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*** Questi ultimi anni,
in modo maggiore che nel passato, la cronaca nera italiana è stata fortemente
caratterizzata da omicidi avvenuti in ambienti familiari. I mass-media si sono
occupati con un interesse ossessivo soltanto di alcuni di loro, quelli più
"particolari" o perché efferati o perché cruenti o sadicamente
violenti. Per mesi abbiamo sentito parlare dei delitti di Novi Ligure, così
come di quello di Cogne. Due tragedie umane che purtroppo, e non per i
protagonisti, bene si sono sposate con il voyeurismo del pubblico. Ma gli
omicidi in famiglia si consumano con una frequenza paurosa ed hanno ben poco a
che vedere con la spettacolarità mediatica: essi sono la manifestazione ultima,
finale del lato orribile, deviato e disturbato dei rapporti familiari e dei
legami di sangue. Relazioni affettive turbate, compromesse, spesso schiacciate
dal peso della vita quotidiana e dalla delusione delle sconfitte, soprattutto
date dall'incapacità, personale e/o sociale, a realizzare un progetto di vita
individuale soddisfacente. Questi eventi nefasti per molto tempo sono stati
analizzati solo dalla prospettiva psicologica, ma oggi che sembrano essere più
frequenti vengono chiamati in causa per essi molti più elementi. Si scopre così
che c'è una complessità di fondo molto radicata che a stento emerge e che deve
essere letta e analizzata alla luce di una complementarietà motivazionale che
non è però mai esaustiva. Secondo i dati Eures, dal rapporto Gli omicidi domestici in Italia 2002 (www.eures.it),
nel 2000 la percentuale degli omicidi domestici è stata pari al 28,7% di quelli
complessivamente avvenuti in Italia, per questo il nucleo familiare è stato il
primo ad essere analizzato. Da sempre la famiglia rappresenta l'embrione della
società, l'art. 29 della Costituzione italiana dice "La Repubblica riconosce i diritti della
famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Una micro
società naturale, quindi, ma dai rapporti e funzioni estremamente complessi:
attraverso di essa infatti si apprende la propria cultura, i valori da
condividere, le regole di vita ma nello stesso tempo si acquisiscono ruoli e si
assumono funzioni che a seconda della vita sociale, al di fuori del proprio
nucleo, si declinano in modi e maniere differenti. Nel momento in cui sorgono
ostacoli individualmente considerati insormontabili, scatta l'aggressività che
sempre più spesso è veicolata verso i componenti del proprio nucleo di origine
considerati causa primaria delle frustrazioni; (come testimoniano sempre più
spesso gli operatori dei Servizi Sociali) ma l'atto estremo, l'omicidio, come
spesso si crede, non è sempre estemporaneo, non è sempre dettato da un impulso
immediato e incontrollato. È il frutto, il più delle volte, di una lenta
elaborazione, di una conflittualità interiore che affonda le sue radici lontano
e che è strettamente connesso al cambiamento nel tempo dei ruoli familiari e
sociali dei membri del nucleo di appartenenza. Le vittime degli omicidi in
ambiente domestico sono prevalentemente donne, il 58,7% a fronte del 41,3%
degli uomini (www.eures.it)
sono soprattutto i motivi passionali quelli che portano agli assassinii, ma
elevate sono anche le motivazioni legate ad interessi economici. In questi
ultimi tempi è andato ad aumentare il numero degli infanticidi: dai 12 del 1998
ai 14 del 1999, dai 20 del 2000 ai 63 del 2001 (C. Patrignani, 2002), anche se
in realtà sarebbe più esatto dire che se ne parla di più e i casi diventano
statistici, perché di infanticidi e di omicidi di minori la storia è piena.
Inoltre, le cifre sugli infanticidi che riportano le statistiche ufficiali sono
relative, perché non contemplano le morti avvenute in modo accidentale ma pur sempre
in presenza di almeno uno dei genitori e poi perché quando si parla di
infanticidio si intende un omicidio nei confronti di bambini appena nati; se
volessimo estendere la morte ai bambini di qualsiasi età dovremmo parlare di
figlicidio e allora i numeri sarebbero molto più alti. Il figlicidio come reato
non è contemplato dal Codice Penale, che riconosce solo l'infanticidio e
l'omicidio. Nel primo caso avremo la punizione da art. 578 del C.P."La madre che cagiona la morte del proprio
neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il
fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al
parto, è punita con la reclusione da quattro a dodici anni. A coloro che
concorrono nel fatto di cui al primo comma si applica la reclusione non
inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di
favorire la madre, la pena può essere diminuita da un terzo a due terzi".
Nel secondo caso l'art. 575 del C.P. "Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ai ventuno anni".
Non si vuole entrare nel merito di un
campo giuridico-dottrinale delicato come questo, quello che a noi interessa è
mettere in evidenza che ad esempio anche la morte di un bambino di cinque anni
è omicidio, attenendosi letteralmente al C.P. Comunque lo si voglia chiamare,
la morte di un minore è sempre la negazione di una vita breve, è un atto di
violenza finale sempre più spesso agito dalle madri. E per la cultura italiana
questo è veramente insopportabile, psico-logicamente impossibile, umanamente
incredibile. La figura e il ruolo della donna/madre/mamma è sacra. La donna che non solo vede modificare il proprio corpo per
contenere e proteggere un bambino, che sopporta il travaglio fisico per portare
alla vita un altro essere umano, ma la mamma
che culturalmente deve prendersi cura del neonato, che naturalmente deve sacrificare il suo tempo, il suo spazio, le
sue relazioni, il suo lavoro, la sua carriera, i suoi affetti. Tutto questo
rientra nella normalità, nella ovvietà, nella gratuità dell'amore. La donna
accetta tutto questo perché è nel suo codice
culturale genetico, perché è sempre stato così nel passato, perché
appartiene alla storia naturale e culturale della vita dell'uomo. Allora
abbiamo donne che per difendere i propri figli hanno lottato, si sono umiliate,
hanno combattuto, si sono prostituite, sono fuggite, sono morte di stenti,
tutto per proteggere i loro figli e/o per garantire loro la sopravvivenza e una
vita decorosa. E se questo ha significato il loro annientamento, la loro
mortificazione, il loro sangue, è andato bene lo stesso, perché una donna prima
di essere un individuo come tutti è una madre. Il concetto di madre rimanda a
quella della Madonna, simbolo di tutte le madri, Vergine, con la sua fede sacrificale e con il suo amore, ambedue
materni e incondizionati, con la sua virtù di pietà e di devozione tipicamente
femminili. Proprio per questo il valore della maternità non ha più una funzione
sociale, ma un compito trascendente all'insegna di un forte spirito di
sacrificio che avvicina la donna a Dio (www.italiadonna.it).
Ma la donna è essa stessa Dea, La Grande Madre, archetipo, immagine
primordiale, origine di tutte le cose: all'inizio dell'umanità erano
sconosciuti i meccanismo biologici della fecondazione, si capiva solo che la
nuova vita veniva dai ventri femminili, le donne allora divennero le
protagoniste dei Pantheon religiosi e questo durò millenni come testimoniano
molti ritrovamenti di statue e statuine dagli attributi femminili
particolarmente evidenziati e i molti graffiti e disegni rivenuti dove
l'anatomia femminile era iperrappresentata. Il ventre prominente, grandi seni
ecc…, rappresentavano la Grande Madre partenogenica, testimonianza e simbolo
della fecondità. Ad essa fu legato il ciclo lunare, era infatti venerata sotto
forma trinitaria di fanciulla (femmina impubere), Luna Crescente, di donna
incinta (femmina fertile) Luna Piena e di anziana (femmina infeconda) Luna
Calante e per analogia con i cicli rigenerativi delle fasi lunari, la morte era
vista come un momento necessario alla rigenerazione della vita: le creature
viventi morivano, venivano sepolte nella terra/ventre della Madre, dalla quale
rinascevano (www.grandemadre.net).
Con il passare del tempo, con l'imposizione della supremazia maschile e con
l'acquisizione di conoscenze biologiche, il potere della Grande Madre si
ridimensionò fino ad assumere le caratteristiche dell'angelo del focolare. Per tutto questo,
l'infanticidio e l'omicidio di un bambino per mano materna oltre ad essere
umanamente inaccettabile è anche culturalmente destabilizzante, ecco che allora
nel momento in cui vengono compiuti atti tanto efferati e apparentemente
incomprensibili, viene chiamato in causa un deus ex machina, una presenza divina, superiore, che impone il
proprio arbitrio alle donne guidandole nel più abominevole dei delitti. Il deus ex machina è la pazzia. E'
come se uno spirito maligno entrasse nel corpo della donna, che diventa solo
involucro, carne, senza più volontà o capacità di comprendere e la portasse a
compiere l'assassinio: infatti spesso durante i processi si invoca da parte
della difesa l'incapacità di intendere
e di volere dell'imputato. "Per capacità di intendere - afferma F. Petrella, psichiatra
dell'Università di Pavia - si intende la normale capacità di valutazione dei
propri atti. Con la capacità di volere
si identifica la determinazione libera e volontaria del proprio comportamento.
I due requisiti definiscono la responsabilità
giuridica di un soggetto"
(www.emsf.rai.it). L’articolo 85 del Codice Penale afferma: "Nessuno può essere punito per un fatto
preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era
imputabile. È imputabile chi ha
la capacità di intendere e di volere". Quindi in caso di omicidio o
infanticidio dovranno essere tenuti in considerazione quei due requisiti per
una giusta valutazione di ciò che è stato commesso. E il tecnico chiamato a fare le perizie è
lo psichiatra, sarà lui a dover dare giudizi di normalità o infermità mentale.
Da questo dipenderà anche il tipo di detenzione a cui l'omicida sarà
sottoposta. Se le imputate saranno dichiarate sane di mente andranno a finire in un carcere comune, se invece
verranno considerate incapaci e
nello stesso tempo pericolose
socialmente, due pesanti stigma, entreranno nell'Ospedale Psichiatrico
Giudiziario (dalla forte caratterizzazione carceraria). Tuttavia la
discriminante è già a monte: di fronte ad un fatto di sangue si cerca, come
afferma P. Barbetta, di affermare lo stato di ragione della criminale. "La
trasformazione cioè della trasgressione morale in trasgressione giuridica. La
difficoltà di trovare un movente, o anche solo un interesse a commettere il
gesto, crea uno spazio perché la difesa possa far riconoscere la malattia
mentale. Ciò afferma il principio che un crimine possa essere punito se può
essere in qualche modo reso intelligibile. La perdita della moral agency, la dichiarazione di malattia mentale a posteriori, dopo
che il gesto folle è stato compiuto, salva persone coinvolte in queste
situazioni" [1]. Sempre più spesso infatti le Medee usufruiscono delle attenuanti: come si afferma in una
ricerca del CEIPA, Criminalità al
femminile, personalità, comportamenti e struttura affettiva in prospettiva
psicodinamicha, l'infanticidio è un tipo di reato particolare tale che,
gli ordinamenti penali di quasi tutti i paesi del mondo limitano la pena per la
madre, considerandolo "meno grave" rispetto al figlicidio.
"L’infanticidio in Italia è tale se avvenuto "immediatamente dopo il
parto" (per altri paesi i tempi sono più lunghi come ad esempio il codice
penale canadese che lo considera fino a 12 mesi dopo il parto), in una
condizione fisica e psichica alterata da parte della donna" (Ceipa, 2002)
in cui viene dato particolare risalto alla situazione psicopatologica
temporanea delle funzioni mentali, relativa appunto alla fase post-parto. Non
vi è, però, nella letteratura specializzata una chiara definizione psicologica
o psicopatologica della personalità dell’infanticida, proprio perché, come
abbiamo già affermato, non sono solo questi gli elementi da prendere in
considerazione. Infatti un altro motivo legato alla ridotta severità della
pena, alle volte, è ricercato nelle particolari condizioni culturali, sociali
ed economiche in cui la donna viene a trovarsi, con tutto ciò che ne consegue
rispetto all’illegittimità dell’atto in un contesto di massicce pressioni,
consce ed inconsce, e forti condizionamenti sociali. Ma spesso "la sorpresa"
è data dal fatto che questi omicidi maturano in ambienti che potremmo definire socialmente sani, con donne
dall'apparente vita regolare, religiosa, con un percorso autobiografico anche
fatto di molte soddisfazioni personali, questo perché il mostruoso, l'abominevole,
non è esclusivo appannaggio dell'insanità mentale o della deprivazione
economica. E' importantissimo sottolineare che solo una piccola parte di donne
che si macchiano di questi orrendi delitti sono affette, potremmo dire, da
patologie mentali, che vanno dalla serie depressiva a quella paranoidea; per la
maggior parte di loro si tratta, ovviamente, di disturbi della personalità
causati da tutta una serie di motivi: economici, sociali, di ruolo,
psicologici, ecc. Nella letteratura criminologia Positiva, la
devianza femminile non era configurata come ribellione, trasgressività,
atteggiamenti critici nei confronti della società, ma più
"semplicemente" come anomalia biologica o malattia psicologica. Alle Donne Delinquenti non veniva
riconosciuta una veste razionale, come risposta a specifici problemi o
conflitti sia interni, che esterni, per questo erano considerate come o
"da curare", o da allontanare dalla società. Le teorie di Moebius e
di Lombroso (1893) tutte tese ad evidenziare l'inferiorità biologica, mentale,
sociale e culturale della donna, hanno determinato il costituirsi di uno schema
di pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi, stigmi che sono sopravvissuti per
lungo tempo. Oggi queste teorie ci fanno sorridere, le donne non sono portate a
commettere omicidi perché biologicamente inferiori, ma forse perché vivono una
vita "inferiore", ossia al di sotto delle loro aspettative e dei loro
desideri. E per questo andiamo dalle motivazioni più inquietanti per la loro
banalità, vedi le donne che uccidono i propri figli in quanto colpevoli di aver
rovinato i loro corpi attraverso il parto, a quelle più complesse di donne che
ripropongono ai piccoli le violenze che loro stesse hanno subito, a quelle che
dissimulano la gravidanza e fecalizzano il neonato (è il caso dei bambini
abbandonati nelle discariche o nei cassonetti dei rifiuti). Un altro aspetto
inquietante dei figlicidi è la modalità, l'atto materiale con cui viene portata
a termine la vita. Ci sono moltissimi casi di morti accidentali, ma che poi tali
non sono: cadute da balconi, soffocamento nei letti, lo scivolare in una
scarpata, o nei laghi o nei fiumi, il semplice cadere dalle braccia di un
genitore, la cadute dalle scale ecc…Molti degli incidenti domestici, come è
stato dimostrato da molti psichiatrici, sono causati con totale volontà di
uccidere. Altre volte si consumano dei veri e propri martiri, i bambini vengono
uccisi con oggetti contundenti che fanno schizzare il sangue ovunque. Che
significato può avere in un contesto così doloroso e drammatico lo spargimento
di sangue? Il sangue "possiede una potente carica metaforica coagulante
simboli ora terrifici ora salvifici connessi all'immagine nera della
dissoluzione e della morte o a quella positiva della rigenerazione della
vita"[2]. Il versamento di tanto sangue, sangue innocente di un bambino ha
il significato di una espiazione, è il mezzo attraverso il quale affrancarsi
dalle proprie colpe, rinunciando per propria mano a ciò che si ha di più
prezioso, alla carne della propria carne, alla propria progenie, (come Dio che
sacrifica suo figlio Gesù attraverso il martirio per salvare l'intera umanità
dai propri peccati), per tornare a nuova vita, per potere avere un futuro privo
di passato, come se l'atto di sangue fosse il rito di purificazione attraverso
cui passare per giungere in un altro posto, in una vita "serena",
nuova, pulita. Il limen, la
soglia è attraversata e dal sangue versato scaturisce la rigenerazione e la
propria vita. In questo senso potremmo anche spiegarci il motivo per cui anche di
fronte all'evidenza, si ha la negazione dell'atto o comunque molte donne
assumono, subito dopo l'omicidio un comportamento "assolutamente
normale". Teniamo a ribadire che questa è solo una particolare chiave di
lettura da una prospettiva troppo spesso non presa in considerazione. D'altro
canto in molte religioni e civiltà del passato ci sono esempi di sacrifici
umani di adolescenti e bambini immolati per qualche divinità e per la Madre
Terra, dai Maya agli Etruschi, dai Greci ai Romani, perché il sangue innocente
versato era garanzia di prosperità e di vita. Il figlicidio e le sue
declinazioni simboliche rappresentate da mutilazioni fisiche parziali di natura
rituale, circoncisioni, clitoridectomie, infibulazioni le troviamo pressoché in
tutte le culture, e a queste poi si vanno ad aggiungere gli atteggiamenti
violenti, le lesioni fisiche indotte da percosse, la negligenza, l' abbandono a
cui i bambini sono stati sottoposti nel corso della storia. Oggi chiaramente si
vive nel rispetto dell'infanzia, ma la cultura del bambino con molta difficoltà
riesce ad affermarsi. Giuridicamente parlando, qualcosa viene fatto attraverso
le norme per tutelare l'infanzia, ma nonostante tutto, viviamo continuamente
episodi cruenti di violenza e di morte. Nel nostro Codice Penale gli art. 575 e
578 sono solo un piccolo passo avanti ma comunque estremamente significativo
rispetto al passato. Il primo C.P. del 1889 attenuava la colpa di infanticidio,
considerandolo meno grave dell'omicidio, commesso "per salvare il proprio
onore" o per "evitare sovrastanti sevizie"
(www.ecologiasociale.org), l'infanticida per eccellenza era infatti la madre, o
meglio la madre cosiddetta illegittima (nubili e adultere come da codici
ottocenteschi). Con il Codice Rocco invece l'attenuante non era solo per le
madri ma per chiunque, per motivi di
onore, uccidesse un neonato. La situazione si è andata modificando con
l'articolo n.1 della legge 442 del 5 agosto1981 quando la causa d'onore è stata
abolita da tutti i reati che la contemplavano per cui si è tornati ad
identificare nella madre la principale agente dell’infanticidio, senza più
attribuzioni di maternità illegittima, oltre alla considerazione del gesto in
"condizioni di abbandono materiale e morale" (P. Guarnieri, 2002). I delitti di cui noi
oggi discutiamo, come abbiamo già affermato, non sempre maturano in ambienti
socialmente compromessi o economicamente difficili. Diciamo che i mass-media
hanno una particolare predilezione per gli avvenimenti che scaturiscono in
situazioni di normalità, parlare infatti di delitti in ambienti già fortemente
problematici non fa tanta notizia, anzi per tutta una serie di pregiudizi
culturali il fatto che un bambino possa essere ucciso in una famiglia in cui ci
sono problemi economici, psicologici e sociali è "abbastanza
normale". Ma parlare di un infanticidio in una famiglia bene, è clamoroso. Basta poi ascoltare le testimonianze
dei vicini e conoscenti che sono tutti pronti a giurare sulla sanità mentale
della madre, sulla devozione verso la famiglia, sulle cure amorose verso il
bambino, sul carattere affettuoso e premuroso, per farsi un'idea di quanto
possa essere "accattivante" una situazione come questa. Vengono
infatti messi in moto i sentimenti comuni, la solidarietà sociale, la coscienza
collettiva, la capacità culturale di lavorare ed elaborare il delitto e si
viene quindi a creare una empatia di sentimenti, una "simpatia" del
dolore. Ma sulla scena non c'è solo Medea
che "recita" o il Coro
che dispensa giudizi, ci sono anche altri
attori: i familiari dell'omicida.
Non esiste legge e non esiste supporto psicologico che li possa tutelare dai
loro demoni interiori che si scatenano all'indomani del fatto sanguinoso e la
situazione "si complica" nel momento in cui le donne ritornano in
seno alla famiglia. Dopo un primo atteggiamento di protezione e collaborazione
incondizionata, spesso comincia a serpeggiare la diffidenza e la paura che la
madre possa essere recidiva. Il reinserimento sociale è infatti estremamente
difficile e lo stigma che caratterizza una donna sarà tale fino alla sua morte.
Quando avvengono fatti delittuosi come la morte di un bambino, si spezzano i
legami familiari, si frantuma il concetto stesso di famiglia come ricovero,
protezione, si sradica il senso comune del vivere quotidiano che viene dalla
famiglia e si annulla il significato culturale della socializzazione primaria.
Semplicemente essa perde il ruolo fondamentale di guida e di contenitore
umorale e appare in tutta la sua fragilità, nella sua incapacità di svolgere un
compito che è quello di lenire le ferite provocate da una vita non al passo con
i ritmi sempre più vorticosi di una società che muta continuamente pelle. NOTE [1] P. Barbetta, Le radici culturali della diagnosi,
pag,21/22, Meltemi, 2003. [2] P. Camporesi, Il sugo della vita, pag. 5, Garzanti,
1997. BIBLIOGRAFIA Barbetta P., Le radici culturali della diagnosi,
Meltemi 2003. Camporesi P., Il sugo della vita, Garzanti 1997. ISTAT, 2° Rapporto sugli omicidi in famiglia,
Primo Semestre 1994. Lévi-Strauss C., Le strutture elementari della parentela,
Feltrinelli 1969. Lombroso C., Delitto,
genio, follia, Bollati Boringhieri, 2000. Nivoli G., Medea tra noi: le madri che uccidono il
proprio figlio, Carocci 2002. Guarnieri P., Le attenuanti di Medea, Il Manifesto,
15 giugno 2002 www.anoragenitori.it/sezione/articoli_scientifici/articoli.htm,
Criminalità al femminile, personalità,
comportamenti e struttura affettiva in prospettiva psicodinamica, 2002,
CEIPA. http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=1718,
Letteratura psichiatrica da riscrivere,
C. Patrignani, 04.04.2002. http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=649
Capacità di intendere e di volere,
F. Petrella, 2000.http://www.eures.it ,
EU.R.E.S., Gli omicidi in ambiente
domestico in Italia, Marzo 2002.www.italiadonna.it. La figura della madre nell'800. www.grandemadre.it,
La vedova nera, la Dea che genera e
uccide. www.liceopoerio.it/faretra1/la_famiglia-nel_diritto.htm,
La famiglia nel diritto www.quirinale.it,
La Costituzione italiana. www.studiocelentano.it,
Codice Penale, Libro Secondo, Dei
delitti in particolare titoli VIII e XIII. |
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