inserito in Diritto&Diritti nel novembre 2000

POLITICHE DELLA RESIDENZIALITA’

Antropologia della città e dell’esclusione sociale

Tra le prime performance sociali richieste ad un soggetto inserito in un dato contesto urbano, regionale o nazionale vi è l’esibizione dei propri documenti: carta d’identità, codice fiscale, passaporto, patente di guida, tessera sanitaria.

Il cittadino cresce sapendo che in situazioni diverse della vita sociale, in particolari momenti della vita politica del paese di appartenenza, nei rituali economici annuali (dichiarazioni dei redditi, censimenti nazionali di vario genere..) gli verrà richiesto di attestare la propria qualità di cittadino attraverso tali documenti.

Questi stessi documenti, questo insieme di dati mappati da diverse istituzioni delimitano e al tempo stesso definiscono la sua identità di cittadino, la sua personalità minimale da un punto di vista sociale, economico e politico.

E’ così che questa "cartella di identità" finisce per divenire metonimia della sua stessa esistenza di cittadino, talora, diremmo, coincide con la conferma sociale della stessa sua esistenza tout court.

La dichiarazione di cittadinanza inserisce il soggetto all’interno del contesto nazionale di cui viene a far parte – beneficiando dei diritti e sottoponendolo ai doveri previsti dallo statuto nazionale di riferimento. Più specificamente la nazionalità lo iscrive all’interno del fascio di regole, leggi, ordinamenti cui egli viene tra l’altro educato – nella maggior parte dei casi – dalle innumerevoli agenzie di formazione che di volta in volta si incaricano della trasmissione dei saperi necessari al vivere comune. Tuttavia la cittadinanza definisce solo il cerchio più ampio dell’appartenenza del soggetto al complesso socio-politico e giuridico della nazione.

Sul piano territoriale e socio-politico di riferimento l’elemento maggiormente qualificante dell’identità e riconoscibilità del soggetto è la residenza. Essa infatti, insieme alla identificabilità fiscale, consente alla comunità di riconoscere il soggetto, di raggiungerlo e metterlo in condizione di essere tutelato, ad esempio attraverso l’insieme dei servizi di assistenza pubblica fondamentali (sanitaria, giudiziaria, rappresentanza politica, sistemi di polizia e controllo della criminalità, ecc.)

La residenza conferisce all’individuo una riconoscibilità giuridica e istituzionale che ne consente dunque il controllo così come l’assistenza e ne salvaguarda le possibilità di rappresentanza politica.

La perdita della residenzialità trascina con sé d’altronde altre forme di esclusione dai processi di riconoscibilità sociale e politica del soggetto.

L’individuo "errante", non collocabile, almeno formalmente, all’interno di un dato contesto spaziale si presenta infatti come uno "sradicato" che insieme ai diritti di cittadino, perde anche progressivamente un’appartenenza culturale, l’ancoraggio sociale al tessuto urbano di appartenenza.

Il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita rappresentano dei dati identitari invariabili nel tempo, entrano nella composizione automatica dei codici fiscali, identificano e distinguono da chiunque altro un individuo da un altro all’interno di uno specifico contesto nazionale; ma la residenza rappresenta un dato identitario maggiormente relazionale, diremmo, e storicamente identificante del soggetto.

Essa si modifica in conseguenza delle scelte familiari del soggetto (permanenza nel nucleo familiare originario, matrimonio, separazioni, divorzi, etc.), delle scelte professionali dello stesso (spostamenti per ragioni di lavoro – non necessariamente registrati dal soggetto -), dalla scelta autonoma infine dello stesso di eleggere a propria residenza ufficiale, pur nel fluttuare dei domicili più o meno occasionali, un certo luogo, una certa casa, un certo comune.

E’ vero che oggi sempre meno la residenza dichiarata corrisponde al domicilio in cui il soggetto finisce per trascorrere fattivamente buona parte della sua vita, tuttavia essa rappresenta senza dubbio un’ancora sociale, politica e giuridica fondamentale per quanti istituzionalmente debbano rintracciarlo e per il soggetto stesso nella relazione con le istituzioni.

La privazione quindi di una residenza dichiarata e stabile, di una "fissa dimora", condanna – insieme, è ovvio, ad altri fattori - il soggetto allo sprofondamento in quella categoria di "non-persone" di cui ha recentemente scritto Alessandro Dal Lago, privandolo sia di un domicilio nei fatti, sia di quella rappresentatività istituzionale, resecandolo da quei circuiti virtuosi dell’assistenza, del welfare e della tutela politico-giuridica della sua personalità pubblica.

Si potrebbe obiettare a quanto detto fin qui che la residenza sia solo l’epifenomeno di un fascio di problematiche che scindono ben più profondamente l’individuo dal contesto socio-culturale di appartenenza. E’ indubbio che i percorsi della marginalità e dell’esclusione sociale vengono da lontano e non possono catalizzarsi solo intorno alla perdita o allo smarrimento della residenza da parte di un individuo. Tuttavia si legano a questo fattore ulteriori aggravamenti della deriva imboccata da soggetti marginali già in precedenza e che ulteriormente preclude loro il recupero di una dimensione di vita attualmente sostenibile.

Le "non-persone" di cui Dal Lago parla – nel suo caso l’accento è spostato sulla popolazione migrante come anello estremo della negazione identitaria da parte della collettività che li percepisce come minaccia – sono coloro che non possono farsi forti di alcun documento, dei "formalmente inesistenti" sia da un punto di vista della nazione di accoglienza che di quella di provenienza: esposti proprio per questo più di chiunque altro al rischio dello smarrimento nelle reti mondiali dell’emigrazione e per questo considerati potenziale minaccia per la sicurezza dei "cittadini", in quanto bacino privilegiato della microcriminalità, catalizzatori della "tautologia del razzismo".

In un notevole saggio tratto da Vita Activa, Anna Arendt chiosando la struttura della pòlis greca e la costruzione reciproca degli spazi privati e pubblici al suo interno si legge:

 

"Ciò che impediva alla pòlis di violare la vita privata dei suoi cittadini e le faceva ritenere sacri i confini di ogni proprietà non era il rispetto per la proprietà privata come la intendiamo noi, ma il fatto che senza possedere una casa un uomo non poteva partecipare agli affari del mondo, perché in esso non aveva un luogo che fosse propriamente suo"

 

Il luogo "propriamente proprio" rappresentava dunque in questa polis arendtiana, che viene presa quasi a simbolo dell’inaugurazione delle forme classiche della politica occidentale, la base per l’esercizio della propria soggettività e quindi della propria cittadinanza, laddove essa mette in evidenza come in ogni sistema politico-sociale è la necessità a muovere l’associazione degli individui nella sfera domestica (mantenimento e prosecuzione della famiglia) e la libertà a rappresentare la base per l’esercizio politico. La mancanza dell’eudamonia, considerata nel contesto classico essenzialmente come unione di ricchezza e salute , equivaleva alla possibilità di essere individui liberi dalla necessità fisica e dall’asservimento ad altri individui.

La sfera domestica restava dunque, in quest’ottica, il luogo della "più rigida disuguaglianza" (autorità del pater familias sugli altri soggetti della casa), mentre la sfera del pubblico si caratterizzava come garanzia di libertà indipendente dalle ricchezze personali, ma solo per la propria natura di cittadini.

Alla radice delle democrazie moderne persiste questa idea politica dell’uguaglianza, così come si mantiene una disuguaglianza sul piano delle proprietà, delle ricchezze che potremmo assimilare oggi al sociale, ieri alla sfera del domestico. Tuttavia questa formale uguaglianza della cittadinanza politica si somma, e si sommava già nella pòlis greca, ad una disuguaglianza sul piano giuridico, che riduce di molto la natura ugualitaria del nostro esercizio libero della qualità di cittadini.

Alle radici stesse della città stato antica sta una nozione di proprietà privata sganciata almeno formalmente dall’accumulazione di ricchezze – nozione sempre meno concepibile nelle moderne società capitalistiche – che permetteva all’individuo il riconoscimento come soggetto pubblico, "padrone" – in nome di quella quota di proprietà – dell’esercizio della libertà politica e della legittimazione sociale: è a questa nozione inaugurale di proprietà che dobbiamo agganciare oggi una riflessione sulla residenzialità come dato basilare della costituzione del soggetto come cittadino e dell’analisi delle diverse modalità di esclusione sociale.

Perdere la "proprietà" (perdere il lavoro, la casa, la presenza sociale nella comunità di appartenenza o di accoglienza) coincide spesso oggi con l’essere poveri e concorre alla costruzione moderna della identità sociale dell’errante, del senza dimora, del migrante clandestino che in molti casi equivale ad una non-identità, ad una negazione di esistenza.

Che la povertà sia assimilabile, per la comunità, ad una forma particolare della "estraneità", che il povero sia prossimo dello straniero e dei molti "nemici interni" della comunità era gia stato fatto notare da Georg Simmel , che aggiungeva tra l’altro come la natura propria di povero coincidesse non tanto con una serie di privazioni rispetto all’ordine "normale" di consumi e servizi fruiti dal cittadino medio, quanto col ricorso e l’accettazione stessa dell’aiuto, dell’assistenza.

Ecco dunque che il circolo vizioso dell’assistenzialismo viene a svelarsi: esso produce politicamente diremmo la categoria di povero, di errante, di straniero, di povero, ma allo stesso modo la sua stessa organizzazione, vincolata alla certificabilità (preferibilmente cartacea), alla stabilità, alla residenzialità del cittadino, rende difficile l’attivarsi delle stesse forme della assistenza perché il povero, lo straniero, l’errante mancano di quelle stesse caratteristiche che permettono la messa in atto delle pratiche assistenziali o ne frenano molto l’efficacia.

 

"La classe dei poveri, particolarmente nella società moderna, costituisce una sintesi sociologica quanto mai singolare. Essa possiede, in base al suo significato e alla sua localizzazione nel corpo della società, una grande omogeneità che però le manca per le qualificazioni individuali dei suoi elementi. Essa è il punto finale comune di destini di specie più diverse, dall’intero ambito delle differenze sociali approdano ad essa persone; nessun mutamento, sviluppo, innalzamento o decadenza della vita sociale avviene senza depositare un residuo nello strato della povertà come in un bacino di raccolta. L’aspetto terribile di questa povertà – a differenza del semplice essere povero, con cui ognuno deve fare i conti da solo e che è soltanto una colorazione della sua situazione sotto altri versi individualmente qualificata – è che vi sono uomini i quali, per la loro posizione sociale, sono soltanto poveri e nient’altro. […] Quando a chi riceve elemosine vengono tolti i diritti politici, questa è l’espressione adeguata del fatto che egli socialmente nient’altro che povero. Questa mancanza di qualificazione positivamente propria produce l’effetto sopra accennato che lo strato dei poveri, nonostante l’eguaglianza della loro posizione, non sviluppa da sé e in sé forze sociologicamente unificanti".

 

Quest’ultima citazione congiunta all’osservazione che accomunava poveri, nemici interni della comunità e stranieri, ci aiuta a comprendere la negazione progressiva di cittadinanza di cui sono vittime i migranti attuali, così come tutti quegli individui che pur essendo nati all’interno di un dato territorio nazionale, siano stati spogliati della loro natura di cittadini a causa della loro progressiva sparizione sociale. La radicale diversità del povero lo rende più prossimo infatti all’alterità minacciosa del "clandestino" – quando non anche le due componenti si sommano nella figura stessa del migrante – che non a quella del cittadino bisognoso di soccorso e costituisce la sua identità negativamente, per privazione rispetto alle caratteristiche modulari del cittadino, dunque essenzialmente per la sua mancata cittadinanza, manifestata nella maniera più eclatante proprio dalla sua irreperibilità fiscale e domiciliare.

E’ pur vero che per i cittadini residenti sono presenti sul territorio dei singoli comuni i servizi e gli interventi socio-assistenziali. Più recentemente d’altronde, considerata la gravità dei problemi legata alla mobilità territoriale e al mutarsi delle condizioni dei cittadini, i destinatari dei servizi e degli interventi socio-assistenziali possono essere anche i cittadini non residenti. Il domicilio di soccorso infatti è regolato dalla legge come istituto diverso dalla residenza, dal domicilio civile e dalla dimora.

Tuttavia per la prova del domicilio di soccorso è richiesta la presentazione dell’estratto di iscrizione nel registro della popolazione del Comune, o di documenti legali che provino la dimora nel Comune per un periodo di almeno di due anni. In mancanza di tali documenti si può provvedere con una dichiarazione sostitutiva di atto notarile. Tale domicilio di soccorso non può essere perso se non per trasferimento in altro comune.

Questi tratti della legge in questione sembrerebbero consentire alla maggioranza dei cittadini presenti sul territorio nazionale di beneficiare di quei servizi assistenziali necessari alla salvaguardia dell’individuo anche in condizioni di estrema indigenza e disagio. Tuttavia sarà sufficiente provare a pensare alla difficoltà rappresentata per soggetti da tempo sganciati da ogni riferimento sociale e comunitario, che hanno perso qualsiasi attitudine al rapporto con le istituzioni, dal reperimento di una documentazione pur minima come quella richiesta per l’attribuzione del domicilio di soccorso o dal ricorso al notaio. E’ così che assai più spesso gli interventi socio-assistenziali vengono erogati dalle strutture pubbliche più come prestazione non ricorrente, occasionale, in vista del rientro eventuale del soggetto nella comunità di appartenenza, o presunta tale. Per i residenti senza dimora si ritiene che i servizi socio-assistenziali siano finalizzati al superamento dello stato di bisogno, che li aiuti ad andare oltre la "stagnazione assistenziale" che si presenta solo come spreco di risorse per la comunità e che – come faceva notare Simmel – concorre alla costruzione di una categoria di soggetto qualificato esclusivamente per la sua povertà e il suo stato di bisogno.

 

"Se infatti la "dimora", anche alla luce della normativa comunitaria, rappresenta il requisito essenziale per la fruizione dei servizi sociali, che, ovviamente, devono essere erogati in riferimento ad un territorio e a soggetti ben individuati, è su tale obiettivo primario che vanno condotti gli interventi e inquadrate le risorse socio-assistenziali".

 

Recuperare la "dimora", ricostituire quel nucleo primario di aggancio al territorio che consente al soggetto di riqualificarsi come cittadino, di reinserirsi, almeno inauguralmente, nel tessuto sociale di nuova o antica appartenenza, permettendogli di tessere nuovamente le reti relazionali, professionali, sociali e politiche di riferimento che costituiscono "normalmente" l’orizzonte esistenziale di ciascun soggetto.

La condizione di senza dimora porta con sé tra l’altro almeno altri due elementi da tenere in considerazione: da un lato l’isolamento e dall’altro l’assimilazione alla estraneità, elementi cui faceva riferimento anche l’annotazione di Simmel riportata in precedenza.

Il dato dell’isolamento è particolarmente vero per le realtà delle metropoli europee. In altri contesti, come ad esempio quello statunitense e canadese, infatti, si affacciano sempre più spesso alla ribalta sociale e dei mass media gruppi più o meno organizzati di homeless che si vengono a caratterizzare come nuovi agglomerati urbani, con i loro rappresentanti, i loro comunicatori, i loro uomini pubblici, i loro gruppi di avvocati e di associazioni determinati alla difesa dei loro diritti. E’ il caso delle "subcities" e delle "contested landscapes" di cui parla Talmadge Wright nel suo testo Out of Place pubblicato nel 1997. La realtà statunitense infatti presenta una realtà di esclusione sociale in cui il dato di isolamento e di estraneità si contrae a favore di una maggiore visibilità dei soggetti senza dimora determinati a rivendicare i loro diritti. Anche Wright, infatti, parla di una esclusione istituzionale, culturale ed economica dei soggetti senza dimora, di una loro progressiva omogeneizzazione culturale e sociale al di là delle diverse origini dei soggetti, dei diversi percorsi di accesso alla condizione di estrema indigenza, all’opera di contenimento e repressione come costante amministrativa e politica di rapporto con la marginalità sociale estrema, ma a differenza di quanto siamo abituati a notare nelle città europee, ci testimonia di una mobilitazione maggiore dei gruppi di senza dimora, probabilmente proprio a causa di una loro maggiore visibilità e coesione.

La realtà nordamericana infatti, per dimensioni del problema, ma anche per le sue modalità specifiche di declinazione, ha finito per assistere alla costituzione di vere e proprie comunità di homeless: gruppi di sfrattati e occupanti abusivi di immobili destinati alla distruzione, comunità di baraccati o di abitanti della strada riconoscibili per caratteristiche etniche o per modalità di sopravvivenza simili che hanno finito per divenire soggetti collettivi maggiormente visibili dei nostri senza dimora più spesso condannati all’isolamento e ad una sorta di invisibilità sociale che ne impedisce qualsiasi forma di riscatto. Nella realtà nordamericana si è assistito dunque a vere e proprie coalizioni di studenti e homeless, a indagini sistematiche da parte di dipartimenti universitari finalizzate non solo al monitoraggio del problema, ma anche all’indicazione di strategie di risoluzione dello stesso – avvocati, sociologi, antropologi impegnati nello studio e nella formulazione di modalità di recupero e reintegrazione dei soggetti vittime di esclusione sociale all’interno delle maglie della società produttiva.

La realtà europea al contrario è caratterizzata maggiormente da uno sforzo del volontariato, laico e confessionale, e da alcune importanti quanto limitate operazioni statali di adeguamento della legislazione alle nuove modalità del disagio e della marginalità sociale.

Fa parte di questo quadro il disegno di legge per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali nel quale si parla, tra l’altro, del contributo minimo di sussistenza e di altre modalità dell’assistenza alle categorie più disagiate, che sembra andare nell’ottica di un allargamento delle stesse rispetto alla situazione precedente almeno per ciò che concerne le categorie maggiormente a rischio di povertà estrema.

Tuttavia ciò non può e non deve rappresentare minimamente una soluzione ultima del problema della marginalità sociale nel nostro paese, che si presenta invece come un coacervo di componenti sociali, culturali e politiche diverse che vanno tutte adeguatamente analizzate al fine di ridurre non solo il presente epifenomeno dell’esclusione sociale in Italia, ma anche l’insorgere di nuove forme estreme di marginalità destinate altrimenti a proliferare nel vuoto informativo e nell’inadeguatezza politica e legale a riguardo, nonché nell’indifferenza dei media.

Ciò che sembra risaltare maggiormente da un’analisi attenta della situazione italiana quanto a condizione dei senza dimora è quella "disattenzione civile" di cui parlava Goffman, che rappresenta tra l’altro una tecnica esemplare di riduzione delle possibilità di coinvolgimento relazionale dei soggetti, ma anche quella progressiva strutturazione della moderna metropoli in "arcipelago di fortezze, relativamente "pulite" e sgombre dall’alterità indesiderata, disseminate in un mare liminale sempre più percepite come una discarica di rifiuti".

L’aspetto liminale e per lo più invisibile della condizione di povertà, di esclusione sociale all’interno delle nostre città ci riconduce alle questioni con cui si è aperto questo discorso sulle politiche della residenzialità: la condizione di perdita della cittadinanza piena, di reperibilità sociale e politica dell’individuo, la sua fuoriuscita dai circuiti classici dell’assistenza e della rappresentanza giuridica e politica coincide proprio con la perdita di quella centralità rispetto all’ordine costituito che è proprio del soggetto integrato socialmente, del polites, diremmo, riprendendo la metafora classica di Arendt, del cittadino non asservito alla necessità, al bisogno e per questo capace della libertà necessaria per l’esercizio autonomo della propria rappresentanza pubblica, pur nelle permanenti distinzioni causate dall’ineguaglianza economica e giuridica.

 

Letizia Bindi