimento della Corte di cassazione sia legittimato anche il soggetto che, per effetto di esso, risulti condannato anche solo agli effetti civili, sul rilievo che la qualità di condannato sarebbe fatta discendere da una qualsiasi sentenza di condanna, senza ulteriori distinzioni. Ciò si desumerebbe da un passaggio della sentenza delle Sezioni Unite De Lorenzo, già citata, nel quale si afferma che, attesa la natura di strumento eccezionale insuscettibile di applicazione analogica, costituendo deroga al principio di irrevocabilità delle decisioni della Corte di cassazione, il ricorso straordinario non è esperibile se non contro sentenze di condanna, senza tuttavia distinguere se di condanna tout court o anche di condanna ai soli effetti civili; cosicchè, sarebbe legittimo ritenere che tale strumento sia esperibile, in via generale, contro tutte le sentenze di condanna (Sez. I, n. 12720 del 12/03/2003, ******).

Nella medesima prospettiva si è più di recente ribadita la legittimazione a proporre ricorso straordinario a norma dell’art. 625 bis c.p.p., anche in capo all’imputato (o al responsabile civile ex art. 83 c.p.p.) che risulti condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile, per errore di fatto prodottosi nella decisione della Corte di cassazione. Si è infatti osservato che se, per un verso, il termine “condannato” può essere giuridicamente, oltre che semanticamente, riferito tanto alle statuizioni sulla azione penale che a quelle sulla azione civile, non può trascurarsi il dato per il quale nessuna delle disposizioni contenute nei successivi commi dell’art. 625 bis, qualifichi in senso restrittivo i connotati della legittimazione attiva al ricorso. Se, poi, si vogliono superare gli aspetti terminologia, in quanto reputati in ipotesi non dirimenti, e venire ai profili attinenti alla ratio ed alla collocazione sistematica della norma, si sottolinea come il giudice penale sia chiamato ad emettere pronunce di condanna, non solo per la responsabilità penale ma anche per quella civile, ove la relativa azione sia stata esercitata in sede penale mediante la costituzione di parte civile, ai sensi dell’art. 74 c.p.p. e segg., in relazione a quanto previsto dall’art. 185 c.p.. Ebbene, si osserva, mentre per l’azione civile esercitata in sede propria all’accertamento dell’errore di fatto soccorre l’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, ove l’art. 625 bis c.p.p., fosse inteso come riferibile soltanto all’errore di fatto incidente su una statuizione di condanna sul capo penale, verrebbe ad essere irragionevolmente preclusa al soccombente rispetto alla azione risarcitoria esercitata dal danneggiato in sede penale nei confronti dell’imputato, qualsiasi possibilità di far valere l’errore di fatto, in ipotesi decisivo, che si annidi in una pronuncia della Corte di cassazione (Sez. VI, n. 26485 del 27/04/2010, *********).

3. Quest’ultimo orientamento deve essere preferito, in quanto meglio rispondente ai principi affermati al riguardo dalla giurisprudenza costituzionale.

Occorre anzitutto osservare, preliminarmente, come dal complesso iter secondo il quale sono venuti a snodarsi i lavori parlamentari che hanno condotto alla formulazione della L. 26 marzo 2001, n. 128, art. 6, comma 6, introduttiva, appunto, dell’art. 625 bis c.p.p., emerga una sicura scelta del legislatore tesa a circoscrivere la platea dei soggetti legittimati ad avvalersi del ricorso straordinario, secondo una linea di inespressa – ma percepibile – tendenza assimilativa all’istituto della revisione. Secondo il testo unificato, assunto come testo base dalla Commissione Giustizia della Camera dei deputati (v. resoconto della seduta dell’8 febbraio 2000, della 2^ Commissione permanente – Giustizia – della Camera) e sul quale, poi, la Commissione stessa ebbe ad esprimere parere favorevole, era infatti previsto, quale primo comma del “nuovo” art. 625 bis c.p.p., che “se la sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione contiene un errore materiale o un errore di fatto, la parte interessata può chiederne la correzione”.

Si trattava, dunque, di una previsione quanto mai ampia, che non solo estendeva la legittimazione del ricorso a qualsiasi soggetto interessato, a prescindere, quindi, dalla specifica qualità rivestita nel processo, ma che, facendo generico riferimento ad ogni sentenza pronunciata dalla Corte di cassazione, iscriveva nel perimetro applicativo del ricorso qualunque tipo di pronuncia, anche se relativa a procedimenti incidentali, di prevenzione o di qualsiasi altra natura. Una scelta restrittiva, dunque, quella operata in sede di approvazione definitiva della norma, di significativa dimensione, tanto sul versante dei soggetti legittimati al ricorso che sul piano dell’oggetto dei provvedimenti ricorribili, come d’altra parte è testimoniato dalle successive iniziative parlamentari, nelle quali si è al contrario auspicato un ampliamento delle possibilità di ricorso straordinario, anche ad opera delle altre parti processuali e dello stesso imputato assolto (v., ad es., la proposta di legge n. 5932 presentata il 21 giugno 2005 alla Camera dei deputati).

Ma immutata, pur se confinata all’interno dei rigorosi ambiti applicativi di cui si è detto, è la ratio di fondo che ha ispirato la novella e che, ovviamente, ne deve orientare la lettura, anche e soprattutto in aderenza ai valori costituzionali cui la stessa ha dichiaratamente inteso ispirarsi. L’immediato antecedente che, come è noto, influenzò la scelta del legislatore di introdurre l’art. 625 bis c.p.p., fu infatti rappresentato dalla sentenza n. 395 del 2000 della Corte costituzionale, nella quale il Giudice delle leggi, pur dichiarando inammissibile una questione di legittimità costituzionale degli artt. 629 e 630 c.p.p., sollevata in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui tali norme “non prevedono e non disciplinano la revisione delle decisioni della Corte di cassazione per errore di fatto (materiate e meramente percettivo) nella lettura degli atti interni al giudizio”, tracciò alcuni punti di ineludibile risalto anche agli effetti dell’odierno scrutinio, in tale pronuncia, infatti, la Corte, dopo aver rievocato le varie decisioni intervenute in materia di errore di fatto commesso dalla Corte di cassazione nel campo del processo civile (in particolare, le sentenze nn. 17 del 1986, 36 del 1991 e 129 del 1995), ha sottolineato come l’impossibilità di far valere un simile errore, si porrebbe in palese contrasto, non soltanto con l’art. 3, ma anche con l’art. 24 Cost., per di più sotto uno specifico e significativo aspetto, quale è quello di assicurare la effettività del giudizio di cassazione. “Questa garanzia, infatti – soggiunse la Corte – si qualifica ulteriormente in funzione dell’art. 111 Cost., il quale non a caso prevede che contro tutte le sentenze ed i provvedimenti sulla libertà personale è sempre ammesso il ricorso in cassazione per violazione di legge. Ciò sta dunque a significare non soltanto che il giudizio di cassazione è previsto come rimedio costituzionalmente imposto avverso tale tipo di pronunzie; ma, soprattutto, che il presidio costituzionale – il quale è testualmente rivolto ad assicurare il controllo sulla legalità del giudizio (a ciò riferendosi, infatti, l’espresso richiamo al paradigmatico vizio di violazione di legge) – contrassegna il diritto a fruire del controllo di legittimità riservato alla Corte Suprema, cioè il diritto al processo in cassazione. Da ciò dunque – concluse la Corte – un evidente corollario. L’errore di tipo “percettivo” in cui sia incorso il giudice di legittimità e dal quale sia derivata l’indebita compromissione di quel diritto, deve avere un necessario rimedio”.

Gli stessi principi sono stati poi ulteriormente ribaditi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 207 del 2009, con la quale è stata dichiarata la illegittimità costituzionale dell’art. 391 bis c.p.p., comma 1, nella parte in cui non prevedeva la esperibilita del rimedio della revocazione per errore di fatto, ai sensi dell’art. 395, comma 1, n. 4, del medesimo codice, per le ordinanze pronunciate dalla Corte di Cassazione con il rito camerale a norma dell’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1. Decisione, quella appena citata, nella quale la Corte, rievocando ancora una volta l’intero percorso della giurisprudenza costituzionale, ha sottolineato come, proprio al lume di quei principi, il legislatore fosse stato indotto ad operare un “riallineamento” degli istituti processuali in tema di errore di fatto della Corte di cassazione, proprio attraverso l’innesto, nel codice di procedura penale, dell’art. 625 bis. Ciò a denotare, dunque, non soltanto il primario risalto dei valori che quei principi chiamavano in causa, ma anche a dimostrazione della sostanziale identità delle garanzie processuali che ne devono presidiare la effettività, a prescindere dalla sede – penale o civile – in cui l’eventuale errore di tipo percettivo della Corte di Cassazione si sia trovato ad incidere.

In tale prospettiva, dunque, la disciplina approntata dal legislatore attraverso il ricorso straordinario di cui all’art. 625 bis c.p.p., lungi dall’apparire come una soluzione semplicemente compatibile con il dettato costituzionale, finisce per rappresentare una scelta, per molti aspetti, costituzionalmente imposta, nel quadro di un fascio di diritti che coinvolge, ad un tempo, il principio di uguaglianza, quello di effettività della difesa in ogni stato e grado del processo, il diritto alla riparazione degli errori giudiziari, nonchè quello al controllo effettivo in sede di legittimità di tutte le sentenze.

4. La soluzione che tende a limitare il ricorso straordinario alla condanna solo per il capo penale, si rivela dunque palesemente eccentrica rispetto al diritto del condannato, anche soltanto per il capo civile, a fruire di un giudizio di legittimità non compromesso dall’errore di fatto. Per un verso, infatti, la locuzione “condannato” che delimita soggettivamente la sfera di applicabilità del rimedio straordinario che viene qui in discorso, non può arbitrariamente scandirsi in ragione del tipo di condanna in capo al soggetto che sia stato sottoposto, come imputato, al processo penale, giacchè l’essere stato costui evocato in giudizio tanto sulla base della azione penale quanto in forza della azione civile esercitata nel processo penale, non può che comportare una ontologica identità di diritti processuali, a meno che la legge espressamente non distingua i due profili. Ma di tale distinzione non v’è traccia nel testo dell’art. 625 bis c.p.p., nè può dirsi ricavabile una qualsiasi incompatibilità logica o strutturale della norma a emendare l’errore che coinvolga la posizione dell’imputato condannato solo per gli interessi civili.

Se, dunque, i richiamati principi costituzionali valgono tanto nel processo civile che in quello penale, non v’è ragione alcuna – ma anzi si offrirebbe il destro per avanzare fondati dubbi di legittimità costituzionale – ove il sistema prefigurasse un rimedio per un tipo solo di condanna e lo precludesse per l’altro, per di più a differenza di quanto è previsto al riguardo nel processo civile. Si assisterebbe, infatti, ad una irragionevole disparità di trattamento, giacchè mentre, ove l’azione di danno fosse stata esercitata in sede propria, la parte sarebbe ammessa a far valere Terrore di fatto della Corte di cassazione attraverso i rimedi previsti dal codice di procedura civile, lo stesso diritto non sarebbe esercitabile in caso di azione civile esercitata nel processo penale.

E’ ben vero, a questo riguardo, che la scelta di esercitare l’azione civile in sede penale comporta che, ad una siffatta opzione, corrisponda l’accettazione delle regole processuali proprie del processo penale, con la conseguenza di rendere costituzionalmente compatibili – proprio perchè liberamente accettate – le eventuali divergenze di disciplina tra le due sedi (v. fra le tante, Corte cost. sent. n. 168 del 2006). Ma la posizione dell’imputato, “convenuto” in sede penale dalla parte civile, è reciproca e ribaltata. Se, infatti, il titolare della azione di danno o per le restituzioni ex art. 185 c.p., è libero di scegliere la sede processuale nella quale far valere le proprie ragioni nei confronti dell’autore del reato, l’imputato, chiamato a resistere alla azione civile, subisce la scelta del danneggiato: con l’ovvia conseguenza che, ove si dovesse escludere l’applicabilità dell’art. 625 bis c.p.p., per l’imputato prosciolto dal capo penale, ma condannato per il capo civile, si assisterebbe al bizzarro epilogo di far dipendere la emendabilita dell’errore di fatto compiuto nel giudizio di cassazione esclusivamente dalle scelta di dove esercitare l’azione di danno da reato operata dal relativo titolare. L’errore sarebbe, infatti, emendabile in caso di azione esercitata in sede propria, e non emendabile se esercitata in sede penale, pur in presenza di un vizio strutturalmente identico (stesso errore di fatto, di tipo percettivo, attinente alla lettura degli atti interni al giudizio) e di un ugualmente identico tipo di giudizio (davanti alla Corte di cassazione).

Ad ulteriore e definitiva conferma di tale assunto può, infine, ancora una volta evocarsi l’insegnamento desumibile dalla giurisprudenza costituzionale. Con la sentenza n. 112 del 1998, infatti, la Corte costituzionale ebbe a dichiarare la illegittimità costituzionale dell’art. 83 c.p.p., nella parte in cui tale disposizione non prevedeva che, nel caso di responsabilità civile derivante dalla assicurazione obbligatoria prevista dalla L. 24 dicembre 1969, n. 990, l’assicuratore potesse essere citato nel processo penale a richiesta dell’imputato. Nel frangente, la Corte sottolineò che, se doveva ritenersi pacifica la possibilità di operare la chiamata in garanzia dell’assicuratore da parte dell’assicurato convenuto in un giudizio civile per il risarcimento del danno provocato con la circolazione di autoveicoli sottoposti alle norme della legge per l’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile, diveniva fondato domandarsi perchè analogo potere non fosse attribuito all’imputato nel processo penale. “La posizione del convenuto – soggiunse infatti la Corte – chiamato a rispondere del proprio fatto illecito in autonomo giudizio civile e quella dell’imputato per il quale, in relazione allo stesso tipo di illecito, vi sia stata costituzione di parte civile del danneggiato nel processo penale sono assolutamente identiche: con la conseguenza che il principio costituzionale di uguaglianza è violato da un sistema come quello dell’art. 83 c.p.p. e ss., per effetto del quale l’assicuratore, quando sia responsabile civile ai sensi di legge può entrare nel processo solo in forza di citazione della parte civile (o del pubblico ministero nel caso previsto dall’art. 77, n. 4) o in forza del proprio intervento volontario”. Da ciò l’assunto della irrazionalità di una disciplina che “deviando – senza alcun plausibile motivo – dallo schema del rapporto processuale civile”, privava l’imputato di ogni possibilità di coinvolgere nella pretesa di danno avanzata dalla parte civile il civilmente responsabile.

Affermazioni, dunque, del tutto pertinenti al caso di specie, per il quale l’immotivato scostamento dallo “schema del rapporto processuale civile” – cui si andrebbe ineluttabilmente incontro precludendo l’applicabilità dell’art. 625 bis c.p.p., all’imputato condannato per il solo capo civile – determinerebbe una automatica frizione con I principi costituzionali che la Corte ha, come si è visto, In più riprese ribadito.

5. Va dunque enunciato il seguente principio di diritto: “E’ legittimato alla proposizione del ricorso straordinario ex art. 625 bis c.p.p., il condannato al solo risarcimento dei danni in favore della parte civile che prospetti un errore di fatto nella decisione della Corte di cassazione relativa a tale capo”.

6. Sgombrato il campo dal quesito pregiudiziale circa l’ammissibilità del ricorso e scendendo al merito delle doglianze proposte dai ricorrenti, deve rilevarsi che l’errore denunciato in effetti non sussiste.

Anche di recente, infatti, queste Sezioni Unite hanno avuto modo di ribadire che l’errore di fatto verificatosi nel giudizio di legittimità e oggetto del ricorso straordinario, consiste in un errore di tipo percettivo causato da una svista o da un equivoco in cui la Corte di cassazione sia incorsa nella lettura degli atti interni al giudizio stesso e connotato dall’influenza esercitata sul processo formativo della volontà, viziato dalla inesatta percezione delle risultanze processuali che abbia condotto a una decisione diversa da quella che sarebbe stata adottata senza di esso.

Viceversa, qualora la causa dell’errore non sia identificabile esclusivamente in una fuorviante rappresentazione percettiva e la decisione abbia comunque contenuto valutativo, non è configurabile un errore di fatto, bensì di giudizio, come tale escluso dall’orizzonte del rimedio straordinario (Sez. Un., n. 37505 del 14/07/2011, *******).

Ebbene, nella vicenda in esame, contrariamente a quanto si afferma nel ricorso, la tematica della procedibilità, puntualmente evocata nella narrativa della sentenza impugnata, è stata scandagliata, seppure in forma succinta, dalla Corte di cassazione nella parte in cui – facendo leva sulle acquisizioni consacrate nelle pronunce di merito – ha escluso la sussistenza dei presupposti per pervenire alla adozione di una formula di proscioglimento diversa e più favorevole di quella per prescrizione, dando così atto di aver proceduto ad una valutazione dei profili sui quali si era concentrata la doglianza dei ricorrenti e che aveva formato oggetto di specifico motivo di ricorso.

Pertanto, nessun errore di tipo percettivo può dirsi ravvisabile nel caso di specie, con la conseguenza di rendere infondato il ricorso straordinario proposto, che deve essere rigettato con le conseguenze di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

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Cocaina: no all’aggravante dell’ingente quantità se non si raggiunge il valore-soglia (Cass. pen. n. 28357/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. ***** veniva riconosciuto colpevole del reato di cui agli artt. 73, 80 T.U. stup. tanto dal Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Sassari che dalla Corte di Appello di Cagliari, sez. dist. di Sassari.
2. Ricorre avverso la decisione di secondo grado l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, lamentando l’erronea applicazione della legge penale, per essere stata riconosciuta l’aggravante dell’ingente quantità dello stupefacente detenuto e trasportato dal G., nonostante si sia trattato di un chilogrammo di cocaina con principio attivo pari aIl ‘88%, per complessive 5.980 dosi, e quindi di un caso che, secondo i principi posti dalle Sezioni unite, non permettono di riconoscere la ricorrenza della menzionata aggravante.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è fondato.
L’impugnazione limita la doglianza relativa alla qualificazione giuridica del fatto operata dal giudice di merito. Il ricorrente, infatti, censura il riconoscimento della circostanza aggravante dell’ingente quantitativo di droga, oggetto materiale del reato.
L’esatto ambito di applicazione dell’art. 80, co. 2 T.U. stup. è stato oggetto di complesso lavorio giurisprudenziale, in ragione della sostanziale indeterminatezza del parametro legale “ingente quantità”, alla quale si è cercato di porre rimedio attraverso interpretazioni in grado di circoscrivere in ambiti definiti e riconoscibili l’intensione dell’enunciato normativo.
Ciò ha determinato, come è noto, un contrasto di orientamenti in ordine ai presupposti richiesti per la configurabilità dell’aggravante in questione, che ha avuto esito nell’ordinanza con la quale è stata rimessa la questione alle Sezioni unite. Il punto controverso attiene alla ammissibilità di una “quantificazione” in via giudiziale dei presupposti dell’aggravante di cui all’art. 80, co. 2 T.U. Stup., sì da affermare che non possano definirsi “ingenti” quantitativi di droghe “pesanti” (eroina e cocaina) che, presentando un valore medio di purezza per il tipo di sostanza, siano al di sotto dei due chilogrammi; e quantitativi di droghe “leggere” (hashish e marijuana) che, sempre in considerazione di una percentuale media di principio attivo, non superino i cinquanta chilogrammi.
Il quesito è stato risolto dalle S.U. con sentenza pronunciata all’udienza del 24.5.2012, la quale ha affermato il principio per il quale “non è ravvisabile l’aggravante quando la quantità sia inferiore a duemila volte il valore massimo in milligrammi (valore-soglia) determinato per ogni sostanza nella tabella allegata al d.m. 11 aprile 2006, ferma restando la discrezionale valutazione del giudice del merito quando tale quantità sia superata” (informazione provvisoria sui contenuti della decisione).
Il principio posto dalle S.U. conduce a ritenere che nel caso all’esame di questa Corte Il riconoscimento della circostanza aggravante dell’ingente quantità non risponda alla previsione normativa. Infatti, con riferimento alla cocaina, tale aggravante può ravvisarsi solo (ma non necessariamente) quando venga superato il peso di 1,500 kg. di principio attivo.
La sentenza impugnata va quindi annullata, limitatamente al punto nel quale si riconosce l’aggravante prevista dall’art. 80, co. 2 d.P.R. 309/90; aggravante della quale si dispone l’eliminazione, con rinvio alla Corte di appello di Cagliari per la determinazione del trattamento sanzionatorio.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata, limitatamente alla ritenuta aggravante prevista dall’art. 80, co. 2 d.P.R. 309i90, aggravante che elimina. Rinvia per la determinazione della pena alla Corte di appello di Cagliari.

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Il soggetto che abusa di cocaina deve essere considerato un tossicodipendente (Cass. pen. n. 28446/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 16 giugno 2011, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha dichiarato inammissibile la domanda di affidamento in prova in casi particolari, avanzata da **** ai sensi dell’art. 94 d.P.R. n. 309 del 1990.
1.1. A ragione della decisione, il Tribunale osservava che:
– l’istante, nei cui confronti la pena era stata sospesa ai sensi dell’art. 6561 comma 5, c.p.p. doveva espiare la pena detentiva residua di anni quattro e mesi sei di reclusione, di cui erano immediatamente eseguibili anni due e mesi nove di reclusione in attesa della revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena, rideterminata da ultimo con provvedimento di cumulo del 31 maggio 2011 della Procura Generale presso la Corte d’appello di Roma per plurimi reati, commessi dal 1995 al 2008;
– il condannato aveva avanzato istanza di affidamento in prova ordinario o in casi particolari, al sensi, rispettivamente, degli artt. 47 Ord. Pen. e 94 d.P.R. n. 309 del 1990 per sottoporsi al programma semiresidenziale della comunità L.., che seguiva da libero dal dicembre 2010;
– l’istanza di affidamento in casi particolari era inammissibile, poiché la documentazione più recente (cert. 11 gennaio 2011 Sert Casilino e cert, 21 aprile 2011) attestava una condizione di mero “abuso di cocaina”, e, pur essendovi certificazione della qualità del condannato “tossicodipendente in quanto assuntore abituale di sostanze psicoattive (cocaina)”, risalente al 2008 (cert. 16 aprile 2008 Sert ************), non sussisteva allo stato il requisito previsto dalla legge per carenza della prescritta documentazione attestante, all’attualità, lo stato di tossicodipendenza o di uso abituale di sostanze stupefacenti.
1.2. Con riguardo all’affidamento in prova ordinario, il Tribunale, ritenendo necessario un approfondimento istruttorio e opportuno acquisire aggiornate informazioni di polizia sulla condotta dell’istante in libertà e, in particolare, sul reato commesso il 30 dicembre 2009 e sulla segnalazione del 31 gennaio 2010, disponeva il rinvio della trattazione alla successiva udienza del 16 settembre 2011.
2. Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione, per mezze del suo difensore, C.P., che ne chiede l’annullamento sulla base di unico motivo, con il quale deduce violazione, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen, in relazione all’art. 94 del d.P.R. n. 309 del 1990, per inosservanza ed erronea applicazione della legge e mancanza e manifesta illogicità della motivazione.
Secondo il ricorrente, il Tribunale, nel ritenere non sufficiente la certificazione rilasciata dal S. territorialmente competente, allegata alla istanza, attestante che esso ricorrente era positivo alla cocaina per un suo abuso continuativo negli anni, non ha considerato l’arresto giurisprudenziale di questa Corte, che ha ritenuto sinonime le nozioni di tossicodipendenza e di uso abituale di sostanze stupefacenti, riferendosi a istanza ex art. 89 d.P.R. n. 309 del 1990, ma applicabile anche alla richiesta ex art. 94 dello stesso decreto.
Non poteva, pertanto, essere dichiarata inammissibile l’istanza, ad avviso del ricorrente, poiché sussiste la sua condizione fisica; risulta dall’oggetto del fax di trasmissione del certificato, richiesto di nuovo dallo stesso Tribunale la dicitura “certificazione di tossicodipendenza”; tale condizione è accertata secondo quanto previsto dalla legge n. 49 del 2006, e l’associazione “L.” si è dichiarata disponibile allo svolgimento di un programma socio riabilitativo e di recupero, al quale esso ricorrente si è volontariamente sottoposto e ha in corso dal dicembre 2010, e fa cui idoneità è stata giudicata positivamente dal S. competente.
3. Il Procuratore Generale in sede ha depositato requisitoria scritta, concludendo per l’annullamento dell’ordinanza con rinvio per l’infondatezza della ragione nella stessa enucIeata e per la necessità, quantomeno, di un approfondimento Istruttorio e di una più pregnante valutazione di merito.

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. L’inammissibilità della istanza di affidamento in prova in casi particolari, presentata da **** ai sensi dell’art. 94 d.P.R. n. 309 del 1990, è stata dichiarata sulla base della rilevata carenza della documentazione, prescritta dalla stessa norma, sulla tossicodipendenza o uso abituale di sostante stupefacenti, della rilevata attestazione, nella più recente certificazione, di mero “abuso di cocaina”, risalendo invece al 2008 la certificazione della tossicodipendenza.
3. Questa Corte ha già affermato, intervenendo con riguardo alla fattispecie relativa ad istanza di sostituzione della custodia cautelare in carcere con il programma di recupero, proposta da persona tossicodipendente o alcooldipendente ai sensi dell’art. 89, comma 2, d.P.R. n. 309 del 1990, come
sostituito dall’art. 4-sexies, comma l, lett. e), d.t. n. 272 del 2005, conv. in legge n. 49 del 2006, che “tossicodipendenza e uso abituale di sostanze stupefacenti sono espressioni sinonime, non solo concettualmente, in quanto la seconda chiarisce il significato della prima, ma anche sotto il profilo esegetico”, poiché, in base al testo della indicata norma, detta istanza “deve essere corredata da certificazione attestante lo stato di tossicodipendenza o di alcooldipendenzae la procedura con cui è stato accertato l’uso abituale di sostanze stupefacenti, psicotrope o alcoliche” (Sez. VI, n. 16037 del 26/03/2009, dep. 16/04/2009, Camon, Rv. 243582).
Tale principio, che il Collegio condivide, deve essere riaffermato anche con riguardo alla fattispecie relativa a istanza di affidamento in prova in casi particolari, proposta ai sensi dell’art. 94, comma 1, d.P.R. n. 309 del 1990, come sostituito dall’art. 4-undecies, comma l, lett. e), del predetto decreto, che prevede i medesimi presupposti applicativi, e quindi la coincidenza delle indicate espressioni anche in ragione del dato testuale.
4. Appare, pertanto, illogica la motivazione dell’ordinanza impugnata, che” pur richiamato il dato normativo, ha ritenuto insussistente l’attualità dello stato di tossicodipendenza dell’istante per essere certificato esclusivamente un “abuso di cocaina”, senza procedere ad alcuna valutazione di merito più specifica e, occorrendo, a un approfondimento istruttorio.
L’ordinanza deve essere, conseguentemente, annullata con rinvio al Tribunale di sorveglianza di Roma, che procederà a nuovo, più approfondito, esame della istanza, tenendo presenti i formulati rilievi.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di sorveglianza di Roma

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Bambina con handicap fatta oggetto di comportamenti violenti da parte delle maestre: escludere i maltrattamenti non significa non ammettere altri reati (Cass. pen. n. 28481/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe indicata il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Trapani ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti di C.M.T., D.A. e G.A., imputate del reato di maltrattamenti nei confronti di Gr.Je., una bambina di otto anni affetta da gravi malformazioni dovute dagli esiti di una rosolia connatale, ipovedente, affetta da ipoacusia bilaterale, con forti deficit del sistema nervoso centrale e con tratti autistici. In particolare, secondo la contestazione le imputate, nell’ambito del servizio prestato presso la scuola primaria A.A. di Erice, dove la minore era affidata alle loro cure, la C. quale insegnante di sostegno, la D. quale assistente igienico sanitaria e la G. quale assistente alla comunicazione di alcuni alunni portatori di handicap, si sarebbero disinteressate della Gr., abbandonandola per ore in una stanza e lasciando che questa si dedicasse ad atti di autolesionismo sbattendo la testa contro il pavimento e contro il muro; inoltre, l’avrebbero costretta a mangiare con violenza, bloccandole il capo e le braccia e stringendole il naso per indurla ad aprire la bocca; in alcuni casi, accompagnando tali condotte con considerazioni del tipo “perché non l’abortivano?”, pronunciate dalla C.
Secondo la sentenza sia la denuncia presentata da F.R., madre della minore, sia le iniziali dichiarazioni accusatorie rese da Ai.An. e da Ga.Al., la prima insegnante di religione e la seconda collaboratrice scolastica, entrambe presso la stessa scuola, che avevano riferito alla F. delle modalità con cui veniva nutrita la minore, risultano fortemente depotenziate dai risultati dell’attività di indagine e, in particolare, dalla diretta visione del dvd contenente i confronti con le imputate, nonché da quanto successivamente riferito dalle stesse Ai. e Ga., da T.M.T., logopedista della minore e dalla madre di quest’ultima, sentite tutte ai sensi dell’art. 422 c.p.p.. In sostanza, all’esito dell’istruttoria condotta in sede di udienza preliminare sarebbe emersa l’infondatezza dell’ipotesi accusatoria, anche per la mancanza di condotte abituali di maltrattamenti.
Tutte le persone sentite, interne alla scuola, hanno escluso che le imputate abbiano utilizzato metodi violenti nei confronti della minore; inoltre, è stato accertato che la Gr. non veniva lasciata sola nella stanza e che non veniva trasportata in una stanza separata dall’aula per costringerla ad ingurgitare cibo ovvero per agevolare altre condotte vessatorie; il fatto di trattenere il capo e le mani della minore per alimentarla non era una condotta di maltrattamenti, ma una manovra di contenimento, necessaria per le condizioni psico-fisiche della Gr., anzi costituiva un tentativo volto a superare una alimentazione esclusivamente liquida, problema di cui la stessa madre era stata informata; anche a voler ritenere del tutto fondate le dichiarazioni rese da Ai. e Ga. in ordine alla chiusura delle narici per far aprire la bocca della minore, il giudice ha escluso che potesse trattarsi di una condotta abituale diretta ad infierire e a maltrattare la bambina; infine, la stessa Ai. ha precisato che la frase attribuita alla C. (”perché non la abortivano?”) sarebbe stata pronunciata durante un confronto con altre insegnanti, per cui si sarebbe trattato di una semplice opinione, senza alcun collegamento con intenti vessatori.
2. Contro questa sentenza ricorre il pubblico ministero, che deduce due distinti motivi.
Innanzitutto, denuncia il vizio di motivazione, sostenendo l’illogicità e la contraddittorietà delle argomentazioni con cui il giudice, esaminate le risultanze probatorie, ha escluso la sussistenza del reato, sebbene dalle dichiarazioni di Ai. e di Ga. sia stata confermata la circostanza che la minore veniva imboccata coattivamente, tappandole il naso per costringerla ad aprire la bocca. In altri termini, contesta che vi sia stato un affievolimento delle prove a carico a seguito dell’istruttoria celebrata ai sensi dell’art. 422 c.p.p..
Con un altro motivo il pubblico ministero ricorrente deduce l’erronea applicazione dell’art. 572 c.p. In particolare, dopo avere criticato la sentenza per avere escluso la sussistenza del reato di maltrattamenti, assume che il giudice avrebbe dovuto per lo meno ritenere i diversi reati di violenza privata continuata, per quanto riguarda le modalità con cui le imputate nutrivano la minore, e di diffamazione, con riferimento alla frase pronunciata dalla C., trasmettendo gli atti all’ufficio del pubblico ministero.
3. Nell’interesse di C. e D. l’avvocato V. C. ha depositato una memoria in cui replica ai motivi contenuti nel ricorso del pubblico ministero e ne chiede il rigetto.

Considerato in diritto

4. Il ricorso dei pubblico ministero è fondato nei limiti di seguito indicati.
4.1. Il G.u.p., attraverso una puntuale e completa ricostruzione degli avvenimenti, ha verificato che molte delle condotte attribuite alle imputate non si erano in realtà mai verificate ovvero non configuravano il reato ipotizzato. In particolare, è stato escluso che la piccola J. sia stata abbandonata per ore, da sola, in una stanza; allo stesso modo non è risultato che la minore venisse portata in una stanza isolata per “costringerla ad ingurgitare cibo o per agevolare altre condotte vessatorie”; la sentenza ha chiarito che la manovra con cui le venivano tenuti fermi il capo e le mani era funzionale alla sua alimentazione, per prevenire i movimenti incontrollati causati dalla sua patologia; inoltre, il giudice ha ritenuto che la frase “perché non la abortivano?” è stata pronunciata dalla C. nell’ambito di un confronto con altre insegnanti, sicché costituiva una opinione dell’imputata senza alcun intento denigratorio nei confronti di alcuno.
Si tratta di condotte che il G.u.p., in base ad una motivazione logica e coerente, basata su una corretta applicazione dell’art. 572 c.p., ha ritenuto che non potessero configurare la fattispecie di maltrattamenti, sia per la mancanza del requisito dell’abitualità, sia per l’assenza della coscienza e volontà di sottoporre la minore ad una serie di sofferenze fisiche e morali dirette ad instaurare un sistema di sopraffazioni e di vessazioni.
La sentenza ha preso in considerazione anche l’operazione con cui le imputate, per “costringere” la minore a mangiare, le tappavano le narici per farle aprire la bocca, e in questo caso, pur riconoscendo il carattere di “episodica sopraffazione”, ha escluso la sussistenza del reato di cui all’art. 572 c.p. per la mancanza del requisito dell’abitualità, rilevando che l’operazione incriminata è stata eseguita in sole due occasioni.
Invero, su questo ultimo punto la motivazione risulta tendenzialmente perplessa, in quanto il giudice, da un lato, sembra ritenere che la manovra della chiusura delle narici rientri “nella normalità di un percorso educativo-riabilitativo alimentare” della minore, dall’altro lato, in maniera contraddittoria, giustifica la mancata nomina di un perito, diretta ad accertare se tale operazione possa rientrare in un corretto percorso di alimentazione (”secondo la migliore scienza ed esperienza medico e pedagogica”), in relazione alla insussistenza del requisito dell’abitualità proprio del reato di maltrattamenti. In questo modo il giudice, pur riconoscendo il possibile disvalore della condotta contestata alle imputate – chiusura delle narici -, ha limitato la sua verifica alla sussistenza del solo reato di cui all’art. 572 c.p., evitando di accertare se i fatti, come obbiettivamente emergenti dagli atti, integrassero altri reati.
4.2. Occorre ribadire che rientra tra i poteri del giudice dell’udienza preliminare la riqualificazione del fatto oggetto dell’imputazione, dal momento che l’esatta attribuzione del nomen iuris è strettamente connaturale all’esercizio della giurisdizione (Sez. III, 1 dicembre 2010, n. 1803, *****).
Secondo l’art. 423 c.p.p. la modifica dell’imputazione rientra nell’esercizio dell’azione penale e, quindi, è attribuita al potere – dovere del pubblico ministero non del giudice; tuttavia, quest’ultimo può sempre dare al fatto una diversa qualificazione. Infatti, il giudice non può modificare il fatto oggetto dell’imputazione, ma, anche in sede di udienza preliminare, può dare al fatto il nomen juris che ritiene corretto. Il potere del giudice di qualificare correttamente il fatto, sotto il profilo giuridico, si risolve nella esatta applicazione della legge, sicché non tollera limitazioni, così come non deve essere specificamente previsto, proprio perché è un connotato dell’esercizio della giurisdizione.
4.3. Nel caso di specie, l’esclusione del reato di maltrattamenti non avrebbe dovuto esaurire il compito del G.u.p., perché dalla sua stessa ricostruzione dei fatti è emerso un contesto di condotte – quantomeno quelle relative alle modalità di alimentazione della piccola J. – in grado di configurare altre fattispecie di rilievo penale, meno gravi, che andavano comunque prese in considerazione. D’altra parte, si è visto come il G.u.p. abbia ammesso la presenza di condotte di “episodica sopraffazione” nei confronti di un soggetto con forti deficit psico-fisici, ma a tale constatazione non è seguita alcuna concreta valutazione sul rilievo penale delle condotte stigmatizzate, essendosi pronunciato esclusivamente sulla insussistenza del reato di maltrattamenti.
In realtà il G.u.p. si è limitato ad escludere, frettolosamente, la sussistenza dei reati di lesione personale e di violenza privata, ritenendo generiche e imprecise le dichiarazioni accusatorie, giustificazione che però dimostra tutta la sua illogicità nella misura in cui, per il più grave reato di maltrattamenti, lo stesso giudice ha operato una dettagliata ricostruzione degli avvenimenti sulla base delle medesime fonti di accusa che, contraddittoriamente, non ha considerato né generiche, né imprecise.
Una analoga contraddittorietà si rinviene nella motivazione della sentenza là dove esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 571 c.p.: in questo caso il G.u.p. ritiene che in presenza di condotte “estrinsecantesi in reiterati atti di violenza fisica (oltre che morale)” non vi sia spazio per il reato previsto dal citato art. 571 c.p. non potendovi essere alcuna finalità correttiva ed educativa. Qui, inspiegabilmente, assume consistenza il carattere “reiterato” degli atti di violenza, che invece viene negato decisamente nel momento in cui la sentenza prende in esame il reato di maltrattamenti. Di conseguenza, se la sentenza per escludere il reato di maltrattamenti ha negato l’abitualità delle condotte poste in essere dalle imputate, allora avrebbe dovuto riprendere in considerazione la configurabilità del reato di abuso dei mezzi di correzione in presenza di quelle “episodiche sopraffazioni”, cui si fa riferimento nella parte conclusiva della decisione. In sostanza, una volta escluso il ricorso sistematico ad atti di violenza vi era spazio per riconsiderare la sussistenza del reato di cui all’art. 571 c.p., proprio prendendo in esame quelle condotte di minima valenza fisica o morale, che la sentenza ha qualificato di “sopraffazione”, perché funzionali a superare i comportamenti oppositivi della minore durante la sua alimentazione.
5. In conclusione, la sentenza è incorsa in un vizio di motivazione là dove ha escluso, con argomentazioni illogiche, la riqualificazione dei fatti contestati nei diversi reati di violenza privata ovvero di abuso dei mezzi di correzione, in questo modo facendo anche una erronea applicazione della legge penale. Ne consegue l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di Trapani per nuova deliberazione.

 

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Trapani per nuova deliberazione.

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Insider trading: sì al sequestro per equivalente dell’ammontare del capitale investito (Cass. pen. n. 28486/2012)

Redazione

Osserva

Il GIP presso il Tribunale di Milano con ordinanza del 3 settembre 2011 disponeva il sequestro preventivo della somma di Euro 1.324.736 nei confronti di R.R.A., indagato in ordine al reato di abuso di informazioni privilegiate – cosiddetto insider trading – previsto dalla lettera a) del primo comma dell’art. 184 D.Lgs. n. 58 del 1998, in ipotesi da lui commesso con l’utilizzazione indebita di dette informazioni nel compimento di operazioni di compravendita di strumenti finanziari.
In particolare secondo l’ipotesi di accusa il R., in virtù della sua qualità di dirigente e socio anziano dell’area Transaction Services della D. F. A.S., impresa dedita ad attività di consulenza finanziaria, era entrato in possesso di informazioni riservate su progetti di Offerte Pubbliche di Acquisto di azioni della Spa M.G. e della Spa G. C., nonché su un programma di acquisizione del controllo della Spa P.; gli si contestava di essersi avvalso delle conoscenze acquisite in occasione dell’esercizio della sua attività professionale, per acquistare azioni le cui quotazioni, alla luce delle suddette informazioni, avrebbero ragionevolmente avuto incrementi. La somma assoggettata a cautela preventiva ai sensi del secondo comma dell’art. 321 c.p.p. e dell’art. 187 del D.Lgs. 56/98, era costituita dall’equivalente non solo delle plusvalenze realizzate con la condotta illecita, ma anche dall’ammontare del capitale investito.
Il sequestro veniva confermato dal Tribunale di Milano, adito dal R. in sede di riesame, con ordinanza del 5 ottobre 2011, avverso la quale il predetto ha proposto ricorso tramite difensore di fiducia.
Deduce il ricorrente l’inadeguata disamina dei motivi prospettati con l’istanza di riesame, ed in particolare:
1) l’erroneità del provvedimento impugnato in quanto, vertendosi in ipotesi di misura cautelare finalizzata alla confisca, aveva disposto il sequestro preventivo ai sensi dell’art. 321 secondo comma cod.proc.pen., cautela a suo avviso non praticabile ove disposta, come nel caso di specie, per equivalente. In tale ipotesi infatti la confisca ha natura prettamente sanzionatoria, di modo che la cautela poteva essere adottata solo nel rispetto dei presupposti applicativi previsti dall’art. 316 c.p.p., che offrono maggiori garanzie di tutela;
2) Proprio in virtù della natura sanzionatoria della confisca per equivalente, ne appariva evidente l’iniquità per l’impossibilità di graduarne l’applicazione secondo la gravità del reato, di modo che poteva verificarsi che alla percezione di un profitto assai modesto potesse far seguito il sequestro di somme ingentissime, come era avvenuto nel caso di specie. Si imponeva perciò la necessità di un’interpretazione costituzionalmente orientata, escludendo dalla confisca l’equivalente delle somme investite, e limitandola solo alle plus valenze realizzate; sul punto il ricorrente prospetta in subordine eccezione di incostituzionalità della norma di cui all’art. 187 comma secondo D.Lgs. 58/1998 nella parte in cui non esclude dalla confisca i beni strumentali utilizzati per commettere il reato;
3) Violazione dell’art. 240 c.p. e 184 del D.Lgs. citato, dovendo essere limitata la confisca all’incremento di valore dei titoli acquistati prima della diffusione delle notizie oggetto dell’informazione privilegiata;
4) Indebita duplicazione delle somme sottoposte a sequestro per equivalente, considerate, nell’ipotesi di operazioni finanziarie successive come nel caso di specie, una volta come utili conseguenti all’impiego dell’informazione privilegiata ed altra volta in guisa di strumento utilizzato per la consumazione del reato.
2.- Il ricorso è destituito di fondamento.
Va innanzitutto puntualizzato che, per quanto qui interessa, commette il reato previsto dall’art. 184 del D.Lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 (cosiddetto “insider trading”) chiunque, essendo in possesso di informazioni privilegiate in ragione dell’esercizio di una professione (come nel caso di specie), compie operazioni su strumenti finanziari avvalendosi del vantaggio informativo di cui s’è detto; il reato è consumato a prescindere dal risultato dell’operazione finanziaria, che costituisce un post factum, come esattamente osserva lo stesso ricorrente (pagina 14 del ricorso), e rileva esclusivamente ai fini della determinazione della pena (comma terzo dell’art. 184). Va rilevato allora come lo stesso ricorrente non revochi in dubbio l’attuazione da parte sua di una condotta oggettivamente riconducibile nello schema legale delineato dalla norma su citata, e del resto l’ordinanza impugnata ravvisa il fumus commissi delicti nel suddetto elemento fattuale.
Tanto premesso, il primo comma dell’art. 187 del D.Lgs. 58/1998 prevede che, in caso di condanna per il reato, per quanto qui interessa, di insider trading, è disposta la confisca del prodotto o del profitto conseguito dal reato e dei beni utilizzati per commetterlo: il secondo comma dispone che se non sia possibile eseguire la confisca a norma del primo comma, la stessa può avere ad oggetto una somma di denaro o beni di valore equivalente. Ai sensi del secondo comma dell’art. 321 c.p.p. poi, può essere disposto il sequestro preventivo delle cose di cui è consentita la confisca.
Non v’è allora dubbio alcuno che, come si rileva dalla compiuta motivazione dell’ordinanza impugnata, nel caso di specie, in ottemperanza delle norme su citate, era stato disposto esattamente un sequestro preventivo, avendo ravvisato il Tribunale di Milano una relazione diretta, attuale e strumentale tra le provviste finanziarie sequestrate ed il reato, unitamente al “periculum”, ravvisato nel contesto nel cui ambito si era svolta la vicenda, ambito costituito essenzialmente dalla condizione professionale dell’indagato, caratterizzata dalla conseguente e connaturata possibilità di attingere da fonti privilegiate informazioni in ordine ad eventi influenti sul corso dei titoli con conseguente pericolo di utilizzazione indebita del vantaggio informativo, come era già più volte avvenuto, nonché dalla disponibilità di provviste finanziarie da impiegare per trarre lucro dall’utilizzazione delle informazioni riservate.
Tale disamina era certamente adeguata e sufficiente vertendosi in materia di provvedimenti cautelari, dei quali vanno valutati solo il fumus ed il periculum, appartenendo ogni altra e diversa valutazione alla sede propria del merito, e del resto contro le ordinanze aventi per oggetto provvedimenti cautelari reali è consentito il ricorso per cassazione solo per violazione di legge.
2.1- L’impianto logico-argomentativo del ricorso è fondato invece sul presupposto della natura sostanzialmente sanzionatoria della confisca per equivalente, cui è finalizzato il sequestro adottato in danno del R., formalmente preventivo, ma ad avviso del ricorrente in realtà disposto illegittimamente per finalità conservative.
Sostiene infatti il ricorrente che nel caso di specie non erano in concreto ravvisabili ragioni preventive connesse alla intrinseca pericolosità dei beni assoggettati a cautela, e non c’era nesso di pertinenzialità di sorta con il reato, di modo che il sacrificio di interessi costituzionalmente protetti poteva avvenire solo per assicurare il pagamento delle pene pecuniarie comminate dalla norma sostanziale ma, come prescrive l’art. 316 del codice di rito, solo in conseguenza di una prognosi di insufficienza, inadeguatezza o dispersione delle garanzie patrimoniali dell’indagato, questione che non era stata trattata né dal GIP né dal Tribunale, e tale difetto di motivazione evidenziava l’illegittimità del provvedimento cautelare asseritamente conservativo.
Sull’assunto della natura sostanzialmente conservativa del sequestro per equivalente in esame è basata anche l’eccezione di incostituzionalità del secondo comma dell’art. 187 D.Lgs. 58/1998, nella parte che consente la confisca, in funzione sanzionatoria, dell’equivalente dei beni strumentali utilizzati per la consumazione del reato, al di fuori di ogni possibilità di sua graduazione, di modo che a fronte della realizzazione di profitti di ammontare anche modesto è possibile il sequestro e la confisca di somme ingenti. L’argomento, ancorché suggestivo, è destituito di fondamento. Come si è già detto, infatti, non v’è dubbio alcuno che il sequestro per equivalente oggetto della presente disamina, adottato – si ripete – nel rigoroso rispetto della normativa vigente, sia preventivo, ed era stato disposto in presenza di tutti i presupposti necessari. L’eccezione di incostituzionalità proposta è pertanto manifestamente infondata, sia perché lo scopo della norma, che traspare con assoluta chiarezza dal suo dettato, è quello di impedire che operatori finanziari di pochi scrupoli e particolarmente qualificati, possano porre in essere avventure economiche che si traducono in turbative del mercato cui conseguirebbe corrispondente danno all’economia nazionale, risultato conseguibile solo sottraendo loro le risorse economiche relative, sia per la ragione che costituisce fuor d’opera parlare di rigidità della confisca, per ciò stesso asseritamente incostituzionale, in quanto l’entità del sequestro è determinata dallo stesso autore dell’illecito.
Essendo i compendi assoggettati a cautela equivalenti oltre che alle plus valenze eventualmente realizzate, anche all’ammontare delle provviste finanziarie impegnate. Ogni altra questione deve ritenersi assorbita. Il ricorso va pertanto rigettato.

 

P.Q.M.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a pagare le spese del procedimento.

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Istanza di rinvio del processo per impedimento del difensore: è tardiva l’istanza presentata un giorno prima della trattazione della causa (Cass. pen. n. 28477/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Napoli, in parziale riforma della sentenza del Tribunale per i minorenni di Napoli con cui D.P. e A. P. erano stati condannati alla pena di mesi nove di reclusione per i reati di cui agli artt. 703 e 337 c.p., ha dichiarato non doversi procedere nel confronti degli imputati per il primo reato, in quanto estinto per prescrizione, e ha rideterminato la pena per il delitto di resistenza in otto mesi di reclusione, pena interamente condonata.
2. Gli imputati hanno proposto distinti ricorsi per cassazione.
Con il primo motivo, A.P. deduce l’erronea applicazione della legge processuale e il vizio di motivazione per avere la sentenza ritenuto tardiva l’istanza difensiva di rinvio del processo per impedimento del difensore, omettendo di valutare la legittimità dell’impedimento stesso.
Entrambi i ricorrenti contestano la sussistenza del reato di resistenza, rilevando che il Carabiniere D.D. non si sarebbe qualificato come tale, che non vi sarebbe stata alcuna violenza esercitata nei suoi confronti e che, comunque, le eventuali minacce non sarebbero state rivolte per ostacolare l’attività del pubblico ufficiale.
Comuni sono, infine, i motivi con cui i ricorrenti lamentano la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche e il diniego della sospensione condizionale della pena.

Considerato in diritto

3. I motivi proposti nei ricorsi sono tutti manifestamente infondati.
3.1. Quanto al primo motivo, proposto nell’interesse di P. si rileva che la sentenza ha correttamente ritenuto la tardività dell’istanza di rinvio.
L’art. 486 comma 5 c.p.p., prescrive che il legittimo impedimento del difensore deve essere comunicato prontamente, per consentire all’ufficio, che lo ritenga giustificato, di predisporre tutti gli adempimenti necessari a evitare ingiusti oneri agli altri soggetti processuali e a consentire la celebrazione in data successiva e prossima del dibattimento rinviato; pertanto, il difensore è obbligato a comunicare l’impedimento non appena esso si verifica e non in prossimità della celebrazione del processo (Sez. II, 2 dicembre 2008, n. 2776, ********; Sez. IV, 11 giugno 2003, n. 41997, Fawzi; Sez. I, 26 febbraio 1996, n. 2567, ********). In particolare, la giurisprudenza citata ritiene che il difensore, nel caso in cui l’impedimento riguarda altro dibattimento, non può riservarsi di scegliere fino al giorno prefissato, ma deve, appena ricevuta la comunicazione dei due giudizi, effettuare la scelta e darne pronta comunicazione al giudice cui chiedere il rinvio.
Nel caso di specie, invece, il difensore (avvocato L. C.) ha presentato l’istanza di rinvio solo il giorno prima dell’udienza, fissata per il 17.3.2010, nonostante avesse avuto notizia del concomitante impegno presso il Tribunale di Nola sin da 17.2.2010.
3.2. Del tutto infondati sono i motivi, comuni ai due imputati, con cui si contesta la sussistenza del reato di cui all’art. 337 c.p. formulando una serie di critiche alla sentenza attraverso una ricostruzione alternativa dei fatti. Invero, i giudici hanno posto a base del loro convincimento le dichiarazioni, ritenute precise e attendibili, del Carabiniere D.D. che ha riferito di essersi prontamente qualificato – in quanto era in abiti borghesi – prima che i due si dessero alla fuga, inseguiti dallo stesso D.
Correttamente la Corte d’appello ha ritenuto pienamente configurato il reato di resistenza a pubblico ufficiale: infatti, secondo la giurisprudenza il reato di resistenza sussiste in presenza della condotta di colui che, per sottrarsi alle forze di polizia, non si limiti alla fuga in auto o in moto, ma proceda ad una serie di manovre finalizzate ad impedire l’Inseguimento, così ostacolando concretamente l’esercizio della funzione pubblica e inducendo nell’inseguitore una percezione di pericolo per la propria incolumità. Ed è quanto accaduto nella specie, in cui durante l’Inseguimento, durato una quarantina di minuti, gli imputati hanno messo in opera manovre dirette ad ostacolare il controllo da parte del carabiniere che li aveva sorpresi a sparare colpi di pistola, anche prendendo a calci il mezzo sul quale si trovava il loro inseguitore.
3.3. Totalmente generici sono infine i motivi con cui i ricorrenti lamentano la mancata applicazione delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena, dal momento che non tengono in alcun conto del fatto che la sentenza dedica le ultime due pagine a spiegare le ragioni per le quali non si è ritenuto di concedere i benefici, giustificando la scelta con i precedenti penali degli imputati e con la gravità della condotta dagli stessi posta in essere.
4. All’inammissibilità dei ricorsi non segue la condanna alle spese, trattandosi di minorenni.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi

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