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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 16/11/2016

All'indirizzo http://www.diritto.it/docs/38811

Autore: Francesco Pizzuto

Cronologia di un’aspettativa: quando la pensione perde quota

Cronologia di un’aspettativa: quando la pensione perde quota

Pubblicato in Diritto del lavoro il 16/11/2016

Autore

50409 Francesco Pizzuto
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Cronologia di un’aspettativa: quando la pensione perde quota Abstract 
Sarebbe troppo facile giocare con le parole e scrivere la storia di un’ape che spicca il volo, ma quando la realtà dei fatti ci lascia basiti il senso ludico crolla improvvisamente, lasciando a malapena quello spazio di manovra sufficiente a rendersi conto che la più grande illusione sia sfumata a ridosso del tempo di recupero. Ed ecco che il sogno di godere finalmente della pensione perde quota vertiginosamente e si infrange sull’anticipo pensionistico di pochi. Questo articolo è una sorta di diario che ripercorre le tappe del probabile intervento principe post 2012 in materia pensionistica, partendo dal miraggio che passando per una quasi totale convinzione e speranza   è naufragato a metà.
Tralasciando i diversi metodi di calcolo e le vie di pensionamento connesse a stati di invalidità o a norme particolari sopravvissute o meno alla “rivoluzione forneriana”, il requisito anagrafico ordinario per accedere alla pensione di vecchiaia era, fino a non molti anni fa, di 60 anni per le donne e 65 per gli uomini. Cinque anni addietro, tra le novità, veniva introdotto il progressivo innalzamento dell’età pensionabile. L'art. 24 del Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 (detto “salva Italia”, convertito in Legge il 22 dicembre 2011) consentirebbe  un risparmio eccezionale per le casse dello Stato; una mossa che solo un
governo tecnico avrebbe potuto piazzare. In breve, l’annuncio di pensioni più lontane e più basse. Un cambiamento a tal punto drastico e negativo per tutti, che un esecutivo politico avrebbe potuto fantasticare soltanto in un incubo. Se l’obiettivo prioritario è scongiurare il default e tenere al sicuro il bilancio e se i livelli di disoccupazione fossero minimi, allora la riforma in vigore dal 2012 sarebbe da considerare un ottimo piano. Purtroppo la seconda condizione rappresenta un miraggio. Mettendo da parte la faccenda critica del sistema di calcolo contributivo, si è cercato di porre rimedio al problema dell’elevazione dell’età richiesta attraverso una serie di salvaguardie che hanno interessato tutti quei soggetti prossimi alla pensione e tagliati fuori dalla riforma poco prima di poter proporre la relativa domanda. Si tratta, nello specifico, di determinate categorie di lavoratori, cd. esodati, in tal modo tutelati

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tutelati grazie a vere e proprie deroghe al nuovo impianto pensionistico italiano. L’apprensione più grande è legata inevitabilmente alla condizione quanto mai precaria ed allarmante degli individui over 60 privi di un impiego stabile, o che si ritrovino assolutamente senza una collocazione. Oggi le donne possono richiedere la pensione di vecchiaia al compimento di 65 anni e 7 mesi, mentre gli uomini a 66 anni e 7 mesi. Numeri destinati ad aumentare, non tanto a causa dell’adeguamento alla durata della vita, quanto per l’adeguamento alle direttive di solidità finanziaria e di risparmio della previdenza. Già a partire dall’inizio del 2016 cominciava a delinearsi concretamente l’eventualità di un intervento mirato in ambito pensionistico, voci in merito all’opportunità di un’uscita anticipata subordinata ad una riduzione del rateo. Prendendo le mosse dalle prime proposte e dalle opinioni si intende risalire fino ad oggi, un punto di stasi fino al prossimo step: la Legge di Stabilità 2017. Nel mese di febbraio il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini anticipa che la flessibilità troverà un posto certo nella manovra di fine anno al costo di una spesa variabile dai 5 ai 7 miliardi di euro. Un progetto presumibilmente impossibile da finanziare interamente a deficit a causa delle restrizioni di Bruxelles (da qui la scaturente necessità di ricercare strade alternative). Intanto, il presidente dell’Inps Boeri avanza la proposta di un’uscita anticipata a 63 anni e 7 mesi, a costo di una penalizzazione dell’importo compresa tra il 9 e l’11%.
A marzo crescono le chances di puntare un’opzione di anticipo pensionistico da inserire nel quadro più ampio della Legge 214/ 2011 ed in grado di intervenire sull’età pensionabile più alta in Europa dopo la Grecia. Il provvedimento, giorno dopo giorno, si palesa sempre più urgente e necessario, mentre il
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