Analisi sul Welfare State

Analisi sul Welfare State

Mancuso Raffaele

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INTRODUZIONE

Il problema della povertà non risparmia i Paesi sviluppati, ed esiste anche in Italia. Peraltro, la povertà è solo una delle dimensioni dell’esclusione sociale, che comprende problematiche molto diverse fra loro, ma strettamente correlate, quali la marginalità, la precarietà economica, la deprivazione culturale, la solitudine, la carenza di legami familiari e sociali.

Nel corso degli ultimi anni, le politiche di lotta alla povertà ed all’esclusione sociale hanno assunto un rilievo crescente anche nella strategia dell’Unione europea. L’Agenda sociale Europea, approvata nel dicembre 2000 al Consiglio Europeo di Nizza, sancisce la rilevanza per l’Ue degli obiettivi di politica sociale ed individua come strumento fondamentale, tra gli altri, un istituto di garanzia che assicuri un livello minimo di reddito.

Oggi, quando si parla di esclusione si fa riferimento ad un mondo molto più ampio che in passato. Non più solo ad alcune aree o categorie decisamente emarginate; il problema dell’esclusione può riguardare anche segmenti di popolazione che in passato non venivano considerati. Ad esempio, possono essere esclusi giovani con difficoltà di accesso al mercato del lavoro o donne con figli a carico che hanno smesso di lavorare e fanno fatica a rientrare nel mercato, lavoratori colpiti da situazioni di crisi industriale.

Le tematiche del lavoro e dell’inclusione sociale sono strettamente correlate; fanno parte di una strategia complessiva, che comprende inclusione sociale, occupazione, sviluppo. La lotta contro l’esclusione sociale e la povertà dovrà essere considerata uno degli elementi trainanti per il processo economico e per lo sviluppo dell’occupazione.

Una delle sfide principali per la società italiana è la costruzione di un sistema sociale caratterizzato da uno sviluppo integrato e sinergico tra i sistemi economici, finanziari e di benessere sociale. Per reintegrare gli esclusi o per impedire che l’esclusione si riproduca anche in nuove forme occorrono scelte di natura politica, economica e sociale.

 

Ed occorre agire in primo luogo sulla povertà intesa come “insufficienza di reddito”.

  • ANALISI

Nella UE il 15% della popolazione, vale a dire circa 60 milioni di persone, è esposto al rischio di povertà (vive al di sotto della soglia del 60% del reddito mediano nazionale equivalente). In particolare, il 9% della popolazione UE è esposto a rischio persistente di povertà.

A livello nazionale l’Istat ha sviluppato negli ultimi anni una serie di stime sul fenomeno della povertà, ma non si è ancora giunti ad una definizione ottimale di concetti, metodi e misure per l’analisi della povertà1. I dati più aggiornati trovati 2 riguardano la povertà relativa.

La stima dell’incidenza della povertà relativa viene effettuata sulla base di una soglia convenzionale: la spesa media mensile per consumi. E’ considerata relativamente povera la famiglia che sostiene una spesa media mensile pari o inferiore a tale soglia, fissata per il 2004 in 869 euro circa. Tale valore costituisce la linea di povertà relativa (o ISPL – International Standard of Poverty Line) per una famiglia di due componenti.

In Italia le famiglie che vivono in condizione di povertà relativa sono, almeno, 6 milioni 786 mila individui (11,8% dell’intera popolazione). La maggiore incidenza di povertà tra gli individui, rispetto a quella tra le famiglie, conferma l’accentuata fragilità economica delle famiglie numerose.

La povertà relativa, peraltro, si allarga nell’ultimo triennio. Sia a livello nazionale, sia nelle ripartizioni Nord, Centro, Mezzogiorno d’Italia. Resta inalterato il profilo della povertà, che continua a riguardare soprattutto: famiglie numerose, anziani, Mezzogiorno.

In tutte le regioni del Mezzogiorno l’incidenza di povertà è significativamente più elevata rispetto al resto d’Italia complice l’arretratezza delle infrastrutture che allontana le imprese invece di attrarle.

Le famiglie numerose, con cinque o più componenti, presentano ovunque livelli di povertà elevati (oltre un quinto risulta povero); la percentuale sale nel caso di famiglie con membri aggregati e tra le famiglie con tre o più figli minori. Critica appare anche la condizione degli anziani: l’incidenza della povertà è superiore alla media, nelle famiglie con almeno un componente di oltre 64 anni di età e raggiunge il valore massimo quando i componenti anziani sono due o più.

Bassi livelli di istruzione, esclusione dal mercato del lavoro o bassi profili professionali si associano, ovviamente, alla condizione di povertà. Infatti, è povero appena il 4% delle famiglie con titolo di studio elevato (scuola media superiore ed oltre) ma la percentuale sale al 17,5% se la persona di riferimento non ha alcun titolo o ha conseguito la sola licenza elementare.

Inoltre, la percentuale di famiglie povere è più bassa se la persona di riferimento è occupata (6,7% se lavoratore autonomo, 8,2% se dipendente), mentre aumenta se è ritirata dal lavoro (12%) e soprattutto, se è in cerca di occupazione (28%). È povero il 33,4% delle famiglie con al proprio interno due o più componenti in cerca di lavoro.

 

Le famiglie a rischio povertà.

L’Istat utilizza altre due soglie per articolare maggiormente la classificazione delle famiglie in povere e non povere. Le ulteriori due soglie corrispondono all’80 ed al 120% di quella standard, convenzionalmente fissata per il 2003 in 869,50 euro. Così, possono essere individuati 4 gruppi di famiglie italiane. Quelle “sicuramente non povere” (con consumi elevati, oltre il 120%), quelle “a rischio di povertà” (con consumi tra la linea standard e il 120%), quelle “appena povere” (con consumi inferiore entro il 20% alla soglia standard) e quelle “sicuramente povere” (con consumi inferiori all’80% della soglia di 869,50 euro). Ebbene il 7,9% delle famiglie residenti in Italia risulta a rischio di povertà. Il 4,9% versa in condizioni di disagio estremo (non ci sono dati regionali. Solo quelli che seguono, riferiti al 2002).

 

L’intensità della povertà.

Con riferimento all’anno 2002, l’Istat ha sviluppato anche l’indicatore dell’intensità della povertà. 3 Vale a dire quanto, in media, la spesa delle famiglie povere si discosta in termini percentuali dalla linea di povertà (823,45 euro per l’anno 2002). In Italia questa percentuale è pari al 21,4%, nel Mezzogiorno al 22,8%.

Anche in questo caso, si usa articolare la classificazione, calcolando ulteriori linee di povertà pari all’80% ed al 120% di quella standard (corrispondenti rispettivamente, per il 2002, a 658,76 euro e 988,14 euro) e individuando vari gruppi di famiglie.

La definizione di povertà non si esaurisce nella carenza di risorse monetarie,ma riguarda una pluralità di dimensioni di natura sociale e culturale. Accanto alle tradizionali misure di povertà, è possibile considerare altri indicatori di carattere oggettivo, che misurano il disagio della famiglia indipendentemente dal livello di consumo, ma anche misure soggettive, che informano sulla percezione del disagio da parte delle famiglie.

L’analisi congiunta delle diverse dimensioni oggettive e soggettive della povertà rileva nelle famiglie povere piuttosto che in quelle non povere maggiori problemi legati al disagio abitativo, alla difficoltà di accesso ai servizi e di acquisizione di beni e servizi essenziali.

 

LE POLITICHE

Il contrasto alla povertà ed all’esclusione sociale è uno degli obiettivi strategici delle politiche comunitarie. In occasione del Consiglio Europeo di Lisbona si è dato avvio ad un nuovo importante sistema di coordinamento delle politiche di inclusione sociale, richiedendo agli Stati membri di predisporre Piani nazionali d’azione (NAP inclusione sociale), con l’indicazione di obiettivi specifici di breve e medio termine e l’indicazione degli strumenti messi in campo.

Il metodo comunitario del “coordinamento aperto” comporta la stesura di linee-guida a livello europeo e la contemporanea definizione di scadenze temporanee per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti; l’indicazione di indicatori e parametri di riferimento per la comparazione delle best practices; la traduzione delle linee-guida in politiche pubbliche nazionali e regionali; controlli, valutazioni e confronti.

L’Italia, sia nel primo NAP inclusione sociale del 2001, sia nel secondo del 2003, ha previsto interventi complessi, che riguardano tanto giovani in età scolare quanto gli anziani. In particolare il secondo Piano di azione nazionale (contro la povertà e l’esclusione sociale, presentato dal Consiglio dei Ministri il 31 luglio 2003) nel recepire il Libro Bianco del Welfare, ribadisce la centralità della famiglia nelle strategie nazionali a contrasto della povertà e dell’esclusione.

Il percorso delle politiche nazionali.

La necessità di adeguare l’insieme delle strutture del welfare italiano alle mutate condizioni della società, in linea con l’azione dei principali Paesi dell’Unione europea, ha ispirato i lavori della “Commissione Onofri”, istituita nel 1996. Il Rapporto conclusivo della Commissione aveva individuato cinque parole chiave attraverso cui leggere le possibili politiche di contrasto alla povertà: il reddito di cittadinanza, il reddito di base, il reddito di partecipazione, il reddito minimo garantito e l’imposta negativa sul reddito.

Fra le politiche di contrasto alla povertà nel quadro italiano ha assunto negli anni notevole importanza l’uso dei trasferimenti monetari, in particolare a sostegno della responsabilità familiare, quali: assegno per il nucleo familiare, assegno per nuclei con almeno tre minori e assegno di maternità. A questi si affiancano misure quali integrazione al minimo, indennità di accompagnamento, l’aumento delle detrazioni per familiari a carico. Interventi rivolti frammentariamente a specifiche tipologie di persone.

Tenendo conto dei lavori della Commissione e dopo un iter parlamentare non facile, è stata approvata la legge di riforma n. 328/2000 che intende assicurare “alle persone e alle famiglie un sistema integrato di interventi per garantire la qualità della vita, pari opportunità, non discriminazione e diritti di cittadinanza” e “previene, elimina o riduce le condizioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia…”.

La legge quadro ha riconosciuto e agevolato il ruolo delle ONLUS e del settore no-profit e, in generale, ha affidato delicate funzioni a Regioni ed Enti locali. Che hanno il compito di fissare le priorità operative, di definire gli standard specifici di prestazione, le modalità di gestione, il collegamento con i servizi sanitari e per l’impiego.

Le Regioni assumono quindi una responsabilità significativa nella realizzazione della riforma. Hanno una funzione fondamentale nella traduzione in norme e criteri concreti dei principi generali della legge. Hanno il compito di elaborare il Piano regionale degli interventi e dei servizi sociali, dove si integrano le politiche regionali socio-sanitarie, dell’istruzione, della formazione, del lavoro. Da questo dipendono i Piani di zona (aggregazione di Comuni piccoli, o Comuni medi, o zone dei Comuni più grandi) dove i Comuni specificano obiettivi e servizi.

In questo quadro si inserisce l’istituto del Reddito Minimo d’Inserimento, inizialmente previsto dal collegato alla finanziaria 1998 e attuato mediante il decreto legislativo n. 237/98. Il RMI è nato come una misura di contrasto alla povertà sotto forma di sostegno al reddito. Era destinato alle persone in situazione di difficoltà economica ed esposte al rischio di marginalità sociale. Le famiglie con reddito inferiore ad una certa soglia (nel 2000 pari a 520.000 lire per una persona sola; per i nuclei più ampi la soglia veniva moltiplicata per il parametro della scala di equivalenza ISEE) ricevevano un’integrazione fino al valore della soglia stessa e venivano inserite in programmi di reinclusione sociale (di tipo occupazionale, formativo, scolastico o riabilitativo). Superando per la prima volta la logica puramente assistenziale, data la previsione di un impegno attivo del beneficiario.

La sperimentazione ha evidenziato alcune criticità: il ruolo del patrimonio (sono state escluse tutte le famiglie proprietarie di un qualche patrimonio, anche se minimo, ad esclusione della casa di residenza, ed il vincolo è risultato inadeguato); nel reddito non si è tenuto conto del canone di locazione; è mancata la considerazione dei differenziali legati al territorio nel costo della vita.

Nel febbraio 2003 è stato pubblicato il “Libro bianco sul welfare”, che è stato presentato dal Governo quale “naturale proseguimento del libro bianco sul mercato del lavoro”. Si è delineato come una proposta di governo dei processi di trasformazione della società attraverso la concentrazione delle politiche sociali sulla famiglia e sulla questione demografica. Analogamente a quanto stabilito a livello europeo nel vertice di Nizza, il Libro contiene l’Agenda Sociale, che sarà aggiornata ogni due anni, la quale racchiude priorità ed interventi nel breve e medio periodo. In particolare, sono previsti interventi di lotta all’esclusione sociale da realizzare attraverso la politica dei redditi.

Il libro bianco sottolinea l’impraticabilità del Reddito Minimo d’inserimento e propone il Reddito di ultima istanza (RUI) come concordato da Governo e parti sociali nel Patto per l’Italia del luglio 2002.

La conclusione dell’esperienza del RMI giunge inaspettata e sorprendente4, data anche l’assenza di un dibattito istituzionale su pregi e difetti della misura. Ancora, dopo anni dalla prima enunciazione del RUI, è difficile rinvenire informazioni precise sulle caratteristiche dell’intervento. Il RUI dovrebbe intervenire là dove non riusciranno “ad arrivare le politiche per lo sviluppo dell’occupazione e per la redistribuzione del reddito su base fiscale”5. Fin dalla sua prima formulazione nel Patto per l’Italia, il RUI era inserito all’interno di un disegno che prevedeva il riordino e l’incremento degli ammortizzatori sociali ed il potenziamento e lo sviluppo delle politiche attive per il lavoro.

La logica dell’ultima istanza dovrebbe quindi configurarsi come un ulteriore livello di assistenza, che intervenga laddove gli altri strumenti (ammortizzatori sociali, mobilità) non arrivano (soggetti disagiati, giovani alla ricerca della prima occupazione, donne con responsabilità familiare non coperte da altre tutele) o non arrivano più (disoccupati di lunga durata).

Per richiedere prestazioni o servizi sociali e assistenziali non destinati a tutti cittadini (o comunque collegati nella misura o nel costo a determinate situazioni economiche) è indispensabile la determinazione dell’ Indicatore di Situazione Economica.

Introdotto con il decreto legislativo 109/1998 (modificato con D.Lgs.vo 130 del 3 maggio 2000), diventa ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) quando viene diviso per un parametro calcolato sulla base della composizione del nucleo familiare, secondo una scala di equivalenza fissata dalla legge.

Il D.P.C.M. n. 221 del 7 maggio 1999 (poi parzialmente modificato dal D.P.C.M. n. 242 del 4 aprile 2001) impone agli Enti che erogano prestazioni agevolate di applicare le disposizioni sull’ISE inizialmente in via sperimentale per 3 anni, fino a luglio 2002.

  • POSSIBILI MISURE DA ADOTTARE

– in via sperimentale, del Reddito di cittadinanza

Cos’è e cosa si prefigge

Una misura di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, volta al superamento delle condizioni di difficoltà dei cittadini aventi diritto ed alla promozione di percorsi di inclusione sociale, attraverso contributi monetari fino a € 350 mensili, e l’attivazione di programmi personalizzati mirati all’inserimento scolastico, formativo e lavorativo. La sperimentazione potrebbe avere, come in passato per latri strumenti, durata triennale e prevede misure di accesso gratuito ai servizi di reinserimento, interventi su misura per i singoli componenti della famiglia, borse di studio, sussidi per l’affitto e i trasporti. Finanziamento e regolamentazione della misura sarebbero di competenza della Regione in collaborazione con lo Stato, mentre ai Comuni andrebbe affidata la gestione organizzativa.

Destinatari dell’intervento

I cittadini Italiani, o provenienti dall’Ue, o i cittadini stranieri extra Ue, che:

– alla data di pubblicazione della Legge. istitutiva del reddito di cittadinanza, siano residenti da almeno 60 mesi in uno dei Comuni del territorio dello Stato;

– siano appartenenti ad un nucleo familiare, definito sulla base delle evidenze anagrafiche, che risulti complessivamente titolare di un reddito non superiore ad € 7000,00 lordi anni.

Ai fini dell’accesso al beneficio, il reddito sarebbe definito dal valore più alto tra quello risultante dalla certificazione ISEE del nucleo familiare per l’anno 2011 e quello stimato sulla base dei consumi relativi alle utenze domestiche, del valore di automobili e di proprietà, della casa di abitazione, per l’anno 2011 motocicli detratte le eventuali rate da pagare per i prestiti o mutui.

Per le persone senza fissa dimora il requisito della residenza si dovrebbe considera soddisfatto qualora esse risultino domiciliate in uno dei comuni dello Stato da almeno 60 mesi alla data di pubblicazione della legge o, in mancanza di domiciliazione siano nate in uno dei Comuni dello Stato. Il requisito della residenza nel territorio dovrebbe permanere per tutta la durata della sperimentazione, pena la decadenza dal beneficio del Reddito di Cittadinanza.

Procedure

I cittadini in possesso dei requisiti previsti che intendessero usufruire del Reddito di Cittadinanza dovrebbero presentare domanda al Comune di residenza, servendosi di un apposito modulo fornito dal Comune stesso.

Sulla veridicità delle dichiarazioni rese, dovrebbero svolti controlli da parte della Guardia di Finanza in collaborazione con l’Agenzia dell’entrate, accedendo alle opportune banche dati (es. le anagrafi Comunali, il Ministero delle Finanze, il PRA, Aziende fornitrici di energia elettrica, gas, servizi telefonici, con le quali dovrebbero essere stipulati appositi accordi). In caso di dichiarazioni mendaci l’interessato incorrerebbe nell’immediata decadenza dal beneficio, oltre che nelle sanzioni previste dalla normativa vigente dal c.p. es 640 c.p.

Entro le risorse disponibili, verrebbe stilata una graduatoria provvisoria degli aventi diritto al Reddito di Cittadinanza in ciascun ambito regionale o comunale, con provvedimento dell’Assessorato regionale competente o del comune capofila. Avverso la graduatoria provvisoria dovrebbe essere ammesso ricorso amministrativi nei modi e nei termini previsti per legge.

La Regione redigerebbe, a seguito della valutazione dei ricorsi, la graduatoria definitiva per l’intero Ambito Regionale e ne curerebbe la pubblicazione e la immediate trasmissione all’Agenzia delle Entrate che controllerebbe, a campione, i dati dichiarati dall’utenza.

In caso di accoglimento della domanda, a seguito dell’approvazione della graduatoria definitiva, il diritto al beneficio del Reddito di Cittadinanza decorrebbe dalla data di chiusura dei termini per la presentazione delle istanze di accesso.

Il Reddito di cittadinanza verrebbe erogato annualmente per la durata massima di 12 mesi, per il periodo della sperimentazione, fatti salvi i casi di decadenza dal beneficio.

Fonte di finanziamento

La Giunta Regionale dovrebbe essere il punto cardine di tale intervento ripartendo, sulla base delle disponibilità di bilancio e dei trasferimenti in tal senso inviati dallo Stato centrale, le risorse disponibili in relazione ai fabbisogni e tenendo conto della programmazione delle politiche sociali e del lavoro.

Per il primo anno di sperimentazione, le risorse ripartite tra gli ambiti territoriali dovrebbero conto di alcuni indicatori di disagio sociale:

1) dati di fonte INPS, relativi al numero di nuclei familiari con ISEE inferiore ad Euro 7.000;

2) popolazione residente al 31/12/2011 nello Stato;

3) indicatore composito, basato su dati demografici associati ad elementi di disagio (quali:

numero di famiglie composte da cinque o più componenti; numero di famiglie con uno o più componenti ultrasessantacinquenni; numero di famiglie monoparentali). 

– Sussidio per l’integrazione del reddito dei lavoratori colpiti da situazioni di crisi industriale

Cos’è e cosa si prefigge

Si tratterebbe di un intervento economico a finalità sociale rivolto a favore dei lavoratori colpiti dalla crisi industriale. Sorretto da un fondo speciale Regionale e Nazionale pari a €100 mln per far fronte alle conseguenze sociale della crisi che ha investito importanti aziende e settori industriali. Si dovrebbe prevedere l’assegnazione di sussidi a favore di persone che, a causa dell’interruzione temporanea o definitiva del lavoro svolto alle dipendenze altrui, anche sotto forma di collaborazione coordinata e continuativa, abbiano un indicatore di Situazione Economica Equivalente (ISEE) per l’anno 2011 non superiore a €20.000 lordi

Destinatari della misura

Potrebbero presentare domanda per l’ammissione al sussidio i soggetti con i seguenti requisiti:

• residenti nello Stato;

• licenziati o sospesi da aziende o enti pubblici;

• con un indicatore di Situazione Economica Equivalente (ISEE) dell’anno 2011 di ammontare minore o uguale a €20.000 ;

• che nel periodo intercorrente tra il 1.1.2011 ed il 31.12.2011 rientrino in una delle seguenti condizioni:

1. lavoratori in C.I.G. a zero ore per almeno 4 mesi, consecutivi o considerati in un arco di 6 mesi ;

2. lavoratori che abbiano percepito l’indennità di disoccupazione ordinaria erogata dall’INPS;

3. lavoratori in mobilità, sia indennizzata che non indennizzata;

4. lavoratori dipendenti da imprese artigiane sospesi dal lavoro per almeno 4 mesi, consecutivi o considerati in un arco di 6 mesi;

5. lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa o con contratto a progetto (ex art. 61 del Dlgs 276/2003) della durata minima di 12 mesi con un unico committente, interrotto per almeno 4 mesi consecutivi o considerati in un arco di 6 mesi.

Il sussidio verrebbe riconosciuto ai soggetti che dichiarano la propria disponibilità alla partecipazione ad eventuali azioni di politica del lavoro, compatibilmente con il proprio stato occupazionale, rispondendo al bando Nazionale o Regionale.

Ma mancata partecipazione ad iniziative regionali o comunali di lavori utili alla collettività , senza giustificazione, costituirebbe decadenza dal beneficio.

Risorse finanziarie:

Le risorse disponibili dovrebbero essere almeno €100 mln e verrebbero erogate con le seguenti modalità:

1. per i soggetti con valore ISEE fino a € 10.000, sussidio lordo pari a €4.000

2. per i soggetti con valore ISEE compreso tra euro €10.000 e €20.000, sussidio lordo pari a €5.000

Le graduatorie dovrebbero essere formulate applicando come criterio di ordinamento il valore dell’indicatore ISEE dei soggetti richiedenti.

Il sussidio verrebbe erogato dall’INPS in due tranche, entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ammissione dall’organismo preposto alla valutazione delle domande e la seconda trance entro 60 gg dalla trasmissione della documentazione e graduatorie all’Agenzia Entrate o Guardia di Finanza.

– Introduzione di buoni per l’affitto o di prestiti sull’onore a favore delle famiglie e dei cittadini in difficoltà

  1. Buoni per l’affitto.

Erogazione ai conduttori di contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione, a favore delle famiglie in difficoltà. La misura farebbe riferimento al riparto fra le Regioni del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso delle abitazioni in locazione (legge n. 431/98). Sarebbero ammessi all’erogazione dei contributi i soggetti che alla data della presentazione della domanda siano in possesso dei seguenti requisiti:

1.cittadinanza italiana o di uno Stato Ue o di uno Stato extra Ue (per gli stranieri che siano muniti di permesso di soggiorno o carta di soggiorno ai sensi del D. Lgs. n. 286/98);

2. titolarità di un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato ai sensi dell’ordinamento vigente, regolarmente registrato presso l’ufficio del registro;

3. residenza nel territorio dello Stato e nel Comune o Regione in cui viene presentata la domanda di contributo nonché nell’alloggio oggetto del contratto di locazione.

Per ottenere il contributo, dovrebbero presentare domanda le famiglie con valore ISE (Indicatore della Situazione Economica) non superiore a 20.000 euro e valore ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente riferito alla composizione del nucleo familiare) non superiore a 10.000 euro. L’incidenza minima del canone di locazione sul valore ISE dovrebbe essere dal 14% al 24%, a seconda delle diverse fasce.

Il contributo dovrebbe essere calcolato sulla base dell’incidenza del canone annuo, al netto degli oneri accessori, sul valore ISE (Indicatore della Situazione economica):

– Fascia A: il contributo è tale da ridurre l’incidenza al 14%, per un massimo di EURO 3.100,00

– Fascia B: il contributo è tale da ridurre l’incidenza al 24%, per un massimo di EURO 2.325,00

Nel caso di canone di locazione mensile superiore ai limiti di seguito indicati, al netto degli oneri accessori, l’incidenza sarebbe calcolata assumendo come base di calcolo l’importo del canone massimo mensile:

Comune Canone massimo mensile €

Inferiore a 20.000 abitanti 520,00

Compreso tra 20.000 e 200.000 abitanti 620,00

Superiore a 200.000 abitanti e comuni capoluogo di provincia 770,00

B) Prestiti sull’onore. Intervento sociale di micro-credito, a sostegno di persone, singole o in coppia, che abbiano (o stiano per avere) figli e che si trovino in condizioni di momentanea difficoltà economica. Si tratterebbe di un intervento di nicchia, ma che se usato bene potrebbe avere ricadute notevoli, consentendo a molte famiglie di fermarsi al di qua della soglia di povertà.

Lo Stato dovrebbe sottoscrivere convenzioni con il sistema creditizio ed impegnandosi al pagamento delle quote degli interessi sul prestito e a far fronte ad eventuali insolvenze.

Come potrebbero funzionare:

Valore: da un minimo di 500 a un massimo di 6mila euro; periodo di restituzione: tra 1 e 4 anni. Potrebbero richiedere il prestito, rivolgendosi al proprio Comune e Regione, persone singole o in coppia che hanno o stanno per avere figli e che si trovano in disagiate condizioni economiche. I limiti di reddito sarebbero gli stessi previsti per gli assegni famigliari. I beneficiari non pagherebbero gli interessi (provvederebbe appunto lo Stato). Nel caso di insolvenza, la convenzione dovrebbe prevedere la possibilità di concordare con il beneficiario una sospensione del pagamento (per far fronte a difficoltà temporanee). Nel caso di oggettiva e assoluta impossibilità del beneficiario di proseguire il pagamento, dopo le opportune verifiche da parte della Guardia di Finanza, sarà lo Stato a rimborsare il prestito alla o alle Banche convenzionate.

 

– Agevolazioni per l’accesso al credito degli “atipici”

Ideazione di nuove forme di garanzia per tutti i lavoratori atipici che hanno strutturalmente un difficile accesso al credito. Senza garanzie fideiussorie una banca oggi non è in grado di concedere finanziamenti, tanto meno a medio/lungo termine, a lavoratori con contratto a tempo determinato (in primis i co.co.pro) e che sostanzialmente non sono assimilabili ai lavoratori autonomi ma neppure ai lavoratori dipendenti. E’ dunque il credito a dover cambiare. C’è bisogno di una politica generale per le nuove forme di lavoro, per le nuove lavoratrici ed i nuovi lavoratori. Anche perché il fenomeno è in chiara crescita e riguarda giovani ma anche persone con oltre i 30/35 anni, che fanno di queste forme di lavoro la condizione della loro vita.

Attraverso un Fondo di garanzia, lo Stato e la Regione potrebbe impegnarsi in difesa dei lavoratori in situazione di precariato, in modo da facilitarne l’accesso al credito ed in particolare ai mutui prima casa.

Tali politiche di welfare dovrebbero essere affiancate, ad incentivi e sgravi alle imprese che scelgano la stabilizzazione degli atipici.

– Introduzione di Voucher di solidarietà

voucher che consentirebbero ai cittadini in condizione di particolare difficoltà di accedere a farmacie, panifici, supermercati e negozi di abbigliamento, accreditati. I voucher potranno essere acquistati da imprese/fondazioni/banche o da singoli cittadini e distribuiti in sostituzione di aiuti in denaro. Si potrebbe affidare la distribuzione dei voucher ad associazioni no profit/onlus.

– Contributi in favore dei soggetti che abbiano perso il posto di lavoro

A) potrebbero essere istituiti contributi – rivolti ai datori di lavoro privati – per l’assunzione di soggetti che abbiano perso il posto di lavoro a causa di situazioni di grave difficoltà occupazionale connessa a rilevanti situazioni negative aziendali, settoriali o territoriali.

I soggetti da assumere dovrebbero:

a) essere in stato di disoccupazione

b) o essere in cassa integrazione/mobilità.

c) Inoccupati da almeno 24 m,esi

Le aziende dovrebbero rispettare ed aver rispettato le vigenti normative in tema di sicurezza del lavoro d.lgs 81/2008 e s.m.i

Il contributo andrebbe concesso per assunzioni a tempo indeterminato. E’ pari a 10.000,00 euro per ciascun assunto, per i primi 12 mesi (decorrenti dal giorno dell’assunzione). Tale contributo dovrebbe essere aumentato del 20% qualora si tratti di assunzioni di donne o di lavoratori over 40. Nel caso di assunzione part time, dovrebbe essere ridotto in proporzione.

Potrebbero essere individuati settori di attività da privilegiare.

Il contributo dovrebbe essere restituito se il lavoratore nel quinquennio successivo venisse licenziato a prescindere dalla causa.

B) analogamente, potrebbero essere concessi contributi da restituire senza interessi a favore delle imprese costituite da soggetti che abbiano perso il posto di lavoro, a causa di situazioni di grave difficoltà occupazionale connessa a rilevanti situazioni negative aziendali, settoriali o territoriali. Potrebbero essere ammesse a contributo, nel limite del 50% delle spese ammissibili, le spese di investimento (per l’acquisto di macchinari e attrezzature, mobili ed elementi di arredo strettamente funzionali all’attività d’impresa; macchine per ufficio e software; automezzi per il trasporto di cose o persone) e le spese relative alla stipula di garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa.

1 E’ opinione dello stesso Istituto. , sul sito www.istat.it

2 Febbraio 2005

3L’indicatore è stato sviluppato all’interno di uno studio, pubblicato nel dicembre 2003, che per la prima volta ha fornito dati sulla povertà territorialmente disaggregati. Le stime di povertà sono state costruite raccogliendo informazioni su situazioni di deprivazione e di disagio quali: caratteristiche abitative e della zona di residenza, accesso ai servizi di base, aiuti economici ricevuti, percezione della condizione economica della famiglia e delle difficoltà finanziarie. Al fine di delineare un quadro articolato dei diversi aspetti, non solo monetari, dell’inclusione/esclusione sociale.

Va precisato, peraltro, che l’Istat è impegnato in un’attività di verifica del paniere di povertà assoluta e che la verifica ha già messo in luce alcuni limiti: ad esempio l’opportunità di includere nel paniere altri costi.

4 Rapporto ISAE – ottobre 2004

5 Commissione Indagine Esclusione Sociale – Rapporto sulle politiche contro la povertà (2003) istituita ai sensi della L.328/2000 con il compito di effettuare ricerche sulla povertà e l’esclusione sociale, di promuoverne la conoscenza e di formulare proposte per rimuoverne le cause.

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