Ammortizzatori sociali tra misure di welfare e misure di workfare

Ammortizzatori sociali tra misure di welfare e misure di workfare

Mancuso Raffaele

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Le dinamiche evolutive del welfare state  tradizionalmente incarnate dal modello “fordista” di solidarietà sociale (basato, come noto, sulla produzione di massa, sulla grande fabbrica, sul lavoro dipendente a tempo pieno ed indeterminato) -, nonché le sottostanti logiche di stampo protezionistico funzionalmente connesse alla difesa dei posti di lavoro e del reddito dei lavoratori,

sono entrate progressivamente in crisi. mentre le politiche occupazionali – tradizionalmente impostate sulla salvaguardia incondizionata dei posti di lavoro – tendono gradualmente a ridimensionarsi, in ossequio alle indicazioni provenienti dall’Unione europea.

In questa cornice, contrassegnata da  mutevole contesto economico, ma anche dalla ricerca di nuovi equilibri e dall’emersione di nuove istanze di protezione sociale, sta progressivamente affiorando la tendenza ad una “rivisitazione” del concetto di “diritto al lavoro” di cui all’art. 4 della Costituzione.

 A manifestarsi, dunque, sarebbe l’esigenza di “riesaminare” – e, se del caso, “adeguare” – la lettura del concetto costituzionale di “diritto al lavoro” in relazione al “nuovo” scenario economico, politico e sociale, cercando di contemperare le (pur sempre legittime) aspettative di tutela dei lavoratori alla salvaguardia del posto di lavoro con la nuova dimensione del mercato del lavoro e, più in generale, del welfare state.

 Le istanze di riforma del sistema di ammortizzatori sociali affondano le proprie radici negli anni ‘70, anni in cui il sistema, sotto la spinta della crisi economica e dell’accentuarsi delle emergenze occupazionali, ha cominciato a subire “una vera e propria mutazione genetica.

A fronte dell’elevato grado di criticità raggiunto dal sistema, nessun intervento riformatore si è registrato sino agli inizi degli anni ‘90, allorquando la l. n. 223/1991 producendo la rivisitazione dei trattamenti straordinari di cassa integrazione ed istituendo l’indennità di mobilità, i provvedimenti normativi di volta in volta succedutisi nel tempo si sono prevalentemente limitati a disciplinare profili specifici. E ciò, a ben guardare, soprattutto in ragione della persistente situazione di emergenza occupazionale, che induceva i governi a ricorrere sempre più spesso a normative di urgenza ( ad esempio, dei numerosi decreti legge adottati nel periodo 1992-1995)  Si è andata così affermando una tendenza legislativa che, oltre a perdere di vista l’obiettivo primario di un’organica riforma degli ammortizzatori sociali, ha ingenerato un processo di “di “frammentazione delle tutele

Dal punto di vista generale, invece, l’incapacità del legislatore di procedere secondo direttrici coerenti ed uniformi ha condotto, come già accennato, ad una vera e propria “stagnazione legislativa” in materia, rendendo sempre più impellente l’esigenza di un riassetto generale del sistema degli ammortizzatori sociali, rimasto sinora solo sulla carta.

 Non è dato sapere, al momento, quali siano i tempi, le modalità e i contenuti di un eventuale intervento di riordino degli strumenti di protezione sociale contro la disoccupazione.

È principalmente sul piano politico, infatti, che si gioca la partita della riforma degli ammortizzatori sociali.

 Sarebbe dovereso per il legislatore a sommesso avviso dello scrivente, sotto altro profilo,soffermarsi sulle forme di interazione esistenti tra misure di protezione dalla disoccupazione e tutele giuslavoristiche – anche alla luce del processo di superamento del rapporto di lavoro subordinato “stabile” e a tempo pieno quale fattispecie negoziale  prevalente – nonché, più in generale, tra misure di welfare e misure di workfare.

Come pure, altrettanto doverosamente, sarebbe approfondire i rapporti tra schemi di tutela a sostegno del reddito e “nuove” forme di discontinuità occupazionale, in un’ottica di possibile contemperamento delle esigenze di tutela dei lavoratori con le contrapposte necessità di flessibilizzazione del mercato (la cosiddetta “flexicurity”),resta comunque il fatto che le “coordinate” di tutela entro cui muoversi dovranno essere giocoforza rispettose dell’art. 117 Cost., così come novellato dalla legge costituzionale n. 3/2001, che individua i “nuovi” criteri di ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regioni.

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