INTRODUZIONE AL CONCETTO
DI "DANNI PUNITIVI"


di Andrea Sirotti Gaudenzi
Avvocato in Cesena

Una sentenza della Corte di Cassazione tedesca (BGH, 4 giugno 1992), occupandosi della possibilità di delibare e rendere esecutiva una sentenza californiana contenete una condanna per "punitive damages", ha efficacemente sintetizzato la natura e la ratio dell’istituto anglosassone dei "punitive or exemplary damages", vale a dire dei "danni punitivi".

La Budesgerichshof ha sottolineato come le finalità principali del "danno punitivo" siano:

  1. punire il colpevole per il suo malevolo comportamento, anche per poter evitare fenomeni di "giusitiza privata", vale a dire vendette non autorizzate;
  2. perseguire una finalità pedagogica, tentando di distogliere il colpevole, nonché la collettività, da comportamenti socialmente dannosi, quando la minaccia del solo risarcimento non possa costituire un valido deterrente;
  3. ricompensare la parte lesa, oltre al risarcimento, per l’impegno nell’affermazione del proprio diritto, che consente un rafforzamento dell’ordine legale;
  4. attribuire al danneggiato un compenso superiore all’importo del risarcimento, quando quest’ultimo appare inadeguato.

Inoltre, la Cassazione tedesca ha ricordato che nei Paesi in cui questo istituto viene riconosciuto, la determinazione dell’ammontare dei "danni punitivi" viene rimesso alla discrezionalità del giudice.

Nella sentenza in esame, è stato rilevato che la dichiarazione di esecutività della condanna al pagamento dei danni punitivi contenuta nella sentenza statunitense fosse ostacolata dal limite d’ordine pubblico espresso dal § 723, co. II, secondo periodo e § 328, co. I, n.4 ZPO. Infatti, l’ordinamento tedesco prevede quale conseguenza di un’azione illecita il risarcimento del danno e non anche l’arricchimento del danneggiato (l’impostazione è simile a quella italiana).

La Budesgerichshof, inoltre, ha ritenuto fondamentale sottolineare come la funzione punitiva e la funzione pedagogica, configurabili nell’istituto dei "punitive damages", siano proprie del diritto penale, stabilendo come non sia possibile l’esecuzione di una condanna per danni punitivi (peraltro –nella fattispecie- di notevole entità) in assenza di precise indicazione da parte del tribunale straniero in ordine ai criteri di determinazione della condanna.

La conclusione della Budesgerichshof, pur mostrando alcune timide aperture nei confronti dell’istituto anglosassone, non avrebbe potuto permettere il riconoscimento di una fattispecie così lontana dal sistema contenuto dal BGB, dato che una diversa soluzione avrebbe fatto saltare ogni limite posto ai principi in tema di risarcimento nel sistema tedesco.

 

Nel nostro ordinamento, non esiste alcun riferimento al "danno punitivo".

In passato, taluni hanno ravvisato la possibilità di configurare i "punitive damages" nell’ambito delle norme che disciplinano la facoltà del giudice di determinare l’ammontare del danno in via equitativa, nei casi in cui non sia possibile una precisa quantificazione.

Con una pronuncia datata 6 luglio 1989, il Pretore di Milano stabilì che, in questa operazione, il giudice deve tener conto della gravità della colpa individuale, della spesa per il ripristino, nonché del profitto conseguito dal trasgressore. Lo stesso Pretore, però, ritenne che tale tipo di liquidazione non dovesse essere confusa con il c.d. "danno punitivo", ma –nel caso de quo- rappresentasse semplicemente l’applicazione pratica dei criteri di liquidazione previsti dall’art. 18 L. 349/86.

 

Ultimamente, l’avv. Aldo Grassi del foro di Rimini ha posto l’attenzione sul primo comma dell’art. 96 c.p.c., che stabilisce: "Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza."

In particolare, l’avv. Grassi ha rilevato come la giurisprudenza dominante abbia riconosciuto alla disposizione dell’art. 96 c.p.c. una natura giuridica diversa dal principio generale indicato dall’art. 2043 c.c. (cfr.: Cass., sez. I, 7 maggio 1998, n.4624), riconoscendo un danno diverso da quello effettivamente patito dal danneggiato, a fronte di un comportamento scorretto tenuto dalla controparte.

 

Nel corso del primo convegno nazionale in tema di danni punitivi, svoltosi a Santarcangelo di Romagna lo scorso 5 marzo, si è posta l’attenzione sul comportamento scorretto delle parti processuali, che ricorda l’atteggiamento di chi agisce in maniera fraudolenta, in base a quello che i giuristi anglosassoni definiscono "cynical disregard".

Non sono mancati accenni ai frequenti casi in cui le assicurazioni resistono in giudizio per scoraggiare la parte attrice, in considerazione dei lunghi tempi che caratterizzano la giustizia italiana. Tale atteggiamento, tenuto solo al fine di giungere a transazioni penalizzanti per la parte lesa, non può che corrispondere al comportamento sanzionato dall’art. 96 c.p.c.

 

In base a queste considerazioni, si aprono suggestivi scenari.

In particolare, è stato sostenuto che, per non tradire lo spirito della disposizione ex art. 96 c.p.c., la condanna del giudice dovrebbe realizzare anche la funzione di deterrente nei confronti del responsabile del comportamento scorretto. Pertanto, è stato suggerito di applicare una sanzione rapportata alle condizioni economiche del soggetto responsabile (così come accade negli USA).
A questo proposito, è stato oggetto di approfondito esame la sent. n. 3264/99 del Tribunale di Rimini, che ha deciso sulla richiesta di condanna di una compagnia di assicurazione al pagamento di una cifra pari all’1% del capitale sociale, di fronte al comportamento scorretto della stessa, che aveva deciso di provvedere alla liquidazione del danno solo dopo nove anni dal momento in cui si era verificato il sinistro.