inserito in Diritto&Diritti nel luglio 2004

Europeismo e mondialismo nella politica estera italiana degli anni ’50. La conferenza di Messina e l’entrata dell’Italia  nell’ONU: due momenti importantissimi della storia nazionale.

Giovanni Fàngani Nicastro

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I  N  D  I  C  E

Introduzione……………………………………………..……..        ….     pag. 03

Cenni sulla Conferenza di Messina...................................……..        ….     pag. 09

Cenni sull’entrata dell’Italia nell’ONU.........……………………...     pag. 19

Considerazioni conclusive.........………………………...…………   pag. 25

Bibliografia......................................................................………….          pag. 27

Introduzione.

 

            Il primo maggio 2004 non è stata festeggiata soltanto la giornata dei lavoratori, ma anche l’ammissione all’Unione Europea di dieci nuovi stati membri[1] ...

         Per le strade e per le piazze di Strasburgo,  Dublino, Buxelles[2] e di altre città europee vi sono state cerimonie e celebrazioni dell’evento; corpi bandistici e cori hanno intonato brani musicali e canti, primo tra tutti l’inno alla gioia di Beethoven[3] ed hanno festeggiato la nuova Europa i cui dati di riferimento tra qualche anno, risulteranno sensibilmente modificati: il continente si estenderà su una superficie maggiore all’attuale di circa il 34%, mentre sul piano demografico conterà una popolazione di circa settantacinquemilioni di persone in più rispetto ad oggi.

         I nuovi paesi membri che entreranno a far parte dell’UE saranno: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.

            La realizzazione di un  progetto così ambizioso avvenuta in questi ultimi anni  è però legata alla storia lontana dai nostri giorni e  a cui ritengo sia necessario e opportuno fare un breve cenno.

            Le origini dell’Unione Europea, senza considerare  quelle antichissime greco – romane,  si perdono nel corso dei secoli: pare che vengono attribuite al giurisperito francese Pierre Dubois[4] il quale aveva ideato una confederazione di stati europei con a capo un consiglio di uomini saggi e fedeli. Siamo tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo.

            Il progetto però non trovò spazi di realizzazione.

            Diversi uomini illustri del più recente passato, com’è noto, analizzarono altri progetti che vedevano, ognuno a proprio modo, una Europa unita idealmente e politicamente. Per citarne soltanto alcuni, a titolo esemplificativo, Jean Jacques Rousseau, Immanuel Kant, Henri de Saint-Simon.

            Sembra, poi,  che vi sia stato, intorno alla seconda metà del 1800, un tentativo di costituire una Europa Unita sotto un profilo strettamente economico. Oggi sarebbe più giusto definire l’iniziativa come il tentativo della “costituzione della prima banca europea”. La missione, sotto l’egida dello Stato Pontificio, venne affidata al Ministro degli Esteri della Santa Sede (all’epoca un laico) che si recò in Francia per iniziare le trattative con gli altri Stati ... Poi, però, non spiegò gli effetti desiderati, anche perché, frattanto, si verificò  un evento di considerevole portata: la presa di Roma da parte del Regno sabaudo.

         Nel secolo scorso, dopo la prima guerra mondiale, altri eminenti rappresentanti del mondo politico e intellettuale[5] si occuparono dell’argomento, ma anche questa volta vanamente.

         Soltanto dopo la conclusione del secondo conflitto, si aprì uno scenario fino ad allora mai esistito che consentì, a causa di contrasti, tensioni e opposizioni tra le due superpotenze vincitrici (USA da un lato e URSS dall’altro lato), la realizzazione di due blocchi contrapposti sia sul piano  politico che su quello economico.

         Un aspetto rilevante sicuramente fu l’interesse degli USA a favorire le iniziative volte all’ attuazione di una Europa Unita, in area occidentale,  basata sulla libera iniziativa imprenditoriale e sull’economia di mercato.

         Ciò avrebbe permesso, tra l’altro,  agli statunitensi, come poi in effetti è avvenuto, di evitare che i sovietici, già attestati nell’Europa orientale con differenti sistemi politici ed economici, invadessero altri Stati, quali l’Italia e la Francia.

         In tale contesto veniva delineato l’ “European Recovery Program” più noto al mondo come “Piano Marshall” dal nome del suo ideatore George Marshall, Segretario Generale degli USA, in carica nel 1947.  Il programma stabiliva una serie di agevolazioni finanziarie agli stati dell’Europa occidentale sconvolti e distrutti dalla guerra.

         Gli aiuti economici erogati dall’America dovevano essere gestiti dalla costituenda Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE) che fu istituita nel 1948. Venne così concepita, sotto l’aspetto prevalentemente finanziario, l’Europa Unita.

         Anche sul piano militare, come si sa, i paesi dell’Europa occidentale, nel successivo 1949, si organizzarono, sotto l’egida degli USA, dando vita all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (OTAN, più conosciuta come NATO).

         Nello stesso anno venne istituito il Consiglio d’Europa con il precipuo fine di favorire una forma di collaborazione politica tra gli stati membri per la reciproca tutela.

         Qualche tempo dopo venne resa la cosiddetta “Dichiarazione Schuman[6]” dal nome del Ministro degli Esteri francese dell’epoca e in realtà frutto delle politiche volte all’unione economica europea e  propugnate anche dalla Germania di Adenauer [7] e dall’Italia di De Gasperi.

         Effettivamente, però, la proposta del Ministro francese tendente a mettere in comune le risorse del carbone e dell’acciaio delle nazioni del vecchio continente, ebbe i consensi, oltre che della Germania occidentale, dell’Italia, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo.  Non vi aderì il Regno Unito, forse come autorevolmente sostenuto, nel timore di alterare gli equilibri all’interno del Commonwealth, ma fondamentalmente per non intaccare in alcun modo la sovranità.

         Venne così iscritta la nascita della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio  meglio conosciuta come CECA, con decorrenza giuridica a partire  dal 1952.

         Sulla falsariga della CECA e in uno scenario internazionale un po’ preoccupante anche per i fatti della guerra di Corea, venne ideato il progetto per la realizzazione della Comunità Europea di Difesa (CED) che però non riscosse i successi desiderati:

in parte per i contrasti connessi al riarmo della Germania appoggiato dagli Stati Uniti, ma ostacolato dalla Francia;

in parte per l’assenza della Gran Bretagna, che – come aveva opposto il rifiuto per la CECA – non aderì nemmeno alla CED, probabilmente a causa di quella sua innata avversione per “gli accordi a sei” che tendevano a escluderla o a chiamarla per ultima;

 nonostante le insistenze dei grandi statisti De Gasperi, Adenauer, Schuman e  l’appoggio degli Stati Uniti d’America; l’iniziativa sarà destinata, dopo un periodo di stasi, al fallimento;

in quegli anni il grande statista italiano Alcide De Gasperi, autorevolmente definito come “uno dei padri dell’Europa”,  uscì prima dalla scena politica, poi da quella terrena, lasciandosi alle spalle tanti successi e lavori in ambito internazionale e nazionale e tra gli altri  la “questione di Trieste”;

il sovietico Stalin morì rallentando, tra l’altro, la tensione tra i due blocchi contrapposti.

Era il 1954.

La scena politica europea non appariva gran che chiara.

 

 

Nelle pagine che seguono cercherò di descrivere, senza pretese di esaustività,  alcuni aspetti della politica estera dell’Italia a partire da questo periodo con particolare riferimento a due significativi eventi che rappresentano gli obiettivi della nostra diplomazia:  la Conferenza di Messina e  l’entrata dell’Italia nell’ONU.

 

Cenni sulla Conferenza di Messina.

Premetto che ho desiderato accennare a questo straordinario evento non solo per un personale legame con la “città dei due mari”[8], ma anche perché ritengo, come sostenuto da fonti autorevoli, che questo avvenimento, a volte trascurato dai libri di storia, rappresenta un punto cardine per la costruzione dell’Europa Unita.

Il protagonista e organizzatore della conferenza è il Ministro degli Esteri italiano dell’epoca, il Professor Gaetano Martino, messinese, insigne medico, già Rettore Magnifico delle Università di Messina e  “La Sapienza” di Roma. Sembrerebbe che l’idea di scegliere la sua città gli sia venuta per due ordini di motivi.

Il primo viene individuato nel fatto che Messina, città antichissima, a seguito del terremoto del 1908 era stata rasa completamente al suolo e poi interamente ricostruita.

Il secondo, di più ampio respiro geo-politico, era dato dal fatto, che dopo il menzionato fallimento del trattato CED, le speranze di tutti vertevano su una questione di considerevole importanza: il rilancio della politica europea.

La connessione tra i due eventi è di tutta evidenza atteso che  la distruzione di Messina sta al fallimento della CED come la ricostruzione di Messina sta al rilancio della politica europea.

In sostanza, se da un lato la politica di difesa era rimasta ferma al trattato di Bruxelles del 1948 nonostante il contesto europeo fosse profondamente mutato  e con esso i rapporti Est – Ovest,  dall’altro lato, la politica economica si era arrestata all’istituzione della CECA, nel 1951 che, malgrado le volontà dei singoli Stati membri, non sembrava decollare.

E’ anche vero che in materia di difesa, accantonata la CED, si cercarono altre risposte adeguate al delicato problema – peraltro non ancora completamente risolto – facendo aderire nuovi stati al vecchio Trattato di Bruxelles e aprendo la strada all’Unione Europea Occidentale (UEO). Nel contempo la Germania  venne ammessa alla NATO.

Certo, questi risultati, non potevano colmare l’ampia lacuna lasciata dalla mancata realizzazione del Trattato CED, cui sarebbe seguita immediatamente la Comunità Politica Europea, ma sicuramente rappresentavano dei piccoli passi ...

Nel campo economico la CECA era stata istituita con successo, ma si era subito rivelata fragile, senza il necessario supporto politico che in quel momento pareva non esserci; carenza che era stata tra le cause determinanti il fallimento della CED.

L’atteggiamento italiano di quel periodo e degli anni precedenti sembra non solo  improntato alla difesa degli interessi nazionali, ma anche volto alla costruzione dell’Europa unita. Del resto lo stesso De Gasperi si accorgeva che l’idea della concezione europea, a lui cara, ben si coniugava  con l’opportunità di far uscire l’Italia da quella situazione di inferiorità politica cui era costretta dalla posizione nel trattato di pace del 1947 e dalla mancata soluzione della questione di Trieste.

Lo scenario politico italiano frattanto subiva dei significativi mutamenti e al governo De Gasperi succedevano i governi Pella e Scelba.

Nella politica internazionale si faceva spazio la tesi secondo la quale se non era stato possibile costituire un’Europa in campo di difesa, sarebbe stato più facile costruire un’ Europa unita nel settore economico. L’idea, che  rappresentava un ulteriore modo per espandere la politica economica italiana verso i paesi europei  atteso anche il periodo di risanamento, il cosiddetto “miracolo” vissuto dalla nostra nazione, era accolta con entusiasmo sia negli ambienti politici, sia in quelli industriali più affermati come, per citare alcune importanti aziende a solo titolo esemplificativo, la Fiat, l’Olivetti e la Pirelli, sia in seno  alla media e piccola impresa.

Sul piano internazionale l’iniziativa  dell’ Europa Unita e, specialmente, dell’ingresso dell’Italia incontrava delle velate resistenze da parte della Francia, forse a causa di antichi dissapori o forse perché in quel periodo la Francia era impegnata nella soluzione di altre gravi questioni  quali quella Algerina e quella del canale di Suez.

I francesi erano impauriti dall’estrema povertà, anzi dalla miseria nella quale viveva una parte importante dell’Italia, il mezzogiorno, che non avrebbe di certo contribuito ad incrementare la futura economia comunitaria.

Mentre un determinante appoggio giungeva dall’Olanda, dal Belgio e dalla Germania.

Su queste basi nazionali e internazionali e su una proposta dei Ministri Spaak e Martino elaborata dal Ministero degli Affari Esteri italiano e presentata in un documento intitolato “Integrazione Economica Europea” durante la seduta del Consiglio dei Ministri degli Esteri della CECA del 10 maggio 1955, nasceva la proposta della conferenza di una Piccola Europa, nella considerazione del dinamismo posto in luce dai paesi membri tanto negli intendimenti che nell’approccio metodologico. Ciò al fine di esaminare i mezzi per una ulteriore integrazione economica. 

Messina, antica città siciliana annientata dal terremoto ma ricostruita elegantemente, avrebbe avuto l’onore e il piacere di porsi come teatro per una “rappresentazione” tanto importante.

Dal punto di vista logistico la città dei due mari, quindi, doveva prepararsi a ricevere, quarantanove anni or sono, nei giorni 1, 2 e 3 giugno 1955, le rappresentanze diplomatiche straniere, mostrando il meglio di se. ... una mobilitazione generale ... come avviene sovente in queste circostanze ...

Sotto altro aspetto la diplomazia italiana preparava, in quel documento di cui ho accennato sopra, stilato da stimati alti dirigenti della pubblica amministrazione,  con la massima cura la riunione messinese ponendo l’accento, tra l’altro, sull’alternativa tra le due metodologie in gioco:

“l’Integrazione Verticale” che vedeva l’analisi economica settore per settore, come rea avvenuto nella fase iniziale della CECA;

“l’Integrazione Orizzontale” che considerava la fusione dell’Europa nel suo insieme attraverso la creazione di un mercato unico dove i fattori della produzione avrebbero circolato liberamente.

Ma i lavori della conferenza erano basati anche su altri due importanti documenti, il “Memorandum del Benelux” elaborato dal Ministro degli esteri olandese e il Memorandum della Repubblica Federale Tedesca.

In tali documenti venivano evidenziati i tre grandi percorsi attraverso i quali si doveva raggiungere l’obiettivo della integrazione economica generale, individuati:

nei “tre settori-chiave” ossia l’energia, i trasporti e le applicazioni pacifiche dell’energia nucleare; 

nella realizzazione di un mercato comune che preveda la costituzione di un Alto consesso rappresentativo degli Stati membri dotato dei poteri necessari e di un fondo di riadattamento;

nell’accordo che disciplini il mercato degli scambi;

nell’armonizzazione delle politiche generali nei campi finanziario, economico e sociale. In seno a quest’ultimo aspetto, poi, si avvertiva la necessità di regolarizzare il lavoro nella durata, le ore supplementari, le ferie e i salari.

Gli italiani si mostravano favorevoli a tutti i suddetti punti dei memorandum e tuttavia, con riguardo alla metodologia da applicare al sistema, propendevano per la tesi dell’”integrazione orizzontale” che premiava la “libera iniziativa economica” ; aggiungendo che l’obiettivo del mercato comune doveva essere raggiunto in maniera graduale e per settore; proponevano il coordinamento tra gli Stati sulla convertibilità delle monete.

I tedeschi, concordi nel complesso, con quanto stabilito nei documenti degli altri Paesi, soggiungevano che bisognava adottare le misure sulla libera circolazione dei capitali, dei servizi e della manodopera, fondata sulla libera concorrenza volta ad escludere qualsiasi disparità di trattamento  tra le nazioni.

I francesi si presentavano divisi. Un parte si schierava a favore dell’integrazione verticale, settore per settore, ritenendola di più facile ed immediata attuazione, mentre l’altra parte si allineava alla posizione italiana per il sistema opposto.

Durante la Conferenza di Messina, dopo momenti di tensione specie per le posizioni di alcuni francesi caldeggiate dai tedeschi, prevalse il sistema dell’integrazione  orizzontale che, tra l’altro, avrebbe favorito in prospettiva l’ingresso del Regno Unito in Europa e vennero stabiliti i punti dell’accordo in una risoluzione finale che tenne in considerazione non solo gli obiettivi descritti nei documenti degli Stati membri, con particolare riferimento all’integrazione prioritaria dei  prima menzionati “tre settori chiave”, alla costituzione di un mercato comune, all’armonizzazione nel settore sociale; ma anche la creazione dei tanto invocati, specie dalla delegazione italiana, fondi di intervento europei.

In particolare per la costituzione del mercato fu stabilita una serie di prescrizioni che possono così sintetizzarsi:

la procedura e la scadenza per la soppressione degli ostacoli agli scambi  e l’unificazione del regime doganale riguardo agli stati terzi;

l’armonizzazione della politica generale in campo finanziario, economico e sociale;

le misure da adottare per il coordinamento delle politiche monetarie;

l’instaurazione di un sistema di clausole di salvaguardia;

la creazione di un fondo di riadattamento;

la libera circolazione della manodopera;

le regole sulla libera concorrenza, senza discriminazioni nazionali;

le modalità istituzionali necessarie alla realizzazione e al funzionamento del mercato comune.

Venne, altresì, stabilito, con riferimento alle regole da seguire, l’affidamento dei lavori ad una conferenza competente per l’elaborazione dei testi dei trattati predisposti da un comitato di delegati governativi, presieduto da una Autorità politica e con la consulenza di esperti nelle materie  giuridiche ed economiche. L’attività di tale consesso, facultato a richiedere l’assistenza dell’Alta Autorità della CECA, del Segretario Generale dell’OECE, del Consiglio d’Europa, della Conferenza Europea dei Ministri dei Trasporti; avrebbe avuto termine con un rapporto conclusivo entro il  1° ottobre 1955.

Ai lavori, inoltre, era invitata la Gran Bretagna mentre altri paesi, qualora ne fosse stata ravvisata l’opportunità, potevano essere chiamati.

Si trattava in sostanza di un comitato intergovernativo che si sarebbe riunito sotto la presidenza di P.H. Spaak e che avrebbe compreso ministri ed esperti dei sei Paesi membri con l’aggiunta del Regno Unito.

I risultati della conferenza di Messina possono definirsi ottimi sotto diversi aspetti: sul piano tecnico – economico,  sull’abbandono della politica dell’integrazione verticale, per lasciare il posto a quella dell’integrazione orizzontale  ossia all’unione economica dell’Europa nel suo insieme  da realizzare mediante la creazione di un mercato comune in cui avrebbero avuto libera circolazione i vari fattori della produzione (beni, servizi, lavoro, capitali).

Sul campo politico, erano state tracciate, tra l’altro, le  linee di demarcazione della futura Comunità Economica Europea e, quindi, la piattaforma per lo sviluppo dei prodotti nazionali degli Stati membri.

Nel quadro intercontinentale, erano state provocate positive reazioni negli ambienti statunitensi, atteso che avevano avuto inizio quei profili di integrazione europea  desiderati dagli USA, in tema di difesa, fin dai tempi del “Piano Marshall” e che il progetto d’istituzione della CEE, in campo economico, avrebbe rappresentato l’agente propulsore dell’economia USA favorendo il commercio per i prodotti d’oltre oceano.

Sembra anche che era stato anche proposto un termine per l’elezione dell’Assemblea Parlamentare Europea a suffragio universale diretto.

Non per tutti gli osservatori, però,  la Conferenza della città siciliana, si pose come un momento decisamente positivo.

Infatti, si disse che il periodo transitorio per la creazione del Mercato Comune Europeo appariva troppo lungo e che le procedure non sembravano ben delineate; che gli organi istituzionali non rispondevano alle esigenze collettive, né sembravano porsi a custodi di singoli interessi nazionali.

Certo è che se  – come ho già ricordato – il 1° maggio 2004 è stata festeggiata l’ammissione dei nuovi Stati membri nell’Unione Europea; che se, andando a ritroso, il 1° gennaio 2002 è entrata in vigore la nuova moneta europea; che se nel 1979 vi sono state le prime elezioni per il Parlamento Europeo ... e l’elencazione potrebbe continuare, lo si deve a quel timido ma determinato passo dei primi tre giorni di qual giugno 1955. Lo si deve alla Conferenza di Messina dove l’idea di un europeismo non piegato agli interessi tradizionali dei governi nazionali, né allo scetticismo degli apparati burocratici e neppure alla reazione dei ceti economici; l’europeismo, per dirla in una,  sognato da De Gasperi e da altri illustri statisti aveva preso vigore.

Ciò grazie all’intuizione del Ministro Martino e al suo incontestabile merito nella gestione dell’evento avvenuta con inequiparabili competenza e diplomazia.    

 

Cenni sull’entrata dell’Italia nell’ONU.

Nel 1945 negli Stati Uniti d’America, in San Francisco, veniva convocata la conferenza per adottare lo Statuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite: l’ente a carattere mondiale sorto sulle ceneri della Società delle Nazioni. L’Italia, per note ragioni, non solo non risultava tra le nazioni invitate, ma era addirittura annoverata tra gli “Stati ex nemici”.

Non erano stati considerati i due anni di cobelligeranza della nostra nazione con gli Alleati e, quindi, la fine della guerra a fianco dei vincitori, né il fatto che l’Italia aveva occupato in seno alla “deposta” Società delle Nazioni un posto di tutto rispetto.

Era stata, infatti, membro permanente del Consiglio fin dalla sua istituzione con i vincitori della prima guerra mondiale.

Non erano stati considerati, neppure, i mutamenti politico –  istituzionali avvenuti all’interno della nostra nazione dopo la guerra.

Da un lato, gli italiani, che inizialmente anelavano la partecipazione all’Organizzazione, pian piano mostrarono indifferenza. Ciò anche a causa dei continui tentativi di ammissione all’Organismo societario mondiale che si rivelavano vani per i veti incrociati degli Stati Uniti e dei sovietici.

Dall’altro lato la nostra nazione assumeva comportamenti concludenti che potevano definirsi consoni agli scopi perseguiti dall’ONU.

Infatti, dal 1951, la FAO aveva sede in Roma. Originariamente la sede dell’Agenzia Specializzata in materia di alimentazione e di Agricoltura era stata stabilita a Washington, ma gli stessi americani avevano deciso che fosse modificata in Roma, poiché nella capitale d’’Italia aveva avuto sede l’Istituto Internazionale per l’Agricoltura,  sorto nella città eterna nel 1904 e “padre” della FAO.

Inoltre l’ONU aveva affidato all’Italia l’amministrazione fiduciaria della Somalia, ex colonia italiana, che nell’ordine e nella legalità divenne uno stato indipendente e sovrano.

La nostra nazione aveva poi partecipato all’operazione per la pace in Corea, sotto l’egida dell’ONU nel 1951, mantenendovi un ospedale da campo con posto letto e personale.

Nonostante queste vicende l’Italia non poteva entrare nell’organismo societario mondiale, pur avendo presentato formale richiesta, a causa dei veti incrociati USA e URSS.

Ma la nostra nazione non era la sola ad essere esclusa.

Infatti la stessa sorte spettava a Giappone, Finlandia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Mongolia Esterna, Albania, Austria, Cambogia, Irlanda, Giordania, Laos, Libia, Nepal, Portogallo, Spagna, Sri Lanka, Corea del Nord, Corea del Sud, Vietnam.

L’esclusione era stabilita secondo due principali correnti di pensiero.

Una che propendeva per la salvaguardia del rapporto numerico delle forze all’interno dell’ONU, prefiggendosi lo scopo di stabilire un equilibrio tra gli ammittendi. In sostanza secondo tale tesi, sostenuta dai sovietici e denominata del “package deal”, si potevano ammettere due o più stati appartenenti ad aree ideologiche contrapposte in modo da bilanciare sempre i due blocchi, ma non si poteva fare altrimenti.

L’altra, sostenuta dagli statunitensi, che proponeva di analizzare ogni domanda singolarmente nel contesto e nel merito che la riguardavano, tenendo in considerazione i requisiti previsti dall’articolo 4 dello Statuto e prescindendo dall’appartenenza all’uno o all’altro blocco.

In verità vi era una terza corrente di pensiero più moderata, sostenuta dai canadesi, secondo la quale nelle domande di ammissione doveva prevalere il carattere universalistico dell’ONU.

Un’altra preoccupazione, intorno alla metà degli anni ‘50,  affliggeva la diplomazia italiana. La vicina Austria, con la quale pendeva sempre la nota “questione di Trieste” era riuscita a proclamare e garantire lo status di Paese neutrale a seguito della stipula del “Trattato di Stato” con i vincitori della seconda guerra mondiale. Su questi presupposti si temeva che Vienna potesse riuscire a ottenere l’ammissione all’ONU, ponendo l’Italia in pessima luce di fronte alla comunità internazionale.

Così il lavoro intrapreso nel trascorso dai canali diplomatici veniva intensificato all’inverosimile. Venivano coinvolti personaggi di rilievo politico e diplomatico internazionale e rappresentanti dei paesi membri del Consiglio di Sicurezza.

Per citarne alcuni: Claire Booth Luce[9], Winston Churchill, Foster Dulles[10], Anthony Eden[11].

Le pressioni tendevano fondamentalmente  a far prevalere la menzionata dottrina dell’universalità, sostenuta dai canadesi ma ostacolata dagli statunitensi. Tale criterio avrebbe di certo favorito l’ingresso dell’Italia nell’ONU.

Del resto la forte amicizia che legava l’Italia agli USA era riconosciuta a livello internazionale, tanto che gli americani avevano condonato alla nostra nazione i debiti di guerra e avevano anche perorato la causa dell’Italia in seno all’ONU, ma con il veto dell’URSS, che pur riconosceva all’Italia il possesso dei requisiti per l’ammissione, non era stato possibile raggiungere l’obiettivo finale.

Si trattava ora di superare alcuni ostacoli connessi al veto dell’America all’entrata nell’ONU di alcuni paesi satelliti dell’URSS. 

Una volta ammessi questi per l’Italia la “luce verde” si sarebbe accesa.

Così il 14 dicembre 1955, a conclusione della 555^ seduta dell’Assemblea Generale, veniva deliberato l’ingresso di sedici nuovi stati membri tra i quali l’Italia che ottenne l’unanimità: 56 voti su 56 presenti votanti.

Il cammino intrapreso dal coraggioso e chiaroveggente statista Alcide De Gasperi nel marzo del 1946, all’epoca Ministro degli Esteri e continuato dal suo successore Conte Sforza, si era concluso con l’opera del suo collega Gaetano Martino che aveva già progettato e gestito la Conferenza di Messina e che così commenterà l’ingresso dell’Italia nell’ONU.

“L’ingresso dell’Italia nel massimo consesso internazionale, consacra dal punto di vista giuridico una situazione di fatto in base alla quale l’Italia era partecipe delle più importanti attività dell’ONU pur non facendone formalmente parte. Noi non possiamo non rallegrarci dell’evento che ha il significato non tanto dell’attribuzione di un diritto troppo a lungo disatteso, quanto del riconoscimento della nuova posizione e del prestigio raggiunti dall’Italia in campo internazionale. Da quel momento, lasciato il passato alle spalle, era necessario guardare avanti”. [12]

I festeggiamenti per lo storico evento furono svariati, ma tra questi ritengo sia degna di particolare considerazione la cerimonia organizzata dalla SIOI, il 31 dicembre 1956, in Roma, nella splendida cornice del salone Pietro da Cortona in palazzo Barberini, presenti Autorità del mondo ecclesiastico, politico, diplomatico, internazionale, culturale.

Nell’entrare nell’ONU, l’Italia, entra come in “un parlamento di popoli. Nel parlamento dei popoli come nei nostri parlamenti democratici, aspiriamo a vedere rispettati i diritti e gli interessi delle piccole come delle grandi potenze; a far prevalere la saggezza e la moderazione  in difesa della pace e del benessere delle Nazioni; a veder concorrere, ma al tempo stesso armonizzarsi, la volontà dei singoli nella formazione di una opinione mondiale, che a sua volta influenzasse ogni potenza, piccola e grande ... lieti di vederci a fianco, oltre ai nostri alleati, tutti coloro che sicuramente sarebbero impegnati nel comune lavoro per il conseguimento di fini ai quali aspira l’umanità intera.[13]

Considerazioni conclusive.

Non è stato facile per me, neofita di questa materia, addentrarmi nella ricerca di date, dati, persone e documenti.

Comunque, ho provato, nella speranza di essere stato quantomeno chiaro,  a tracciare un breve excursus storico sulle origini dell’Unione Europea, soffermandomi su alcuni periodi.

Ho accennato, quindi, a due questioni che ritengo essenziali nella politica estera dell’Italia, durante il dopoguerra.

Il primo in ordine cronologico è la Conferenza di Messina, momento propedeutico per i Trattati di Roma,  che vede l’Italia assumere un ruolo di tutto rilievo nell’ambito del cosiddetto “europeismo” e che segna il rilancio della politica economica europea.

Il secondo, sempre con riferimento al tempo, è l’entrata dell’Italia nelle Nazioni Unite che fa assurgere il nostro Stato, dopo il superamento delle resistenze e delle avversità, a membro di quello che venne definito il “parlamento mondiale”, realizzando quel progetto iniziato dall’illustre statista trentino.

Certo,  il cammino è stato lento graduale e progressivo in entrambi i distinti settori, ma alla fine il raggiungimento degli obiettivi è stato assicurato, grazie anche all’azione svolta con competenza, determinazione e tenacia prima dal Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri On. Alcide De Gasperi e successivamente dall’allora Ministro degli Esteri On. Prof. Gaetano Martino, in carica durante ambedue gli accadimenti; il quale, tra l’altro, è stato definito, con riferimento all’ideazione e alla gestione della Conferenza di Messina e ai successivi sviluppi, ottimo “europeista”, mentre con riguardo all’ opera svolta per l’ingresso dell’Italia nell’ONU, eccellente “mondialista”.

 

Bibliografia

 

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L’Unione Europea, Il Mulino, Bologna, 2000.

 

Egidio Ortona

Anni d’America, Il Mulino, Bologna, 1985, Volume II.

 

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“Gaetano Martino e l’Europa dalla Conferenza di Messina al Parlamento Europeo”, Istituto Poligrafico della Zecca dello Stato, Roma, 1955, pag.7.

 

“Discorsi Parlamentari di Gaetano Martino”

Grafica Editrice Romana, 1977, Volume II.

 

Rosario Battaglia

“Gaetano Martino e la Politica Estera Italiana”, Sfameni, Messina, 2000.

 

Gianluigi Ragazzoni

“L’Ospedale C.R.I.68 nella Corea distrutta dalla guerra”, Bolzano, 1999.

 

La Comunità Internazionale

“Celebrazione dell’Entrata dell’Italia nelle Nazioni Unite”, Roma, 1956, pag. 9 e segg.

 

Salvatore Valitutti

“L’Ammissione dell’Italia nelle Nazioni Unite” in “La Comunità Internazionale”, anno 1956, pagg. 605 e segg.

 

AA.VV.

“Italia ed ONU” in  “Rivista di Studi Politici Internazionali”, Anno XXII, n.3, luglio settembre 1955 pag. 399 e segg.

 

P.J. Gallo

“Nazioni Unite e Italia” in “Rivista di Studi Politici Internazionali”, Anno XXXV, n.2, aprile-giugno 1968, pag.290 e segg..

Note:

[1] Come, peraltro, ricordato dal Governatore della Banca d’Italia nella sua Relazione annuale del 31 maggio 2004.

[2] Chi scrive quel giorno si trovava in transito nella capitale belga per un viaggio studio della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale e ha vissuto l’entusiasmo e la gioia del momento.

[3] Nel 1972 la Comunità Economica Europea scelse come proprio inno ufficiale “l’Inno alla Gioia” della IX Sinfonia dell’illustre musicista sui versi di Schiller.

[4] Pierre Dubois, vissuto alla corte di Filippo IV il Bello, è, tra l’altro,  l’autore di due grandi opere: “De Recuperatione Terrae Sanctae” e “De Abbreviatione Guerrarum”.  A lui viene attribuita la paternità di una concezione di carattere politico nuova, che non è più quella basata sul rapporto Papato-Impero, né sulla contrapposizione reciproca degli stati nazionali, ma sulla necessità di unire questi Stati in una sorta di confederazione di primi inter pares.

[5] Per l’Italia, basti  ricordare Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

[6] Schuman, Robert (Lussemburgo 1886 - Sey-Chazelles, Metz 1963), uomo politico francese. Nel 1919 ottenne un seggio al Parlamento; durante la seconda guerra mondiale, si unì alla Resistenza francese. Arrestato dai tedeschi, venne trasferito in Germania ma riuscì a scappare. Dopo la guerra, tornò a occupare il seggio in Parlamento e nel 1946 venne nominato ministro delle Finanze. Tra il 1947 e il 1948 per brevi periodi ricoprì più volte la carica di primo ministro e nel settembre 1948 divenne ministro degli Esteri; due anni dopo, insieme a Jean Monnet, considerato uno degli artefici della moderna Unione Europea, propose il cosiddetto piano Schuman per porre le principali risorse minerarie dell'Europa sotto il controllo di un organismo sovranazionale.

[7] Adenauer, Konrad (Colonia 1876 - Rhöndorf am Rhein 1967), primo cancelliere della Repubblica federale tedesca (1949-1963). Dal 1917 al 1933 fu borgomastro di Colonia e membro del Consiglio di Stato prussiano. Aderì al Centro, partito di ispirazione cattolica, e si oppose al nazismo. Quando Adolf Hitler salì al potere (1933), Adenauer fu destituito e costretto a ritirarsi dall'attività politica; nel 1944 venne rinchiuso in un campo di concentramento e fu liberato dagli Alleati al loro ingresso in Germania.Nel 1945 fu tra i fondatori dell'Unione cristiano-democratica (CDU), di cui divenne presidente. Quando, nel 1949, fu creata la Germania Ovest, Adenauer, gradito dalle potenze occupanti in quanto anticomunista e privo di legami con i nazisti, divenne il primo cancelliere del nuovo stato. Per quattordici anni guidò una coalizione composta dalla CDU, dalla bavarese Unione cristiano-sociale e dai liberali. Dal 1951 al 1955 fu anche ministro degli Esteri. L'obiettivo principale di Adenauer era trasformare la Germania Ovest in un baluardo delle potenze occidentali per contenere l'espansione sovietica in Europa. A questo fine, stabilì strette relazioni con gli Stati Uniti e riconciliò il paese con la Francia, evitando ulteriori mosse verso la riunificazione con la comunista Germania Est. Nel 1955, sotto la presidenza di Adenauer, la Repubblica federale tedesca aderì alla NATO e ottenne il riconoscimento come nazione indipendente; inoltre fu tra i membri fondatori della Comunità economica europea.

 

[8] E’ definita anche così, in quanto la città è bagnata a oriente dal mare Jonio e a nord dal mare Tirreno.

[9] Ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia, nel 1955.

[10] Dulles, John Foster (Washington 1888-1959), uomo politico statunitense, segretario di stato dal 1953 al 1959. Avvocato, partecipò a numerose conferenze internazionali del secondo dopoguerra e nel 1951 venne chiamato a negoziare il trattato di pace con il Giappone; due anni dopo, durante la presidenza di Eisenhower fu nominato segretario di stato. Iscritto al Partito repubblicano, si dichiarò sempre profondamente anticomunista e in clima di Guerra Fredda promosse, tra l’altro,  la fondazione della Comunità europea di difesa.

[11] Eden, Anthony (Windlestone, Durham 1897 - Alvediston, Wiltshire 1977), uomo politico britannico, primo ministro (1955-1957). Nel 1935 fu nominato ministro senza portafoglio per i rapporti con la Società delle Nazioni e, nello stesso anno, ministro degli Esteri. Nel 1938, contrario alla politica di appeasement nei confronti della Germania nazista perseguita dal primo ministro Neville Chamberlain e sancita dalla ratifica del patto di Monaco, rassegnò le dimissioni. Nominato ministro della Guerra nel 1940, passò in seguito alla guida del Ministero degli Esteri fino al 1945, durante il governo di Winston Churchill, con il quale collaborò nelle fasi più delicate della seconda guerra mondiale. Dal 1955 subentrò a Churchill come primo ministro.

[12] Dai discorsi parlamentari dell’on. Gaetano Martino, Grafica Editrice Romana, 1977, Volume II, pag. 626.

[13] Dal discorso del Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Prof. Antonio Segni, in occasione della Celebrazione dell’entrata dell’Italia nelle Nazioni Unite, organizzata dalla SIOI, in “La Comunità Internazionale” , Discorsi Celebrativi dell’Entrata dell’Italia nelle N.U.,  Roma, 1956, pag. 8 e segg.