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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 12/05/2017

All'indirizzo http://www.diritto.it/docs/39347-il-regime-di-sorveglianza-particolare-e-la-legislazione-anti-mafia

Autore: Concas Alessandra

Il regime di sorveglianza particolare e la legislazione anti mafia

Il regime di sorveglianza particolare e la legislazione anti mafia

Pubblicato in Diritto penale il 12/05/2017

Autore

47515 Concas Alessandra
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Il regime di sorveglianza particolare e la legislazione anti mafia Una volta terminato il periodo dell'emergenza, si è avvertita la necessità di legalizzare il sistema penitenziario esistente e di adeguarlo alle disposizioni Costituzionali e a quelle delle Convenzioni internazionali.
Le discussioni dottrinali sul regime penitenziario della massima sicurezza seguivano diversi argomenti.
 Quello più discusso era l'esigenza di dare una collocazione giuridica all'assegnazione dei detenuti nelle carceri di massima sicurezza.
Una parte della dottrina sosteneva che l'assegnazione dei detenuti alle carceri speciali equivaleva a infliggere una pena diversa da quelle per la quale erano condannati, ed era più afflittiva, e per questo motivo si aveva l'esigenza di un elemento normativo che regolamentasse l'assegnazione dei detenuti.
Un’altra parte della dottrina sosteneva che l'assegnazione si collocava in un quadro sanzionatorio analogo a quello disciplinare, anche per questi autori l'assegnazione si doveva rivolgere a un elemento normativo che mirasse a tipizzare le condotte sanzionabili.
Riconoscendo l'impossibilità di applicare lo stesso regime penitenziario per ognuno, come era previsto con la riforma penitenziaria, si evidenziava l'esigenza di una tipizzazione delle condotte da sanzionare, ma c'era la necessità di cercare un giusto equilibrio tra le necessità di sicurezza e la garanzia dei diritti dei detenuti.
Alla base di queste divergenze, c’era una visione diversa della strategia penitenziaria. Coloro che sostenevano che la massima sicurezza fosse una pena aggiuntiva, avevano la convinzione che la
via del trattamento comune fosse l'unica via consentita dalla riforma penitenziaria.
Da parti diverse si sosteneva che la strategia di differenziazione del trattamento fosse l'unica possibile per arrivare alla creazione di un sistema penitenziario diverso, anche se nel segno della legge di riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975.
Sempre secondo questo orientamento, la legge 354/75 tracciava le linee istituzionali di cambiamento del sistema penitenziario, che con l'esperienza richiedevano un'articolazione delle strutture dalla massima alla minima sicurezza.
In questo modo si poteva prospettare, non esclusivamente un irrigidimento delle strutture penitenziarie, come è avvenuto nel caso delle carceri di massima sicurezza, ma soprattutto, una struttura carceraria a misura delle situazioni, che non negava a nessuno la possibilità di recupero sociale, da attuare in situazioni diversificate in relazione alle situazioni stesse.
 
Agli inizi degli anni ottanta, sulla questione della "massima sicurezza" furono presentati al

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al Parlamento diversi progetti di legge, la quale linea comune era quella di legalizzare le "carceri di massima sicurezza" e il regime penitenziario che veniva adottato.
Non si poteva più negare l'esistenza di un regime differenziato delle carceri e c’era l'esigenza di una configurazione legislativa del sistema, che era lasciato alla completa discrezionalità dell'amministrazione penitenziaria, sia in relazione a chi sottoporvi, sia in relazione alle prescrizioni  da attuare nel circuito di "massima sicurezza".
I lavori preparatori della legge 663/86 presero in considerazione, due dei diversi progetti presentati. Il progetto Mannuzzu e il progetto Gozzini.
Entrambi i progetti di legge iniziavano da un attento studio del sistema di "massima sicurezza" esistente all'epoca, e da una lettura delle relazioni che accompagnavano i progetti di legge si nota che entrambi arrivavano a una non accettazione della sistema vigente, che veniva definito "dominio riservato della discrezionalità del ministro" e si esortava il Parlamento a legiferare al più presto in tale materia, stabilendo le garanzie essenziali che al momento della discussione delle proposte di legge non esistevano.
Sempre su questo aspetto la relazione del progetto di legge Mannuzzu, evidenziava che, la discrezionalità amministrativa, nella disciplina concreta del sistema della "massima sicurezza", si muoveva senza ambiti sicuri e verificabili, ed erano oscure le classificazioni che l’Amministrazione penitenziaria utilizzava per individuare i detenuti da sottoporre al regime della "massima sicurezza".
Le restrizioni dei diritti che si dovevano applicare in questo regime penitenziario erano molto indeterminate e variavano di carcere in carcere, e un altro inconveniente era che nei confronti di questi provvedimenti non era previsto nessun tipo di controllo, né giurisdizionale né amministrativo.
Come conseguenza, il regime penitenziario della "massima sicurezza" era applicato con molte approssimazioni, e c’erano assoggettati anche quei detenuti per i quali una simile cautela era superflua.
Entrambi
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