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inserito in Diritto&Diritti nel gennaio 2003

lï¿œImprenditore Occulto

a cura del dott. Enzo Rovere
docente di diritto civile
ᅵgiᅵ nel legale e contenzioso del Credito

***

Prima di entrare nel vivo dellᅵargomento, occorre premettere la definizione di ᅵimprenditoreᅵ ed operare una rapida disamina della stessa. Recita appunto lᅵarticolo 2082 del codice civile:

 

ᅵᅵ imprenditore chi esercita professionalmente unï¿œattivitï¿œ economica organizzata, al   fine della produzione e dello scambio di beni o di serviziï¿œ.

 

Il codice non definisce lᅵimpresa, ma la sua nozione ᅵ desumibile da quella di imprenditore, ai sensi appunto del citato articolo. Dal punto di vista giuridico, pertanto, lᅵimpresa ᅵ una attivitᅵ, cioᅵ ᅵ costituita da una serie di atti funzionalmente collegati fra loro.

Gli elementi, poi, che caratterizzanoᅵ lᅵimprenditore, nei confronti degli altri soggetti che fanno capo allᅵimpresa, sono lᅵiniziativa ed il rischio. Lᅵiniziativa ᅵ il potere di organizzare lᅵimpresa e di dare ad essa un indirizzo. Il rischio ᅵ invece la sopportazione di tutti gli oneri inerenti alla conduzione dellᅵimpresa.

 

Enunciato quindi il primo fondamentale assioma: che lᅵimpresa ᅵ unᅵattivitᅵ, si ricava poi che i suoi caratteri fondamentali sono:

-         la presenza di unï¿œattivitï¿œ economica, (lï¿œattivitï¿œ imprenditoriale, cioï¿œ, consiste in una serie di atti coordinati al conseguimento di uno stesso fine, che deve essere economico e quindi, come statuisce il legislatore, nella produzione o nello scambio di beni o servizi);

-         lï¿œorganizzazione, (termine insito nel concetto stesso di impresa, intesa come complesso di mezzi e di persone che dal legislatore ï¿œ stato considerato nel suo aspetto dinamico; quindi occorre la presenza di persone che collaborano alle dipendenze dellï¿œimprenditore e che costituiscono appunto i suoi ausiliari; ed occorrono inoltre i mezzi di cui si serve lï¿œimprenditore e che costituiscono la sua azienda);

-         lï¿œesercizio professionale dellï¿œattivitï¿œ stessa, (e quindi una attivitï¿œ abituale e continuativa, anche se non necessariamente esclusiva; occorre pure che lï¿œattivitï¿œ tenda ad uno scopo di lucro, e quindi che lï¿œimpresaï¿œ abbia una obiettiva e credibile economicitï¿œ, intesa come capacitï¿œ di coprire i costi di produzione con i ricavi dellï¿œattivitï¿œ svolta);ï¿œ

-         la finalitï¿œ di produzione o scambio di beni o servizi, (un aspetto ulteriore della professionalitï¿œ ï¿œ dato dal fatto che lï¿œattivitï¿œ economica organizzata sia rivolta al mercato e realizzi dunque uno scambio. Lï¿œimprenditore per conto proprio non appare come imprenditore in senso strettamente giuridico (come potrebbe essere ad esempio chi vive dei prodotti che produce senza offrirli sul mercato).

 

Infine ᅵ da tenere presente, per una piᅵ compiuta comprensione del fenomeno dellᅵimprenditore occulto (come andremo ad esaminare), che lᅵimprenditore ᅵ assoggettato ad uno speciale regime, che incide direttamente sui rapporti giuridici che a lui fanno capo e pertanto:

-         ha la direzione dellï¿œimpresa, ne ï¿œ il capo ed esercita il potere gerarchico sui collaboratori subordinati che dipendono da lui (art. 2086 c.c.);

-         ha lï¿œobbligo di tutelare le condizioni di lavoro dei propri dipendenti, adottando tutte le misure atte a proteggere lï¿œintegritï¿œ fisica e la personalitï¿œ morale (art. 2087 c.c.);

-         ï¿œ sottoposto ad un regime di particolare rigore pubblicistico (ad esempio per quanto riguarda la responsabilitï¿œ per i reati fallimentari).

 

Quando ᅵ lo stesso interessato ad esercitare personalmente lᅵimpresa non sorge problema, ma quando egli la esercita per mezzo di altri, si pone il problema se sia imprenditore colui nel cui nome, o invece colui nel cui interesse lᅵimpresa viene esercitata.

Eᅵ imprenditore colui nel cui nome lᅵimpresa viene esercitata, anche se di fatto egli la eserciti nellᅵinteresse altrui. Si ritiene cioᅵ che, pure con riferimento allᅵimpresa, valga ciᅵ che vale per gli atti e per i negozi giuridici: la imputazione viene fatta al soggetto nel cui nome si agisce.

Il punto ᅵ perᅵ controverso. Alcuni studiosi sostengono che lᅵimpresa ᅵ una attivitᅵ e non un atto o un negozio. Altri studiosi replicano che se lᅵattivitᅵ non ᅵ un atto, essa ᅵ pur sempre fatta di atti.

 

Attivitᅵ esercitata in nome proprio (spendita del nome)

Se lo scopo di lucro ᅵ elemento naturale dellᅵimpresa, appare invece come essenziale che il suo esercizio avvenga, da parte dellᅵimprenditore, in nome proprio. Dallᅵesercizio dellᅵattivitᅵ in nome proprio deriva, infatti, per lᅵimprenditore lᅵassunzione di quel particolare rischio, conosciuto come rischio imprenditoriale e che differenzia il lavoratore autonomo da quello subordinato.

Il criterio pertanto in base al quale si identifica la figura dellᅵimprenditore ᅵ il requisito della spendita del nome.

 

Lᅵimprenditore occulto ᅵ quindi colui che non agisce personalmente, ma esercita la propria attivitᅵ servendosi, nei suoi rapporti con i terzi, di un prestanome; pur non apparendo, cioᅵ, allᅵesterno come colui che esercita lᅵattivitᅵ di impresa, ne ᅵ il vero soggetto economico.

La figura ᅵ stata creata in dottrina ed accolta da parte della giurisprudenza per ammettere la possibilitᅵ di dichiararne il fallimento, pur non avendo questi soggetti i requisiti formali per essere oggetto di una sentenza dichiarativa di fallimento.

 

Da tempo, secondo lᅵopinione prevalente, contro lᅵimprenditore occulto i terzi creditori pare non possano avanzare alcuna pretesa, in quanto essi hanno contrattato col prestanome, il quale ha speso il proprio nome e non giᅵ quello dellᅵimprenditore occulto.

In pratica si ᅵ sempre ritenuto dai piᅵ che la situazione fosse analoga a quella che si verifica nel caso di terzi che hanno contrattato con un mandatario senza rappresentanza; in tal caso, infatti, i terzi non hanno azione verso il mandante, il cui nome non ᅵ speso dal mandatario senza rappresentanza.

La giurisprudenza ha sostenuto in passato che lᅵimprenditore occulto ed il prestanome sono comunque responsabili in solido per le obbligazioni sorte dallᅵesercizio dellᅵimpresa, utilizzando a questo scopo lᅵinterpretazione analogica dellᅵart. 147 secondo comma della legge fallimentare, che prevede lᅵestensione del fallimento della societᅵ ai soci illimitatamente responsabili scoperti dopo la dichiarazione di fallimento, anche se la loro presenza era ignara ai creditori stessi, circostanza questa che accomuna allᅵipotesi dellᅵart. 147 quella dellᅵimprenditore occulto.

 

Su tali aspetti verterᅵ ora la nostra disamina, corredata poi dalle piᅵ recenti pronunce della Magistratura ed in particolare della Corte Costituzionale.

 

Un illustre autore, il Bigiavi, ha approfondito in passato, verso gli anni 60, lᅵargomento. Spesso accade nella realtᅵ che taluno svolga attivitᅵ imprenditoriale senza risultare e facendo quindi apparire al suo posto un prestanome e cosᅵ, nel caso gli affari vadano male, egli (lᅵimprenditore occulto quindi) riterrᅵ di non essere responsabile di fronte ai terzi e di non essere soggetto a fallimento, ricorrendone gli estremi.

Premesso tutto questo, il Bigiavi elabora una sua tesi, secondo la quale risponde colui che ᅵ apparso nei confronti dei terzi creditori, per il solo fatto di essere apparso creditore e risponde anche colui che ᅵ rimasto occulto, per il fatto che ᅵ nellᅵinteresse di lui che si ᅵ agito e quindi risponderebbero entrambi.

 

Sorge a questo punto un primo dubbio: se per la responsabilitᅵ che gli si attribuisce, lᅵimprenditore occulto possa o non possa essere considerato imprenditore in senso tecnico. Secondo il citato autore, entrambi verrebbero a qualificarsi come imprenditori, sia quindi lᅵimprenditore diretto (che ᅵ colui il cui nome viene direttamente speso nellᅵesercizio dellᅵimpresa) che lᅵimprenditore indiretto (che ᅵ colui nel cui interesse lᅵimpresa viene esercitata).

 

Su tale teoria la dottrina non ᅵ uniforme e lo stesso Bigiavi ammette poi che lᅵimprenditore indiretto appare tale solo per quanto riguarda la responsabilitᅵ, lasciando chiaramente intendere che a tale figura non si applicherebbe tutta la disciplina dellᅵimprenditore in senso tecnico del termine.

 

Anche a mio sommesso avviso, per poter parlare di imprenditore a pieno titolo ᅵ indispensabile che questi si faccia carico di tutta lᅵattivitᅵ nel suo complesso, con tutte le conseguenze attive e passive.

Quando quindi lᅵart. 2082 del codice civile parla di esercizio di attivitᅵ occorre intendere che ᅵ da considerarsi imprenditore colui nel cui nome lᅵimpresa viene esercitata.

Non ᅵ sufficiente perciᅵ agire nellᅵinteresse di qualcuno, ma ᅵ assolutamente indispensabile la cosiddetta spendita diretta del suo nome, in base ad un chiaro diritto.

 

Chi, come il Bigiavi, sostiene la responsabilitᅵ dellᅵimprenditore occulto, sviluppa la sua tesi fondandosi essenzialmente sullᅵarticolo 147 della legge fallimentare, che recita cosᅵ:

ᅵla sentenza che dichiara il fallimento della societᅵ con soci a responsabilitᅵ illimitata produce anche il fallimento dei soci illimitatamente responsabili. Se dopo la dichiarazione di fallimento della societᅵ risulta lᅵesistenza di altri soci illimitatamente responsabili, il Tribunale, su domanda del curatore o di ufficio, dichiara il fallimento dei medesimi, dopo averli sentiti in camera di consiglioᅵ.

 

Perᅵ tale articolo il legislatore, per quanto riguarda il fallimento, non fa distinzione fra soci palesi e soci occulti, purchᅵ siano tutti a responsabilitᅵ illimitata. Osserva allora il citato autore che, se ᅵ vero che falliscono i soci occulti di una societᅵ palese, ai sensi dellᅵart. 147 comma 2 della legge fallimentare, non vi ᅵ ragione per negare che falliscano anche i soci occulti di una societᅵ occulta e quindi la stessa societᅵ occulta.

 

Non avrebbe importanza, sempre secondo lᅵautore, edᅵ ai fini del citato ragionamento, che i terzi siano a conoscenza dellᅵesistenza di altri soci accanto a quelli che si erano manifestati; come pure non avrebbe rilievo alcuno che i terzi ignorino non soltanto la qualitᅵ di soci di certi soggetti, ma addirittura lᅵesistenza della societᅵ e, se lᅵapparente imprenditore individuale era nientᅵaltro che un preposto ad una impresa realmente sociale, va dichiarato non solo il suo fallimento, ma il fallimento della societᅵ e quello dei soci illimitatamente responsabili.

 

Dunque, in ogni ipotesi di preposizione allᅵesercizio di una impresa commerciale da parte di un imprenditore che non spenda il proprio nome vi ᅵ la responsabilitᅵ e la soggezione a fallimento, non soltanto di colui che ᅵ apparso nei confronti dei terzi, ma anche della societᅵ o della persona individuale, che ᅵ rimasta occulta.

 

Oltre allï¿œart. 147 comma 2 della legge fallimentare, anche i seguenti articoli del codice civile avvalorerebbero la tesi citata del Bigiavi e precisamente:

-         art. 2267: ï¿œI creditori della societï¿œ possono far valere I loro diritti sul patrimonio sociale. Per le obbligazioni sociali rispondono inoltre personalmente e solidalmente i soci che hanno agito in nome e per conto della societï¿œ e, salvo patto contrario, gli altri soci. Il patto deve essere portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei; in mancanza, la limitazione della responsabilitï¿œ o lï¿œesclusione della solidarietï¿œ non ï¿œ opponibile a coloro che non ne hanno avuto conoscenzaï¿œ;

-         art. 2208:ï¿œ ï¿œlï¿œinstitore ï¿œ personalmente obbligato se omette di far conoscereï¿œ al terzo che egli tratta per il preponente; tuttavia il terzo puï¿œ agire anche contro il preponenteï¿œ per gli atti compiuti dallï¿œinstitore, che siano pertinenti allï¿œesercizio dellï¿œimpresa a cui ï¿œ prepostoï¿œ;

-         art. 2339, comma 2 (responsabilitï¿œ dei promotori): ᅵᅵ..sono del pari solidalmente responsabili verso la societï¿œ e verso i terzi coloro per conto dei quali i promotori hanno agitoï¿œ;

-         art. 2615, comma 2 (consorzi con attivitï¿œ esterna): ᅵᅵ..per le obbligazioni assunte dagli organi del consorzio, per conto dei singoli consorziati, rispondono questi ultimi solidalmente col fondo consortile. In caso di insolvenza nei rapporti tra i consorziati, il debito dellï¿œinsolvente si ripartisce tra tutti in proporzione delle quoteï¿œ.

 

Osserva ancora il Bigiavi che la preposizione allᅵimpresa ᅵ regolata da principi diversi da quelli che regolano il mandato. Infatti mentre in questo il mandatario ᅵ incaricato del compimento di uno o piᅵ atti, il preponente ad una impresa ᅵ incaricato dello svolgimento di una attivitᅵ.

 

 

Fin qui la piᅵ qualificata dottrina, che non ᅵ comunque uniforme. Ma vediamo ora come si muove la Giurisprudenza corrente.

 

(1)

TRIBUNALE DI UDINE ᅵ sentenza del 26 gennaio 1967

ᅵlᅵarticolo 2362 del codice civile, concernente la responsabilitᅵ illimitata dellᅵazionista unico, ᅵ applicabile anche allᅵipotesi in cui due o piᅵ azionisti abbiano adoperato la societᅵ come mezzo per il perseguimento dei propri fini, assumendo la figura di imprenditori occulti. In tal caso, fallita la societᅵ, deve essere dichiarato anche il fallimento della sdf esistente fra i soci sovrani e quello loro personaleᅵ.

 

(2)

CORTE DI CASSAZIONE ᅵ sezione I, sentenza n. 1708 del 24/3/1981

ᅵAl fine dellᅵapplicazione dellᅵart. 147 della legge fallimentare, ᅵ sufficiente il riscontro, oltre che della situazione normale di una societᅵ che esista nella realtᅵ e come tale operi nei rapporti con i terzi, anche delle situazioni anomale costituite dalla societᅵ meramente apparente nei confronti dei terzi, pure se inesistente nei rapporti interni, e dalla societᅵ occulta, cioᅵ realmente esistente, ma non esteriorizzata. Queste due ultime situazioni, peraltro, in relazione alla diversitᅵ di presupposti, si pongono su un piano alternativo. Ne consegue che lᅵestensione del fallimento di un imprenditore individuale ad altro soggetto, previo riscontro di una societᅵ di fatto, non puᅵ essere contradditoriamente giustificata in base al contemporaneo accertamento, in detto soggetto, della qualitᅵ di socio apparente e di socio occultoᅵ.

 

(3)

TRIBUNALE DI FIRENZE ᅵ ordinanza di promovimento di giudizio costituzionale emessa in data 23/11/2001

Ordinanza emessa nel procedimento civile vertente tra una signora e la curatela di un fallimento ᅵ estensione al socio, la cui esistenza risulti successivamente alla dichiarazione di fallimento della societᅵ ᅵ assenza di limiti temporali ᅵ disparitᅵ di trattamento rispetto allᅵimprenditore individuale, alla societᅵ cancellata dal registro delle imprese, nonchᅵ al socio receduto od escluso ᅵ lesione del principio della certezza delle situazioni giuridiche ᅵ richiamo alla sentenza n. 319/2000 della Corte Costituzionale ᅵ regio decreto 16/3/1942 n. 267 art. 147 comma secondo ᅵ Costituzione art. 3 (Gazzetta Ufficiale n. 10 del 6/3/2002).

Nella ordinanza, lᅵattuale situazione normativa, la quale prevede un differente trattamento per i soci receduti od esclusi da oltre un anno antecedente la dichiarazione di fallimento (non piᅵ fallibili) ed i soci per i quali ᅵ invece accertata la qualitᅵ di socio successivamente allᅵanno della dichiarazione di fallimento (ancora fallibili) non trova adeguata giustificazione alla luce del disposto dellᅵart. 3 della Costituzione, il quale pretende identitᅵ di trattamento per situazioni sostanzialmente omogenee, e che ciᅵ costituisca lesione del principio della certezza delle situazioni giuridiche, assoggettando il socio alle determinazioni del curatore e del tribunale fallimentare senza limiti temporali. Per i motivi sopra esposti la questione si presenta rilevante e non manifestamente infondata.

Il Tribunale solleva questione di costituzionalitᅵ dellᅵart. 147, secondo comma, r.d. 16/3/1942 n. 267, per contrasto con lᅵart. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede la fallibilitᅵ del socio la cui esistenza risulti successivamente alla dichiarazione di fallimento della societᅵ, senza limiti temporali.

 

(4)

CORTE DI CASSAZIONE ᅵ Sezioni Unite, Sentenza n. 8257 del 7/6/2002

Quando, dopo la dichiarazione di fallimento di una societᅵ con soci a responsabilitᅵ illimitata, risulti lᅵesistenza di altro socio illimitatamente responsabile (ovvero, dopo la dichiarazione di fallimento dellᅵimprenditore individuale, risulti lᅵesistenza di una societᅵ di fatto tra lo stesso imprenditore ed altro od altri soci), la successiva dichiarazione di fallimento (cosiddetta in estensione) del socio occulto ha effetto ex nunc, in virtᅵ del carattere autonomo che (pur nel simultaneo processo) va ad essa riconosciuto.

 

(5)

ed infine una recente sentenza della Corte Costituzionale, che merita di essere citata per esteso.

 

CORTE COSTITUZIONALE

ordinanza, nel giudizio di legittimitᅵ costituzionale dellᅵart. 147, secondo comma, del regio decreto 16/3/1942 n. 267 promosso dal tribunale di Trani in data 24/4/2001, sullᅵistanza proposta dalla curatela del fallimento di Bombini Tommaso contro Bombini Sergio ed altra.

 

Ritenuto:

-         che il Tribunale di Trani ha sollevato, in riferimento allï¿œart. 3 della Costituzione, questione di legittimitï¿œ costituzionale dellï¿œart. 147, secondo comma, del regio decreto 16/3/1942 n. 267, nella parte in cui non prevede un limite temporale, decorrente dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento principale, per la dichiarazione del fallimento del socio occulto illimitatamente responsabile di una societï¿œ di persone;

-         che il giudice rimettente ï¿œ investito dellï¿œesame di una istanza, presentata dal curatore del fallimento di un imprenditore individuale, con la quale si chiede di dichiarare il fallimento in estensione della societï¿œ occulta costituita dal fallito e dai suoi genitori, e di questi ultimi quali soci illimitatamente responsabili della stessa;

-         che, in ordine alla non manifesta infondatezza della questione, il giudice a quo osserva che la piï¿œ recente giurisprudenza ha ribaltato lï¿œorientamento, un tempo consolidato, pur se criticato dalla dottrina, secondo il quali gli articoli 10 ed 11 della legge fallimentare si applicano al solo imprenditore individuale;

-         che, ricordata la svolta rappresentata dalla sentenza della Corte n. 66 del 1999 ed il successivo dibattito sulle conseguenze di tale pronuncia interpretativa di rigetto, il Tribunale di Trani rileva come con la successiva sentenza n. 319 del 2000 la Corte abbia definitivamente chiarito le relazioni intercorrenti tra lï¿œart. 10 e lï¿œart. 147, primo comma, della legge fallimentare;

-         che, secondo il rimettente resterebbe comunque ï¿œdiscriminata la posizione del socio occultoï¿œ, per il fallimento del quale non sussiste alcun limite temporale, dal momento che la pronunzia di incostituzionalitï¿œ ha riguardato il solo primo comma dellï¿œart. 147 della legge fallimentare e non ha investito anche il secondo comma della stessa disposizione;

-         che, il giudice rimettente osserva ancora come ï¿œnon possa negarsi che lï¿œesigenza di tutela del principio di certezza delle situazioni giuridiche dovrebbe ispirare anche lï¿œapplicazione del secondo comma dellï¿œart. 147 legge fallimentareï¿œ, esigenza ancor piï¿œ sentita nel caso della estensione del fallimento al socio occulto, essendo in questo caso minore ï¿œo addirittura insussistenteï¿œ la necessitï¿œ di tutelare i creditori nei confronti di un soggetto del quale neppure conoscono la qualitï¿œ;

-         che, secondo il Tribunale di Trani, la posizione del socio occulto, che non puï¿œ esternare il suo recesso con le forme legali di pubblicitï¿œ e si vede esposto al rischio di una dichiarazione di fallimento per un tempo illimitato, andrebbe confrontata con quelle del socio receduto e del socio illimitatamente responsabile di societï¿œ di persone trasformata in societï¿œ di capitali, situazioni che appaiono diverse tra loro, ma non in modo tale da giustificare una disparitï¿œ di trattamento riguardo al termine per la sottoposizione a fallimento;

-         che, ad avviso del giudice a quo, la mancanza di un termine per lï¿œestensione del fallimento al socio occulto, la cui qualitï¿œ si sia manifestata ai creditori, al curatore o al pubblico ministero dopo la dichiarazione di fallimento della societï¿œ ï¿œ termine che dovrebbe decorrere dalla data della prima sentenza di fallimento ï¿œ viola lï¿œart. 3 della Costituzione, nï¿œ sarebbe possibile unï¿œinterpretazione secondo Costituzione della norma impugnata, mancando nella stessa un qualunque riferimento al momento preciso da cui far decorrere detto termine;

-         che, secondo il rimettente ï¿œ assurdo prevedere, per il fallimento del socio receduto, il termine di un anno dal recesso della societï¿œ, tenendo al contrario indefinitamente nellï¿œincertezza il destino del socio occulto, dopo che questi ha perduto ogni controllo dellï¿œimpresa, atteso che ï¿œla nettezza della interruzione del rapporto sociale rappresentata dalla dichiarazione del fallimento principale combinata con lï¿œintrinseca esigenza di concentrazione della procedura concorsuale dovrebbero imporre, a maggior ragione, il rispetto di un termine perentorio per definire la posizione del socioï¿œ;

-         che, secondo il giudice a quo, lï¿œomessa previsione di un termine entro il quale possa esservi la pronuncia di estensione del fallimento nei riguardi del socio occulto urta non solo col principio di eguaglianza, ma anche con lï¿œesigenza di dare certezza alle situazioni giuridiche e con quella di garantire ai creditori un accesso certo ed efficiente alla tutela giurisdizionale;

-         che, sempre ad avviso del Tribunale di Trani, dovendosi stabilire un termine per lï¿œestensione del fallimento al socio, questo dovrebbe essere fissato a far data dalla dichiarazione del fallimento principale;

ᅵ

-         che, nel giudizio di legittimitï¿œ costituzionale si sono costituite le parti nei cui confronti il curatore del fallimento dellï¿œimpresa individuale ha chiesto al Tribunale di Trani la pronuncia di sentenza ex art. 147, secondo comma, legge fallimentare;

-         che le parti private, ribadendo una specifica eccezione sollevata nel corso del giudizio a quo, ritengono che la norma impugnata dal Tribunale di Trani possa essere interpretata in senso costituzionalmente legittimo;

-         che, ad avviso delle parti private, quello previsto dallï¿œart. 10 della legge fallimentare ï¿œ un termine di decadenza applicabile in ogni caso e la cessazione per qualsiasi causa dellï¿œimpresa, pubblicizzata nelle forme di legge, costituisce il dies a quo dal quale esso inizia a decorrere;

-         che, sempre secondo le parti costituite, una diversa interpretazione dellï¿œart. 147 impugnato sarebbe incostituzionale, in quanto si tratterebbe dellï¿œunico caso in cui, nonostante la cessazione dellï¿œimpresa, avvenuta a seguito della dichiarazione di fallimento, verrebbe dichiarato il fallimento dei soci decorso un anno dalla prima pronuncia;

-         che le parti private chiedono, in subordine, che la Corte dichiari incostituzionale laï¿œ norma impugnata nel senso indicato dal tribunale rimettente,

 

Considerato

-         che il Tribunale di Trani dubita, in riferimento allï¿œart. 3 della Costituzione, della legittimitï¿œ dellï¿œart. 147, secondo comma, del regio decreto 16/3/1942, n. 267, nella parte in cui non prevede un limite temporale, decorrente dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento principale, per la dichiarazione di fallimento c.d. in estensione del socio occulto illimitatamente responsabile;

-         che, secondo il giudice a quo, la disposizione impugnata violerebbe il principio di eguaglianza, poichï¿œ determinerebbe una disparitï¿œ di trattamento, quanto al termine per la dichiarazione di fallimento, tra il socio occulto da un lato, e lï¿œimprenditore individuale ed il socio palese cessato per qualsiasi causa dalla societï¿œ ,dallï¿œaltro, situazioni che, pur non essendo secondo il Tribunale di Trani identiche, sarebbero fra loro raffrontabili;

-         che, sempre secondo il Tribunale di Trani, vi sarebbe violazione della stessa norma costituzionale, anche avuto riguardo al principio di ragionevolezza, stante lï¿œesigenza di dare certezza, anche per il fallimento in estensione del socio occulto, alle situazioni giuridiche e di garantire ai creditori un accesso certo ed efficiente alla tutela giurisdizionale;

-         che la premessa, da cui prende le mosse il giudice rimettente, in ordine alla ritenuta violazione del principio di eguaglianza, risulta palesemente erronea, non potendo in alcun modo essere poste a raffronto, ai fini della applicabilitï¿œ del termine annuale, entro il quale puï¿œ essere dichiarato il fallimento personale del socio illimitatamente responsabile di una societï¿œ personale, due situazioni fra loro del tutto diverse, quali sono quella del socio receduto da una societï¿œ regolarmente costituita e registrata, nel rispetto delle forme di pubblicitï¿œ prescritte dalla legge, e quella del socio occulto di una societï¿œ irregolare, perchï¿œ non iscritta nel registro delle imprese o addirittura, come nel caso allï¿œesame del tribunale rimettente, a sua volta del tutto occulta;

-         che tutto il nostro sistema normativo, ed in particolare le disposizioni del libro V del codice civile in tema di responsabilitï¿œ personale del socio per le obbligazioni delle societï¿œ di persone, ï¿œ improntato a netta differenza tra societï¿œ registrate e societï¿œ irregolari o occulte, potendo essere opposte ai creditori (salvo che questi ne abbiano avuto ugualmente conoscenza) solo le vicende, societarie o personali, regolarmente iscritte nel registro delle imprese, secondo quanto prescrivono gli artt. 2193 e 2200 codice civile e le altre disposizioni connesse;

 

 

-         che la stessa legge fallimentare, quanto allaï¿œ ammissione alle procedure concorsuali, esclude le societï¿œ irregolari, ed a maggior ragione quelle occulte, dal concordato preventivo e dalla amministrazione controllata (artt. 160 e 187 del regio decreto n. 267 del 1942);

-         che le sentenze di questa Corte n. 66 del 1999 e n. 319 del 2000, contrariamente a quanto mostra di ritenere il giudice rimettente, considerano appunto esclusivamente ipotesi nella quale sia stata regolarmente cancellata una societï¿œ dal registro delle imprese ovvero nelle quali sia regolarmente pubblicizzata la perdita della qualitï¿œ di socio illimitatamente responsabile, a seguito di vicende che siano state, a loro volta, debitamente portate a conoscenza dei terzi nelle forme prescritte;

-         che altrettanto infondata appare la questione sollevata, sempre con riferimento allï¿œart. 3 della Costituzione, in relazione alla violazione del principio di ragionevolezza;

-         che, contrariamente a quanto sostiene il rimettente, ï¿œ proprio la necessitï¿œ di dare certezza alle situazioni giuridiche, che consente al legislatore di prevedere una diversa disciplina per le societï¿œ ed i soci in regola con le disposizioni sulla pubblicitï¿œ e per i soci e le societï¿œ irregolari, se non occulti, essendo la mancata registrazione una scelta degli stessi associati, che in tal modo si espongono, per loro volontï¿œ, alle conseguenze di tale loro opzione;

-         che, infine, appare del tutto evidente come lï¿œinteresse dei creditori ad avere un accesso certo ed efficiente alla tutela giurisdizionale stia esattamente in senso contrario a quanto sostiene il giudice a quo, risultando la possibilitï¿œ di chiedere il fallimento di chi ha volutamente occultato la propria qualitï¿œ di socio, un mezzo di rafforzamento della garanzia patrimoniale;

-         che la questione di legittimitï¿œ costituzionale risulta perciï¿œ manifestamente infondata sotto ogni profilo.

 

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

 

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimitᅵ costituzionale dellᅵart. 147, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dellᅵamministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), sollevata, in riferimento allᅵart. 3 della Costituzione, dal Tribunale di Trani con lᅵordinanza in epigrafe.

Cosᅵ deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 1ᅵ luglio 2002. F.to: Cesare Ruperto, Presidente ᅵ Fernanda Contri, Redattore ᅵ Giuseppe Di Paola, Cancelliere. Depositata in Cancelleria il 5 luglio 2002. Il Direttore della Cancelleria f.to: Di Paola.

 

 

 

Avvertenza:

Per una piᅵ chiara e completa lettura dellᅵargomento trattato, si suggerisce di tenere presente la riforma in atto del Diritto Commerciale.

                                                            a cura del

                                                   dott. Enzo Rovere

                                                            docente di diritto civile

                                                             giï¿œ nel legale e contenzioso del Credito

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