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Penale

Nessuna tutela per i conviventi: sì al sequestro di alloggi di edilizia popolare dopo la morte del convivente assegnatario (Cass. pen. n. 41412/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con la ordinanza in epigrafe il Tribunale di Roma, sezione riesame, pronunciando sulla richiesta proposta da Me.M. avverso il provvedimento di sequestro preventivo emesso in data 29.9.2011 con il quale il GIP presso il Tribunale di Civitavecchia ha disposto il sequestro preventivo di un immobile ad uso abitativo appartenente al demanio e gestito da ****, ha confermato la misura.
2. Avverso detta pronunzia ricorre a mezzo di avvocato Me.M. lamentando violazione e falsa applicazione di legge sia per omessa notificazione dell’atto presso lo studio del difensore di fiducia, giusta elezione di domicilio depositata in data 14.11.11, che per insussistenza dell’elemento soggettivo del reato (vivendo la ricorrente in detto immobile già insieme all’assegnatario poi deceduto), che per insussistenza delle esigenze cautelari dedotte (interrompere l’attività criminosa, invero in essere da tre anni), sia per la sussistenza, nel caso di specie, dello stato di necessità.

 

Considerato in diritto

2. Il ricorso è inammissibile.
Circa la prima doglianza, è sufficiente rilevate che la stessa non è stata prospettata al Tribunale del riesame, con ciò sanandosi ogni eventuale vizio.
Deve per il resto osservarsi che in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325, comma 1, cod. proc. pen., rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice. (Cass. Sez. Un. sent. n. 5876 del 28.1.2004 dep. 13.2.2004). In particolare, in tema di sequestro non è necessario valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, essendo sufficiente che sussista il “fumus commissi delicti”, vale a dire la astratta sussumibilità in una determinata fattispecie di reato, del fatto, contestato come ipotesi di accusa. (In questo senso, in tema di sequestro preventivo, si è già espressa questa Corte, Sez. 6, con sent. n. 2672 del 9.7.1999 dep. 5.8.1999).
Così si è verificato nel caso di specie, avendo correttamente motivato il tribunale su tutti i punti ora risollevati dalla ricorrente all’attenzione di questa Corte senza peraltro alcuna considerazione delle risposte già compiutamente rese in sede di merito (cfr. pp. 1-2 dell’ordinanza impugnata) e per il resto ignorando indirizzi consolidati di legittimità.
Ciò dicasi in particolare con riguardo alla questione sulla sussistenza dello stato di necessità.
Sul punto, può ulteriormente osservarsi quanto segue.
Il primo dato di fatto dal quale partire è che l’imputata ha occupato stabilmente l’immobile.
Il secondo elemento che viene in rilievo è il dettato dell’art. 54 c.p., nella parte in cui stabilisce che, per la configurabilità dello stato di necessità (la cui prova spetta all’imputato che la invoca), occorre che il pericolo sia “attuale”.
Tale ultimo requisito presuppone che, nel momento in cui l’agente agisce contra ius – al fine di evitare “un danno grave alla persona” – il pericolo sia imminente e, quindi, individuato e circoscritto nel tempo e nello spazio (Cass. 3310/1981).
L’attualità del pericolo, per argumentum a contrario, esclude, in linea di massima, tutte quelle situazioni di pericolo non contingenti caratterizzate da una sorta di cronicità essendo datate e destinate a protrarsi nel tempo.
Infatti, ove, nelle suddette situazioni, si ritenesse la configurabilità dello stato di necessità, si effettuerebbe una torsione interpretativa del dettato legislativo in quanto si opererebbe una inammissibile sostituzione del requisito dell’attualità del pericolo con quello della permanenza, alterando così il significato e la ratio della norma che, essendo di natura eccezionale, necessariamente va interpretata in senso stretto.
Invero, il pericolo non sarebbe più attuale (rectius: imminente) bensì permanente proprio perché l’esigenza abitativa – ove non sia transeunte e derivante dalla stretta ed immediata necessità “di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona” – necessariamente è destinata a prolungarsi nel tempo.
Va, poi, osservato che, venendo in rilievo il diritto di proprietà, un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 54 c.p. alla luce dell’art. 42 Cost., non può che pervenire ad una nozione che concili l’attualità del pericolo con l’esigenza di tutela del diritto di proprietà del terzo che non può essere compresso in permanenza perché, in caso contrario, si verificherebbe, di fatto, un’ipotesi di esproprio senza indennizzo o, comunque, un’alterazione della destinazione della proprietà al di fuori di ogni procedura legale o convenzionale: cfr. sul punto, Cass. 35580/2007; Cass. 7183/2008.
Quanto appena detto, porta, pertanto a ritenere che lo stato di necessità, nella specifica e limitata ipotesi dell’occupazione di beni altrui, può essere invocato solo per un pericolo attuale e transitorio non certo per sopperire alla necessità di trovare un alloggio al fine di risolvere, in via definitiva, la propria esigenza abitativa, tanto più che gli alloggi ATER sono proprio destinati a risolvere esigenze abitative di non abbienti, attraverso procedure pubbliche e regolamentate.
2. Ne consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in euro 1000.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000 in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, li 18 settembre 2012.

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Reato di peculato per il commissario liquidatore che falsifica l’estratto conto bancario della società appropriandosi dei soldi (Cass. pen. n. 41520/2012)

Redazione

Cass. pen., sez. VI, 24 ottobre 2012, n. 41520 – pres. FATTO E DIRITTO

Con sentenza in data 17/2/09 il Tribunale di Milano Z. L. era condannato alla pena di anni nove di reclusione oltre al risarcimento in solido con il Ministero dello Sviluppo Economico, responsabile civile, al risarcimento dei danni sofferti dalle parti civili costituite, siccome colpevole di concorso in peculato continuato e aggravato ex artt. 81-110-314-61 n.7 cp. (capo A), nonché di concorso in falsità in scrittura privata aggravata ex artt. 110-61 n. 2 e n. 7-485 cp.(capo B), perché nella sua qualità di pubblico ufficiale, derivante dall’incarico di commissario liquidatore di varie procedure fallimentari, riguardanti imprese esercenti attività di intermediazione finanziarie, si appropriava di rilevanti somme di danaro, di cui aveva la disponibilità in ragione del proprio ufficio, nonché di avere falsificato l’estratto conto della Banca al fine di compiere il reato di peculato.
A seguito di gravame dell’imputato e del Ministero anzidetto, la Corte di Appello di Milano con sentenza in data 23/3/2011 in parziale riforma della sentenza impugnata dichiarava n.d.p. in ordine ai fatti anteriori al 23/9/1998 perchè estinti per prescrizione, rideterminava la pena per i residui fatti in anni otto di reclusione, confermando le statuizioni civili anche per quelli dichiarati prescritti.
Contro tale decisione ricorrono l’imputato e il Ministero dello Sviluppo Economico, responsabile civile.
L’imputato a mezzo dei suoi difensori articola tre motivi.
Con il primo motivo denuncia la mancata applicazione dell’indulto ex lege 241/2006 nella massima estensione, del tutto ignorata dal giudice del gravame, nonostante la specifica richiesta in sede di discussione; con il secondo motivo denuncia il vizio di motivazione in riferimento al mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, nonostante la prospettazione degli elementi che ne giustificavano la concessione; con il terzo motivo denuncia il medesimo vizio di motivazione in riferimento alla entità della pena, alla scelta del reato ritenuto più grave e alla misura dell’aumento per la continuazione, effettuate senza tener conto dell’ammontare delle somme e del numero dei fatti caduti in prescrizione.
Con la memoria difensiva depositata in data 24/9/2012 insiste nella richiesta di applicazione dell’indulto nonchè in quella di rideterminazione della pena, eccependo la prescrizione del reato più grave contestato al capo A).
Più articolato il ricorso del Ministero, che pone vari motivi a sostegno della richiesta di annullamento delle statuizioni civili e di sospensione dell’esecuzione delle relative condanne.
Con il primo motivo denuncia l’erronea applicazione degli artt. 100 e 122 cpp in riferimento alla citazione del responsabile civile da parte di tutte le parti civili, assistite dall’avv. Dondè per difetto di procura speciale in capo al difensore e la illogicità della motivazione, che l’aveva ritenuta esistente.
Con il secondo motivo lamenta la violazione dell’art. 83 cpp., sostenendo che la citazione del responsabile civile da parte di alcuni avvocati era inammissibile, siccome tardiva, essendosi essi erroneamente avvalsi della proroga del termine, concesso solo ad altri legali.
Con il terzo motivo deduce l’erronea applicazione dell’art. 74 cpp., sostenendo che il danno cagionato dall’imputato era stato causato alle società, di cui era commissario liquidatore, onde i singoli privati avevano azione diretta verso le società e non verso lo Z.
Con il quarto motivo eccepisce l’erronea applicazione dell’art. 185 cp. e sostiene che nel caso in esame mancavano i presupposti legittimanti la qualifica di responsabile civile in capo al Ministero, non sussistendo alcuna norma civile, che prevedesse una responsabilità dell’Amministrazione per il reato
di peculato o per il falso commesso dal commissario liquidatore, definito dall’art. 199/1 legge fallimentare come pubblico ufficiale, che svolge funzioni in autonomia e al di fuori di un rapporto di impiego con la Pubblica Amministrazione, ipotesi nelle quali quest’ultima era da considerarsi addirittura parte offesa.
Con il quinto motivo rileva l’erronea applicazione dell’art. 204 legge fallimentare e dell’art. 185 cp. ed osserva che il Ministero non aveva alcun obbligo di vigilanza in ordine all’attività svolta dal commissario liquidatore, che benché nominato dal Ministero non poteva considerarsi inserito nella sua organizzazione funzionale, siccome titolare di ampi poteri discrezionali, che lo distinguevano dall’Autorità che lo aveva nominato. L’errore dei giudici del merito era consistito nell’avere ipotizzato in aggiunta ad un inesistente nesso di immedesimazione organica, anche una sorta di titolo autonomo per la chiamata del Ministero quale responsabile civile, consistente in una presunta omessa vigilanza da esercitare ai sensi della cit.norma ex art. 204.
Con il sesto motivo denunzia il vizio di motivazione in riferimento alla ritenuta omessa vigilanza sull’attività del commissario, esplicatasi attraverso la mancata scelta di nominare tre liquidatori, anzichè di uno solo ai sensi dell’art.l98 legge fallimentare, alla negligenza nella verifica della capacità professionale dell’imputato, della sua posizione finanziaria e sui suoi precedenti penali e si sofferma sui motivi, per i quali tali presunte omissioni non qualificavano il Ministero quale responsabile civile per i fatti commessi dal commissario liquidatore.
Evidenzia infine con il sesto e ultimo motivo l’enorme pregiudizio, cui andrebbe incontro il ricorrente Ministero delle Attività Produttive in caso di riforma della sentenza di merito per il recupero delle somme, liquidate in via provvisionale,tenuto conto dell’importo delle stesse e del numero dei
beneficiari, e chiede la sospensione dell’esecuzione della condanna civile ai sensi dell’art. 612 cpp, in una con
l’annullamento delle statuizioni di condanna a carico dell’Amministrazione.
Dal canto loro le parti civili costituite tramite i propri difensori hanno fatto pervenire in data 20/9/2012 memorie difensive a sostegno della infondatezza di entrambi i ricorsi.
Il ricorso dell’imputato è inammissibile.
Quanto alla doglianza sull’omessa applicazione del condono, spetterà al Giudice dell’Esecuzione ogni determinazione al riguardo. Le altre doglianze non indicano in maniera specifica vizi di legittimità o profili di manifesta illogicità della motivazione della decisione impugnata, ma mirano sostanzialmente a sollecitare un nuovo e diverso apprezzamento di merito in ordine alla congruità della pena inflitta e al diniego delle circostanze attenuanti generiche, che il giudice del gravame ha adeguatamente giustificato con argomenti immuni da vizi logici o interne contraddizioni e come tali incensurabili in questa sede.
Quanto infine alla censura sulla prescrizione del reato base ritenuto più grave, la inammissibilità delle precedenti censure rendono il ricorso soltanto apparente e quindi inidoneo a instaurare un valido rapporto di impugnazione e a valutare l’eccezione esplicitata per la prima volta nella memoria difensiva (Cass. Sez. Un. 27/6-11/9/2001 n. 33542 Rv. 219531).
Fondata è la censura di cui al quarto motivo del ricorso del Ministero dello Sviluppo Economico, in essa assorbite tutte le altre censure.
Ed invero la chiave di lettura della questione sottoposta all’esame di questa Corte va individuata nella definizione del commissario liquidatore e nell’analisi dei suoi poteri e della sua funzione.
La legge fallimentare (artt. 199 e 204) qualifica il commissario liquidatore, quale organo centrale del procedimento di liquidazione coatta amministrativa, come pubblico ufficiale, investito di una funzione pubblica che esercita con autonomia e discrezionalità per tutelare sia gli interessi pubblici verso cui è indirizzata l’attività dell’ente, sia i diritti dei creditori.
Egli ha tutti i poteri necessari per la liquidazione dei beni: provvede a tutte le operazioni strumentali alla liquidazione, sceglie le banche, che ritiene più vantaggiose, preleva danaro dai conti correnti, agisce in giudizio contro gli amministratori, tutto ciò al di fuori di un rapporto di impiego con la Pubblica Amministrazione e senza vincoli di poteri gerarchici o di ordini rispetto all’amministrazione che l’ha nominato.
E’ evidente quindi il duplice errore, in cui incorrono i giudici di merito.
Un primo errore è rilevabile quando affermano che il commissario liquidatore viene a trovarsi in rapporto di dipendenza con il Ministero ovvero in un rapporto assimilabile a quello organico con la Pubblica Amministrazione. Al contrario, ancorchè nominato dal Ministero, è un soggetto formalmente e sostanzialmente distinto da esso, nessuna disposizione normativa prevedendo un suo inserimento nell’organizzazione funzionale di detto Dicastero. L’art. 204 della legge fallimentare, sul quale ha fatto perno la corte di merito, fa riferimento a un potere direttivo dell’autorità, di carattere del tutto generico, tanto più che è la stessa norma invocata a contemplare un obbligo di controllo in capo al comitato di sorveglianza, composto “possibilmente tra i creditori” ai sensi dell’art. 198 legge cit., cui è estraneo il Ministero.
Quindi non sussiste alcun rapporto organico tra il commissario liquidatore e la P.A., senza poi contare che deve rimanere fermo il costante insegnamento della giurisprudenza, per cui ogni rapporto organico – ancorché sussistente – si interrompe quando a il fatto doloso del soggetto che quell’organo impersona.
Un secondo errore commettono o giudici del merito, quando, per giustificare la chiamata in causa del Ministero, configurano una responsabilità per fatto proprio, evocando a carico del medesimo culpa in eligendo ed in vigilando. Tale inquadramento si pone però in radicale contrasto con l’art. 185 cp. e con l’art. 83 cpp., che delineano la figura del responsabile civile. Come correttamente posto in luce dal ricorrente Ministero, la legittimazione passiva del responsabile civile in tanto sussiste in quanto nel processo penale sia imputato un soggetto, del cui operato lo stesso debba rispondere in base alla legge civile; ne discende al contrario che non può assumere la veste di responsabile civile il soggetto, che eventualmente versando in colpa, debba rispondere per fatto proprio, cioè a dire colui che abbia un titolo diretto di responsabilità per i danni lamentati dalla parte civile, diverso da quello dell’imputato. Ma nel caso in esame, come si è dimostrato con le considerazioni in precedenza svolte, non sussiste alcun rapporto di dipendenza o di immedesimazione organica con l’apparato ministeriale in capo del commissario liquidatore, onde deve escludersi una responsabilità ex art.2049 c.c. azionabile in sede penale con la chiamata in causa del responsabile civile. E se per ipotesi si volesse ravvisare una responsabilità di tipo aquiliana ex art.2043 c.c. a carico del Ministero, essa dovrà essere valutata in sede civile e non in questa sede.
Siffatto principio, pacifico e condiviso da questa Corte, si rinviene in numerose pronunce, anche riguardo a situazioni in qualche modo assimilabile a quella in esame (da ult. Cass. Sez. IV 1/2-19/3/20l2 n. 10701 Rv. 252674; 27/5-25/10/2011 n. 38704 Rv. 251098).
La sentenza impugnata deve essere pertanto annullata senza rinvio limitatamente alla condanna al risarcimento del danno nei confronti del Ministero dello Sviluppo Economico, quale responsabile civile.
Va poi dichiarato inammissibile il ricorso dello Z., che va pertanto condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento in favore della cassa delle ammende della somma, ritenuta di giustizia ex art. 616 cpp, di € 1.000,00.
Va poi il ricorrente condannato al pagamento delle spese di costituzione e rappresentanza delle parti civili, che si liquidano come da dispositivo.

 

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti del Ministero dello Sviluppo Economico.
Dichiara inammissibile il ricorso dello Z. e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della cassa delle ammende, nonchè a rifondere le spese sostenute dalle parti civili costituite attraverso gli avv.ti ***********è, *****************, **********************, **************, che liquida in € l.500,00 ciascuna
oltre IVA e CPA.
Così deciso in Roma 27/9/2012

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Neonato muore dopo il parto cesareo: il ginecologo fa partecipare all’intervento il figlio, medico specializzando, poi falsifica la cartella per non farlo figurare (Cass. pen. n. 41503/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Ricorre S.L. avverso la sentenza della Corte di appello di Roma dell’1-3-2011 che, in riforma di quella emessa dal Tribunale della stessa città, lo condanna a pena di giustizia per il reato di falso in atto pubblico fidefacente (artt. 476 e 479 cod. pen.) commesso in (omissis). Secondo la prospettazione accusatoria, condivisa dai giudici del merito, S.L., che era ostetrico-ginecologo presso l’ospedale “(omissis)” di (omissis, il (omissis) eseguì, come primo operatore, un parto laparatomico sulla persona di D.B.M.D., con esito infausto. Poiché all’intervento aveva partecipato, nella prima fase, il figlio R. specializzando al Policlinico “(omissis)” e per questo non abilitato ad operare nella struttura interessata, S.L., al fine di tutelare l’onore professionale del figlio, falsificò la cartella clinica dell’ospedale, sostituendo il nome del figlio con quello del secondo operatore abilitato, dr.ssa Sa. .
2. Nell’interesse di S.L. sono stati presentati due ricorsi, uno a firma dell’avv. P. B. e l’altro a firma dell’avv. *****
2.1. L’avv. B. ricorre con sette motivi.
Col primo lamenta la violazione degli artt. 157 – 476 e 479 cod. pen., ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., nonché la manifesta illogicità della motivazione in punto di motivazione, dovendo ritenersi prescritto il reato al 23-6-2008, essendo stato contestato il falso in atto pubblico, e non il falso in atto pubblico fidefacente, soggetto a termine sestennale di prescrizione (aumentabile, al massimo, fino ad otto anni e sei mesi).
Col secondo censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 521, comma 2, e 522, commi 1 e 2, cod. proc. pen., ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. c) ed e) cod. proc. pen., poiché la sentenza impugnata ha ravvisato la responsabilità dello S. nella sostituzione del nominativo “Sa. ” a quello di “S. ” nella parte attestante la persona del 2 medico, mentre in imputazione si faceva riferimento alla falsificazione della “cartella clinica del giorno (omissis) relativa al parto di D.B.M.D”.
Inoltre, perché la Corte d’appello ha condannato l’imputato per un reato più grave di quello contestato, in violazione del principio generale del “tantum appellatum quantum devolutum”.
Col terzo denuncia la nullità della sentenza, ex art. 606, comma 1, lett. d) ed e) cod. proc. pen., per il mancato espletamento di una perizia grafica sulla cartella clinica, richiesta al giudice di prime cure per accertare se la stessa fosse stata manomessa dall’imputato.
Col quarto denuncia la nullità della sentenza, ex art. 606, comma 1, lett. d) ed e) cod. proc. pen., per avere indebitamente ritenuto, in motivazione, che l’imputato fosse pienamente consapevole del fatto che “la morte del piccolo A. potesse essere ricollegata ad una condizione di grave sofferenza ipossica ischemica indotta dall’abnorme intervallo tra il taglio cesareo e l’estrazione del feto”, contrariamente alle conclusioni cui erano giunti i consulenti del Pubblico ministero.
Col quinto motivo (erroneamente numerato come “6″) deduce la nullità della sentenza, ex art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., per illogicità della stessa, avendo omesso di considerare “tutta una serie di elementi che sono emersi nel corso dell’istruttoria dibattimentale”: in particolare, la tesi difensiva, che attribuiva la correzione alla possibile “svista” di chi aveva ritenuto di rimediare ad un errore nella trascrizione, per due volte, sulla cartella clinica del nome “S.”; il fatto che lo S. era certamente in sala parto al momento dell’intervento sulla partoriente, come risultava sia dal registro della sala operatoria che da quello della sala parto; le dichiarazioni rese da vari testi (tra cui M.), da cui sarebbe emerso che anche altri soggetti erano interessati alla falsificazione della cartella clinica; il fatto che il registro della sala operatoria riportava una sola correzione (la sostituzione del nominativo della R. con quello della B.).
Col sesto (erroneamente indicato come “7″) denuncia la nullità della sentenza, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e) cod. proc. pen., per erronea interpretazione dell’art. 476, comma 2, cod. proc. pen. e, comunque, per illogicità della motivazione, non avendo la cartella clinica natura di atto pubblico fidefacente.
Col l’ultimo motivo denuncia la nullità della sentenza, ex art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., per violazione degli artt. 133, 163, 164 e 175 cod. pen. per mancanza di motivazione sia in relazione ai criteri di determinazione della pena sia in relazione alla mancata concessione dei benefici di legge.
2.2. L’avv. ***** deduce:
a) l’illegittimità della sentenza, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., avendo la Cotte d’appello omesso di pronunciarsi sulla dedotta inammissibilità dell’appello del Pubblico ministero per genericità dei motivi. Peraltro, il Pubblico ministero aveva, indebitamente, dato per presupposta la responsabilità dello S. per il distinto reato di omicidio colposo, dal quale invece è stato prosciolto per prescrizione.
b) il difetto di motivazione, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e) cod. proc. pen., della sentenza in ordine alla richiesta declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.
c) l’inammissibilità dell’appello delle parti civili, che, in violazione dell’art. 576 cod. proc. civ., non si erano limitate ad impugnare la sentenza ai soli effetti della responsabilità civile, ma avevano trattato “il merito della vicenda”, svolgendo argomentazioni attinenti alla morte del bambino e alla presunta responsabilità dei medici per omicidio colposo. Peraltro, nell’atto d’appello le parti civili non avevano nemmeno indicato il danno patito per effetto del falso. In ogni caso un danno per il falso, direttamente e concretamente incidente nella sfera giuridica del privato, non era ipotizzabile e non era sussistente, in quanto l’interesse risarcitorio della parte civile era stato soddisfatto, ad opera dell’assicurazione, nel diverso procedimento per omicidio colposo.
d) l’illogicità della motivazione in ordine al reato di falso, in mancanza di prova certa circa la riferibilità dell’alterazione all’imputato, avendo la Corte d’appello fondato il proprio giudizio sull’asserita responsabilità dello S. per l’omicidio colposo ed “in base ad un movente privo di supporto probatorio”. Inoltre, per non aver considerato che altri potevano essere gli autori del falso e che la cartella clinica, redatta dalla R., era disordinata e costellata di abrasioni e correzioni. Infine, per non aver considerato che solo pochi giorni dopo il fatto, il (omissis), l’imputato, relazionando al dirigente sanitario, descrisse la vicenda nei suoi esatti termini, senza tacere della partecipazione del figlio all’intervento. Anche per questo motivo il falso sarebbe da considerare innocuo e grossolano.
e) la mancanza di correlazione tra accusa e sentenza, dal momento che lo S. era stato citato a giudizio per aver “falsificato la cartella clinica del giorno (omissis) relativa al parto di D.B.M.D. , facendo figurare come primo chirurgo operatore il parto laparatomia) S.L. in luogo dell’effettivo operatore S.R.”, mentre in sentenza si parla della sostituzione del nominativo “Sa.” a quello di “S. “.
f) la illegittima contestazione congiunta del falso materiale e del falso ideologico, che sono tra loro alternativi, senza tener conto del fatto che la cartella era stata redatta dall’ostetrica R. e che la successiva alterazione fu opera di un soggetto che non era pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Inoltre, che non si trattava di atto pubblico fidefacente, poiché “nella specie è in discussione solo la parte descrittiva e compilatoria a fini meramente amministrativi interni”.
g) l’illegittima condanna dell’imputato al pagamento delle spese e dei danni a favore della parte civile, che non era legittimata a costituirsi.
Con memoria aggiunta del 14/06/2012 l’avv S. ha poi ribadito i motivi di ricorso, insistendo per l’inammissibilità dell’appello proposto dalla parte civile e sull’inesistenza di un danno a questa riferibile.

 

Considerato in diritto

Il ricorso non merita accoglimento.
1.1. Esaminando nell’ordine i motivi del ricorso proposto nell’interesse dell’imputato dall’avv. B., infondato è quello relativo alla dedotta prescrizione del reato, posto che il falso in atto pubblico fidefacente (art. 476, comma 2, cod. pen.) si prescrive, sulla base della più favorevole disciplina introdotta dalla L. 5 dicembre 2005, n. 251, in dodici anni e sei mesi: quindi, il 23-12-2012.
1.2. Nessuna violazione della normativa processuale può dirsi consumata, posto che l’imputato è stato condannato per manomissione della cartella clinica, attuata mediante la sostituzione del nominativo “S.” con quello di “Sa.”. Nell’imputazione si contestava a S.L. e S.R. di aver “falsificato la cartella clinica del giorno (omissis) relativa al parto di D.B.M.D., facendo figurare come primo chirurgo operatore il parto laparotomico S.L. in luogo dell’effettivo operatore S.R. specializzando in altra struttura ospedaliera, mediante cancellazione del predetto nominativo e sua sostituzione con le modalità di cui sopra”. La differenza riscontrabile tra l’imputazione e la condanna non concerne il fatto materiale contestato (la falsificazione della cartella clinica, attuata mediante la cancellazione del nominativo di S.R con altro nominativo, chiaramente esplicitata in imputazione), ma gli effetti della falsificazine (far apparire come operatore la dr.ssa Sa. invece che il dr. S.R.). In questo senso la variazione è del tutto ininfluente sotto il profilo che interessa, giacché, per accertare se la modifica dell’addebito nella sentenza determini un vulnus dei diritti di difesa dell’imputato non è sufficiente il mero confronto letterale fra l’imputazione e la decisione, ma bisogna accertare se sia mutato il fatto, vale a dire se risulti radicalmente trasformata la fattispecie concreta contestata in maniera tale da risultare incerto l’oggetto della contestazione. Al contrario, deve escludersi la violazione del diritto de quo allorquando l’originaria contestazione, considerata nella sua interezza, contenga gli stessi elementi del fatto costitutivo del reato ritenuto in sentenza e si accerti che l’indagato si è trovato, in concreto, nella condizione di difendersi (ex multis, Cassazione penale, sez. 2, 28/06/2011, n. 36891). Nel caso di specie nessun dubbio può esser circa la completezza della difesa spiegata dall’imputato, che ha saputo, fin dall’origine, quale accusa gli veniva mossa (la manomissione della cartella clinica con cancellazione di un nominativo e sostituzione di un altro) e in relazione ad essa si è difeso.
Priva di pregio è, poi, l’eccezione di nullità proposta nell’ambito dello stesso motivo, che pone in discussione il principio, ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità, e qui pienamente condiviso, a mente del quale non determina nullità la mancata indicazione degli articoli di legge violati e, a maggior ragione, la mancata specificazione dei commi, allorché il fatto addebitato sia puntualmente e dettagliatamente esposto nel capo si imputazione, sì che non possa insorgere equivoco alcuno per l’espletamento di una completa e integra difesa (Cass. Sez. 1 19/3- 19/4/2004 n. 18027 Rv. 227972). In questo caso allo S. era stato contestata la falsificazione della cartella clinica dell’ospedale, che, per costante giurisprudenza, ha natura di atto pubblico fidefacente, con riferimento alla sua provenienza dal pubblico ufficiale e ai fatti da questi attestati come avvenuti in sua presenza (Cassazione penale, sez. 5, 19/01/2011, n. 7443; Cassazione penale, sez. 5, 16/04/2009, n. 31858). Del pari priva di pregio è la dedotta violazione del principio “tantum appellatum quantum devolutum”, che il ricorrente, senza specificare le norme violate, ravvisa nella “condanna per un reato più grave di quello che gli era stato contestato”, posto che si sarebbe, invece, anche in questo caso, in presenza di una violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza, da escludere sulla base delle superiori considerazioni e sulla base del principio, anch’esso pacifico nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui il giudice (sia di primo che di secondo grado) può dare al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata in imputazione, ancorché si tratti di qualificazione più grave, purché siano rispettati i limiti dell’art. 521 cod. proc. penale (che nella specie non sono in discussione): Cassazione penale, sez. 3, 09/05/2008, n. 28815; Cassazione penale, sez. 2, 08/03/2007, n. 11935.
1.3. Ugualmente infondato è il terzo motivo di ricorso, con cui viene censurato il mancato espletamento di perizia grafica da parte del giudice di primo grado e, poi, di quello d’appello. Premesso che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, il mancato espletamento di un accertamento peritale non può costituire motivo di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 comma primo lett. d) c.p.p., in quanto la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, trattandosi di un mezzo di prova “neutro”, sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove il citato art. 606, attraverso il richiamo all’art. 495 comma secondo c.p.p., si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività (Cassazione penale, sez. 4, 04/05/2011, n. 33734), la doglianza è infondata anche perché non risulta che il ricorrente abbia richiesto al giudice d’appello, di fronte e a seguito del gravame del Pubblico ministero, l’espletamento della perizia. E se è vero che il ricorso per cassazione avverso la sentenza di condanna in appello dell’imputato prosciolto in primo grado con la formula ampiamente liberatoria “per non aver commesso il fatto” può essere proposto anche per violazioni di legge non dedotte in appello, ovvero per lo specifico profilo del vizio di motivazione ex art. 606 comma 1 lett. e), c.p.p., perché non deducibili per carenza di interesse all’impugnazione, è altresì vero che ciò è ammissibile allorché l’imputato medesimo, per quanto carente di interesse all’appello, abbia comunque prospettato al giudice di tale grado, mediante memorie, atti, dichiarazioni verbalizzate, l’avvenuta acquisizione dibattimentale di altre e diverse prove, favorevoli e nel contempo decisive, pretermesse dal giudice di primo grado nell’economia di quel giudizio, ovvero abbia inutilmente richiesto l’espletamento della prova che assume “decisiva” (Cassazione penale, sez. un., 30/10/2003, n. 45276). Cosa di cui non v’è prova nel caso di specie.
1.4. Col quarto motivo il ricorrente pretende di collegare ad un passaggio motivazionale, non condiviso, la nullità della sentenza. Il motivo è manifestamente infondato, giacché nessuna affermazione contenuta in sentenza, per quanto avulsa dal contesto decisionale e persino astrusa (quella censurata non lo è affatto) può mai comportare la nullità della decisione, salvo che si traduca in carenza o illogicità della motivazione (che si passa ad esaminare).
1.5. Col quinto motivo (erroneamente numerato come “6?), che corrisponde al quarto motivo dell’avv. S. (sub 2.d, insieme al quale viene qui trattato), il ricorrente svolge censure di merito, inammissibili in sede di legittimità. In pratica, sotto forma di vizio di motivazione, il ricorrente propone una ricostruzione alternativa della vicenda sostanziale, prospettando la possibilità che si sia trattato di “correzione” della cartella clinica, dovuta ad “errore”, invece che di sua falsificazione; prospetta la possibilità che altri abbiano manomesso la cartella, potendo avervi interesse; mette in rilievo circostanze asseritamente contrarie alla tesi dell’accusa e recepita dal giudice. È appena il caso di ricordare, però, come non sia compito di questa Corte effettuare una nuova valutazione del coacervo probatorio e dell’attendibilità dei testimoni, ma solo verificare se la conclusione dei Giudici di merito su tali temi sia sorretta da motivazione congrua e non manifestamente illogica.
In esito a questa circoscritta disamina, la Corte rileva che la sentenza impugnata non presenta vizi motivazionali, deducibili nel giudizio di legittimità, in quanto la prova della responsabilità è stata desunta dal sicuro interesse che aveva l’imputato alla manomissione della cartella, al fine di salvaguardare l’onore professionale del figlio e la propria posizione professionale; dal fatto che era uno dei pochi soggetti che avevano accesso alla documentazione sanitaria relativa al fatto; dal fatto che nessun altro aveva interesse alla cancellazione del nominativo di S.R. dalla cartella clinica (non l’aveva, in particolare, la dr.ssa Sa. , che figura al posto di S.R. ed era interessata, al contrario, a non figurare tra gli operatori sanitari che avevano assistito la partoriente, data l’evoluzione negativa dell’intervento). Trattasi di considerazioni assolutamente logiche e pertinenti, che non possono essere superate o messe in discussione dalle ipotesi alternative del ricorrente o dalla valorizzazione di elementi di giudizio differenti, comunque inidonei ad intaccare il solido apparato argomentativo della sentenza impugnata.
1.6. La doglianza contenuta nel sesto motivo è già stata esaminata sub 2), laddove è stato rimarcato che la cartella clinica degli ospedali delle AUSL ha natura di atto pubblico fidefacente. Ad esso pertanto si rinvia.
1.7. Con l’ultimo motivo il ricorrente si duole del trattamento sanzionatorio. Il motivo è infondato, posto che la pena è stata irrogata nel minimo edittale e sono state concesse le attenuanti generiche, applicate nella massima estensione. Nessuna prova è stata fornita circa la richiesta dei benefici di legge, a preferenza dell’indulto di cui alla L. 31/7/2006, n. 241, applicabile al caso di specie.
2.a) Quanto ai motivi di ricorso dell’avv. S., esaminando prioritariamente quelli di natura procedurale, si rileva che la Corte d’appello ha, nella parte narrativa, illustrato i motivi di gravame del Pubblico ministero e li ha ritenuti non solo specifici, ma anche condivisibili, tanto che ha pronunciato condanna proprio sulla falsariga di quei motivi. È anche il caso di rimarcare che la censura, riferita a un difetto di motivazione, non è corretta nella sua formulazione, perché viene eccepita un’invalidità dell’atto d’appello, vale a dire un error in procedendo, rispetto al quale questa corte è giudice anche del fatto, indipendentemente dalla motivazione esibita al riguardo dal giudice della decisione impugnata. Sicché, se il giudice del merito ometta di pronunciarsi su un’eccezione di nullità, la sentenza di merito non è impugnabile per l’omessa pronuncia o per l’omessa motivazione, ma solo per l’invalidità già vanamente eccepita: perché ciò che rileva non è il tenore della pronuncia impugnata per cassazione, sulla quale l’invalidità denunciata deve comunque incidere, bensì l’esistenza appunto di tale invalidità (Cass. Pen., sez. 5, 8-6-2010, n. 27629).
Nel caso in esame, dunque, rileva solo se il Pubblico ministero ha validamente proposto l’appello, poi accolto dalla corte romana; non rileva che su tale questione la corte d’appello abbia taciuto. Ciò posto in via generale, si rileva che l’appello del Pubblico ministero non era affatto generico. Esso indicava specificamente i motivi per cui, secondo la pubblica accusa, doveva ritenersi la penale responsabilità degli imputati e perché gli “altri soggetti”, cui faceva riferimento la sentenza di primo grado, non erano affatto interessati alla falsificazione. Specificava i motivi, di carattere logico, che a suo giudizio imponevano una diversa conclusione della vicenda processuale. La censura è, quindi, tutt’affatto infondata.
Proseguendo nell’esame dei motivi di rito, non ha ragion d’essere la doglianza relativa al contenuto dell’imputazione (il ricorrente si duole, tra l’altro, della contestazione congiunta del falso materiale e del falso ideologico), giacché l’imputazione è stata elevata con riferimento al falso ideologico: il richiamo dell’art. 476 cod. pen. è fatto per l’individuazione del trattamento sanzionatorio. E fermo restando che l’errata indicazione delle norme violate non avrebbe alcun riflesso sulla sentenza, una volta accertato che il fatto è stato esattamente contestato nella sua materialità.
2.b) Nessun vizio di motivazione è riscontrabile nella sentenza che, pronunciando condanna per il reato contestato, abbia ritenuto non maturato il termine prescrizionale, giacché il rigetto dell’istanza (tendente ad ottenere una declaratoria di estinzione del reato per prescrizione) è implicito nella pronuncia di condanna.
2.c) Quanto all’appello delle parti civili, premesso che valgono qui le stesse considerazioni fatte in ordine alla dedotta nullità dell’appello del Pubblico ministero, corrisponde a verità che l’appello in questione fosse sovrabbondante, posto che svolgeva considerazioni concernenti sia il decesso del bambino che la falsificazione della cartella clinica, per poi diventare univoco nelle conclusioni: si chiudeva, infatti, con la richiesta di riforma della sentenza di primo grado e la condanna degli imputati “al risarcimento di tutti i danni, patiti e patiendi, in favore delle costituite parti civili, conseguenti ai fatti di cui all’imputazione” (il falso contestato ai due S. ). Si trattava, quindi, di appello che, per quanto parzialmente inconferente nelle argomentazioni (nella parte relativa al presunto omicidio colposo) aveva comunque il contenuto minimo prescritto dall’art. 581 cod. proc. pen., sia nei motivi che nelle richieste, per essere ammissibile.
Infondata è anche la doglianza relativa alla mancata specificazione del danno. Invero, unica condizione essenziale dell’esercizio dell’azione civile in sede penale è la richiesta di risarcimento, la cui entità può essere precisata in altra sede dalla stessa parte o rimessa alla prudente valutazione del giudice, per cui l’omessa determinazione, nell’appello o nelle conclusioni scritte, dell’ammontare dei danni di cui si chiede il risarcimento, non produce alcuna nullità né impedisce al giudice di pronunciare la condanna (Cassazione penale, sez. 2, 20/03/1997, n. 3792). Corrispondentemente, ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento dei danni in favore della parte civile non è necessario che il danneggiato provi l’effettiva sussistenza dei danni ed il nesso di causalità tra questi e l’azione dell’autore dell’illecito, essendo sufficiente l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose: la suddetta pronuncia infatti costituisce una mera “declaratoria juris” da cui esula ogni accertamento relativo sia alla misura sia alla stessa esistenza del danno, il quale è rimesso al giudice della liquidazione (Cassazione penale, sez. 6, 11/03/2005, n. 12199). Nel caso concreto la falsificazione della cartella clinica costituiva fatto potenzialmente lesivo degli interessi delle parti civili costituite, in quanto idoneo ad ostacolare l’individuazione dei soggetti che avevano operato sulla partoriente.
2.d) Questo motivo è già stato trattato insieme al quinto motivo dell’avv. ****** occorre solo aggiungere che la relazione fatta dall’imputato alla Direzione sanitaria dell’ospedale, in data (omissis) (con cui l’imputato descriveva la vicenda nei suoi esatti termini, senza tacere della partecipazione del figlio all’intervento), non è affatto idonea a rendere grossolano o innocuo il falso contestato, posto che si tratta di atti diversi, aventi specifica e diversa funzione: semmai, quella relazione costituisce conferma del falso contenuto in cartella.
2.e.f.g) Gli ultimi tre motivi di ricorso dell’avv. S. possono essere solo evocati, per ragioni di completezza, posto che il primo ed il secondo sono stati trattati insieme alle altre doglianze in rito; per il terzo (concernente la condanna alle spese e ai danni a favore delle parti civili) valgono le considerazioni superiormente espresse.
In conclusione, tutti i motivi di ricorso sono infondati. Il ricorso va pertanto rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e delle spese di costituzione e difesa della parte civile, che si liquidano in dispositivo.

 

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione di quelle sostenute dalla parte civile, che liquida in Euro 1.800, oltre accessori come per legge.

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Niente rinvio dell’udienza se il reato è prossimo alla prescrizione (Cass. pen. n. 41496/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Con ricorso ex art. 625 bis c.p.p., in data 24.11.2011, ***** assume che, a seguito di ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Genova del 24.3.2011, veniva fissata udienza di trattazione davanti alla 4 sezione della Corte di Cassazione per il 23.6.2011. Il difensore avv. E. T., cui era stato dato regolare avviso dell’udienza, con fax trasmesso in data 14.6.2011 comunicava di aderire all’astensione dalle udienze proclamata con delibera 8.6.2011 dall‘Assemblea dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana.
Tale dichiarazione di astensione non veniva, però, presa in considerazione ed il ricorso era, in assenza del difensore, dichiarato inammissibile.
Tanto premesso in fatto, deduce che l‘omesso esame dell’istanza, con conseguente trattazione del ricorso, all’udienza pubblica, costituisce violazione dell’art. 178 co. 1 c.p.p. ed è denunciabile ex art. 625 bis c.p.p., trattandosi di un errore di fatto.

 

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato
2. Come costantemente affermato da questa Corte, si ha errore di fatto rilevante ex art. 625 bis c.p.p. se esso è conseguenza di una mera svista materiale, cioè di una disattenzione di ordine meramente percettivo, causata da una svista o da un equivoco la cui presenza sia immediatamente ed oggettivamente rilevabile in base al mero controllo del contenuto del ricorso (cfr. ex multis cass. pen. sez. 6 n. 27035 del 19.2.2008; Cass. sez. 6 n. 2945 del 25.11.2008).
Si è ritenuto pertanto che sia esperibile il rimedio di cui all’art. 625 bis c.p.p. quando “la svista in cui sia incorsa la Corte di Cassazione nell’omettere gli adempimenti relativi alla nomina di un difensore d’ufficio e alla notificazione dell’avviso di udienza a tale difensore, oltre che all’imputato personalmente, in conseguenza della revoca della nomina del difensore di fiducia intervenuta nel corso del giudizio di appello” (Cass. sez. 6 n. 40628 del 16.10.2008, Iannò; conf. Cass. sez. 6 n.45902 del 3.11.2009, *********).
Sicché è deducibile con il ricorso straordinario, quale errore di fatto, la svista nella lettura degli atti consistenti nell’omesso rilievo che l’avviso per l’udienza davanti alla Corte di Cassazione non era stato notificato al difensore di fiducia dell’imputato (Cass. Pen. sez. 1 n. 40611 del 13.10.2009, ********; conf. Cass. pen. sez. 3 n. 5039 del 20.1.2010, Sidibe).
3. Contrariamente a quanto dedotto nel ricorso, non vi è stato, però, alcun omesso esame dell’istanza della dichiarazione di astensione dalle udienze dell’avv. E. T., difensore del *****
Come risulta dal verbale, all’udienza pubblica del 23.6.2011 la Corte di Cassazione,sezione 4, dopo aver dato atto che erano pervenute istanze dell’avv. V. T. e dell’avv. A. G., rispettivamente difensori degli imputati D. R e C. di rinvio per adesione all‘astensione dalle udienze proclamata dall’O.U.A., le respingeva “essendo prossima la scadenza del termine di prescrizione”.
4. Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, al versamento della somma che pare congruo determinare in euro 1.000,00 ai sensi dell’art. 616.

 

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento alla cassa delle ammende della somma di euro 1.000,00.
casi accisa in Roma il 4.10.2012

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Carcere al giornalista colpevole di aver diffamato gravemente un magistrato. Per la Cassazione la condotta è particolarmente grave (Cass. pen. n. 41249/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Con sentenza 17.6.2011, la corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza 26.1.09 del tribunale della stessa sede, preso atto che per la contestata ipotesi ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 è prevista la pena detentiva, unitamente a quella pecuniaria, già irrogata;

– ha rideterminato la pena inflitta a S.A., nella misura di 1 anno e 2 mesi di reclusione ed Euro 5.000 di multa;

– ha rideterminato la pena inflitta a M.A., nella misura di 1 anno di reclusione ed Euro 4.000 di multa;

– ha concesso a quest’ultimo la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale;

– ha rideterminato l’importo della somma dovuta alla parte civile, comprensiva del danno morale e della riparazione pecuniaria, L. n. 47 del 1948, ex art. 12, nella misura di Euro 30.000.

Ha condannato gli imputati al pagamento delle spese processuali nonchè al rimborso di quelle sostenute dalla parte civile liquidate complessivamente in Euro 1.500.

La corte territoriale ha, quindi, confermato la dichiarazione di responsabilità del S. e del M. in ordine ai reati di cui ai capi di imputazione:

M.:

1. art. 595 c.p., L. n. 47 del 1948, art. 13, per avere, quale autore dell’articolo che qui si intende integralmente riportato, dal titolo “Costretta ad abortire da genitori e Giudice”, apparso sul quotidiano (omissis), stampato in (omissis), offeso la reputazione di C.G., Magistrato presso il Tribunale Ordinario di Torino, affermando, tra l’altro:…Oltre al dolore, dunque restano poco chiare le circostanze di tutto l’accaduto, tanto che la Procura ha acquisito la documentazione dell’Ospedale;

affermazioni contrarie al vero, in quanto l’interruzione della gravidanza, autorizzata dal Giudice, fu decisa autonomamente dalla minore, nel rispetto della L. n. 194 del 1978, art. 12 e, pertanto, affermazioni idonee a ledere la reputazione della parte lesa; con l’aggravante di aver attribuito un fatto determinato;

S.:

2. art. 595 c.p., L. n. 47 del 1948, art. 13, per avere, in qualità di direttore responsabile del quotidiano (omissis) e quindi da intendersi autore dell’articolo redazionale a firma (omissis), pseudonimo non identificabile e, pertanto, a lui riconducibile, che qui si intende integralmente riportato, dal titolo “Il dramma di una tredicenne. Il Giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita”, apparso sul sopra-citato quotidiano, il (omissis), offeso la reputazione di C.G., Magistrato presso il Tribunale Ordinario di Torino, affermando, tra l’altro,….Un magistrato ha allora ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto – decretando l’aborto coattivo. ******** non uccise il bimbo, dinanzi a due che se lo contendevano; scelse la vita, ma deve essere roba superata, da antico testamento….Si sentiva la mamma. Era mamma. Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice per una volta alleati e concordi. Stato e famiglia uniti nella lotta.

Ci sono ferite che esigerebbero una cura che non c’è. Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, per il ginecologo e il giudice.

Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia….Qui ci si erge a far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene….Questo racconto tenebroso è specchio dei poteri che ci dominano. Lasciamo perdere i genitori, che riescono ormai a pesare come ingranaggi inerti. Ma che la magistratura e la medicina siano complici, ci lascia sgomenti.

Affermazioni contrarie al vero, in quanto l’interruzione della gravidanza, autorizzata dal Giudice, fu decisa autonomamente dalla minore, nel rispetto della L. n. 194 del 1978. art. 12 e,pertanto, affermazioni idonee a ledere la reputazione della parte lesa; con l’aggravante di aver attribuito un fatto determinato;

S.:

3. art. 57, 595 c.p., L. n. 47 del 1948, art. 13, perchè, quale direttore responsabile del quotidiano (omissis), pubblicato in (omissis), ometteva di esercitare sul contenuto dell’articolo dal titolo “Costretta ad abortire dai genitori e dal Giudice”, a firma di M.A., il controllo necessario ad impedire che con esso venisse offesa la reputazione di C.G., Magistrato presso il Tribunale Ordinario di Torino. Con l’aggravante di aver attribuito un fatto determinato.

2. Nell’interesse di M.A. è stato presentato ricorso per i seguenti motivi:

2.1 mancanza della motivazione; la sentenza impugnata si limita a rinviare alla motivazione della decisione di primo grado; omette di dar conto degli specifici motivi dedotti dalla difesa, i quali censuravano le argomentazioni esposte dal giudice di primo grado;

omette di giustificare il giudizio di inconsistenza o non pertinenza di detti motivi. La corte di appello rimprovera al M. di aver narrato i fatti, senza essere stato “neutrale”,cioè di essere portatore di “una visione del mondo”, senza tener conto che nel nostro ordinamento avere e comunicare un’opinione non è un delitto.

Comunque, nell’articolo l’autore si è limitato a raccontare ai lettori fatti di grande rilievo pubblico;

2.2. contraddittorietà della motivazione: nel giudicare le medesime parole, gli stessi titoli, le stesse ricostruzioni dei fatti, contenuti in articoli di altri quotidiani ( (omissis)), diffusi il (omissis), e nell’articolo del ricorrente, pubblicato il giorno successivo, la corte di appello ha ritenuto semplicemente erronea la notizia diffusa dai primi, mentre ha censurato penalmente il contenuto del secondo;

2.3 manifesta illogicità della motivazione: nella pagina 5 della sentenza, si afferma che non “sono emersi elementi tali da far ritenere l’autore dell’articolo estraneo alla scelta del titolo e delle fotografie”, senza tener conto che incombe sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare la responsabilità e non sull’imputato l’onere di dimostrare la propria innocenza.

2.4. violazione di legge, in riferimento all’art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13: al di là della mancata motivazione sull’elemento soggettivo del reato, nel senso di consapevole uso di espressioni di portata offensiva, va rilevato che l’articolo contiene un semplice pezzo di cronaca, finalizzato a informare i lettori sull’aborto della tredicenne, sulla procedura, sugli effetti pregiudizievoli per l’equilibrio della ragazza, che era stata ricoverata in neuropsichiatria dopo l’interruzione di gravidanza. La diffusione di questa notizia – la cui conoscenza rientra nell’interesse della collettività – si è articolata attraverso espressioni formalmente contenute (il riferimento al giudice nel titolo non è imputabile all’autore del saggio, in quanto questa parte dell’articolo notoriamente è di esclusiva competenza della redazione). D’altro canto, manca la prova che nella redazione del titolo sia stato partecipe il M.. La notizia è vera,in quanto i fatti realmente accaduti sono stati fedelmente ricostruiti.

3. Nell’interesse di S.A. è stato presentato ricorso per i seguenti motivi:

3.1. mancanza di motivazione: l’affermazione di responsabilità del S. per il reato di diffamazione, in ordine all’articolo dal titolo “Il Giudice ordina l’aborto”, il cui autore ha firmato con il nome (omissis), è fondata sull’identificazione del ricorrente con la persona che si è servita di questo pseudonimo, senza che sia stato indicato su quali elementi sia fondata questa identificazione.

Secondo il ricorrente, non si è tenuto conto dei seguenti fatti: a) il direttore S. è stato sospeso, per due mesi, dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, perchè ritenuto responsabile di aver consentito la collaborazione dell’attuale parlamentare *****, il quale era stato radiato dall’Ordine medesimo; b) gli articoli per cui è causa sono stati pubblicati nel pieno del periodo della contestata collaborazione (20 ottobre 2006/luglio 2008); c) è documentalmente provato che lo pseudonimo adoperato dal F. è stato (omissis);

d) anche se non vi è certezza che (omissis) si identifichi nel F., manca la prova che S. abbia utilizzato questo pseudonimo ed è logicamente da escludere che l’imputato, nello scrivere un articolo, avesse motivo di celarsi sotto il nome di (omissis);

e) è evidente che con la condanna del S. i giudici sono incappati in un grave quanto inescusabile errore di persona, al quale non può non applicarsi la disciplina prevista dall’art. 68 c.p..

Il ricorrente censura inoltre la sentenza,accusando la corte di appello di particolare “furore condannatorio”, laddove afferma che questo articolo “contiene espressioni più pesanti del precedente”, scritto dal M., senza indicare le espressioni oggetto di questo giudizio comparativo.

3.2. contraddittorietà della motivazione: nella sentenza impugnata si afferma che altri organi di stampa si erano affrettati a correggersi ben prima dell’uscita degli articoli per cui è processo, senza tener conto che:

a) le notizie dell’agenzia ANSA, nelle quattro note, diramate il (omissis), alle ore 15,30, 19,56, 20,25, 20,50, con un susseguirsi di affermazioni e smentite, non hanno apportato alcuna chiarezza sulla notizia dell’aborto della minorenne e quindi non hanno dato alcuna possibilità di correggere eventuali errori dei giornalisti, tenendo anche conto che l’attività giornalistica si conclude, ogni giorno, tra le 20 e le 20,30 e che a quell’ora il giornale è già bello e pronto: quindi non vi era tempo per apportare correzioni;

b) l’eventuale non rispondenza al vero degli articoli comparsi il (omissis) è quindi frutto di errore, non perseguibile penalmente, in quanto la diffamazione colposa non è contemplata dal codice penale.

3.3. illogicità della motivazione: la corte afferma che era facile, leggendo gli articoli, identificare nella parte civile C. il giudice in essi indicato, senza tener conto che:

a) nell’articolo di M. non si fa riferimento a soggetti o organi giudiziari, se non nel titolo, che non è riconducibile all’autore;

b) nell’articolo firmato (omissis),si fa riferimento a un giudice, ma non a C.;

c) nel tribunale di Torino lavorano numerosi magistrati, sconosciuti al grande pubblico, il quale non ha avuto modo di ricollegare i fatti narrati alla persona del dr C.;

d) è illogico ritenere che la massa di due milioni di lettori di (omissis), abbia identificato nell’articolo del 18 febbraio il C., in base alla nota ANSA, delle ore 20,50 del giorno precedente, in cui è stato indicato il suo nome.

3.4. violazione di legge in riferimento all’art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13: l’articolo contiene una critica sui fatti narrati, la quale, secondo un consolidato orientamento interpretativo, non può essere rigorosamente obiettiva. Questa critica aveva come bersaglio non la persona del dr C. – la cui esistenza era ignota ai giornalisti e al direttore del quotidiano – ma l’insieme del sistema che consente a una bambina di abortire con il permesso di genitori, psicologi, assistenti sociali, ginecologi, magistrati.

Secondo il ricorrente la critica contenuta nell’articolo è priva di antigiuridicità, in quanto è caratterizzata da:

a) continenza espressiva: l’articolo non formula accuse di violazione di legge, ma intendeva convocare i protagonisti della vicenda davanti al Tribunale della Coscienza (o Tribunale della Giustizia, che non si identifica con la legge), non per aver mancato al proprio dovere, ma perchè lo hanno adempiuto fin troppo bene. Il dr C. ha dato l’autorizzazione alla minore di abortire, ritenendola in grado di decidere autonomamente su un tema così delicato, come la vita e la morte del proprio figlio. L’articolista ha considerato una tredicenne non sufficientemente matura e consapevole per assumere questa decisione e ha ritenuto che il giudice finga nel riconoscerle queste qualità. In realtà, il giudice, in questa normativa è chiamato a certificare ciò che non è e non può essere, vale a dire è chiamato a certificare il falso. Il dr C., consapevole di questa finzione e di questa falsa certificazione, avrebbe potuto seguire la nobile via dell’obiezione di coscienza. La corte,inoltre, se avesse preso conoscenza dei termini usualmente adoperati nei contrasti tra sostenitori e oppositori alla libertà di aborto, avrebbe rilevato che le espressioni impiegate nell’articolo sono pienamente compatibili con la cornice fortemente polemica che contraddistingue il confronto delle opposte idee in questa materia.

Quando l’articolista scrive che al caso si attaglierebbe la pena di morte a tutti i protagonisti della vicenda, vuole sollevare il paradosso di una provocazione, che non riguarda C.. L’autore, in perfetta simmetria con il carattere retributivo della sanzione che dovrebbe punire l’aborto – ritenuto dagli anti-abortisti un omicidio – prospetta l’unica pena adeguata e coerente: la pena di morte, per gli abortisti che danno la morte.

Questa cornice polemica è ben nota al querelante, che risulta militare ideologicamente nel campo abortista, grazie all’emergere di una sua iniziativa, moralmente condannata dal sindaco di Torino, Ch.. Il C. è infatti assurto agli onori della cronaca nazionale, avendo preso la singolare iniziativa di telefonare a quel sindaco, accusando l’assessore alla Politiche Sociali, di rifiutare, quale tutore di minorenni, il proprio assenso all’aborto.

Il giudice – ben consapevole del retroterra politico, culturale, ideologico dell’articolo in esame – avrebbe dovuto quindi non presentare istanza punitiva, ma accettare il dibattito, replicando pubblicamente o chiedendo la diffusione di una precisazione sul quotidiano.

b) verità della notizia: trattandosi di un articolo, in cui vi sia stato esercizio del diritto di critica, costituente attività speculativa, non può pretendersi un’asettica e fedele rappresentazione che conduca a un giudizio rigorosamente obiettivo e imparziale, siccome bagaglio culturale e politico di chi lo formula (sez. 5, n. 40408 del 22.5.09);

c) assenza dell’elemento psicologico: la critica aveva come bersaglio non la persona del dr C., ma l’insieme del sistema che consente a una bambina di scegliere liberamente di abortire; il querelante, forse animato da un involontario e inconsapevole senso di rivalsa verso le posizioni avverse, manifestate nelle polemiche di alcuni mesi prima, ha inteso porre una pietra tombale su queste polemiche.

3.5 A seguito della pubblicazione dell’articolo del quotidiano ” (omissis)”, il (omissis), (omissis) ha ritenuto affidabili le informazioni, diffuse da una fonte autorevole, pubblicata nella città in cui si erano svolti i fatti, nonchè confermate dalle note dell’ANSA. Ha quindi deciso di pubblicare i due articoli, adottando la cautela di non fare il nome di alcuno dei protagonisti. Quanto ai titoli (“Costretta ad abortire da genitori e giudice”, “Il giudice ordina l’aborto”), in essi era contenuto un rimprovero diretto non su un singolo giudice, ma sull’intero ufficio, il cui dirigente non ha ritenuto la sussistenza di alcuna infrazione, meritevole di querela.

L’eventuale incongruenza tra i titoli e il dato formale del provvedimento autorizzativo è frutto di un errore, scusabile ex art. 47 c.p.. Ove l’errore sia ritenuto causato da disattenzione o negligenza, si tratterebbe di una colposa condotta diffamatoria, penalmente non rilevante.

3.6 violazione di legge in riferimento agli artt. 62 bis e 163 c.p.:

la corte di merito avrebbe dovuto considerare che, i giornalisti hanno il dovere di informare l’opinione pubblica, che, a sua volta, ha il diritto di essere informata. In questo intreccio di posizioni costituzionalmente tutelate, la diffamazione commessa da un giornalista non è la stessa cosa, non ha la medesima gravità, non esprime una pericolosità criminale della diffamazione commessa da un cittadino qualunque. Il giornalista è incaricato di una funzione che è tutelata sul piano costituzionale ed è stata riconosciuta dalla Corte Europea, che con sentenza 2.4.09 ha condannato la Grecia per violazione dell’art. 10 CEDU, per aver inflitto la pena detentiva a un giornalista, ritenuto colpevole di diffamazione. Nella sentenza impugnata, la corte di merito ritiene che la pena detentiva abbia un effetto deterrente sulla libertà del giornalista di informare, con effetti negativi sulla collettività, che, a sua volta ha diritto di essere informata. Ai fini della concessione delle attenuanti generiche, va considerato che il lavoro del giornalista gode di una protezione di rango costituzionale, rispetto al pericolo di offendere la sensibilità altrui, nel senso che fra il rischio di ledere l’onorabilità e quello di limitare la libertà di stampa, quello primariamente da evitare è il secondo. Pertanto la corte, esercitando il proprio potere discrezionale, avrebbe dovuto concedere le attenuanti generiche, con giudizio di prevalenza, irrogando la pena nella misura del minimo edittale. Secondo il ricorrente, non ha giustificazione,poi, la mancata concessione della sospensione condizionale della pena, che assume il significato di una persecuzione di carattere personale, del tutto inutile: il giornalista, anche in carcere, può continuare a scrivere articoli, per cui è ridicola la preoccupazione della corte di merito per eventuali futuri reati. La sospensione condizionale della pena va concessa facendo riferimento ai criteri di valutazione di cui all’art. 133 c.p.: la natura, la specie, i mezzi, l’oggetto, il tempo,il luogo e le altre modalità dell’azione (nessuno è denotato di pericolosità); la gravità del danno (inesistente); l’intensità del dolo o della colpa (inesistente e comunque minima); i motivi a delinquere (inesistenti); i precedenti penali, la condotta antecedente (illibata, tranne alcune condanne per diffamazione come accade al 100% dei giornalisti in attività); la condotta contemporanea e susseguente al reato(nulla da segnalare); le condizioni di vita familiare, individuale e sociale (nulla da segnalare). S. appare quindi più che meritevole dei benefici negatigli.

3.7 violazione di legge e vizio di motivazione, in riferimento all’art. 2697 c.c.: la corte di merito, parametrando la concessione del risarcimento e la sua dimensione ha deciso sul punto in modo del tutto arbitrario e in assenza di qualunque motivazione sul fatto, lesivo, sul nesso di causalità, sul danno in sè, sulla sua quantificazione.

Motivi della decisione

4. Il rango della CEDU e della giurisprudenza della Corte di Strasburgo nell’ordinamento giudico italiano.

In via preliminare va rilevato che nel ricorso (pag. 3) è formulata una generica censura nei confronti delle sentenze dei giudici di merito, accusate di aver trascurato il rango costituzionale del diritto del giornalista di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancito dall’art. 21 Cost.; viene altresì rilevato il gravissimo danno che ne deriverebbe se trovasse conferma la condanna a pena detentiva, sancita dalla sentenza di secondo grado.

A pag. 44, nella critica al trattamento sanzionatorio, il ricorrente da rilievo alla diretta tutela non solo di rango costituzionale, prevista nel nostro ordinamento,per la funzione del giornalista, ma anche al livello transnazionale di questa tutela, riconosciuta, dall’art. 10, dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), e la cui violazione si è concretizzata nella sentenza di condanna 2 aprile 2009, emanata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, nei confronti della Grecia.

Secondo il ricorrente, la corte di merito avrebbe dovuto considerare, almeno ai fini della concessione delle attenuanti generiche, “come il lavoro giornalistico goda di una protezione di rango costituzionale e addirittura sovranazionale sul piano dei diritti umani e come perciò, proprio in quanto più di ogni altro esposto alla eventualità di offendere la sensibilità di qualcuno, meriti in ogni caso una speciale forma di tutela”.

Queste censure di carattere generale, a prescindere dalla valutazione che sarà più innanzi compiuta sulla specifica ammissibilità e fondatezza dei singoli motivi, propongono nel presente procedimento non trascurabili questioni di conformità della decisione impugnata – con particolare riguardo alla condanna a pena detentiva – ai principi delle seguenti fonti normative primarie:

1. la Costituzione italiana, deliberata dal’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore l’1 gennaio 1948, espressione della chiusura, anche formale, del periodo della tirannia e della cancellazione dei diritti fondamentali dell’uomo e del ritorno, irreversibile e senza contraddizioni, alla democrazia e al rispetto di tali diritti;

2. la Convenzione Europea CEDU Ratificata e resa esecutiva nel nostro ordinamento con la L. 4 agosto 1955, n. 848, poi integrata da interventi legislativi, che hanno consolidato e ampliato l’obbligo dello Stato italiano e dei cittadini a conformarsi a questa disciplina normativa elaborata e formata al di fuori dei confini nazionali, nonchè l’obbligo degli organi giurisdizionali di conformarsi alla sentenze della Corte Europea, che ne abbia accertato la violazione (tra le altre, L. 15 febbraio 2005, n. 280, che ha autorizzato la ratifica e ha dato esecuzione al Protocollo n. 14 della CEDU, il quale ha emendato il sistema di controllo dell’osservanza della CEDU al fine di rafforzarne l’efficacia; la L. 9 gennaio 2006, n. 12, cha ha specificato le competenze degli organi del Parlamento e del governo,nel promuovere e nel realizzare gli adempimenti, conseguenti alle sentenze della Corte Europea; il D.P.R. 28 novembre 2005, n. 289, che ha previsto l’iscrizione nel casellario giudiziale dell’estratto delle sentenze definitive della Corte Europea, riconoscendone formalmente la rilevanza nell’ordinamento interno).

La questione sulla fedeltà della decisione impugnata ai principi e alle regole di questa seconda fonte normativa è di estrema rilevanza, in quanto si pone all’interno della problematica della nuova e più ampia dimensione delle regole giuridiche che i giudici italiani sono tenuti a rispettare nell’esercizio della giurisdizione civile e penale.

Dottrina e giurisprudenza hanno evidenziato che, dopo un’iniziale fase, in cui le norme CEDU sono state poco incisivamente applicate, è in via di consolidamento un’influenza crescente dei principi sanciti dalla Convenzione e dai suoi protocolli, nonchè prende crescente consistenza il ruolo di punto di riferimento delle sentenze che – partendo dalla ormai indiscussa efficacia delle norme Europee nell’ordinamento interno e dell’obbligo per il giudice italiano di applicare la norma pattizia (S.U civili n. 28507 del 23.12.05, rv 586701) (La sentenza ha affermato che la L. n. 848 del 1955, “provvedendo a ratificare e rendere esecutiva la Convenzione, ha introdotto nell’ordinamento interno i diritti fondamentali, aventi natura di diritti soggettivi pubblici, previsti dal titolo primo della Convenzione e, in gran parte coincidenti con quelli già indicati nell’art. 2 Cost., rispetto al quale il dettato della Convenzione assume una portata confermativa ed esemplificativa (Corte cost. 22.10.1999, n. 388)”. In tema di equa riparazione per la irragionevole durata del processo ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2, la Corte, non ha ravvisato la fonte del riconoscimento del relativo diritto nella sola normativa nazionale (L. n. 89 del 2001), coincidendo il fatto costitutivo del diritto attribuito dalla legge nazionale con la violazione della norma contenuta nell’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e, quindi, di immediata rilevanza nell’ordinamento interno. Pertanto il diritto all’equa riparazione del pregiudizio derivato dalla non ragionevole durata del processo, verificatosi prima della entrata in vigore della citata L. n. 89 del 2001, è stato riconosciuto dal giudice nazionale, a norma della sola norma prevista dall’art. 6 della Convenzione, anche in favore degli eredi della parte che abbia avviato, prima di tale data, il giudizio del quale ha lamentato la durata eccessiva (essendo risultato che la domanda di equa riparazione non era stata precedentemente proposta alla Corte di Strasburgo e dalla stessa dichiarata ricevibile).) – hanno positivamente affrontato il tema degli effetti delle sentenze della Corte Europea sul singolo processo, in cui sia stata accertata una violazione di una norma CEDU, anche quando essa non sia conforme al diritto interno. Le norme convenzionali, infatti “fanno sistema con l’art. 2 Cost., fonte assiologia interna, in quanto i diritti riconosciuti dalla Convenzione sono inviolabili, perchè funzionali alla dignità della persona” (sez. 3 civ, n. 19985 del 24.6.2011). Di qui l’obbligo del giudice di tener presenti, in modo congiunto ed integrativo, i diritti costituzionalmente garantiti e i diritti convenzionalmente protetti. La Cassazione penale ha affrontato il tema dei rapporti tra le sentenze della Corte Europea (che abbiano accertato la sussistenza di una violazione di una norma della CEDU in un determinato processo) e il giudicato che, nell’ordinamento interno, si sia già verificato in quello stesso processo. Due sentenze ravvicinate della prima sezione (la n. 32678 del 12.7.06 e la n. 2800 dell’1.12.06) e due sentenze della quinta sezione (la n. 4395 del 2.2.07 e la n. 16507 dell’11.2.2010), sia pure da diverse angolazioni di fatto e di diritto, hanno concordato sull’esigenza del superamento del giudicato, una volta che la Corte Europea abbia accertato una violazione della CEDU (Questo orientamento si è sviluppato in conformità al principio della sussidiarietà della tutela Europea, sancita dal disposto dell’art. 35 della CEDU, secondo cui la Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne. Inoltre l’art. 13 della CEDU attribuisce ad ogni persona, “i cui diritti e le cui libertà riconosciuti dalla presente Convenzione siano stati violati” il diritto a un “effettivo ricorso dinanzi a un’istanza nazionale”, che la ponga nelle condizioni in cui si sarebbe trovata se non fosse stata violata la disposizione della CEDU. Il problema sorge quando la legislazione nazionale – come quella italiana – non preveda una specifica procedura di revisione del processo.

La citata sentenza n. 16507, rv 247244 – in sede di ricorso straordinario, ex art. 625 bis cod. proc. pen., mirante ad ottenere la sostituzione della pena inflitta con quella ritenuta equa dalla sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo – ha riconosciuto il diritto del condannato ad ottenere la modifica della pena e il corrispondente obbligo del giudice italiano che – preso atto della ineseguibilità del giudicato, conseguito in violazione degli artt. 6 e 7 della CEDU – per il fatto nuovo, costituito dalla sentenza della Corte Europea, è tenuto a rideterminare la pena in misura rispondente alla normativa della Convenzione Europea. Nel caso in esame, la Corte ha provveduto direttamente alla riduzione della sanzione e al suo adeguamento alla decisione della Corte Europea.

La Corte costituzionale, avendo rilevato la non adeguatezza, come definitivo rimedio a tale vuoto normativo, dell’utilizzazione del ricorso straordinario ex art. 625 bis c.p.p., ha ritenuto, a fronte di un vulnus costituzionale non sanabile in via interpretativa, di imporre al legislatore la creazione della necessaria procedura interna per consentire all’interessato di giungere alla dovuta restituito in integrum. Ha così dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 630 c.p.p., nella parte in cui non prevede un diverso caso di revisione, volto specificamente a consentire (per il processo definito con una delle pronunce indicate dall’art. 629 c.p.p.) la riapertura del processo necessaria, a norma dell’art. 46, par. 1 della CEDU, per conformarsi a una sentenza definitiva della Corte Europea, ferma restando la libertà del legislatore di regolare, con diverso istituto il meccanismo di adeguamento alle pronunce della Corte di Strasburgo.).

Questo indirizzo ha trovato conferma nella giurisprudenza del giudice delle leggi – che, a partire dalle decisioni n. 348 e 349 del 2007, è costante nel ritenere le norme della CEDU – nel significato loro attribuito dalla Corte Europea, specificamente istituita per dar loro interpretazione e applicazione (art. 32) – integrino, come fonte sub – costituzionale, parametro interposto di legittimità costituzionale per il tramite dell’art. 117 Cost., comma 1, nella parte in cui impone la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali (sentenze n. 1 del 2011; nn. 196, 187 e 138 del 2010; nn. 317 e 311 del 2009, n. 39 del 2008). Secondo questo orientamento (sinteticamente ed efficacemente ribadito dalla sentenza n. 113/2011), ove si profili un contrasto tra norma convenzionale e norma interna, il giudice nazionale deve verificare la praticabilità di un’interpretazione della seconda in senso conforme alla Convenzione, avvalendosi di ogni strumento a sua disposizione e, ove tale verifica dia esito negativo, egli deve denunciare la rilevata incompatibilità, proponendo questione di legittimità costituzionale. A sua volta,la Corte costituzionale, pur non potendo sindacare l’interpretazione della CEDU data dalla Corte Europea, è legittimata a verificare se la norma della Convenzione si ponga eventualmente in conflitto con norme della nostra Costituzione. In caso di accertata sussistenza di tale conflitto, la Corte esclude però l’idoneità della norma convenzionale – in collocazione mediana tra le fonti di diritto – a integrare il parametro di costituzionalità sopra considerato “per evitare il paradosso che una norma legislativa venga dichiarata incostituzionale in base a un’altra norma sub-costituzionale,a sua volta in contrasto con la Costituzione” (sent. n. 348/2007).

Questo orientamento ha ricevuto conferma, sotto altro profilo, dalla sentenza della Corte n. 80 del 2011, la quale, ha ribadito l’esclusione dell’applicazione diretta delle disposizioni CEDU nel nostro ordinamento, anche dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, confermando implicitamente la loro funzione di parametro interposto nel controllo della legittimità delle norme nazionali. In definitiva, secondo il consolidato orientamento del giudice delle leggi, le disposizioni interne contrastanti con la CEDU, come interpretate dalla giurisprudenza della Corte Europea, non possono essere disapplicate,in sede di sindacato diffuso del giudice ordinario, ma possono essere sottoposte al controllo di costituzionalità accentrato riconosciuto alla Corte costituzionale.

Questo problema di compatibilità tra le norme interne (art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13) e l’intermedia norma Europea (art. 10 CEDU, nella sua interpretazione giurisprudenziale) in riferimento all’art. 117 Cost., comma 1, e la verifica dell’eventuale esigenza di trasmissione degli atti alla Corte, per sollecitare l’accentrato controllo di legittimità costituzionale, non risultano affrontati dai giudici di primo e secondo grado, in quanto non sono stati prospettati con la dovuta argomentazione dagli imputati. Nè è risultata giustificata un’iniziativa d’ufficio, da parte dei giudici medesimi, finalizzata all’attivazione della procedura di verifica, tracciata dal suindicato orientamento del giudice delle leggi.

Questa omissione è incensurabile, non essendo manifesta alcuna difformità delle norme penali in questione rispetto al disposto dell’art. 10 CEDU, il cui comma 2 espressamente prevede che l’esercizio della libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee “può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, … per la protezione della reputazione e dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

Tre sono quindi le condizioni richieste dall’art. 10 della Convenzione, per giustificare l’intervento limitativo della Stato:

l’ingerenza punitiva – deve essere prevista dalla legge;

– deve perseguire il fine di proteggere diritti fondamentali altrui, tra cui indica espressamente la reputazione;

– deve essere necessaria (Secondo la sentenza 17.7.08, ***** c. Italia, l’aggettivo necessario implica l’esistenza di un “bisogno sociale imperioso”, il cui accertamento compete allo Stato contraente con un margine di apprezzamento, sottoposto a “un controllo Europeo, riguardante al tempo stesso la legge e le decisioni che le danno applicazione, anche quando esse promanano da un organo giurisdizionale indipendente”. L’ultima parola, nel dirimere la questione sul conflitto dei diritti fondamentali spetta alla Corte Europea – nuova e unica Corte Suprema -, che è competente a deliberare “in ultimo luogo se una restrizione si concilii con la libertà di espressione tutelata dall’art. 10”.) in una società democratica.

L’esito positivo della verifica – praticabile in questa sede – sulla sussistenza di queste condizioni, rende comunque necessaria la lettura delle censure e delle sentenze dei giudici di merito, non solo sotto il profilo della loro corrispondenza ai fatti accertati e alla loro corretta qualificazione tecnico-giuridica, ma anche sotto il profilo della loro fedeltà, in materia di diritti fondamentali della persona e libertà di manifestazione del pensiero, stabiliti da regole di rango costituzionale e subcostituzionale, nazionale e sovranazionale. Questo sindacato va sviluppato, fermo restando il principio della sussidiarietà della tutela Europea, sancita dal disposto dell’art. 35 della CEDU, secondo cui la Corte Europea di Strasburgo può essere adita dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne, nell’ipotesi di ritenuta violazione delle norme CEDU. 5. Il confronto e l’ontologico conflitto tra alcuni diritti fondamentali della persona.

In una prospettiva di dimensione interna ed Europea della questione in esame, va quindi affrontato il tema concernente la sussistenza degli elementi che consentano di ritenere adeguatamente giustificata (alias, necessaria) la condanna dei giornalisti, a tutela della reputazione della parte civile, o di ritenere tale condanna un’indebita ingerenza punitiva nella libertà di opinione e nella libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee, nel campo della giustizia, ferma restando la competenza della Corte Europea di “deliberare in ultimo luogo sulla questione”. Prima di esaminare le specifiche doglianze contenute nei motivi dei ricorsi – si ritiene di ripercorrere,nelle misura strettamente necessaria, l’antico e delicatissimo confronto di opinioni riguardante i rapporti tra:

a) i diritti dell’onore e della reputazione,ricompresi tra i diritti inviolabili della persona, affermati e tutelati dagli artt. 2 e 3 Cost. e dalle norme del titolo primo della Convenzione (nella misura in cui questi ultimi assumano “una portata confermativa ed esemplificativa” dei primi – Corte cost. 22.10.1999, n. 388);

b) il diritto di manifestare e diffondere liberamente, le proprie conoscenze, il proprio pensiero, affermato e tutelato dall’art. 21 della medesima Carta fondamentale, che va letto anche in riferimento alla disciplina fissata dalla norma dell’art. 10 della CEDU e dalla giurisprudenza, quali parametri interposti di legittimità costituzionale delle norme ordinarie nazionali.

Va innanzitutto richiamata la sentenza della Corte costituzionale n. 38 del 12 aprile 1973, che ha posto l’art. 2 Cost. al centro dell’intero ordinamento,visto come punto di riferimento per la persona umana, nella sua complessità e unitarietà di valori e di bisogni.

Questa fondamentale sentenza ha ricompreso tra i diritti inviolabili dell’uomo, in quanto rilevanti per il libero sviluppo e per la libera autodeterminazione della persona umana, il diritto all’onore, che traduce in termini giuridici il valore essenziale dell’insopprimibile dignità di ciascun consociato, unitamente al diritto alla reputazione. (La reputazione differisce dall’onore per il suo carattere correlato alla personalità effettiva e storica del soggetto passivo, mentre l’onore si correla ad un valore di dignità sociale uguale per tutti (art. 3 Cost.: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…”). Nel codice penale,la reputazione è tutelata non solo come dignità indivisibile e comune a tutti gli uomini, ma anche come riflesso dell’onore nella valutazione sociale, cioè come considerazione, credito sociale che ciascuno si è guadagnato nell’esercizio delle sue attività.) L’art. 3, inoltre, non solo consacra la pari dignità sociale del singolo, ma impegna la Repubblica a garantire il libero e pieno sviluppo della persona umana, in una sfera di riconosciuta autonomia e libertà.

La sentenza della prima sezione civile n. 978 del 7.2.1996, afferma correttamente il carattere unitario dei diritti della personalità, tutti radicati in un principio di autonomia, protetto dall’art. 2 Cost. e art. 3 Cost., comma 2.

Tra gli ostacoli alla realizzazione di questi interessi si pongono, tra l’altro, primariamente le azioni che si traducano in alterazioni delle idee e dei comportamenti, attraverso cui autonomia e personalità si siano realizzati e caratterizzati. Viene così a profilarsi il potenziale, ontologico confligere con altri diritti costituzionalmente garantiti, con particolare riguardo al diritto di cui al già citato art. 21 della Costituzione e alla disciplina CEDU, visto nella dimensione del diritto di informazione.

Correttamente, nella sentenza del 19.2.1965, n. 65, la Corte da atto che la libertà sancita dall’art. 21 è una di quelle “che meglio caratterizzano il regime vigente dello Stato, condizione del modo di essere, dello sviluppo, della vita del Paese, in ogni suo aspetto culturale, sociale e politico”.

Secondo la citata sentenza della Corte Europea 17.7.2008, ***** e. Italia, “La stampa gioca un ruolo eminente in una società democratica: se, da un lato, non deve oltrepassare certi limiti, che derivano in particolar modo dalla protezione della reputazione e dai diritti altrui, dall’altro le spetta tuttavia di comunicare, nel rispetto dei suoi doveri e delle sue responsabilità, informazioni e idee su tutte le questioni di interesse generale, comprese quelle della giustizia”.

Va ben precisato che il cittadino ipotizzato dalla nostra Costituzione e dalla normativa Europea – oltre che partecipe di una società in cui gli sono riconosciute pari dignità e libertà di realizzare e sviluppare la propria personalità, al riparo di ingerenze e interventi manipolatori – è titolare del diritto di esprimere il proprio pensiero. Egli, nell’angolo prospettico che qui rileva, è libero di soddisfare il proprio impulso individuale di socializzare, comunicando agli altri consociati le proprie conoscenze e opinioni. E’ di tutta evidenza l’indissolubile intreccio tra diritto di informare (diritto di esprimere,informando, il proprio pensiero); diritto di informarsi (come presupposto del diritto di informare); diritto di ricevere informazioni, necessarie per adottare scelte meditate e consapevoli nel campo politico e culturale.

Il cittadino, nell’immettersi nel circuito informativo notoriamente può entrare in collisione con i diritti fondamentali di altri cittadini, creando il problema del bilanciamento, della prevalenza, del sacrificio delle posizioni in conflitto. Correttamente, la giurisprudenza di merito e di legittimità esclude ruoli gregari e gerarchie di valori nella risoluzione dei ricorrenti conflitti: va esclusa ogni acritica ed incondizionata prevalenza dell’uno o dell’altro diritto, dovendosi privilegiare un indirizzo ermeneutico duttile e articolato, basato sull’idea centrale del bilanciamento razionale, che veda il sacrificio del diritto individuale della persona condizionato a un effettivo vantaggio della collettività. La divulgazione di fatti lesivi dei diritti della persona è giustificato dall’interesse a che questi fatti siano conosciuti, in quanto ciò è essenziale alla formazione della pubblica opinione “in modo che ognuno esattamente informato possa fare le proprie scelte nel campo religioso,politico della scienza, della cultura. Prevale in questo caso l’interesse pubblico all’informazione…a patto che il rendimento sia effettivo; perciò occorre che i fatti divulgati siano veri o almeno seriamente accertati e che la divulgazione avvenga in termini di adeguatezza” (sez. 4, del 23.4. 1986, in Cass. Pen. 1988, 273; id del 3.5.1985, ivi, 1987, 78).

Nel caso in esame, il thema decidendum – in questo confronto tra principi e norme di rango costituzionale, intermedio e ordinario – si incentra su interrogativi così scanditi progressivamente: le espressioni contenute negli articoli hanno leso il diritto fondamentale della reputazione del querelante? In caso di risposta affermativa, le condanne dei due giornalisti per le espressioni diffamatorie, costituiscono o meno misure necessarie, in una società democratica, per la protezione di tale diritto fondamentale? Impiegando espressioni più centrate sull’antefatto storico, il secondo quesito può essere, ancor più specificamente, così formulato; la divulgazione di fatti lesivi della reputazione della persona offesa, compiuta dal quotidiano (omissis), il giorno (omissis), è giustificata dall’interesse a che questi fatti fossero conosciuti dai consociati,ai fini della formazione di una pubblica opinione, i cui componenti potessero in futuro fare le proprie consapevoli e meditate scelte culturali e operative, nei connessi campi dell’etica, della politica, della scienza, della cultura, in riferimento al tema centrale della vicenda della minorenne? La pretesa che sia riconosciuta prevalenza all’interesse pubblico all’informazione e sia imposto il sacrificio dei diritti della persona, è basata su un effettivo “rendimento sociale”, in virtù della verità dei fatti divulgati o almeno del serio accertamento di questa verità, grazie ai quali la pubblica opinione è stata informata che,nell’ambito della disciplina di cui alla L. n. 194 del 1978, art. 12, comma 2 l’aborto di una tredicenne è avvenuto su costrizione congiunta dei genitori, del sanitario, del magistrato, con un duplice effetto esecrabile (la non voluta morte del nascituro, la follia della giovane gestante)? Sotto lo stretto profilo della lamentata violazione della libertà di opinione, c’è stato un confronto leale tra sostenitori della libertà della donna di decidere, nei limiti della legge dello Stato, sulle proprie scelte di vita e sostenitori dell’esistenza di una legge superiore,idonea a comprimere e a cancellare questa libertà? La risposta a questi interrogativi è stata data dai giudici di merito, sulla base di un quadro storico, ricostruito in maniera assolutamente insindacabile, in quanto gli accertamenti fattuali sono il risultato di una fedele analisi e di una razionale interpretazione delle prove documentali e dichiarative, nel pieno rispetto di tutte le regole introdotte nell’ordinamento attraverso le procedure democratiche,fissate dalla Corte fondamentale.

6. IL FATTO. La Corte di Cassazione è giudice della logica delle decisioni dei giudici di merito che hanno ricostruito un fatto, hanno interpretato una norma, concludendo sul punto della rispondenza o meno della previsione normativa al dato storico accertato.

Con particolare riguardo all’ipotesi della ritenuta diffamazione a mezzo stampa, il giudizio di legittimità – nel suo percorso diretto alla verifica della rispondenza delle parole e/o dei segni grafici alla previsione sanzionatrice della normativa penale e civile – si articola in un duplice momento fattuale;

a) attraverso la ricostruzione del dato storico che è stato rappresentato e rievocato tramite la condotta (dello scrivere, del parlare, del disegnare), qualificata diffamatoria dai giudici di merito;

b) attraverso la ricostruzione di questa condotta narrativa e valutativa del giornalista.

La complessa posizione del S. – a cui sono stati contestati i reati di cui ai capi 2 (diffamazione a mezzo stampa di C. G.) e 3 (omesso controllo nella diffamazione addebitata al M.) – rende preferibile anteporre l’esame degli elementi di accusa e difesa che lo riguardano, cominciando dal punto relativo alla sussistenza dell’efficacia diffamatoria del contenuto dell’articolo anonimo, per poi passare al punto relativo alla configurabilità della sua responsabilità in ordine al reato di diffamazione.

6 a) Le sentenze dei giudici di merito – le quali avendo seguito un iter argomentativo comune, sono da considerare unitario risultato di un organico e inscindibile accertamento giudiziale – quanto al primo momento fattuale, hanno verificato la fondatezza dell’ipotesi di accusa, essendo emerso,in maniera incontrastata, quanto segue.

Con atto datato 22.1.2007, a firma del medico del reparto Ginecologia/37, la ASL (omissis) di Torino ha trasmesso all’ufficio del Giudice Tutelare del tribunale della medesima città la richiesta di autorizzazione, L. n. 194 del 1978, ex art. 12, “in merito alla richiesta di interruzione volontaria di gravidanza” della minore O.G.L.A.. Il 25 gennaio, sono state trasmesse la relazione, redatta dalla psicologa dell’ambulatorio della medesima ASL (omissis), e la relazione,redatta dall’assistente sociale, della 8^ Circoscrizione del comune di Torino.

Nella prima, la dottoressa riferisce di due colloqui, avvenuti il 9 e il 24 gennaio, nel corso dei quali “la minore si è dichiarata decisa ad interrompere la gravidanza dichiarando di non sentirsi preparata alla maternità e riconoscendo di essere essa stessa ancora carica di problemi connessi alla propria tormentata storia personale”. Nella seconda relazione, l’assistente sociale, dato atto di colloqui con la minore e con la madre, ha espresso “parere positivo circa l’interruzione della gravidanza, in quanto la ragazza è fortemente in difficoltà e di conseguenza non ha alcuna risorsa per poter diventare genitore”. In entrambe le relazioni, si riferisce della volontà della minore di non dare comunicazione del fatto al padre.

L’ufficio del giudice tutelare del tribunale, in persona del dr C.G., il giorno 30 gennaio 2007, ha esaminato la minore O.G., nata a (omissis), adottata, nell’anno 2000, all’età di circa 7 anni dai coniugi B. – O. (genitori di un figlio affetto da sindrome di ************, invalido al 100%). Il giudice ha poi esaminato separatamente la madre adottiva, B.S.. Tale indagine è stata effettuata, in quanto il padre adottivo, su richiesta della minore, non era stato messo a conoscenza dello stato di gravidanza della figlia e non aveva quindi dato l’assenso all’interruzione di gravidanza, previsto dal comma 2 dell’art. 12 della legge citata. A seguito di questi adempimenti,il giudice esaminata la donna-sotto il profilo della sussistenza della sua volontà di interrompere la gravidanza – rilevato che “nel corso dell’audizione la minore ha ribadito di non sentirsi ancora pronta per una maternità, che non ha voluto e che non si sente in grado di affrontare; rilevato che non ci sono elementi per ritenere che sulla sua decisione abbiano influito coloro con i quali si è confidata (la madre ed il suo ragazzo, anch’esso minorenne)…..; rilevato che la minore si è mostrata inflessibilmente motivata ad interrompere la gravidanza e a non avvalersi delle alternative all’IVG, sulle quali ancora oggi è stata informata; ritenuto che la decisione della minore di interrompere la gravidanza appare sintonica con il suo livello psicologico e con le proiezioni nella realtà che fa di sè….vista la documentazione medica attestante, alla data del 22.1.2007, la gravidanza in atto alla 7^ settimana”, ha disposto, in quella stessa data del (omissis), l’autorizzazione della minorenne “a decidere autonomamente circa l’interruzione della gravidanza in atto”.

E’ incontestata la perfetta conformità del provvedimento alla previsione legislativa, di cui alla L. n. 194 del 1978, art. 12, comma 2, secondo cui “Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza”.

Fissata la data dell’aborto al (omissis), presso l’ospedale (omissis), l’intervento di interruzione di gravidanza, a causa del ricovero in ospedale (omissis) della giovane donna, in data (omissis), in stato confusionale e critico, per assunzione di alcol e stupefacenti, è stato anticipato al giorno 6 febbraio,presso il centro materno- infantile dell’ospedale (omissis), con dimissione nel giorno successivo e con prescrizione di recarsi al servizio territoriale di neuro-psichiatria infantile. In tale contesto, la B. – separata dal marito dal (omissis) – ha manifestato la propria temporanea incapacità a gestire da sola la figlia, la quale – già in carico dal 2000 al servizio di neuro psichiatria infantile – è stata ricoverata, il 9.2.07, presso il reparto NPI dello ospedale infantile (omissis), ove è rimasta sino al 14 marzo successivo, data in cui è stata affidata, con provvedimento del tribunale per i minorenni, ad una comunità alloggio.

6 b) In data (omissis), sono iniziate e si sono sviluppate – ad opera dei mezzi di comunicazione – le seguenti narrazioni e valutazioni sulla predetta vicenda,avente come protagonista O. G., alias V.:

– nel quotidiano (omissis), è stato pubblicato un articolo,a firma di L.G., con il titolo “Costretta ad abortire impazzisce” e con sottotitolo “Tredicenne vuole tenere il bambino ma i genitori e giudice dicono no”; il testo così inizia: “Dramma per una ragazzina di 13 anni: rimasta incinta, è stata obbligata ad abortire con una decisione del Giudice. Dopo l’intervento, al quale si opponeva, ha minacciato di uccidersi ed è stata ricoverata al reparto di psichiatria dell’ospedale infantile (omissis), di (omissis)”;

– alle ore 15,30, in un comunicato dell’agenzia ANSA, è stata diffusa notizia che “Nessun giudice tutelare del tribunale ordinario di Torino è intervenuto sulla vicenda della tredicenne costretta ad abortire. Lo si è appreso da fonti giudiziarie” Sono poi indicati i nomi dei tre componenti della sezione (la presidente M. P., i giudici C.G., G.M. e D.M.L.); è poi sintetizzato il contenuto della L. n. 194 del 1978, art. 12, comma 2, relativo all’ipotesi di aborto di donna minorenne e del necessario intervento del tribunale per i minori;

alle ore 19,56, l’agenzia rettifica la notizia dell’estraneità del giudice tutelare nella vicenda e precisa le ragioni e il contenuto di un provvedimento giudiziario (“perchè voleva abortire senza dirlo al padre…il giudice si è limitato – come prevede la legge – ad autorizzarla a prendere autonomamente una decisione…la tredicenne aveva l’assenso della madre. A differenza di quanto si era appreso in un primo momento a palazzo di Giustizia, ad occuparsi della pratica è stato un giudice tutelare, ma solo per concedere alla ragazzina il permesso di agire come meglio credeva e non per costringerla ad abortire”;

alle ore 20,25, l’ANSA ha descritto la situazione familiare della “ragazzina”, straniera, adottata da una coppia di Torino che si è poi separata; conferma la ragione dell’intervento (autorizzazione) del giudice tutelare, descrive la stato di patologia fisio-psichica della minorenne, anteriore e successivo all’aborto, precisando che è “da ricondurre ai suoi disturbi psicologici pregressi il motivo del successivo ricovero nel reparto di neuropsichiatria dell’ospedale infantile (omissis)”, – alle ore 20,50, il comunicato ANSA ha dato un’ampia sintesi conclusiva della vicenda, con la reiterata descrizione del fatto, dell’antefatto familiare (“il padre è ancora all’oscuro di tutto”) della necessità, anzichè di un ricovero ospedaliere, di un inserimento in una comunità di alloggio “per curare i suoi disturbi psicologici (“che aveva manifestato anche in passato”);

– con l’indicazione del nome del giudice – C.G. – che ha emesso l’atto di autorizzazione;

– con l’indicazione del controllo effettuato dal procuratore della Repubblica, presso il tribunale di Torino, concluso con l’immediata esclusione di configurabilità del reato di “violenza privata”.

Nella stessa giornata, il telegiornale regionale RAI 3 e il giornale radio RAI 2, nei loro servizi serali, hanno ripreso la notizia, nell’intervento e nel provvedimento riferibili al dr C.. Il successivo 18 febbraio, sul quotidiano “(omissis)”, a pag. 15, è comparso un articolo della giornalista Lo.Si., in cui è narrata la storia di V., che, da piccola “ha smarrito il sorriso” e che a soli 13 anni “al precoce appuntamento con la gravidanza è arrivata segnata nella mente e nel fisico. Ad assisterla solo la madre adottiva,perchè il padre è ancora all’oscuro di tutto…Trattandosi di una famiglia divisa, il caso è stato vagliato dal tribunale dei minori, che ha dato il suo via libera, accertando il mero rispetto della legge: ha fatto apporre la firma di proprio pugno della ragazza sull’istanza per chiedere al giudice tutelare di autorizzarla a quell’intervento chirurgico….Il giudice ha lasciato l’ultima parola e tutto il peso alla ragazzina”.

Anche il (omissis) e (omissis), in quello stesso giorno, forniscono chiara e leale informazione, secondo la quale:

a) all’origine dell’aborto non c’è stata alcuna costrizione o un provvedimento coercitivo del giudice;

b) tutti gli accertamenti, clinici, gli esami diagnostici, i colloqui con medici e psicologi hanno escluso non solo una volontà contraria, ma anche dubbi, da parte della minore, sulla decisione di sottoporsi all’intervento chirurgico.

L’unico strumento di informazione che è rimasto fedele all’impegno di diffondere notizie diverse, che sono state valutate false e diffamatorie, è risultato essere il quotidiano (omissis). La tesi degli errori a catena che avrebbero condotto il quotidiano a disinformare i cittadini si regge su argomentazioni di fatto, la cui inconsistenza è già stata dimostrata e affermata,in maniera storicamente e razionalmente incontestabile dall’organico e coerente accertamento giudiziale compiuto dai giudici di merito. Dagli atti acquisiti emerge, in maniera, netta e inequivoca, che:

a) la clamorosa notizia sull’aborto imposto alla minorenne e sulla sua susseguente follia era stata, in maniera progressiva e cristallina, smentita e riportata nell’alveo della verità dai mezzi di comunicazione in quello stesso (omissis);

b) i tempi e le modalità di diffusione di questi dati storici e valutativi sono stati incontestabilmente idonei a rendere la base e il vertice del quotidiano consapevoli che il prodotto che avevano confezionato e che si apprestavano a diffondere era,per contenuto, forma, evidenza, collocazione tipografica, titoli, illustrazioni, ben incompatibile con la loro funzione di protagonisti e garanti della libertà di manifestazione del pensiero, nella sua dimensione di diritto/dovere di informazione. Correttamente è stato anche evidenziato che non rileva l’iniziale origine esterna di tanta falsità e di tanta disinformazione. In ogni caso gli imputati non hanno osservato il dovere di controllo di veridicità delle notizie pubblicate, controllo che, nel caso di specie era particolarmente semplice, posto che era sufficiente prendere visione e tener lealmente conto dei messaggi ANSA, di un telegiornale e di un radiogiornale. La finalità di impostare la polemica contro i protagonisti diretti, gli ispiratori e i complici di un’interruzione di gravidanza, messa in drammatica e fuorviante luce da un altro quotidiano, ha preso il sopravvento sulla successiva sdrammatizzazione e sulla dimostrata regolarità di quanto accaduto.

Secondo un peculiare stile informativo e formativo della pubblica opinione, privo quindi di qualsiasi elemento che ne rimuova l’antigiuridicità, in quella stessa giornata,altra storia ed altro commento sono stati così pubblicati sul quotidiano (omissis):

in prima pagina è stata annunciata la presenza, a pag. 13, dell’articolo, a firma (omissis), sul seguente argomento “Il dramma di una tredicenne” (occhiello).

“Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita” (titolo).

All’interno, l’articolo è così presentato all’attenzione del lettore con il titolo “La vita cancellata in nome della legge (e con il sommario). “L’aborto come soluzione di un impiccio. Con l’alibi della libertà si spaccia la civiltà moderna”.

Vi è poi da rilevare-sempre nell’intero quadro degli elementi grafici, anche sotto il profilo della loro impaginazione e della complessiva collocazione nel corpo del giornale – che nella pagina 13 sono incorniciati tre estratti del testo – segnalati da un virgolettone e vi è parte di una fotografia – estesa alla pagina 12 – rappresentativa di alcuni neonati. Nella medesima pagina 13 vi è anche una didascalia, che da risalto all’immagine di “Sei splendidi neonati”, accompagnata dal richiamo al “dramma della tredicenne torinese, costretta ad abortire dai genitori….”.

Il percorso attraverso cui la minorenne è giunta all’intervento dell’interruzione della gravidanza è ricostruito con una forte alterazione della verità e si conclude con la pronuncia, nei confronti dei coniugi O., del ginecologo e del magistrato, di una metaforica – ma comunque offensiva – condanna a morte:

I genitori hanno pensato: “E’ immatura si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi”.

Hanno deciso che il bene della figlia fosse aborto….Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto – decretando l’aborto coattivo…Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale….Era una mamma.

Niente. Kaput. Per ordine di padre, madre, medico e giudice per una volta alleati e concorrenti ….Qui ora esagero…se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini.

Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretta alla follia.

Si dice: nessuno tocchi *****, ma ***** al confronto aveva le sue ragioni di gelosia. Qui ci si erge a far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

7. ******à di opinione e la verità dei fatti.

Merita attenzione la tesi secondo cui l’accusa di assassinio legale, diretta al giudice del tribunale di Torino, possa essere interpretata – riproponendo la problematica costituzionale nazionale ed Europea – come esercizio del diritto alla libera manifestazione del pensiero, pensiero incentrato su una concezione dell’ordinamento giuridico, non limitata al diritto positivo, storicamente modulato e coattivamente imposto, in nome del bene comune prescelto dai detentori del potere, ma su un prevalente diritto non scritto, fatto di principi formalmente mai promulgati e mai abrogati, ma irrevocabilmente sedimentati nella coscienza e nella memoria dell’uomo. Rientra sicuramente negli spazi di libertà di pensiero, riconosciuti dalla Costituzione, ritenere che, in base al proprio credo, alle proprie convinzioni religiose e morali, l’aborto rientri nel campo dell’illecito (in quanto impedisce il sorgere di una nuova vita).

Parimenti rientra nella libera manifestazione del pensiero censurare, secondo il medesimo complesso di principi e di valori, il provvedimento del giudice, che rimuova un ostacolo alla volontà della donna minorenne di abortire. Va comunque rilevato che il processo è nato perchè questa legittima posizione critica ha come premessa e base storica fatti mai avvenuti e mai commessi,che la pongono in contrasto con il diritto positivo, che – al di là e al di sopra di fondamentaliste ed arcaiche concezioni della vita e della libertà della donna – giustifica e tutela la critica su fatti veri e non su fatti creati e utilizzati come espediente per aggredire onore e reputazione di chi professi e pratichi idee non condivise.

L’ipotesi – sostenuta dalla difesa – che l’autore della notizia e del commento sia rimasto nel perimetro di una civile manifestazione del pensiero critico, espresso in nome del suo credo, nei confronti di chi abbia agito in maniera decisiva nella procedura L. n. 194 del 1978, ex art. 12, comma 2, è infatti decisamente smentita dalle seguenti considerazioni.

Le risultanze testimoniali e la documentazione acquisita dimostrano, in maniera conforme e coerente l’iniziale, autonoma, immutata decisione della minorenne – consapevole della difficile situazione personale e familiare – di abortire. L’intervento del giudice C. è stato reso necessario dalla correlata decisione della giovane donna di non informare il padre e di non consentirgli di esprimere il proprio assenso A questo punto, va richiamata la sentenza 25.5.1987, n. 196 della Corte costituzionale (pronunciata sulla insussistenza di illegittimità costituzionale della mancata previsione dell’obiezione di coscienza del giudice tutelare): secondo questa decisione, il giudice tutelare rimane esterno alla procedura di riscontro dei parametri previsti per accedere alla interruzione volontaria della gravidanza, intervenendo egli nella sola sfera di capacità (o incapacità) della minore di prendere una decisione consapevole. Nè può indurre a diversa conclusione la dizione della norma, in base alla quale il giudice “può” dare l’autorizzazione, “poichè il termine è piuttosto da riferire,in particolare, all’attività sostitutiva”, anche in presenza di rifiuto da parte del titolare o dei titolari della potestà genitoriale.

I giudici di merito hanno correttamente rilevato che il quotidiano (omissis), non ha mai agito (con un articolo firmato da un giornalista, con uno scritto redazionale, con una informale precisazione del direttore), per porre rimedio, sanare la diffusione – datata (omissis) – della falsità della notizia sulla sussistenza di un decreto di aborto coattivo, ascrivibile al giudice C..

Al contrario, il direttore S., nell’esercizio del suo diritto di guidare la redazione, in tutta autonomia, e di esercitare la facoltà di operare tagli, modifiche, integrazioni, precisazioni sul testo scritto, non solo ha manifestato assoluta indifferenza rispetto al dovere professionale di sanare la violazione della verità, ma ha dato spazio, nel quotidiano del successivo giorno 23, ad un prosieguo della campagna di offuscamento dell’immagine dei soggetti, a vario titolo, intervenuti nella vicenda, attraverso la riproposizione, da parte di un noto avvocato, dell’assenza di consenso della minorenne V.: “Torno sul caso dei due giovani di Torino, perchè non mi convince l’ordine dato da un magistrato di sopprimere il bimbo di V.. Troppo chiara è la legge per non aver capito che c’è qualcosa che l’opinione pubblica non conosce. Se non c’è consenso della donna, l’aborto procurato viene punito con la reclusione da 4 a 8 anni ed il consenso non esiste se viene estorto con violenza, minaccia o inganno”.

Inquadra perfettamente la condotta diffamatoria – contenuta nella crociata contro un giudice dello Stato italiano – la conclusione del tribunale di Torino, secondo cui:

Attribuire falsamente ad una persona, sia pure indirettamente, la qualifica di assassino di un bambino portato in grembo da una ragazzina minorenne costretta ad abortire, significa certamente screditarla nell’ambito sociale. E tale conclusione è tanto più vera se si considera che la falsa affermazione è stata attribuita ad un giudice tutelare, il cui ruolo professionale è proprio quello di intervenire in situazioni di minori in difficoltà ed in particolare di autorizzarle, in determinanti casi e a particolari condizioni, a decidere di interrompere la gravidanza anche senza il consenso di uno o di entrambi i genitori; non solo quindi il dr C. è stato falsamente accusato di essere un assassino, ma anche di aver svolto il suo ruolo in maniera scorretta se non addirittura illecita.

La tesi dell’inidoneità delle accuse mosse al giudice,correo di omicidio, di colpire la reputazione del C., in virtù del discreto silenzio sul nome del primo è stata disattesa dai giudici di merito con corrette argomentazioni, desunte dalle risultanze processuali e dalla logica valutazione delle stesse, dimostrativa della corretta attribuzione al magistrato del ruolo di vittima del reato in esame. Innanzitutto è stato rilevato quanto segue:

a) la estrema limitatezza della rosa dei nomi dei magistrati (cioè dei tre componenti dell’ufficio del giudice tutelare) nel cui ambito era riconoscibile quello che era stato coinvolto nella illecita vicenda vissuta tragicamente dalla minorenne;

b) l’immediata individuazione di questo giudice nel dottor C., da parte di tutti i componenti degli uffici giudiziari, regionali e comunali investiti, a vario titolo, di funzioni nella procedura L. n. 194 del 1978, ex art. 12, comma 2;

c) il nome della persona offesa è comparso, nello stesso giorno di pubblicazione del quotidiano (omissis), nel comunicato ANSA delle ore 20,50 e nel telegiornale e giornale radio delle ore 19,30;

d) il giudice C., nei giorni successivi alla pubblicazione degli articoli, è stato oggetto di minacce.

Di qui la perfetta conformità delle conclusioni dei giudici di merito al consolidato e condivisibile orientamento interpretativo, secondo cui, in tema di diffamazione, per l’individuazione del soggetto passivo, non è necessario che questo sia indicato nominativamente, essendo sufficiente che gli elementi storici e valutativi, personali e temporali contenuti nell’affermazione scritta o orale, descrivano, con inequivoca e ineludibile trasparenza, i tratti individualizzanti il destinatario della notizia o della valutazione. E’ indubbia la sussistenza, nel caso in esame, di tali significativi elementi e la possibilità di qualsiasi cittadino di desumere da essi, con ragionevole certezza, l’identificazione nel dr C. dell’inaffidabile giudice tutelare, incapace di svolgere in maniera efficace e lecita le sue funzioni, (sez. 5, n. 7410 del 20.12.2010, rv 249601; id, n.18249 del 28.3.2008 rv 239831).

Questa condotta diffamatoria, di forte e reiterato spessore lesivo non può trovare alcuna giustificazione all’interno del vigente diritto positivo, costruito da norme costituzionali e da norme di legge, scandite secondo una razionale comparazione e una equilibrata gerarchia di valori, meritevoli di piena osservanza, da parte dei cittadini e dei titolari di pubbliche funzioni. Va anche rilevato che l’accusa alla persona offesa di aver esercitato indebite pressioni sulla volontà della minorenne – contenuta nell’articolo a firma (omissis) e proiettata su tutta l’impostazione della notizia e del commento sull’avvenuto aborto – corrisponde all’accusa al giudice tutelare di aver commesso il reato L. n. 194 del 1978, ex art. 18, che prevede la pena della reclusione da quattro a otto anni – aumentata se la donna è minore degli anni 18 – per “Chiunque cagiona l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna….Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno”.

8. La qualificazione della condotta del direttore responsabile nell’alternativa tra reato omissivo, punito a titolo di colpa, ex art. 57 c.p. e reato doloso, ex art. 595 c.p..

Accertata la caratura diffamatoria dell’articolo dell’ignoto (omissis), si profila l’esame del punto concernente la sussistenza degli elementi di fatto e di diritto, idonei alla dimostrazione che il direttore responsabile S. non ha tenuto un comportamento omissivo, di cui debba rispondere a titolo di colpa, ma – così come contestato – ha avuto una condotta animata da coscienza e volontà nella commissione del reato di diffamazione, che la norma di legge (oltre che la norma contrattuale) gli imponeva di impedire. Nel caso in esame, dal giudice di primo grado è stata esclusa la configurabilità del reato ex art. 57 c.p. ed è stato invece configurato il concorso del direttore S. con il sedicente (omissis), essendo stato ritenuto che il primo ha voluto la pubblicazione, nell’esatta conoscenza del suo contenuto lesivo e, quindi, con la consapevolezza di aggredire la reputazione altrui.

A S. è stata ritenuta riconducibile la responsabilità per il reato di diffamazione non quale autore, ma quale direttore, che, nell’esercizio del suo potere/dovere di guida dell’indirizzo politico, culturale, informativo del quotidiano da lui diretto, ha indubbiamente partecipato alla “deliberata pubblicazione della notizia falsa e diffamatoria, con conseguente piena integrazione dell’elemento psicologico del reato “(pag. 6). Il tribunale ha rilevato anche che questa circostanza della “riconducibilità” al direttore dell’articolo, scritto da un componente della redazione, a firma (omissis), pseudonimo non identificabile, non è stata in alcun modo contestata dall’imputato. Su questo punto, è stata mantenuta l’assenza di critica anche in sede di impugnazione dell’appello, nei cui motivi si afferma che la quaestio iuris, emergente, è se una notizia contenente un errore, ripresa da organi di stampa, “possa integrare diffamazione oppure no”.

Al quesito, il ricorrente da risposta negativa, in quanto il primo atto commissivo è stato consumato da altri giornalisti che hanno indotto in errore quelli di (omissis). La totale assenza di intenzionalità lesiva dell’autore dell’articolo, nonchè l’applicazione della scriminante putativa dell’errore colposo nel legittimo esercizio del diritto di critica, conducono l’appellante a escludere, da un lato, ogni ipotesi di responsabilità a carico del giornalista e, dall’altro, l’insussistenza del reato di omesso controllo a carico del direttore responsabile, in base all’orientamento giurisprudenziale, secondo cui se il reato dell’autore dell’articolo – costituente l’evento del reato omissivo del direttore responsabile – presenta carenze nei suoi elementi materiali e psichici, viene meno la responsabilità del direttore.

E’ evidente quindi che nessuna censura è stata formulata nei motivi di appello sulla responsabilità del S., in ordine al delitto di diffamazione derivante dalla sua diretta condotta, posta in essere con la pubblicazione dell’articolo redazionale a firma (omissis), responsabilità che risulta così coperta da giudicato.

La corte di appello, in assenza di impugnazione sul punto in ordine a tale reato, non espone alcun argomento al riguardo.

Pertanto gli argomenti sulla responsabilità ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 del S., saranno esposti da questa Corte non tanto per rispondere all’inammissibile motivo di ricorso dell’imputato – che è stato remissivo, in sede di appello, rispetto alla contestata accusa di essere ritenuto, in qualità di direttore del quotidiano – autore del saggio redazionale, recante lo pseudonimo (omissis) – quanto per riaffermare principi ermeneutici,nel campo, estremamente delicato, della responsabilità diretta del direttore del mezzo di comunicazione di carta stampata, in caso di accertata diffamazione; per dare rilievo a eventuali connotati del fatto, che possono essere rilevanti ai fini della più approfondita analisi della giustificazione, ex art. 10 CEDU, dell’ingerenza punitiva dello Stato, realizzata a mezzo di sanzione penale e civile.

E’ noto che, in unica alternativa – sul piano logico e sul piano normativo – all’ipotesi di responsabilità a titolo di colpa per il reato di omesso controllo ex art. 57 c.p., il direttore di un periodico può essere chiamato a rispondere, in caso di pubblicazione di articolo diffamatorio, a titolo di concorso nel reato di diffamazione a mezzo stampa, ove un complesso di circostanze esteriorizzate nella pubblicazione del testo (come la forma, l’evidenza, la collocazione tipografica, i titoli, le illustrazioni, e la correlazione dello scritto con il contesto culturale che impegna e caratterizza il numero del quotidiano) risulti indicativo del meditato consenso e della consapevole adesione del direttore medesimo al contenuto dello scritto, la cui conformità alla normativa penale e civile è chiamato a controllare (sez. V n. 8848 dell’8.6.1992, rv 191622; sez. 5 n. 4563 del 13.2.1985 n. 169150).

Questa impostazione interpretativa trova la sua logica premessa nell’orientamento giurisprudenziale, secondo cui è necessaria – in sede di accertamento del reato ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 – la visione complessiva del testo (costituito da corpo,titolo,foto ed altri segni grafici), all’esito della quale deve essere affermata o esclusa la portata diffamatoria dell’articolo di stampa (sez. 5 n. 26351 del 9.4.09, rv 244093).

L’esame del titolo o dei titoli – pacificamente considerati frutto di una scelta redazionale – è particolarmente rilevante, in quanto non può prescindersi, nell’esame di questa materia, dal preponderante rilievo orientativo che i titoli giornalistici, soprattutto quando formulati in termini forti e lapidari come quelli in esame, assumono nei confronti del lettore, frequentemente proclive ad una lettura sommaria del contenuto del testo.

Correttamente è stato rilevato che sussiste la responsabilità del direttore del quotidiano a titolo di colpa, solo se non siano presenti gli elementi occorrenti, a norma dell’art. 110 c.p., per la dimostrazione che la condotta del direttore sia stata animata dalla coscienza e volontà di cooperare alla commissione della diffamazione (sez. 5, 7.7.1981 n. 10252, in Cass. Pen. 1983, p.640; id 4, 16.6.1981, n. 8716, ivi 1983, 1094; v. in tal senso anche sez. 5 n. 4563 del 13.2.1985, in Cass.pen. 1986, p. 1275). Il direttore non è quindi chiamato a rispondere del reato di diffamazione quale autore, coautore del testo, ma come collaboratore nell’articolata condotta tipica del reato di diffamazione a mezzo stampa, reato il cui evento si realizza per la pubblicazione di una notizia offensiva. In perfetta coerenza con questi elementi probatori, va affermata la piena correttezza della contestazione e dell’accertamento di responsabilità del direttore del quotidiano, per diffamazione, nonchè la contestuale esclusione della configurazione dell’autonoma ipotesi di reato, ex art. 57 c.p.. Come già rilevato,quest’ultimo costituisce un’ ipotesi strutturalmente caratterizzata dall’omissione dell’attività di controllo, imposta da giuridiche regole comportamentali e contemplata come causa di evento non voluto, addebitabile a titolo di colpa a chi sia titolare della vigilanza sul materiale da stampare, al fine di evitare che si commettano reati.

9. La fattispecie caratterizzata dall’uso di pseudonimo.

Nel caso di specie lo spessore della violazione della verità rilevata nell’articolo comparso nella doppia versione su (omissis) stampato e diffuso (omissis), integrato dalla contemporanea versione on-line del quotidiano – per il suo molteplice contenuto, per la generale impostazione grafica di cui al p. 6 – risulta indicativo del meditato consenso e della consapevole adesione al contenuto dello scritto, da parte del direttore, che, secondo il presupposto logico del criterio di causalità, deve considerarsi partecipe nella consumazione della diffamazione a mezzo stampa,per il suo comportamento rilevante sotto il profilo causale.

Nella specifica fattispecie del presente processo, il tema della configurazione del ruolo del direttore responsabile S., va, anche esaminato sotto il profilo dello specifico connotato del fatto costituito dalla presenza di un articolo di autore ignoto. Come già rilevato, l’accusa mossa al S., in relazione al capo 2) della rubrica, non contiene la formulazione della diretta contestazione di aver ideato e scritto l’articolo redazionale a firma (omissis), “pseudonimo” (nel senso di falso nome espressione di origine greca, da pseudos onoma), di cui non è stata possibile l’identificazione (“non identificabile”). L’ufficio del P.M. non ha ritenuto di avere a disposizione elementi idonei a identificare l’ignoto (omissis), il cui nome evocativo di uno storico errore giudiziario,avvenuto nella Francia del XIX secolo, non è stato di ausilio nell’individuazione del nome anagrafico dell’autore.

E’ noto l’uso di uno pseudonimo (termine avente vari sinonimi,come alias vices, altre volte; nom de piume, nome di penna), da parte di protagonisti del mondo letterario (Alberto Moravia, *************, Italo Svevo, Curzio Malaparte, ************, ***********), del giornalismo (Fortebraccio), che non abbiano voluto o potuto firmare le proprie opere con il vero nome.

Lo pseudonimo, quando abbia assunto la stessa importanza del nome, è tutelato, nel campo del diritto civile, allo stesso modo di questo (art. 9 c.c.), cioè mediante azione giudiziaria in caso di usurpazione o di contestazione da parte di altri.

Questa sostituzione nominativa non ha in genere diretta rilevanza penale, ma la può acquisire, nella diffamazione a mezzo stampa, nei confronti della posizione del direttore responsabile, direttore editoriale, dell’editore ove – come emerso nel caso in esame – l’alias sia utilizzato dall’autore per sottrarsi alla negative conseguenze della ideazione e diffusione di fatti non veri e delle correlate valutazioni, ingiustificatamente offensive. S. è accusato non di omesso adeguato controllo sull’articolo in questione, ma di aver concesso al sedicente (omissis) di diffondere attraverso “(omissis)” del (omissis), espressioni di manifesta carica diffamatoria, nonchè di celarne il nome anagrafico ai destinatari delle espressioni medesime coinvolti, a vario titolo, nella vicenda dell’aborto di V., così come da lui ricostruita e valutata.

Hanno aderito a questa ipotesi concorsuale i giudici di merito ponendosi nell’ancor più specifico orientamento giurisprudenziale (sez. 5, n. 16988 del 10.1.2001, in Cass. pen. 2002, n. 753, p. 2344), secondo cui la pubblicazione di un articolo senza nome, e quindi senza l’indicazione della persona che si assume professionalmente la responsabilità delle notizie e delle valutazioni in esso contenute comporta l’attribuzione dell’articolo al direttore responsabile, per la sua consapevole condotta volta a diffondere lo scritto diffamatorio. Nella stessa impostazione interpretativa si pone sez. 5 n. 7054 del 20.1.09, rv 243165, secondo cui è da contestare il concorso del medesimo direttore con l’autore dell’articolo diffamatorio, privo di firma, salvo prova del solo reato di cui all’art. 57 c.p..

“Nella specie è stata imputata diffamazione a mezzo stampa, reato il cui evento si realizza per la pubblicazione di una notizia offensiva.

E la pubblicazione, senza la quale il reato non si ravvisa, è disposta dal direttore responsabile, che può impedirla e perciò impedire l’evento nell’adempimento del dovere – potere di controllo impostogli per legge.

Ne segue che, a fronte dell’avvenuta pubblicazione, è possibile ipotizzare il concorso del medesimo direttore con l’autore dell’articolo diffamatorio, se non addirittura l’attribuibilità a lui stesso dell’articolo privo di firma e quindi della diffamazione, salvo prova del solo il reato di cui all’art. 57 c.p., per non averne impedito la pubblicazione”.

La configurazione non del reato ex art. 57 c.p., bensì del reato ex artt. 110 e 595 c.p., corrisponde alla razionale esigenza di non creare – in sede interpretativa – una sorta di zona franca (L’efficace espressione è in Trib. Roma 19.7.2001, ***** inedita, citata criticamente dalla dottrina, nel commento a sez. 5 n. 16988/2001.), l’abrogazione di fatto dell’art. 595 c.p., nella fattispecie della diffamazione commessa con nom de plume.

Va rilevata la piena conformità di questo orientamento interpretativo non solo ai principi costituzionali e alla normativa penalistica,ma anche la piena sua compatibilità formale e logica con la specifica disciplina legislativa e contrattuale secondo cui il direttore responsabile – trait d’union fra redazione ed editore – ha il diritto di guidare la redazione, in tutta autonomia rispetto all’editore; ha la facoltà di operare tagli, modifiche, integrazioni sul testo scritto del giornalista, salvo il diritto di quest’ultimo di non firmare l’articolo se non condivide le modifiche apportate. La diffusione dell’articolo a firma (omissis) – lasciato intonso nella sua evidente e clamorosa forza diffamatoria – dai giudici di merito è stato quindi correttamente ritenuto, in assenza di contrastanti allegazioni, non il frutto di un estemporaneo e improvvido infortunio, esclusivamente addebitabile allo sconosciuto autore del testo, sfuggito al carente controllo del vertice redazionale, non una fictio iuris – sconfinante in una vietata responsabilità oggettiva – ma una precisa scelta redazionale del direttore, grazie alla quale,lo scritto – rafforzato e messo in risalto con i suindicati segni grafici e tipografici – ha raggiunto, con il massimo risalto, il pubblico e ha causato l’evento previsto dalla norma ex art. 595 c.p..

Da questa scelta è derivata la consumazione del reato ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 in danno del giudice tutelare C., che (unitamente ai due genitori adottivi della minorenne e al ginecologo, che non hanno presentato istanza punitiva) è stato additato al disprezzo dei consociati, per aver costretto ad abortire la minorenne, causando l’assassinio del l’embrione/feto e la follia della mancata genitrice.

Nè appare conforme alla ragionevole distribuzione tra le parti dell’onere dimostrativo pretendere che la pubblica accusa esperisca ricerche per l’identificazione dell’autore, compia “qualsivoglia accertamento in relazione alla paternità” dello scritto denunciato, in vista della formulazione della meno grave imputazione ex art. 57 c.p. (sez. 5 n. 29410 del 9.5.07, rv. 237437). Questa pretesa di identificazione e del conseguente effetto positivo sulla qualificazione del fatto da contestare al direttore responsabile, rientrano negli obiettivi difensionali e il relativo onere dimostrativo non è riferibile ad adempimenti del titolare della pubblica accusa. Nella razionale visione della dialettica processuale è inconcepibile ricomprendere,nelle attribuzioni inerenti all’esercizio obbligatorio dell’azione penale – specialmente nelle prime fasi orientative delle indagini preliminari – compiti di supplenza nell’ambito dell’esercizio del diritto di difesa. Lo sviluppo dell’iter processuale non ha comunque consentito – per precisa scelta dell’imputato – l’accertamento della paternità dell’articolo, che è rimasto – ufficialmente, nel corso di tutto il processo – nello stato di anonimato. Forma, sostanza, modalità, tecnica di informazione impiegati ed esibiti dal quotidiano, in persona del direttore S., dimostrano l’assenza di un leale confronto di idee e di una lecita critica alla generale e astratta vigenza di una norma di legge e alla specifica e concreta sua applicazione. Dimostrano invece la presenza – nell’ambito di un lecito quadro di dissenso per la disciplina legislativa dell’aborto – di una illecita strategia di intimidatrice intolleranza, di discredito sociale, di sanzione morale diretta contro il magistrato;

– accreditandogli un inesistente ruolo di protagonista nella procedura dell’aborto, rappresentata come cerimonia sacrificale di una vita umana, in nome della legge;

– attribuendogli una funzione e un’immagine di crudele e disumano giustiziere, meritevole di esser posto nella gogna mediatica con la qualifica di assassino. A questa finalità punitiva ed educativa del giudice C. (del militante nel campo abortista) risulta proiettata l’azione disgregatrice della sua reputazione nella società e nel contesto lavorativo.

Va quindi confermata la sentenza impugnata, in quanto risulta provata la partecipazione del direttore nell’articolata condotta tipica del reato di diffamazione a mezzo stampa. Trattasi di fattispecie, che si articola attraverso più atti, diretti al medesimo fine (la diffamazione) nonchè contestuali, o che si susseguono con ravvicinata scansione, costituiti da:

– scrittura di un testo (nel nostro caso da parte dell’ignoto (omissis)),oppure creazione di un disegno o di altro segno grafico, anonimi;

– pubblicazione, divulgazione, a mezzo stampa, tra i consociati, con correlata realizzazione dell’evento.

Come già anticipato,è scandita molto efficacemente dalla sentenza di primo grado questa condotta della diffamazione, articolata con pluralità di atti, laddove precisa che al S. è addebitato il successivo, indispensabile atto della divulgazione,cioè “la deliberata pubblicazione della notizia falsa e diffamatoria, con conseguente elemento psicologico del reato”.

La sentenza ritiene logicamente che il dolo risulta ulteriormente rafforzato sia dalla mancata rettifica della notizia palesemente falsa e diffamatoria (in violazione di evidenti regole deontologiche), sia dal ritorno sulla medesima vicenda, che traspare dalla pubblicazione di un altro articolo di un avvocato, il successivo 23 febbraio, in cui si prospettano dubbi e perplessità sullo svolgimento corretto dei fatti, ma non si accenna assolutamente alla volontà di restituire credito al magistrato.

La sentenza va anche confermata, in virtù della sua adesione al razionale orientamento interpretativo concernente saggi con falso nome, secondo il quale la pubblicazione di un articolo diffamatorio anonimo – il cui autore non intende farsi individuare dalle persone, la cui reputazione ha inteso ledere – è attribuito, a titolo di concorso, a chi, con consapevolezza e volontà, ha diffuso narrazione e/o commento.

In conclusione, l’affermato intreccio del dovere del giornalista di informare e del diritto del cittadino di essere informato merita rilevanza e tutela costituzionale se ha come base e come finalità la verità e la sua diffusione. Se manca questa base di lancio, se non c’è verità, ma calcolata e calibrata sua alterazione, finalizzata a disinformare e a creare inesistenti responsabilità e a infliggere fantasiose condanne agli avversari, il richiamo a nobili e intangibili principi di libertà è intrinsecamente offensivo per la collettività e storicamente derisorio,beffardo per coloro che,in difesa della libertà di opinione, hanno sacrificato la propria vita.

In un ordinamento e in una società, che vivono e si sviluppano grazie al confronto delle idee, non può avere alcun riconoscimento l’invocato diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione.

10 Il controllo sul testo e sul titolo dell’articolo di M..

La posizione dell’autore.

Quanto alla seconda imputazione, a carico del direttore S., ex art. 57 c.p., per omesso controllo sul contenuto dell’articolo redatto da M.A., il suo esame va necessariamente congiunto a quello sul testo dello scritto.

A pag. 12 del quotidiano, è pubblicato questo articolo, così presentato “Dramma a Torino” (occhiello).” Costretta ad abortire da genitori e giudice” (titolo). “La 13enne sotto shock; è stata ricoverata in psichiatria” (sommario).

Nel testo – al di là della narrazione dell’aborto e del ricovero nel reparto di neuropsichiatria infantile della tredicenne e del richiamo alle polemiche che ha suscitato – si prospetta, in contrasto con la tesi della libera autodeterminazione, l’ipotesi dell’aborto coatto (“Dopo l’aborto ha accusato la famiglia di aver agito senza il suo consenso”) addebitata, secondo l’inesatta versione del giornalista, dalla minore esplicitamente ai soli genitori (che non hanno presentata querela). Più innanzi, smentendo la giovane, si riporta l’evento nell’ambito della legalità, precisando “Anche se pare che, al momento di firmare il modulo di consenso all’aborto, previsto dalla L. n. 194, V. fosse d’accordo con la madre”.

Le ulteriori precisazioni sull’inizio di un controllo giudiziario su questi fatti(Oltre al dolore restano poco chiare le circostanze di tutto l’accaduto, tanto che la Procura ha acquisito la documentazione dell’ospedale.) non presentano una carica diffamatoria, in danno del C. (controllo, all’esito del quale è stata successivamente e compiutamente accertata la perfetta legalità di tutte le fasi della procedura, prevista dall’art. 12 della citata legge – vedi richiesta e decreto di archiviazione,datati, rispettivamente, 21 febbraio e 6 marzo 2008). L’evidente caratura diffamatoria del titolo rende necessario il richiamo al già citato orientamento giurisprudenziale, secondo cui è necessaria – in sede di accertamento del reato ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13 – la visione complessiva del testo (costituito da corpo,titolo,foto ed altri segni grafici), all’esito della quale deve essere affermata o esclusa la portata diffamatoria dell’articolo di stampa (sez. 5, n. 26351 del 9.4.09, rv 244093).

L’esame del titolo o dei titoli – pacificamente considerati frutto di una scelta redazionale- è particolarmente rilevante, in quanto non può prescindersi, nell’esame di questa materia, dal particolare rilievo orientativo che i titoli giornalistici, soprattutto quando formulati in termini forti e lapidali come quelli in esame, assumono nei confronti del lettore, frequentemente proclive ad una lettura sommaria del contenuto del testo.

Correttamente la giurisprudenza ha rilevato che,in tema di diffamazione a mezzo stampa, deve essere valutato sia il testo letterale sia il complesso dell’informazione, rappresentato dal testo, dalla sua interpretazione, dalle immagini che l’accompagnano, dai titoli e sottotitoli, dal modo di presentazione e da ogni altro elemento utile. Ne deriva che la lesione dell’altrui reputazione può verificarsi nel caso di un articolo dal testo inoffensivo, ma che sconfini nell’illecito per via di un titolo offensivo (sez. 5, del 27.11.1991, rv 189091, in Cass. pen. 1993, n. 162, p. 296; sez. 5, del 12.12.1991, rv 189102, ivi, n. 164, p. 297).

Questo orientamento interpretativo non trascura il giusto rilievo al razionale criterio ermeneutico,secondo cui l’autore non può comunque essere chiamato a rispondere del complessivo contenuto diffamatorio della pubblicazione, quando si sia limitato a fornire il testo alla redazione e/o alla direzione, da cui è stata, secondo consolidate regole organizzative interne, decisa la formulazione di titoli e sottotitoli, oltre che rimpaginazione e la collocazione dell’intero articolo (sez. 5, rv 189091).

Posto che, nel caso in esame, la corte di appello non ha svolto adeguato esame sulla sussistenza o meno di dati storici o argomentativi, da cui possa desumersi che il M. sia stato coinvolto nella scelta del titolo in esame, la sentenza deve essere annullata con rinvio al fine di ulteriore analisi e valutazione sul punto. Comunque il mancato controllo – che non risulta impedito contingenti e insuperabili ostacoli -, da parte del direttore S., della carica diffamatoria del titolo, comporta l’affermazione di responsabilità, a titolo di colpa, del direttore S. per il reato ex art. 57 c.p., indicato al capo 3 della rubrica. Questa responsabilità deriva dall’inosservanza delle norme che regolano la sua condotta e che gli impongono, per le funzioni che gli competono, il dovere di controllo sul materiale da stampare,al fine di evitare che, con il mezzo della pubblicazione, siano commessi reati.

11. Il trattamento sanzionatorio.

Tra le censure formulate dal ricorrente S. sul trattamento sanzionatorio merita primaria risposta quella concernente la violazione dell’art. 10 della convenzione CEDU, che, “come interpretata dalla giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo”, è ritenuta parametro di legittimità costituzionale della normativa interna.

E’ stato già rilevato che il problema di compatibilità tra le norme interne, applicate nel presente processo, e la sub-costituzionale norma Europea (art. 10 CEDU), non risulta affrontato dai giudici di primo e secondo grado e che questa omissione è incensurabile, non essendosi manifestata alcuna difformità tra le norme medesime, legittimante la scelta tra le alternative fissate dalla Corte costituzionale per la condotta del giudice (interpretazione della norma italiana convenzionalmente conforme o proposizione della questione di legittimità costituzionale). Questa assenza di contrasto tra norme interne (quelle già citate ex art. 595 c.p. e L. n. 47 del 1948, art. 13, a cui vanno aggiunte le norme ex artt. 62 bis e 133 c.p.) e le disposizioni dell’art. 10 CEDU, con particolare riguardo, per quest’ultima, alla sua unanime interpretazione giurisprudenziale, è di tutta evidenza,anche in riferimento al trattamento sanzionatorio più severo, costituito dalla reclusione.

La Corte Europea razionalmente ritiene che la legittimità dell’ingerenza dello Stato nell’esercizio del diritto alla libertà di espressione vada valutata, tenendo anche conto della natura e della gravosità delle pene inflitte, nella prospettiva di impedire agli Stati di adottare misure punitive atte a dissuadere i mezzi di comunicazione dall’adempiere al loro ruolo di allertare il pubblico, in caso di abusi dei pubblici poteri (sentenza Cumpana e Mazare v: Romania, n.33348/96). E’ stato, comunque, costantemente sostenuto, da un lato,che la misura dell’ingerenza punitiva dello Stato nei confronti del giornalista deve essere attentamente calibrata e strettamente proporzionata ai fini legittimi perseguiti (v. sentenza CEDU del 17.7.2008, ***** c. Italia e la giurisprudenza in essa citata); dall’altro, ha riconosciuto, senza tentennamenti, la legittimità di un trattamento sanzionatorio detentivo, condizionato alle “ipotesi eccezionali”, intese come condotte lesive di altri diritti fondamentali (sent. 22.4.2010, Fatallayev c. Azerbaigian; sent. 6.12.07, ******* c. Grecia; sent. 16.4.2009, ******* and Hanseid, (In quest’ultima sentenza la Corte ha ritenuto corrispondente “ad un pressante bisogno sociale” l’applicazione di pena detentiva ai redattori capo di due quotidiani che avevano pubblicato fotografie – scattate senza il consenso dell’interessata – che ritraevano una donna, sconvolta e in lacrime, nell’atto di essere accompagnata in carcere per scontare la pena di 21 anni di reclusione per omicidio)).

A questo punto, va esaminata la sussistenza o meno, nella sentenza impugnata, di adeguata motivazione, laddove, la corte di merito, avendo esaminato i criteri di cui all’art. 133 c.p., in sè e in relazione all’art. 62 bis c.p., ha ritenuto di infliggere la pena detentiva al S., nella misura di un anno e due mesi di reclusione. Nella rispondere a tale quesito, va tenuto doveroso conto, della disciplina ex art. 10 CEDU, “come interpretata dalla giurisprudenza della Corte Europea”, se sussista o meno una ipotesi eccezionale, legittimante l’inflizione della pena suddetta. Secondo un consolidato e non contrastato orientamento interpretativo interno, il trattamento sanzionatorio, in generale, e la concessione, il giudizio di comparazione o il diniego delle attenuanti genetiche, in particolare, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito e quindi non richiedono un’analitica valutazione di tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli, indicati dalle parti o desunti dalle risultanze processuali, essendo sufficiente l’indicazione degli elementi ritenuti decisivi e rilevanti.(sez. 1, 21.9.1999, n. 12496, rv 214570 in Cass Pen. 2000, n. 1078, p. 1949; sez. 6, n. 14556 del 25.3.2011, rv 249731).

Nel caso in esame, il S., nei motivi di appello incidentale, si era limitato a una generica denuncia di ingiustificata severità della pena. Non è quindi assolutamente censurabile la motivazione della sentenza impugnata, laddove fa riferimento non solo all’assenza degli elementi positivi,che trovano puntuale collocazione nell’art. 62 c.p. o in altre disposizione di legge (“quali, ad esempio, la giovane età, una condotta processuale improntata a particolare lealtà”), nonchè, in prosieguo, – alla spiccata capacità a delinquere, dimostrata, ex art. 133 c.p., comma 2, n. 2, dai precedenti penali dell’imputato – alla gravità del fatto ex art. 133 c.p., comma 1, n. 1, delineata dalle “modalità di commissione dei fatti, caratterizzate da particolare negatività, come già posto in risalto dal giudice di primo grado”.

Sotto quest’ultimo profilo, gli atti processuali danno un quadro di forti tinte negative sulle modalità – efficacemente riprese e minuziosamente descritte da entrambe le sentenze – della plurima condotta trasgressiva,posta in essere non solo in danno della persona che ha presentato querela, attivando così l’esercizio dell’azione penale, ma anche del medico, che aveva correttamente svolto le ordinarie funzioni assegnategli dal suo incarico nella struttura pubblica e quelle specifiche previste dalla L. n. 194 del 1978 e, principalmente, dei genitori adottivi. Questi coniugi – che hanno una vita familiare di estrema difficoltà (come già detto, sono separati e il loro primo figlio è affetto da grave patologia) e che nonostante ciò, hanno mostrato grande senso di umanità e solidarietà, adottando la piccola peruviana – si son visti “sbattuti in prima pagina” come persone disumane, con particolare trauma emotivo per il padre, che ha contestualmente appreso la notizia dell’aborto e l’accusa di esserne moralmente e penalmente responsabile.

La stessa minorenne – oggi maggiorenne- ha subito non solo un’ingiustificata e prorompente invasione nella propria sfera di riservatezza, ma si è trovata presentata all’attenzione dell’ambiente sociale in cui viveva con l’immagine di improvvida e scoordinata curatrice del proprio corpo, nonchè con alterato equilibrio psichico e mentale.

Questa modalità della condotta del ricorrente conferisce al fatto un particolare spessore negativo, alla luce proprio dell’art. 10 CEDU, laddove collega la necessità dell’intervento limitativo della libertà di espressione all’esigenza, oltre che di proteggere la reputazione dei cittadini, di “impedire la divulgazione di informazioni riservate”.

Altra esigenza legittimante l’interferenza statale nella libertà di espressione è descritta nelle ultime parole dell’art. 10, laddove giustifica, come necessarie, “restrizioni o sanzioni…per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

L’esigenza di garantire l’autorità del potere giudiziario, prevista dalla norma Europea come finalità specifica della sanzione, da ulteriore giustificazione all’intervento punitivo dello Stato, in considerazione della gravità del fatto,in relazione alla gravità del danno alla persona offesa C.. Anticipando quanto sarà specificamente osservato in sede di valutazione dell’ultimo motivo di ricorso, va sin d’ora rilevato che la lesione del “bene” reputazione ha comportato – secondo un consolidato orientamento interpretativo – la sussistenza di un danno non patrimoniale, correlato alla natura del bene leso, di notevoli dimensioni.

La giurisprudenza interna di legittimità e di merito e quella della Corte di Strasburgo concordano nel ritenere che la libertà di opinione, nella dimensione del diritto di informazione,pur in presenza di ampia tutela costituzionale, non può travalicare lo scopo di informazione della collettività e tradursi in una divulgazione – indipendente dalla legalità – di notizie non vere o tendenzialmente rappresentate, limitando così i diritti della persona, costituenti patrimonio morale di ogni essere umano.

(Meritevole razionalmente di tutela giuridica, quanto meno pari a quella prevista per il patrimonio materiale.) Nel caso di offesa ingiustificata a un magistrato, viene inoltre affievolita la fiducia della collettività, che deve costituire schermo e incentivo a un corretto svolgimento di una fondamentale funzione nello Stato di diritto (Nella sentenza 25.7.2001, ***** c. Italia, la Corte – anticipando gran parte delle argomentazioni contenute nella citata sentenza 17.7.08, ***** c. Italia – precisa che la stampa, pur legittimata naturalmente a comunicare informazioni e idee sull’attività del potere giudiziario, non può impunemente portare attacchi non fondati ai garanti della giustizia, che devono poter svolgere il loro fondamentale ruolo nello Stato di diritto, in un contesto di fiducia della collettività. Proprio la salvaguardia di questa fiducia deve rendere i poteri dello Stato, razionalmente e realisticamente,sensibili all’esigenza di una procedura che garantisca al massimo la terzietà del giudicante, fermo restando il diritto di qualunque cittadino di ottenere la tutela giudiziaria, in caso di violazione dei propri diritti.).

Al di là della dimostrata gravità dei fatti commessi dal S. e dell’implicita, ma chiara e lampante, giustificazione alla mancata concessione delle attenuanti generiche – già sufficiente a configurare un’ ipotesi eccezionale, legittimante l’inflizione della pena detentiva – è da segnalare la particolare inconsistenza di alcune censure formulate dal ricorrente a fondamento della richiesta di un trattamento sanzionatorio meno severo.

Quanto ai precedenti penali, nel ricorso,da una lato, si fa riferimento all’illibatezza della condotta e della vita antecedente dall’imputato; dall’altro si giustificano le pregresse condanne per diffamazione (7, di cui 6 in relazione all’ipotesi ex art. 57 c.p.), presentandole come eventi inevitabilmente connessi all’attività di chi fa informazione (“accade al 100 % dei giornalisti in attività”).

Questa pretesa di speciale irrilevanza – ai fini della valutazione della personalità del condannato e della sua propensione a trasgredire le norme penali – delle condanne riportate dai giornalisti è del tutto inammissibile sotto il profilo del quadro normativo vigente e del razionale senso comune (non può ammettersi l’esistenza di una lecita attività lavorativa che abbia, come inevitabili prodotti naturali, fatti lesivi di diritti fondamentali dei cittadini). Quanto alla valutazione positiva della condotta del S., successiva ai fatti in esame, i giudici di merito hanno già posto in evidenza l’assoluta infondatezza di questa affermazione, contrapponendo i dati significativi (v. p. 7) della irremovibile coerenza dell’atteggiamento ostile del quotidiano nei confronti della persona diffamata.

La censura sulla mancata concessione della sospensione condizionale della pena, non solo è inammissibile per non aver costituito oggetto di impugnazione in sede di appello, ma anche perchè, sul piano sostanziale, non indica alcun elemento che consenta una prognosi positiva, sui futuri comportamenti di un giornalista che, in un limitato arco di tempo (dal 2.9.2001 al 30.5.2003) ha sei volte manifestato una reiterata indifferenza colposa nei confronti del diritto fondamentale della reputazione e una volta (il 12.10.2002) ha leso direttamente, tale bene.

In conclusione, la storia e la razionale valutazione di questa vicenda hanno configurato i fatti e la personalità del loro autore, in maniera incontrovertibile, come un’ ipotesi eccezionale, legittimante l’inflizione della pena detentiva.

La critica del ricorrente alla finalità dissuasiva di questa pena, riconosciutale dalla corte territoriale, non è idonea, per la sua genericità, a introdurre nel presente procedimento un tema (la concezione pluridimensionale della finalità della pena),su cui il legislatore, la dottrina e la giurisprudenza si confrontano da tempo, senza raggiungere una condivisa scelta e una razionale e coerente riforma.

12. Il danno e la sua liquidazione.

Come già rilevato, la lesione del “bene” reputazione comporta sempre la sussistenza di un danno non patrimoniale, correlato alla natura del bene leso.

La giurisprudenza di legittimità e di merito concorda nel ritenere che la libertà di opinione, nella dimensione del diritto di informazione, pur in presenza di ampia tutela costituzionale, non può travalicare lo scopo di informazione della collettività e tradursi in una divulgazione – indipendente dalla legalità – di notizie non vere o tendenzialmente rappresentate, limitando così i diritti della persona, costituenti patrimonio di ogni essere umano.

Osserva correttamente la dottrina che questo danno ferisce e determina sofferenza sul piano psicologico, creando uno stato di disagio nei rapporti con i conoscenti e con i colleghi di lavoro, una flessione di autostima causata dalla percezione di una reale o comunque avvertita disistima nell’ambiente sociale in cui opera; l’interruzione di un rapporto conoscenza/giudizio positivo o la creazione di un rapporto conoscenza/diritto negativo.

Sotto quest’ultimo profilo, va segnalato che, nel caso di specie – come rilevato nelle sentenze di merito- a seguito della pubblicazione degli articoli diffamatori, si è sviluppata una serie di rapporti conoscenza / diritto negativo, in cui il C. si è trovato coinvolto, su iniziativa dei cittadini che, male informati, lo hanno fatto bersaglio delle loro minacce.

Con particolare riguardo al danno derivante dalla lesione della reputazione di un magistrato, vanno richiamate alcune osservazioni, formulate dalla medesima dottrina, nell’ambito di una ricerca compiuta sul fenomeno, in fase ascensionale, della critica a effetti diffamatori, da parte dei mezzi di comunicazione nei confronti dei componenti del potere giudiziario, resi un “oggetto notiziale di rilievo”.

L’esame della casistica di questa ricerca e l’esame della giurisprudenza conducono, comunque, a rilevare che le accuse – rivelatesi poi diffamatorie in danno di un magistrato – hanno prevalentemente preso spunto dall’esercizio delle sue funzioni, nel senso che gli è addebitata una violazione di legge.

Al di là di queste generali considerazioni, nel caso in esame è configurato un danno morale, che di solito deriva da inevitabili iniziative dei preposti alla dirigenza dell’ufficio di appartenenza del diffamato, nonchè dei titolari dell’azione penale e disciplinare, i quali devono svolgere un sia pur iniziale accertamento sulla fondatezza dell’accusa, proveniente dai mezzi di informazione, e una correlata verifica della correttezza dell’attività lavorativa del magistrato,protagonista dell’articolo o della campagna mediatica. Pur con la più convinta autostima e con la massima consapevolezza della propria lealtà istituzionale e della propria capacità tecnica, è indubbio,naturale ed inevitabile un profondo turbamento del destinatario delle dovute indagini.

Nel caso in esame, questi ultimi dati – dimostrativi della sussistenza del danno morale – sono emersi dagli atti, in quanto risulta che è stato aperto dalla procura della Repubblica un fascicolo, poi trasmesso,per la norma di competenza territoriale, ex art. 11 c.p.p., alla procura presso il tribunale di Milano, in merito alla affermata illiceità della condotta di coloro che, secondo la tesi giornalistica, avevano coartato la volontà della minore, implicando anche la responsabilità del magistrato dell’ufficio del giudice tutelare del tribunale di Torino (v. sentenza impugnata e decreto di archiviazione 6.3.2008 del Gip di Torino).

L’indagine di giudice di Milano su giudice di Torino, sollecitata dalle narrazioni false e dalle ingiustificate censure professionali e morali, ha sicuramente reso necessario, sotto l’ulteriore profilo dell’art. 10 della CEDU, l’intervento limitativo e punitivo dello Stato finalizzato a garantire l’autorità e l’immagine di imparzialità del potere giudiziario. E’ di tutta evidenza la ferita di lunga durata dell’identità professionale, della dignità dell’uomo, del credito sociale – che il giudice si era conquistato con anni di attività lavorativa – causata dalla deformante e funesta immagine di apportatore di violenza morale, di morte e di follia.

In sede di liquidazione del danno morale, proprio l’incarico giudiziario e il contesto procedimentale, richiamati nelle diffamatorie accuse in danno del giudice, sono state razionalmente poste a fondamento della riconosciuta alta lesività del danno e della misura della sua liquidazione, avendo considerato che la parte civile – descritta “come un assassino di bambini….svolgeva all’epoca dei fatti la funzione di giudice tutelare, figura professionalmente volta alla tutela degli interessi dei soggetti deboli, primi fra tutti, i minori”.

In tal modo la corte territoriale ha fondatamente confermato l’argomentazione – non adeguatamente respinta dall’imputato – formulata dal tribunale, secondo cui Attribuire falsamente ad una persona, sia pure indirettamente, la qualifica di assassino di un bambino portato in grembo da una ragazzina minorenne costretta ad abortire, significa certamente screditarla nell’ambito sociale. E tale conclusione è tanto più vera se si considera che la falsa affermazione è stata attribuita ad un giudice tutelare, il cui ruolo professionale è proprio quello di intervenire in situazioni di minori in difficoltà ed in particolare di autorizzarle, in determinanti casi e a particolari condizioni, a decidere di interrompere la gravidanza anche senza il consenso di uno o di entrambi i genitori…..

Integrano ulteriormente la motivazione della sentenza impugnata altri argomenti di indubbia conformità alla reale situazione oggettiva e soggettiva: la mancanza di smentita delle false notizie, l’ampia diffusione del quotidiano a livello nazionale, la collocazione e il risalto dato agli articoli, le minacce ricevute nei giorni seguenti la pubblicazione degli articoli.

In conclusione, deve ritenersi del tutto inconsistente la censura del ricorrente sulla esistenza e sullo spessore dei motivi,posti dalla corte di appello a sostegno della liquidazione del danno non patrimoniale, causato dagli articoli alla parte civile.

Pertanto,la sentenza impugnata va annullata, limitatamente alla posizione di M.A., con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Milano, per nuovo giudizio, in merito all’accertamento della sua partecipazione nella scelta del titolo “Costretta ad abortire da genitori e Giudice”, preposto all’articolo da lui scritto e pubblicato sul quotidiano (omissis) il (omissis) (v. p. 10). Va invece rigettato il ricorso di S.A., che va condannato al pagamento delle spese processuali ed al rimborso alla parte civile delle spese e compensi di questo grado di giudizio, liquidati in complessivi Euro 4.500,oltre agli accessori di legge.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, nei confronti di M.A. e rinvia ad altra sezione della Corte di Appello di Milano per nuovo giudizio, nei confronti dello stesso.

Rigetta il ricorso di S.A., che condanna al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione alla parte civile delle spese e compensi di questo grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 4.500,oltre accessori di legge.

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Querela in atti: è utilizzabile solo per la condizione di procedibilità, non per fini probatori (Cass. pen. n. 41193/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. Il Giudice di Pace di Bassano del Grappa, con sentenza del 25/10/2011, dichiarato C.T.M. colpevole del reato di cui all’art. 590, comma 3, cod. pen., condannò il medesimo alla pena reputata di giustizia.
2. Quest’ultimo proponeva ricorso per cassazione.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente denunzia violazione della legge processuale penale per avere il giudice utilizzato a fini probatori la querela in atti.
A mente del comb. disp. degli artt. 431, 511 e 336, cod. proc. pen., l’atto di querela va preso in considerazione solo per la procedibilità, restando escluso qualsivoglia impiego probatorio. Al contrario, il giudice di merito aveva dato ampia mostra di fondare il proprio convincimento di colpevolezza sul detto atto, a suo tempo presentato dagli esercenti la potestà genitoriale della p.o.
2.2. Con il secondo motivo viene censurata violazione della legge processuale penale per avere il giudice utilizzato le spontanee dichiarazioni rese dall’imputato.
A mente del comb. disp. degli artt. 350, comma 7, 431 e 503, comma 3, le dette dichiarazioni avrebbero potuto essere utilizzate solo in sede di contestazione, avendo, peraltro, l’imputato chiesto di essere esaminato, invece, sulle dette dichiarazioni, introdotte in violazione dell’art. 431, cod. proc. pen., il giudice aveva ricostruito la dinamica dell’incidente.
2.3. Il terzo motivo evidenzia ulteriore violazione della legge processuale penale per essere stata utilizzata ai fini della decisione sentenza civile, concernente l’applicazione di sanzione amministrativa, introdotta, in violazione del contraddittorio (artt. 431, 493 e 238bis, cod. proc. pen.), fuori udienza, mediante deposito da parte del competente Compartimento della Polizia Stradale.
2.4. Con l’ultimo motivo il ricorrente assume l’insufficienza e la manifesta illogicità della sentenza, avuto riguardo alle dichiarazioni testimoniali di tali F. e Ca. e al contenuto dell’informativa della Polstrada del 3/4/2007.
I detti testi, appartenenti alla Polizia Stradale, giunsero sul posto, evidentemente, dopo che l’incidente era occorso. L’affermazione circa una velocità del furgone, condotto dall’imputato, ben superiore ai 40 Kmh non trova sostegno nelle deposizioni in parola. Il F. ebbe ad escludere traccia di frenata e il Ca. affermò non potersi trarre dai rilievi convincimento di sorta a riguardo della velocità tenuta dal mezzo.
Quanto all’assunto divieto di sorpasso andava osservato che i due testi non erano stati in grado di smentire efficacemente l’osservazione che in loco esisteva solo un generico divieto di sorpasso, con esclusione, quindi, dei veicoli a due ruote.
Venuta meno la contestata ipotesi di colpa specifica doveva constatarsi il mancato addebito di alcun fatto concreto, tale da poter integrare ipotesi di colpa generica.
Inoltre, l’esame testimoniale non aveva permesso di accertare con certezza se fra i due mezzi vi fosse stato un contatto.
Infine, osserva il ricorrente, per escludere qualsivoglia rimprovero di colpa generica, che in quel tratto stradale v’erano gli spazi per sorpassare in sicurezza il ciclomotore (la strada era larga m. 4,30 e il furgone, senza tener conto degli specchietti laterali, circa m. 2) e che la caduta del veicolo a due ruote fu causato da uno scarto laterale dello stesso.

 

Considerato in diritto

3. Il primo motivo risulta fondato in tutti i suoi profili.
a) Non v’è dubbio che la presenza della querela in atti va verificata al solo fine di accertare la procedibilità, restando escluso che dal detto atto il giudice possa trarre elementi utili al vaglio probatorio. Correttamente sul punto il ricorrente ha ripreso taluni dei pronunciamenti di questa corte (Sez. 6, 24/5/2000, n. 7823; Sez. 5, 24/3/2011, n. 17680). Né v’è motivo di discostarsi dalle dette statuizioni le quali puntualmente riprendono la regola che si ricava dal comb. disp. degli artt. 431, comma 1, lett. a), 511, comma 4, cod. proc. pen., osservandosi che “deve trovare applicazione la previsione normativa di cui all’ art. 511 c.p.p., comma 4, in base alla quale la querela può trovare ingresso nel fascicolo dibattimentale “ai soli fini dell’accertamento della esistenza delle condizioni di procedibilità”. Poiché, dunque, nel codice vigente, come peraltro in quello abrogato, la natura della querela è semplicemente quella di rappresentare la sussistenza di una condizione di procedibilità, la sua funzione è quella di consentire all’autorità procedente la sicura individuazione del fatto-reato e manifestare l’istanza di punizione in ordine al fatto-reato medesimo. Da essa il giudice dunque non può trarre elementi di convincimento ai fini della ricostruzione storica della vicenda (Cass., Sez. 6, c/24/05/2000 – 5/07/2000, n. 7832, CED cass n. 220578; Cass., Sez. 3, del 09/11/1993 -2/02/1994, n. 1210, CED cass n.196479; v. anche Corte cost., sent. n. 91 del 21 febbraio 1992).”.
Nel caso in esame la sentenza di merito, non solo prende spunto dalla querela, a suo tempo sporta dagli esercenti la potestà genitoriale della p.o., ma ne assimila la narrazione, quanto al fatto di reato, utilizzandola a fini probatori.
b) Il Giudice di Pace di Bassano del Grappa incorre in altra violazione della legge processuale penale utilizzando al fine del decidere le dichiarazioni rese spontaneamente dall’imputato nell’immediatezza dei fatti alla P.G. (comb. disp. artt. 350, comma 7 e 503, comma 3, cod. proc. pen.), traendone il convincimento che il conducente del furgone si era impegnato in manovra di sorpasso del ciclomotore e che si era avuto contatto fra i due mezzi, senza prima aver esaminato sui fatti e sulle circostanze contestate l’imputato, nonostante, peraltro, quest’ultimo avesse ritualmente chiesto di essere sentito.
c) Infine, deve essere condivisa la censura riguardante l’introduzione, senza il rispetto del contraddittorio, della sentenza civile d’appello con la quale era stata confermata la statuizione di primo grado, che aveva rigettato l’opposizione dell’imputato avverso la contestazione di violazione amministrativa del cod. della str.
Sussiste, invero, il duplice difetto evidenziato. Il documento risulta essere stato introdotto in giudizio attraverso modalità palesemente irrituali (trasmissione fuori udienza da parte dell’organo di Polizia Stradale), che ha impedito il formarsi di tempestivo dibattito fra le parti sul punto dell’ammissibilità (artt. 431 e 493, cod. proc. pen.). Inoltre, trattandosi di sentenza civile, peraltro ancora non irrevocabile, non ne era consentita l’acquisizione (art. 238bis, cod. proc. pen.).
A riguardo di quest’ultimo profilo “va intanto rilevato che i rapporti tra il processo civile e quello penale sono improntati al principio della reciproca autonomia (principio confermato dal venir meno del principio di pregiudizialità previsto dall’art. 3 del previgente codice di rito) salvo i casi espressamente disciplinati che, per quanto riguarda l’efficacia del giudizio civile su quello penale, si risolvono in quelli disciplinati dagli artt. 3 e 479 c.p.p. che pacificamente non riguardano la fattispecie in esame.
Di maggior rilievo sono i casi che si riferiscono all’efficacia del giudicato penale nei giudizi civili, amministrativi o disciplinari (artt. da 651 a 654 c.p.p.).
Il principio dell’autonomia dei giudizi trova la sua giustificazione nella necessità di evitare che l’esito del giudizio civile – regolato da principi relativi alla prova, alla sua ripartizione e valutazione completamente diversi rispetto a quello penale – possano avere efficacia in un processo che, pur divenuto processo di parti, continua a presentare una forte connotazione pubblicistica che impone alla parte pubblica di attenersi, nelle richieste di ammissione delle prove, a principi di stretta legalità e non a ragioni di mera opportunità come è invece consentito alle parti private sia nel processo civile che in quello penale.
Non è un caso, d’altro canto, che le norme già ricordare disciplinino l’efficacia del giudicato penale in altri giudizi, ma non il contrario, e che la revisione della sentenza penale sia prevista a seguito di un giudicato civile ma solo nel caso (art. 630, lett. b del codice di rito) di condanna pronunziata a seguito di sentenza – riguardante le questioni di cui agli artt. 3 e 479 – che sia stata successivamente revocata.
Né può essere condivisa la tesi (…) secondo cui la sentenza civile divenuta irrevocabile potrebbe essere acquisita ai fini della prova del fatto in essa accertato in base all’art. 238bis del codice di rito. La collocazione della norma e la sua formulazione non consentono di attribuire alla norma un significato più esteso (riferito cioè anche alla sentenza civile) anche perché la medesima norma costituisce un sistema inscindibile con il precedente art. 238 che disciplina espressamente anche i verbali delle prove assunte in un giudizio civile.” (Cass., Sez. 4, 26/&/2008, n. 28529).
4. Il secondo motivo deve essere del pari accolto per quanto di ragione.
La motivazione, privata degli elementi di sostegno che si è visto essere stati illegittimamente utilizzati, appare manifestamente illogica e, in parte, mancante sui seguenti punti: 1) in ordine alla velocità tenuta dal furgone, che la sentenza colloca, con giudizio probabilistico, ben al di sopra dei 40 Kmh., in contrasto con le dichiarazioni testimoniali dei due appartenenti alla Polizia Stradale esaminati (il teste C. ha escluso essere state rilevate tracce di frenata e il teste Ca. ha affermato che dai rilievi effettuati non era dato evincere la velocità del furgone); 2) posto che sul luogo risultava collocato divieto di sorpasso tra autovetture e tenuto conto delle caratteristiche della strada e della dimensioni dei mezzi, in cosa si sarebbe sostanziata la condotta rimproverabile penalmente all’imputato, a titolo di addebito specifico e generico, dandosi, comunque, per dimostrato che i due mezzi ebbero a collidere lateralmente (sul detto profilo esaustive appaiono le dichiarazioni di Ca. ).
5. S’impone, pertanto, annullata la sentenza gravata, rinvio per nuovo giudizio, il quale tenga conto delle osservazioni di cui sopra.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Giudice di Pace di Bassano del Grappa.

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Risponde di lesioni personali colpose il datore di lavoro che non informa i dipendenti sul funzionamento dei macchinari pericolosi (Cass. pen. n. 41191/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. Il Tribunale di Macerata, sezione distaccata di Civitanova Marche, con sentenza del 14 giugno 2010, dichiarava C.P. M. colpevole del reato di cui all’art. 590 cod. pen., nella sua qualità di direttore dell’Iper di ****************, per avere colposamente cagionato lesioni gravi alla lavoratrice *****, adibendola all’utilizzo di una macchina sega ossi, senza effettuare una adeguata formazione della dipendente riguardante i dispositivi di sicurezza. Il Tribunale, concesse le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, condannava l’imputato alla pena di Euro 200,00 di multa.

2. La Corte di Appello di Ancona, con sentenza del 13.10.2011, confermava la sentenza di primo grado. Il Collegio, nel censire i motivi di doglianza dedotti dall’appellante, rilevava che correttamente il giudice di primo grado aveva rigettato la richiesta presentata dalla difesa di assunzione del teste D., ai sensi dell’art. 507 cod. proc. pen., in considerazione della ampia istruzione svolta e della esauriente deposizione resa dalla stessa parte offesa, sul punto relativamente al quale la parte invocava l’escussione dell’ulteriore teste. La Corte distrettuale rilevava pure l’insussistenza dei presupposti per far luogo alla rinnovazione della istruttoria dibattimentale. La Corte d’Appello considerava poi che la dinamica del fatto risultava pacificamente accertata, nei seguenti termini: la F., durante le operazioni di taglio di alcune bistecche, aveva urtato, con il secondo dito della mano sinistra, la lama in movimento, riportando le refertate lesioni; ciò in quanto, prima di iniziare l’operazione, l’addetta non aveva regolato il listello di protezione della lama. Il Collegio osservava che l’infortunio sarebbe stato evitabile con l’impiego corretto dei dispositivi di protezione presenti sulla macchina sega ossi di cui si tratta. Ciò chiarito, la Corte di Appello sottolineava che risultava accertato che la donna, all’epoca dell’infortunio, lavorava presso il reparto macelleria da circa tre mesi; che il corso di formazione organizzato dall’ipermercato aveva avuto una durata inferiore a quella prevista; e che, in particolare, non era stata erogata la formazione specifica, relativa al corretto utilizzo della macchina sega ossi. Sul punto, la Corte di Appello evidenziava che la parte offesa aveva riferito che anche altri dipendenti utilizzavano la macchina sega ossa senza usare i dispositivi di sicurezza; e che nessuno degli addetti era mai stato richiamato, per l’utilizzo non corretto della macchina segatrice.

3. Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello di Ancona ha proposto ricorso per cassazione C.P.M., a mezzo del difensore, deducendo, con il primo motivo, la mancata assunzione di prova decisiva ed il vizio motivazionale. La parte rileva che la Corte di Appello ha omesso di motivare il rigetto della doglianza afferente al mancato accoglimento, da parte del primo giudice, della richiesta avanzata dalla difesa ai sensi dell’art. 507, cod. proc. pen., di escussione del teste D.. Oltre a ciò, la parte assume che la Corte distrettuale neppure abbia chiarito le ragioni del rigetto della richiesta avanzata dalla difesa, di dare corso al rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, ai sensi dell’art. 603, cod. proc. pen., al fine di procedere alla escussione del predetto testimone. L’esponente osserva, al riguardo, che la stessa parte offesa, nel corso della propria deposizione, aveva menzionato il D., quale diretto superiore, al quale era demandata la formazione pratica dei dipendenti neo assunti. Il ricorrente rileva che la contestazione concernente la mancata formazione della dipendente riguarda sia la formazione teorica che la formazione pratica; e ritiene che, mentre per la formazione teorica è stato escusso il teste D.G., per quanto riguarda la formazione pratica l’istruttoria è stata deficitaria, non essendo stato escusso il teste D.. La parte assume che la difesa è stata in grado di individuare il predetto teste solo dopo l’istruttoria dibattimentale; e ribadisce che l’esame del *********** risultava necessario ai fini del decidere, diversamente da quanto affermato dalla Corte di Appello, potendo il teste riferire sulla formazione pratica erogata ai dipendenti.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce il difetto motivazionale ed il travisamento delle risultanze istruttorie.

La parte ritiene che l’infortunio si sia verificato per il comportamento abnorme della lavoratrice, la quale ha ammesso, nel corso della istruttoria, di avere svolto attività lavorativa, nel medesimo periodo in cui era addetta al reparto macelleria dell’Iper, in orario notturno presso uno stabilimento balneare. L’esponente rileva che la parte offesa non ha recepito le informazioni fornite dal datore di lavoro ai nuovi assunti, a causa della richiamata circostanza; ed assume che l’infortunio sia stato causato, in realtà, dal fatto che la lavoratrice non ebbe a prestare adeguata attenzione alle direttive imposte. Parte ricorrente confuta poi il contenuto della deposizione resa dalla lavoratrice; e ribadisce che l’evento lesivo fu determinato dalla utilizzazione impropria della macchina sega ossa, ad opera della dipendente. Rileva che se l’imputato avesse saputo che la F. svolgeva la richiamata attività notturna, non avrebbe adibito la lavoratrice al reparto macelleria.

L’esponente censura poi le argomentazioni espresse dai giudici di merito, in riferimento alla valutazione relativa alla inadeguatezza della formazione erogata dall’imputato per quanto riguarda i dispositivi di sicurezza; si duole, altresì, del compiuto apprezzamento della deposizione resa dalla teste A., rispetto alle sommarie informazioni rese da C. e P., con riferimento alle modalità di utilizzo del macchinario di cui si tratta. La parte ribadisce che l’evento lesivo si sia verificato a causa del comportamento posto in essere dalla persona offesa, la quale neppure è stata in grado, nel corso del giudizio, di ricostruire le modalità dell’infortunio occorsole.

Motivi della decisione

4. Il ricorso è inammissibile.

4.1 Soffermandosi sulle censure affidate al primo motivo di ricorso, si osserva che trattasi di doglianze manifestamente infondate.

Con riferimento alla mancata assunzione di una prova decisiva, quale motivo di impugnazione per cassazione, si osserva che questa Suprema Corte ha chiarito che la doglianza può essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’art. 495 cod. proc. pen., comma 2, sicchè il motivo non può essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte – come nel caso di specie – attraverso l’invito al giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’art. 507 cod. proc. pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 4177 del 27.10.2003, dep. 04.02.2004, Rv. 227103).

Del pari manifestamente infondata risulta la doglianza afferente al mancato rinnovo dell’istruttoria dibattimentale. Occorre, al riguardo, osservare che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito: che il vigente codice di rito penale pone una presunzione di completezza dell’istruttoria dibattimentale svolta in primo grado; che la rinnovazione, anche parziale, del dibattimento, in sede di appello, ha carattere eccezionale e può essere disposta unicamente nel caso in cui il giudice ritenga di non poter decidere allo stato degli atti; e che solo la decisione di procedere a rinnovazione deve essere specificamente motivata, occorrendo dar conto dell’uso del potere discrezionale derivante dalla acquisita consapevolezza di non poter decidere allo stato degli atti, (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 6379 del 17/03/1999, dep. 21/05/1999, Rv. 213403).

Nell’alveo dell’orientamento interpretativo ora richiamato, la Suprema Corte ha poi affermato che l’esercizio del potere di rinnovazione istruttoria si sottrae, per la sua natura discrezionale, allo scrutinio di legittimità, nei limiti in cui la decisione del giudice di appello, tenuto ad offrire specifica giustificazione soltanto dell’ammessa rinnovazione, presenti una struttura argomentativa che evidenzi – per il caso di mancata rinnovazione – l’esistenza di fonti sufficienti per una compiuta e logica valutazione in punto di responsabilità (cfr. Cass. Sez. 6, Sentenza n. 40496 del 21/05/2009, dep. 19/10/2009, Rv. 245009).

Pertanto, la motivazione espressa dalla Corte di Appello, nel rigettare la richiesta di rinnovo dell’istruttoria dibattimentale, stante l’insussistenza dei relativi presupposti, attesa la completezza del quadro istruttorie, rispetto al tema di prova, risulta immune dalle dedotte censure.

4.2 Con il secondo motivo la parte confuta il compiuto apprezzamento, da parte dei giudici di merito, del contenuto delle deposizioni rese dalla persona offesa e da altri testi; e rileva che l’infortunio ebbe a verificarsi a causa della condotta abnorme posta in essere dalla medesima lavoratrice. Trattasi di rilievi inammissibili.

Giova rilevare che esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è riservato in via esclusiva al giudice di merito; e che non può integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Cass. Sez. U, Sentenza n. 6402 del 30.04.1997, dep. 02.07.1997, Rv. 207945). Sul punto, la Corte regolatrice ha chiarito che anche dopo la modifica dell’art. 606 cod. proc. pen., lett. e), per effetto della legge 20 febbraio 2006 n. 46, resta immutata la natura del sindacato che la Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasto preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 17905 del 23.03.2006, dep. 23.05.2006, Rv. 234109).

Occorre, poi, evidenziare che La Corte di Appello ha correttamente considerato che le norme antinfortunistiche sono destinate a garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro, anche in considerazione della possibile negligenza con la quale gli stessi lavoratori effettuano le prestazioni; e che la responsabilità del datore di lavoro può essere esclusa solo in presenza di un comportamento del lavoratore del tutto imprevedibile, tale da presentare i caratteri della eccezionalità rispetto al procedimento lavorativo.

Invero, le considerazioni svolte dalla Corte territoriale si collocano nell’alveo dell’orientamento espresso ripetutamente da questa Suprema Corte di Cassazione, in riferimento alla valenza esimente da assegnare alla condotta colposa posta in essere dal lavoratore, rispetto al soggetto che versa in posizione di garanzia.

Si è, infatti, chiarito che, nel campo della sicurezza del lavoro, gli obblighi di vigilanza che gravano sull’imprenditore risultano funzionali anche rispetto alla possibilità che il lavoratore si dimostri imprudente o negligente verso la propria incolumità; e che può escludersi l’esistenza del rapporto di causalità unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia dato causa all’evento. Nella materia che occupa deve, cioè, considerarsi abnorme il comportamento che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte delle persone preposte all’applicazione delle misure di prevenzione contro gli infortuni sul lavoro; e la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l’obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica (cfr. Cass. Sez. 4, sentenza n. 8676, del 14.06.1996, dep. 24.09.1996, Rv. 206012; Cass., Sez. 4, sentenza n. 3580 del 14.12.1999, dep. 20.03.2000, Rv. 215686; Cass. Sez. 4, sentenza n. 12115 del 3.06.1999, dep. 22.10.1999, Rv. 214999). La Suprema Corte ha pure osservato che non può affermarsi che abbia queste caratteristiche il comportamento del lavoratore – come certamente è avvenuto nel caso di specie – che abbia compiuto un’operazione rientrante pienamente, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 10121 del 23.01.2007 Rv. 236109).

4.3 Neppure può trovare accoglimento la richiesta di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, per essere il reato ex art. 590, cod. pen., estinto per prescrizione. Il delitto per il quale oggi si procede è stato commesso in data 16.08.2004, di talchè il termine prescrizionale massimo, da individuarsi in anni sette e mesi sei, sarebbe venuto a maturazione il 16.02.2012, cioè a dire successivamente rispetto alla sentenza della Corte di Appello, resa in data 13.10.2011.

Trova, quindi, applicazione il principio affermato da questa Corte a Sezioni Unite, per quel che attiene alla prescrizione che verrebbe a maturare in epoca successiva alla sentenza impugnata, a mente del quale l’inammissibilità del ricorso per cassazione, dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi, non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso (Cass. Sez. U, Sentenza n. 32 del 22.11.2000, dep. 21.12.2000, Rv. 217266).

5. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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Primario condannato per abuso d’ufficio perchè non consente, ad alcuni medici suoi collaboratori, di effettuare interventi chirurgici (Cass. pen. n. 41215/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

1. A.W., direttore della Clinica urologica dell’Università di Padova e primario dell’unità operativa di urologia dell’Azienda ospedaliera di Padova, fu rinviato a giudizio per rispondere dei reati previsti dall’art. 323 c.p., per avere, nello svolgimento delle predette funzioni, intenzionalmente arrecato un danno ingiusto:

A) al dr. P.G.T., medico chirurgo urologo in servizio presso il medesimo reparto, compiendo atti e comportamenti di emarginazione nei suoi confronti e impedendogli di prestare l’attività chirurgica (di sala operatoria, di endoscopia e di endourologia) dal (omissis) al (omissis);

B) al dr C.A., dirigente sostituto responsabile dell’Unità operativa complessa di Urologia, adottando due distinti provvedimenti con cui lo spossessava di funzioni e competenze a lui spettanti in forza di deliberazione del Direttore generale dell’Azienda ospedaliera, attuativa delle disposizioni legislative e del contratto collettivo nazionale di lavoro in essa richiamate.

All’A. fu contestato anche il delitto di cui all’art. 340 c.p. per avere, con la sua condotta verso il dr. P.G., turbato il regolare funzionamento del sevizio chirurgico, determinando il ritardato intervento su vari pazienti.

2. Con sentenza pronunciata il 17 luglio 2009, il Tribunale di Padova dichiarò l’imputato colpevole dei predetti reati, uniti dal vincolo della continuazione, e lo condannò, con le circostanze attenuanti generiche, alla pena di un anno e sei mesi di reclusione, con la non menzione e la sospensione condizionale della pena subordinata al pagamento della somma liquidata a titolo di provvisionale in favore delle parti civili. Condannò inoltre in solido l’imputato e la responsabile civile Azienda ospedaliera di Padova – quest’ultima limitatamente alla parte civile C. – al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, disponendo una provvisionale di Euro 150.000,00.

In ordine al capo A) dell’imputazione, il Tribunale accertò che l’imputato aveva esautorato il dr. P.G.T. (che da tempo lavorava in reparto come aiuto responsabile della sezione day ospital e aiuto in seconda della sezione dozzinanti) per circa quattro mesi – dal 18 aprile 2006 fino all’intervento del giudice ex art. 700 c.p.c. che lo reintegrò nel suo posto di lavoro – dalle attività chirurgiche (salvo quelle connesse al turno di reperibilità), adottando “un atto di ostracismo… per monito e punizione” per gli atteggiamenti e comportamenti del P.G. che, contro la volontà del primario, aveva voluto partecipare al concorso di seconda fascia per due posti di professore associato, non aveva accettato il relativo risultato che lo aveva visto soccombente rispetto ad altri due medici e aveva poi assunto iniziative sul piano giudiziario.

Il Tribunale valutò arbitraria la condotta dell’imputato, ritenendo le giustificazioni addotte come apparenti e fittizie sussistendo ben altre legittime soluzioni per porre rimedio ai suoi contrasti con il P.: se non avesse riposto in lui fiducia come medico, avrebbe dovuto allontanarlo definitivamente dall’attività sanitaria, mentre invece lo aveva lasciato responsabile nei turni di reperibilità e quando era solo nel reparto; se non lo avesse stimato come persona, lo avrebbe potuto adibire a compiti che non comportavano la compresenza con il direttore.

Per quanto concerne il capo B), il Tribunale accertò che rimputato aveva arbitrariamente esautorato dalle sue attribuzioni il dr. C.A., suo primo aiuto e vicario per nomina del Direttore generale dell’azienda ospedaliera (Delib. n. 140 del 24.2.2005), sostituendolo illegittimamente con il dr Ca. e ponendo il C. in terza posizione nella gerarchia del reparto, così inducendolo a trasferirsi presso l’ospedale di (omissis), con danno irreversibile per la sua attività professionale.

3. La Corte d’appello di Venezia, su impugnazione dell’imputato e del responsabile civile, con la decisione indicata in epigrafe ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, assolvendo l’ A. dal reato di cui all’art. 340 cod. pen. per insussistenza del fatto e confermando la dichiarazione di responsabilità per i reati di abuso d’ufficio; ha ridotto la pena inflitta a un anno di reclusione e la provvisionale da pagare a Euro 70.000,00.

La Corte territoriale, nel rigettare l’appello in ordine alle imputazioni di abuso d’ufficio, ha concluso rilevando che tutte le iniziative adottate dell’imputato nei confronti del P. e del C. furono “frutto di un unico disegno punitivo di persone con le quali erano insorti reali (o presunti) dissidi personali, risolti con decisioni arbitrarie”.

4. Ricorrono per cassazione l’imputato e la responsabile civile Azienda ospedaliera di Padova.

4.1. Il difensore dell’imputato deduce:

a) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), illogicità della motivazione in punto effetti discendenti dai provvedimento adottati dall’imputato (capo B dell’imputazione);

b) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza e contraddittorietà di motivazione quanto alla tipologia e all’effettivo contenuto dei detti provvedimenti, apoditticamente definiti come mezzi di commissione dell’illecito ai danni del dr C.;

c) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 323 c.p. per irrilevanza della violazione di prassi, delle norme contenute in contatti collettivi di lavoro, per l’impossibilità di postulare una violazione di legge con riferimento al D.P.R. n. 761 del 1979, art. 29 e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 (in relazione al capo B);

d) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 323 c.p. per insussistenza dell’elemento soggettivo (in relazione al capo A);

e) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza e contraddittorietà della motivazione relativamente agli interventi dell’imputato di cui al capo A);

f) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), contraddittorietà della motivazione sul tempo del commesso delitto in danno del dr P. e per il travisamento, per omissione, degli specifici riferimenti cronologici emersi dal dibattimento;

g) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), erronea applicazione dell’art. 133 c.p., comma 1, n. 2;

h) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), mancanza di motivazione circa i parametri di rapporto fra entità del danno ed offerta reale;

i) ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), illogicità della motivazione in punto parificazione – con fissazione di identica provvisionale – delle conseguenze dannose asseritamente cagionate al dr P. e al dr. C..

4.2. Il difensore del responsabile civile, Azienda Ospedaliera di Padova, ricorre contro tutte le disposizioni civili della sentenza relative alla condanna in solido con l’imputato in relazione al capo B (risarcimento del danno, pagamento della provvisionale, rifusione delle spese processuali) e deduce:

– violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) in relazione all’art. 323 c.p. e artt. 2043 e ss. c.c. per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e conseguente violazione delle norme sulla responsabilità civile da applicarsi nel processo penale, non essendo attribuibile all’Azienda alcuna responsabilità in ordine ai fatti contestati nell’impugnazione anche per illegittima parificazione tra responsabilità ex artt. 2043-2049 c.c. e responsabilità oggettiva;

– violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) in relazione all’art. 323 c.p. e artt. 2043 e ss. c.c. per mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla responsabilità dell’Azienda.

Motivi della decisione

1. Il ricorso dell’ A. è infondato e va rigettato per le ragioni di seguito esposte nella trattazione dei singoli motivi dedotti dal ricorrente, con l’avvertenza che le considerazioni in diritto valgono per entrambi gli addebiti mossi all’imputato.

2. Rileva innanzitutto il Collegio l’inammissibilità di tutti i motivi con cui il ricorrente deduce vizi di motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e (in particolare lettere a, b, e ed f dei motivi sopra indicati).

I giudici di merito hanno proceduto ad una accurata e approfondita disamina di tutti gli elementi rilevanti acquisiti, dando conto dei criteri di giudizio e esponendo fatti e vantazioni con motivazione completa e coerente, giuridicamente corretta ed indenne da contraddizioni e da vizi logici.

In particolare, lucida e coerente risulta la giustificazione sull’accertamento dei reali motivi ritorsivi personali e professionali che indussero l’imputato ad azioni e atti emarginanti e vessatori nei confronti delle due parti offese, con gravi e negativi effetti sulla loro vita professionale e personale: il dr P. G., dopo quattro mesi di emarginazione professionale, con lesione della sua professionalità e della sua immagine di chirurgo presso pazienti, colleghi, dottorandi e studenti, fu reinserito nella piena attività chirurgica del reparto soltanto a seguito di provvedimento del giudice del lavoro ai sensi dell’art. 700 c.p.c.; il dr. C.A., illegittimamente retrocesso al terzo posto della gerarchia chirurgica, dopo anni di esercizio di qualificata professione presso il reparto di urologia della prestigiosa università di Padova, si rassegnò (a seguito delle ripetute sollecitazioni, pressioni e condotte dell’ A.) a richiedere il più modesto incarico presso l’ospedale di (omissis).

Dalle sentenze dei giudici del merito emerge l’intenzione programmatica dell’ A. che, dopo essere uscito provato e agitato da un colloquio con il Preside della facoltà avvenuto il 10 marzo 2006, informò il dr C. che “avrebbe fatto dei morti professionali” e che tale suo intendimento doveva essere riferito a tutti gli altri in modo che ciascuno sapesse esattamente qual era l’idea del direttore. Di lì a poco seguirono i provvedimenti punitivi nei confronti dei due medici che avevano tenuto atteggiamenti non sintonici con la volontà del primario.

Ne consegue che le deduzioni che mettono in discussione tali accertamenti fattuali, sotto il profilo oggettivo o soggettivo, invocando una “contestualizzazione” dei provvedimenti in contrasto con quanto ritenuto dalla Corte territoriale, si risolvono in censure di fatto inammissibili in questa sede di legittimità.

3. Manifestamente infondati sono la denunciata inosservanza dell’art. 323 c.p. e il dedotto vizio di motivazione (motivo sub d ed anche sub f dell’elenco sopra sintetizzato) in relazione all’elemento soggettivo del contestato reato, commesso ai danno del dr P. G..

Per la configurabilità dell’elemento soggettivo dell’abuso d’ufficio è richiesto il dolo intenzionale, ossia la rappresentazione e la volizione dell’evento come conseguenza diretta e immediata della condotta dell’agente. Nel caso in esame le sentenze di merito – che si possono considerare unitariamente – hanno dato conto dell’intenzionalità del dolo, sottolineando la precisa volontà dell’imputato di colpire il P.G. nell’attività più importante e qualificante del chirurgo, sospendendone la crescita professionale e procurandogli danno professionale (mancato esercizio della chirurgia, mancata esperienza, mancati contatti e relazioni connessi all’attività chirurgica), alla reputazione e alla vita di relazione (il medico fu pubblicamente additato come diffamatore e disfattista e poi messo da parte), alla sfera psicologica, per l’effetto di umiliazione e svalutazione in lui determinato.

4. Inammissibile è anche il motivo sub g, con cui si denuncia la violazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) per erronea applicazione dell’art. 133 c.p., comma 1, n. 2, sull’assunto che uno dei quattro mesi di estromissione del dr P.G. dalle attività chirurgiche andava imputato a periodo feriale. A prescindere dalla mancata specifica deduzione di tale doglianza nell’atto d’appello, il Collegio rileva la manifesta infondatezza della censura, giacchè la gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reatò costituisce soltanto uno degli elementi di cui il giudice deve tenere nella determinazione della pena. Nel caso di specie, la Corte d’appello, nel ridurre l’entità della sanzione inflitta dal Tribunale per meglio adeguarla al caso concreto, ha tenuto in considerazione l’insieme degli elementi elencati nell’art. 133 c.p., e particolarmente la personalità dell’imputato, fissando la pena base in un anno di reclusione, ridotta a otto mesi per le circostanze attenuanti generiche e poi aumentata di un terzo per la continuazione con il capo B) dell’imputazione. In tale contesto, risulta irrilevante perciò la mancata specificazione della durata (tre anzichè quattro mesi) di durata dell’emarginazione della parte offesa.

5. Manifestamente infondato è il motivo sub h), che deduce mancanza di motivazione in ordine al diniego della circostanza attenuante di cui all’art. 61 c.p., n. 6 in quanto l’offerta reale fatta dall’appellante fu ritenuta dalla Corte d’appello non interamente satisfattiva della pretesa risarcitoria a fronte dell’entità del danno cagionato.

Avendo la Corte territoriale rimesso la quantificazione del danno al separato giudizio dinanzi al giudice civile, non può il ricorrente pretendere esplicita motivazione sulla entità di esso. Poichè il giudice d’appello ha ritenuto di concedere una provvisionale di 70.000 Euro, risulta implicitamente motivato che l’offerta di 50.000 non è interamente satisfattiva, tanto da risultare inferiore alla somma liquidata a titolo di provvisionale.

6. Inammissibile è infine il motivo sub i) che deduce vizio di motivazione sulla somma di Euro 70.000,00, liquidata a titolo di provvisionale in favore sia del dr C. sia del dr P..

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, condivisa dal Collegio, la pronuncia circa l’assegnazione di una provvisionale in sede penale ha carattere meramente delibativo e non acquista efficacia di giudicato in sede civile, mentre la determinazione dell’ammontare della stessa è rimessa alla discrezionalità del giudice del merito che non è tenuto a dare una motivazione specifica sul punto. Ne consegue che il relativo provvedimento non è impugnabile per cassazione in quanto, per sua natura insuscettibile di passare in giudicato, è destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento (Cass. n. 34791/2010, Rv. 248348, **********; n. 5001/2007, Rv. 236068, *******; n. 40410/2004, Rv. 230105, Farina).

7. Ammissibile, ma privo di fondamento, è invece il motivo sintetizzato sub c), variamente articolato nel ricorso dell’ A. nelle pagine da 9 a 25, con cui si deduce erronea applicazione dell’art. 323 c.p., con riferimento al capo B) dell’imputazione, per irrilevanza della violazione di prassi, delle norme contenute in contatti collettivi di lavoro, per l’impossibilità di postulare una violazione di legge.

Contrariamente a quanto si assume in ricorso, la sussistenza del reato di abuso d’ufficio in danno del dr C. (come del dr P.) non è stata ritenuta per avere l’imputato procurato intenzionalmente un danno ingiusto alla parte offesa in violazione di una prassi o di norme contenute in contratti collettivi di lavoro, bensì per precise violazioni di legge.

Il riferimento a prassi o a disposizioni di contratti collettivi, contenuto nella sentenza impugnata o in quella di primo grado, non vizia minimamente il ragionamento giuridico svolto dai giudici del merito, avendo essi assunto la violazione delle procedure e delle previsioni di contratto collettivo come indici sintomatici di violazioni di leggi, la cui applicabilità è stata infondatamente contestata dal ricorrente, a cominciare dal D.P.R. n. 781 del 1979, art. 29, D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15.

Va innanzitutto ribadita la correttezza del riferimento operato dai giudici del merito al D.P.R. n. 3 del 1957, art. 13, comma 3, in ordine alla violazione da parte dell’imputato del dovere di collaborazione.

Tale norma, che impone ad un pubblico dipendente un particolare dovere di collaborazione con tutti coloro che operano nella struttura amministrativa in cui egli è inserito, è ancora in vigore per i dirigenti medici, in quanto – nonostante la previsione del D.Lgs. n. 3 del 1993, art. 2 e del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 2 – la contrattazione collettiva per la dirigenza medica non ha mai disciplinato la materia e, perciò, non ha determinato la disapplicazione dell’art. 13. Questo, dunque, continua a disciplinare il comportamento del pubblico dipendente dirigente medico.

Da tale articolo, peraltro, secondo la condivisibile giurisprudenza del Consiglio di Stato, “deve desumersi una volontà normativa più ampia di quanto non possa apparire dalla formula letterale, per quanto riguarda i soggetti cui si riferisce il comma 3 dell’art. 13 cit., in modo cioè da ricomprendervi non soltanto superiori e colleghi in senso stretto, ma tutti coloro i quali siano chiamati ad assolvere, per conto della amministrazione di appartenenza, compiti sia pure indirettamente attinenti all’attività di organizzazione dell’ufficio cui il dipendente appartiene” (Consiglio di Stato, Sez. 4 Sent. n. 466 del 30/05/1994).

Anche la giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato il perdurante vigore del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 13, sia in ambito di personale pubblico non contrattualizzato (Cass. Sez. 6, n. 1777/2006, Rv. 233114, Abeysundera), sia in ambito di dirigenza medica, facendone specifica applicazione proprio con riferimento a caso analogo a quello in esame, ritenendo che il “primario di un ospedale è tenuto, quale pubblico dipendente, a prestare la sua opera in conformità delle leggi ed in modo da assicurare sempre l’interesse della pubblica amministrazione, in particolare ispirandosi nei rapporti con i colleghi, ai sensi dell’art. 13 dello statuto degli impiegati civili dello Stato, al principio di una assidua e solerte collaborazione. Sussiste, pertanto, il reato di abuso di ufficio con violazione di legge, secondo la nuova formulazione dell’art. 323 cod. pen., allorchè il medesimo ponga in essere comportamenti di vessazione ed emarginazione dei medici del reparto che non assecondano le proprie scelte” (che – nel caso in allora esaminato – erano volte a dirottare pazienti dall’ospedale ad una clinica privata) (Cass. n. 3704/1999) Rv. 213027, *****), mentre nel caso oggi in esame erano finalizzate ad una gestione autoritaria e “baronale” della clinica urologica sino alla punizione di due qualificatissimi professionisti, emarginandoli al fine di punirli ed indurli ad abbandonare la clinica padovana per altre destinazioni (finalità raggiunta per quanto riguarda il C. e fallita per il P. grazie all’intervento del giudice del lavoro).

7.1. Infondate sono pure le censure che il ricorrente ha avanzato in ordine alla ritenuta applicabilità del D.P.R. n. 781 del 1979, art. 29 e D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52 e del D.P.R. n. 761 del 1979, art. 63. Osserva il Collegio che, nel rapporto di pubblico impiego, pur privatizzato, e nella relativa contrattazione collettiva di carattere privatistico, permangano caratteri di specialità, da cui si deduce una particolare pregnanza e precettività del dovere di imparzialità nella concreta gestione dei rapporti di lavoro, come più volte ha sottolineato la Corte costituzionale (sentenze nn. 120/2012, 146/2008, 104/2007, 82/2003).

A tal proposito viene in rilievo l’art. 97 Cost.. La giurisprudenza di legittimità ha sovente negato che il reato di abuso d’ufficio possa sussistere nella forma della violazione del predetto articolo, nella parte in cui ha natura meramente programmatica e, perciò, generica e inutilizzabile in campo penale per la necessità di precisa e tassativa descrizione della norma incriminatrice.

Questa Corte ha, però, ritenuto che l’art. 97 Cost. può costituire parametro di riferimento per il reato di abuso d’ufficio nella parte in cui esso esprime un carattere immediatamente precettivo, in relazione all’imparzialità dell’azione del funzionario pubblico, che, nel suo nucleo essenziale, si traduce “nel divieto di favoritismi e, quindi nell’obbligo per l’amministrazione di trattare tutti i soggetti portatori di interessi tutelabili con la medesima misura” (Cass. n 25162/2008. Rv. 239892, *******).

E’ stato perciò condivisibilmente ritenuto che nella fattispecie di cui all’art. 323 c.p., il requisito della violazione di norme di legge può essere integrato anche soltanto dall’inosservanza del principio costituzionale di imparzialità della P.A., per la parte in cui esprime il divieto di ingiustificate preferenze o di favoritismi che impone al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio una precisa regola di comportamento di immediata applicazione (cfr. in termini: nn. 2745372011, Rv. 250422, *********** e 25162/2008, Rv. 239892, *******; e, più in generale, anche n. 9862/2009, Rv. 243532, *******; n. 155/2011, Rv. 251498; *****; Sez. 2, Sentenza n. 35048/2008, Rv. 243183, *******).

Ovviamente tale principio, già affermato per l’ipotesi di favoritismo, deve applicarsi anche al caso di vessazione, emarginazione e discriminazione motivata da ritorsione e finalizzata a procurare un ingiusto danno.

7.2. Si legge nella sentenza impugnata che “l’ A., da un lato, tolse al esternino la tenuta delle agende della sala operatoria e la relativa formazione degli organigrammi (e ciò era strumentale anche all’esclusione dagli stessi del dr. P.), attività per tradizione e per prassi affidate al vicario; dall’altro, stabilì che quest’ultimo lo potesse sostituire solamente in caso di contemporanea assenza sua e del terzo in ruolo, dr. Ca.”.

Ciò che rileva, in quest’ultima disposizione, non è di per sè la compilazione delle “agende”, bensì – attraverso l’ordine di servizio sulla preparazione dell’organigramma di reparto – la retrocessione del C. al terzo posto, così vanificando illegittimamente il ruolo di vicario.

Correttamente la Corte d’appello, analizzando l’ordine di servizio n. 96/06 del 29 agosto 2006, avente ad oggetto “organigramma attività di reparto” ha ritenuto che la disposizione data dal direttore A. (secondo cui il dr. C. subentrava soltanto in caso di assenza simultanea del Direttore e del dr. Ca.) trasformò in vicario il dr. Ca., retrocedendo illegittimamente il dr. C. e così determinando l’ingiustificata umiliazione e la perdita della posizione lavorativa da lui raggiunta, senza alcuna reale ragione organizzativa, ma soltanto per ritorsione nei suoi confronti.

Tale ordine di servizio, oltre a violare il D.P.R. n. 781 del 1979, artt. 29, D.Lgs. n. 165 del 2000, art. 52 e D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15, contrastava espressamente la delibera n. 140 del 24.2.2005 del Direttore generale, che aveva nominato il dr C. vicario del primario-direttore dell’unità operativa di urologia, e con le vincolanti procedure che (già oggetto in precedenza di norma primaria) erano previste dall’art. 11, comma 1, del contratto nazionale collettivo dell’area della dirigenza medico-veterinaria del servizio sanitario nazionale sottoscritto il 3 novembre 2005, per la nomina del sostituto. La “sostituzione” è infatti affidata all’azienda ospedaliera (e perciò al Direttore generale) su indicazione del responsabile della struttura complessa entro il 31 gennaio di ciascun anno. L’ A., pertanto, non aveva alcun potere di disporre modificazioni di tale provvedimento ed avrebbe dovuto attendere l’anno successivo per indicare il nome di un altro dirigente della medesima struttura diverso dal C..

Le elencate inosservanze vengono in rilievo come elementi di fatto, mentre sul piano normativo ai fini dell’art. 323 c.p., rileva la palese violazione dell’art. 97 Cost. nella parte immediatamente precettiva, che impone, come si è innanzi sottolineato, a ogni funzionario pubblico, nell’esercizio delle proprie funzioni, di non usare il potere che la legge gli conferisce per compiere deliberati favoritismi e procurare ingiusti vantaggi patrimoniali ovvero per realizzare intenzionali vessazioni o discriminazioni e procurare ingiusti danni, come quelli che, secondo la motivata ricostruzione dei giudici del merito, hanno caratterizzato la vicenda in questione ad opera dell’imputato.

8. Le ragioni sopra indicate rendono infondato anche il ricorso presentato dall’Azienda ospedaliera di Padova, responsabile civile, i cui motivi ripercorrono le doglianze dell’ A. in ordine al capo B).

Infondate sono altresì le doglianze più specificamente attinenti alla responsabilità dell’azienda ospedaliera, affermata – fuori da ogni ipotesi di responsabilità oggettiva – in considerazione dell’indiscutibile potere di vigilanza che all’azienda spettava sul suo dipendente A., vigilanza che non risulta essere stata esercitata con efficienza ed efficacia così da impedire la condotta illegittima dell’imputato e, comunque, rimediare con immediatezza agli effetti determinati da tale condotta.

9. Al rigetto dei ricorsi segue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione verso le parti civili delle spese, liquidate come da dispositivo.

 

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Condanna altresì il ricorrente A. a rifondere alle parti civili P.G.T. e C. A. le spese sostenute in questo grado e liquidate, per ciascuno, in Euro 4.200,00, oltre accessori di legge.

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Nulla la notifica dei Carabinieri fatta al difensore di fiducia dal fax rotto (Cass. pen. n. 41083/2012)

Redazione

Svolgimento del processo

Con ordinanza del 18.1.2012, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Palmi dispose la custodia cautelare in carcere di P.R., indagato per più episodi di tentata estorsione aggravata in concorso con R.F..

Avverso tale provvedimento l’indagato propose istanza di riesame, e il Tribunale di Reggio Calabria, con ordinanza del 10.2.2012, confermava l’ordinanza impugnata.

Ricorre per cassazione P.R., deducendo la violazione dell’art. 309 c.p.p., comma 8, per omesso avviso al difensore di fiducia. All’udienza del 9.2.2012 il difensore era assente, non essendogli stato notificato l’avviso di fissazione di udienza. Da un controllo degli atti contenuti nel fascicolo è poi emerso che i Carabinieri di ******** avevano ricevuto il fax per l’adempimento in data 3.2.2012, ma non avevano effettuato alcuna notifica; il dispositivo fax in uso alla Stazione non era funzionante sin dal 1.2.2012, e quindi nonostante l’attestazione di ricevuta fax riportasse esito positivo, i Carabinieri di ******** non avevano ricevuto alcunchè. Su richiesta dello stesso difensore, il Comandante rilasciava attestazione relativa al malfunzionamento dei macchinari fax, dichiarazione allegata in copia al ricorso.

Chiede pertanto l’annullamento dell’ordinanza.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato, e va accolto.

Risulta dagli atti del procedimento – che questa Corte può esaminare essendo state dedotte violazioni di natura processuale sulle quali il giudice di legittimità è giudice del fatto – che è stata regolarmente inviata dal Tribunale ai Carabinieri di ******** la richiesta di comunicazione della data dell’udienza al difensore, che la stessa è apparentemente pervenuta come da attestazione di ricevuta fax, ma che poi nessuna notifica è stata effettuata dagli stessi al difensore, a nulla rilevando – ai fini del procedimento – l’omissione sia dovuta a un malfunzionamento dell’apparato fax presente nella Stazione dei Carabinieri.

E’ evidente, infatti, che nella fattispecie è stata violata la disposizione di cui all’art. 309 c.p.p., comma 8, nella parte in cui assegna alla difesa tre giorni liberi tra la data di udienza per il riesame e la notifica del relativo avviso al difensore, violazione che è causa di nullità assoluta ed insanabile dell’ordinanza eventualmente resa dal tribunale (cfr. Cass. Sez. 6^, Sent. n. 47791/2003, Rv. 228444).

L’ordinanza impugnata va pertanto annullata per il rilevato vizio procedurale, ma la stessa, in quanto intervenuta nel termine di cui all’art. 309 c.p.p., comma 10 non determina la inefficacia della misura impugnata, posto che tale sanzione è collegata solo alla circostanza che nessun provvedimento sia stato adottato dal tribunale entro dieci giorni dalla ricezione degli atti (come da giurisprudenza costante, v. Cass. Sez. 2^, Sent. n. 30015/2009 Rv. 244720; Sez. un., 7 marzo 19%, ********, RV 203772).

Poichè dalla presente decisione non consegue la rimessione in libertà del ricorrente, deve disporsi – ai sensi dell’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter – che copia della stessa sia trasmessa al direttore dell’istituto penitenziario in cui l’indagato si trova ristretto perchè provveda a quanto stabilito dal citato art. 94, comma 1 bis.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata, e dispone la trasmissione degli atti al Tribunale di Reggio Calabria.

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Rigettata dalla Corte di Appello la richiesta di rinvio per legittimo impedimento (Cass. pen. n. 41188/2012)

Redazione

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Reggio Calabria con sentenza in data 5.04.2011, confermava la sentenza del Tribunale di Palmi del 26.11.2009, con la quale era stata affermata la penale responsabilità di R.G. , in relazione al reato di cui all’art. 73, d.P.R. n. 309/1990.
2. Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello di Reggio Calabria ha proposto ricorso per cassazione R.G. , a mezzo del difensore avv. R. V.
Con il primo motivo, viene dedotta la nullità dell’intero giudizio di appello, per violazione dell’art. 179, comma 1, cod. proc. pen. L’esponente rileva che la Corte di Appello ebbe a rigettare la richiesta di rinvio per legittimo impedimento avanzata dalla difesa, sul falso presupposto che il patrocinante non fosse l’unico difensore del R. Osserva che la Corte territoriale avanzò una generica richiesta alla Casa Circondariale ove il prevenuto risultava ristretto; e che i predetti uffici risposero che l’imputato risultava assistito da due difensori, gli avvocati R. V. e R. F.
L’esponente rileva che, in realtà, in data 2 aprile 2011 R.G. aveva revocato ogni difensore diverso dall’Avv. R. V., circostanza risultante dalla documentazione in possesso della direzione dell’istituto di pena. E sottolinea che in data 4 aprile 2011, giorno antecedente l’udienza nella quale venne trattato il presente procedimento, l’Amministrazione penitenziaria aveva inviato alla Corte di Appello di Reggio Calabria un telefax relativo all’estratto del Registro Modello IP1, contenente la revoca del mandato defensoriale.
Il ricorrente considera che l’Avv. V., unico difensore dell’imputato, in data 5 aprile 2011 non si trovava in aula. Osserva che la Corte di Appello si è basata su un atto di revoca consegnato in studio dal padre del detenuto – consegnato alla Cancelleria da personale dello studio, a titolo informativo – atto privo di ogni valenza giuridica, qualora al medesimo non faccia seguito la formale revoca del mandato effettuata presso il carcere. Rileva che detto atto non era stato posto in essere da un avvocato.
L’esponente sottolinea che nel medesimo frontespizio della sentenza impugnata risulta annotata l’intervenuta revoca, in data 2.4.2011, della nomina dell’avv. ********** che l’erronea valutazione dell’istanza di rinvio dell’udienza ha determinato il difetto di assistenza dell’imputato, con nullità assoluta ex artt. 178, comma 1, lett. c) e 179 comma 1, cod. proc. pen..
Con il secondo motivo la parte deduce il vizio motivazionale della sentenza impugnata, risultante dal testo del provvedimento.

 

Considerato in diritto

3. Il ricorso muove alle considerazioni che seguono.
3.1 Il primo motivo di ricorso è fondato.
Dalla documentazione acquisita agli atti, che questa Suprema Corte procede direttamente ad esaminare, a fronte di eccezione di natura processuale, con riguardo al tema che oggi viene in rilievo, risulta quanto segue.
Con ordinanza dettata a verbale d’udienza del 5 aprile 2011, la Corte di Appello di Reggio Calabria ebbe a rilevare che l’imputato R.G. risultava assistito da due difensori: l’Avv. R. V. e l’Avv. F. In considerazione della duplicità dei difensori, il Collegio considerava l’insussistenza delle condizioni per disporre il rinvio del processo ed ordinava procedersi oltre nel dibattimento.
Orbene, l’ordinanza ora richiamata è oggettivamente inficiata da un fraintendimento, in punto di fatto, che risulta dirimente, con riguardo alla composizione del collegio difensivo che assisteva l’imputato R. , alla data del 5.04.2011, in cui ebbe celebrarsi l’udienza di cui si tratta. Ed invero, dall’estratto del registro Mod. IP1 della Casa Circondariale di Palmi, risulta che il detenuto R.G. , con dichiarazione formalizzata già in data 2.04.2011, aveva provveduto alla revoca della nomina in favore dell’avv. ********, peraltro, l’obbligo di rilevare che al predetto fraintendimento, nel quale è incorso il Collegio giudicante, ha dato causa la stessa Casa Circondariale, la quale ebbe a trasmettere alla Corte di Appello la dichiarazione di revoca del difensore, resa dal detenuto il 2.04.2011, solo in data 7.04.2011, come si evince dalla missiva in pari data a firma del direttore dell’Istituto, pure acquisita agli atti.
Pertanto, stante la mancata presenza all’udienza del 5.4.2011 sia dell’imputato che dell’unico difensore fiduciario del medesimo prevenuto, avv. V., il quale aveva fatto pervenire alla Corte territoriale tempestiva istanza di differimento della trattazione del processo, per concomitante impegno professionale, deve considerarsi che la valutazione effettuata dalla Corte di Appello, con le richiamata ordinanza, circa l’insussistenza delle condizioni per disporre il richiesto rinvio – atteso che l’imputato sarebbe stato assistito anche da altro difensore di fiducia – risolvendosi nella omessa valutazione della richiamata istanza di rinvio, ha determinato il difetto di assistenza dell’imputato, con la conseguente nullità assoluta di cui agli artt. 178, lett. c) e 179, comma 1, cod. proc. pen. (cfr. Cass. Sez. 6, Sentenza n. 10376 del 22.01.2008, dep. 06.03.2008, Rv. 238926).
4. Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Reggio Calabria, per nuovo giudizio. Resta assorbita ogni altra ragione di doglianza.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Reggio Calabria.

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