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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 21/03/2017

All'indirizzo http://www.diritto.it/docs/39187-disciplina-dell-efficacia-della-legge-penale-nel-tempo

Autore: Arles Calabrò

Disciplina dell’efficacia della legge penale nel tempo

Disciplina dell’efficacia della legge penale nel tempo

Pubblicato in Diritto penale, Sociologia e Psicologia del diritto, Diritto processuale penale il 21/03/2017

Autore

50532 Arles Calabrò
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Disciplina dell’efficacia della legge penale nel tempo Disciplina dell’efficacia della legge penale nel tempo: fondamento normativo, distinzione delle ipotesi di “abolitio criminis” e “abrogatio sine abolitione” e successione delle leggi penali processuali, con particolare riferimento alle misure cautelari personali.
 
La tematica dell’efficacia della legge penale nel tempo, dal punto di vista dogmatico ed operativo, si presenta ricchissima di profili problematici di ampio spessore che da sempre hanno animato vivaci dibattiti dottrinali e contrasti giurisprudenziali. Diverse, pertanto, le prospettazioni che si sono affacciate sullo scenario dell’ermeneutica penalistica.
Ai fini della disamina di tali ricostruzioni, è opportuno distinguere tra leggi penali sostanziali e norme processuali e, di conseguenza, è necessario tracciare una netta linea di demarcazione tra i principi enucleati dall’art. 2 c.p. e, sul versante processuale, il canone proclamato dall’art 11, preleggi.
I principi summenzionati, discendenti dal diritto sostanziale, trovano il proprio ancoraggio costituzionale di disciplina, in primis, nell’art. 25 della carta fondamentale e, quindi, nel principio d’ irretroattvità della norma penale.
Quest’ultimo è enunciato, altresì, dall’art 7 CEDU, dal Patto internazionale per i diritti civili e politici stipulato a New York e ratificato anche dal nostro Paese, dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, nonché, sul versante codicistico, dall’art 2, comma 1, c.p.
Alla stregua di tale ultima disposizione, nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in
cui fu commesso, non costituiva reato.
Secondo l’impostazione maggioritaria, il canone d’irretroattività della norma penale non riguarda solo le leggi ordinarie (nonché i decreti legge, o i decreti legislativi), ma concerne, altresì, le fonti normative secondarie integrative del precetto penale: si pensi, a tal proposito, alle norme penali in bianco il cui comando, nei limiti e secondo le modalità predefinite dalla legge, viene generalmente integrato da un successivo regolamento o provvedimento amministrativo. Anche in relazione a tali fonti normative secondarie o provvedimentali, quindi, trova applicazione la regola dell’irretroattività della norma penale, non potendosi applicare gli stessi atti da ultimo citati a fatti antecedenti la loro entrata in vigore.
Il fondamento del canone in esame è tradizionalmente individuato nella necessità di garantire la libertà dei consociati da eventuali arbitri di potere da parte del potere giudiziario ed è intimamente connesso ad una

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una visione strettamente personalistica della colpevolezza. Non pare potersi revocare in dubbio, infatti, come, ai fini della configurabilità della responsabilità penale, occorra muovere un giudizio di rimproverabilità nei confronti del soggetto agente. Laddove quest’ultimo non versi in una situazione di dolo o di colpa, rispetto a determinate condotte da egli poste in essere, allora, in tale circostanza, non si può pretendere di muovere, nei suoi confronti, un giudizio di rimproverabilità penale.
Dalle riflessioni dianzi svolte è facile dedurre come nel nostro ordinamento vi sia un’intima connessione e interrelazione tra il principio dell’irretroattività della norma penale e i canoni della colpevolezza (art 27, c. 1, Cost.), della funzione rieducativa della pena (art. 27, c. 3, Cost.) e della materialità (art . 25, c. 2, Cost).
Preme ribadire (anche se si avrà modo di tornare più approfonditamente sull’argomento) che il principio in esame, secondo l’impostazione tradizionale, può trovare applicazione solo in relazione agli istituti di diritto sostanziale e non anche in riferimento alle misure di sicurezza, ovvero alle norma processuali.
Nell’ambito del codice penale, in riferimento alla tematica che ci occupa, un ulteriore principio cardine del nostro ordinamento è rappresentato dal canone dell’ abolitio criminis.
Pur non trovando esplicita copertura costituzionale, è pacifico, nel panorama dottrinale e giurisprudenziale, come esso trovi un indiretto ancoraggio con la carta fondamentale mediante gli artt. 3 e 117. Sul versante codicistico, invece, esso è attratto nella sfera di disciplina di cui all’art. 2, c. 2, cp, a tenore del quale nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato. Se vi è stata condanna, soggiunge la medesima disposizione, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.
La ratio sottesa a tal disciplina affonda le sue radici nella necessità di evitare disparità di trattamento tra i
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