Penale

Corte di Cassazione – VI sez. pen. – sentenza n. 1052 del 13-05-2021

Redazione

Le procedure e le attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza sono diverse a seconda della modalità di aborto. Invero, con la sentenza n. 14979/2013 anche la Corte di Cassazione Penale, Sez. VI, ha sostenuto che nell’aborto indotto per via farmacologica “la fase rispetto alla quale opera l’esonero è limitata alle sole pratiche di predisposizione e somministrazione dei farmaci abortivi, coincidenti con quelle procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza.”
É evidente che, in attesa di una probabile revisione della legge che tenga conto della diversità delle pratiche, anche in caso di aborto farmacologico prevalga una linea interpretativa restrittiva.
La ratio sottesa a tale scelta interpretativa, risiede nella volontà di proteggere la coscienza del medico solo quando subisca un grave perturbamento: ciò avviene solo se la sua condotta è causalmente idonea ad interrompere la gravidanza.

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Corte di Cassazione – II sez. pen. – sentenza n. 40324 del 07-06-2021

Redazione

La decisione in esame è assai interessante essendo ivi precisato quando è configurabile il reato di cui all’art. 473, c.p., nel caso di marchi regolarmente registrati.

Difatti, in tale pronuncia, citandosi giurisprudenza conforme, si afferma che il reato di cui all’art. 473, c.p., nel caso di marchi regolarmente registrati, può ritenersi astrattamente sussistente ove siano ravvisabili i connotati della condotta descritta dalla norma incriminatrice in questione ossia la materiale contraffazione o alterazione dell’altrui marchio postulandosi al contempo che queste due condotte consistono, rispettivamente, nella riproduzione integrale o nella riproduzione parziale del marchio originale fermo restando che la riproduzione deve essere di consistenza comunque idonea a creare la confusione con il marchio originale.

In particolare, è sostenuto in questo provvedimento che il requisito di confondibilità, nel senso appena precisato, non va riferito al momento dell’acquisto e alla prospettiva dell’acquirente ma va verificato nel rapporto di comparazione con il marchio genuino considerato altresì che, in tema di tutela del marchio, l’apprezzamento sulla confondibilità fra segni distintivi similari deve essere compiuto  non in via analitica, attraverso il solo esame particolareggiato e la separata valutazione di ogni singolo elemento, ma in via globale e sintetica, con riguardo, cioè, all’insieme degli elementi salienti – grafici, fonetici e visivi -, nonché tenendo conto che, ove si tratti di marchio “forte”, detta tutela si caratterizza per una maggiore incisività, rispetto a quella dei marchi “deboli”, poiché rende illegittime le variazioni, anche se rilevanti ed originali, che lascino sussistere l’identità sostanziale del nucleo ideologico in cui si riassume l’attitudine individuante.

Precisato ciò, in siffatta decisione, è infine asserito che, al contrario, nessun rilievo spiega la cosiddetta contraffazione grossolana considerato che il bene tutelato in via principale e diretta dalla fattispecie incriminatrice, non è la libera determinazione dell’acquirente, ma la pubblica fede, intesa come affidamento dei cittadini nei marchi e segni distintivi, che individuano le opere dell’ingegno e i prodotti industriali e ne garantiscono la circolazione, fermo restando che nemmeno ricorre l’ipotesi del reato impossibile qualora la grossolanità della contraffazione e le condizioni di vendita siano tali da escludere la possibilità che gli acquirenti siano tratti in inganno, similmente a quanto richiesto per l’ipotesi del reato di cui all’art. 474 c.p., considerato che ferma la diversità della condotta caratterizzanti le due fattispecie, la “res” oggetto della condotta è la medesima, di guisa che ricorrendo la “eadem ratio” si applica analogo principio.

Allo stesso modo, sono ritenuti irrilevanti i contesti commerciali nei quali i prodotti con il marchio contraffatto vengono diffusi ovvero le modalità della loro circolazione.

Tale pronuncia, quindi, anche perché si allinea lungo la scorta di un orientamento nomofilattico considerato, deve essere presa nella dovuta considerazione al fine di verificare la sussistenza del reato di cui all’art. 473, c.p. ove si verifichi un caso analogo a quello trattato in questa occasione.

Il giudizio in ordine a quanto statuito in codesta sentenza, proprio perché contribuisce a fare chiarezza su siffatta tematica giuridica, dunque, non può che essere positivo.

 

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Corte di Cassazione – III sez. pen. – sentenza n. 24138 del 21-06-2021

Redazione

La decisione in esame è assai interessante essendo ivi chiarito quando è configurabile la responsabilità del proprietario del fondo sul quale risulta realizzato un manufatto abusivo.

Difatti, in tale pronuncia, sulla scorta di un pregresso orientamento nomifilattico, dopo essere stato fatto presente che la titolarità di un diritto reale sul bene abusivamente realizzato o modificato costituisce un’informazione probatoria, un indizio (grave, non sempre univoco) di colpevolezza, ma non la sua prova, è postulato che la responsabilità del proprietario per la realizzazione di costruzione abusiva deve essere ricostruita sulla base di indizi e presunzioni gravi, precise e concordanti, desumibili certamente anche dalla disponibilità giuridica e di fatto del suolo e dal suo interesse specifico alla realizzazione del manufatto ivi esistente, pure allo stesso appartenente in virtù della disciplina civilistica dell’accessione fermo restando che l’individuazione del comproprietario non committente quale soggetto responsabile dell’abuso edilizio può essere desunta anche dalla presentazione della domanda di condono edilizio, dai rapporti di parentela o affinità tra terzo e proprietario, dalla presenza di quest’ultimo “in loco” e dallo svolgimento di attività di vigilanza nell’esecuzione dei lavori o dal regime patrimoniale dei coniugi oppure dalla presentazione di una denunzia di inizio di opere di manutenzione ordinaria e dalla successiva domanda di sanatoria delle opere realizzate.

In altri termini, ai fini della configurabilità della responsabilità del proprietario del fondo sul quale risulta realizzato un manufatto abusivo, può tenersi conto non soltanto della piena disponibilità, giuridica e di fatto, del suolo e dell’interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione (in applicazione del principio del “cui prodest”) ma altresì dei rapporti di parentela o di affinità tra esecutore dell’opera abusiva e proprietario, dell’eventuale presenza “in loco” di quest’ultimo, dello svolgimento di attività di materiale vigilanza dell’esecuzione dei lavori, della richiesta di provvedimenti abilitativi successivi, del regime patrimoniale dei coniugi e complessivamente di tutte quelle situazioni e comportamenti, sia positivi che negativi, da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove di una compartecipazione, anche solo morale, all’esecuzione delle opere da parte del proprietario.

In tale provvedimento, tuttavia, viene precisato che non esiste però un catalogo predefinito di indizi dai quali poter univocamente trarre la conclusione della responsabilità del proprietario per gli abusi edilizi commessi nell’area di sedime o sull’immobile di proprietà così come le direttrici principali di questi ragionamenti non devono costituire il mezzo per eludere il principio della responsabilità personale da reato e della sua affermazione oltre ogni ragionevole dubbio essendo comunque necessario che l’azione appartenga al proprietario sotto ogni profilo, oggettivo (e dunque causale) e soggettivo, e che in questa delicata opera ricostruttiva il Giudice penale si conformi ai principi di diritto penale sostanziale utilizzando gli arnesi probatori forniti esclusivamente dal codice di rito.

Tale sentenza, quindi, deve essere presa nella dovuta considerazione ogni volta si debba verificare la responsabilità penale del proprietario del fondo sul quale risulta realizzato un manufatto abusivo.

Il giudizio in ordine a quanto statuito in siffatta decisione, proprio perché contribuisce a fare chiarezza su cotale tematica giuridica, dunque, non può che essere positivo.

 

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Corte di Cassazione – V sez. pen. – sentenza n. 25683 del 06-07-2021

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La decisione in esame è assai interessante, oltre perché è ivi enunciato il principio di diritto in base al quale, in tema di accesso abusivo a sistema informatico, il reato di cui all’art. 615 ter c.p., è integrato non soltanto quando non ricorre il requisito dell’autorizzazione ad accedere alle banche dati, in quanto l’autore, pur astrattamente abilitato all’accesso, non è autorizzato in concreto a consultare le banche dati del sistema informatico (ipotesi di assenza del potere), ma altresì quando l’accesso sia eseguito per ragioni estranee a quelle per le quali gli è attribuita la facoltà (ipotesi di sviamento del potere, che presuppone la sussistenza del potere di accedere al sistema informatico), anche poichè, con essa, è chiarito quanto è configurabile il delitto preveduto dall’art. 361 cod. pen..

Difatti, in tale pronuncia, citandosi precedenti conformi, è asserito che integra il delitto di omessa denuncia di reato di cui all’art. 361 c.p., la condotta del pubblico ufficiale che ometta, ovvero ritardi, la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio, quando egli è in grado di individuarne gli elementi ed acquisire ogni altro dato utile per la formazione della denuncia stessa fermo restando che l’omissione o il ritardo del pubblico ufficiale nel denunciare i fatti di reato idonei ad integrare il delitto di cui all’art. 361 c.p., si verifica solo quando il p.u. sia in grado di individuare, con sicurezza, gli elementi di un reato, mentre, qualora egli abbia il semplice sospetto di una possibile futura attività illecita, deve, ricorrendone le condizioni, semplicemente adoperarsi per impedire l’eventuale commissione del reato ma non è tenuto a presentare denuncia.

Tale provvedimento, quindi, deve essere preso nella dovuta considerazione ogni volta si debba verificare la sussistenza o meno di questo illecito penale.

Il giudizio in ordine a quanto statuito in siffatta sentenza, proprio perché contribuisce a fare chiarezza su cotale tematica giuridica, dunque, non può che essere positivo.

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Corte di Cassazione – II sez. pen. – sentenza n. 26142 del 08-07-2021

Redazione

La decisione in esame è assai interessante nella parte in cui è ivi chiarito quando è inefficace l’atto di rinuncia al ricorso per Cassazione.

Difatti, in tale pronuncia, citandosi un precedente conforme, è asserito che è inefficace l’atto di rinuncia al ricorso per Cassazione non sottoscritto dall’indagato, ma dal solo difensore non munito di procura speciale, in quanto la rinuncia, non costituendo espressione dell’esercizio del diritto di difesa, richiede la manifestazione inequivoca della volontà dell’interessato, espressa personalmente o per mezzo di procuratore speciale.

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