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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 04/07/2016

All'indirizzo http://www.diritto.it/docs/38424-responsabilit-del-provider-e-normativa-europea-difficolt-interpretative-ed-applicative

Autore: Iemma Giuseppe

Responsabilità del provider e normativa europea: difficoltà interpretative ed applicative

Responsabilità del provider e normativa europea: difficoltà interpretative ed applicative

Pubblicato in Diritto civile e commerciale, Informatica giuridica il 04/07/2016

Autore

50293 Iemma Giuseppe
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Responsabilità del provider e normativa europea: difficoltà interpretative ed applicative «Tradizione e rinnovamento […] sono componenti costanti di ogni attività umana, materiale e spirituale, su cui sempre pesano così l’eredità del passato come l’ansia del divenire[1]». Come osservava De Cupis soffermandosi sulla responsabilità civile, anche la responsabilità del fornitore di servizi telematici[2] costituisce un terreno ricco di non poche difficoltà interpretative ed applicative.
Il legislatore comunitario, con la Direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000[3], pur analizzando principalmente gli aspetti contrattuali e precontrattuali del commercio elettronico, dedica un’intera sezione alla «responsabilità dei prestatori intermediari[4]». La scelta del legislatore di regolamentare la responsabilità dei provider in un’unica Direttiva, a parere di chi scrive, potrebbe essere giustificata dall’esigenza di delineare un quadro giuridico chiaro ed uniforme in ambito europeo, data l’importanza che tale soggetto riveste all’interno del commercio elettronico[5]. Regole differenti a carico dei provider, come altresì sostiene una parte della dottrina, avrebbero ostacolato il «processo espansivo dei traffici on-line[6]». In tale contesto, prima di analizzare la normativa italiana di attuazione, è opportuno soffermarsi sulla disciplina comunitaria. Il legislatore comunitario, nell’affrontare la materia, si è ispirato ai modelli statunitense e tedesco[7]. Nonostante i punti di contatto con la legge americana una prima differenza che emerge riguarda l’ambito di applicazione[8]. Se il D.M.C.A ha circoscritto il proprio ambito alla tutela dei copyright, la
Direttiva in esame, invece, ha optato per un criterio di atipicità degli illeciti sanzionabili[9]. Una ulteriore differenza è quella riguardante i soggetti. La Direttiva n. 2000/31/CE, difatti, non menziona determinate attività quali i motori di ricerca e i collegamenti ipertestuali. La normativa europea[10] adotta il sistema delle exemptions del provider «calibrate sulla ormai consolidata tassonomia dei servizi erogati dal provider: “mere conduit”, “caching” ed “hosting[11]». Per mere conduit, ai sensi dell’art 12 della Direttiva n. 2000/31/CE si intende l’attività consistente nel «trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione». Rientrano, altresì, in tale attività anche «[…] la memorizzazione automatica, intermedia e transitoria delle informazioni trasmesse, a condizione che questa serva solo alla trasmissione sulla rete di comunicazioni e che la sua durata non ecceda

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ecceda il tempo ragionevolmente necessario a tale scopo». Le ulteriori attività disciplinate sono il caching, consistente nella «memorizzazione automatica, intermedia e temporanea» delle informazioni «effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta[12]» e l’hosting che consiste  «[…] nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio […][13]».
L’art. 12 prevede l’irresponsabilità del provider a condizione che il prestatore di servizi: «a) non dia origine alla trasmissione; b) non selezioni il destinatario della trasmissione; c) non selezioni modifichi le informazioni trasmesse;». Tale irresponsabilità è garantita «purché il provider non assuma un qualsiasi ruolo attivo o non stabilisca un contatto qualificato con l’informazione trasmessa e finché la memorizzazione resti in ambito strettamente strumentale[14] alla trasmissione[15]». L’art. 13, invece, afferma che l’ISP che esercita l’attività di caching non è responsabile a condizione che: «a) non modifichi le informazioni; b) si conformi alle condizioni di accesso alle informazioni; c) si conformi alle norme di aggiornamento delle informazioni, indicate in un modo ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle imprese del settore; d) non interferisca con l’uso lecito della tecnologia ampiamente riconosciuta e utilizzata nel settore per ottenere dati sull’impiego delle informazioni; e) agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l’accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione dell’accesso[16]».
Maggiori problematiche ermeneutiche ed applicative presenta l’attività di hosting[17]. Parte della dottrina[18] ritiene che il generale principio di non responsabilità del prestatore intermediario per le «informazioni memorizzate a richiesta di
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